Parliamo di Incel

2 06 2018

Il tema è diventato molto di moda. Non posso esimermi dal dire la mia a riguardo…

Detesto dover dare troppo background su un problema che vorrei approfondire. Sarò dunque molto conciso in questa parte, e googlate, se siete disorientati dal termine del titolo: il “movimento” Incel è quello costituito dai cosiddetti Involuntary Celibate, Celibi involontari. In sintesi, gente, prevalentemente di sesso maschile, che non riesce ad avere una vita sessuale. In realtà generalmente chi si autodefinisce incel ha problemi un po’ più profondi e caratteristiche più peculiari di così. Specificamente, direi che l’aspetto più interessante dell'”ideologia” incel è una complessa e cervellotica teoria sociobiologica secondo la quale la loro (indubbiamente sgradevole) situazione deriva da una serie di limiti biologici. Per farla breve, le donne sono “ipergamiche”, ovvero aspirano a fare sesso con maschi che siano attraenti (ricchi e/o belli) almeno quanto loro o di più. I maschi invece saranno ben disposti a far sesso anche con donne non particolarmente attraenti, sempre per ragioni biologiche.  Questo farà sì che, come usano dire loro, se le donne vengono lasciate libere di scegliere, finirà che il 10% degli uomini farà sesso col 90% delle donne, il che condanna loro, uomini poco attraenti, ad uno stato di minorità naturale.

La peculiarità, che avrete notato, di questa visione del mondo delle relazioni è la visione rigidamente “commerciale” della cosa, che dunque non lascia spazio all’intimità o al sentimento. Probabilmente è proprio questo il vero, più grosso problema degli incel. Quello, e una grossa dose di misoginia che non li rende esattamente dei bocconcini appetitosi per le fanciulle. E anche il fatto che occasionalmente un incel faccia una sparatoria costituisce un po’ un problema di immagine.

Ma fin qui, fino al dire che gli incel hanno spesso dei problemi psicologici seri, e che tutto questo teorizzare astruso non fa altro che alimentare circoli viziosi psicologici che sono concausa del loro status, ci arrivano tutti. Ancor più facile è dare del pazzo ad uno che ammazza dieci persone perché non scopa. Appunto, è molto facile e lo fanno già tutti.

Io, invece, voglio sempre andare un passo in là. Non mi posso fermare a dire che questi tizi sono semplicemente dei pazzoidi con dei disturbi di personalità, che i loro problemi non sono veri problemi, che dovrebbero prendere la cosa diversamente eccetera. Anche perché la risoluzione di un problema non può passare dal rinnegarlo. Si consideri, per far già piazza pulita di alcune semplificazioni un po’ sciocche, che qui parliamo spesso di gente che a quarant’anni è vergine; ecco, se arrivi a quel livello lì non è neanche strano che ti venga voglia di fare una carneficina, dai di matto. Il drive sessuale è uno degli istinti primari dell’uomo, è irrinunciabile; se non riesci a soddisfarlo come e quanto vorresti ci stai male, e se non riesci a soddisfarlo mai hai una situazione di disagio patologico, una malattia.

Ora, se a quarantacinque anni non hai mai toccato un partner (e non per scelta deliberata), e riesci a prenderla con filosofia…  beh, io ti faccio la òla, rappresenta un tipo di tempra spirituale ai limiti del superuomo. E d’altro canto se hai questo tipo di tempra spirituale, mi aspetterei che qualche contatto con l’altro sesso tu lo abbia avuto, prima.

Diciamo che con gli incel c’è il grosso rischio di confondere il discorso logico col discorso psico-logico. Dal punto di vista psicologico, le problematiche degli incel sono chiare, ed è chiaro anche il ruolo che il discorso logico che essi fanno, ovvero quello fatto dei vari giustificativi della propria situazione, ha nella funzione psicologica. La dinamica è la seguente: io, incel, scorgo un’ingiustizia nella mia situazione; analizzo alcune possibili cause della suddetta ingiustizia; trovo che le cause sono tutte esterne alla mia volontà, i.e. la società, la bruttezza, il femminismo etc.; mi risolvo ad autocompatirmi per il resto della vita oppure a fare una strage.

Something gotta stop the flow. Se si vuole rompere una reazione a catena occorre individuare gli anelli deboli. Spoilerone, sono il terzo ed il quarto. Ma attenzione perché invece i primi due sono molto, molto forti e non si può pensare il fenomeno incel a prescindere da quelli.

Ok, gli errori negli anelli 3 e 4 li sappiamo. L’anello 3 è sbagliato perché se uno è incel, di solito, le cause non sono tutte esterne. In particolare, se non fai altro che scrivere quanto sono inferiori e puttane le donne, c’è caso che non saranno arrapatissime da te. Per esempio. L’anello 4 invece è sbagliato perché, in ogni caso, anche laddove uno sia vittima di circostanze avverse, non può considerarsi perciò autorizzato ad autocompatirsi e basta, o a fare stragi. La mia filosofia in questi casi è che se la vita ti butta addosso il doppio o il triplo o il quadruplo del carico rispetto ad altri più fortunati, le alternative sono due: restare schiacciato oppure diventare due, tre, quattro volte più forte degli altri. L’incel generalmente preferisce farsi schiacciare… e ama molto anche lamentarsi della cosa, che è alquanto infruttuoso. La società può avere e quasi sempre ha delle colpe nelle ingiustizie che viviamo, ma, anche quando ciò accade, nostra resta la responsabilità di lottare per la nostra felicità; scaricare la colpa sulla società  o sulla biologia o su versioni artefatte delle due per giustificare la passività(-aggressività) non può e non deve scatenare simpatie nel prossimo.

Fin qui era relativamente facile. Purtroppo però anticipavo che anelli 1 e 2 sono invece molto robusti, così robusti che preferiamo non parlarne mai. Rimedio io.

Il punto essenziale è che la situazione che si trova a vivere un incel… è veramente ingiusta. Scandalosamente ingiusta. Pur con tutte le responsabilità che egli può avere, generalmente proviene da background psicologicamente molto oppressivi, spesso sessuofobici; in alcuni casi è effettivamente bruttino, o effettivamente disastrato economicamente. Inoltre, e qui ci azzeccano molto gli incel a fare il paragone col capitalismo, nelle relazioni e nel sesso vige spesso l’effetto San Matteo: una “partenza” sbagliata porta tendenzialmente ad un accumulo successivo di altri incidenti di percorso, la famosa spirale discendente o feedback positivo. Per questa ragione il “peso della sfiga” non si limita a crescere linearmente, a diventare il doppio, il triplo, il quadruplo, ma cresce esponenzialmente: si eleva alla seconda, alla terza, alla quarta. Dunque la circostanza sfortunata da cui si è partiti rischia di trasformarsi facilmente in una sorta di maledizione a vita, perché è difficile spezzare il ciclo psicologico che l’ha attivata.

Questa è la ragione per cui, generalmente, quando vedo qualcuno bloccato nella spirale discendente la prima cosa che faccio è solidarizzare con l’ingiustizia che vive. Se uno in una sola giornata si è rotto una gamba, ha avuto un guasto all’auto, è stato mollato dalla moglie e gli ha cagato pure un piccione in testa, avrà sacrosanto diritto ad una sfuriata, e avrà sacrosanto diritto a sentirsi dire da me “certo, però, che sfiga…”

Dopodiché continua così: “certo, però, che sfiga… ora però vediamo insieme cosa possiamo fare per migliorare la situazione, ok?”

Di quel “certo, però, che sfiga”, tuttavia, siamo sempre molto avari con gli incel. E perché mai?

È un problema a due facce. Essenzialmente, però, non ci piace ammettere che il mondo sia naturalmente ingiusto. In un mondo in cui si pensa di diventare vegetariani per far bene agli animali, ovvero si rinnega il concetto stesso di “male naturale”, è difficile ammettere che, semplicemente, non vogliamo o non siamo in grado di fare molto per far del bene agli incel, che al contrario degli animali sono membri della nostra società e dunque dovrebbero essere molto più a portata del nostro aiuto. Invece sono affidati principalmente a sé stessi. Più in generale, l’effetto San Matteo è una nozione raccapricciante per il senso di giustizia umano. Sei in ospedale e vedi questa signora che c’ha la leucemia, e non solo: due anni prima ha perso un occhio, e adesso le è morto pure il figlio in un incidente d’auto. È giusto così? Ovviamente no, ma succede, e infatti è la dimostrazione che Dio non esiste e il cosmo non ha concetti di giustizia. L’effetto San Matteo ripugna ogni nozione di equità, ma è un meccanismo alla base di una moltitudine di dinamiche sociali e naturali. Con un po’ di sforzo, possiamo accettare l’idea che la natura se ne freghi del nostro concetto di equità e metta in pratica simili abomini… ma accettare il fatto che anche noi stessi funzioniamo allo stesso modo?

Giammai. Inaccettabile. Specialmente negli ambienti progressisti, nei quali affrontare i primi due anelli della catena incel può essere davvero molto difficile. Dopo aver improntato ogni proprio discorso all’idea che il comportamento etico è quello fatto nel nome dell’equità, che nella società giusta ognuno riceve secondo i propri bisogni e dà secondo le proprie capacità, che addirittura siamo così avanti che possiamo iniziare a pensare di riformare in senso “equo” pure la catena alimentare… uno dei bisogni primari dell’essere umano è in balia dell’effetto San Matteo e non sappiamo farci niente. Prima di passare alle teorizzazioni folli dei redpill, prima di autocompatirsi, prima di fare stragi, gli incel avvertono semplicemente questo senso di ingiustizia, appropriatamente, e non sanno gestirlo. A questo problema mancano adeguate risposte sociali.

In questo senso va dato merito a quelle teoriche femministe che provano a proporre, da una prospettiva diversa, una via alla “giustizia sociale sessuale” che passa attraverso i concetti di body positivity, fat pride, la critica degli sterotipi estetici e via discorrendo. Un’idea lodevole, in sé, riformare i gusti sessuali per renderli più equi, ma personalmente io ho aspettative molto più basse di costoro sul genere umano. Infatti, non credo che alcuna di queste femministe si prenderebbe il tempo di provare anche solo a conoscere un incel. In certi casi, non si può dar loro torto: alcuni di loro sono veramente inapprocciabili, anche con tutta la buona volontà… E quindi, in un certo senso non dipende neanche da chi rifiuta, il rifiuto. Dipende solo da un’ingiustizia cosmica. Non avremo mai, a mio avviso, una “giustizia sociale sessuale”, il sesso non risponde a una dinamica di giustizia, anzi, è naturalmente sperequativo.  Per ottenere un effetto perequativo occorre nuotare contro una fortissima corrente.

Potremmo ammettere almeno questo: “ci spiace, ragazzi, siamo impotenti ad ‘aggiustare’ questo bug nella nostra natura che ci preclude la possibilità di dare a tutti il sesso di cui avrebbero bisogno quando ne hanno bisogno e nelle dosi che vorrebbero, sarebbe bello ma il comunismo sessuale non lo riusciamo a metter su”.

Di solito, non si arriva neanche a questo punto qui, ovvero riconoscere che, anche se il mondo del sesso e delle relazioni non è così mostruoso quanto lo dipingono gli incel, e comunque molto molto ricco di ingiustizia e ineguaglianza e Effetto San Matteo. Non ci esce proprio di bocca, ammettere che proprio attraverso sesso e romanticismo, queste cose così fighe, possano esprimersi ingiustizie così profonde. Anzi, addirittura generalmente al sesso affidiamo, nell’immaginario collettivo, il compito di riparatore dei torti! Nei film la ragazza viene provvidenzialmente “donata” all’eroe dal destino, è messa sul suo cammino e rappresenta una via di salvezza, è il dono di Dio all’eroe. L’amore (romantico, ovviamente) è la via di uscita dalla crudeltà del mondo. Al sesso e alla vita di coppia, dunque, il compito di riparare alle ingiustizie che viviamo in tutti gli altri ambiti della nostra vita.

Come si dice, “affidare la pecora al lupo”. Pessima, pessima idea. In realtà il nodo che non si scioglie qui, e che non si può sciogliere in nessuna maniera, è che al fondo di tutti i nostri tentativi di dare ordine etico al mondo c’è l’ingiustizia cosmica. Un nodo eterno e che dunque si cerca di obliare. Nel sesso, nell’amore romantico, noi in realtà riponiamo ancora quella fede che non abbiamo più in Dio: alla fine, nella sua saggezza, farà andare tutto bene.

Ed esattamente come faceva Dio, il sesso, per ogni buon raccolto che ti regala, ti dà tre eruzioni di Pompei. E anche a Dio qualche spiga di grano bastava, per passarla liscia per tutte le sue cattiverie.

 

Ossequi.

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L’orrore erotico di Junji Ito

26 03 2018

L’horror giapponese, tipicamente, si distingue da quello occidentale soprattutto per la sua maggiore attenzione agli aspetti psicologici. L’orrore made in Japan spesso non è un rappresentato da un mostro che ti insegue, quanto da un male che ti porti dentro, e non ti distrugge coi coltelli, ma col veleno.

E uno dei maestri indiscussi del genere è il mangaka Junji Ito.

Il sottoscritto lo ha scoperto per caso alcuni anni fa, incuriosito dall’aver letto il suo nome in alcune wiki. Dicevano fosse terrificante, ma i riassunti delle sue opere erano molto vaghi e non sembravano particolarmente orrorifici. Immaginate la sorpresa quando mi sono ritrovato, uomo adulto, vaccinato e non molto impressionabile, ad avere difficoltà a prendere sonno dopo aver letto una delle sue storie brevi più celebri: l’Enigma di Amigara Fault.

Trovo che il genere horror sia incredibilmente rivelatore rispetto al funzionamento della nostra psiche, e che Junji Ito sia, in tal senso, un genio (del male?) della psicologia. Dunque in questo piccolo saggio farò un breve excursus sull’autore, che illumina secondo me una serie di riflessioni interessanti sulla psiche umana, cominciando proprio da L’enigma di Amigara Fault (Attenzione: tanti spoiler).

La storia de l’Enigma è piuttosto bizzarra. La premessa è la seguente: in seguito a un forte terremoto emerge dal terreno una faglia. Niente di strano fin qui, se non che sulla parete piatta e omogenea spiccano decine o centinaia di buchi a forma di silhouette umane. I buchi in questione continuano indefinitamente all’interno della montagna, al punto che con una normale sonda non si riesce a raggiungerne il fondo. Ma la cosa ancora più strana è che questi buchi sono fatti a forma di specifiche persone. Vicino alla faglia si conoscono i due pratogonisti, Yoshida e Owaki. I due hanno saputo della faglia tramite la televisione, e hanno sentito un irresistibile desiderio di andare a vederla; una cosa comune a molti altri, tanto che intorno alla parete si è formato un assembramento di persone che sono lì esattamente per la stessa ragione-non-ragione. Appena arrivati l’incubo inizia: presto si scopre che molti di quelli che sono arrivati lì lo sono perché hanno creduto di intravedere in TV un buco che ha esattamente la loro forma. Uno alla volta, i presenti vanno alla ricerca del “proprio” buco e ci entrano, di propria spontanea volontà, sparendo nelle profondità della montagna per non essere mai più rivisti.

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Non passa molto perché Yoshida trovi anch’ella il proprio buco. Di fronte ad esso, la ragazza ha un inspiegabile attacco di panico; inizia a dire che quel buco è stato fatto per lei, che l’ha aspettata per intere ere geologiche, che lei prima o poi ci finirà dentro e resterà intrappolata come gli altri. Owaki la rassicura e dispone una serie di pietre a tappare il buco per mostrarle quanto non ci sia pericolo; e poi, come potrebbe mai la ragazza finire nel buco, se non entrandoci volontariamente, cosa che chiaramente non farebbe? Yoshida sembra tranquillizzata; i due passano due notti insieme, sta chiaramente nascendo qualcosa fra loro. Alla seconda Owaki si sveglia, Yoshida non è accanto a lui. Preda di un terribile presentimento, accorre al buco di Yoshida: la ragazza ha rimosso le pietre, si è spogliata e ci entrata dentro. Mentre si dispera, domandandosi il perché di quel gesto folle, Owaki incrocia con lo sguardo un altro buco: questo è il suo. Con calma, quasi stoicamente, scorda la tristezza, scorda in effetti qualsiasi emozione, si spoglia e vi entra, scomparendo a propria volta. Entrambi subiranno un fato peggiore della morte.

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Yoshida va nel panico davanti al “suo buco”

Non a caso questa è una delle storie più celebri di Junji Ito, nonché quella da cui parte il mio excursus. Contiene quasi tutti i temi cari all’autore. Il più potente e più sentito è il tema dell’inevitabilità del destino: finirai in quel buco, ti ha atteso da milioni di anni e lì dentro finirai. Inevitabilmente. Poi va a toccare praticamente tutti i terrori primordiali dell’uomo: l’isolamento, la claustrofobia, la nictofobia, il body horror. Ma la cosa che colpisce di più me, personalmente, è l’aspetto psicologico: l’orrore della compulsione.

La gente entra in quei buchi non perché costretta o non cosciente: vi entra perché ha un irrefrenabile desiderio di farlo, sente di doverlo fare, e vi entra di sua spontanea volontà. Yoshida è terrorizzata dal buco non perché teme che la insegua, cosa che un buco non può certo fare, ma perché sa già, al livello subcosciente, che sarà lei stessa a gettarcisi dentro, presto o tardi.

Se lo sa, perché non lo impedisce?

Ed è qui che si rivela il genio psicologico di ito. Quei buchi sono una manifestazione della forza più oscura, terrificante e potente che controlla l’esistenza umana: la marea informe, caotica e irrazionale dell’inconscio. Yoshida non vuole razionalmente e coscientemente entrare nel buco, ma il suo inconscio lo desidera con una potenza cui, semplicemente, ella non può resistere. L’inevitabilità di quel destino tragico risiede nel suo provenire non da fuori, ma dall’interno. È un male che ti sta dentro, ma non come un Mr. Hyde, che assume contorni definiti e perfino diventa indipendente da te: è un male che fa parte di te, che sei tu: Yoshida e Owaki entrano nel buco. Entrano perché lo vogliono, il loro inconscio lo vuole; e lo vuole perché deve punirli di un orribile crimine che hanno commesso in qualche vita precedente… ma questo crimine orrendo è anch’esso un crimine inconscio; non lo ricordano, non sanno neanche di che si tratta, e sappiamo che esiste solo perché… Owaki lo ha sognato. Il sogno finestra sull’inconscio. Dice qualcosa?

Tutto ciò che accade sfugge al controllo razionale, eppure sta accadendo tutto dentro di loro, ovvero nel posto sul quale dovrebbero avere il più grande controllo. Il terrore qui è scatenato dal fatto che Junji Ito ci mostra delle persone che non solo non hanno potere su ciò che accade intorno a loro (magari perché vittime di mostri, vampiri, spettri), ma che soprattutto non ce l’hanno su quello che succede dentro di loro. L’orrore sono loro.

Ci sono ancora un paio di temi importanti da sottolineare, qui; quello che trovo più interessante e più necessario a capire Junji ito è il ruolo dell’amore e della sessualità nelle sue opere.

Che ruolo ha l’amore, il calore degli altri esseri umani, ne “l’Enigma di Amigara Fault”? Owaki rassicura Yoshida e le da amore. Le dà anche un’elegante e tranquillizzante spiegazione del suo terrore per il buco: Yoshida è sempre vissuta sola, e per lei il buco rappresenta la solitudine. Ma ora non è più sola, non ha quindi più nulla da temere.

Ma Yoshida scappa silenziosa durante la notte e si infila nel suo buco di suprema solitudine. E subito dopo Owaki finisce a sua volta nel proprio buco.

L’amore qui è una promessa disattesa; il calore degli altri esseri umani non può aiutarti in alcun modo, se tu hai un buco che ti attende da quando sei nato, e hai l’ansia febbricitante di riempirlo. Yoshida e Owaki ripudiano la vicinanza reciproca in favore dell’autodistruzione, perché semplicemente questa viene da dentro di loro, e dunque è più forte dell’amore che invece sta fuori.

Ma c’è dell’altro da notare, e io mi concentrerei su questo aspetto, che vedremo anche nelle altre opere: il male, in Junji Ito, è spesso femmina. I buchi sono il male ne l’Enigma, e il buco freudianamente parlando è femmina. E esercita il suo male in modo femmineo, passivo: non ti insegue come il mostro di uno slasher movie, si limita ad attenderti, a spalancartisi davanti, ad attrarti come una pianta carnivora. E una volta che gli sei… che le sei entrato dentro, ella ti intrappola. E non ti uccide, fa molto di peggio: ti trasforma in un orrore vivente, tramuta la tua esistenza in agonia.

Ma se il male de l’Enigma è femmina metaforicamente, il male di “Tomie”, altra grande opera di junji Ito, è femmina nella maniera più esplicita; e non si può parlare di sessualità e amore in Ito senza parlare di Tomie. Tomie è la protagonista/antagonista di una lunga serie di racconti di Junji Ito; si tratta di una ragazza che ha il potere di sedurre invincibilmente qualsiasi uomo. Un solo sguardo di Tomie ti trasforma nel suo schiavo d’amore. Come usa Tomie questo potere? Per conquistare il mondo? Per ottenere denaro e fama? Nulla di tutto ciò: lei vuole solo ottenere una schiera infinita di schiavi d’amore; vuole sedurre e torturare psicologicamente qualsiasi uomo sulla terra; e questa sua fame di amanti non si ferma davanti a niente, non ha remore nemmeno nel darsi alla pedofilia e sedurre e molestare perfino i bambini. Ma il tratto più peculiare di Tomie, che la distingue dalla maggior parte delle “Sirene” e delle “Streghe” della fiction, è a cosa portano le sue azioni: gli uomini che ne cadono vittima vedono la loro passione crescere inesorabile; parallelamente, Tomie mette presto da parte la dolcezza iniziale e diventa sempre più gelida e sprezzante: maltratta, insulta, disprezza apertamente i suoi amanti, e ovviamente li tradisce con centinaia di altri. Questo, inevitabilmente, porta i suoi amanti a odiarla sempre di più e ad esserne sempre più gelosi, il che alla fine si risolve con un omicidio: Tomie viene sempre uccisa dai suoi amanti, e generalmente fatta a pezzi. Ma non ci si libera così facilmente di Tomie, per due ragioni: la prima è che la sua influenza è permanente, chi ne cade vittima una volta non è mai più capace di amare altre donne e vive tutto il resto dell’esistenza a desiderarla, spesso finendo ad autodistruggersi nel crimine. Ma soprattutto, Tomie rinasce sempre, anzi, si moltiplica: ogni pezzo di Tomie è capace di rigenerare una nuova Tomie per intero, identica alla prima. Non v’è dunque una sola Tomie, a questo mondo, bensì un intero esercito.

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Nella storia “Il Pittore”, un artista innamorato cattura la “vera bellezza” di Tomie.

Anche qui Ito ci colpisce sotto la cintura, anche qui abbiamo un qualcosa che scatena il nostro inconscio, che ci rende delle persone orrende, ci distrugge la vita… Ma qualcosa che è dentro di noi, Tomie ci entra dentro. Al contempo, Tomie è il male femmina. La sua passività è totale, ella non fa altro che farsi corteggiare, gli uomini vanno da lei, non è lei che va da loro. La passività di Tomie è portata così all’estremo che rovescia la dialettica tipica dell’horror, in cui il carnefice uccide la vittima: qui il carnefice è ucciso dalla vittima. Più e più volte, in un ciclo infinito di distruzione e autodistruzione. Tomie, a sua volta, rappresenta essa stessa quel desiderio di cui è oggetto; ella brama la propria dissoluzione, ella vuole essere uccisa e risorgere ogni volta. Ella stessa è vittima di sé stessa. E non scordiamoci che, da brava femmina, è una forza proliferante, che si replica. Ma non a caso, la sua procreazione è asessuata, e ogni Tomie odia tutte le altre Tomie, perché le vede come rivali. Metaforicamente ma anche concretamente, dunque, Tomie odia sé stessa e vuole vedere sé stessa distrutta e fatta a pezzi; l’importante è distruggere anche tutto ciò che ha intorno nell’atto.

Dunque abbiamo due mali, i buchi e Tomie, che sono entrambi femmine e passivi, e il loro unico potere, l’unico modo in cui distruggono le vite intorno a sé, passa attraverso il farsi desiderare, attraverso il subire, attraverso la sollecitazione dell’inconscio altrui, attraverso il farsi penetrare metaforico. Ed entrambi non sono mostri (almeno, non a vedersi, ma provate a scattare a Tomie una foto…), ma una volta che ti hanno catturati trasformano te in una pervertita mostruosità.

Non è un caso, a mio avviso, la scelta Di Ito di riferirsi tanto spesso alla sessualità e all’amore. Sono temi ricorrenti per lui, è la ragione secondo me è piuttosto ovvia: nella sessualità e nel sentimento l’inconscio si manifesta nella sua forma più libera e selvaggia. Attraverso l’eros si scatena la follia in una forma che è quasi considerata accettabile socialmente. Ed è un eros che nel suo farsi ossessione e febbre, sublima, si spoglia di concretezza: notiamo bene che non si vede mai, che io sappia, Tomie fare sesso. Sembra che tutti i suoi rapporti siano effettivamente privi di una sessualizzazione concreta, e si potrebbe ipotizzare che Tomie stessa sia del tutto incapace di piacere sessuale. Chiaramente non lo cerca, quello che fa è farsi desiderare eroticamente, ma mai possedere o toccare per davvero, se non per farsi uccidere. Tutti gli uomini che la incontrano dicono di essere follemente innamorati di lei, nessuno di loro dice di desiderarla sessualmente e basta. E come accennavo prima, anche un bambino cade vittima di Tomie e delle sue molestie sessuali, ma malgrado ella lo baci perfino sulla bocca, lui la chiama “mamma” (Freud qui sborrerebbe). L’erotismo vero è proprio è dilazionato, è altrove: quello che conta qui è solo il possesso; e chi si possiede meglio di un bambino? È dunque naturale che Tomie sia anche pedofila, e nella storia “Il ragazzo” Ito viola uno dei maggiori tabù del perturbante, descrivendo con raccapricciante dettaglio gli effetti devastanti di quella che è un’autentica violenza sessuale su minore; e per di più coglie il nucleo della malvagità dietro l’abuso pedofilo, che non è l’atto sessuale in sé (Tomie si “limita” in effetti al bacio in bocca, sul piano fisico) né la violenza fisica (che Tomie non pratica mai in quanto naturalmente “passiva”) ma tutto il contorno manipolatorio, la disparità di potere, l’astuzia tossica del seduttore che perverte per sempre la concezione dell’amore e del sesso del futuro adulto. Tomie manipola il bambino, lo seduce, trovando nel fatto che sia un bambino non un limite ma semmai il divertimento di una vittima ancora più facile da plagiare.

Il tema dell’amore perverso, dell’amore come possesso e dipendenza, come ossessione, come follia, torna ripetutamente in Junji Ito (che comunque risulta felicemente fidanzato, a scanso di equivoci). Anche nell’altra opera per cui è forse più famoso, la raccolta di racconti “Uzumaki” (“Spirale”). In Uzumaki il male assume forma, letteralmente: una forma geometrica, quella della spirale. La pacifica città di Kurozu-Cho viene maledetta dalle spirali, collegate a tutta una serie di terrificanti eventi. Un uomo diventa ossessionato dalle spirali al punto da passare tutto il proprio tempo libero a fissare spirali, finché un giorno non si suicida in una lavatrice, trasformandosi così, fisicamente, in una spirale. La moglie, dal canto suo, sviluppa una fobia per le spirali, tale che si suicida nel tentativo di rimuovere le spirali dalle proprie orecchie.

Anche la scelta di questa specifica forma non è casuale: la spirale è il simbolo dell’autodistruzione. La spirale dell’alcol, la spirale della droga. A Kurozu-Cho la gente inizia ad essere divorata dall’interno da spirali, da vortici di autodistruzione che è impotente a fermare perché non vuole fermare davvero: l’unico a rendersi conto di ciò che sta succedendo è Shuichi, un ragazzo un po’ strano che è capace di “vedere” le spirali maledette, ma non viene mai ascoltato e dunque non può far altro che assistere impotente alla distruzione che si sparge incontrollata, alla discesa nella follia del mondo che lo circonda.

La storia forse più famosa di questa raccolta è “la Cicatrice”, in cui una bellissima ragazza di nome Azami inizia ad essere divorata viva da una cicatrice a forma di spirale che ha sulla fronte. Anche qui l’orrore fisico riflette quello psicologico: Azami conosce Shuichi, ma questi vede subito, grazie al proprio sesto senso, la spirale sulla sua fronte, anche se è ancora piccolissima: ne è terrorizzato, scappa da lei è le ingiunge di abbandonare subito Kurozu-Cho per salvarsi. Ma è troppo tardi, Azami è già maledetta. La sua spirale, la spirale psicologica di Azami, è un amore malsano per lo stesso Shuichi che si sviluppa immediatamente, non appena lo vede. Non solo i tentativi di lui di allontanarla falliscono, ma fanno solo aumentare l’ossessione di lei, che addirittura si trasferisce vicino a lui per potergli fare stalking meglio. La spirale non fa che crescerle dentro l’anima, e allo stesso tempo le cresce dentro il corpo, scavando un profondo buco sulla sua fronte. Parallelamente, è vittima della spirale di Azami anche il povero Okada, un ragazzo che invece è innamorato in modo malsano di lei e, nelle sue stesse parole, se ne sente “risucchiato”.

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Azami divorata dalla spirale.

Alla fine, al culmine dell’ossessione, Azami usa Okada per riuscire ad avvicinarsi a Shuichi. L’inganno riesce, ma l’obbiettivo della spirale non è certo dar vita ad un rapporto: solo divorare tutto. La Spirale, che ormai ha divorato tutto il viso di Azami, risucchia dentro di sé anche Okada, uccidendolo, dopodiché, mentre Shuichi si rifugia su un albero, divora completamente la stessa Azami, che viene ridotta al nulla. Ritorna l’inconscio scatenato che si manifesta attraverso un’inestinguibile passione, un irrefrenabile desiderio narcisistico di possesso sessuale dell’altro che consuma tutte le persone coinvolte. Anche qui, la voce della ragione, Shuichi, si rivela del tutto impotente ad aiutare gli altri; e anche se riesce per ora a salvare sé stesso, non potrà riuscirci per sempre, soprattutto quando la spirale inghiottirà veramente ogni cosa…

Quindi l’amore per Ito è una promessa disattesa (l’Enigma), oppure una pulsione distruttiva e autodistruttiva mirata al possesso del prossimo (Tomie), una tossicodipendenza che ti risucchia via la vita (Uzumaki). Junji ito non offre niente di meglio?

Un pochino sì: qualcosa c’è nella storia “Twisted Souls”, sempre parte della serie sulle spirali. Due ragazzi vivono una storia d’amore tormentata perché ostacolata dalle rispettive famiglie, Romeo e Giulietta style. Anche stavolta Shuichi vede chiaramente la maledizione della spirale aleggiare sugli eventi. Un giorno i due amanti commentano su come le loro famiglie siano “avvinghiate” nel loro odio reciproco, e osservano per caso due serpenti intrecciati fra di loro: “combattono, come le nostre famiglie”, commentano lì per lì. Poi si rendono conto che non stanno affatto combattendo: sono maschio e femmina. Stanno facendo sesso. I due serpenti cadono nel vuoto, ancora avvinghiati fra di loro.

Sotto consiglio di Shuichi, i due decidono di lasciare la città. Finalmente una cosa sensata, pensano Shuichi e il lettore, ma le loro famiglie li fermano, li inseguono e infine li braccano su una spiaggia. Di fronte alla prospettiva di essere separati per sempre, i due ragazzi fanno qualcosa di folle e fisicamente impossibile: trasformano i propri corpi in forme nastriformi e si annodano inestricabilmente fra di loro, come i serpenti di prima. Nessuno potrà mai più separarli, nemmeno loro stessi. Le rispettive famiglie ora capiscono che il punto non è separarli, ma salvarli: ma è troppo tardi: come una specie di serpente a due teste, i visi malinconici, i due si gettano in mare per non essere mai più rivisti.

L’amore qui appare ancora come qualcosa di potenzialmente devastante e autodistruttivo, ma senza rinunciare, stavolta, ad un certo romanticismo di fondo: è chiaro che i due protagonisti vogliono soltanto potersi amare, genuinamente. Ma è altrettanto chiaro che la maledizione della spirale qui ha due facce: da un lato si manifesta nell’odio reciproco delle famiglie, dall’altro nell’amore dei due, che per reazione diventa malsano. Puoi vivere il tuo amore anche se le tue famiglie ti ostacolano, sembra dirci la storia, ma il prezzo sarà di annodarsi insieme, di diventare un unico inestricabile groviglio, una mostruosità a due teste… e scappare nel mare, esclusi da tutto e da tutti, profondamente infelici. Ma insieme.

Come potrebbe questa storia non toccare le corde del cuore di un omosessuale italiano? La fuga da una società malsana diventa un amore malsano, simbiotico, dal quale ormai è impossibile divincolarsi, anche volendolo. L’altro diventa tutto, si vive e si muore insieme.

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I due amanti si “intrecciano”.

Per trovare un vero messaggio di speranza bisogna cercare una storia che parli esclusivamente di passioni d’amore: “Gli incroci”. In una città del Giappone, perennemente immersa nella nebbia, vi è la moda di praticare la crucimanzia: ci si ferma agli incroci nei giorni di nebbia e si domanda al primo passante qualcosa sul futuro di un amore; la formula è tipicamente “il mio amore porterà frutto?”, e la risposta è considerata affidabile, a mo’ di oroscopo. Purtroppo fra gli incroci, nei giorni di nebbia, si aggira un bel ragazzo vestito di nero dall’aria inquietante. I suoi pronostici sono sempre cattivi, e soprattutto si avverano sempre, in effetti sono più che altro delle maledizioni. Per esempio un giorno, Reishi, amica dei protagonisti Midori e Ryuusuke, fra cui c’è dell’attrazione, domanda al ragazzo degli incroci se l’amore dei suoi due amici porterà frutto. Il ragazzo le risponde che dovrebbe preoccuparsi del proprio, di amore. Da quel momento in poi Reishi si scopre follemente innamorata di Ryuusuke, che però non ricambia, arrivando al punto di perseguitarlo ovunque vada; a poco a poco l’ossessione la divora, inizia a perdere la salute, il viso si fa emaciato. Di fronte all’ennesimo rifiuto, Reishi si taglia la gola con un tagliacarte. Il tema ormai ricorre chiaro: l’amore che diventa la spoglia sotto la quale si nasconde un inconscio tormentato, una desiderio sopito di autodistruzione che culmina con la sua realizzazione massima: il suicidio.

La differenza qui è che Ryuusuke decide di contrastare il bel ragazzo vestito di nero con i suoi stessi mezzi: si veste di bianco e si aggira per gli incroci “intercettando” le vittime prima che incontrino il ragazzo vestito di nero, e dando loro ottimi consigli e parole di incoraggiamento. Un bel ragazzo vestito di bianco che ti dice qualcosa di bello, per contrastare un bel ragazzo vestito di nero che ti maledice e avvelena. Forse per la prima volta leggo in Junji Ito di forze spirituali positive che si scontrano con quelle di segno opposto e possono perfino vincere.

Ed è qui che sorge spontanea la domanda: nel mondo di Junji Ito è ammesso un inconscio positivo, che non cerchi di avvelenarci e distruggerci, ma invece di aiutarci? Sembrerebbe di sì, ma forse semplicemente a Ito non interessa molto parlarne, perché lui scrive horror e gli preme farci rabbrividire, non di farci sorridere. Il più delle volte, almeno.

La forza salvifica dell’amore vero fa capolino qua e là anche nel suo mondo così malvagio e caotico; di solito viene nascosto o assimilato da pulsioni malsane che lo rendono invisibile o addirittura lo convertono nel male assoluto… Ma a volte è comunque lì…

Forse si capisce meglio il punto di vista di Junji Ito sull’amore se si leggono i fumetti comici che ha dedicato ai suoi gatti e alla sua fidanzata: Junji Ito è un amante dei gatti, ovvero dell’indipendenza e dell’autonomia. Forse per questo ci mette in guardia da un amore che ti annulla e ti rende dipendente dall’altro, e da una sessualità predatoria che ti rende schiavo.

Consiglio recepito, Junji, consiglio recepito…





L’Ora Legale

31 08 2017

Qualche giorno fa ho visto il film “‘L’ora legale”, praticamente una fiction su quello che è successo a Marino a Roma. Riassunto della storia: un sindaco “onesto” viene eletto per riformare l’amministrazione di Petrammare, una città di merda completamente dominata dall’illegalità, dal traffico, dalla sporcizia e dall’inefficienza, portandovi la legalità. Quando inizia davvero a farlo, però, praticamente tutti gli abitanti (qui sta l’unica differenza con la vicenda reale di Marino, che in realtà seppur odiato dalle caste romane era alquanto apprezzato dalla popolazione) iniziano a vedersi toccati i propri interessi, e danno il via ad una sollevazione popolare che conduce alla fine alla cacciata del sindaco tramite uno scandalo-pretesto montato ad arte, e ad un ritorno dell’illegalità.
Diciamo che potevano anche inventarsela qualcosa, Ficarra e Picone, dai.

Complessivamente, non ho apprezzato molto il film, né condivido i giudizi positivi della critica. Cominciamo col dire però quali siano i suoi lati positivi: per cominciare, il problema su cui attira l’attenzione è dannatamente attuale; il film ricapitola praticamente la persecuzione di Ignazio Marino ad opera di tutte le caste e tutte le forze politiche, una persecuzione così spietata che ha visto in prima fila a portarla avanti lo stesso Matteo Renzi, oggi visto come una specie di unico baluardo contro il populismo ma che a Roma è stato il re dei populisti. Un tema indubbiamente interessante di cui discutere. Questo è positivo.
L’altro lato positivo è che la “morale” della storia muove almeno oltre una certa rappresentazione dell’Italia e del sud in particolare da parte degli italiani cui siamo abituati; ricordo per esempio il film “Ieri, oggi e domani”, in cui una Loren venditrice di sigarette abusiva a Napoli elude la galera facendosi mettere ripetutamente incinta, con l’approvazione aperta di tutta la città e il palese compiacimento della regia, come se l’illegalità fosse sostanzialmente un grazioso elemento del folklore locale. Quel film mi disgustò.
Almeno ne “L’ora legale” la situazione viene descritta con un po’ di amarezza/rassegnazione, e c’è da parte degli autori, almeno sulla carta, l’intenzione di stare dalla parte del “sindaco onesto”. Questo è già un progresso, almeno non ci sguazziamo beatamente, nell’illegalità.

Purtroppo l’intento a mio avviso fallisce per mancanza di coraggio e per via di un’impostazione sbagliata della sceneggiatura. Il film riesce a farci vedere il punto di vista dei cittadini che non vogliono più “l’onestà”, punto di vista che sulla carta vorrebbe condannare, onde condannarci tutti… Ma è così ansioso di farci capire quel punto di vista che finisce, inevitabilmente, per esserne apologetico. L’arrivo del sindaco onesto Natoli, da quanto ci viene mostrato nel film, a parte rendere la città un po’ più carina, sembra davvero una specie di catastrofe naturale: l’industria più importante della città viene costretta a chiudere, gli affari iniziano ad andare male più o meno per tutti, gli stessi protagonisti, interpretati da Ficarra e Picone, che gestiscono un bar in piazza, si trovano a perdere clienti e infine si vedono chiudere l’attività. in sostanza, l’arrivo della legalità sconvolge e distrugge l’intero equilibrio economico-sociale del paese, che era basato sul sistema della corruzione, dell’imbroglio, della truffa, dei “favori”, delle raccomandazioni e via discorrendo. Di positivo accade che la città effettivamente è più pulita e carina, ma a parte questo l’arrivo del sindaco sembra effettivamente una disgrazia, e la sua fissazione per il rispetto delle regole finisce con l’apparire stupida, fuori dal mondo e finanche dannosa, in un posto in cui l’intero ecosistema socioeconomico si basa sull’illegalità (Marino again).
Insomma il messaggio del film si riassume così: “sì, è vero, le regole in teorie andrebbero rispettate, la legalità sarebbe una cosa bella sulla carta. Però nella pratica vi sono equilibri che si reggono sull’illegalità diffusa e pensare di cambiarli è sì una buona intenzione, ma è anche un’idea sciocca e fuori dal mondo destinata al fallimento”. Con la postilla: “eh, purtroppo è così, non è che ci piace ma è così”.Risultati immagini per l'ora legale recensione

Però per un film che tutto sommato sembra volerci fare la morale, questa è veramente una pessima morale da fare. È vero, ci sono ecosistemi, come quello romano ad esempio, che di fatto si reggono sul malcostume dei favori, delle caste, delle raccomandazioni, dell’inefficienza. In un qualche modo “funzionano”, nel senso, non è l’apocalisse nucleare quello che succede a Roma: è semplicemente una città sporca, puzzolente, scomoda ed invivibile, ma sarà pur sempre meglio di Pyongyang. Non è la Shoah se rimane così. Però sarebbe molto meglio se venisse riformata, e col giusto polso e la giusta astuzia politica, quel sistema potrebbe e dovrebbe essere riformato. Ne guadagnerebbero tutti gli abitanti, nel complesso. Mi si vuol far credere che veramente Petrammare/Roma può funzionare solo se si infrange la legge? Che effettivamente l’equilibrio migliore e più sano per gli abitanti è quello, sporco, puzzolente, sprecone, inefficiente, che si è già trovato? Che se aspiri a qualcosa di meglio, alla fin fine, sei benintenzionato ma un povero coglione?
Perché nel momento in cui mi si mostra che il sindaco onesto Natoli sostanzialmente demolisce il tessuto sociale della città, senza farvi corrispondere alcuna seria contropartita, mi stai dicendo che in effetti coloro che lo vogliono far dimettere hanno tutte le ragioni di volerlo fare… Anche se poi vorresti dirmi che hanno torto, che sono dei mostri, la situazione che descrivi è una in cui hanno delle ottime ragioni. Certo, nella realtà perché un’insegnante di scuola dovrebbe avercela anche lei col sindaco Natoli? Forse la obbliga a lavorare di più? Può essere, ma la tiene anche meno imbottigliata nel traffico, le fa trovare meno cacca di cane per strada, le fa respirare un’aria meno cancerogena, le fa fare file più brevi alle poste e al comune; inoltre fa risparmiare un sacco di soldi alle casse pubbliche, che poi possono essere usati, per esempio, per diminuire il costo dei mezzi pubblici o per costruire aree attrezzate per i bambini o per ammodernare le stesse aule della scuola rendendole il lavoro più confortevole… E i due baristi che perdono i clienti perché gli impiegati comunali, ora che devono lavorare davvero, non possono più andare al bar? Lasciamo stare che ci sono sempre le pause per andare al bar… Ma i primi a guadagnare da una città più pulita e ordinata sono proprio gli operatori coinvolti nel turismo, perché la città diventa più attraente. La legalità non è meglio dell’illegalità soltanto sulla carta e nelle teorie dei filosofi morali: la legalità fa stare tutti quanti meglio; è stata inventata apposta per quello, per il bene comune, i.e. per il bene di tutti. Nel film però questo non si vede per niente; si vede solo una bella piazza linda e pulita: scegliete una piazza linda e pulita o mille posti di lavoro? Anche io, che sono piuttosto onesto e tengo all’ambiente, sceglierei il posto di lavoro, ma il punto è che non sono affatto cose mutualmente esclusive.

Marino… cioè, Natoli, ci dicono gli autori, in teoria è buono e bravo, ma nella pratica, è rigido, ottuso e non si rende conto di portare più danni e fastidi che benefici, nel contesto in cui è calato. La sceneggiatura insiste continuamente sul suo essere fuori dal mondo e sostanzialmente idiota: Natoli non ha mai una battuta interessante, e quando gli viene chiesto di dar ragione dei suoi provvedimenti non prova nemmeno a giustificarli in modo pratico, sa solo dire che “sono le regole e vanno rispettate”, come se nemmeno lui sapesse perché esistano, queste regole. La scelta di un Vincenzo Amato completamente incapace ed inespressivo per interpretarlo mette la ciliegina sulla torta sull’opera di rendere il personaggio completamente impermeabile alla simpatia: il giudizio più lusinghiero che si possa dare ad una persona così priva di personalità ed intelligenza come Natoli sarebbe “è un buon coglione”. Entrare nel suo punto di vista è completamente impossibile; di fatto come punto di vista ci viene somministrato solo quello dei cittadini insoddisfatti e insofferenti alla legalità che però, diciamolo, almeno hanno una personalità e hanno un po’ di senso pratico, mica come quell’imbecille del sindaco che vive nel mondo di My Little Pony. Però, che Ficarra e Picone ci credano o meno, di spiegarci quel punto di vista lì non ve n’è gran bisogno; gli italiani, specie del sud, conoscono già perfettamente le “ragioni dell’illegalità”, visto che le vivono tutti i giorni, spiegarcele ulteriormente mi pare abbastanza superfluo.

Ora, come diceva Schopenahuer, se la teoria differisce dalla pratica, è la teoria ad essere sbagliata; il messaggio del film finisce con l’essere, in sostanza, che la legalità è una bella idea senza applicazione pratica. Marino… Cioè, scusate, Natoli, non poteva avere successo perché la legalità nell’ecosistema di Roma… cioè, scusate, Petrammare, non può funzionare e i cittadini per primi non la vogliono per davvero perché, sebbene amino lamentarsi, in realtà stanno bene così. Ma che messaggio è? Lo sappiamo già cosa è successo a Marino e perché è successo, le abbiamo viste le manifestazioni inscenate dai parassiti di Roma al grido di “Marino dimettiti”, quando era stato accusato, e poi assolto, di aver caricato un po’ i rimborsi per spese di rappresentanza nella città di Mafia Capitale. Il problema non è che la legalità a Roma non possa funzionare, è che per implementarla ci vuole una certa astuzia politica, visto che se ci provi ci sono gruppi di interesse che faranno di tutto per distruggerti.

Poteva il film essere sviluppato in maniera più interessante?
Secondo me sì; sarebbe stato più interessante vedere, per esempio, cosa succederebbe se venisse fuori un Marino che oltre alle buone intenzioni ha un po’ di astuzia politica in più per metterle in pratica.
Certo, mi si potrebbe dire che, proprio sapendo cosa è successo a Roma, il fatto che il film si sviluppi in questo modo è realistico: il sindaco benintenzionato ma troppo ingenuo viene distrutto dai gruppi di interesse cui ha pestato i piedi. Ok, ci sta. Ma allora vorrei almeno vedere la vicenda dal punto di vista della vittima più che da quello dei carnefici, visto che quello dei carnefici è quello che ci hanno propinato tutti i telegiornali per mesi.

Quello che accade nel film è, invece, che l’atteggiamento di rassegnazione allo status quo, che già di suo sarebbe discutibile, si tramuta in adozione del punto di vista del furfante, addirittura con l’identificazione del cittadino comune col furfante e infine con una sottile apologia dello status quo, e alla fine della visione si resta dubitanti: ma Ficarra e Picone condannano lo status quo o sotto sotto se ne compiacciono? Non è che forse loro stessi sono i primi che amano lamentarsene ma tutto sommato ci sguazzano?
Perché se, come sostengono molte recensioni del film che ho già letto, il film vuole essere uno specchio della mostruosità di ognuno di noi, è anche vero che in uno scenario in cui tutti sono mostri nessuno è davvero mostro…

Ossequi.





Fissazione anale

16 01 2017

La signora Silvana De Mari (tecnicamente sarebbe dottoressa, ma a mio avviso costei è già tanto se la chiamo signora) è recentemente assurta agli onori della cronaca grazie ad una sua straordinaria capacità personale: quella di produrre stronzate in quantità tale che, se inventassero un motore che funziona a stronzate, con un giorno di lavoro sarebbe in grado di provvedere al fabbisogno energetico della Cina per il prossimo cinquantennio.

Intendiamoci, secondo me le stronzate sono una forma d’arte, specie quando raggiungono espressioni così divine. Ma è difficile guadagnarsi da vivere con l’arte, sarà per questo che la De Mari si guadagna da vivere come endoscopista, ovvero infila sonde nel culo alla gente. Non so come se la cavi da endoscopista, probabilmente bene visto che da ciò che dice sembra trasparire una passione sconfinata per gli ani altrui e per le loro vicende; ma sono sicuro che con la produzione di stronzate se la cava pure meglio.

Il punto, pur non mettendo in dubbio le doti personali di cazzara della signora, è che purtroppo occorre dire che di stronzate l’umanità è sempre in surplus, quindi la nostra non ha davvero niente di particolare per cui dovrebbe meritare la nostra attenzione; è vero però che sta avendo i suoi, dolorosissimi per noi dotati di neuroni, quindici minuti di celebrità, quindi possiamo usarla come spunto per fare un pochino di informazione come si deve.

Dunque, se dovessi riassumere i contenuti della sparata media della De Mari in una serie di parole chiave, esse sarebbero: ano, feci, retto, colon, fisting. Praticamente non fa altro che parlare delle cavità anali del prossimo. Vabbe’, io faccio statistica di lavoro, parlo spesso di statistica, ma non ne parlo sempre, questa pare proprio ossessionata.
Certo non è l’unica appassionata di sesso anale (come argomento intendo, ma che avete capito?!) che troviamo nel mondo ultracattolico e in generale omofobico. Avete mai sentito termini come “culattone” e “culo” o “buco” per riferirsi agli omosessuali? Addirittura in quegli ambienti lì si continua a parlare di “sodomia” come sinonimo di omosessualità, non è una sorpresa.

Problema principale: è un’identità semplicemente FALSA.

Io per primo sono omosessuale al 100%, ma quando iniziavo a scoprirmi una delle mie preoccupazioni era che, oltre a non essere etero, e quindi non rientrante nelle aspettative sociali sugli etero, pareva che non rientrassi neanche in quelle sugli omosessuali. Non avevo mai fatto nessuna fantasia sul sesso anale; non mi interessava l’idea di penetrare un altro maschio, men che meno mi interessava l’idea di esserne penetrato: sempre odiato anche solo le supposte. “Ma se sei gay, prima o poi ti toccherà farlo il sesso anale”, mi diceva una vocina interiore. Come tanti, anche io avevo interiorizzato gli stessi stereotipi su di me: essendo gay, devo fare sesso anale, anzi, addirittura, essere gay=fare sesso anale.

1hrsqnNon che non ci abbia mai provato, a farlo, o che non abbia raggiunto una certa apertura mentale (purtroppo solo mentale e non anale) a riguardo, nel tempo. Una volta l’ho anche fatto, da attivo. L’ho trovato noiosissimo. Probabilmente, come in tutte le pratiche sessuali, il divertimento dipende anche da chi c’è dall’altra parte, perché contrariamente a quello che continua a ripetere la signora, forse per auto-convincersene, il sesso omosessuale come tutto il sesso si fa in due, è un atto eterodiretto, è un rapporto. Ho incontrato persone con cui quel rapporto ha funzionato, e altre con cui non ha funzionato; la mia unica esperienza anale rientrò nella seconda fattispecie, probabilmente con un’altra persona sarebbe andata meglio.

Comunque, fra una cosa e l’altra, non ho più fatto sesso anale per vari anni. In compenso ho avuto altri rapporti sessuali veramente fantastici. A sentire la signora mi sa che non sono manco omosessuale, visto che sembra non concepire proprio la differenza fra sessualità anale e omosessualità.

Ma sarò io una mosca bianca? Sono l’unico gay al mondo che sta benissimo senza sesso anale e non lo cerca e non lo pratica?

Io ne ho conosciuto e conosco parecchi così. Quindi sicuramente non sono un alieno, si tratta anzi di una cosa estremamente comune.

Quanto comune?

Vi prego, se la De Mari o il suo tutore legale stanno leggendo tengano pronti i Sali per rianimarla: secondo uno studio del 2011, circa il 62% dei maschi omosessuali non pratica mai il sesso anale[1]!

[Piccolo edit: mi è stato fatto notare che lo studio di Rosenberg non si riferisce al sesso anale mai fatto in tutta la vita, ma solo al rapporto più recente. Non prova dunque che la maggioranza dei maschi omosessuali non lo pratichi mai; quello che prova è solo che il 62% dei maschi omosessuali non lo considera una pratica sessuale irrinunciabile e, verosimilmente, non lo pratica con regolarità. A posteriori, pareva in effetti una percentuale troppo alta; per esempio io stesso, che non pratico il sesso anale, una volta nella vita l’ho provato, quindi è logico pensare che quelli che lo hanno fatto “almeno una volta” siano parecchio numerosi, al punto anche di sovrastimare moltissimo il numero di coloro che poi lo praticano di fatto con regolarità.
Altri studi suggeriscono che la percentuale dei maschi omosessuali che non praticano sesso anale sia di uno su quattro o uno su tre [2,3,4]. Chiaramente si tratta comunque di una percentuale enorme e sufficiente da sé a sfatare il mito secondo cui omosessualità = sesso anale.]

Parliamo di omosessuali casti che non praticano mai sesso? No, perché il 72% pratica invece il sesso orale, quindi il quadro più ragionevole è che almeno metà dei maschi omosessuali sessualmente attivi non pratichi il sesso anale (delle lesbiche non parliamo nemmeno, perché come tutti sanno le lesbiche per l’integralista cattolico non sono vere omosessuali, ma sospetto che non pratichino il sesso anale neanche loro).

Il confronto con gli eterosessuali ha risultati ancora più impietosi, perché stando ad altri dati che non presento gli eterosessuali praticano il sesso anale perfino di più degli omosessuali. Ma lasciamo da parte il confronto, i confronti sono sempre difficili da fare e da interpretare; già il crudo dato è sufficiente: se almeno un omosessuale sessualmente attivo su due non pratica il sesso anale significa che l’uguaglianza sodomia=omosessualità è pura fantasia.

Quando una fantasia diventa stereotipo, a mio avviso, è sempre d’uopo domandarsi il perché, e io credo che la ragione sia l’approccio eteronormativo alla sessualità omosessuale, non a caso solo a quella maschile perché si presta particolarmente. Molti, sia eterosessuali che omosessuali, tendono a vedere la sessualità omoerotica come una specie di “imitazione” di quella eterosessuale. La sessualità eterosessuale, a propria volta, è piagata dal cancro cattolico prima e psicanalitico dopo che la ha codificata secondo il vecchio paradigma della genitalità: il sesso è la pratica riproduttiva.

Questa visione è vecchia come il cucco e oggi non ha più alcuna base scientifica. Ovviamente il sesso può avere una funzione riproduttiva, ma nei primati superiori ha anche una funzione sociale e ricreativa. Senza contare che, ovviamente, il fatto che ci sia una teleonomia evolutiva in una certa struttura o comportamento non vuol dire affatto che vi sia in esso un’intenzionalità, ovvero una finalità, ovvero una normatività. Ma quando parliamo di soggetti come la De Mari dobbiamo ricordarci che abbiamo a che fare con gente che o non ha capito l’evoluzione oppure la rigetta o più di frequente entrambe le cose, quindi si capisce perché continuiamo a sentire ‘ste stronzate su “a cosa serve il sesso”, “per cosa dovrebbe essere usato il sesso” e “cosa vuole la natura” (che, non essendo una persona, non ha volontà e non vuole proprio niente).

Insomma, se il sesso vero è la penetrazione vaginale e solo quella, e il resto sono una specie di imitazioni, be’, allora viene spontaneo pensare al sesso anale come la cosa che ci si avvicina di più. L’ano è vicino a dove sta la vagina, la posizione in cui si fa l’amplesso è molto simile, il movimento durante l’atto, “la monta”, pure è qualcosa di ubiquitario fra tutti i mammiferi… e infatti molti di loro praticano anche il sesso anale omosessuale, per inciso.  Dunque si spiega la fissazione di molti omofobi contro il sesso anale, e la loro cecità a tutte le altre forme in cui si esprime la sessualità omosessuale, che peraltro sono anch’esse in gran parte sovrapponibili a quello che fanno gli eterosessuali. E da qui viene anche l’esclusione delle lesbiche da qualsiasi considerazione: se non c’è la penetrazione, non c’è  il sesso!

E invece c’è eccome.

Beninteso, io non ho assolutamente niente contro il sesso anale, infatti penso che prima o poi lo rifarò, se troverò la persona giusta con cui provare di nuovo. Ma quello che mi preme sottolineare è quanto queste persone che si improvvisano esperti di omosessualità perché hanno infilato sondini nel culo alla gente siano semplicemente ignoranti che non sanno niente di omosessualità, e probabilmente molto poco di sessualità in generale: una percentuale enorme, se non la maggior parte, degli omosessuali, non fa sesso anale, o quanto meno non lo fa regolarmente. Scendi per strada, vai a conoscere un po’ di omosessuali, possibilmente non solo quelli cui hai infilato roba nel retto, e ti fai un’idea vera. E magari, ma FORSE EH, leggere anche qualche studio sull’argomento può aiutare. Capisco che il Catechismo dice già tutto quello che serve nella vita, ma se uno vuole capirne qualcosa di pompini e inculate forse il Catechismo della Chiesa Cattolica non dovrebbe essere il testo di riferimento.

Ovviamente poi uno stereotipo tira l’altro, dallo stereotipo che gli omosessuali scopano tutti in culo poi ne discendono vari altri. La De Mari per esempio pare molto scandalizzata dal fatto che sui siti gay si parli anche di pratiche sessuali molto non convenzionali, come il fisting, il pissing, lo scat; mi pare di capire che sia entrata in contatto perfino con la masturbazione uretrale (se non sapete cos’è non la cercate, io se potessi vorrei tornare indietro e non saperlo XD). Lo stereotipo qui è che i gay facciano tutte le peggio “schifezze”.

Non è vero. Certo uno stereotipo mediamente vero sul mondo gay c’è: siamo un pochino più aperti a parlare di sesso. È anche una necessità, visto che dobbiamo difenderci da HIV, ma un po’ discende secondo me dal fatto che un omosessuale nella propria vita si trova necessariamente a dover problematizzare e esteriorizzare la propria sessualità, mentre un eterosessuale può il più delle volte lasciarla un po’ dietro le quinte. Quindi a noi omosessuali i giochi sessuali con feci e urina fanno in media schifo come in media agli etero, ma siamo probabilmente, sempre in media, un po’ più spigliati a parlarne. Siamo anche più disinvolti a praticarli? Non saprei, forse un po’ sì, sempre in media ovviamente. Questo non significa certo che tutte le pratiche di cui parliamo siano comuni; ho conosciuto tanti, e aiutatemi a dire taaanti gay, con alcuni ho parlato anche di questioni piuttosto intime concernenti la sessualità. Non ho mai incontrato nessuno che praticasse scat o pissing (ripensandoci, ne ho conosciuto uno… ma per converso ho conosciuto anche un’eterosessuale cui piaceva, e considerando che con gli eterosessuali parlo di sesso molto di meno che coi gay, è significativo che ne abbia comunque trovato uno cui piace il pissing, si vede che non è così raro). Non è una cosa comune, ovviamente. Sappiamo per certo, d’altro canto, che gli eterosessuali lo fanno, seppur anch’essi molto molto di rado …“Two girls one cup”, mai sentito? Regista eterosessualissimo, signori miei.

Ma c’è un altro passo avanti che dobbiamo fare nel discorso, e cioè sottolineare come, se anche tutti gli omosessuali facessero scat e pissing, non sarebbero cazzi che riguardano la De Mari.

Il problema nel fare questo passo è la famosa incomunicabilità, un meccanismo di blocco mentale. Se una ti dice una cosa così:

A te cosa ti cambia se loro sono contenti? Mi cambia perché due tizi o tre che si tirano le feci addosso e che lo scrivono stanno profanando la loro umanità e la mia, stanno spargendo batteri fecali in giro, se hanno fatto il fisting dovrò curargli l’incontinenza fecale a spese de sistema sanitario loro hanno il diritto di farlo e io ho il diritto di affermare, scrivere, che lo trovo immondo.

Io non sono in grado di risponderle, perché per me questa cosa non ha alcun senso, non c’è comunicazione fra un cervello che funziona come il mio e uno che funziona (?) come il suo. Tralasciamo per un momento il discorso del Sistema Sanitario che è chiaramente pretestuoso, ma mi spiegate come faccio a “profanare l’umanità” della De Mari se una sera mi chiudo in camera mia e decido di fare qualcosa anche di, diciamolo, abbastanza disgustoso, come spalmarmi addosso le feci? Non le cambia proprio niente, non sono cazzi suoi e punto. Lei non avrebbe neppure alcun modo di sapere che lo sto facendo. Potrebbe benissimo conoscere eterosessuali che lo fanno, ma ovviamente lei non lo sa perché non glielo vanno a dire e non ha modo di saperlo. Che lei si senta violata da quello che due adulti consenzienti fanno a casa loro è un problema psicologico solo suo, non certo degli altri.

L’incomunicabilità fra persone come me persone come la De Mari è fondamentale, perché abbiamo di fronte una persona che giudica con una facilità sconcertante. Mi fa quasi paura. Io non avverto questa necessità di dare giudizi etici su tutto, esistono sfere del privato in cui non c’è niente da giudicare, e quello che fanno due adulti consenzienti in camera loro rientra nella fattispecie. Ti fa schifo l’idea dello scat? Se vuoi saperlo fa schifo anche a me, e molto; credo nessuna forza su questa terra potrebbe convincermi a praticarlo. Ma questo non ha alcuna rilevanza, nulla toglie alla dignità e al valore in quanto persone di chi invece lo trova divertente. Lo so che dire ad un ipercattolico che in certi casi ci può anche fare i cazzi propri e astenersi dal giudicare è veramente un’esagerazione (nonostante qualcuno la cui opinione essi dicono di tenere in alta considerazione sconsigliasse caldamente di dare troppi giudizi …), ma è così.

E per quanto riguarda le spese sanitarie… suvvia! La carne! Il prosciutto! È cancerogeno, è stato dimostrato. E allora? Spero che la De Mari non sia anche vegana, non sarà una di quelle che dicono che non dobbiamo mangiare prosciutto perché se poi ci viene il cancro pesiamo sul SSN, mi auguro. Il fisting è ovviamente una pratica poco salutare, oltre che molto poco comune, ma ci sono un sacco di cose poco salutari che si fanno perché le si trova piacevoli; quindi no, non sono fatti suoi se una coppia pratica il fisting. Il discorso poi diventa pazzesco se cerchiamo di applicarlo a tutte le cose che ha detto. Spargere batteri fecali in giro? A parte che come ben sa la signora i batteri fecali sono essenzialmente Escherichia coli, e a meno che non te la metti negli occhi o in bocca o su ferite aperte non fa proprio niente, ma davvero pensa che uno che pratica lo scat dopo non si faccia manco la doccia? Una sciacquata e i pericolosissimi batteri fecali se ne sono andati. Per non parlare poi del pissing: a meno che non vi siano gravi (e di norma molto visibili) infezioni delle vie urinarie in corso, la pipì è completamente sterile, la puoi letteralmente usare per lavarci le ferite; il che significa che farsi urinare addosso è cento volte meno pericoloso, per dire, che farsi venire nella vagina. Chi fa pissing pesa sul sistema sanitario meno della signora.

Ti fa schifo la cosa? Sopravvivremo, ma ancora una volta non sono cazzi tuoi, e hai voglia a gridare che invece lo sono, non lo sono, punto. Poi che uno possa farsi anche i cazzi degli altri, e be’, quello purtroppo succede d continuo; c’è la vicina che spettegola su chi ti è venuto a trovare in casa, c’è la signora che ti vede per strada e spettegola su come ti sei vestito, c’è la signora che ti infila il sondino in culo e spettegola sulle condizioni del tuo colon. Dobbiamo farcene una ragione. Il punto è che l’idea di farsi i fatti propri è del tutto aliena a certe persone: devono sparare sentenze su tutto, incluso e soprattutto ciò che non conoscono. E magari si limitassero a quell’attività, che è già abbastanza dannosa; di solito si mettono pure offendere e a spargere pregiudizi e vere e proprie menzogne per danneggiare le persone.

Certo ognuno ha i suoi hobby, personalmente non vorrei giudicare la signora se lei si diverte pontificando sull’ano delle persone. Ma chi non vuole essere giudicato, disse qualcuno, non deve giudicare…

Ossequi.

 

[1] Rosenberger, J. G., et. al. Sexual behaviors and situational characteristics of most recent male-partnered sexual event among gay and bisexually identified men in the United States. Journal of Sexual Medicine. (2011); 8:3040–3050.

[2] McWherter, D.P. and Mattison, A.M. (1984). The Male Couple: How Relationships Develop. Englewood Cliffs, NJ: Prentice-Hall.

[3]Zazola-Licea, et al. “Sexual behavior patterns and HIV risks in bisexual men compared to exclusively heterosexual and homosexual men.” salud pública de méxico 45 (2003): S662-S671.

[4] Wei, C. et al “Preference for and maintenance of anal sex roles among men who have sex with men: Sociodemographic and behavioral correlates.” Archives of sexual behavior 40.4 (2011): 829-834





L'”avvocata” e altre parole che non mi piacciono

27 06 2016
Tempo addietro leggevo un articolo di una femminista che lamentava come, nei sondaggi, anche intervistati che si identificavano pienamente con tutte le battaglie femministe rifiutavano la denotazione di femminista. La ragione, diceva l’autore in soldoni, è che laggente sono scemi e non capiscono cosa significa femminismo.
No, la ragione vera è che la gente si rompe i coglioni di leggere cose come questa virgolettata qui sotto. Il tema è l’uso di certe forme femminili che tendono a suonare stonate nella popolazione, come ministra, sindaca, avvocata (brrr), chimica, fisica.
 “continuare a escludere dall’uso le forme femminili è di fatto discriminatorio, perché questa scelta non si fonda su ragioni linguistiche, ma nasconde un pregiudizio. È come affermare, indirettamente, che determinati ruoli rimangono una prerogativa maschile”.
L’articolo originale è qui.
Dunque, in sintesi, se a me “avvocata” fa cagare sangue è perché ho un pregiudizio sessista contro le avvocate donne. E’ da notare, però, che nella frase predente ho scritto “avvocate”, letteralmente senza accorgermene lì per lì. Dunque “avvocate” mi piace, ma “avvocata” no. Ricordiamocelo per più tardi.
Ora, ovviamente, se parliamo di sessismo inconscio, così inconscio che non si vede mai se non quando dico “giovane avvocatessa” invece di “giovane avvocata”, la sua esistenza è qualcosa di infalsificabile. Posso affannarmi a cercare di dimostrare che non ho pregiudizi contro le avvocate, ma si potrà sempre dire che sotto sotto, al livello impercettibile ci sono (povero Popper).
Sono disarmato di fronte a questo tipo di accusa, un sessismo così inconscio potrebbe teoricamente essere dentro di me, seppur la sua esistenza o inesistenza mi pare di ben poco rilievo pratico se si limita al fatto che non dico “avvocata”. Tuttavia, questo me lo si deve riconoscere, se questo sessismo sottile esiste in me, è un sessismo stranissimo.
Non ho nessun problema a parlare di avvocate, al punto che mi “sfugge” nel discorso. Avvocata invece al momento mi fa l’effetto di un chiodo fra le palle. Quindi le avvocate mi piacciono solo se sono tante? Non assumerei un’avvocatessa, però ne assumerei due?
Personalmente mi viene molto naturale, parlando di ricercatrici nel settore chimico, parlare di chimiche; e curiosamente mi suona bene anche al singolare, “una chimica”. Ma “ingegnera chimica” mi fa venire il cagotto. Dunque, stando al ragionamento di cui sopra, io ho dei pregiudizi nascosti contro gli ingegneri chimici donna ma contro le ricercatrici che si occupano di chimica invece no; nonostante nella mia testa abbiano tutt’e due a che fare con roba che puzza e scambia elettroni e indossino tutt’e due occhialoni protettivi. Che altro, vediamo… ah, sì, non avrei nessun problema ad avere un’idraulica donna; strano, non mi sembrava un lavoro tradizionale da donne; se devo immaginarmi una donna avvocato mi viene molto più facile che a immaginarmene una idraulico; ma a quanto pare il pregiudizio vero ce l’ho contro le avvocatesse, non contro le idrauliche; e questo nonostante debba ammettere che una donna vestita da idraulico un po’ in testa mi stoni, al livello subconscio. Vuoi mettere una donna in salopette e abiti sporchi con un’elegante signora in tailleur? Credo di essere una delle dieci persone al mondo più lontane dai pregiudizi sessisti, ma devo ammettere che l’idraulica in salopette mi causa un impercettibile senso di stonatura che non mi causa la donna avvocato in tailleur. Se un sottilissimo pregiudizio ce l’ho, sarà contro le donne idraulico, non contro le avvocate. Avrei problemi ad avere una ministra, invece, a quanto pare. Non sono sicuro se avrei problemi ad averne più d’una però, perché ministre mi suona già più carino.
Ok, basta con le stronzate, è evidente che non può logicamente esserci un pregiudizio culturale alla base di un pattern così caotico e insensato. Dicono che escludere certe forme del femminile non ha senso; nell’articolo sopra si cita ad esempio l'”avvocata nostra” nel Salve Regina (trascurando il fatto che le preghiere generalmente non rappresentano una forma di linguaggio colloquiale, ma piuttosto un registro arcaico e altamente formale), dicendo che se ha senso nella preghiera non si vede perché non dovrebbe averli in tribunale.
A parte che ci sono ottime ragioni per aspettarsi registri diversi se sei un cristiano che supplica quella che per te è la figura più sacra dopo la Trinità in una preghiera preformulata, piuttosto che se stai facendo due chiacchiere con gli amici … posso benissimo riconoscere all’autrice della frase almeno un punto importante: non c’è nessun senso in questa scelta! Come non c’è nessun senso nel fatto che io parli indifferentemente di avvocate o avvocatesse, ma mai di un’avvocata. E’ semplicemente la gradevolezza interamente soggettiva del suono a determinare le mie preferenze linguistiche, così come quelle di chiunque altro. O forse altri fattori soggettivi che intervengono di volta in volta; magari, dico magari, nel mio caso non ho problemi a parlare di idraulica proprio perché ho dei pregiudizi contro l’idraulico donna, e allora sottolineo il fatto che è donna con una -a in desinenza proprio per la “stranezza” dell’idea, cosa che non sento il bisogno di fare quando invece parlo di un avvocato donna come di un’avvocatessa o semplicemente di un avvocato; magari proprio perché in quel ruolo lì una donna mi pare perfettamente intercambiabile ad un uomo non la declino al femminile. Non dico che sia così, ma guardandomi dentro è una possibilità ragionevole, sicuramente più sensata che pensare che abbia pregiudizi contro le avvocate donne. In ogni caso non sono io a volere trovare una logica particolare dietro l’uso di queste parole e addirittura una discriminazione più o meno volontaria.
Quando dico “avvocatessa” o “avvocato” per parlare di donne sono completamente innocente di sessismo. Forse non lo sono del tutto quando parlo di un’idraulica, invece. Tuttavia mi tocca sentirmi dire da certe femministe che siccome non dico “avvocata” allora sotto sotto sono un po’ sessista. Perdonate se mi viene da mandarla un po’ affanculo una persona che mi lancia accuse del genere completamente ad mentulam canis?
Sì, sono sicuro che lo capite tutti. E allora forse prima di andare a dire che la gente è scema e non capisce il significato della parola femminismo o di essere piena di pregiudizi sotterranei ma così sotterranei che non si vedono se non quando si parla di cazzate di nessun rilievo pratico, sarebbe il caso di rivedere certe questioni di immagine interne al femminismo, guardarsi un attimino allo specchio prima di lanciare accuse all’esterno, insomma.
Perché alla fine su questo aspetto, come su quello dell’asterisco di cui parlai in un articolo ormai vecchio, la mia idea è che si tratti di questioni e battaglie assolutamente idiote che però fanno danni collaterali in termini di immagine del movimento.
Per me i problemi sono ben altri. E attenzione, non lo dico come gli omofobi che parlano dei matrimoni gay, che dicono che non bisogna farli perché ci sono problemi più importanti e poi paralizzano il parlamento tre mesi a lavorare su una cosa che si poteva risolvere in una settimana, dimostrando che invece per loro i problemi sono proprio quelli e non “ben altri”.
Io dico che sono davvero ben altri, io dico che “avvocata” o “avvocatessa” non è proprio un problema di sessismo. E sono così convinto che i problemi siano ben altri, che tutto sommato sono disposto perfino a cedere e usare “avvocata”, se proprio una mi dice che ci soffre così atrocemente a sentirsi chiamare avvocatessa. Non riuscirete a convincermi, mi spiace, che questa questione è degna di essere annoverata fra i “problemi delle donne in Italia”; ma se proprio vogliamo ostinarci a trattarla come tale, dobbiamo aspettarci un certo tipo di reazioni nella gente che sono del tutto ragionevoli e normali.
Per la precisione, dobbiamo aspettarci che la gente si faccia l’impressione che le donne in Italia non abbiano problemi veri e seri di cui occuparsi, e per questo pensino a ‘ste minchiate qua, e che le femministe e i femministi godano a cercare di vedere maschilismo e discriminazione anche dove chiaramente non ce ne sta per il gusto di fare le vittime.
Queste false impressioni (almeno, la prima è falsa, sulla secondo inizio a nutrir dubbi), contrariamente a sciocchezze come l’uso di avvocatessa in luogo di avvocata, danneggiano veramente la condizione delle donne nel nostro paese nonché l’immagine del movimento femminista. Che poi, diciamolo, per quanto riguarda l’immagine del movimento femminista in realtà me ne sbatto anche un po’ il cazzo, ma confesso che, in un paese pieno di donne maltrattate e spesso non protette adeguatamente dalla legge, in un paese dove il sesso femminile è ancora assurdamente sottorappresentato in politica, in un paese in cui l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza è messo in forse da una legge ridicola sull’obiezione di coscienza, e potrei continuare a elencare problemi femminili come tutti ben sappiamo, sentirmi dire che esiste il problema del maschilismo nell’avvocatessa… ecco, devo dirlo, mi pare perfino irrispettoso verso i problemi seri.

Sono sicuro che mi perdoneranno per questo mio limite tutte le avvocate che hanno tentato il suicidio per l’onta di essere state chiamate avvocato. Cercate di capirmi, ho il pene; sono disposto ad assecondarvi se me lo chiedete ma purtroppo questo genere di assurde sofferenze non le posso comprendere appieno. Posso capirne altre, magari, ma sull’avvocata avete beccato il mio limite di empatia.

 

Ossequi.




Puttanate sul rapporto prenatale

5 05 2016

 

L’argomento è un po’ passato di moda ora che le unioni civili sono praticamente state approvate e, conseguentemente, gli omofobi hanno completamente dimenticato l’abbbominioh dell’ “utero in affitto”; tuttavia le stronzate sono come le buste di plastica: dopo che le immetti nell’ambiente restano in circolazione per diecimila anni. Ho pensato dunque che fosse il momento per fare un po’ di debunking serio sulla questione del cosiddetto rapporto prenatale.

Presentiamo il problema, per cominciare. Sappiamo che l’integralismo cattolico, con abile mossa, è riuscito a trasformare il dibattito sulla stepchild adoption a coppie omosessuali in un dibattito sulla gestazione per altri a pagamento. Sul tema ho già scritto in passato, ma non ho mai preso l’argomento dal punto di vista strettamente scientifico, nonostante su questa cosa abbiamo visto mettere in giro le peggio stronzate, anche da parte di presunti scienziati. Perfino un tele-psichiatra di cui non ricordo il nome (definisco tele-psichiatra uno psichiatra di dubbissima competenza che è reso famoso solo dalle comparsate in TV) andò ad un dibattito sulle unioni civili in TV con Monica Cirinnà a sostenere una cosa tipo che “il rapporto prenatale fra madre e figlio è un legame innegabile e indistruttibile la cui recisione danneggia inevitabilmente entrambi”, affermando che si trattasse di indiscutibile evidenza scientifica. Per non parlare poi degli esperti scientifici prêt-à-porter come la Tatangelo, che scrisse su facebook che il legame prenatale fra madre e figlio è una realtà indiscutibile per confermare la quale non c’è bisogno della scienza, lo si sa “per istinto”.
È quello che dicono tutti gli ignoranti che vogliono avere opinioni forti senza prendersi il disturbo di studiare seriamente quello di cui parlano; si inventano che non c’è bisogno di studiarlo perché hanno la Scienza Infusa.

Ora, non ho scelto il titolo a caso: tutta questa storia del legame indistruttibile fra madre e figlio prima della nascita è una PUTTANATA. Non è vero proprio PER NIENTE.

Chiariamo ovviamente che, indiscutibilmente, una madre che aspetti un figlio desiderato fa della gravidanza l’oggetto di un forte investimento emotivo, tale che essa diventa nella sua vita un’esperienza carica di molti significati romantici. Il fenomeno in questione, che in Italiano viene spesso chiamato attaccamento prenatale e in Inglese viene chiamato Maternal-Fetal Attachment (MFA), è studiato, conosciuto e effettivamente si verifica nelle madri che si identificano fortemente nella propria maternità.

Nulla voglio togliere alla profondità e alla bellezza di questa esperienza EMOTIVA. Ma si tratta di un’esperienza emotiva e va ben distinta dalla biologia sottostante.

Un primo passo per rendersi conto di quanto poco il fenomeno abbia a che fare con la biologia è leggere l’esperienza di una madre surrogata. Vediamo cosa dice qui, per esempio:

In questo momento sto aspettando i gemelli di una coppia tedesca che nasceranno tra sei mesi. È la quarta volta che ospito nel mio ventre i figli di chi non può partorirne. Oltre a quello di mio figlio, nove anni fa, ho avuto altri tre parti: due singoli e uno gemellare. Con questo fanno quattro. E io mi ricordo solo quello in cui è nato il mio bambino: un vero e proprio salto nel buio, in cui non sapevo minimamente cosa fare né come avrebbe reagito il mio corpo. Dopo dodici ore di travaglio, molta ansia e preoccupazione, avere in braccio mio figlio è stata una delle emozioni più forti che abbia mai provato. Con gli altri parti è tutta un’altra cosa: so già cosa fare, so come reagisce il mio corpo. Ed è molto più facile perché so cosa accade.

Durante le gravidanze che faccio per gli altri genitori non penso mai: “Questo figlio è mio, me lo tengo”, perché so dal primo momento che non lo crescerò, che lo partorirò e poi lo darò ai suoi genitori. So che porto avanti la gravidanza per altri. Anche adesso, quando sento i gemelli muoversi, quando ho le nausee e mi duole la schiena, non si crea quel legame materno che ho avuto fino da subito con mio figlio. Certo sto attenta a cosa mangio e mi tengo curata ma mi dico: “Ci sono due persone che si prenderanno cura di lui, è per loro che lo faccio”.

Lo voglio ribadire: io ho un solo figlio, la più grande gioia della mia vita. Gli altri che ho messo al mondo sono i figli di qualcun altro. Non mi ricordo né il giorno in cui sono nati né se erano maschi o femmine, nemmeno quanto pesavano. Non mi interessava e non mi interessa. Questi bambini non hanno niente di me, non hanno il mio dna, non verranno educati da me. Io li ho solo partoriti, ho aiutato chi naturalmente non lo poteva fare. E aver visto gli occhi pieni di gioia delle mamme e dei papà ai quali li ho consegnati è una delle cose che mi rende felice e serena. Per me mio figlio è così importante: perché non aiutare gli altri ad averne? Cosa c’è di male?

Questo passo rende benissimo il fulcro del concetto attraverso la testimonianza: la madre surrogata di cui si parla qui ha sperimentato l’MFA quando attendeva il SUO bambino, ma non lo sperimenta mai quando fa la surrogata. Questo accade perché è una specie di madre degenere e pazza, un titolo questo che l’integralismo e le mamme sentimentalone alla Tatangelo dispensano con incredibile facilità?

No. Semplicemente perché non è la madre. È solo la madre surrogata, porta solo avanti la gravidanza, svolge il processo biologico E BASTA, conseguentemente non sviluppa nessun legame emotivo col feto.

Ho deciso di partire dalla testimonianza presente per capire di che si sta parlando, ma in realtà il mio punto è una questione ben nota a psicologi e psichiatri, anche se forse non è molto nota a tele-psicologi e tele-psichiatri che non hanno tempo per studiare perché devono passare le ore a farsi truccare per apparire belli alle telecamere: l’MFA è un fenomeno esclusivamente psicologico-sociale, che ha a che fare con l’identificazione della gestante nel ruolo di genitrice.angry

In questo articolo viene fornita una presentazione breve del fenomeno, che però basterebbe da sola a smentire tutte le leggende sull’argomento. Certo, un tele-psichiatra non ha tempo di leggere neanche un trafiletto prima di andare a sproloquiare davanti all’obbiettivo e a ‘sto punto dubito che conosca l’Inglese, ma noi ce l’abbiamo il tempo e per chi non sapesse l’Inglese fornirò gentilmente una traduzione dei segmenti più significativi:

Maternal-fetal attachment (MFA) is a term used to describe the relationship between a pregnant woman and her fetus. Qualitative descriptions of maternal attitudes and adaptation to pregnancy indicate that MFA is based on cognitive representations of the fetus. These may include imagined scenarios between mother and child, as well as a mother’s attribution of physical and emotional characteristics to the fetus.1 MFA is manifested in behaviors that demonstrate care and commitment to the fetus and include nurturance (eating well, abstaining from harmful substances, such as alcohol), comforting (stroking the belly), and physical preparation (buying baby clothes and equipment).

Traduzione:

Attaccamento materno-fetale (MFA) è un’espressione usata per descrivere la relazione fra una donna incinta e il suo feto. Descrizioni qualitative degli atteggiamenti materni e dell’adattamento alla gravidanza indicano che l’MFA è basato su rappresentazioni cognitive del feto. Queste possono includere scenari immaginari fra madre e bambino, così come l’attribuzione al feto di caratteristiche fisiche o caratteriali da parte della madre. L’MFA si manifesta in comportamenti che dimostrano attenzione e preoccupazione per il feto e includano cura fisica (mangiare bene, astenersi dal consumo di sostanze dannose come l’alcol), conforto (accarezzare il ventre), e preparazione fisica (comprare vestitini ed accessori per il bambino.(enfasi mia)

Ho sottolineato “rappresentazioni cognitive del feto” perché quell’espressione è la chiave per comprendere il fenomeno. La madre non conosce il feto, e il feto non conosce la madre. Non si sono mai visti né sentiti, hanno soltanto un rapporto di natura biologica. Tuttavia, se la madre desidera quel bambino e si sente madre, inizia normalmente a calarsi nel ruolo della madre molto prima di partorire, e inizia a vedere nel feto un bambino autentico anche se ancora non lo è. L’attaccamento materno-fetale, insomma, non rispecchia il legame biologico fra madre e feto, bensì l’investimento emotivo della madre nei confronti del bambino che nascerà, nonché il proprio progressivo calarsi nel ruolo genitoriale.

La Tatangelo a quanto pare crede che essere madre le infonda una sapienza millenaria che non ha bisogno di conferme scientifiche. Dubito che una simile cristallina illuminazione divina possa essere messa in crisi da una cosa fragile come i fatti, ma si può facilmente dimostrare che questo fenomeno magico, eterno e inscritto nella natura umana di cui lei in quanto madre ignorante sa “per istinto” ha invece un preciso sviluppo storico.

The concept of MFA is relatively new and has not been well studied or defined. Inquiry into a woman’s psychological reaction and adjustment during pregnancy began in the 1970s. Prior to that time, there are few scientific data available on women’s thoughts or feelings about their pregnancies. Historical and literary accounts of women’s experiences in childbirth prior to the 20th century reveal that women were primarily concerned with enduring and surviving pregnancy. Letters written by women in the 19th century show evidence of maternal projections about the expected child as well as feelings of loss from a miscarriage or infant death. Writings of their own physical suffering and fear of death were more common.

The declining mortality rate and technological developments in western nations over the past 30 to 40 years have changed conceptions about pregnancy and the fetus. Women can detect pregnancy earlier and are able to view high-resolution images of their fetus at earlier dates. This knowledge may serve to allow women to adopt optimal health practices earlier.

Traduzione:

Il concetto di MFA è relativamente nuovo e non è stato ben studiato e definito. Indagini sulla reazione psicologica e sull’adattamento della madre durante la gravidanza sono iniziate negli anni ’70. Prima di allora, ci sono pochi dati disponibili riguardo ai pensieri e alle emozioni delle donne durante le gravidanze. Resoconti storici e letterari sulla maternità prima del 20° secolo rivelano che la prima preoccupazione delle donne era resistere e sopravvivere alla gravidanza. Lettere scritte da donne nel 19° secolo mostrano prove di proiezioni mentali sul bambino atteso così come sensazioni di lutto e perdita in seguito all’aborto. Tuttavia sono più frequenti resoconti riguardo alle proprie stesse sofferenze fisiche e alla paura della morte.

Il declino nel tasso di mortalità e lo sviluppo tecnologico nelle nazioni occidentali negli ultimi 30-40 anni hanno cambiato il modo in cui gravidanza e feto sono concepiti. Le donne possono scoprire di essere incinte più rapidamente e sono in grado di vedere immagini ad alta risoluzione del proprio feto più precocemente. Questa conoscenza può servire per permettere alle donne di adottare pratiche igieniche ottimali in anticipo.

Insomma, l’MFA è un fenomeno che si verifica solo quando la madre sa di essere incinta e solo quando non si pone il problema, ben più pressante, di sopravvivere alla gravidanza.

Ma d’altro canto, davvero non ci aspettiamo che le cose vadano in questo modo? Come fa una donna ad affezionarsi al feto se non sa di stare portando un feto? Deve almeno accorgersi di essere incinta per poter provare attaccamento per il feto! Eppure sappiamo che si può essere incinte senza accorgersene molto molto a lungo, perfino fino al parto in certi casi. Come diavolo si forma questo legame magico e spirituale fra madre e figlio se la madre non sa di avere un figlio? E se poi pensiamo alle civiltà antiche, come quella greca classica, presso la quale i neonati talora venivano “esposti” ovvero abbandonati a morire, diventa chiaro che se le madri non tenevano in considerazione la vita del bambino già nato, allora non tenevano in considerazione neanche quella del feto.

A ciò si aggiunge l’evidenza aneddotica che abbiamo sulle madri surrogate: nel caso della gestazione per altri non si verifica attaccamento materno fetale, perché la madre non si sente madre e dunque non fantastica su come sarà il suo rapporto col bambino, come se lo crescerà, che vestiti gli metterà etc.

Se ci si ferma un attimo a ragionare su queste cose, vediamo che in realtà quello che osserviamo è esattamente quello che dovremmo aspettarci: la madre si affeziona al feto solo se sa che diventerà il suo bambino; perché dovrebbe, altrimenti? Non l’ha mai “visto” e conosciuto veramente come persona, non c’è ragione per cui debba affezionarcisi; può affezionarsi soltanto all’idea che si fa della futura persona. Se non si fa nessuna idea a riguardo, non c’è nulla a cui possa affezionarsi.

Quindi è vero che la madre può stabilire una forma di attaccamento prenatale, ma si tratta di un fenomeno esclusivamente psicologico legato all’immaginario materno, e non si verifica in una madre surrogata.
Mi aspetterei, invece, che si verificasse nella madre vera e probabilmente anche nel padre/nei padri, anche se non lo stanno portano in grembo loro; ma mi pare che questo tipo di fenomeno non sia ancora stato oggetto di studi adeguati.

E vorrei sottolineare che non c’è assolutamente niente di male a non affezionarsi a un feto se si sa che non è il proprio futuro figlio, è del tutto normale e non danneggia nessuno, esattamente come è del tutto normale e non danneggia nessuno affezionarcisi se si sa che è il proprio.

Ma se provassimo a invertire il discorso? Il feto si affeziona alla madre mentre è nell’utero, invece?

Altra sciocchezza. Per i due terzi della gravidanza il feto non ha sistema nervoso o lo ha del tutto rudimentale, al punto che la legge permette di abortirlo, quindi possiamo escludere che in questa fase il feto sviluppi alcunché.

E dopo? Dopo il feto non vede mai la madre e non sente mai la madre, quindi come fa ad affezionarcisi? L’unico contatto che ha con la madre dal punto di vista sensoriale sono le stimolazioni tattili dell’utero e l’odore del liquido amniotico.

Le stimolazioni tattili sono del tutto anonime, non c’è modo che il feto possa affezionarsi alla madre sulla base delle stimolazioni tattili dell’utero. Ma l’odore del liquido amniotico?

Anche quello non è personalizzato, o per lo meno, non lo è a sufficienza da permettere di riconoscere la madre. Il liquido amniotico ha un odore molto simile a quello del latte materno, per cui il neonato è immediatamente attratto dal latte umano, ma non è particolarmente attratto, in prima battuta, da quello di sua madre; qualsiasi latte materno lo attrarrà, appena nato. Imparerà presto a riconoscere i peculiari odore e sapore del latte di sua madre, ma questo non accadrà fino al sesto giorno dopo la nascita, o al più presto al quarto (Macfarlane, 1975; Mizuno, Mizuno, Shinohara, & Noda, 2004). Va da sé che se tre giorni dopo la nascita ancora non sa distinguere il latte materno da quello di un’altra donna, vuol dire che l’odore della madre non lo conosce neanche prima della nascita.

Certo, il neonato impara a riconoscere la madre presto, ma di sicuro non prima di uscire dall’utero; non l’ha mai vista né sentita prima di allora. E anche quando inizia a riconoscerla, non è che la cosa cambi molto; ovvio, si abitua a quel particolare soggetto accudente, ma questo non significa che non possa, eventualmente, disabituarcisi e abituarsi ad un altro se la madre venisse sostituita. Sono fenomeni biologici, non c’è niente di magico nel rapporto fra madre e neonato, anche se la gente tende a caricare il fenomeno di significati astratti e romantici.

Ora vorrei rispondere ad un’ultima questione che ho visto sollevare da parte di ambienti integralisti, ovvero un argomento che usa la sperimentazione animale. Questo mi punge sul vivo, per motivi che immaginerete … In particolare, ho visto qualcuno usare come “prova” di presunti danni che l’utero in affitto causerebbe al bambino gli esperimenti di deprivazione materna sui roditori.

Negli esperimenti di deprivazione materna, infatti, si è osservato che i roditori soggetti al protocollo in questione da adulti sviluppano ipersensibilità allo stress, deficit cognitivi, aggressività e via con altre spiacevolezze.

Questo argomento mi diverte molto perché si dà il caso che metà della mia tesi di dottorato l’abbia fatta sulla deprivazione materna nei roditori, e se Dio vorrà un giorno vedrò anche una pubblicazione con su il mio nome a riguardo.

Ora, io ovviamente non sosterrò che non si possano traslare i risultati ottenuti su animali nell’uomo, anche perché se no non avrei fatto quel tipo di lavoro in principio. Tuttavia la cosa va fatta con un minimo di ragionamento e sulla base di una conoscenza approfondita, e sottolineo APPROFONDITA, del modello e dei protocolli di cui si sta parlando; non a cazzo di cane appiccicando insieme qualche frase carpita qua e là dagli abstract dei paper.

Il bambino partorito da una gestante per altri, dopo la nascita, viene affidato subito alla coppia genitoriale che si occuperà, presumibilmente con adeguata cura, di tutti i suoi bisogni fisici e psicologici. Questa situazione non ha niente, ma proprio NIENTE a che vedere col protocollo di separazione materna usato sui roditori, oserei dire che è l’esatto opposto di quella che vediamo nel protocollo di separazione materna. Il protocollo in questione io l’ho visto mettere in pratica durante il mio soggiorno estero, anche se per fortuna nessuno mi ha mai domandato di praticarlo io, e devo dire che è abbastanza “cattivo” da far incazzare a morte qualunque animalista. Il protocollo in questione prevede che, a partire dal secondo giorno dopo la nascita (nel primo giorno il protocollo non si pratica o si pratica in forma attenuata per periodi più brevi), i topi neonati vengano presi singolarmente, separati dalla madre e messi in una gabbia a parte per un periodo minimo di tre ore. È importante che il periodo sia lungo, perché separazioni brevi, nell’ordine dei quindici minuti, hanno invece un effetto positivo sullo sviluppo del topo, e infatti quel tipo di protocollo non è chiamato separazione materna ma neonatal handling, manipolazione neonatale, proprio perché ha effetti addirittura opposti.

Per capire cosa significhi un tipo di protocollo come la separazione materna in termini di impatto sullo sviluppo dell’animale bisogna conoscere la fisiologia del topo e capire in cosa si differenzia da quella dell’uomo.

Il topo, specialmente il topo neonato, è un animale piccolo. La fisiologia del topo si comprende solo se lo si osserva tenendo conto che è un animale piccolo, mentre noi siamo animali piuttosto grossi. Un tipico slogan degli animalisti contro la sperimentazione animale è “non siamo topi di 70 Kg”… Be’, a dirla tutta se i topi pesassero 70 Kg la differenza fisiologica più significativa fra noi e loro sarebbe svanita.
Se il topo è un animale piccolo, il topo neonato è un animale minuscolo. Minuscolo significa un rapporto superficie/volume altissimo. Un rapporto superficie/volume altissimo vuol dire fortissima dispersione di calore. Il che a sua volta significa altre due cose: che il topo neonato ha bisogno di essere scaldato continuamente dal corpo della madre e dei fratelli e che ha bisogno di mangiare spessissimo perché ha un forte bisogno di calorie. Insomma, per il cucciolo di topo la termoregolazione è forse la più importante esigenza fisiologica. Dunque una separazione di tre ore dalla madre, per un topo neonato, non significa aver rotto una specie di magico rapporto spirituale, ma qualcosa di molto più prosaico: significa non soddisfare la sua principale esigenza fisiologica, i.e., significa fargli soffrire il freddo e la fame. Inoltre, esattamente come i neonati umani, il topino ha bisogno anche di stimolazione tattile, che ha effetti molto benefici sullo sviluppo del sistema nervoso centrale (insomma va coccolato un po’) e ovviamente va tenuto pulito quando orina o defeca.  Per poter rendere il paragone con un umano sensato, bisognerebbe togliere il bambino alla madre per qualcosa come dodici ore, metterlo nudo sul balcone in autunno inoltrato e per tutto questo periodo non pulirlo, non toccarlo, fottersene completamente di lui insomma. Aggiungiamo che nel protocollo di separazione materna si usa spesso anche fare al topino delle piccolissime iniezioni di soluzione fisiologica. Piccole, ma comunque dolorose, considerando le dimensioni dell’animale. Quindi diciamo che il nostro neonato ogni tanto bisogna anche andare a prenderlo a ceffoni perché grida troppo.

Esistono situazioni in cui i neonati umani sono trattati così? Sì, esistono. E esistono anche situazioni meno estreme in cui il paragone fra separazione materna nel roditore e il trattamento ricevuto dal neonato umano può comunque reggere. Ma paragonare un protocollo barbaro come la separazione materna nel roditore a quello che succede quando un neonato passa dalla madre surrogata nelle mani della coppia genitoriale è di un’idiozia offensiva; il neonato in questione verrà trattato benissimo e vedrà tutti i propri bisogni soddisfatti, il protocollo di separazione materna serve a riprodurre situazioni di maltrattamento grave.

Questo particolare caso di fraintendimento mi permette di ribadire un consiglio dato in altre sedi a chi voglia interessarsi di scienza: se non siete addetti ai lavori, è inutile che leggete e citate pubblicazioni scientifiche, perché verosimilmente capirete fischi per fiaschi, come fanno quelli che mi citano gli studi di separazione materna come argomento contro la gestazione per altri. Piuttosto parlate con qualcuno che ne capisca della questione e fatevi spiegare le cose da lui, vi farete un’idea di più chiara.

Ciò detto, se proprio vogliamo fare un paragone coi roditori, vorrei ricordare che le mamme topo allevano i cuccioli tipicamente in comune e il maschio viene di solito allontanato proprio perché è una minaccia per la prole. Quindi si direbbe che per i topini l’ambiente di crescita ideale sia … La coppia lesbica!

Quindi, ricapitolando:

Non è vero che l’attaccamento fetale è un legame di natura fisiologica. Si tratta al contrario di un fenomeno psicologico che riflette l’adattamento della gestante al futuro ruolo di madre.

Non è vero che si verifica sempre e che è geograficamente e storicamente ubiquitario. Nella sua forma attuale, esiste sì e no da un cinquantennio.

Non è vero che anche le madri surrogate provano l’MFA.

L’MFA comunque riguarda la madre, non il bambino; il bambino inizia a riconoscere la madre solo dal quarto-quinto giorno di vita in poi.

Non è vero, infine, che gli studi su animali confermino la presenza di un rapporto magico fra madre biologica e figlio.

 

Spero di aver fatto un servizio di informazione utile e spero che questi dati contribuiscano ad arginare lo spargersi di melensi luoghi comuni e disinformazione sull’argomento.

 

Ossequi.

 

 

Macfarlane, A. (1975). Olfaction in the development of social preferences in the human neonate. Ciba Found Symp(33), 103-117.

Mizuno, K., Mizuno, N., Shinohara, T., & Noda, M. (2004). Mother-infant skin-to-skin contact after delivery results in early recognition of own mother’s milk odour. Acta Paediatr, 93(12), 1640-1645.





La poetica del piccione

7 12 2015

 

Avevo promesso nel mio ultimo post sul tema che avrei parlato, finalmente, di qualche media che parla efficacemente di eroismo e grandi valori. E lo farò. Prima, però, vorrei fare una cosa che avrei dovuto fare un po’ di tempo fa e che ancora mi resta come sassolino nella scarpa.

Povia.

VI lascio cinque minuti per ridere e risistemarvi, poi tornate qui e parliamo un po’ di Povia.

Il grande artista e sismologo noto per aver scoperto che i terremoti li causano le persone camminando, ultimamente è caduto non in disgrazia ma peggio, è ormai sostanzialmente la parodia di se stesso; ma si fa comunque risentire ogni tanto. Oggi, in particolare, leggevo di una sua lamentela: da quando ha scritto “Luca era gay” gli sbattono tutti le porte in faccia.

youpoorthing

In realtà è perfettamente naturale che, se introduci consapevolmente nel corpus della tua produzione “artistica” un’opinione gravemente offensiva a uno strato significativo della popolazione, la tua fama e il tuo successo ne risentano. Ma puoi consolarti, Giuseppe: hai perso fan gay, amici dei gay, genitori dei gay, simpatizzanti dei gay; però ti sei fatto un sacco di amici nei circoli di Forza Nuova. Voce girava, ai tempi di Luca era gay, che i neofascisti di cui sopra ti avessero dedicato anche un santino. Peccato che Forza Nuova con le sue percentuali dello zerovirgola sia una fetta di mercato così poco appetibile … ma la vita è fatta a scale; e poi quando tutto manca c’è Salvini.

Ma visto che Povia, dopo aver tentato di spaccare il mondo con Luca era gay tentando di farne il suo personale “Citizen Kane”, si lamenta del fatto che viene ricordato solo per quello, gli farò un favore, e per quanto difficile sia parlare di questo personaggio seriamente, ci proverò: oggi parleremo dunque della poetica di Povia, e ne parleremo senza citare Luca era gay.

Che non è così difficile, visto che Luca era gay artisticamente parlando non è niente e non è mai stato niente. Povia era bravino a comporre musiche orecchiabili e a elaborare una certa poetica degenerata che approfondiremo qui a breve; ma in Luca era gay non ha fatto questo, bensì si è limitato a scrivere un manifesto politico antiomosessuale; perfino la musica era una specie di pseudo-rap fecale del tutto dimenticabile, e che infatti non è sopravvissuto alle lyrics propagandistiche che accompagnava. Peraltro, che l’avversione di Povia verso gli omosessuali abbia tratti di rancore personale è ormai più che un’illazione, quindi mettiamola così: Povia ha scritto un pezzo che era per metà un semplice pamphlet omofobico, e per metà il resoconto della sua avversione nevrotica per gli omosessuali. Artisticamente, non ci dice niente; io invece, non me ne voglia l’Arte, ma qui voglio dare un giudizio artistico su Povia, quindi atteniamoci all’arte che ha prodotto, anche se è un’arte degenere, e ignoriamo completamente Luce era gay.

Dopotutto, ben prima che arrivasse Luca era gay, tutti canticchiavano “i bambini fanno oh”; perfino io ce l’avevo sull’mp3, accanto ad “Asereje” ed altra musica commerciale utile solo a scopo di auto-narcosi intellettuale. E tutti quanti erano innamoratissimi, oltre che della musichetta carina, del meraviglioso, poetico testo.

Tutti?

No. Attenzione, ho detto che la musichetta era orecchiabile e non credo possiamo negarlo, per questo la ascoltavo. Ma io anche ai tempi del liceo era già intellettualmente più maturo e riflessivo di un buon 60% della popolazione italiana, ed era dunque naturale che quelle lyrics mi puzzassero di marcio lontano un chilometro.

Puzzavano, sì, ma ancora eravamo ben lontani dagli abissi dell’orrore che ci propinò con “Siamo italiani”, e anche dal divertente trash autoreferenziale dei suoi ultimi exploit complottari, quindi la mia critica a Povia a quei tempi si riassunse in un unico commento che, ricordo, proposi alla riflessione di una compagna di classe mentre tornavamo a casa da scuola, usando suppergiù queste parole: “a me il testo di quella canzone non piace. Mi pare che tutta questa esaltazione dell’innocenza del bambino, come se il bambino fosse migliore dell’adulto solo perché non capisce le cose, alla fine si riduca ad una celebrazione dell’immaturità e basta”.

La fanciulla non era esattamente un carattere riflessivo, per cui non mi rispose nemmeno. Ma quanto avevo ragione! Povia confermò tutto nel suo seguente successo, ma prima di parlare di piccioni restiamo un attimo sui bambini. Povia celebrava i bambini; potremmo essere tentati di paragonarlo, in questo (e solo in questo), a un Carroll o a un Saint-Exupery. Tuttavia … cos’è che nel bambino viene celebrato da Povia?

Fa “oooh”. Questa è la cosa principale. Si stupisce di ogni cosa e vede la meraviglia in ogni cosa: poi è spontaneo; fa la pace e non fa la guerra; tutte cose che per gli adulti, ci dice Povia, non valgono, soprattutto se parliamo di lui stesso che infatti “se ne vergogna un po’”. Ma per quanto Povia possa avere tantissime cose di cui vergognarsi, non è affatto vero né che le cose che ci ha presentato siano esclusive dei bambini né che tutti i bambini le abbiano. Certo, il bambino si stupisce di tutto e ogni cosa gli sembra nuova, ma questo perché è nuova; un bambino si appassiona al topolino la prima volta che lo vede, e magari dopo fa i capricci perché i genitori gli comprino un topolino; ma nella maggior parte dei casi rapidamente si scoccerà del topolino e alla fine si scorderà pure di dargli da mangiare. La meraviglia, nel bambino come nell’adulto, è collegata all’esperienza del nuovo e nell’inusuale; l’adulto può dunque perderla, o può forse anche non averla mai avuta, ma può benissimo anche conservarla. Io da bambino amavo il senso della meraviglia, del nuovo e dell’inusuale, così sono diventato scienziato: ora ogni giorno ho qualcosa di nuovo in questo mondo di cui meravigliarmi, e sono sicuro che il mondo non finirà mai di stupirmi e di farmi dire “oooh”. In più, rispetto a quando avevo dieci anni, sono più maturo, più intelligente, più colto, più forte, più responsabile, più spigliato nei rapporti umani e posso fare molte più esperienze … insomma, ora sono di più.  Ho perso qualcosa per strada? Forse sì, ma crescere significa anche lasciarsi dietro certe cose per guadagnarne altre, e siamo tutti chiamati a crescere: il bambino è fatto per crescere, è fatto per diventare di più di un bambino.

L’esaltazione del bambino nelle parole di Povia è un’esaltazione di un’innocenza che più correttamente si delinea come semplicità, o meglio ancora, semplicismo. Un bambino non avrebbe la più pallida idea di come risolvere i problemi della guerra o della fame, non sarebbe in grado di gestire un matrimonio, di coordinare un lavoro e un migliaio di altre cose che da adulto potrà fare; per questo deve crescere. Il non saper fare queste cose è una sua minorità rispetto all’adulto, e se vogliamo celebrare qualcosa del bambino, direi che non è certo la sua minorità. Al massimo la sua assenza di pregiudizi, il suo polimorfismo, il suo possedere un potenziale grezzo non ancora realizzato, ma proprio per questo anche non ancora sprecato.  Non è quello che ha fatto Povia, che invece ha compiuto il proprio grande debutto nel mondo del cantautorato con un’esaltazione della minorità intellettuale travestita da esaltazione della purezza. Ma potremmo considerarlo semplicemente un passo falso, una bambinata; oppure si potrebbe dirmi che ho frainteso ciò che intendeva, che sto vedendo cose che non esistono, che sto stiracchiando l’interpretazione. Si potrebbe dirlo, se non avessimo sentito a seguire la fantastica canzone del piccione, “Vorrei avere il becco”, che se ben ricordo vinse il festival di Sanremo.

Andiamo al nucleo della canzone: l’elogio del piccione. Un elogio, peraltro, molto orgoglioso; Povia sceglie il piccione proprio perché è il piccione, e sono pronto a scommettere che lo ha fatto con la piena consapevolezza che nessuno avrebbe mai dedicato una canzone al piccione, e comunque non per le ragioni per cui l’ha fatto lui.

Chiariamo prima di tutto che animale è il piccione, o più precisamente cosa rappresenta nell’immaginario collettivo.
Il piccione si è guadagnato presso i cittadini il nomignolo di “topo di fogna con le ali”. È grigio, indiscutibilmente poco attraente sul piano fisico. Ha un’andatura goffa e inelegante. Uno sguardo che non denota intelligenza. Scagazza in testa alle persone, sui cornicioni, sui monumenti. Ha un verso garrulo e sgradevole, come se stesse continuamente per vomitare. Mangia qualsiasi merda che trovi in giro. È superfluo al’ecosistema e strettamente dipendente dagli umani: coevolutosi con l’ambiente urbano, non potrebbe proliferare nella natura selvaggia e dunque anche l’ecosistema non ne ha alcun bisogno. È sostanzialmente inetto, o per lo meno, l’immagine del piccione è quella di un animale inetto. Tutto nel piccione, dallo sguardo vacuo, al portamento dondolante e sgraziato, al verso irritante, e alla sua pessima abitudine di ricoprire di guano strade, monumenti ed edifici, emana mediocrità, fastidio e banalità.

Intendiamoci, si possono trovare motivi di lode e ispirazione per metafore altamente poetiche in tutte le creature viventi; Umberto Saba dedicò a sua moglie una poesia in cui la paragonava fra le altre ad una pollastra, ad una mucca, ad una cagna, perché in ciascuna di queste bestie aveva trovato una bella dote da dedicare all’amata. E probabilmente potremmo trovare qualche grande dote anche nel piccione; che so, è adattabile, prolifera bene, e a ben vedere non è così stupido. Ma questo è assolutamente irrilevante per quanto concerne la canzone di Povia, che non ci svela certo niente sull’intelligenza segreta del piccione.

Il piccione di Povia è perfettamente fedele alla sua immagine popolare: si “accontenta delle briciole”, “vola basso”, infesta i cornicioni, fa perfino quel verso orrendo fra una strofa e l’altra. Lo stesso Povia ammette candidamente che è un “brutto paragone”, ed effettivamente mi riesce difficile immaginare paragoni peggiori del piccione (forse le zecche?) … Insomma, un animale mediocre e fastidioso.

Riprendiamo qui il discorso che feci quando recensivo Troy: c’è qualcosa di male a parlare di cose e persone banali e mediocri? Assolutamente no, non c’è un argomento che l’arte non debba trattare, e la mediocrità è un soggetto molto interessante, perché è realistico, è la vita vera; e questo pesa. Dunque Povia ci presenta i suoi temi, in questo caso l’amore coniugale, nella loro complessità; per questo ciò che ci racconta non è straordinario, per questo sceglie un animale banale e mediocre, perché vuole semplicemente mostrare la realtà, cacciandoci dalla testa quelle cazzate su mariti principe azzurro e mogli pornostar dilettanti.

O almeno, questo è quello che direi per confondere la gente se io fossi Povia. Perché in realtà non è affatto così, non è affatto quella l’immagine. L’immagine è quella della nonna che sta da cinquant’anni col nonno, che non è altro che una favola come quella del principe azzurro: I matrimoni dei nostri nonni erano tutti o quasi combinati, l’amore era d’importanza del tutto secondaria e visto che non erano basati sull’amore andavano avanti anche senza. Oggi metà dei matrimoni finiscono col divorzio, e malgrado sia possibile idealmente arrivare a cinquant’anni di matrimonio felici, è qualcosa di estremamente difficile, e porselo come aspettativa non è “volare basso”, è al contrario fare grandissimi sogni. E dopotutto, lo dice lui stesso, “che ci fanno due piccioni in una favola?”; dunque è confermato, ci sta raccontando una favola disneyana, con tanto di irrealistico lieto fine.

Ma i piccioni non c’entrerebbero per niente, qui. Possono stare benissimo nella realtà, ma nella fantasia non c’è veramente spazio. La fantasia serve per superare i limiti della realtà e per immaginare qualcosa di più grande; le aquile, quelle sono animali da favole, non i piccioni. La decisione di non parlare di aquile ma di piccioni è sensatissima, ma non è compatibile con l’immaginario sognante che ci somministra.

Ora, la questione omofobia, seppure sicuramente abbia aggiunto al mio fastidio per il Povia un forte elemento di avversione personale, nonché l’irritazione particolarmente bruciante nel vedere un propagandista d’odio come quello parlare di bimbi unicorni arcobaleni e altra melassa, arriva insieme ad un senso di stridore estetico fortissimo che già prima i suoi testi mi causavano; quello stesso tipo di stridore che mi ha causato Troy, e più o meno per gli stessi motivi. Povia non racconta la storia vera di un “piccione” nella sua complessità, ma semplicemente celebra la piccionaggine come massimo valore umano. Ovverosia, non solo siamo piccioni nella vita di tutti i giorni, non solo non dobbiamo aspirare ad essere niente di più che piccioni, ma perfino i nostri sogni più sfrenati dovrebbero ricalcare l’ideale della piccionaggine, che rappresenta una specie di stato di perfezione spirituale e il segreto per la felicità. Insomma, per dirla col film Trainspotting:

“Il lavoro, la famiglia, il maxitelevisore del cazzo, la lavatrice, la macchina, il cd e l’apriscatole elettrico, buona salute, colesterolo basso, polizza vita, mutuo, prima casa, moda casual, valigie, salotto di tre pezzi, fai da te, telequiz, schifezze nella pancia, figli, a spasso nel parco, orario d’ufficio, bravo a golf, l’auto lavata, tanti maglioni, natale in famiglia, pensione privata, esenzione fiscale, tirando avanti lontano dai guai, in attesa del giorno in cui morirai.”

E dirò, non è neanche così male, è quello che cerchiamo quasi tutti nelle nostre vite; ma è chiaramente un’immagine inadeguata a rappresentare una specie di ideale romantico, perché non è altro che banale conformismo piccolo borghese. Chi può mai pensare che una cosa simile possa essere proposta come ideale estetico?

Una persona: Povia. E infatti le canzoni di Povia rappresentano un manifesto con cui cerca di costruire e rafforzare una sua estetica, una tipica estetica piccolo-borghese ridotta veramente ai minimi termini. La musichetta è orecchiabile per essere immediatamente digeribile, le parole sono semplici, i làlàlà qui è lì, i contenuti mielosi e dozzinali … le opere tipiche di Povia ricalcano pelo a pelo tutti gli stilemi delle canzoni fatte esclusivamente per vendere, e in questo senso non sarebbero differenti da un’Asereje qualsiasi o da decine di canzoni che hanno vinto Sanremo, e se Povia si limitasse a quello forse forse sarebbe ancora sul mio mp3 (e non avrebbe scritto Luca era gay). Il punto è un altro, il punto è che tutte le evidenze ormai convergono sulla certezza che Povia non scriva roba melensa, dozzinale, ipocrita e in ultima analisi perfino offensiva per vendere, ma che lo faccia perché ci crede, e che si sia sempre mosso con un preciso intento programmatico e un chiaro e solido messaggio: quella che vi presento è l’essenza della vita, e la mia è un’alta forma d’arte; il piccione è il massimo cui potete e dovete aspirare.

Da qui l’esaltazione acritica di Povia per tutte le bandiere piccolo borghesi sotto cui le persone che si identificano con l’uccello grigio si riuniscono per tubare, e che sventolano da sempre fiere sugli altari della Destra: Dio, patria e famiglia!

Be’, su Dio Povia non si è mai dimostrato particolarmente fervente o esperto di teologia; per quanto riguarda la famiglia, si esibisce al Family Day e non servono altri commenti; per quanto concerne la patria …

Be’ … “Siamo italiani”.

Una canzone dalla bruttezza tale che non può essere descritta a parole, costringendomi a ricorrere ad una formula matematica nel tentativo di rendere l’idea:

Siamo italiani = (Merda12 X Vomito5) + smegmasudore stantio

Nella sua bruttezza, quella canzone rappresenta la conclusione naturale della poetica del piccione, ovvero dell’esaltazione della mediocrità, della celebrazione della mancanza di aspirazioni e di doti umane. Dopotutto, come scriveva Schopenhauer, “Ogni miserabile babbeo, che non abbia al mondo nulla di cui poter essere orgoglioso, si appiglia all’ultima risorsa per esserlo, cioè alla nazione cui appartiene”.
Ma non voglio condannare qui il patriottismo in toto; dopotutto possiamo immaginare la patria non soltanto come il semplice terreno su cui siam nati, ma anche come il sistema socio-politico-economico di cui facciamo parte, e dunque in un certo senso come “la squadra in cui militiamo”. Un giocatore ha tutti i diritti di essere orgoglioso dei successi della propria squadra, e così sicuramente un italiano ha diritto di essere orgoglioso dei successi e della grandezza dell’Italia.

Dunque Povia, che si sente erede di Gaber e De Andrè, adesso parlerà di tutte le grandi cose che hanno fatto gli italiani in passato e continuano a fare nel presente. Ok, mi toccherà di nuovo sentir parlare di pittori rinascimentali, magari di pasta e buon cibo, e perfino forse dei mari e del sole per i quali non abbiamo in effetti alcun merito. Insomma, adesso Povia ci parla di cosa significa essere italiani oggi!

Vediamo un po’ come lo fa (e questa è l’unica canzone che cito integralmente per la particolare profondità della sua bruttezza, che può essere apprezzata in forma pura, così com’è uscita dal cu … ehm, dalla penna dell’artista):

Siamo Italiani su le mani che possiamo conquistare pure il cielo

siamo italiani due parole mente e anima

perché corriamo corriamo tutti quanti verso la libertà

e ci crediamo per questo che lasciamo quasi tutto a metà

Siamo italiani su le mani che ci possono soltanto che invidiare

noi siamo quelli che prendono i pugni ma tanto non cadono

e combattiamo combattiamo perché ognuno il suo dolore ce l’ha

ma superiamo perché la forza ce l’abbiamo nel Dna

e non molliamo mai e non molliamo mai e non molliamo mai

Siamo italiani sogniamo che tutto andrà meglio domani

ma con il cuore sempre qua ma con il cuore sempre qua

siamo italiani su le mani

Siamo Italiani siamo quelli siamo quelli che hanno dentro la speranza

che i nostri figli vivranno in un mondo migliore per questo saranno migliori di noi

ed è vero perché noi siamo ancora troppo furbi lo so

ed è vero ed è vero che ci piace arrotondare un po’

ed è vero ma la vita qui è dura e come si fa

ed è vero ma ci crediamo che l’amore ci salverà

e non molliamo mai e non molliamo mai e non molliamo mai

ed è ora ed è ora di cambiare questa storia

Ci meritiamo di vivere un mondo che abbiamo inventato noi

perché siamo positivi nonostante tutto siamo positivi eh sì… siamo italiani puoi dirci quello che vuoi

e non molliamo mai e non molliamo mai e non molliamo mai

Siamo italiani sogniamo che tutto andrà meglio domani

ma con il cuore sempre qua ma con il cuore sempre qua

siamo italiani su le mani

 

Ok, trovatemi nella canzone qui sopra un riferimento concreto a qualcosa che noi italiani facciamo di bello e buono, o abbiamo fatto di bello e buono, o anche solo abbiamo di bello e di buono.

Niente.

A leggere questa canzone siamo degli sfigati del cazzo che vivacchiano fottendo il prossimo. Abbiamo una generica forza d’animo, tanto amore, altre doti positive nel DNA (e che quindi non abbiamo fatto nulla per meritarci, ma indubbiamente ci sono) sempre molto generiche … Ah, “viviamo in un mondo che abbiamo inventato noi”. Tipo? Elaborare un po’?

No, questa canzone non celebra l’italianità in nessuna maniera. È una specie di lettera d’amore personalizzabile, potresti metterci qualsiasi nome e nessuno potrebbe capire di chi si sta parlando:

Le rose sono rosse le viole sono blu

Ti amo da morire spero tanto anche tu

Coccole coccole coccole

Baci baci baci

Carezze carezze carezze

Sei affascinante e spero di avere un figlio con te

Kiss ❤

 

Da Giuseppe a *inserire nome destinatario/a*

Provateci, nella canzone sostituite a “Italiani” “Spagnoli”, o “Americani”, o “Napoletani”, o “Cinesi” o “Brasiliani”; sarà perfettamente credibile. L’unico riferimento che potrebbe suonare strano se applicato a certi popoli è il fatto che siamo furbetti e arrotondiamo, ovvero il peggiore stereotipo italiano in circolazione. Povia ha scritto una canzone per celebrare gli italiani che contiene un solo vaghissimo riferimento all’Italia, ed è uno stereotipo negativo.

Il patriottismo non è necessariamente negativo, dicevo, perché il sistema Patria può compiere grandi e nobili imprese in grado di ispirare e infiammare. Ma il patriottismo di Povia è invece esattamente quello di cui parlava Schopenhauer: miserabili babbei che festeggiano semplicemente il fatto di essere nati cento metri al di qua del confine invece che cento metri al di là. Ma che stronzata è mai?

Be’, ma è ovvia conseguenza della poetica del piccione: se gli italiani festeggiassero il fatto di avere alcuni dei migliori ricercatori del mondo, il fatto di aver dato i natali e la formazione a venti premi Nobel, di aver fatto del nostro paese la capitale mondiale della moda, di avere una tradizione culinaria e un patrimonio artistico che sono fra i più ricchi del mondo, o qualunque altro dei soliti stantii cliché su quant’è figa l’Italia, sarebbero già in contravvenzione con la poetica del piccione: che, devo confrontarmi con i premi Nobel? Con gli artisti del ‘500? Cosa sono tutte ‘ste cose grandi e belle?! Non se ne parla, io sono un piccione, fare versi striduli e mangiare briciole di pizzetta per terra nel parco è la chiave dell’esistenza, per me. Se proprio devi esaltare qualcosa di me, puoi esaltare questo: che sono un furbetto che vivacchia fottendo il prossimo.  Ecco, ora sì che posso tubare felice! Glu glu o ruu ruu o qualsiasi sia l’onomatopea per quel suono orrendo.

Dio patria e famiglia, dicevamo. Be’, non vado pazzo per nessuna delle tre, ma almeno rappresentano concetti elevati. Cosa ne fa Povia?

Dio? E dove sta in Povia? “Laicamente” lui non lo nomina quasi mai, e quando dedicò l’altra sua stupidissima canzone a Eluana Englaro si espresse in modo molto poco “cattolico” sull’argomento, quindi non si direbbe un fervente credente. D’altro canto, però, se dici di essere ateo Povia immediatamente ti dà contro, e in questo è assolutamente identico al 99% dei credenti di questa terra, che diventano cristiani o musulmani o quello che sia solo quando ciò sia funzionale a dire a qualcuno “io sono migliore di te”.

Famiglia? La famiglia come la intende lui è una cosa nata nella generazione dei miei genitori, ed è già morente nella mia; non rispecchia nessuna tradizione millenaria, ma nemmeno rappresenta una qualche transizione verso forme nuove. È semplicemente la famiglia media cui lui è abituato, quella che ha sempre visto nella sua breve vita. Sa benissimo che non c’è niente di oggettivamente malvagio se uno fa una famiglia diversa da quella, ma il punto è che “gli stona” la diversità. Anche in questo, è uguale al 99% della popolazione mondiale: tutto ciò che serve a dire “sono migliore di te”, purché non richieda di esserlo davvero.

Patria?  Per Povia si tratta di un vuoto “egocentrismo ampliato”, e viene da parte di uno che non è capace nemmeno di infilare da qualche parte la solita banalissima citazione del rinascimento per far capire all’ascoltatore che ‘sta canzone parla d’Italia e non di Slovenia. Non è un patriottismo solido, appassionato e documentato, ma semplicemente il solito tentativo del mediocre di trovare qualche motivo di dignità. Anche qui, roba che serve a dire a qualcuno “io sono meglio di te senza aver fatto nulla per esserlo”.

Quindi non sono nemmeno Dio Patria e Famiglia gli oggetti della Celebrazione di Povia, ma piuttosto rispettivamente il conformismo delle idee, il conformismo dell’identità e il conformismo dei rapporti umani. Che sono poi gli stessi valori sotto cui si riunisce l’estrema destra italiana che fa capo a Salvini, che si ricorda che i crocifissi non vanno tolti e non si accorge che già non ci sono, che vede le famiglie omosessuali e fa finta che non ci siano, che parla di identità nazionale e crede alla Padania.

Povia ben rispecchia questo tipo di elettorato che per lui è tutta potenziale clientela, e infatti per un po’ questa roba che scrive l’ha anche venduta. Credo che tutto sia finito quando abbiamo iniziato a capire quanto prendesse sul serio la sua missione, quando abbiamo iniziato ad intuire che il piccione non era semplicemente una metafora ardita e bruttina o uno scherzo, ma che nell’intento dell’autore era una demenziale proposta filosofico-etica in cui lui crede veramente.

Insomma i piccoli borghesi, o almeno quelli non ancora completamente rincitrulliti, hanno visto Povia che proponeva come Dio il piccolo borghese elevato al cubo, e si sono spaventati o schifati, o anche semplicemente annoiati, perché è prima di tutto una visione noiosa e squallida. Nell’arte la maggior parte della gente cerca qualcosa di diverso che un Osanna verso la banalità della vita di tutti i giorni, e conseguentemente Povia è diventato un fenomeno da baraccone ed è scivolato via via sempre più a Destra, perdendo fra l’altro anche quello smalto e quell’astuzia iniziali che gli avevano permesso di somministrare la propria pillola di “Italiano Medio” con tanto zucchero per farla ingoiare.

Oggi commenta sulle pagine facebook contro il giender, fa i complimenti a quel furbone di Salvini, scatta foto come questa

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E ci spinge a domandarci se non siamo di fronte ad un troll che ci prende da anni tutti per il culo, oppure un androide alieno che fa un esperimento sociale sulla ricezione della stupidità da parte degli umani, oppure se non sia semplicemente … be’ … Povia.

E mi sa che è semplicemente Povia.

 

Ossequi.