Trans-età?

5 05 2019

Provocazione bipartisan: se è possibile essere transessuali, è possibile essere trans-età? Cioè, è possibile chiedere e ottenere di cambiare l’età che c’è sui documenti, riallineandola a dati differenti rispetto alla semplice data di nascita?
Un tema del genere suona come una reductio ad absurdum contro le istanze della comunità trans, e dunque può essere fastidioso affrontarlo in quell’area. D’altro canto, proporre una cosa del genere in tutta serietà è sicuramente in grado di triggerare, invece, i conservatori. Forse che riusciamo nell’impresa di scontentarli tutti? Senz’altro si può tentare.

In realtà questo discorso potrebbe invece essere un ottimo esercizio di riconciliazione, utile a capire i punti di vista dell’una e dell’altra parte sul tema. E, sì, c’è bisogno di “riconciliazione”; non nel senso di riappacificazione o di compromesso, beninteso, ma di comprensione reciproca: è importante capire il punto di vista degli altri anche laddove non concordiamo con esso, e perfino quando lo riteniamo illegittimo.
Dunque, andiamo avanti con la provocazione e riflettiamoci un secondo: che cos’è l'”età”?
Strettamente definita, è la differenza fra la data di oggi, generalmente arrotondata all’anno, e la nostra data di nascita.
Se la definiamo così strettamente, e attenzione, è del tutto sensato definirla così strettamente (dopotutto, questa è una cosa che i conservatori tendono a non recepire, le definizioni sono solo una convenzione e sono la cosa più semplice da modificare se uno vuole), è del tutto impossibile sostenere che qualcuno possa chiedere di farsene assegnare una differente da quella vera, perché è un semplice dato di fatto.
Ma, come accennavo, non siamo costretti a definirla così strettamente, anche se sembra proprio un percorso obbligato farlo. Quando infatti pensiamo a che cos’è l’età nella nostra vita di tutti i giorni, come ci contraddistingue, in che forme ci identifica e concretamente influisce sulla nostra vita, la data di nascita in sé non dice molto. Voi forse sapete quanti anni ho? E diciamolo: vi serve tanto, saperlo?
Di certo usiamo l’età per dedurre tante cose di una persona… Ma la maggior parte di esse non sono affatto legate all’età nel senso oggettivo di -differenza di date-. La usiamo piuttosto per dedurre altre cose. Per esempio, sulla base dell’età cerchiamo di dedurre lo stato di salute di una persona, la sua maturità intellettuale, la sua maturità emotiva, la sua esperienza di vita, e in mancanza di riscontri fisici anche la sua avvenenza fisica.
Il legame fra tutte queste cose e l’età esiste, ma non è affatto così stretto. Abbiamo cinquantenni idioti, che non hanno mai letto un libro in vita propria e magari sono ubriaconi perenni, e diciottenni colti, responsabili, idealmente pronti a mettere su famiglia. Così come settantenni che hanno ancora almeno una quindicina d’anni davanti a sé e trentenni obesi patologici che potrebbero averne di meno.
Certo, ci sono dei limiti a tutto ciò. Una bambina di nove anni non può essere fertile e matura per un matrimonio. Una novantenne non può avviare un mutuo ventennale o partorire un figlio (al netto di Guinness dei primati). Non stiamo dicendo, dunque, che il tempo trascorso su questa terra, dato oggettivo, sia privo di influenza. Come ovviamente non lo è il sesso biologico di un individuo; una donna trans può fare la vaginoplastica e può crescerle il seno, ma partorire non può di sicuro. Quello specifico dato biologico influisce sulle nostre vite in maniera inevitabile, non può essere cancellato, e in realtà generalmente nessuno vuole cancellarlo. Quello che sto dicendo è, però, che l’età non influisce così tanto, di per sé. Più spesso è un proxy attraverso il quale cerchiamo di indovinare, spesso fallendo, informazioni veramente rilevanti sull’altro.

Ora prendiamo un individuo che magari ha sessant’anni, ma ha sempre praticato sport e condotto una vita molto sana ed è stato baciato dalla genetica, per cui di fatto è come se ne avesse una quindicina di meno ed ha anche un’aspettativa di vita sopra la media. Sarebbe davvero così insensato se volesse essere trattato come un quarantacinquenne? E mettiamo che un trentacinquenne appena entrato, piuttosto tardivamente, nel mercato del lavoro, debba questo “ritardo” a problemi oggettivi, come disturbi seri di salute o roba simile, ma di fatto abbia tutta la tempra e la voglia di fare uno con dieci anni di meno. Sarebbe assurda da parte sua la richiesta di essere trattato come un venticinquenne?
La risposta ovviamente è no. Sono richieste sensate. Così sensate che il più delle volte è naturale accontentarli, in questi casi, e possiamo perfino scordarci quale sia la loro data di nascita. Sui siti d’incontri a cui sono iscritto io mi tolgo sempre due o tre anni, posso permettermelo e dirò la verità: non mi sento particolarmente bugiardo o truffaldino nel farlo; potrei benissimo avere tre anni di meno a guardarmi… ma magari anche di più, eh. Sono un trans-età!

Se seguiamo il ragionamento in tutta onestà intellettuale, dobbiamo riconoscere che l’età “vera”, ovvero la data di nascita, tutta questa importanza non ce l’ha nella vita di tutti i giorni e spesso noi stessi ci comportiamo tutti come dei trans-età, volendo essere visti e trattati sulla base dell’età che ci sentiamo e mostriamo, piuttosto che sulla base di un numerino del cazzo che sta sulla carta d’identità; non solo, spesso facciamo anche operazioni chirurgiche e trattamenti farmacologici per adattare il nostro corpo all’età che sentiamo di meritare.
Essere “trans-età” è possibile e sensato esattamente quanto lo è essere transessuali. La differenza è solo che nessuno sarebbe disposto a cambiarti l’età sulla carta d’identità… e che comunque l’età cambia negli anni, mentre l’identità di genere no, per cui nessuno solleva un problema sociale di trans-ageismo.
Non voglio certo sollevarlo io, in effetti; quello che voglio dire è semplicemente che, come richiesta, quella di farsi dare dalla società un’altra età rispetto a quella che si ha, non è così assurda e insensata come potrebbe sembrare.

Dall’altra parte, però… e qui si richiede uno sforzo di comprensione da parte dei progressisti… che suoni insensata è perfettamente normale. In effetti suona insensata quasi a chiunque. “Ma come, ma che cazzata è, l’età è un dato oggettuale, non possiamo giocarci così!”
E se abbiamo seguito bene il discorso sinora sappiamo bene che il punto non è l’oggettività dell’età come dato, quanto il fatto che sotto quel numerino vengono riassunti tutta una serie di tratti identitari che travalicano il numerino stesso. Sulla base di quel numerino la gente presumerà come mi vesto, cosa mi piace fare nella vita, quanto e come camperò, le mie priorità nella vita. Io non potrei mai volere che gli altri mi riconoscano una data di nascita diversa, perché quella è la data; ma potrei volere che gli altri non mi imprigionino in quel numero permettendogli di determinare interamente la mia immagine di me. Come i transessuali distinguono fra il sesso biologico, immutabile, e l’identità di genere, più flessibile, potremmo tranquillamente distinguere un’età temporale, oggettiva, e una serie di età definite diversamente, come l’età ossea o l’età mentale… concetti che peraltro già usiamo correntemente.

Tuttavia è necessario capire che vi sarebbero resistenze a questo tipo di mutamento, e sono resistenze comprensibili. Come dicevo prima, l’età che effettivamente ho non dice chi sono… ma comunque non può non condizionare vari aspetti della mia vita. E siamo abituati a parlare di età pensando al dato oggettivo, la differenza fra due date. Se da un giorno all’altro inizio a parlare di “età” cambiando il riferimento e pretendendo di scindere il dato oggettuale da tutti gli altri aspetti di cui parlavo… ragazzi, gli altri non ci si possono abituare subito, non è una pretesa razionale che lo facciano. Specialmente se si considera che le nuove categorie non vanno a prendere dei “posti vacanti”, bensì occupano posizioni già prese nel linguaggio: anche l’età ossea e quella mentale si misureranno in anni, anche se in effetti non sono veri “anni” quelli che misurano, ed è quindi abbastanza ovvio che chi è abituato a pensare in termini degli anni che effettivamente ho in termini di date percepisca l’introduzione di nuove categorie come un tentativo di rimpiazzare quelle vecchie.
Insomma, magari a me interessa, per le mie ragioni, sapere esattamente quand’è nato l’altro, e non qual è la sua età ossea o mentale. E mi trovo invece a dovermela giostrare fra tutta una serie di enumerazioni che mi interessano di meno.

Il problema della distinzione fra identità di genere e sesso biologico, al netto della transfobia e della malizia di chi non vuole proprio capire, è solo uno: che i termini “uomo” e “donna” non sono tabula rasa, sono stati usati per millenni in riferimento biunivoco al sesso biologico. Usarli ora in maniera distinta da esso, per parlare di una cosa che invece è distinta da esso, genera resistenze e problematiche.
… Ed è davvero così distinta? Anche quello è argomento di discussione; la transessualità spesso porta a voler assumere tratti somatici che sono tipici di un certo sesso (non “genere”, ma “sesso”). Dunque la ridefinizione dei termini va effettivamente ad occupare uno spot già preso e occupato militarmente con quindici carriarmatini, e la richiesta da parte di chi c’era prima di non esserne scalzato ha un senso. Che non significa che vada accolta, ma ha un senso, si può capire abbastanza da dove viene e che funzioni ha.

Per brutto che possa sembrare dirlo, io credo che la ragione principale per cui le preoccupazioni dei conservatori sono fuori luogo sia la marginalità numerica del transessualismo. Per dire, la classica obiezione omofobica che “se tutta l’umanità fosse gay ci estingueremmo” non ha senso, fra le altre cose, perché i gay se lo desiderano possono anche avere figli, ma principalmente perché i gay sono più o meno il 5% della popolazione e non è mica vero che crescano fino ad invadere il mondo: son sempre quelli. Anche se fossimo tutti preti ci estingueremmo, ma il punto è che non siamo chiamati ad essere tutti preti.

La preoccupazione specifica dei conservatori, quella di vedersi “scippate” le categorie del sesso biologico vedendole sostituite con quelle dell’identità di genere, si esprime nel termine molto offensivo che usano per definire le donne trans: “traps”, trappole, persone che ti traggono in inganno “fingendosi” donne quando invece sono “uomini”. Hanno insomma il terrore di vedersi sostituite le donne biologiche da donne trans. Paradossalmente non è una paura del tutto insensata, in via astratta. Si intende: io uomo etero posso non avere nulla contro le donne trans ma non avere voglia di iniziare rapporti con loro per questa o quella ragione; magari per motivi del tutto sensati come il desiderio di avere figli biologici con la partner. Mi sentirò dunque più a mio agio sapendo che posso approcciare qualunque donna nel locale con la ragionevole certezza che corrisponda a quella mia aspettativa. Messa così è abbastanza ragionevole, no?

Ma i transessuali sono tipo uno su diecimila persone. Quindi sì, se una donna transessuale si “confonde” con una donna biologica non mette a rischio la tua sicurezza che in quel locale quella che ti piace possa anche partorire. Non più di quanto la metta al rischio il fatto che potrebbe essere semplicemente sterile. Certo se fossero il 50% della popolazione, ecco, lì il problema si potrebbe porre legittimamente. Quella dei conservatori è una preoccupazione che potrebbe essere compresa e contestualizzata e neutralizzata, ma che più spesso viene ingigantita e prende la forma della fobia, con tutta l’aggressività e l’irrazionalità che ne consegue. Ed ecco dunque che si immaginano un futuro prossimo in cui non esistono più donne biologiche e loro non possono più avere figli e sono costretti ad accoppiarsi per forza con “donne col pisello”…

Pensare a queste cose solleva riflessioni molto interessanti, per esempio il paradosso apparente per cui una certa situazione può essere normalizzata solo in virtù della propria marginalità ed eccezionalità. Omosessualità e transessualità sono normali e sane perché sono marginali, numericamente. Se non fossero marginali non sarebbero sane, o quanto meno, dovrebbero essere ripensate e integrate in modo diverso nel tessuto sociale. A pensarci, ciò non è così strano: abbiamo tutti bisogno di chirurghi e di operai e di manager, ma se fossero tutti chirurghi chi costruirebbe i palazzi, se fossimo tutti operai chi farebbe il manager, se fossero tutti manager chi aprirebbe la pancia alla gente?

C’è un elemento di irriducibile diversità nell’essere LGBT. Questo va accettato e secondo me si digerisce facilmente. Ora si tratta di capire cosa farne.

 

Ossequi.

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Montanelli era pedofilo?

16 03 2019

 

No.

Questa era la risposta breve e per quanto mi riguarda, se vi basta, chiudete qui.

 

Altrimenti vi do una spiegazione più lunga.

Sapete che ogni tanto internet fa delle “scoperte”, no?

Le scoperte sono generalmente una roba che si sapeva da almeno cinquant’anni, ma che l’altro ieri è stata condivisa su facebook da qualcuno di famoso che a sua volta l’ha scoperta due giorni fa ed è convinto di aver inventato internet.

La scoperta in questione è che un famoso giornalista italiano, Indro Montanelli, defunto diciotto anni or sono, aveva “comprato” e sposato in Etiopia una moglie locale, una ragazza di dodici anni.

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Monumento a Montanelli vandalizzato da alcune attiviste femministe.

Lui non si sforzò mai di nascondere la faccenda e addirittura ne parlò con nonchalance (forse in effetti eccessiva) in un’intervista in TV, durante la quale una femminista (che in seguito divenne nota per l’omofobia e per il supporto a Berlusconi), tale Elvira Banotti, lo accusò di aver stuprato una bambina. Alcune attiviste femministe hanno fatto la “scoperta” e hanno dunque deciso, visto che andare a dirgliele a Montanelli non era più possibile, di imbrattarne una statua di rosa. Con un risultato che se chiedete a me è pure carino.

Ora, siccome sto per parlare di un argomento altamente isterogenico faccio subito due chiarimenti. Chi legge per favore vi ponga attenzione perché non li ripeterò due volte:

 

  • Non mi interessa santificare Montanelli.
  • Non mi interessa dare una giustificazione acritica del suo comportamento.
  • Non mi interessa dare un giudizio di valore sulla pratica del madamato né del colonialismo in senso lato.
  • Non mi interessa nemmeno dare addosso alla Banotti, seppure sarebbe un’occupazione delle più piacevoli.

 

Se questi sono i temi che vi interessano smettete di leggere qui perché non li tratterò.

Tratterò esclusivamente quell’unico tema che è nel titolo, e cioè se il comportamento di Montanelli possa essere classificato come pedofilo. Lui si giustificò molto semplicemente dicendo che, a quell’età, in Abissinia erano già donne. È questa difesa accettabile?

Ecco la mia risposta.

Dicevo che quest’argomento è isterogenico. Ricordate che gli integralisti cattolici piantarono, e ancora oggi ci piantano, grane pazzesche sul terribile GENDER nelle scuole e sulla stepchild adoption? Notate come ogni tre per due gridano alla minaccia della pedofilia che ormai secondo loro sarebbe praticamente ovunque in occidente?

Ecco, in realtà però tutta la loro campagna contro l’educazione sessuale nelle scuole si basò sulla minaccia della pedofilia, o più in generale: dell’esposizione del bambino al sesso; ma il fatto che la suddetta campagna abbia anche avuto un notevole successo, così come che sia stata giocata la carta pedofilia in prima battuta, è prova provata dell’esatto contrario di quanto vorrebbero suggerirci: in realtà la nostra società è incredibilmente sensibile, non a caso ho usato il termine “isterica”, sul tema della sessualità infantile, e anche adolescenziale. E lo è oggi molto di più che in passato. Il fascismo non era certo un regime progressista, eppure, o forse proprio per quello, Montanelli agiva con benedizione fascista, e in generale la pratica di far sposare le figlie molto giovani, secondo gli standard odierni, è vecchia come il mondo: Maria Antonietta si sposò a quattordici anni, per fare un esempio. Anche oggi, nella nostra Italia l’età del consenso per avere rapporti sessuali è quattordici anni, una delle più basse d’Europa ma non la più bassa: ci supera la Spagna con tredici anni. E queste non sono trovate moderniste della lobby gay e delle femministe, l’esatto contrario: sono residui di epoche passate, e femministe e gay sono forse quelli più impegnati nel cercare di farceli cancellare.

Mi preme insomma sottolineare che la battaglia per ritardare ancora e ancora e ancora l’età della maturità sessuale non è una battaglia conservatrice o reazionaria; un conservatore genuino, verosimilmente, vorrebbe tornare a vedere gente che si sposa e sforna figli a quattordici anni. È, piuttosto, un tratto tipico delle civiltà occidentali modernizzate e “progressiste”. E su questo fronte, invece di farci più flessibili, ci stiamo facendo sempre più moralisti. Ha raggiunto toni da farsa il caso di Asia Argento, che dopo essere stata molestata da Weinstein, è stata accusata di molestie da Jimmy Bennett, un ragazzo che ai tempi in cui ebbero il presunto rapporto sessuale era probabilmente consenziente… ma non ha importanza, perché aveva sedici o diciassette anni (scusatemi, non ricordo di preciso) e dunque era minorenne, e in molti stati USA questo basta a configurare lo stupro. In una svolta quasi parodistica, Bennett è stato poi accusato di molestie da una sua ex con la stessa scusa: lei era minorenne e lui no. Poco importa che fossero ben al di sopra dei quattordici anni che stabilirebbe, invece, la legge italiana…

Insomma, rispetto alla California, noi italiani siamo un popolo di maniaci pedofili. E provateci voi a dire che non è così: i primi che vi salteranno al collo saranno femministi e queer. Non siamo abbastanza avanti e moderni noi italiani, nella caccia alle str… pardon, nella battaglia ai mostruosi pedofili!

E uno di questi mostruosi pedofili parrebbe essere (stato) Indro Montanelli, perché “una dodicenne è sempre e comunque una povera infante, indipendentemente dal contesto culturale, dal luogo dall’epoca”.

E questa è una mostruosa CAZZATA. È così chiaramente non vero.

Una lezione di biologia, ora: che cos’è l’infanzia, in senso biologico?

Si tratta di quel periodo nella vita di un individuo sessuato durante il quale esso non ha la maturità biologica per riprodursi.

I confini di questa condizione sono molto chiari: un giorno non sei in grado di riprodurti, pochi giorni dopo il processo è compiuto e ne sei perfettamente capace. E se quel momento è meno facile da identificare per i maschi (Platone diceva “deve crescergli il pelo sul viso”, se no è pedofilia), nelle femmine corrisponde al menarca.

Volete davvero qualcosa che non cambi da cultura a cultura? Beh, la biologia non cambia da cultura a cultura, quindi eccovi accontentati: l’infanzia di una bambina è, in qualsiasi cultura, tutto ciò che c’è prima del menarca. Dopo è una donna.

E molto di frequente a dodici anni una il menarca lo ha già avuto.

“Ma come, Alberto?! Stai dicendo che una ragazzina di dodici anni è sempre psicologicamente matura per avere rapporti sessuali, o addirittura per sposars?!”

Assolutamente NO. Sto dicendo che spesso ha avuto il menarca, è quindi è BIOLOGICAMENTE matura, è BIOLOGICAMENTE una donna. E dunque sempre BIOLOGICAMENTE non sei un pedofilo se sei un maschio etero e ne sei attratto: verosimilmente avrà anche già il seno, il pelo nei posti giusti, i fianchi formosi. Non esattamente le caratteristiche per cui i pedofili escono pazzi. E questo vale davvero in qualsiasi cultura e tempo e luogo, perché è biologia.

Ovviamente, al di là della biologia, in senso psicologico una dodicenne può benissimo non essere matura. Ma quello è appunto un fatto psicologico: per via delle condizioni culturali in cui è vissuta, è rimasta psicologicamente bambina e dunque esserne attratti assume una sfumatura pedofilica sempre in senso psicologico, nel senso che implica un rapporto di superiore maturità mentale di un partner rispetto all’altro.

Ma ecco dove ha perfettamente ragione Montanelli: questo ultimo aspetto dipende dalla cultura.  In Etiopia a quei tempi (forse anche oggi?) vigeva una cultura che trattava le ragazze sin dopo il menarca come donne, dunque pronte ad avere rapporti sessuali e a sposarsi. In quel contesto culturale lì, insomma, la dodicenne era donna a tutti gli effetti, e non puoi sentirla definire “bambina” dalla Banotti di turno o sentirti dare di pedofilo perché ci sei stato, è assurdo.

Che l’universo progressista si sia gettato a spolpare l’osso di dare di pedofilo ad uno sepolto da vent’anni, solo perché si è adattato ai canoni di una cultura diversa, rivela molte delle contraddizioni di questo universo. Un universo che combatte il razzismo e lotta per l’accettazione della diversità… Ma si deve prima o poi confrontare con una diversità che non si manifesta nel modo in cui si cuoce la pasta, ma nel modo in cui consideriamo, per esempio, il rapporto fra età e sesso. E lì si rivela che in realtà non riusciamo ad uscire dalle nostre categorie e siamo pronti a dichiarare che interi popoli e intere culture sono popoli e culture pedofile.

Forse avremmo dovuto castrare chimicamente tutta l’Africa?

 

Ossequi.





Parliamo di Incel

2 06 2018

Il tema è diventato molto di moda. Non posso esimermi dal dire la mia a riguardo…

Detesto dover dare troppo background su un problema che vorrei approfondire. Sarò dunque molto conciso in questa parte, e googlate, se siete disorientati dal termine del titolo: il “movimento” Incel è quello costituito dai cosiddetti Involuntary Celibate, Celibi involontari. In sintesi, gente, prevalentemente di sesso maschile, che non riesce ad avere una vita sessuale. In realtà generalmente chi si autodefinisce incel ha problemi un po’ più profondi e caratteristiche più peculiari di così. Specificamente, direi che l’aspetto più interessante dell'”ideologia” incel è una complessa e cervellotica teoria sociobiologica secondo la quale la loro (indubbiamente sgradevole) situazione deriva da una serie di limiti biologici. Per farla breve, le donne sono “ipergamiche”, ovvero aspirano a fare sesso con maschi che siano attraenti (ricchi e/o belli) almeno quanto loro o di più. I maschi invece saranno ben disposti a far sesso anche con donne non particolarmente attraenti, sempre per ragioni biologiche.  Questo farà sì che, come usano dire loro, se le donne vengono lasciate libere di scegliere, finirà che il 10% degli uomini farà sesso col 90% delle donne, il che condanna loro, uomini poco attraenti, ad uno stato di minorità naturale.

La peculiarità, che avrete notato, di questa visione del mondo delle relazioni è la visione rigidamente “commerciale” della cosa, che dunque non lascia spazio all’intimità o al sentimento. Probabilmente è proprio questo il vero, più grosso problema degli incel. Quello, e una grossa dose di misoginia che non li rende esattamente dei bocconcini appetitosi per le fanciulle. E anche il fatto che occasionalmente un incel faccia una sparatoria costituisce un po’ un problema di immagine.

Ma fin qui, fino al dire che gli incel hanno spesso dei problemi psicologici seri, e che tutto questo teorizzare astruso non fa altro che alimentare circoli viziosi psicologici che sono concausa del loro status, ci arrivano tutti. Ancor più facile è dare del pazzo ad uno che ammazza dieci persone perché non scopa. Appunto, è molto facile e lo fanno già tutti.

Io, invece, voglio sempre andare un passo in là. Non mi posso fermare a dire che questi tizi sono semplicemente dei pazzoidi con dei disturbi di personalità, che i loro problemi non sono veri problemi, che dovrebbero prendere la cosa diversamente eccetera. Anche perché la risoluzione di un problema non può passare dal rinnegarlo. Si consideri, per far già piazza pulita di alcune semplificazioni un po’ sciocche, che qui parliamo spesso di gente che a quarant’anni è vergine; ecco, se arrivi a quel livello lì non è neanche strano che ti venga voglia di fare una carneficina, dai di matto. Il drive sessuale è uno degli istinti primari dell’uomo, è irrinunciabile; se non riesci a soddisfarlo come e quanto vorresti ci stai male, e se non riesci a soddisfarlo mai hai una situazione di disagio patologico, una malattia.

Ora, se a quarantacinque anni non hai mai toccato un partner (e non per scelta deliberata), e riesci a prenderla con filosofia…  beh, io ti faccio la òla, rappresenta un tipo di tempra spirituale ai limiti del superuomo. E d’altro canto se hai questo tipo di tempra spirituale, mi aspetterei che qualche contatto con l’altro sesso tu lo abbia avuto, prima.

Diciamo che con gli incel c’è il grosso rischio di confondere il discorso logico col discorso psico-logico. Dal punto di vista psicologico, le problematiche degli incel sono chiare, ed è chiaro anche il ruolo che il discorso logico che essi fanno, ovvero quello fatto dei vari giustificativi della propria situazione, ha nella funzione psicologica. La dinamica è la seguente: io, incel, scorgo un’ingiustizia nella mia situazione; analizzo alcune possibili cause della suddetta ingiustizia; trovo che le cause sono tutte esterne alla mia volontà, i.e. la società, la bruttezza, il femminismo etc.; mi risolvo ad autocompatirmi per il resto della vita oppure a fare una strage.

Something gotta stop the flow. Se si vuole rompere una reazione a catena occorre individuare gli anelli deboli. Spoilerone, sono il terzo ed il quarto. Ma attenzione perché invece i primi due sono molto, molto forti e non si può pensare il fenomeno incel a prescindere da quelli.

Ok, gli errori negli anelli 3 e 4 li sappiamo. L’anello 3 è sbagliato perché se uno è incel, di solito, le cause non sono tutte esterne. In particolare, se non fai altro che scrivere quanto sono inferiori e puttane le donne, c’è caso che non saranno arrapatissime da te. Per esempio. L’anello 4 invece è sbagliato perché, in ogni caso, anche laddove uno sia vittima di circostanze avverse, non può considerarsi perciò autorizzato ad autocompatirsi e basta, o a fare stragi. La mia filosofia in questi casi è che se la vita ti butta addosso il doppio o il triplo o il quadruplo del carico rispetto ad altri più fortunati, le alternative sono due: restare schiacciato oppure diventare due, tre, quattro volte più forte degli altri. L’incel generalmente preferisce farsi schiacciare… e ama molto anche lamentarsi della cosa, che è alquanto infruttuoso. La società può avere e quasi sempre ha delle colpe nelle ingiustizie che viviamo, ma, anche quando ciò accade, nostra resta la responsabilità di lottare per la nostra felicità; scaricare la colpa sulla società  o sulla biologia o su versioni artefatte delle due per giustificare la passività(-aggressività) non può e non deve scatenare simpatie nel prossimo.

Fin qui era relativamente facile. Purtroppo però anticipavo che anelli 1 e 2 sono invece molto robusti, così robusti che preferiamo non parlarne mai. Rimedio io.

Il punto essenziale è che la situazione che si trova a vivere un incel… è veramente ingiusta. Scandalosamente ingiusta. Pur con tutte le responsabilità che egli può avere, generalmente proviene da background psicologicamente molto oppressivi, spesso sessuofobici; in alcuni casi è effettivamente bruttino, o effettivamente disastrato economicamente. Inoltre, e qui ci azzeccano molto gli incel a fare il paragone col capitalismo, nelle relazioni e nel sesso vige spesso l’effetto San Matteo: una “partenza” sbagliata porta tendenzialmente ad un accumulo successivo di altri incidenti di percorso, la famosa spirale discendente o feedback positivo. Per questa ragione il “peso della sfiga” non si limita a crescere linearmente, a diventare il doppio, il triplo, il quadruplo, ma cresce esponenzialmente: si eleva alla seconda, alla terza, alla quarta. Dunque la circostanza sfortunata da cui si è partiti rischia di trasformarsi facilmente in una sorta di maledizione a vita, perché è difficile spezzare il ciclo psicologico che l’ha attivata.

Questa è la ragione per cui, generalmente, quando vedo qualcuno bloccato nella spirale discendente la prima cosa che faccio è solidarizzare con l’ingiustizia che vive. Se uno in una sola giornata si è rotto una gamba, ha avuto un guasto all’auto, è stato mollato dalla moglie e gli ha cagato pure un piccione in testa, avrà sacrosanto diritto ad una sfuriata, e avrà sacrosanto diritto a sentirsi dire da me “certo, però, che sfiga…”

Dopodiché continua così: “certo, però, che sfiga… ora però vediamo insieme cosa possiamo fare per migliorare la situazione, ok?”

Di quel “certo, però, che sfiga”, tuttavia, siamo sempre molto avari con gli incel. E perché mai?

È un problema a due facce. Essenzialmente, però, non ci piace ammettere che il mondo sia naturalmente ingiusto. In un mondo in cui si pensa di diventare vegetariani per far bene agli animali, ovvero si rinnega il concetto stesso di “male naturale”, è difficile ammettere che, semplicemente, non vogliamo o non siamo in grado di fare molto per far del bene agli incel, che al contrario degli animali sono membri della nostra società e dunque dovrebbero essere molto più a portata del nostro aiuto. Invece sono affidati principalmente a sé stessi. Più in generale, l’effetto San Matteo è una nozione raccapricciante per il senso di giustizia umano. Sei in ospedale e vedi questa signora che c’ha la leucemia, e non solo: due anni prima ha perso un occhio, e adesso le è morto pure il figlio in un incidente d’auto. È giusto così? Ovviamente no, ma succede, e infatti è la dimostrazione che Dio non esiste e il cosmo non ha concetti di giustizia. L’effetto San Matteo ripugna ogni nozione di equità, ma è un meccanismo alla base di una moltitudine di dinamiche sociali e naturali. Con un po’ di sforzo, possiamo accettare l’idea che la natura se ne freghi del nostro concetto di equità e metta in pratica simili abomini… ma accettare il fatto che anche noi stessi funzioniamo allo stesso modo?

Giammai. Inaccettabile. Specialmente negli ambienti progressisti, nei quali affrontare i primi due anelli della catena incel può essere davvero molto difficile. Dopo aver improntato ogni proprio discorso all’idea che il comportamento etico è quello fatto nel nome dell’equità, che nella società giusta ognuno riceve secondo i propri bisogni e dà secondo le proprie capacità, che addirittura siamo così avanti che possiamo iniziare a pensare di riformare in senso “equo” pure la catena alimentare… uno dei bisogni primari dell’essere umano è in balia dell’effetto San Matteo e non sappiamo farci niente. Prima di passare alle teorizzazioni folli dei redpill, prima di autocompatirsi, prima di fare stragi, gli incel avvertono semplicemente questo senso di ingiustizia, appropriatamente, e non sanno gestirlo. A questo problema mancano adeguate risposte sociali.

In questo senso va dato merito a quelle teoriche femministe che provano a proporre, da una prospettiva diversa, una via alla “giustizia sociale sessuale” che passa attraverso i concetti di body positivity, fat pride, la critica degli sterotipi estetici e via discorrendo. Un’idea lodevole, in sé, riformare i gusti sessuali per renderli più equi, ma personalmente io ho aspettative molto più basse di costoro sul genere umano. Infatti, non credo che alcuna di queste femministe si prenderebbe il tempo di provare anche solo a conoscere un incel. In certi casi, non si può dar loro torto: alcuni di loro sono veramente inapprocciabili, anche con tutta la buona volontà… E quindi, in un certo senso non dipende neanche da chi rifiuta, il rifiuto. Dipende solo da un’ingiustizia cosmica. Non avremo mai, a mio avviso, una “giustizia sociale sessuale”, il sesso non risponde a una dinamica di giustizia, anzi, è naturalmente sperequativo.  Per ottenere un effetto perequativo occorre nuotare contro una fortissima corrente.

Potremmo ammettere almeno questo: “ci spiace, ragazzi, siamo impotenti ad ‘aggiustare’ questo bug nella nostra natura che ci preclude la possibilità di dare a tutti il sesso di cui avrebbero bisogno quando ne hanno bisogno e nelle dosi che vorrebbero, sarebbe bello ma il comunismo sessuale non lo riusciamo a metter su”.

Di solito, non si arriva neanche a questo punto qui, ovvero riconoscere che, anche se il mondo del sesso e delle relazioni non è così mostruoso quanto lo dipingono gli incel, e comunque molto molto ricco di ingiustizia e ineguaglianza e Effetto San Matteo. Non ci esce proprio di bocca, ammettere che proprio attraverso sesso e romanticismo, queste cose così fighe, possano esprimersi ingiustizie così profonde. Anzi, addirittura generalmente al sesso affidiamo, nell’immaginario collettivo, il compito di riparatore dei torti! Nei film la ragazza viene provvidenzialmente “donata” all’eroe dal destino, è messa sul suo cammino e rappresenta una via di salvezza, è il dono di Dio all’eroe. L’amore (romantico, ovviamente) è la via di uscita dalla crudeltà del mondo. Al sesso e alla vita di coppia, dunque, il compito di riparare alle ingiustizie che viviamo in tutti gli altri ambiti della nostra vita.

Come si dice, “affidare la pecora al lupo”. Pessima, pessima idea. In realtà il nodo che non si scioglie qui, e che non si può sciogliere in nessuna maniera, è che al fondo di tutti i nostri tentativi di dare ordine etico al mondo c’è l’ingiustizia cosmica. Un nodo eterno e che dunque si cerca di obliare. Nel sesso, nell’amore romantico, noi in realtà riponiamo ancora quella fede che non abbiamo più in Dio: alla fine, nella sua saggezza, farà andare tutto bene.

Ed esattamente come faceva Dio, il sesso, per ogni buon raccolto che ti regala, ti dà tre eruzioni di Pompei. E anche a Dio qualche spiga di grano bastava, per passarla liscia per tutte le sue cattiverie.

 

Ossequi.





Accusa del Complottismo

25 05 2018

Mi capita giusto oggi sotto gli occhi un articolo dal titolo che è tutto un programma: apologia del complotto.
Non potevo esimermi dal rispondervi, perché esprime un modus cogitandi che già altre volte ho incrociato e che necessita di vigorosa correzione.
Riassumendo tantissimo (ma vi invito a leggere), l’autore, Alessandro Lolli, risponde ad un altro articolo di Emanuele Giusti su L’Eco del Nulla. Emanuele è colpevole, secondo l’autore dell’apologia, di combattere il complottismo con troppa foga e assumendo colori politici. Sostiene Alessandro, dunque, che il debunking venga utilizzato come arma per supportare alcune parti politiche attraverso la costruzione di un simulacro di verità scientifica e la delegittimazione dell’avversario in quanto “complottista”, e dunque sciroccato. Si sorprende, infine, che il discorso anticomplottista sia particolarmente fiorente in Italia, dove effettivamente esiste evidenza storica di alcuni “complotti” reali mirati a nascondere al pubblico delle verità scomode al potere.
Come dicevo, ho già letto altre volte roba simile, tipicamente viene dalle dita di autori di estrema destra o estrema sinistra (che tanto ormai chi le distingue più) che stanno per sparare qualche gigantesca stronzata complottistica, Fusaro style, e mettono le mani avanti con una difesa d’ufficio del cospirazionismo. Tuttavia, non conoscendo l’autore non gli imputerò una simile intenzione, ma mi limiterò a spiegare perché sbaglia su quasi tutta la linea.

Ho detto quasi, quindi diciamo prima dov’è che ha ragione: è vero che a volte si adopera impropriamente il lessico del debunking e del fact-checking per affrontare questioni che non possono, per loro stessa natura, essere oggetto di rigoroso fact-checking. L’autore stesso fa un esempio validissimo in tal senso: che la riforma costituzionale del governo Renzi rischiasse deriva autoritaria è una tesi che, per com’è formulata, non si presta a fact-checking, ovvero ad una verifica rigorosa, stringente, provata punto per punto. Certo si può sicuramente argomentare punto per punto che questa tesi sia sbagliata, o che viceversa sia giusta, ma non si può risolvere la questione mettendoci sopra una pietra tombale nello spazio di un articolo di giornale. Altre tesi similmente strutturate possono essere cose tipo “occorre abbassare le tasse” o “l’immigrazione è dannosa alla società”. Possono essere vere o false, e sicuramente si possono discutere in termini rigorosi, ma non si prestano al formato del fact-checking. Questo perché, attenzione, il fact-checking e il debunking sono modalità comunicative specifiche e ben codificate in un formato. Il debunker deve prendere una notizia, un’informazione ben localizzata e individuata, e valutarne la veridicità effettiva in un breve articolo, o al massimo una serie di articoli se l’argomento è complesso. Per restare sulla riforma costituzionale, uno esempio potrebbe essere se uno avesse detto, com’è accaduto in campagna referendaria, che avrebbe permesso alla maggioranza di “eleggersi il Presidente della Repubblica da sola”; numeri alla mano, questa cosa la si poteva dimostrare falsa molto facilmente e in spazi molto ristretti. Ma il debunker non può mettersi a confutare o validare intere ideologie o worldview, ciò esula dallo scopo e dai mezzi del fact-checking, e non può essere chiamato debunking ciò che si pone obbiettivi così ambiziosi.
Ciò detto, però, ci sono varie precisazioni da fare.
La prima è la seguente: il fatto che il fact-checking non possa prendere come oggetto di confutazione o validazione intere worldview, non può essere preso a significare che il fact-checking sia neutrale rispetto a worldview e ideologia.
Si possono fare esempi molto semplici e molto illuminanti a riguardo. Per esempio, il Cristianesimo non è oggetto di debunking e fact-checking; tuttavia il creazionismo, l’Intelligent Design, la storicità dei Vangeli, le teorie riparative dell’omosessualità, i miracoli, sono oggetto di fact-checking e debunking. Va da sé che un debunker che faccia bene il suo lavoro, e dunque sbufali miracoli, creazionismo e via discorrendo, non farà un gran servigio al Cristianesimo. Ovviamente uno potrà restare cristiano anche al netto di grosse dosi di debunking di miracoli e creazionismo, ma se volessimo sostenere davvero che il debunking di creazionismo e miracoli è neutrale rispetto al Cristianesimo faremmo ridere i polli.
Il punto è questo: come già ho notato altre volte nel  mio blog, la verità non è una cosa neutrale e super partes. Tutt’altro. Oserei dire che la verità è una bomba H ideologica. Certo, può essere difficile rendersi conto di quanto la verità non sia una cosa neutrale, ma diventa più intuitivo se uno pensa al fatto che il suo opposto, ovvero la menzogna, è chiaramente non neutrale: la menzogna di solito serve uno scopo preciso ed è spesso politicizzata. Dire una menzogna è sovente un atto politico, e quanto più si politicizza la menzogna, tanto più si politicizza anche la verità. Suppongo che negli anni ’30 i “debunkers” che sostenevano che non vi fosse nessun complotto ebraico per conquistare il mondo venissero tacciati di anti-nazismo, per esempio. E probabilmente lo erano davvero, anti-nazisti, visto che la teoria del complotto pluto-giudaico era la spina dorsale del nazismo…
E qui si risponde facilmente anche alla sorpresa di Alessandro nel vedere quanto in Italia il discorso anticomplottista sia avanzato (sì, ho usato il termine “avanzato”; perché lo è ed è una cosa buona che lo sia); la risposta è delle più semplici: il primo partito del paese e principale forza di governo, il Movimento 5 Stelle, ha una potentissima componente complottista, così come il suo partner leghista. Il complottismo e le fake news in Italia sono pesantemente politicizzate, conseguentemente la battaglia contro di esse non può che finire con lo schierarsi. Non si diventa anticomplottisti perché si è schierati, al massimo si diventa schierati perché si è anticomplottisti, molto banalmente; ciò non nel senso che se sono anticomplottista automaticamente divento un fanboy di Renzi, ma è chiaro che il PD mi farà meno cagare a spruzzo del M5S perché non ha una componente cospirazionista neanche lontanamente così forte. Per questo il PD parla di combattere le fake news e il M5S subito inizia a ergersi in difesa della “libertà di parola”, con una coda di paglia lunga 830 Km; perché fake news e complottismo sono politicizzate e utilizzante prevalentemente (seppur non esclusivamente) da certe parti politiche.

D’altro canto il problema nel discorso di Lolli è più profondo del non vedere quanto il discorso veritativo sia naturalmente non-neutrale e anzi politicamente incisivo. Il problema è che non sembra comprendere l’essenza stessa del fenomeno complottista. Sembra invocare un anticomplottismo neutrale, piccolo e sostanzialmente innocuo; invoca un anticomplottismo che si dedica solo a sciroccati con copricapo di carta stagnola.
Si potrebbe fare un discorso anticomplottista piccolo, neutrale ed innocuo, se fosse piccolo neutrale ed innocuo il complottismo, ma non lo è. Lolli sembra mancare completamente la portata immensa e la perniciosità sconfinata del discorso complottista; questo perché, come altri, definisce il complottismo solo sulla base dei suoi specifici contenuti e di “impressioni” collegate a questi contenuti, invece che dei suoi metodi. Analogamente a quelli che vedono la scienza come una specie di religione, ovvero come un insieme di credenze più o meno valide, mentre invece la scienza è un metodo, Lolli vede il cospirazionismo come un container di credenze pazzesche, laddove invece è un metodo.
Il complottista, secondo Lolli, sarebbe uno che crede in una qualche cospirazione, e le cui credenze sono completamente pazzesche e ridicole. Questi due requisiti, “crede in un complotto” ed “è sciroccato”, non catturano minimamente l’essenza del discorso complottista e non ci permettono nemmeno di definirlo rigorosamente. I complotti, per esempio, ovviamente esistono; quindi non è che solo perché uno sostiene che ci sia un complotto gli si può dare di sciroccato, potrebbe avere ragione, come nota lo stesso Lolli… E infatti il complottista non è chiunque creda che esistano dei complotti, altrimenti dovremmo esserlo tutti visto che esistono. Resta l’altro requisito per definire il complottista, e cioè che la sua teoria sia evidentemente pazzesca, ma questa è solo la “impressione” di cui parlavo prima: le teorie complottiste sarebbero quelle che suonano folli: che so i rettiliani, gli Illuminati, ‘ste robe qui. O il complotto mondiale degli ebrei, che sarà stato pure ridicolo e folle ma ha dato inizio ad una guerra mondiale.
La cosa che mi fa pensare che Lolli non conosca affatto bene il complottismo è proprio quest’ultimo punto: sembra credere che le teorie cospirazionistiche siano pazzesche, chiaramente assurde, strutturalmente incredibili. Non lo sono affatto.

Cioè, chiariamoci, spesso (ma non sempre) sono contrarie al sentire comune, contrarie alle credenze più diffuse nella popolazione… Ma se le analizzi nella loro struttura logica, la caratteristica preminente delle teorie del complotto è al contrario la loro rigorosa, strettissima coerenza razionale, unita ad un immenso potere esplicativo. Dopotutto, non abbiamo un complottista ante litteram in Cartesio? Ricordate, il “genio maligno” che ci fa vivere in un sogno…? Certo, è molto controintuitivo pensare che viviamo in un sogno prodotto da un genio maligno, ma secoli dopo Cartesio ancora i filosofi non hanno trovato una prova logica conclusiva contro l’argomento del genio maligno. Non è confutabile, logicamente parlando è solido e dannatamente seducente.
Nella mia personale esperienza, ebbi intorno ai diciotto anni il primo contatto con le teorie del complotto, e lo ricordo come estremamente perturbante, perché queste teorie sembravano solidissime ed effettivamente parevano capaci di mettere in dubbio ogni tua certezza, fornendoti al contempo uno strumento interpretativo onnipotente capace di dare nuovo significato a tutto il reale. Dopo aver letto una teoria del complotto sugli ebrei cattivi, improvvisamente sui giornali iniziavo a vedere dappertutto l’opera di questi perfidi ebrei; di qua Israele, di là quel regista che è ebreo, di là c’è Gad Lerner… inizi a vedere ebrei ovunque ed è un soffio rendersi conto di quanto facilmente potrebbero essere colpevoli di tutto. Certo, si potrebbe dire anche che ci sono anche un sacco di fatti che depongono contro questa o quella teoria del complotto, ma le teorie del complotto hanno anticorpi naturali contro i fatti che le smentiscono. Qualche fatto smentisce la teoria? Be’, allora quel fatto è un falso messo in giro dai cospiratori, che sono onnipotenti onnipresenti ed onniscienti come il genio maligno di Cartesio, e dunque possono falsare qualsiasi prova.

Fortunatamente, siamo allenati ad essere un po’ sospettosi di alcune specifiche teorie del complotto, come quella sugli ebrei. Ma solo perché abbiamo visto che razza di danni hanno fatto, altrimenti ci cascheremmo ancora. E fortunatamente siamo attrezzati con il pensiero scientifico, che ci vaccina dal cospirazionismo… Perché in realtà le teorie cospirazioniste sono logicamente del tutto coerenti e non suonano affatto pazzesche, se non sei abituato ad avvertirle come tali per altre ragioni.
Emanuele Giusti fa benissimo a vedere del complottismo anche nella scelta di non votare PD; non è che tutti quelli che non votano PD sian complottisti, ovviamente, ma in molti casi può essere puro e semplice complottismo la ragione di quello come di altri comportamenti… E non è una buona ragione, ça va sans dire. In sostanza quando Giusti parla di complottismo indica la luna, e Lolli ha guardato il dito. Il complottismo non è una serie di teorie sciroccate su questioni ridicole. Il complottismo non è un insieme di contenuti. Il complottismo è un modus cogitandi malato, un virus del pensiero.

Ancora una volta si capisce bene cos’è il complottismo se si pensa al suo opposto, il pensiero scientifico. La scienza non è, come i più credono, un insieme di contenuti, bensì un metodo che può essere applicato a quasi tutti i contenuti immaginabili. Tutto può essere inquadrato e analizzato nei termini del pensiero scientifico.
Allo stesso modo, il complottismo è un metodo, e tutto può essere inquadrato ed analizzato nei termini del pensiero complottistico. Solo che il complottismo è, in buona sintesi, l’opposto del pensiero scientifico. Il pensiero scientifico parte dai fatti e poi cerca di costruire teorie “unendo i puntini”; il pensiero complottistico parte da un’immagine e poi va alla ricerca dei puntini che la costituiscano.
Se uno va a vedere come si compone un argomento complottista, si accorge che è costituito interamente di fallacie logiche. Avvelenamento del pozzo e altre fallacie ad hominem, per esempio. il complottismo si costruisce quasi tutto su fallacie ad hominem: la veridicità delle affermazioni non viene valutata sulla base del loro merito effettivo, ma solo sulla base di chi è che le sta facendo. Una persona che dice cose che non corrispondano alla teoria può essere automaticamente screditata individuando qualche interesse che la spinga a dire bugie, e dunque tutto ciò che essa dice è screditato. Quello dice qualcosa che non ci piace? Beh, ovvio: è ebreo. Beh, ovvio: è un ateo. Beh, ovvio, e un piddino. Non ci si può fidare di un ebreo o di un ateo o di un piddino, quindi tutto ciò che egli dice è falso. E se sono in dieci, in cento, in mille a dire quella stessa cosa? Beh, saranno tutti ebrei, tutti atei, tutti piddini … Tanto non lo so mica se davvero è ebreo o ateo o piddino, in realtà lo sto deducendo dal fatto che dice qualcosa che non mi piace. Capito il trucco? Dunque se una nota testata nazionale analizza il programma di governo gialloverde e, numeri alla mano, dimostra che non sarebbe realizzabile neanche in un milioni di anni… beh? Evidentemente è una testata che fa parte del complotto nazionale (degli ebrei? della lobby gay? degli americani? dei piddini? Vanno tutti bene, anche quelli che non avrebbero nessun motivo di partecipare al complotto possiamo tranquillamente gettarceli dentro).
Ma hai voglia a individuare fallacie nel pensiero complottista… Come dicevo, ne è interamente costituito. A parte le fallacie ad hominem che sono tutte rilevate in blocco dal complottista, ve ne sono varie altre. Petitio principii: in realtà le fonti affidabili vengono selezionate sulla base del fatto che corrispondano alla tua teoria. Bias di conferma: “unisci i puntini”… Sì, però li unisci secondo un’idea precostituita, quindi in realtà tu selezioni solo le “prove” che sono a tuo favore. Cherry picking: tutti i fatti che depongono contro la tua teoria sono in realtà bugie frutto del complotto e vengono dunque eliminati.
In generale, mentre la pietra d’angolo del pensiero scientifico è la falsificabilità, la pietra d’angolo del pensiero complottista è l’infalsificabilità. È letteralmente impossibile provare ad un complottista che si sbaglia, perché qualunque prova porti contro la sua tesi è frutto del complotto, un artefatto creato da un malvagio, potentissimo qualcuno.

Vista la versatilità del pensiero cospirazionista, si può dunque arrivare a dire senza troppe remore che se ne può trovare ovunque e ad ogni livello di strutturazione del pensiero umano. La mia ex moglie pensa che io sia uno stronzo. I miei colleghi pensano che io sia uno stronzo. Il mio capo pensa che io sia uno stronzo. I miei parenti pensano che io sia uno stronzo. La cassiera che ho insultato stamane pensa che io sia uno stronzo. Sarà mica che sono stronzo…? No! Posso sempre dire che sono vittima di una cospirazione perché, boh, sono “uno scomodo”, sono invidiosi del mio successo o qualche altra pantagruelica cazzata.

In estrema sintesi, se dovessi definire il cospirazionismo, lo definirei così: è il discorso menzognero sistematizzato, raffinato e portato al suo più alto livello di complessità; è l’eleganza massima del mentire, analogamente a come il pensiero scientifico è la ricerca del vero portata alle sue massime raffinatezza ed eleganza.
Ne consegue che, del complottismo, non se ne parla mai abbastanza, e mai abbastanza male. Troppo poco lo si individua e si denuncia, troppo poco si lancia l’accusa di complottismo, troppo poco accorti siamo contro di esso.
E proprio se per una volta il discorso viene reso un po’ più avanzato, ovvero se per una volta qualcuno si accorge che il discorso complottista si sta già pericolosamente gonfiando fuori di misura nel nostro paese e lo denuncia… Viene accusato di essere schierato e di star esagerando perché tutto sommato è roba innocua.

Mala tempora currunt.

Ossequi.

 





L’Ora Legale

31 08 2017

Qualche giorno fa ho visto il film “‘L’ora legale”, praticamente una fiction su quello che è successo a Marino a Roma. Riassunto della storia: un sindaco “onesto” viene eletto per riformare l’amministrazione di Petrammare, una città di merda completamente dominata dall’illegalità, dal traffico, dalla sporcizia e dall’inefficienza, portandovi la legalità. Quando inizia davvero a farlo, però, praticamente tutti gli abitanti (qui sta l’unica differenza con la vicenda reale di Marino, che in realtà seppur odiato dalle caste romane era alquanto apprezzato dalla popolazione) iniziano a vedersi toccati i propri interessi, e danno il via ad una sollevazione popolare che conduce alla fine alla cacciata del sindaco tramite uno scandalo-pretesto montato ad arte, e ad un ritorno dell’illegalità.
Diciamo che potevano anche inventarsela qualcosa, Ficarra e Picone, dai.

Complessivamente, non ho apprezzato molto il film, né condivido i giudizi positivi della critica. Cominciamo col dire però quali siano i suoi lati positivi: per cominciare, il problema su cui attira l’attenzione è dannatamente attuale; il film ricapitola praticamente la persecuzione di Ignazio Marino ad opera di tutte le caste e tutte le forze politiche, una persecuzione così spietata che ha visto in prima fila a portarla avanti lo stesso Matteo Renzi, oggi visto come una specie di unico baluardo contro il populismo ma che a Roma è stato il re dei populisti. Un tema indubbiamente interessante di cui discutere. Questo è positivo.
L’altro lato positivo è che la “morale” della storia muove almeno oltre una certa rappresentazione dell’Italia e del sud in particolare da parte degli italiani cui siamo abituati; ricordo per esempio il film “Ieri, oggi e domani”, in cui una Loren venditrice di sigarette abusiva a Napoli elude la galera facendosi mettere ripetutamente incinta, con l’approvazione aperta di tutta la città e il palese compiacimento della regia, come se l’illegalità fosse sostanzialmente un grazioso elemento del folklore locale. Quel film mi disgustò.
Almeno ne “L’ora legale” la situazione viene descritta con un po’ di amarezza/rassegnazione, e c’è da parte degli autori, almeno sulla carta, l’intenzione di stare dalla parte del “sindaco onesto”. Questo è già un progresso, almeno non ci sguazziamo beatamente, nell’illegalità.

Purtroppo l’intento a mio avviso fallisce per mancanza di coraggio e per via di un’impostazione sbagliata della sceneggiatura. Il film riesce a farci vedere il punto di vista dei cittadini che non vogliono più “l’onestà”, punto di vista che sulla carta vorrebbe condannare, onde condannarci tutti… Ma è così ansioso di farci capire quel punto di vista che finisce, inevitabilmente, per esserne apologetico. L’arrivo del sindaco onesto Natoli, da quanto ci viene mostrato nel film, a parte rendere la città un po’ più carina, sembra davvero una specie di catastrofe naturale: l’industria più importante della città viene costretta a chiudere, gli affari iniziano ad andare male più o meno per tutti, gli stessi protagonisti, interpretati da Ficarra e Picone, che gestiscono un bar in piazza, si trovano a perdere clienti e infine si vedono chiudere l’attività. in sostanza, l’arrivo della legalità sconvolge e distrugge l’intero equilibrio economico-sociale del paese, che era basato sul sistema della corruzione, dell’imbroglio, della truffa, dei “favori”, delle raccomandazioni e via discorrendo. Di positivo accade che la città effettivamente è più pulita e carina, ma a parte questo l’arrivo del sindaco sembra effettivamente una disgrazia, e la sua fissazione per il rispetto delle regole finisce con l’apparire stupida, fuori dal mondo e finanche dannosa, in un posto in cui l’intero ecosistema socioeconomico si basa sull’illegalità (Marino again).
Insomma il messaggio del film si riassume così: “sì, è vero, le regole in teorie andrebbero rispettate, la legalità sarebbe una cosa bella sulla carta. Però nella pratica vi sono equilibri che si reggono sull’illegalità diffusa e pensare di cambiarli è sì una buona intenzione, ma è anche un’idea sciocca e fuori dal mondo destinata al fallimento”. Con la postilla: “eh, purtroppo è così, non è che ci piace ma è così”.Risultati immagini per l'ora legale recensione

Però per un film che tutto sommato sembra volerci fare la morale, questa è veramente una pessima morale da fare. È vero, ci sono ecosistemi, come quello romano ad esempio, che di fatto si reggono sul malcostume dei favori, delle caste, delle raccomandazioni, dell’inefficienza. In un qualche modo “funzionano”, nel senso, non è l’apocalisse nucleare quello che succede a Roma: è semplicemente una città sporca, puzzolente, scomoda ed invivibile, ma sarà pur sempre meglio di Pyongyang. Non è la Shoah se rimane così. Però sarebbe molto meglio se venisse riformata, e col giusto polso e la giusta astuzia politica, quel sistema potrebbe e dovrebbe essere riformato. Ne guadagnerebbero tutti gli abitanti, nel complesso. Mi si vuol far credere che veramente Petrammare/Roma può funzionare solo se si infrange la legge? Che effettivamente l’equilibrio migliore e più sano per gli abitanti è quello, sporco, puzzolente, sprecone, inefficiente, che si è già trovato? Che se aspiri a qualcosa di meglio, alla fin fine, sei benintenzionato ma un povero coglione?
Perché nel momento in cui mi si mostra che il sindaco onesto Natoli sostanzialmente demolisce il tessuto sociale della città, senza farvi corrispondere alcuna seria contropartita, mi stai dicendo che in effetti coloro che lo vogliono far dimettere hanno tutte le ragioni di volerlo fare… Anche se poi vorresti dirmi che hanno torto, che sono dei mostri, la situazione che descrivi è una in cui hanno delle ottime ragioni. Certo, nella realtà perché un’insegnante di scuola dovrebbe avercela anche lei col sindaco Natoli? Forse la obbliga a lavorare di più? Può essere, ma la tiene anche meno imbottigliata nel traffico, le fa trovare meno cacca di cane per strada, le fa respirare un’aria meno cancerogena, le fa fare file più brevi alle poste e al comune; inoltre fa risparmiare un sacco di soldi alle casse pubbliche, che poi possono essere usati, per esempio, per diminuire il costo dei mezzi pubblici o per costruire aree attrezzate per i bambini o per ammodernare le stesse aule della scuola rendendole il lavoro più confortevole… E i due baristi che perdono i clienti perché gli impiegati comunali, ora che devono lavorare davvero, non possono più andare al bar? Lasciamo stare che ci sono sempre le pause per andare al bar… Ma i primi a guadagnare da una città più pulita e ordinata sono proprio gli operatori coinvolti nel turismo, perché la città diventa più attraente. La legalità non è meglio dell’illegalità soltanto sulla carta e nelle teorie dei filosofi morali: la legalità fa stare tutti quanti meglio; è stata inventata apposta per quello, per il bene comune, i.e. per il bene di tutti. Nel film però questo non si vede per niente; si vede solo una bella piazza linda e pulita: scegliete una piazza linda e pulita o mille posti di lavoro? Anche io, che sono piuttosto onesto e tengo all’ambiente, sceglierei il posto di lavoro, ma il punto è che non sono affatto cose mutualmente esclusive.

Marino… cioè, Natoli, ci dicono gli autori, in teoria è buono e bravo, ma nella pratica, è rigido, ottuso e non si rende conto di portare più danni e fastidi che benefici, nel contesto in cui è calato. La sceneggiatura insiste continuamente sul suo essere fuori dal mondo e sostanzialmente idiota: Natoli non ha mai una battuta interessante, e quando gli viene chiesto di dar ragione dei suoi provvedimenti non prova nemmeno a giustificarli in modo pratico, sa solo dire che “sono le regole e vanno rispettate”, come se nemmeno lui sapesse perché esistano, queste regole. La scelta di un Vincenzo Amato completamente incapace ed inespressivo per interpretarlo mette la ciliegina sulla torta sull’opera di rendere il personaggio completamente impermeabile alla simpatia: il giudizio più lusinghiero che si possa dare ad una persona così priva di personalità ed intelligenza come Natoli sarebbe “è un buon coglione”. Entrare nel suo punto di vista è completamente impossibile; di fatto come punto di vista ci viene somministrato solo quello dei cittadini insoddisfatti e insofferenti alla legalità che però, diciamolo, almeno hanno una personalità e hanno un po’ di senso pratico, mica come quell’imbecille del sindaco che vive nel mondo di My Little Pony. Però, che Ficarra e Picone ci credano o meno, di spiegarci quel punto di vista lì non ve n’è gran bisogno; gli italiani, specie del sud, conoscono già perfettamente le “ragioni dell’illegalità”, visto che le vivono tutti i giorni, spiegarcele ulteriormente mi pare abbastanza superfluo.

Ora, come diceva Schopenahuer, se la teoria differisce dalla pratica, è la teoria ad essere sbagliata; il messaggio del film finisce con l’essere, in sostanza, che la legalità è una bella idea senza applicazione pratica. Marino… Cioè, scusate, Natoli, non poteva avere successo perché la legalità nell’ecosistema di Roma… cioè, scusate, Petrammare, non può funzionare e i cittadini per primi non la vogliono per davvero perché, sebbene amino lamentarsi, in realtà stanno bene così. Ma che messaggio è? Lo sappiamo già cosa è successo a Marino e perché è successo, le abbiamo viste le manifestazioni inscenate dai parassiti di Roma al grido di “Marino dimettiti”, quando era stato accusato, e poi assolto, di aver caricato un po’ i rimborsi per spese di rappresentanza nella città di Mafia Capitale. Il problema non è che la legalità a Roma non possa funzionare, è che per implementarla ci vuole una certa astuzia politica, visto che se ci provi ci sono gruppi di interesse che faranno di tutto per distruggerti.

Poteva il film essere sviluppato in maniera più interessante?
Secondo me sì; sarebbe stato più interessante vedere, per esempio, cosa succederebbe se venisse fuori un Marino che oltre alle buone intenzioni ha un po’ di astuzia politica in più per metterle in pratica.
Certo, mi si potrebbe dire che, proprio sapendo cosa è successo a Roma, il fatto che il film si sviluppi in questo modo è realistico: il sindaco benintenzionato ma troppo ingenuo viene distrutto dai gruppi di interesse cui ha pestato i piedi. Ok, ci sta. Ma allora vorrei almeno vedere la vicenda dal punto di vista della vittima più che da quello dei carnefici, visto che quello dei carnefici è quello che ci hanno propinato tutti i telegiornali per mesi.

Quello che accade nel film è, invece, che l’atteggiamento di rassegnazione allo status quo, che già di suo sarebbe discutibile, si tramuta in adozione del punto di vista del furfante, addirittura con l’identificazione del cittadino comune col furfante e infine con una sottile apologia dello status quo, e alla fine della visione si resta dubitanti: ma Ficarra e Picone condannano lo status quo o sotto sotto se ne compiacciono? Non è che forse loro stessi sono i primi che amano lamentarsene ma tutto sommato ci sguazzano?
Perché se, come sostengono molte recensioni del film che ho già letto, il film vuole essere uno specchio della mostruosità di ognuno di noi, è anche vero che in uno scenario in cui tutti sono mostri nessuno è davvero mostro…

Ossequi.





Fissazione anale

16 01 2017

La signora Silvana De Mari (tecnicamente sarebbe dottoressa, ma a mio avviso costei è già tanto se la chiamo signora) è recentemente assurta agli onori della cronaca grazie ad una sua straordinaria capacità personale: quella di produrre stronzate in quantità tale che, se inventassero un motore che funziona a stronzate, con un giorno di lavoro sarebbe in grado di provvedere al fabbisogno energetico della Cina per il prossimo cinquantennio.

Intendiamoci, secondo me le stronzate sono una forma d’arte, specie quando raggiungono espressioni così divine. Ma è difficile guadagnarsi da vivere con l’arte, sarà per questo che la De Mari si guadagna da vivere come endoscopista, ovvero infila sonde nel culo alla gente. Non so come se la cavi da endoscopista, probabilmente bene visto che da ciò che dice sembra trasparire una passione sconfinata per gli ani altrui e per le loro vicende; ma sono sicuro che con la produzione di stronzate se la cava pure meglio.

Il punto, pur non mettendo in dubbio le doti personali di cazzara della signora, è che purtroppo occorre dire che di stronzate l’umanità è sempre in surplus, quindi la nostra non ha davvero niente di particolare per cui dovrebbe meritare la nostra attenzione; è vero però che sta avendo i suoi, dolorosissimi per noi dotati di neuroni, quindici minuti di celebrità, quindi possiamo usarla come spunto per fare un pochino di informazione come si deve.

Dunque, se dovessi riassumere i contenuti della sparata media della De Mari in una serie di parole chiave, esse sarebbero: ano, feci, retto, colon, fisting. Praticamente non fa altro che parlare delle cavità anali del prossimo. Vabbe’, io faccio statistica di lavoro, parlo spesso di statistica, ma non ne parlo sempre, questa pare proprio ossessionata.
Certo non è l’unica appassionata di sesso anale (come argomento intendo, ma che avete capito?!) che troviamo nel mondo ultracattolico e in generale omofobico. Avete mai sentito termini come “culattone” e “culo” o “buco” per riferirsi agli omosessuali? Addirittura in quegli ambienti lì si continua a parlare di “sodomia” come sinonimo di omosessualità, non è una sorpresa.

Problema principale: è un’identità semplicemente FALSA.

Io per primo sono omosessuale al 100%, ma quando iniziavo a scoprirmi una delle mie preoccupazioni era che, oltre a non essere etero, e quindi non rientrante nelle aspettative sociali sugli etero, pareva che non rientrassi neanche in quelle sugli omosessuali. Non avevo mai fatto nessuna fantasia sul sesso anale; non mi interessava l’idea di penetrare un altro maschio, men che meno mi interessava l’idea di esserne penetrato: sempre odiato anche solo le supposte. “Ma se sei gay, prima o poi ti toccherà farlo il sesso anale”, mi diceva una vocina interiore. Come tanti, anche io avevo interiorizzato gli stessi stereotipi su di me: essendo gay, devo fare sesso anale, anzi, addirittura, essere gay=fare sesso anale.

1hrsqnNon che non ci abbia mai provato, a farlo, o che non abbia raggiunto una certa apertura mentale (purtroppo solo mentale e non anale) a riguardo, nel tempo. Una volta l’ho anche fatto, da attivo. L’ho trovato noiosissimo. Probabilmente, come in tutte le pratiche sessuali, il divertimento dipende anche da chi c’è dall’altra parte, perché contrariamente a quello che continua a ripetere la signora, forse per auto-convincersene, il sesso omosessuale come tutto il sesso si fa in due, è un atto eterodiretto, è un rapporto. Ho incontrato persone con cui quel rapporto ha funzionato, e altre con cui non ha funzionato; la mia unica esperienza anale rientrò nella seconda fattispecie, probabilmente con un’altra persona sarebbe andata meglio.

Comunque, fra una cosa e l’altra, non ho più fatto sesso anale per vari anni. In compenso ho avuto altri rapporti sessuali veramente fantastici. A sentire la signora mi sa che non sono manco omosessuale, visto che sembra non concepire proprio la differenza fra sessualità anale e omosessualità.

Ma sarò io una mosca bianca? Sono l’unico gay al mondo che sta benissimo senza sesso anale e non lo cerca e non lo pratica?

Io ne ho conosciuto e conosco parecchi così. Quindi sicuramente non sono un alieno, si tratta anzi di una cosa estremamente comune.

Quanto comune?

Vi prego, se la De Mari o il suo tutore legale stanno leggendo tengano pronti i Sali per rianimarla: secondo uno studio del 2011, circa il 62% dei maschi omosessuali non pratica mai il sesso anale[1]!

[Piccolo edit: mi è stato fatto notare che lo studio di Rosenberg non si riferisce al sesso anale mai fatto in tutta la vita, ma solo al rapporto più recente. Non prova dunque che la maggioranza dei maschi omosessuali non lo pratichi mai; quello che prova è solo che il 62% dei maschi omosessuali non lo considera una pratica sessuale irrinunciabile e, verosimilmente, non lo pratica con regolarità. A posteriori, pareva in effetti una percentuale troppo alta; per esempio io stesso, che non pratico il sesso anale, una volta nella vita l’ho provato, quindi è logico pensare che quelli che lo hanno fatto “almeno una volta” siano parecchio numerosi, al punto anche di sovrastimare moltissimo il numero di coloro che poi lo praticano di fatto con regolarità.
Altri studi suggeriscono che la percentuale dei maschi omosessuali che non praticano sesso anale sia di uno su quattro o uno su tre [2,3,4]. Chiaramente si tratta comunque di una percentuale enorme e sufficiente da sé a sfatare il mito secondo cui omosessualità = sesso anale.]

Parliamo di omosessuali casti che non praticano mai sesso? No, perché il 72% pratica invece il sesso orale, quindi il quadro più ragionevole è che almeno metà dei maschi omosessuali sessualmente attivi non pratichi il sesso anale (delle lesbiche non parliamo nemmeno, perché come tutti sanno le lesbiche per l’integralista cattolico non sono vere omosessuali, ma sospetto che non pratichino il sesso anale neanche loro).

Il confronto con gli eterosessuali ha risultati ancora più impietosi, perché stando ad altri dati che non presento gli eterosessuali praticano il sesso anale perfino di più degli omosessuali. Ma lasciamo da parte il confronto, i confronti sono sempre difficili da fare e da interpretare; già il crudo dato è sufficiente: se almeno un omosessuale sessualmente attivo su due non pratica il sesso anale significa che l’uguaglianza sodomia=omosessualità è pura fantasia.

Quando una fantasia diventa stereotipo, a mio avviso, è sempre d’uopo domandarsi il perché, e io credo che la ragione sia l’approccio eteronormativo alla sessualità omosessuale, non a caso solo a quella maschile perché si presta particolarmente. Molti, sia eterosessuali che omosessuali, tendono a vedere la sessualità omoerotica come una specie di “imitazione” di quella eterosessuale. La sessualità eterosessuale, a propria volta, è piagata dal cancro cattolico prima e psicanalitico dopo che la ha codificata secondo il vecchio paradigma della genitalità: il sesso è la pratica riproduttiva.

Questa visione è vecchia come il cucco e oggi non ha più alcuna base scientifica. Ovviamente il sesso può avere una funzione riproduttiva, ma nei primati superiori ha anche una funzione sociale e ricreativa. Senza contare che, ovviamente, il fatto che ci sia una teleonomia evolutiva in una certa struttura o comportamento non vuol dire affatto che vi sia in esso un’intenzionalità, ovvero una finalità, ovvero una normatività. Ma quando parliamo di soggetti come la De Mari dobbiamo ricordarci che abbiamo a che fare con gente che o non ha capito l’evoluzione oppure la rigetta o più di frequente entrambe le cose, quindi si capisce perché continuiamo a sentire ‘ste stronzate su “a cosa serve il sesso”, “per cosa dovrebbe essere usato il sesso” e “cosa vuole la natura” (che, non essendo una persona, non ha volontà e non vuole proprio niente).

Insomma, se il sesso vero è la penetrazione vaginale e solo quella, e il resto sono una specie di imitazioni, be’, allora viene spontaneo pensare al sesso anale come la cosa che ci si avvicina di più. L’ano è vicino a dove sta la vagina, la posizione in cui si fa l’amplesso è molto simile, il movimento durante l’atto, “la monta”, pure è qualcosa di ubiquitario fra tutti i mammiferi… e infatti molti di loro praticano anche il sesso anale omosessuale, per inciso.  Dunque si spiega la fissazione di molti omofobi contro il sesso anale, e la loro cecità a tutte le altre forme in cui si esprime la sessualità omosessuale, che peraltro sono anch’esse in gran parte sovrapponibili a quello che fanno gli eterosessuali. E da qui viene anche l’esclusione delle lesbiche da qualsiasi considerazione: se non c’è la penetrazione, non c’è  il sesso!

E invece c’è eccome.

Beninteso, io non ho assolutamente niente contro il sesso anale, infatti penso che prima o poi lo rifarò, se troverò la persona giusta con cui provare di nuovo. Ma quello che mi preme sottolineare è quanto queste persone che si improvvisano esperti di omosessualità perché hanno infilato sondini nel culo alla gente siano semplicemente ignoranti che non sanno niente di omosessualità, e probabilmente molto poco di sessualità in generale: una percentuale enorme, se non la maggior parte, degli omosessuali, non fa sesso anale, o quanto meno non lo fa regolarmente. Scendi per strada, vai a conoscere un po’ di omosessuali, possibilmente non solo quelli cui hai infilato roba nel retto, e ti fai un’idea vera. E magari, ma FORSE EH, leggere anche qualche studio sull’argomento può aiutare. Capisco che il Catechismo dice già tutto quello che serve nella vita, ma se uno vuole capirne qualcosa di pompini e inculate forse il Catechismo della Chiesa Cattolica non dovrebbe essere il testo di riferimento.

Ovviamente poi uno stereotipo tira l’altro, dallo stereotipo che gli omosessuali scopano tutti in culo poi ne discendono vari altri. La De Mari per esempio pare molto scandalizzata dal fatto che sui siti gay si parli anche di pratiche sessuali molto non convenzionali, come il fisting, il pissing, lo scat; mi pare di capire che sia entrata in contatto perfino con la masturbazione uretrale (se non sapete cos’è non la cercate, io se potessi vorrei tornare indietro e non saperlo XD). Lo stereotipo qui è che i gay facciano tutte le peggio “schifezze”.

Non è vero. Certo uno stereotipo mediamente vero sul mondo gay c’è: siamo un pochino più aperti a parlare di sesso. È anche una necessità, visto che dobbiamo difenderci da HIV, ma un po’ discende secondo me dal fatto che un omosessuale nella propria vita si trova necessariamente a dover problematizzare e esteriorizzare la propria sessualità, mentre un eterosessuale può il più delle volte lasciarla un po’ dietro le quinte. Quindi a noi omosessuali i giochi sessuali con feci e urina fanno in media schifo come in media agli etero, ma siamo probabilmente, sempre in media, un po’ più spigliati a parlarne. Siamo anche più disinvolti a praticarli? Non saprei, forse un po’ sì, sempre in media ovviamente. Questo non significa certo che tutte le pratiche di cui parliamo siano comuni; ho conosciuto tanti, e aiutatemi a dire taaanti gay, con alcuni ho parlato anche di questioni piuttosto intime concernenti la sessualità. Non ho mai incontrato nessuno che praticasse scat o pissing (ripensandoci, ne ho conosciuto uno… ma per converso ho conosciuto anche un’eterosessuale cui piaceva, e considerando che con gli eterosessuali parlo di sesso molto di meno che coi gay, è significativo che ne abbia comunque trovato uno cui piace il pissing, si vede che non è così raro). Non è una cosa comune, ovviamente. Sappiamo per certo, d’altro canto, che gli eterosessuali lo fanno, seppur anch’essi molto molto di rado …“Two girls one cup”, mai sentito? Regista eterosessualissimo, signori miei.

Ma c’è un altro passo avanti che dobbiamo fare nel discorso, e cioè sottolineare come, se anche tutti gli omosessuali facessero scat e pissing, non sarebbero cazzi che riguardano la De Mari.

Il problema nel fare questo passo è la famosa incomunicabilità, un meccanismo di blocco mentale. Se una ti dice una cosa così:

A te cosa ti cambia se loro sono contenti? Mi cambia perché due tizi o tre che si tirano le feci addosso e che lo scrivono stanno profanando la loro umanità e la mia, stanno spargendo batteri fecali in giro, se hanno fatto il fisting dovrò curargli l’incontinenza fecale a spese de sistema sanitario loro hanno il diritto di farlo e io ho il diritto di affermare, scrivere, che lo trovo immondo.

Io non sono in grado di risponderle, perché per me questa cosa non ha alcun senso, non c’è comunicazione fra un cervello che funziona come il mio e uno che funziona (?) come il suo. Tralasciamo per un momento il discorso del Sistema Sanitario che è chiaramente pretestuoso, ma mi spiegate come faccio a “profanare l’umanità” della De Mari se una sera mi chiudo in camera mia e decido di fare qualcosa anche di, diciamolo, abbastanza disgustoso, come spalmarmi addosso le feci? Non le cambia proprio niente, non sono cazzi suoi e punto. Lei non avrebbe neppure alcun modo di sapere che lo sto facendo. Potrebbe benissimo conoscere eterosessuali che lo fanno, ma ovviamente lei non lo sa perché non glielo vanno a dire e non ha modo di saperlo. Che lei si senta violata da quello che due adulti consenzienti fanno a casa loro è un problema psicologico solo suo, non certo degli altri.

L’incomunicabilità fra persone come me persone come la De Mari è fondamentale, perché abbiamo di fronte una persona che giudica con una facilità sconcertante. Mi fa quasi paura. Io non avverto questa necessità di dare giudizi etici su tutto, esistono sfere del privato in cui non c’è niente da giudicare, e quello che fanno due adulti consenzienti in camera loro rientra nella fattispecie. Ti fa schifo l’idea dello scat? Se vuoi saperlo fa schifo anche a me, e molto; credo nessuna forza su questa terra potrebbe convincermi a praticarlo. Ma questo non ha alcuna rilevanza, nulla toglie alla dignità e al valore in quanto persone di chi invece lo trova divertente. Lo so che dire ad un ipercattolico che in certi casi ci può anche fare i cazzi propri e astenersi dal giudicare è veramente un’esagerazione (nonostante qualcuno la cui opinione essi dicono di tenere in alta considerazione sconsigliasse caldamente di dare troppi giudizi …), ma è così.

E per quanto riguarda le spese sanitarie… suvvia! La carne! Il prosciutto! È cancerogeno, è stato dimostrato. E allora? Spero che la De Mari non sia anche vegana, non sarà una di quelle che dicono che non dobbiamo mangiare prosciutto perché se poi ci viene il cancro pesiamo sul SSN, mi auguro. Il fisting è ovviamente una pratica poco salutare, oltre che molto poco comune, ma ci sono un sacco di cose poco salutari che si fanno perché le si trova piacevoli; quindi no, non sono fatti suoi se una coppia pratica il fisting. Il discorso poi diventa pazzesco se cerchiamo di applicarlo a tutte le cose che ha detto. Spargere batteri fecali in giro? A parte che come ben sa la signora i batteri fecali sono essenzialmente Escherichia coli, e a meno che non te la metti negli occhi o in bocca o su ferite aperte non fa proprio niente, ma davvero pensa che uno che pratica lo scat dopo non si faccia manco la doccia? Una sciacquata e i pericolosissimi batteri fecali se ne sono andati. Per non parlare poi del pissing: a meno che non vi siano gravi (e di norma molto visibili) infezioni delle vie urinarie in corso, la pipì è completamente sterile, la puoi letteralmente usare per lavarci le ferite; il che significa che farsi urinare addosso è cento volte meno pericoloso, per dire, che farsi venire nella vagina. Chi fa pissing pesa sul sistema sanitario meno della signora.

Ti fa schifo la cosa? Sopravvivremo, ma ancora una volta non sono cazzi tuoi, e hai voglia a gridare che invece lo sono, non lo sono, punto. Poi che uno possa farsi anche i cazzi degli altri, e be’, quello purtroppo succede d continuo; c’è la vicina che spettegola su chi ti è venuto a trovare in casa, c’è la signora che ti vede per strada e spettegola su come ti sei vestito, c’è la signora che ti infila il sondino in culo e spettegola sulle condizioni del tuo colon. Dobbiamo farcene una ragione. Il punto è che l’idea di farsi i fatti propri è del tutto aliena a certe persone: devono sparare sentenze su tutto, incluso e soprattutto ciò che non conoscono. E magari si limitassero a quell’attività, che è già abbastanza dannosa; di solito si mettono pure offendere e a spargere pregiudizi e vere e proprie menzogne per danneggiare le persone.

Certo ognuno ha i suoi hobby, personalmente non vorrei giudicare la signora se lei si diverte pontificando sull’ano delle persone. Ma chi non vuole essere giudicato, disse qualcuno, non deve giudicare…

Ossequi.

 

[1] Rosenberger, J. G., et. al. Sexual behaviors and situational characteristics of most recent male-partnered sexual event among gay and bisexually identified men in the United States. Journal of Sexual Medicine. (2011); 8:3040–3050.

[2] McWherter, D.P. and Mattison, A.M. (1984). The Male Couple: How Relationships Develop. Englewood Cliffs, NJ: Prentice-Hall.

[3]Zazola-Licea, et al. “Sexual behavior patterns and HIV risks in bisexual men compared to exclusively heterosexual and homosexual men.” salud pública de méxico 45 (2003): S662-S671.

[4] Wei, C. et al “Preference for and maintenance of anal sex roles among men who have sex with men: Sociodemographic and behavioral correlates.” Archives of sexual behavior 40.4 (2011): 829-834





Miseria del Nazionalismo

17 11 2016
Ho detto più volte che l’ascesa dei nazionalisti di oggi ripercorre fedelmente le tappe del fascismo e del nazionalsocialismo.
Dopo attenta riflessione, con l’unica eccezione di Putin, mi devo smentire e ammettere di aver detto una sciocchezza. Non è così. I nazionalisti odierni hanno un’idea del ruolo della propria nazione nel mondo che è radicalmente diversa dall’idea che ne avevano Hitler, Mussolini o che oggi ne ha Putin.
Hitler sognava la supremazia della Germania, una Germania che conquista, che domina, che si espande, che gioca un ruolo centrale nella scacchiera globale. Hitler, Mussolini, Putin… tutti alimentati dalla Wille zur Macht, La Volontà di Potenza; tutti grandi uomini che volevano una nazione grande. Grandi uomini nel male, ma indubbiamente grandi. Grandi nazioni nel male, ma indubbiamente grandi.
La caratteristica dei nazionalisti odierni, Le Pen, Salvini, Trump, May, è la loro vergognosa, patetica piccolezza. Il nazionalismo di un Trump non aspira a controllare il pianeta, piuttosto aspira a chiudere le frontiere e far finta che non esista alcun pianeta.
Il nazionalismo del Novecento era espansivo e guardava al futuro della nazione, quello odierno è recessivo e guarda esclusivamente al passato, cerca di ricostruire un trascorso nostalgico: “Make America Great Again”. Quell'”Again” è il cuore di tutto: non rendiamo l’America grande, rendiamola grande di nuovo, come era un tempo.
Ovviamente, la grandezza passata dell’America è dovuta proprio al fatto che è sempre stata una nazione che si muove di continuo, che ha un ideale globale, che guarda sempre al futuro, che si espande sempre, che aspira continuamente alla potenza… come la Russia di Putin. Gli USA hanno sempre avuto un’ideale grandioso da esportare e far affermare in tutto il pianeta; è l’inseguimento di questo ideale che, nel bene e nel male, li ha resi grandi. Se l’America smette di giocare quel ruolo, se si chiude a riccio e inizia ad illudersi di poter pensare solo a sé stessa, potrà essere molte cose, ma di sicuro non potrà mai più essere grande.
Lungi dall’essere la cura o la reazione alla decadenza ideale ed estetica dell’Occidente, questi nazionalisti mentecatti ne sono il prodotto ultimo naturale. Sono meschini e vigliacchi piccolo-borghesi che non credono in niente, neanche in sé stessi, e vorrebbero guardare solo il proprio orticello mentre il resto del mondo va in fiamme. Hitler spaventava perché voleva dominare gli altri, portava avanti un’ideale di tipo guerriero; la Le Pen e la May sono guidate da un solo ideale supremo: un “facciamoci i fatti nostri” da Don Abbondio anni 2000, un ideale dunque irriducibilmente piccolo borghese.
Il nazionalismo è sempre frutto della paura, ma vi sono tre possibili reazioni fisiologiche alla paura: combatti, oppure fuggi, oppure ti fingi morto e aspetti che il pericolo passi.
Combattere richiede un nerbo che nessun leader europeo odierno possiede; lo possiedeva un leader americano, Hillary Clinton, ma è stata trombata, quindi oggi in Occidente non c’è nessuno che abbia le palle di combattere la paura. La seconda opzione più efficace è fuggire: se qualcosa ci fa paura nella direzione in cui ci stiamo muovendo, allora proviamo a cambiare direzione. Questo è quello che cercano di fare i leader delle forze democratiche europee; non hanno il nerbo per combattere per ciò in cui credono e allora rifuggono dal confronto. E infine c’è  la tanatosi: muoviamoci il meno possibile, blocchiamo ogni cambiamento, addirittura se possibile cerchiamo di tornare ad uno stato precedente, e aspettiamo che il pericolo passi. Questi ultimi sono i populisti degli anni 2000; quelli che sanno fare una sola cosa: cercare di fermare la storia.
Hitler ha iniziato una guerra mondiale per cercare di conquistare tutta l’Europa; la Le Pen non inizierebbe mai una guerra del genere, ma in compenso, se qualcuno minacciasse gli interessi francesi armi alla mano, si piegherebbe a novanta e si lascerebbe scopare nel culo come una puttana.
Ho sempre pensato che l’estrema destra europea fosse una reazione inadeguata e spropositata alla decadenza occidentale, una sua conseguenza nel senso di un opposto dialettico. Oggi mi sto rendendo conto sempre di più che non è neanche quello, non è in opposizione alla decadenza nemmeno nel senso di risposta dialettica e speculare ad essa. Piuttosto ne è l’apice assoluto e logica conclusione; i nazionalismi di oggi non rispondono alla crisi dei valori, essi sono la concretizzazione ultima della crisi dei valori; son ciò che resta quando non si crede più in nessun comandamento che non sia “fatti i cazzi tuoi”.
E forse è troppo tardi per impedire che un processo così lungo e massiccio si fermi…
Ossequi