Umanismo VS antropocentrismo

24 11 2015

Ho sempre pensato che, sebbene i due termini siano spesso usati come sinonimi nel linguaggio comune, la parola “egocentrismo” andrebbe distinta chiaramente da “egoismo”, esattamente come “antropocentrismo” andrebbe distinto nettamente da “umanismo”.

L’egoismo è semplicemente il prendersi cura di sé stessi più di quanto non ci si prenda cura degli altri; insomma è un attribuzione di valore soggettivo maggiore a noi stessi. Per me, io valgo di più. Per te? Per te, tu varrai di più, ovvio. Ma per me valgo di più io.
Si tratta di un punto di vista naturale, e sostanzialmente anche sano, se seguito in modo lungimirante. Infatti un egoismo sensato, ragionevole, difficilmente ci porta a calpestare il prossimo senza alcuna cura: il prossimo che viene calpestato prima o poi potrebbe arrabbiarsi e fartela pagare, e di solito accade. Dunque siamo sicuramente sociali, e sicuramente capaci di altruismo. Ma l’altruismo, che pure ha così grande importanza nell’evoluzione della nostra specie, è comunque uno strumento piazzato nelle inconsapevoli mani dell’ego: siamo, mettiamola così, altruisti nell’egoismo.
Noi animali in un certo senso viviamo per noi stessi; noi stessi siamo l’unica compagnia che non ci sarà mai tolta, ed è giusto ed è meritorio attribuire a questo prezioso compagno le cure più amorevoli. Questo non esclude il poter amare il prossimo; e anzi di solito il modo migliore per amar sé stessi passa dall’amare anche il prossimo.

Diverso è l’egocentrismo, ovvero la posizione cognitiva. La differenza fra l’egoista e l’egocentrico è a prima vista sottile ma della massima importanza: l’egoista non crede di essere un essere speciale, crede di essere come tutti gli altri elemento di un grande gioco di egoismi in cui lui non muove che i propri pezzi, e gli altri muovono i propri. Mentre nelle proprie azioni l’egoista attribuisce la priorità valoriale a sé stesso, nella sua cognizione egli è perfettamente consapevole che gli altri sono in una prospettiva diversa, e dunque li comprende e può associarcisi, trovarvi punti di contatto senza tentare per forza di calpestarli.
La sua “teoria del mondo” è corretta, non crede di avere un valore “oggettivo” speciale.
L’egocentrico invece crede proprio di essere speciale, e che gli altri dovrebbero riconoscere questa sua specialità; che se gli altri sono sani e razionali, debbano accorgersi di tale specialità e venerarlo. Se l’egoista dice “io sono come gli altri, e come gli altri devo badare innanzitutto al mio benessere”, l’egocentrico dice “io sono meglio degli altri, e tutti dovrebbero rendersene conto e badare al mio benessere”. Insomma la differenza fra l’egoista e l’egocentrico è che il secondo fa le sue scelte di vita sulla base di una cognizione erronea.

Nella mia famiglia ci tramandiamo un anneddoto divertente che secondo me spiega meravigliosamente bene cos’è l’egocentrismo.
Protagonista ne è la mia defunta prozia: trattavasi di una classica zitella acida, per così dire; era la bimba piccola della sua numerosa famiglia, e la più viziata, purtroppo anche fino all’età adulta (mia nonna, anche quando ormai erano entrambe ottuagenarie, la chiamava ancora “la piccola”, e diceva che bisognava assecondare i suoi capricci appunto perché “era piccola”). Come tale, aveva sviluppato nel tempo un pessimo carattere ed un narcisismo sconfinato, che le aveva impedito di trovare marito; era finita così a convivere a stretto contatto con due sorelle più grandi, l’una vedova e l’altra zitella come lei; e visto che la vicinanza provoca belligeranza, le tre litigavano spesso.
L’aneddoto fa riferimento ad una frase che, mi dicono, strillò alle sorelle durante uno dei suddetti litigi:

“Ma insomma! Non capisco perché mi contrariate così! Io, fossi in voi, farei di tutto per accontentarmi!”

Sì, le fonti sono affidabili, sono sicuro che abbia detto esattamente così, e non sarebbe neanche la cosa più strana che abbia mai detto. E la frase non era intesa, chiariamolo, come una minaccia, del tipo “vedrete cosa faccio se mi contrariate”; no. Lei intendeva veramente esprimere una sua convinzione, e cioè che le sorelle fossero in dovere morale, razionale ed umano di accontentarla in tutto.
Ovviamente però le sorelle, in quanto persone, come tutte le persone hanno prima di tutto da badare a sé stesse e alle proprie necessità, quindi non v’era alcuna ragione per cui esse avrebbero dovuto “fare di tutto per accontentarla”. Mia zia, dunque, non era semplicemente “egoista”, come tutti intorno a lei la accusavano di essere; oserei dire che era anzi alquanto generosa, e sempre pronta a cercar di comprare l’affetto altrui a suon di regalini. No, non era particolarmente egoista, ma era particolarmente egocentrica, ovvero cieca all’esistenza di altre persone, con proprie personalità, desideri, bisogni, ambizioni. E con ciò non intendo che fosse consapevole dell’esistenza di altre persone, ma noncurante di essa, bensì che non se ne rendeva conto, credeva che le altre persone esistessero solo per venerarla e darle sempre ragione. La sua “teoria del mondo”, insomma, prevedeva che ella fosse al centro, e gli altri alle sue dipendenze.
Una teoria di questo genere non è “brutta” o “immorale”. Semplicemente, è sbagliata. E le azioni fatte sulla base di una teoria del mondo grossolanamente errata, come la sua, sono inevitabilmente autodistruttive; difatti, l’uomo egocentrico, contrariamente all’uomo egoista, è incapace di amare, perché è cieco all’esistenza degli altri come persone, e questo lo rende genealmente un essere molto sofferente. Mia zia in effetti fu una donna molto sola ed infelice a causa della teoria del mondo sbagliata che coltivava, pace all’anima sua.

Dunque non mescoliamo le due cose: una cosa è badare prima a se stessi e ai propri bisogni, comportamento perfettamente legittimo e razionale; un’altra è farsi la convinzione che gli altri siano stati messi a questo mondo per servire i nostri bisogni, il che, pacificamente, non è vero.
Dunque abbiamo l’egoismo che è semplicemente un’attribuzione di valore soggettivo:

“Io per me vengo prima e pongo i miei bisogni in cima alla lista delle priorità”

E poi abbiamo l’egocentrismo, che è invece è una teoria sulla struttura del mondo:

“Io per tutti sono Dio, e tutte le persone sane di mente e razionali dovrebbero adorarmi e venerarmi”.

Analogamente, voglio qui finalmente tornare al tema del titolo, e fare la distinzione essenziale fra l’umanismo e l’antropocentrismo.

Ricevo talora l’accusa di essere “antropocentrista”, e dunque, va da sé, un superato relitto seppellito dalle moderne conoscenze scientifiche (che è un’accusa abbastanza curioso, visto che di scienze naturali ne mastico).
Ma ogni volta ne rimango perplesso: ho forse mai detto che il mondo è stato creato per i bisogni degli uomini e che abbiamo autorità divina su di esso? Ho forse mai detto che la Terra è al centro del cosmo per nostra comodità? Ho forse mai sostenuto che l’universo intero è stato creato da un essere supremo che, guarda caso, somiglia proprio a noi umani? No. Io ho sempre detto piuttosto che noi umani siamo animali come milioni di altre specie animali. E come tali, facciamo prima i nostri interessi di specie, e solo in seconda battuta ci possiamo preoccupare di quello che è fuori dall’umano.

Sono dunque un umanista, ma non un antropocentrista.

Umanista:egoista=egontrico:antropocentrista. L’umanesimo è una presa di posizione valoriale:

Per me l’umanità coi suoi bisogni viene prima di ciò che umano non è”.

Non è invece una “teoria del mondo” naturalistica, del tipo

“L’uomo è stato creato da Dio a sua immagine e somiglianza, e tutto il mondo è fatto esclusivamente per l’uomo e per il suo benessere”.

Quindi, se l’antropocentrismo va messo da parte perché, semplicemente, è una teoria del mondo sbagliata e superata dal punto di vista naturalistico, resta sacrosanto il mio diritto di essere umanista, che nulla implica per quanto riguarda la nostra visione naturalistica, e in nulla dipende dalla nostra visione naturalistica.
Ossequi.

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Il “cambio di manovra”

22 11 2015

 

Ormai internet è pieno di gente che si improvvisa esperta di logica quando non sa manco completare sillogismi aristotelici; donde la moda di scovare e denunciare ovunque le “fallacie logiche”.

Personalmente trovo che tutto questo elencare e classificare le fallacie non sia particolarmente utile: chi sa ragionare rigorosamente non ha bisogno di stare in guardia contro le fallacie, perché gli viene naturale non commetterne e anche vederle quando gli altri le commettono.  Viceversa, chi non sa ragionare rigorosamente le commetterà sempre senza avvedersene, e non solo, finirà anche col credere di vederne dove non ce ne stanno.

Tuttavia devo ammettere che, quando si vede una fallacia, è comodo, a scopi espositivi, mostrare come sia già ben nota a scienziati e filosofi, al punto da denunciarla con il suo nome.

Oggi dunque parlerò di una “fallacia”, o per così dire un trucco retorico, con cui mi scontro spesso nei miei dibattiti. Poiché mi sembra di essere il primo a classificarla, le darò anche un nome: la chiamo il “cambio di manovra”.

Il cambio di manovra è la strategia di chi ha iniziato un dibattito sostenendo con forza un certo punto X, e quando vede che X non regge alla prova dei fatti, lo sostituisce con X1, una specie di X indebolito, facendo finta di aver sempre sostenuto X1.

L’esempio più sgamato di questa strategia lo incontro quando discuto sulla sperimentazione animale, in particolare quando dimostro agli animalisti che una certa procedura sperimentale, che ci viene presentata come la cosa più orrenda e mostruosa del mondo, in realtà va ridimensionata.

Un esempio potrebbe essere il seguente (Al, che sta per Alberto, sono io, Sc, che sta per Scemo, è l’animalista di turno):

Sc: Voi scienziati siete dei mostri! Guarda che orrori fate agli animali [inserisce foto di scimmia o gatto con apparati di rilevamento elletrofisiologici sul cranio]! Aprite il cranio di queste povere bestie e introducete degli elettrodi nel loro cervello! Questa è tortura!

Al: Ma guarda che il cervello non contiene recettori del dolore. Un elettrodo nel cervello non fa alcun male. Certo l’operazione per inserirlo sarebbe dolorosa, ma ovviamente viene fatta sotto anestesia. Questa cosa non è affatto una tortura, infatti a volte viene fatta anche sugli umani.

Sc: Ah sì? Allora fattela fare tu!

Al: No, è comunque un’operazione chirurgica, non è uno scherzo. Qualcosa potrebbe sempre andar male, inoltre richiede anestesia eccetera; lo si fa solo se la persona ha bisogno di un’operazione al cervello oppure a scopi terapeutici, e dà il consenso.

Sc: AHA! Hai visto?! Agli animali mica chiedete il consenso, glielo imponete! Siete dei mostri!

Eccoci. Notato cos’ha fatto Sc in questa conversazione?

Sc ha iniziato proponendo il punto X, ovvero “siete dei mostri perché mettete elettrodi nel cervello, e gli elettrodi nel cervello sono una tortura”; poi quando ha visto che gli elettrodi nel cervello non sono affatto una tortura, e infatti possono essere installati anche a degli umani per ragioni mediche, lo ha sostituito con X1: “siete dei mostri perché fate operazioni agli animali senza chiedere il consenso”.

Ma è completamente diverso! Sc non diceva questo all’inizio, Sc diceva che ero un mostro perché compievo torture causando immani dolori a delle povere bestie. E se X avesse retto alla prova dei fatti, sarebbe stato un punto argomentativo relativamente forte; non è bello creare immani dolori a un povero animale, e se mi dai del mostro perché causo immani dolori ad un animale è abbastanza facile farti applaudire. Ben diverso è dirmi che sono un mostro soltanto perché causo un semplice disagio ad un animale senza fargli firmare prima il consenso informato.

Prima Sc mi ha dato del torturatore. Intendeva dire seriamente che io causassi immani dolori agli animali, ha mostrato foto suggestive di bestie operate con l’intento palese di rafforzare questo punto. Poi, quando ha visto che non sono un torturatore e che il suo punto “immani dolori” era una bufala pura e semplice, ha fatto il “cambio di manovra” per  salvare la faccia, fingendo di aver sempre sostenuto l’altro punto, ben più complesso, che è quello della questione del consenso. Ora, mentre la maggior parte della popolazione sarà d’accordo che non si debbano torturare gli animali, sul punto che invece non gli si debba causare alcun disagio senza consenso, neanche al netto di un beneficio umano, probabilmente non sarebbe d’accordo; quindi non è neanche una differenza da poco quella che Sc cerca di far svanire.

In sostanza, il cambio di manovra è una forma molto raffinata di red herring: quando si è in difficoltà si cambia discorso per deviarlo su lidi più favorevoli alla propria causa. Si tratta però di una manovra per il cambio di discorso particolarmente astuta, che va riconosciuta subito e neutralizzata, ad esempio con una risposta di questo tipo:

Al: Un momento, io non ho mai detto che mettere un elettrodo nel cervello sia una passeggiata o che non comporti alcun rischio. Io ho dimostrato soltanto che non è affatto una tremenda tortura come tu sostenevi con tanto di foto drammatiche a supporto, ma al massimo un disagio. Io ritengo che al netto di un beneficio per la scienza possiamo causare qualche disagio a degli animali; altra questione è una “tortura” come quella che tu affermi esistere.

Insomma, dopo aver detto una cazzata, Sc potrebbe cercare di svicolare cambiando l’oggetto primario del discorso con uno ad esso superficialmente simile, con gli scopi di: 1) di non far vedere di aver detto una cazzata; e 2) ritornare a sostenere il suo punto primario ignorando il fatto che è già stato demolito.

Non permettetegli mai di farlo.

 

Ossequi.

 

 





L’etica della sperimentazione animale

18 09 2015
Dicono che il fronte pro-Sperimentazione Animale (pro-SA) sminuisca la questione etica o non la ritenga importante. Lo dicono in tanti da tanto, eh, una roba che ho sentito ormai un milione di volte, praticamente un luogo comune. E non posso che trovarla un’accusa quanto meno ingiusta se non del tutto campata in aria, visto che In realtà il fronte pro-SA ha steso numerosi pezzi a tema etico.
Guardate il MIO blog: parlo dell’etica dietro la sperimentazione animale continuamente, penso che qualcuno potrebbe anche essersi rotto il cazzo e oggi dica cose tipo “vabbe’, Albe’, ho capito il punto: etica della responsabilità, e adottiamo il contrattualismo quando vi sono le condizioni di applicazione. Ti ispiri essenzialmente a Hume e usi un approccio pragmatista che si può collocare nel filone dell’antirealismo morale. Basta, cambia argomento!”
E se qualcuno mi suggerisce di cambiare argomento perché s’è annoiato lo capisco, visto che sul web ho scritto molto più di etica che di scienza, se consideriamo la mole.
Ma ben pochi pro-SA leggono ciò che scrivo. Quindi accade questo: che mentre i filosofi “antispecisti” leggono quando scrivo di etica (spero con non troppo profitto), i pro-SA non lo fanno. Di più: ogni volta che un articolo a tema strettamente etico sia comparso su pagina pro-SA, è arrivata anche la folla dei maestrini con la penna rossa, tutti rigorosamente pro-SA. Non che trovassero qualcosa da sottolineare in sé, con la loro bella penna; mai nessuno è riuscito a evidenziare errori di argomentazione o logica nei miei scritti. Ma i nostri laureati in commentologia applicata rimproveravano, in generale, che si “uscisse dall’ambito di competenza”: quello in cui ho la laurea (suppongo che rabbrividirebbero sapendo che vinco concorsi letterari senza la laurea in lettere, o che attualmente lavoro in accademia ma non come biologo, in spregio alla laurea in biologia; non diciamoglielo così non piangono).
Ovviamente, nonostante nel mondo accademico ci sia oggi una fissa diffusa per il “formal training in ethics”, non c’è bisogno di alcuna preparazione formale per fare etica, tanto è vero che ogni essere umano sulla terra la fa; quindi la storia di “non uscire dal’ambito di competenza” è una stupidaggine puramente strumentale, che va letta come stante a significare questo: non è gradito che il fronte pro-SA si occupi di etica. Si tratta di una bacchettata sulle mani per un indisciplinato.
Non sorprende dunque se articoli del genere che scrivo io non compaiano mai sulle pagine pro-SA: la gente non vuole leggere su questo argomento, e l’unica volta che volevo parlarne dal vivo, non me l’hanno lasciato fare. Dunque prendiamo la cosa come crudo dato: quasi nessun pro-SA gradisce parlare o sentir parlare di etica.
Quindi la situazione assume tinte paradossali:
I pro-SA non leggono i pro-SA che scrivono di etica. Gli anti-SA, invece sì, e piuttosto regolarmente.
I pro-SA vorrebbero che i propri scienziati non scrivessero di etica, in quanto “non-filosofi”. Gli anti-SA, invece, sfoggiano Massimo Filippi, che fa di lavoro lo scienziato e mi dicono sia pure bravo, ma può indubbiamente fregiarsi anche della qualifica di filosofo (anche se come immaginerete non lo stimo particolarmente su questo fronte).
I pro-SA non vogliono mai sentir parlare a un certo livello di etica, neanche sotto minaccia con la pistola alla tempia, mentre gli anti-SA sono sempre pronti a parlarne anche quando c’entra come i cavoli a merenda.
Infine, e questa è la più bella, i pro-SA, che dimostrano coi fatti di non voler assolutamente mai sentir parlare seriamente di etica, dicono di voler che i pro-SA “tengano in maggior considerazione” la questione etica.
Una situazione semplicemente paradossale a sentirla, ma ci sono un po’ di ragioni per cui si viene a creare.
La prima è la vocazione scientifica della maggior parte dei pro-SA, che li porta a provare una specie di complesso di di superiorità o di inferiorità rispetto alle questioni filosofiche; una cosa assolutamente risibile, se consideriamo le enormi contaminazioni che storicamente sono sempre esistite fra scienza e filosofia, e il fatto stesso che in effetti la scienza è filosofia a tutti gli effetti. Lo scienziato ha tutto ciò che gli serve per fare filosofia, ovvero un cervello capace di ragionare, e farsi convincere che così non sia significa cedere su un punto estremamente importante: il diritto-dovere dello scienziato, o meglio, di qualunque umano razionale, di costruirsi un’etica da solo, senza doversi appoggiare a “esperti esterni”, com’è sua ultima e inevitabile responsabilità.
La seconda è la sensazione, che molti scienziati avvertono, che parlare di filosofia morale sia sostanzialmente equivalente a parlare del sesso degli angeli.
E qui un pochino di ragione ce l’hanno. Cioè, non è vero che la filosofia morale sia sempre sesso degli angeli, ma effettivamente fra i filosofi c’è una certa tendenza a mettersi a parlare del sesso degli angeli. Ho già scritto in passato di come sia posta il più delle volte dai filosofi la “questione morale”, ovvero come “la questione astratta che trascende ogni questione reale”, e dunque la “non-questione”. Naturale disinteressarsi di una simile materia: non è una questione seria. “Per me gli animali hanno diritto di non essere uccisi”; ” E pemmè no!”
E adesso? Che si fa per il resto della discussione? Ci guardiamo negli occhi con aria imbarazzata? Parliamo dello sport? Facciamo la gara a chi espone la propria aria fritta in maniera più elegante?
Sembra una situazione sconveniente, eppure i pro-SA in generale trovano un fantastico punto di accordo con i filosofi anti-SA, a riguardo. Dicono loro pressappoco così:
“Cari anti-SA, non parlate di scienza, non lo gradiamo. Voi potete parlare liberamente del sesso degli angeli, però, e noi non apriremo neanche bocca per dire ‘A’ mentre sproloquiate a riguardo”.
Ed è un accordo che funziona perché vantaggioso per entrambi: il sesso degli angeli non interessa a nessuno, è un territorio incoltivabile, quindi i pro-SA non lo vogliono; d’altro canto, gli anti-SA son ben lieti di colonizzarlo senza concorrenza, visto che non avrebbero alcuna speranza di invadere quello dei fatti scientifici e lì invece posson costruire.
Attenzionissima, qui! Si può fare seriamente filosofia morale; si può fare filosofia morale a partire dai fatti. Io lo faccio. Può non piacere come lo faccio, ma lo faccio. E non son mica l’unico al mondo.
Il punto di accordo generale fra pro-SA, di solito scienziati, e gli anti-SA, di solito filosofi, è però di non farlo mai. In sostanza, è un cartello, una spartizione equa del mercato, un accordo per non farsi concorrenza.
E attenzione a quanto segue da questo accordo: non ci si deve pestare i piedi a vicenda, questa è regola assoluta. Dunque se io dico che la questione etica è una questione del sesso degli angeli, e spesso effettivamente E’ posta proprio come il sesso degli angeli ed è una discussione completamente inutile, sto violando l’accordo, perché sto facendo concorrenza, sto dicendo alla gente “mollate i filosofi, salite sulla barca degli scienziati!”.
Ma attenzione, perché se dico, d’altro canto, che la questione etica invece non è il sesso degli angeli, se dico che in effetti è così importante che io stesso mi sento chiamato in causa a trattarla, giustificando in termini di filosofia morale ogni singolo topo che c’è nelle mie gabbiette, allora anche così sto violando l’accordo e sto facendo concorrenza: “mollate i filosofi, salite sulla barca degli scienziati!”
Dunque entrambi gli atteggiamenti sono deprecabili: il pro-SA deve solo parlare di scienza, l’anti-SA solo di filosofia, e in più devono rispettare il sacro confine delle rispettive “competenze”, non esprimendo alcun parere sul valore dei rispettivi lavori e risultati. Il che spesso assume tinte ridicole, perché se io faccio sperimentazione animale va da sé che la reputo morale, e che ho motivazioni per farlo, e dunque che ho fatto un preciso, circostanziato, difendibile ragionamento morale; e, d’altro canto, è ovvio che non si possa discettare con un minimo di serietà di etica della sperimentazione animale e pretendere al contempo di ignorare completamente la natura delle esigenze scientifiche che essa va a soddisfare, come se il lavoro dell’eticista consistesse semplicemente nel costruire utopie morali da impacchettare e vendere alla gente al festival della filosofia, con in regalo il pupazzetto di Kant che dice “es ist gut” se tiri la cordicella.
Ma tant’è, finora si è scelto di far cartello.
Tuttavia voglio far presente ai pro-SA che questo cartello, con tutti i suoi vantaggi per i partecipanti, è un po’ più vantaggioso per gli anti-SA.
Abbiamo in mano i fatti, per cominciare. E stiamo promettendo di non usarli mai.
Facciamo etica tutti i giorni nel nostro lavoro. E stiamo promettendo di non usarla mai.
Viceversa, non ce la caviamo bene quando si tratta di parlare di fuffa. E stiamo riconoscendo ai fuffologi di ogni forma e colore il sacrosanto diritto di porre la fuffa come questione essenziale dell’essere.
Fatti contro fuffa: quasi sicuramente vincerebbero i fatti in un confronto aperto. Potremmo benissimo scendere in campo con tutte le armi sguainate.
Si preferisce invece la guerra fredda.
Be’, che dire, probabilmente in realtà si vince anche la guerra fredda. Ma non bisogna esser confusi su quello di cui si parla: un’etica basata sui fatti è equivalentemente un miscuglio di politica sociale, economia e scienza. Di queste cose i pro-SA già parlano fino alla nausea. I pro-SA parlano di etica, e semmai è proprio il loro parlare di etica che dà fastidio, non che non lo facciano.
Di cos’è che non parlano, o che non parlano “abbastanza” secondo gli accusatori?
Di sensibilità emotive personali della gente riguardo agli animali. Che sono anch’esse parte dell’etica della sperimentazione animale, ma di sicuro non l’esauriscono e altrettanto di sicuro non possono da sole pesare quanto tutto il resto.
Inoltre, dulcis in fundo, CE NE OCCUPIAMO ECCOME, di quell’aspetto!
‘nzomma, va …
Ossequi, che è meglio.




La questione morale

3 08 2015

La “questione morale” è quella cosa che si tira fuori quando non si ha nessun argomento sensato o significativo da mettere in piazza. Allora se ne tira fuori uno che non significa niente ma suona molto filosofico ed elegante: “c’è una questione morale”, si dice.

E come si distingue esattamente una questione morale da una questione scientifica, da una questione sociale, da una questione politica, da una questione economica, da una questione personale o da un qualunque miscuglio in qualsiasi proporzione di queste cose?

Se fosse una di queste cose, oppure una qualche combinazione di esse, si potrebbe discuterne su basi fattuali e arrivare a soluzione pratiche condivise, attraverso ragionamento e negoziazione.

La “questione morale”, invece, è qualcosa che si vuole trascenda tutte le questioni pratiche e reali. E cosa rimane quando hai trasceso tutte le questioni pratiche e reali?tumblr_na45hsuHNz1rst6h7o1_500

Indovinato: NULLA. Hai sottratto la questione a qualsiasi discussione fruttuosa e che possa portare a visioni condivise.

Io dico che i ricchi non devono essere tassati di più perché, che so, hanno diritto alla proprietà. Un altro mi dice che invece è giusto che siano tassati di più per un principio di uguaglianza.

E be’? Come lo decidi se è più giusto seguire il mio principio o il suo, visto che non puoi mettere di mezzo la questione sociale, la questione politica, la questione economica, la questione scientifica etc.? Se potessimo iniziare a discutere di tutte questi aspetti di rilevanza pratica, potremmo arrivare magari ad una decisione. Ma se non possiamo, allora non ci resta che parlare del nulla, enunciare principi che ci siamo inventati sul momento o che abbiamo copiato a qualcun altro o rimaneggiato e che magari suonano bene. Tutto lì, parlare del nulla.

Ma a parlare del nulla, specie se riesci a farlo dandoti un tono sapiente e usando tanti paroloni, ci sono molti vantaggi. Il più importante?
Puoi dire quello che cazzo vuoi senza che nessuno possa contraddirti.

Può essere fatto in maniera molto teatrale: “tutti gli esseri senzienti hanno diritto a vivere!”; suona bene, no? Minchia, che bello. Molto filosofico. E esattamente qual è la ragione per cui dovremmo decidere di fare nostro questo principio?

Boh, mah, chissà. “La ragion pura pratica dialettico performativa come fosse antani”.

Woooow. E che je voi di’? Di più: se l’altro si lascia spiazzare, potresti perfino portarti a casa una vittoria mediatica!

Nel dibattito sulla sperimentazione animale, ad esempio, tutti quelli che non usano argomenti pseudoscientifici, e che riconoscono dunque l’utilità della ricerca in vivo, decidono di giocare sul terreno sicuro che non ti richiede di studiarti la scienza, e tirano in ballo la “questione morale”.
Lo fanno proprio perché non vogliono affrontare la questione scientifica (scientificamente, la sperimentazione animale è una pratica che garantisce il progresso della biomedicina), né quella sociale (a tutti i membri della società sta a cuore la propria salute e quella dei propri cari, dunque la cosa ha rilevanza sociale), né la questione politica (che discende direttamente da quella sociale), né la questione personale (quando i nostri cari si ammalano, o noi stessi ci ammaliamo, desideriamo tutti avere a disposizione cure adeguate), né tanto meno la questione economica (sia mai, ammettere che le scelte che facciamo possano avere anche ripercussioni economiche e che esse siano da soppesare e considerare! Se lo fai sei come gli schiavisti!).

Ovviamente, se hai dichiarato secondarie o irrilevanti tutte queste sfaccettature del problema, il problema è stato svuotato: non è rimasto più nulla di concreto e reale su cui discutere. La questione diventa una discussione sul sesso degli angeli.

Il problema di una discussione sul sesso degli angeli è che nessuna delle due parti può mai davvero trionfare, stringere in pugno la verità o qualunque cosa che le somigli.
Ma, ovviamente, se prima perdevi su tutti i fronti, e invece adesso sei in grado di tornare a casa con uno stallo, come quello con cui si concludono di solito le discussioni sul lato “etico” della sperimentazione animale, per te è già un progresso.

“Sull’etica ci possono essere tante opinioni diverse”, è la conclusione classica del dibattito sulla sperimentazione animale, quando il filosofo tira in mezzo la questione morale. E grazie al cazzo che ci sono opinioni diverse, è il sesso degli angeli, ovvio che tutte le conclusioni sono uguali; sono maschi, femmine, asessuati, chi cazzo lo sa.

Un discorso completamente inutile, completamente infruttuoso, completamente vuoto.

Ma quelllo è il tipo di discussioni in cui i sofisti razzolano con maggior profitto.

Ossequi





La carne è un capriccio

31 07 2015

Vegetariani e vegani non sono mai o praticamente mai gourmet o grandi chef. Il fatto stesso che facciano a meno del sapore della carne indica chiaramente che per loro si tratta di qualcosa di rinunciabile o sostituibile: e quale grande gourmet o grande chef al mondo potrebbe mai pensare che esista un sapore, un solo sapore su questa grande terra, che sia sostituibile?

Loro fanno una rinuncia, ma evidentemente una per loro facilmente accettabile. Dopotutto, tutte le nostre attività danneggiano gli animali; perché rinunciare alla cotoletta e non all’aria condizionata o al computer? Evidentemente per loro la cotoletta non è così importante; sicuramente meno del computer o dell’aria condizionata (per inciso, io l’aria condizionata non ce l’ho e quando ce l’ho la tengo spenta la maggior parte del tempo).

Ma qui sta il loro più grosso limite: dato che per loro a conti fatti quella rinuncia non è davvero importante, chiedono con estrema leggerezza a tutti di fare come loro, e si prendono il lusso di bollare il mangiar prodotti animali come una specie di capriccio e basta.

Si tratta dell’errore peggiore che si possa fare in battaglia: sottovalutare ciò che si combatte. Il cibo è cultura, è storia, è scienza ed arte. Il cibo è sensazioni, emozioni, meraviglia e nostalgia, gioia ed amarezza. Gli aromi ed i gusti si piazzano nella nostra mente, nella parte dove tutte le esperienze più significative abitano, e non se ne staccano più. Possiamo dimenticare tutto quello che abbiamo visto durante un viaggio in un paese esotico, e ancora ricordarci tutti i sapori che vi abbiamo sperimentato.

Il cibo può essere amore e passione. Evidentemente, per loro non lo è, o lo è ad un livello molto elementare. Magari gli piace, ma non lo amano; esattamente come a chiunque può piacere la musica, ma solo pochi la amano.ratatouille-teoria-03

L’incapacità di riconoscere la grandezza piena della rinuncia che chiedono è il loro limite più grande. Ed è reso ancora più grande dal fatto che, come arte, la cucina è insieme alla musica la più facile da apprezzare anche per l’incolto; quindi se è vero che chiedere di rinunciare alla carne ad uno che già magari è un barbaro gastronomico che toglie il grasso al prosciutto non è chiedergli gran cosa, è comunque un bel sacrificio perfino per lui.

Da questa mancanza di intuito psicologico derivano tutte le manovre comunicative semplicemente disastrose che mettono in atto. Partono da preconcetti assolutamente sbagliati, partono dall’idea che il sapore della carne non sia altro che un capriccio di secondaria importanza, e così lo trattanno quando parlano al pubblico; non riescono neanche a far finta di considerare l’amore per il gusto della carne qualcosa di importante nella vita delle persone, qualcosa che vive nella tradizione, nella cultura e nel cuore della gente. Pensano che il punto sia spazzare via il capitalismo con i suoi allevamenti intensivi.

Ma come si fa … Ma avete mai sentito dire a qualcuno: “oh, quanto mi piacciono gli allevamenti intensivi!”? Se domani si fa un referendum contro gli allevamenti intensivi lo si vince, ovvio che il punto non è quello, proprio per niente.

Il punto è spazzare via la torta della nonna, il ragù della domenica, la soppressata di paese. E quelli non li spazzi via facilmente, e di sicuro non dicendo alla gente che sono una specie di capricci insignificanti.

Ma il capitalismo, in quest’impresa, è il loro più potente alleato (dopotutto, lo è sempre stato): se qualcuno riuscirà mai a spazzar via ogni residuo di tradizione e cultura dal cibo, quello non potrà essere che il capitalismo. Il capitalismo adora l’uniforme ripetersi del sapore della soia, così facile, così vendibile a tutti, così vuoto d’arte, così vuoto di cuore.

Gli hamburger di McDonald’s tutti uguali, identici in ogni parte del mondo; chi si accorgerebbe mai se venissero tutti sostituiti con hamburger di soia?

Se il vegetarianesimo diverrà mai predominante, sarà perché nei nostri piatti non ci sarà più nient’altro che soia, e ormai nessuno si ricorderà più di che sapeva il pollo. Oppure il pollo sarà diventato così senza sapore che nessuno noterà la differenza fra la soia e il pollo, perché no? Siamo già abbastanza avanti su quella strada.

Oh, sì! Ci attende un grande e luminoso futuro! Senza conflitto, senza sopruso, senza contrasto … a conti fatti, senza niente.

Ossequi.

P.S.: L’articolo ha avuto un certo successo, e vari commenti sia in pagina che in giro per la rete. I più divertenti sono proprio quelli dei veg*, perché mi hanno tutti confermato il loro limite psicologico: non sono capaci di considerare la cultura gastronomica come una cosa rilevante per la vita delle persone, la sanno solo minimizzare.

E pensare che era facile mostrare che mi sbaglio. Sarebbe bastato scrivere: “sì, mi rendo conto che il sacrificio che chiedo quando chiedo di diventare vegetariani o addirittura, vegani, è molto grosso e radicale, e che non tutti possono essere disposti a farlo”.

Nah, meglio liquidare come capriccio. Deridere o sminuire ciò che è importante per le persone: io ho subito questo trattamento tutta la vita e a tutti i livelli del mio essere, posso assicurarvi che è una cosa che fa molto incazzare la gente. Si tratta proprio di una tecnica comunicativa idiota.

Niente, non c’è proprio speranza. Per questo sarebbero destinati ad essere minoranza in eterno, fatta salva la possibilità che la cultura gastronomica muoia invece di morte naturale, uccisa dalla pervasiva cultura della soia industriale …





LA SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA

17 07 2015

Ho sempre pensato che, se spiego bene il mio pensiero, certi ovvi fraintendimenti non ci saranno, e nessuno prenderà sul serio certe apparenti “contraddizioni” in ciò che dico che in realtà sono solo frutto di lettura superficiale. E, al limite, ciò è vero; una volta che si sia capito tutto perfettamente anche le apparenti contraddizioni spariranno. Non è però vero all’atto pratico, specie se il fraintendimento affonda in concezioni filosofiche millenarie e ancor oggi molto vive …

Dunque sono passati due anni dall’apertura di questo blog, eppure l’unico post finora che abbia trattato specificamente l’apparente contraddizione fra il mio essere anti-omofobico e anti-antispecista insieme è uscito qualche giorno fa; e ora esce il secondo. Perché una contraddizione, seppur solo apparente, c’è, e va chiarita.

Difatti, vedrete che il più delle volte i filosofi o pseudofilosofi antispecisti sono pro-LGBT, e viceversa i filosofi o pseudofilosofi omofobi sono generalmente specisti. E nella mente di queste persone, l’associazione fra le due cose viene naturale e spontanea. Anche noi, a breve capiremo perché per loro è tale, e poi anche perché invece non lo è affatto per me e neanche, a ben vedere, nella testa del grosso della popolazione.

Intendiamo subito che in termini pratici la questione dei diritti LGBT non ha davvero niente a che vedere con questioni come il vegetarianesimo o la sperimentazione animale: a favore dei diritti LGBT e anche della sperimentazione animale: why not? Quasi tutti i miei conoscenti la pensano così. Omofobo e anche vegano: why not? Proprio l’altro giorno ho fatto un raccapricciante incontro con un’omofoba incancrenita che si dichiarava vegana. Le due cose possono tranquillamente andare insieme nella lotta politica e nella vita di tutti i giorni.

Per questo io ho fatto riferimento ai filosofi antispecisti, e ai filosofi omofobi, o per lo meno, quelli che si divertono ad atteggiarsi a tali. Perché parliamo di persone che hanno fatto la scelta, per una settimana o per la vita, per convenienza o per amore, di occuparsi principalmente dei problemi rigorosamente astratti della filosofia.

Prendiamo i problemi su cui si accaniscono gli antispecisti e gli omofobi: i primi mettono in discussione a vario titolo la netta linea di demarcazione uomo-animale, i secondi invece insistono su una categorizzazione estremamente, e aiutatemi a dire estremamente, rigida riguardo ai sessi: maschio-femmina.

Già ora dovremmo iniziare a cogliere qual è il fulcro del paragone che sto istituendo, ma facciamo qualche altra osservazione empirica prima di arrivarci. Gli attivisti a favore dei diritti LGBT (me escluso, ça va sans dire) spesso impostano il proprio discorso su una critica della rigida categorizzazione maschio-femmina, utilizzando come testa d’ariete contro di essa una serie di fenomeni reali nei quali questa categorizzazione viene sfidata e i tradizionali attributi di uomo e donna sono violati; ad esempio intersessuali, androgini, transgender, o anche solo donne “mascoline” e uomini “effeminati”. Ad essi gli omofobi rispondono generalmente con una severa riaffermazione della categorizzazione, che generalmente assume la forma dell’uso improprio dell’argomento della normalità. Gli antispecisti generalmente impostano il proprio discorso su una critica della rigida categorizzazione uomo-animale, utilizzando come testa d’ariete una serie di fenomeni reali nei quali questa categorizzazione viene sfidata e i tradizionali attributi di uomo e animale sono violati; ad esempio i famosi casi marginali. Ad essi gli umanisti rispondono generalmente riaffermando la differenza uomo-animale e la sua rilevanza al livello metafisico, spesso usando l’argomento dalla normalità in forma impropria (me escluso, ça va sans dire).

Dovremmo cominciare a vedere dove si va a parare, sbaglio?

Essenzialmente, omofobi e “specisti” si muovono nella direzione di affermare con forza e rigore l’esistenza di linee di demarcazione ontologiche che definiscono la realtà: maschio e femmina, con tutti i loro tradizionali attributi; uomo e animale, con tutti i loro tradizionali attributi.

Antispecisti e pro-LGBT (più che altro i queer theorist, a dire il vero) si muovono nella direzione opposta: il loro è un atteggiamento strutturalmente critico delle categorizzazione ideali.

Gli omofobi ripetono ossessivamente che maschile e femminile sono assoluti ontologici. Gli antispecisti negano continuamente qualsiasi valore effettivo alla demarcazione uomo-animale.

Ecco dunque la ragione dello scontro filosofico: gli omofobi sono realisti platonici, che danno una priorità assoluta alle idee nelle loro elaborazione, mentre gli antispecisti sono nominalisti di ferro, che si spingono indefinitamente oltre nella critica alla validità delle idee nel descrivere la realtà.

“Adaequatio rei et intellectus”; raggiungere l’identità fra il pensiero e la realtà, ecco lo scopo ultimo di questi filosofi, tutti. La differenza fondamentale fra antispecisti ed omofobi è che i primi vorrebbero modificare l’idea per adeguarla in maniera perfetta alla realtà, mentre i secondi vorrebbero modificare la realtà per adeguarla in maniera perfetta all’idea.

Lo scopo di entrambi è “alto”, anche se non molto utile. Ma il problema principale sono i mezzi, necessari, che essi sono disposti ad usare per raggiungere un tale altissimo scopo.

L’idea e la realtà non sono uguali. Non lo saranno mai. La realtà è mutevole e caotica, piena di sfumature, imprevisti, eccezioni e stranezza. Il pensiero è ordinato, rigido, definito, strutturato, e tende a preservarsi uguale a se stesso.

Non potranno mai essere uguali. L’intima natura dell’uno e dell’altro lo impedisce.

Non sorprende dunque se i filosofi dell’una e dell’altra fazione, all’estremo delle loro elucubrazioni, iniziano a sembrare completamente pazzi.

L’ossessione per le idee, portata alle sue estreme e naturali conseguenze, conduce a negazione della realtà. Gli omofobi per esempio insistono a pretendere che la realtà sia quella che sta nella loro idea: maschi e femmina, tutti cisgender, tutti eterosessuali, tutti stereotipati. Messi di fronte alla realtà che quest’idea rigidissima non si applica a quello che vediamo tutti i giorni, confrontati col fatto che esistono transgender, esistono intersessuali ed esistono omosessuali, essi li catalogano come “errori” e fanno finta di niente. Il che è follia pura se ci pensiamo un momento: stanno accusando la realtà di essere sbagliata rispetto alla loro idea. Stanno accusando la natura di aver commesso un errore, rispetto a loro che invece sanno come dovrebbe andare il mondo.

L’assurdo è abbastanza evidente.

E d’altro canto è chiaro a cosa conduce anche l’atteggiamento opposto, al collasso del pensiero. La distinzione fra uomo e animale non è perfetta (e quando mai ve ne sono in natura?), ma è sicuramente una delle più rigide che la biologia ci offra, visto che Homo sapiens è l’ultimo sopravvissuto del suo genere e il suo parente più prossimo (lo scimpanzé) dista milioni di anni di evoluzione da lui. Se si nega la legittimità del processo che consiste nel formalizzare una distinzione almeno verbale fra le due realtà, descrivendo le caratteristiche comuni fra gli umani che non sono normalmente presenti nell’animale, allora finirà che non potremmo neanche dire che una pera e una mela sono due cose diverse: sono entrambe dolci, sono entrambi frutti … e poi cos’è un frutto? Non è forse un fiore modificato? Allora come facciamo a dire che un fiore è un fiore e un frutto è un frutto?

Certo, se ci chiudiamo in camera, bendiamo gli occhi e tappiamo le orecchie ignorando così l’esistenza di qualsiasi cosa che non quadri con le nostre idee, abbiamo raggiunto l’identità perfetta di pensiero e realtà negando la realtà.

Certo, una volta che abbiamo smesso di usare qualunque categoria e qualunque idea e messo da parte qualunque pregiudizio, ovverosia abbiamo smesso di pensare e ci siamo ridotti a puro istinto, abbiamo raggiunto l’identità di pensiero e realtà negando il pensiero.

In entrambi i casi abbiamo vinto, abbiamo conquistato il nostro scopo … Ma il prezzo è stato un po’ altino. Ma che importa? Anche lo scopo era alto. E bisogna capire che il filosofo, che quasi sempre è anche un metafisico, ragiona in questo modo (o per lo meno, in questo modo ragionano i miei avversari): tutto gira intorno ad una SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA, che a sua volta esprime in qualche modo quella dualità di approccio che ho descritto.

Dunque tutti i dibattiti particolari, che so, le adozioni a coppie omosessuali, la sperimentazione animale, l’eutanasia infantile, l’allevamento intensivo … non sono questioni che per se stesse siano degne di attenzione. Esse sono manifestazioni particolari, occasionali, di una latente SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA concernente l’adeguazione perfetta fra l’ideale e il reale, che essa sola è degna di attenzione. Dunque se io stringo un contratto di convivenza con un uomo invece che con una donna (perché il matrimonio è soltanto questo all’atto pratico: un contratto di convivenza e supporto reciproco), in realtà io sto affrontando la SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA della distinzione dei sessi! Cavolo, sono più potente d quanto pensassi, con una firma su un pezzo di carta io metto in discussione la natura stessa dell’uomo! Sono un Dio, cazzo! D’altro canto se faccio il dispetto di nascondere della carne nel piatto di un vegetariano non sto facendo solo uno scherzo deficiente, come pensavo, bensì sto affermando la mia posizione sulla SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA della demarcazione uomo-animale. Questo se sono fortunato, perché c’è caso addirittura che io stia dicendo la mia sulla SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA dell’esistenza della violenza e dell’oppressione, che rende quindi sciocca e vacua la molto-meno-suprema questione filosofico-antropologica della distinzione uomo-animale!

Suppongo che se mentre mi succhio un’ostrica mi ingoio un granello di sabbia quello sia un atto metaforico della mia scelta di campo all’interno della SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA del rapporto fra l’uomo e il suo pianeta; sono diventato Galactus il divoratore di mondi.

Alla luce di questa prospettiva si spiega faclmente l’atteggiamento che i miei avversari assumono immancabilmente verso di me. Se io dico ad una conferenza sulla sperimentazione animale che per me le questioni etiche in realtà sono questioni pratiche e politiche, ecco che “l’antispecista” avvocato Prisco (che sarà contento che finalmente sia riuscito ad imparare il suo nome) mi bacchetta:  “nonnonnò! Non puoi ridurre l’etica a una  volgare questione pratica, ad un semplice insieme di provvedimenti e decisioni provvisorie e circostanziali! È una cosa più ALTA, è una SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA!”  (non saranno state proprio quelle le parole, ma quello era il significato). E dato che non ci sarà modo e tempo di rispondere, non potrò mai obbiettare che se non è una questione politica, e non è pratica, né tanto meno è una semplice scelta personale, e nemmeno ovviamente è teologia perché siamo atei, ma è comunque una cosa più ALTA … Allora non mi è chiaro che cavolo è. Ma di che stiamo parlando davvero? Quando è che la SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA sarà giudicata abbastanza suprema da esser degna di discussione?[1]

Naturale che in questa ottica un po’ perversa necessariamente anche le questioni dell’omofobia e dell’antispecismo sussumono sotto uno stesso concetto universale, perché entrambe manifestazioni della SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA della distinzione categoriale che vede contrapposti Aristotele e Platone. Ed è dunque necessario individuare un metodo risolutorio di entrambe le questioni che risponda alla medesima formulazione della SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA.

Potrei benissimo dire che la questione dei matrimoni gay non ha nulla a che vedere con l’esistenza differenziata del maschile e del femminile, è semplicemente una scelta di convenienza sociale che renderebbe più piacevole vivere nella nostra società.

Potrei benissimo dire che la questione del vegetarianesimo ha a che fare semplicemente con un calcolo dei costi e benefici, personali e sociali, materiali ed emozionali, connessi al mangiar carne e al non mangiarla; e potrei dunque spingermi alla bestemmia suprema di affermare che fra me, che mi occupo di benessere animale ma non sono vegetariano, ed un vegetariano, non c’è nessuna suprema differenza filosofico-antropologica, ma solo una differenza nel grado e nel tipo di sensibilità rispetto alle questioni in esame.

Ma questo modo di ragionare è intollerabile per il “filosofo”. Per colui che ragiona da “filosofo” (che poi filosofo lo sia o meno è irrilevante) viene naturale come il respiro ricondurre il tutto ad un’unica suprema questione di somma astrazione. Un’astrazione tale che, se sottoposta ad uno scrutinio attento, si rivela vuota.

A ciò io contrappongo la mia modesta, e proprio per ciò blasfema, proposta: e se invece ci accontentassimo di qualcosa di meno della risoluzione perfetta della SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA? Se ci accontentassimo di ottenere un’uguaglianza approssimata fra pensiero e realtà, una somiglianza utile per i nostri scopi da adottarsi nei singoli casi specifici che dobbiamo affrontare?

Da quando mi occupo di biostatistica (non è un caso che questo sia diventato il mio mestiere: applicare perfette idee astratte ad una realtà mutevole e caotica …) non ho mai dimenticato la mia prima è più importante lezione: “un modello non è vero o falso, solo utile o meno utile”.

Quando descrivo i miei dati con un modello lineare sto solo dicendo che esso li descrive abbastanza bene da venire incontro a certi miei scopi.
Non sto dicendo che nella realtà le cose siano esattamente come le descrive quel modello; se volessi cambiare il modello per aderire perfettamente alla realtà avrei da lavorarci per millenni prima di poter inserirvi dentro tutte le (letteralmente) infinite variabili che lo determinano; se pretendessi invece che la realtà sia descritta perfettamente e senza alcun errore da quelle tre-quattro variabili che ho messo nel modello, farei un errore grosso come una casa, e non riuscirei mai a spiegarmi come mai quel farmaco che secondo il modello funzionava su qualche paziente invece non ha funzionato: “ah be’, la natura avrà sbagliato, mica io!”

Il mio modo di muovermi è strettamente pragmatico: cerco quella teoria che è al tempo stesso ragionevolmente “esatta”, perché contiene più informazioni possibile sulla realtà, e anche ragionevolmente “economica”, ovvero sia ancora di applicabilità abbastanza generale da essere di una qualche utilità pratica.

“Ma questa non è filosofia, è scienza!”

“Ma questa non è filosofia, è solo buon senso!”

Sapete che vi dico?

Avete perfettamente ragione!

Questo è il modo di procedere della scienza, che cerca di creare teorie che siano un compromesso fra la generalità e l’esattezza. E la scienza, come disse il saggio, “non è che buon senso accompagnato da solido ragionare”.

La scienza si sa accontentare del proprio essere approssimata. È la filosofia (o meglio, il resto della filosofia, visto che la scienza è una branca della filosofia) che non sa accontentarsi, è la filosofia che pretende che idea e realtà siano perfettamente identiche, ed è disposta a qualunque cosa pur di ottenere ciò.

Sono dunque consapevole che la mia posizione mi sistemi a margine dei dibattiti filosofici di cui sopra, per non dire fuori da essi. Ho notato in passato che gli antispecisti non mi rispondono mai, e neanche gli omofobi. La ragione principale per cui non lo fanno è sicuramente che non vogliono farmi pubblicità (perché non dimentichiamoci che ci sono battaglie politiche in corso qui, e quando c’è la politica in mezzo, la filosofia e l’amore per il confronto possono andare a farsi fottere, una lezione che ho imparato sulla mia pelle), ma è anche vero che non avrebbero nulla da rispondermi, perché io non entro nel “loro” dibattito filosofico. Piuttosto nego che il presupposto stesso di quel dibattito sia corretto, non mi interessa la loro SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA.

Quando mi capita di confrontarmi con questi soggetti in contesti in cui non possano svicolare agevolmente, mi trovo sempre in situazioni divertenti, perché mi scagliano addosso argomenti che non sono rivolti a me, ma “all’altra fazione”!

Gli omofobi mi accusano di voler cancellare la distinzione fra uomo e donna, quando io stesso ho criticato quel tipo di estremismo molto apertamente in passato; mi gettano addosso contro-argomenti per argomenti fondati sulla critica delle idee e che io non ho mai formulato o non in quella forma. Non è con me che se la prendono, il loro avversario predestinato non sono io.

E ovviamente non sono neanche l’avversario predestinato di un antispecista, come spiegavo qui. Io non ho mai affermato “il salto ontologico” fra uomo e animale, ad esempio; non ho mai neanche affermato l’impossibilità di concedere agli animali alcuni diritti, men che meno ho mai parlato di valore intrinseco dell’essere umano. Mi attaccano con argomenti che sembrano fatti apposta per rispondere ai metafisici cattolici, e probabilmente lo sono, ma che semplicemente non riguardano il sottoscritto.

La verità vera è che per chi è immerso fino alle orecchie in quel tipo di dibattito astratto ciò che dico è semplicemente non pertinente. Il loro è un dibattito filosofico in senso stretto, il mio è un discorso che in senso stretto è pratico-scientifico. Ovviamente, in senso lato anche il mio discorso è perfettamente filosofico, più filosofico del loro volendo, ma sicuramente più fisico che metafisico. Perché anche i filosofi che con più violenza si scagliano contro le “idee” sono comunque filosofi: idee sono le loro armi e idee è il loro pane, e di conseguenza rispetto ad uno scienziato resteranno sempre più “astratti” e più “metafisici”.

Dunque, non mi vedranno mai come un avversario filosofico, ma sempre e solo come un avversario politico. Il che, se vogliamo, è un riconoscimento di valore ben più grande. Penseranno che dal punto di vista filosofico io sia “contraddittorio” e non sapranno in che squadra mettermi.

E non verrà mai il giorno in cui capiranno che io non sono in nessun squadra perché non sto giocando al loro stesso gioco

Ossequi.

[1] In parentesi, dobbiamo notare anche che se davvero poi tu imposti il discorso come dicono loro, e cioè con una rincorsa all’astrazione sempre maggiore, ti accuseranno di aver “estremizzato il ragionamento in maniera illegittima”, un’accusa che ho ricevuto mille volte in risposta al mio video su youtube. Quindi devi essere più astratto di quanto non sei, ma comunque non più di quanto lo siano loro se no stai esagerando. Insomma devi fare esattamente come dicono loro per fare bene.





La Samarcanda dell'”antispecismo”

11 07 2015

Nei miei dibattiti con gli antispecisti nostrani la critica sportami più volte è l’accusa, più o meno velata, di non sapere quello che dico, di non aver letto i filosofi antispecisti più moderni, di essere rimasto ai “vecchi” Singer e Regan and so on.

Dovete sapere che malgrado i filosofi si compiacciano tanto del loro limpido ragionamento e del fatto che non cascano nelle fallacie logiche, chi li legge e li ascolta si accorge rapidamente che alla bisogna fanno quasi sempre ampissimo e competente uso di un po’ tutte le fallacie logiche mai scoperte. Questa che mi viene rivolta è un’accusa di incompetenza attraverso la quale si svicola dal dovermi rispondere nel merito delle mie argomentazioni; tutto lì, ovvero è una fallacia ad hominem presentata con stile. Si tratta di un tipo di fallacia interessante, perché somiglia molto ad un argomento legittimo (“il mio avversario non è degno”), ma pur sempre una fallacia. Molto banale, volgare, perfino.

Mi scoccia rispondere alle accuse ad hominem perché significa assecondarle; dirò soltanto per coloro che vi fossero interessati che ho letto varie cosine dei nostri antispecisti “moderni” e che, soprattutto, vi ho discusso direttamente, che è senz’altro il modo migliore per capire cosa pensano. Ma potete fingere, se volete, che stia soltanto tirando a indovinare, o che sia stato suggerito da uno spirito etereo dell’aldilà. Fate come più vi aggrada.

Più che altro però è importante rispondere ad un’accusa più pertinente rivoltami in questo merito: di non rispondere che ai vecchi argomenti di Singer e Regan, trascurando i “moderni sviluppi dell’antispecismo”.

In realtà non è proprio esatto che io trascuri gli antispecisti 2.0, visto che ho ampiamente risposto anche ad argomenti dei filosofi nostrani, come qui, qui, e qui (e se vogliamo anche qui; ma va detto che nella mia idea di “filosofia” la psicologia spicciola non ci rientra, e dunque non ci rientra nemmeno quando, come in questo caso, la faccio io). Tuttavia, è senz’altro vero che i miei dardi sono più di frequente scagliati contro gli antispecisti della prima ondata, soprattutto Singer, che sui vari emuli più recenti.

Perché?

Perché è lì che l’antispecismo concreto è arrivato. E da lì non s’è mai mosso di un millimetro.

Prima di approfondire quello che intendo dovremmo chiarire cos’è l’antispecismo, ma anche definire cosa sarebbe è già un passo complesso, perché ce ne danno mille descrizioni diverse: l’aderenza stretta ad una filosofia morale utilitaristica, un’azione politica che vorrebbe liberare il mondo intero da ogni forma di “oppressione”, una critica concettuale alla stessa distinzione uomo-animale, varie ed eventuali.
Se dovessimo prendere queste singole correnti di pensiero e seguirle fino in fondo indipendentemente, arriveremmo a conclusioni bizzarre e spesso opposte le une alle altre. Ciò che le accomuna tutte è semplicemente un generico, scomposto, disorganizzato amore per alcune specie di animali, accoppiato ad un progetto politico fumoso finalizzato a un qualche mutamento altrettanto fumoso dei rapporti uomo animale, che generalmente implica la rinuncia alla sperimentazione animale e alle cotolette.

Questa vaghezza rende lo “antispecismo” estremamente sgusciante sul piano dialettico; ma per ogni risicato punto in difesa che esso può guadagnare usando il giochetto di rispondere “mi avete frainteso, non sapete di che parlate!” a qualsiasi critico, perde dieci punti in consistenza e forza. L’avversario da colpire quando si vuol colpire “l’antispecismo moderno” è suppergiù una nuvola di vapore: impossibile ferirla, ma neanche lei ferisce mai te.

Ed ecco, questa è una delle ragioni, la più semplice anche se non la più importante, per cui io me la prendo di più con Singer: almeno è un avversario estremamente solido e ben identificato. Singer ha tanti demeriti, ma la sua filosofia è estremamente chiara, il suo sistema morale è ben definito, i suoi assiomi esposti con chiarezza, il suo progetto esplicito e univocamente collegato ai presupposti che dichiara.

Singer, e varianti sul tema (Regan e blabla) sono ancora oggi l’unico corpo fisico chiaro dell’antispecismo.
Certo, l’antispecismo nasce come anti-, e ciò vuol dire che si pone in partenza come antagonista, come contrario: è contrario allo “specismo”, ed è dunque definito solo in negativo, per natura. Ma in Singer questo antagonismo assume una forma forte e indipendente, altamente costruttiva: si prende pure la briga di dirci quali sono gli animali di cui ci dovrebbe importare e quali no! Ci mancano solo i Dieci Comandamenti! Negli sviluppi successivi non si aggiunge molto su questo piano; piuttosto si accentua l’elemento antagonistico: l’anti-specismo diventa sempre più anti-, e quel suo essere anti a poco a poco si configura come l’unico suo elemento aggregante.

Ma anti-cosa?

Dalla risposta a questa domanda si evincerà la ragione della sua debolezza costitutiva. Esso è contro lo “specismo”, ma che cosa sarà mai questo “specismo”?

Tenterò una definizione (anche se probabilmente ci sarà chi dirà “nonnonnò, hai sbagliato gli accenti”): banalmente, l’uomo sfrutta gli animali. Ciò accade a priori di qualsiasi filosofia o ideologia, specismi e antispecismi inclusi. È un animale, dunque sfrutta gli animali, più semplice di così si muore. Le formiche sfruttano altre formiche, le zecche sfruttano i cani, i lupi sfruttano i cinghiali, i ratti sfruttano i topi eccetera eccetera. Fatte salve le modalità peculiari della sua specie, ovvero l’alto livello di socialità e di tecnica che esso può applicare ai suoi scopi, Homo sapiens sfrutta gli animali come tutti gli altri. Banale.

Ma Homo sapiens è per sua peculiarità anche un animale astratto; la sua vita interiore ha grande importanza, le idee lo accompagnano in ogni momento della sua giornata come il pelo accompagna la volpe. L’uomo è in larga misura governato da queste idee; in particolare, la sua socialità lo ha portato a sviluppare nozioni di “giusto” e “sbagliato”, nozioni morali. Tali nozioni gli sono essenziali in ogni momento della sua vita, perché determinano se egli sarà/si sentirà accettato dai suoi simili, sarà/si sentirà in pace con se stesso, e via dicendo. Dunque, dati questi vincoli ideali cui è sottoposto, ha sempre avuto bisogno di avere delle giustificazioni ideali per ciò che faceva, delle “metafisiche”. Ha dunque costruito anche un’intera metafisica che giustificasse il suo sfruttamento degli animali. Lo “specismo”, direi.

Potrebbe sembrarvi strano leggere queste frasi sul mio blog; spero che nessun antispecista mi denunci per plagio … sì, sono perfettamente d’accordo con chi nota che l’uomo ha costruito metafisiche che giustifichino i suoi comportamenti dal punto di vista morale, qualsiasi comportamento. Sono anche d’accordo che tali metafisiche, che sono il cuore pulsante dello “specismo”, vadano abbattute.

Dunque io mi potrei a pieno titolo arrogare il titolo di filosofo antispecista.

Eppure, quando arriviamo alle rivendicazioni politiche, sono agli antipodi con gli autodefinitisi antispecisti. Come mai ciò accade?

Sapete la storia di Samarcanda? Vecchioni l’ha resa famosa con una sua canzone: durante i festeggiamenti per la fine di una lunga guerra, un soldato vede nella folla la Morte che lo osserva con  occhi cattivi. Allora il soldato corre dal Re, si fa dare il cavallo più veloce che egli possiede, e scappa via dalla morte, verso Samarcanda, dove arriva tre giorni dopo. Ma ecco che lì incontra la Morte che lo attende e gli spiega: i suoi non erano occhi cattivi, era solo sorpresa; lo aspettava a Samarcanda per quella notte, ma visto che tre giorni prima era così lontano temeva che potesse non farcela in tempo.
ratatouille-teoria-03Ecco, gli antispecisti si affannano molto a demolire tutte le metafisiche morali che giustificano il nostro sfruttamento degli animali. Corrono verso la loro Samarcanda, il luogo ove tutte le metafisiche speciste sono distrutte. Ma in questa critica radicale, non sorprende, sono sostanzialmente costretti al limite a distruggere tutte le metafisiche morali, perché avendo l’uomo sempre sfruttato gli animali, ha sempre costruito metafisiche che giustificassero la cosa.

Dunque, eccoci, le abbiamo distrutte tutte. Cosa resta?

Noi e gli animali, senza nessuna noiosa metafisica di mezzo. Eccola la Samarcanda verso cui corrono disperatamente. Noi e gli animali, noi i bruchi e loro la lattuga. Noi con le posate in mano, loro nel piatto. Oggi esattamente come ai tempi dei Cro-Magnon, sfruttarli ci conviene, e smettere di farlo ci causa solo perdite. Un bilancio chiaro e netto come pochi.

E io dico, continuiamo così, funziona benissimo. E tutti mi ascolteranno, perché è vero, funziona benissimo, e perché è vero, la società nel suo complesso avrà sempre bisogno di sfruttare gli animali e dunque sempre lo farà.

Nessun antispecista ha mai risposto filosoficamente a me (eccetto una volta, e sostanzialmente dandomi ragione, come forse avrete già letto…). E come potrebbero? Sono d’accordo con loro, solo più avanti. A Samarcanda ci sono io con la mia sugosa bistecca nel piatto e i miei guanti di coniglio, e ci sarò sempre, anzi, senza metafisiche ci sto molto meglio!

Il soldato non sa cosa lo attende a Samarcanda, crede di starsi allontanando dalla Morte, mentre le corre incontro. Così loro non si accorgono che le loro armi anti-metafisiche li conducono necessariamente, piano piano, esattamente dove sto io. Si rilassano tanto, non pensano che Nietzsche e Foucault siano pericolosi; dopotutto Nietzsche era vegetariano, e Foucault era così pacioso! Ma il nietzscheanesimo, la morte delle metafisiche, è realmente quella dinamite che dichiara di essere. E sorprende la leggerezza con cui vorrebbero fare i giocolieri col TNT.

Oh, sì, l’antispecismo si è spinto abbastanza in là  nella decostruzione delle metafisiche morali (anche se c’è stato molto di meglio in passato), è piuttosto avanti sulla strada per Samarcanda; ma cosa farà quando vedrà la Morte in faccia? Cioè, cosa si aspetta mai di trovare dopo che ha tolto tutti gli orpelli al comportamento umano? Troverà ovviamente la stessa cosa di prima, ma senza orpelli: se elimino lo specismo come sovrastruttura, ritrovo sotto lo sfruttamento animale come struttura portante. A Samarcanda, un giorno forse lo vedranno, gli uomini non dormono a fianco dell’agnello, se lo pappano ancora. Se lo pappavano prima di ogni metafisica, se lo papperanno anche dopo. I cristiani hanno solo cercato di rendere la cosa più poetica dicendo che li aveva autorizzati Dio, ma pensare che senza Dio smetterebbero è ingenuo; finché gli farà comodo continueranno. Se Dio lo vietasse esplicitamente, ecco, allora forse forse diminuirebbero … Per questo i primi, più furbi “antispecisti” hanno inventato una propria metafisica che includesse un tale divieto.

Ma senza metafisica si corre fra le mie braccia. Io non ho bisogno di combattere con gli antispecisti “moderni”, quelli che stanno avanzando sulla strada dell’antispecismo come anti-metafisica. Mi basta aspettarli qui comodo comodo con la falce in mano, dopotutto sono molto più antispecista di loro! Le loro armi sono tutte affilate contro la metafisica (almeno le armi filosofiche; poi ci sono varie contaminazioni di sociologia e psicologia … a quanto pare, al giorno d’oggi “filosofo” spesso non è uno che fa filosofia, ma uno che fa psicologia e sociologia, ovvero scienza, ma male), e quindi non v’è ragione per cui dovrei sentirmene colpito: sono le stesse che uso io, anche se io in modo più radicale.

Il problema non sono quelli che si stanno muovendo sulla strada decostruttiva, che dopotutto sono sul mio stesso percorso filosofico. Il problema sono quelli come Singer e Regan, perché loro si sono fermati a mezza strada: hanno decostruito parzialmente una metafisica per sostituirvene un’altra. L’antispecismo politico, quello veramente politico, ovvero l’incarnazione concreta della dottrina filosofica antispecista in tutte le sue forme, non può e non vuole arrivare a fare a meno delle metafisiche: gli servono, perché è un’ideologia e le ideologie si nutrono di metafisiche.

L’antispecismo concreto, quello che vuol dire qualcosa di preciso in senso morale, è fermo a mezza strada da qui alla capitale; una critica ad alcune metafisiche, ma non a tutte: è tutta una metafisica esso stesso. Una metafisica semplice semplice, teologica, direi. Della teologia ha tutti i tratti essenziali: ha un Dio (la natura), la sua dottrina del peccato originale (l’uomo che ha “inventato” la violenza e lo sfruttamento), una sua via per la salvezza (il veganismo), un’apocalisse (la profetizzata vittoria finale dei vegani sul resto del mondo), dei santi martiri (i saccheggiatori di laboratori e allevamenti che non vanno in prigione per la causa) … Ed è davvero tutto lì.

Le mie tipiche armi anti-metafisiche vanno benissimo contro tutto ciò. È un bersaglio grande e facile, non v’è ragione che vada oltre. Che volete che vi dica, che Maurizi mi scrisse apertamente che secondo lui essere vegani era meglio perché diminuiva la sofferenza anche se non la poteva ridurre a zero? Sì, me lo scrisse (non credo la conversazione sia ancora reperibile, ma so che vi fidate), e avrebbe potuto dirmelo uguale anche Singer, nessun progresso radicale sul fronte della critica alla metafisica. Sono ideologie e hanno bisogno di metafisiche, è ovvio che le usino.

Sono ancora molto lontani da Samarcanda, questi antispecisti …

Ma ho tempo. E chissà che un giorno non arrivino da me e magari, perfino, mi superino! Certo, più oltre di dove sto io inizia a sparire non solo la metafisica, ma anche la fisica, e superata la grande bufala dello scetticismo in ogni sua suadente forma (decostruzionismo, nichilismo e fideismo inclusi), più avanti resta solo la morte del pensiero. La beata animalità che Nietzsche amava …

Ce ne preoccuperemo a suo tempo. Frattanto, li aspetto qui comodo comodo; tanto ho fatto abbondante riserva di ‘nduja.

Ossequi.