Parliamo di Incel

2 06 2018

Il tema è diventato molto di moda. Non posso esimermi dal dire la mia a riguardo…

Detesto dover dare troppo background su un problema che vorrei approfondire. Sarò dunque molto conciso in questa parte, e googlate, se siete disorientati dal termine del titolo: il “movimento” Incel è quello costituito dai cosiddetti Involuntary Celibate, Celibi involontari. In sintesi, gente, prevalentemente di sesso maschile, che non riesce ad avere una vita sessuale. In realtà generalmente chi si autodefinisce incel ha problemi un po’ più profondi e caratteristiche più peculiari di così. Specificamente, direi che l’aspetto più interessante dell'”ideologia” incel è una complessa e cervellotica teoria sociobiologica secondo la quale la loro (indubbiamente sgradevole) situazione deriva da una serie di limiti biologici. Per farla breve, le donne sono “ipergamiche”, ovvero aspirano a fare sesso con maschi che siano attraenti (ricchi e/o belli) almeno quanto loro o di più. I maschi invece saranno ben disposti a far sesso anche con donne non particolarmente attraenti, sempre per ragioni biologiche.  Questo farà sì che, come usano dire loro, se le donne vengono lasciate libere di scegliere, finirà che il 10% degli uomini farà sesso col 90% delle donne, il che condanna loro, uomini poco attraenti, ad uno stato di minorità naturale.

La peculiarità, che avrete notato, di questa visione del mondo delle relazioni è la visione rigidamente “commerciale” della cosa, che dunque non lascia spazio all’intimità o al sentimento. Probabilmente è proprio questo il vero, più grosso problema degli incel. Quello, e una grossa dose di misoginia che non li rende esattamente dei bocconcini appetitosi per le fanciulle. E anche il fatto che occasionalmente un incel faccia una sparatoria costituisce un po’ un problema di immagine.

Ma fin qui, fino al dire che gli incel hanno spesso dei problemi psicologici seri, e che tutto questo teorizzare astruso non fa altro che alimentare circoli viziosi psicologici che sono concausa del loro status, ci arrivano tutti. Ancor più facile è dare del pazzo ad uno che ammazza dieci persone perché non scopa. Appunto, è molto facile e lo fanno già tutti.

Io, invece, voglio sempre andare un passo in là. Non mi posso fermare a dire che questi tizi sono semplicemente dei pazzoidi con dei disturbi di personalità, che i loro problemi non sono veri problemi, che dovrebbero prendere la cosa diversamente eccetera. Anche perché la risoluzione di un problema non può passare dal rinnegarlo. Si consideri, per far già piazza pulita di alcune semplificazioni un po’ sciocche, che qui parliamo spesso di gente che a quarant’anni è vergine; ecco, se arrivi a quel livello lì non è neanche strano che ti venga voglia di fare una carneficina, dai di matto. Il drive sessuale è uno degli istinti primari dell’uomo, è irrinunciabile; se non riesci a soddisfarlo come e quanto vorresti ci stai male, e se non riesci a soddisfarlo mai hai una situazione di disagio patologico, una malattia.

Ora, se a quarantacinque anni non hai mai toccato un partner (e non per scelta deliberata), e riesci a prenderla con filosofia…  beh, io ti faccio la òla, rappresenta un tipo di tempra spirituale ai limiti del superuomo. E d’altro canto se hai questo tipo di tempra spirituale, mi aspetterei che qualche contatto con l’altro sesso tu lo abbia avuto, prima.

Diciamo che con gli incel c’è il grosso rischio di confondere il discorso logico col discorso psico-logico. Dal punto di vista psicologico, le problematiche degli incel sono chiare, ed è chiaro anche il ruolo che il discorso logico che essi fanno, ovvero quello fatto dei vari giustificativi della propria situazione, ha nella funzione psicologica. La dinamica è la seguente: io, incel, scorgo un’ingiustizia nella mia situazione; analizzo alcune possibili cause della suddetta ingiustizia; trovo che le cause sono tutte esterne alla mia volontà, i.e. la società, la bruttezza, il femminismo etc.; mi risolvo ad autocompatirmi per il resto della vita oppure a fare una strage.

Something gotta stop the flow. Se si vuole rompere una reazione a catena occorre individuare gli anelli deboli. Spoilerone, sono il terzo ed il quarto. Ma attenzione perché invece i primi due sono molto, molto forti e non si può pensare il fenomeno incel a prescindere da quelli.

Ok, gli errori negli anelli 3 e 4 li sappiamo. L’anello 3 è sbagliato perché se uno è incel, di solito, le cause non sono tutte esterne. In particolare, se non fai altro che scrivere quanto sono inferiori e puttane le donne, c’è caso che non saranno arrapatissime da te. Per esempio. L’anello 4 invece è sbagliato perché, in ogni caso, anche laddove uno sia vittima di circostanze avverse, non può considerarsi perciò autorizzato ad autocompatirsi e basta, o a fare stragi. La mia filosofia in questi casi è che se la vita ti butta addosso il doppio o il triplo o il quadruplo del carico rispetto ad altri più fortunati, le alternative sono due: restare schiacciato oppure diventare due, tre, quattro volte più forte degli altri. L’incel generalmente preferisce farsi schiacciare… e ama molto anche lamentarsi della cosa, che è alquanto infruttuoso. La società può avere e quasi sempre ha delle colpe nelle ingiustizie che viviamo, ma, anche quando ciò accade, nostra resta la responsabilità di lottare per la nostra felicità; scaricare la colpa sulla società  o sulla biologia o su versioni artefatte delle due per giustificare la passività(-aggressività) non può e non deve scatenare simpatie nel prossimo.

Fin qui era relativamente facile. Purtroppo però anticipavo che anelli 1 e 2 sono invece molto robusti, così robusti che preferiamo non parlarne mai. Rimedio io.

Il punto essenziale è che la situazione che si trova a vivere un incel… è veramente ingiusta. Scandalosamente ingiusta. Pur con tutte le responsabilità che egli può avere, generalmente proviene da background psicologicamente molto oppressivi, spesso sessuofobici; in alcuni casi è effettivamente bruttino, o effettivamente disastrato economicamente. Inoltre, e qui ci azzeccano molto gli incel a fare il paragone col capitalismo, nelle relazioni e nel sesso vige spesso l’effetto San Matteo: una “partenza” sbagliata porta tendenzialmente ad un accumulo successivo di altri incidenti di percorso, la famosa spirale discendente o feedback positivo. Per questa ragione il “peso della sfiga” non si limita a crescere linearmente, a diventare il doppio, il triplo, il quadruplo, ma cresce esponenzialmente: si eleva alla seconda, alla terza, alla quarta. Dunque la circostanza sfortunata da cui si è partiti rischia di trasformarsi facilmente in una sorta di maledizione a vita, perché è difficile spezzare il ciclo psicologico che l’ha attivata.

Questa è la ragione per cui, generalmente, quando vedo qualcuno bloccato nella spirale discendente la prima cosa che faccio è solidarizzare con l’ingiustizia che vive. Se uno in una sola giornata si è rotto una gamba, ha avuto un guasto all’auto, è stato mollato dalla moglie e gli ha cagato pure un piccione in testa, avrà sacrosanto diritto ad una sfuriata, e avrà sacrosanto diritto a sentirsi dire da me “certo, però, che sfiga…”

Dopodiché continua così: “certo, però, che sfiga… ora però vediamo insieme cosa possiamo fare per migliorare la situazione, ok?”

Di quel “certo, però, che sfiga”, tuttavia, siamo sempre molto avari con gli incel. E perché mai?

È un problema a due facce. Essenzialmente, però, non ci piace ammettere che il mondo sia naturalmente ingiusto. In un mondo in cui si pensa di diventare vegetariani per far bene agli animali, ovvero si rinnega il concetto stesso di “male naturale”, è difficile ammettere che, semplicemente, non vogliamo o non siamo in grado di fare molto per far del bene agli incel, che al contrario degli animali sono membri della nostra società e dunque dovrebbero essere molto più a portata del nostro aiuto. Invece sono affidati principalmente a sé stessi. Più in generale, l’effetto San Matteo è una nozione raccapricciante per il senso di giustizia umano. Sei in ospedale e vedi questa signora che c’ha la leucemia, e non solo: due anni prima ha perso un occhio, e adesso le è morto pure il figlio in un incidente d’auto. È giusto così? Ovviamente no, ma succede, e infatti è la dimostrazione che Dio non esiste e il cosmo non ha concetti di giustizia. L’effetto San Matteo ripugna ogni nozione di equità, ma è un meccanismo alla base di una moltitudine di dinamiche sociali e naturali. Con un po’ di sforzo, possiamo accettare l’idea che la natura se ne freghi del nostro concetto di equità e metta in pratica simili abomini… ma accettare il fatto che anche noi stessi funzioniamo allo stesso modo?

Giammai. Inaccettabile. Specialmente negli ambienti progressisti, nei quali affrontare i primi due anelli della catena incel può essere davvero molto difficile. Dopo aver improntato ogni proprio discorso all’idea che il comportamento etico è quello fatto nel nome dell’equità, che nella società giusta ognuno riceve secondo i propri bisogni e dà secondo le proprie capacità, che addirittura siamo così avanti che possiamo iniziare a pensare di riformare in senso “equo” pure la catena alimentare… uno dei bisogni primari dell’essere umano è in balia dell’effetto San Matteo e non sappiamo farci niente. Prima di passare alle teorizzazioni folli dei redpill, prima di autocompatirsi, prima di fare stragi, gli incel avvertono semplicemente questo senso di ingiustizia, appropriatamente, e non sanno gestirlo. A questo problema mancano adeguate risposte sociali.

In questo senso va dato merito a quelle teoriche femministe che provano a proporre, da una prospettiva diversa, una via alla “giustizia sociale sessuale” che passa attraverso i concetti di body positivity, fat pride, la critica degli sterotipi estetici e via discorrendo. Un’idea lodevole, in sé, riformare i gusti sessuali per renderli più equi, ma personalmente io ho aspettative molto più basse di costoro sul genere umano. Infatti, non credo che alcuna di queste femministe si prenderebbe il tempo di provare anche solo a conoscere un incel. In certi casi, non si può dar loro torto: alcuni di loro sono veramente inapprocciabili, anche con tutta la buona volontà… E quindi, in un certo senso non dipende neanche da chi rifiuta, il rifiuto. Dipende solo da un’ingiustizia cosmica. Non avremo mai, a mio avviso, una “giustizia sociale sessuale”, il sesso non risponde a una dinamica di giustizia, anzi, è naturalmente sperequativo.  Per ottenere un effetto perequativo occorre nuotare contro una fortissima corrente.

Potremmo ammettere almeno questo: “ci spiace, ragazzi, siamo impotenti ad ‘aggiustare’ questo bug nella nostra natura che ci preclude la possibilità di dare a tutti il sesso di cui avrebbero bisogno quando ne hanno bisogno e nelle dosi che vorrebbero, sarebbe bello ma il comunismo sessuale non lo riusciamo a metter su”.

Di solito, non si arriva neanche a questo punto qui, ovvero riconoscere che, anche se il mondo del sesso e delle relazioni non è così mostruoso quanto lo dipingono gli incel, e comunque molto molto ricco di ingiustizia e ineguaglianza e Effetto San Matteo. Non ci esce proprio di bocca, ammettere che proprio attraverso sesso e romanticismo, queste cose così fighe, possano esprimersi ingiustizie così profonde. Anzi, addirittura generalmente al sesso affidiamo, nell’immaginario collettivo, il compito di riparatore dei torti! Nei film la ragazza viene provvidenzialmente “donata” all’eroe dal destino, è messa sul suo cammino e rappresenta una via di salvezza, è il dono di Dio all’eroe. L’amore (romantico, ovviamente) è la via di uscita dalla crudeltà del mondo. Al sesso e alla vita di coppia, dunque, il compito di riparare alle ingiustizie che viviamo in tutti gli altri ambiti della nostra vita.

Come si dice, “affidare la pecora al lupo”. Pessima, pessima idea. In realtà il nodo che non si scioglie qui, e che non si può sciogliere in nessuna maniera, è che al fondo di tutti i nostri tentativi di dare ordine etico al mondo c’è l’ingiustizia cosmica. Un nodo eterno e che dunque si cerca di obliare. Nel sesso, nell’amore romantico, noi in realtà riponiamo ancora quella fede che non abbiamo più in Dio: alla fine, nella sua saggezza, farà andare tutto bene.

Ed esattamente come faceva Dio, il sesso, per ogni buon raccolto che ti regala, ti dà tre eruzioni di Pompei. E anche a Dio qualche spiga di grano bastava, per passarla liscia per tutte le sue cattiverie.

 

Ossequi.

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Accusa del Complottismo

25 05 2018

Mi capita giusto oggi sotto gli occhi un articolo dal titolo che è tutto un programma: apologia del complotto.
Non potevo esimermi dal rispondervi, perché esprime un modus cogitandi che già altre volte ho incrociato e che necessita di vigorosa correzione.
Riassumendo tantissimo (ma vi invito a leggere), l’autore, Alessandro Lolli, risponde ad un altro articolo di Emanuele Giusti su L’Eco del Nulla. Emanuele è colpevole, secondo l’autore dell’apologia, di combattere il complottismo con troppa foga e assumendo colori politici. Sostiene Alessandro, dunque, che il debunking venga utilizzato come arma per supportare alcune parti politiche attraverso la costruzione di un simulacro di verità scientifica e la delegittimazione dell’avversario in quanto “complottista”, e dunque sciroccato. Si sorprende, infine, che il discorso anticomplottista sia particolarmente fiorente in Italia, dove effettivamente esiste evidenza storica di alcuni “complotti” reali mirati a nascondere al pubblico delle verità scomode al potere.
Come dicevo, ho già letto altre volte roba simile, tipicamente viene dalle dita di autori di estrema destra o estrema sinistra (che tanto ormai chi le distingue più) che stanno per sparare qualche gigantesca stronzata complottistica, Fusaro style, e mettono le mani avanti con una difesa d’ufficio del cospirazionismo. Tuttavia, non conoscendo l’autore non gli imputerò una simile intenzione, ma mi limiterò a spiegare perché sbaglia su quasi tutta la linea.

Ho detto quasi, quindi diciamo prima dov’è che ha ragione: è vero che a volte si adopera impropriamente il lessico del debunking e del fact-checking per affrontare questioni che non possono, per loro stessa natura, essere oggetto di rigoroso fact-checking. L’autore stesso fa un esempio validissimo in tal senso: che la riforma costituzionale del governo Renzi rischiasse deriva autoritaria è una tesi che, per com’è formulata, non si presta a fact-checking, ovvero ad una verifica rigorosa, stringente, provata punto per punto. Certo si può sicuramente argomentare punto per punto che questa tesi sia sbagliata, o che viceversa sia giusta, ma non si può risolvere la questione mettendoci sopra una pietra tombale nello spazio di un articolo di giornale. Altre tesi similmente strutturate possono essere cose tipo “occorre abbassare le tasse” o “l’immigrazione è dannosa alla società”. Possono essere vere o false, e sicuramente si possono discutere in termini rigorosi, ma non si prestano al formato del fact-checking. Questo perché, attenzione, il fact-checking e il debunking sono modalità comunicative specifiche e ben codificate in un formato. Il debunker deve prendere una notizia, un’informazione ben localizzata e individuata, e valutarne la veridicità effettiva in un breve articolo, o al massimo una serie di articoli se l’argomento è complesso. Per restare sulla riforma costituzionale, uno esempio potrebbe essere se uno avesse detto, com’è accaduto in campagna referendaria, che avrebbe permesso alla maggioranza di “eleggersi il Presidente della Repubblica da sola”; numeri alla mano, questa cosa la si poteva dimostrare falsa molto facilmente e in spazi molto ristretti. Ma il debunker non può mettersi a confutare o validare intere ideologie o worldview, ciò esula dallo scopo e dai mezzi del fact-checking, e non può essere chiamato debunking ciò che si pone obbiettivi così ambiziosi.
Ciò detto, però, ci sono varie precisazioni da fare.
La prima è la seguente: il fatto che il fact-checking non possa prendere come oggetto di confutazione o validazione intere worldview, non può essere preso a significare che il fact-checking sia neutrale rispetto a worldview e ideologia.
Si possono fare esempi molto semplici e molto illuminanti a riguardo. Per esempio, il Cristianesimo non è oggetto di debunking e fact-checking; tuttavia il creazionismo, l’Intelligent Design, la storicità dei Vangeli, le teorie riparative dell’omosessualità, i miracoli, sono oggetto di fact-checking e debunking. Va da sé che un debunker che faccia bene il suo lavoro, e dunque sbufali miracoli, creazionismo e via discorrendo, non farà un gran servigio al Cristianesimo. Ovviamente uno potrà restare cristiano anche al netto di grosse dosi di debunking di miracoli e creazionismo, ma se volessimo sostenere davvero che il debunking di creazionismo e miracoli è neutrale rispetto al Cristianesimo faremmo ridere i polli.
Il punto è questo: come già ho notato altre volte nel  mio blog, la verità non è una cosa neutrale e super partes. Tutt’altro. Oserei dire che la verità è una bomba H ideologica. Certo, può essere difficile rendersi conto di quanto la verità non sia una cosa neutrale, ma diventa più intuitivo se uno pensa al fatto che il suo opposto, ovvero la menzogna, è chiaramente non neutrale: la menzogna di solito serve uno scopo preciso ed è spesso politicizzata. Dire una menzogna è sovente un atto politico, e quanto più si politicizza la menzogna, tanto più si politicizza anche la verità. Suppongo che negli anni ’30 i “debunkers” che sostenevano che non vi fosse nessun complotto ebraico per conquistare il mondo venissero tacciati di anti-nazismo, per esempio. E probabilmente lo erano davvero, anti-nazisti, visto che la teoria del complotto pluto-giudaico era la spina dorsale del nazismo…
E qui si risponde facilmente anche alla sorpresa di Alessandro nel vedere quanto in Italia il discorso anticomplottista sia avanzato (sì, ho usato il termine “avanzato”; perché lo è ed è una cosa buona che lo sia); la risposta è delle più semplici: il primo partito del paese e principale forza di governo, il Movimento 5 Stelle, ha una potentissima componente complottista, così come il suo partner leghista. Il complottismo e le fake news in Italia sono pesantemente politicizzate, conseguentemente la battaglia contro di esse non può che finire con lo schierarsi. Non si diventa anticomplottisti perché si è schierati, al massimo si diventa schierati perché si è anticomplottisti, molto banalmente; ciò non nel senso che se sono anticomplottista automaticamente divento un fanboy di Renzi, ma è chiaro che il PD mi farà meno cagare a spruzzo del M5S perché non ha una componente cospirazionista neanche lontanamente così forte. Per questo il PD parla di combattere le fake news e il M5S subito inizia a ergersi in difesa della “libertà di parola”, con una coda di paglia lunga 830 Km; perché fake news e complottismo sono politicizzate e utilizzante prevalentemente (seppur non esclusivamente) da certe parti politiche.

D’altro canto il problema nel discorso di Lolli è più profondo del non vedere quanto il discorso veritativo sia naturalmente non-neutrale e anzi politicamente incisivo. Il problema è che non sembra comprendere l’essenza stessa del fenomeno complottista. Sembra invocare un anticomplottismo neutrale, piccolo e sostanzialmente innocuo; invoca un anticomplottismo che si dedica solo a sciroccati con copricapo di carta stagnola.
Si potrebbe fare un discorso anticomplottista piccolo, neutrale ed innocuo, se fosse piccolo neutrale ed innocuo il complottismo, ma non lo è. Lolli sembra mancare completamente la portata immensa e la perniciosità sconfinata del discorso complottista; questo perché, come altri, definisce il complottismo solo sulla base dei suoi specifici contenuti e di “impressioni” collegate a questi contenuti, invece che dei suoi metodi. Analogamente a quelli che vedono la scienza come una specie di religione, ovvero come un insieme di credenze più o meno valide, mentre invece la scienza è un metodo, Lolli vede il cospirazionismo come un container di credenze pazzesche, laddove invece è un metodo.
Il complottista, secondo Lolli, sarebbe uno che crede in una qualche cospirazione, e le cui credenze sono completamente pazzesche e ridicole. Questi due requisiti, “crede in un complotto” ed “è sciroccato”, non catturano minimamente l’essenza del discorso complottista e non ci permettono nemmeno di definirlo rigorosamente. I complotti, per esempio, ovviamente esistono; quindi non è che solo perché uno sostiene che ci sia un complotto gli si può dare di sciroccato, potrebbe avere ragione, come nota lo stesso Lolli… E infatti il complottista non è chiunque creda che esistano dei complotti, altrimenti dovremmo esserlo tutti visto che esistono. Resta l’altro requisito per definire il complottista, e cioè che la sua teoria sia evidentemente pazzesca, ma questa è solo la “impressione” di cui parlavo prima: le teorie complottiste sarebbero quelle che suonano folli: che so i rettiliani, gli Illuminati, ‘ste robe qui. O il complotto mondiale degli ebrei, che sarà stato pure ridicolo e folle ma ha dato inizio ad una guerra mondiale.
La cosa che mi fa pensare che Lolli non conosca affatto bene il complottismo è proprio quest’ultimo punto: sembra credere che le teorie cospirazionistiche siano pazzesche, chiaramente assurde, strutturalmente incredibili. Non lo sono affatto.

Cioè, chiariamoci, spesso (ma non sempre) sono contrarie al sentire comune, contrarie alle credenze più diffuse nella popolazione… Ma se le analizzi nella loro struttura logica, la caratteristica preminente delle teorie del complotto è al contrario la loro rigorosa, strettissima coerenza razionale, unita ad un immenso potere esplicativo. Dopotutto, non abbiamo un complottista ante litteram in Cartesio? Ricordate, il “genio maligno” che ci fa vivere in un sogno…? Certo, è molto controintuitivo pensare che viviamo in un sogno prodotto da un genio maligno, ma secoli dopo Cartesio ancora i filosofi non hanno trovato una prova logica conclusiva contro l’argomento del genio maligno. Non è confutabile, logicamente parlando è solido e dannatamente seducente.
Nella mia personale esperienza, ebbi intorno ai diciotto anni il primo contatto con le teorie del complotto, e lo ricordo come estremamente perturbante, perché queste teorie sembravano solidissime ed effettivamente parevano capaci di mettere in dubbio ogni tua certezza, fornendoti al contempo uno strumento interpretativo onnipotente capace di dare nuovo significato a tutto il reale. Dopo aver letto una teoria del complotto sugli ebrei cattivi, improvvisamente sui giornali iniziavo a vedere dappertutto l’opera di questi perfidi ebrei; di qua Israele, di là quel regista che è ebreo, di là c’è Gad Lerner… inizi a vedere ebrei ovunque ed è un soffio rendersi conto di quanto facilmente potrebbero essere colpevoli di tutto. Certo, si potrebbe dire anche che ci sono anche un sacco di fatti che depongono contro questa o quella teoria del complotto, ma le teorie del complotto hanno anticorpi naturali contro i fatti che le smentiscono. Qualche fatto smentisce la teoria? Be’, allora quel fatto è un falso messo in giro dai cospiratori, che sono onnipotenti onnipresenti ed onniscienti come il genio maligno di Cartesio, e dunque possono falsare qualsiasi prova.

Fortunatamente, siamo allenati ad essere un po’ sospettosi di alcune specifiche teorie del complotto, come quella sugli ebrei. Ma solo perché abbiamo visto che razza di danni hanno fatto, altrimenti ci cascheremmo ancora. E fortunatamente siamo attrezzati con il pensiero scientifico, che ci vaccina dal cospirazionismo… Perché in realtà le teorie cospirazioniste sono logicamente del tutto coerenti e non suonano affatto pazzesche, se non sei abituato ad avvertirle come tali per altre ragioni.
Emanuele Giusti fa benissimo a vedere del complottismo anche nella scelta di non votare PD; non è che tutti quelli che non votano PD sian complottisti, ovviamente, ma in molti casi può essere puro e semplice complottismo la ragione di quello come di altri comportamenti… E non è una buona ragione, ça va sans dire. In sostanza quando Giusti parla di complottismo indica la luna, e Lolli ha guardato il dito. Il complottismo non è una serie di teorie sciroccate su questioni ridicole. Il complottismo non è un insieme di contenuti. Il complottismo è un modus cogitandi malato, un virus del pensiero.

Ancora una volta si capisce bene cos’è il complottismo se si pensa al suo opposto, il pensiero scientifico. La scienza non è, come i più credono, un insieme di contenuti, bensì un metodo che può essere applicato a quasi tutti i contenuti immaginabili. Tutto può essere inquadrato e analizzato nei termini del pensiero scientifico.
Allo stesso modo, il complottismo è un metodo, e tutto può essere inquadrato ed analizzato nei termini del pensiero complottistico. Solo che il complottismo è, in buona sintesi, l’opposto del pensiero scientifico. Il pensiero scientifico parte dai fatti e poi cerca di costruire teorie “unendo i puntini”; il pensiero complottistico parte da un’immagine e poi va alla ricerca dei puntini che la costituiscano.
Se uno va a vedere come si compone un argomento complottista, si accorge che è costituito interamente di fallacie logiche. Avvelenamento del pozzo e altre fallacie ad hominem, per esempio. il complottismo si costruisce quasi tutto su fallacie ad hominem: la veridicità delle affermazioni non viene valutata sulla base del loro merito effettivo, ma solo sulla base di chi è che le sta facendo. Una persona che dice cose che non corrispondano alla teoria può essere automaticamente screditata individuando qualche interesse che la spinga a dire bugie, e dunque tutto ciò che essa dice è screditato. Quello dice qualcosa che non ci piace? Beh, ovvio: è ebreo. Beh, ovvio: è un ateo. Beh, ovvio, e un piddino. Non ci si può fidare di un ebreo o di un ateo o di un piddino, quindi tutto ciò che egli dice è falso. E se sono in dieci, in cento, in mille a dire quella stessa cosa? Beh, saranno tutti ebrei, tutti atei, tutti piddini … Tanto non lo so mica se davvero è ebreo o ateo o piddino, in realtà lo sto deducendo dal fatto che dice qualcosa che non mi piace. Capito il trucco? Dunque se una nota testata nazionale analizza il programma di governo gialloverde e, numeri alla mano, dimostra che non sarebbe realizzabile neanche in un milioni di anni… beh? Evidentemente è una testata che fa parte del complotto nazionale (degli ebrei? della lobby gay? degli americani? dei piddini? Vanno tutti bene, anche quelli che non avrebbero nessun motivo di partecipare al complotto possiamo tranquillamente gettarceli dentro).
Ma hai voglia a individuare fallacie nel pensiero complottista… Come dicevo, ne è interamente costituito. A parte le fallacie ad hominem che sono tutte rilevate in blocco dal complottista, ve ne sono varie altre. Petitio principii: in realtà le fonti affidabili vengono selezionate sulla base del fatto che corrispondano alla tua teoria. Bias di conferma: “unisci i puntini”… Sì, però li unisci secondo un’idea precostituita, quindi in realtà tu selezioni solo le “prove” che sono a tuo favore. Cherry picking: tutti i fatti che depongono contro la tua teoria sono in realtà bugie frutto del complotto e vengono dunque eliminati.
In generale, mentre la pietra d’angolo del pensiero scientifico è la falsificabilità, la pietra d’angolo del pensiero complottista è l’infalsificabilità. È letteralmente impossibile provare ad un complottista che si sbaglia, perché qualunque prova porti contro la sua tesi è frutto del complotto, un artefatto creato da un malvagio, potentissimo qualcuno.

Vista la versatilità del pensiero cospirazionista, si può dunque arrivare a dire senza troppe remore che se ne può trovare ovunque e ad ogni livello di strutturazione del pensiero umano. La mia ex moglie pensa che io sia uno stronzo. I miei colleghi pensano che io sia uno stronzo. Il mio capo pensa che io sia uno stronzo. I miei parenti pensano che io sia uno stronzo. La cassiera che ho insultato stamane pensa che io sia uno stronzo. Sarà mica che sono stronzo…? No! Posso sempre dire che sono vittima di una cospirazione perché, boh, sono “uno scomodo”, sono invidiosi del mio successo o qualche altra pantagruelica cazzata.

In estrema sintesi, se dovessi definire il cospirazionismo, lo definirei così: è il discorso menzognero sistematizzato, raffinato e portato al suo più alto livello di complessità; è l’eleganza massima del mentire, analogamente a come il pensiero scientifico è la ricerca del vero portata alle sue massime raffinatezza ed eleganza.
Ne consegue che, del complottismo, non se ne parla mai abbastanza, e mai abbastanza male. Troppo poco lo si individua e si denuncia, troppo poco si lancia l’accusa di complottismo, troppo poco accorti siamo contro di esso.
E proprio se per una volta il discorso viene reso un po’ più avanzato, ovvero se per una volta qualcuno si accorge che il discorso complottista si sta già pericolosamente gonfiando fuori di misura nel nostro paese e lo denuncia… Viene accusato di essere schierato e di star esagerando perché tutto sommato è roba innocua.

Mala tempora currunt.

Ossequi.

 





L’Ora Legale

31 08 2017

Qualche giorno fa ho visto il film “‘L’ora legale”, praticamente una fiction su quello che è successo a Marino a Roma. Riassunto della storia: un sindaco “onesto” viene eletto per riformare l’amministrazione di Petrammare, una città di merda completamente dominata dall’illegalità, dal traffico, dalla sporcizia e dall’inefficienza, portandovi la legalità. Quando inizia davvero a farlo, però, praticamente tutti gli abitanti (qui sta l’unica differenza con la vicenda reale di Marino, che in realtà seppur odiato dalle caste romane era alquanto apprezzato dalla popolazione) iniziano a vedersi toccati i propri interessi, e danno il via ad una sollevazione popolare che conduce alla fine alla cacciata del sindaco tramite uno scandalo-pretesto montato ad arte, e ad un ritorno dell’illegalità.
Diciamo che potevano anche inventarsela qualcosa, Ficarra e Picone, dai.

Complessivamente, non ho apprezzato molto il film, né condivido i giudizi positivi della critica. Cominciamo col dire però quali siano i suoi lati positivi: per cominciare, il problema su cui attira l’attenzione è dannatamente attuale; il film ricapitola praticamente la persecuzione di Ignazio Marino ad opera di tutte le caste e tutte le forze politiche, una persecuzione così spietata che ha visto in prima fila a portarla avanti lo stesso Matteo Renzi, oggi visto come una specie di unico baluardo contro il populismo ma che a Roma è stato il re dei populisti. Un tema indubbiamente interessante di cui discutere. Questo è positivo.
L’altro lato positivo è che la “morale” della storia muove almeno oltre una certa rappresentazione dell’Italia e del sud in particolare da parte degli italiani cui siamo abituati; ricordo per esempio il film “Ieri, oggi e domani”, in cui una Loren venditrice di sigarette abusiva a Napoli elude la galera facendosi mettere ripetutamente incinta, con l’approvazione aperta di tutta la città e il palese compiacimento della regia, come se l’illegalità fosse sostanzialmente un grazioso elemento del folklore locale. Quel film mi disgustò.
Almeno ne “L’ora legale” la situazione viene descritta con un po’ di amarezza/rassegnazione, e c’è da parte degli autori, almeno sulla carta, l’intenzione di stare dalla parte del “sindaco onesto”. Questo è già un progresso, almeno non ci sguazziamo beatamente, nell’illegalità.

Purtroppo l’intento a mio avviso fallisce per mancanza di coraggio e per via di un’impostazione sbagliata della sceneggiatura. Il film riesce a farci vedere il punto di vista dei cittadini che non vogliono più “l’onestà”, punto di vista che sulla carta vorrebbe condannare, onde condannarci tutti… Ma è così ansioso di farci capire quel punto di vista che finisce, inevitabilmente, per esserne apologetico. L’arrivo del sindaco onesto Natoli, da quanto ci viene mostrato nel film, a parte rendere la città un po’ più carina, sembra davvero una specie di catastrofe naturale: l’industria più importante della città viene costretta a chiudere, gli affari iniziano ad andare male più o meno per tutti, gli stessi protagonisti, interpretati da Ficarra e Picone, che gestiscono un bar in piazza, si trovano a perdere clienti e infine si vedono chiudere l’attività. in sostanza, l’arrivo della legalità sconvolge e distrugge l’intero equilibrio economico-sociale del paese, che era basato sul sistema della corruzione, dell’imbroglio, della truffa, dei “favori”, delle raccomandazioni e via discorrendo. Di positivo accade che la città effettivamente è più pulita e carina, ma a parte questo l’arrivo del sindaco sembra effettivamente una disgrazia, e la sua fissazione per il rispetto delle regole finisce con l’apparire stupida, fuori dal mondo e finanche dannosa, in un posto in cui l’intero ecosistema socioeconomico si basa sull’illegalità (Marino again).
Insomma il messaggio del film si riassume così: “sì, è vero, le regole in teorie andrebbero rispettate, la legalità sarebbe una cosa bella sulla carta. Però nella pratica vi sono equilibri che si reggono sull’illegalità diffusa e pensare di cambiarli è sì una buona intenzione, ma è anche un’idea sciocca e fuori dal mondo destinata al fallimento”. Con la postilla: “eh, purtroppo è così, non è che ci piace ma è così”.Risultati immagini per l'ora legale recensione

Però per un film che tutto sommato sembra volerci fare la morale, questa è veramente una pessima morale da fare. È vero, ci sono ecosistemi, come quello romano ad esempio, che di fatto si reggono sul malcostume dei favori, delle caste, delle raccomandazioni, dell’inefficienza. In un qualche modo “funzionano”, nel senso, non è l’apocalisse nucleare quello che succede a Roma: è semplicemente una città sporca, puzzolente, scomoda ed invivibile, ma sarà pur sempre meglio di Pyongyang. Non è la Shoah se rimane così. Però sarebbe molto meglio se venisse riformata, e col giusto polso e la giusta astuzia politica, quel sistema potrebbe e dovrebbe essere riformato. Ne guadagnerebbero tutti gli abitanti, nel complesso. Mi si vuol far credere che veramente Petrammare/Roma può funzionare solo se si infrange la legge? Che effettivamente l’equilibrio migliore e più sano per gli abitanti è quello, sporco, puzzolente, sprecone, inefficiente, che si è già trovato? Che se aspiri a qualcosa di meglio, alla fin fine, sei benintenzionato ma un povero coglione?
Perché nel momento in cui mi si mostra che il sindaco onesto Natoli sostanzialmente demolisce il tessuto sociale della città, senza farvi corrispondere alcuna seria contropartita, mi stai dicendo che in effetti coloro che lo vogliono far dimettere hanno tutte le ragioni di volerlo fare… Anche se poi vorresti dirmi che hanno torto, che sono dei mostri, la situazione che descrivi è una in cui hanno delle ottime ragioni. Certo, nella realtà perché un’insegnante di scuola dovrebbe avercela anche lei col sindaco Natoli? Forse la obbliga a lavorare di più? Può essere, ma la tiene anche meno imbottigliata nel traffico, le fa trovare meno cacca di cane per strada, le fa respirare un’aria meno cancerogena, le fa fare file più brevi alle poste e al comune; inoltre fa risparmiare un sacco di soldi alle casse pubbliche, che poi possono essere usati, per esempio, per diminuire il costo dei mezzi pubblici o per costruire aree attrezzate per i bambini o per ammodernare le stesse aule della scuola rendendole il lavoro più confortevole… E i due baristi che perdono i clienti perché gli impiegati comunali, ora che devono lavorare davvero, non possono più andare al bar? Lasciamo stare che ci sono sempre le pause per andare al bar… Ma i primi a guadagnare da una città più pulita e ordinata sono proprio gli operatori coinvolti nel turismo, perché la città diventa più attraente. La legalità non è meglio dell’illegalità soltanto sulla carta e nelle teorie dei filosofi morali: la legalità fa stare tutti quanti meglio; è stata inventata apposta per quello, per il bene comune, i.e. per il bene di tutti. Nel film però questo non si vede per niente; si vede solo una bella piazza linda e pulita: scegliete una piazza linda e pulita o mille posti di lavoro? Anche io, che sono piuttosto onesto e tengo all’ambiente, sceglierei il posto di lavoro, ma il punto è che non sono affatto cose mutualmente esclusive.

Marino… cioè, Natoli, ci dicono gli autori, in teoria è buono e bravo, ma nella pratica, è rigido, ottuso e non si rende conto di portare più danni e fastidi che benefici, nel contesto in cui è calato. La sceneggiatura insiste continuamente sul suo essere fuori dal mondo e sostanzialmente idiota: Natoli non ha mai una battuta interessante, e quando gli viene chiesto di dar ragione dei suoi provvedimenti non prova nemmeno a giustificarli in modo pratico, sa solo dire che “sono le regole e vanno rispettate”, come se nemmeno lui sapesse perché esistano, queste regole. La scelta di un Vincenzo Amato completamente incapace ed inespressivo per interpretarlo mette la ciliegina sulla torta sull’opera di rendere il personaggio completamente impermeabile alla simpatia: il giudizio più lusinghiero che si possa dare ad una persona così priva di personalità ed intelligenza come Natoli sarebbe “è un buon coglione”. Entrare nel suo punto di vista è completamente impossibile; di fatto come punto di vista ci viene somministrato solo quello dei cittadini insoddisfatti e insofferenti alla legalità che però, diciamolo, almeno hanno una personalità e hanno un po’ di senso pratico, mica come quell’imbecille del sindaco che vive nel mondo di My Little Pony. Però, che Ficarra e Picone ci credano o meno, di spiegarci quel punto di vista lì non ve n’è gran bisogno; gli italiani, specie del sud, conoscono già perfettamente le “ragioni dell’illegalità”, visto che le vivono tutti i giorni, spiegarcele ulteriormente mi pare abbastanza superfluo.

Ora, come diceva Schopenahuer, se la teoria differisce dalla pratica, è la teoria ad essere sbagliata; il messaggio del film finisce con l’essere, in sostanza, che la legalità è una bella idea senza applicazione pratica. Marino… Cioè, scusate, Natoli, non poteva avere successo perché la legalità nell’ecosistema di Roma… cioè, scusate, Petrammare, non può funzionare e i cittadini per primi non la vogliono per davvero perché, sebbene amino lamentarsi, in realtà stanno bene così. Ma che messaggio è? Lo sappiamo già cosa è successo a Marino e perché è successo, le abbiamo viste le manifestazioni inscenate dai parassiti di Roma al grido di “Marino dimettiti”, quando era stato accusato, e poi assolto, di aver caricato un po’ i rimborsi per spese di rappresentanza nella città di Mafia Capitale. Il problema non è che la legalità a Roma non possa funzionare, è che per implementarla ci vuole una certa astuzia politica, visto che se ci provi ci sono gruppi di interesse che faranno di tutto per distruggerti.

Poteva il film essere sviluppato in maniera più interessante?
Secondo me sì; sarebbe stato più interessante vedere, per esempio, cosa succederebbe se venisse fuori un Marino che oltre alle buone intenzioni ha un po’ di astuzia politica in più per metterle in pratica.
Certo, mi si potrebbe dire che, proprio sapendo cosa è successo a Roma, il fatto che il film si sviluppi in questo modo è realistico: il sindaco benintenzionato ma troppo ingenuo viene distrutto dai gruppi di interesse cui ha pestato i piedi. Ok, ci sta. Ma allora vorrei almeno vedere la vicenda dal punto di vista della vittima più che da quello dei carnefici, visto che quello dei carnefici è quello che ci hanno propinato tutti i telegiornali per mesi.

Quello che accade nel film è, invece, che l’atteggiamento di rassegnazione allo status quo, che già di suo sarebbe discutibile, si tramuta in adozione del punto di vista del furfante, addirittura con l’identificazione del cittadino comune col furfante e infine con una sottile apologia dello status quo, e alla fine della visione si resta dubitanti: ma Ficarra e Picone condannano lo status quo o sotto sotto se ne compiacciono? Non è che forse loro stessi sono i primi che amano lamentarsene ma tutto sommato ci sguazzano?
Perché se, come sostengono molte recensioni del film che ho già letto, il film vuole essere uno specchio della mostruosità di ognuno di noi, è anche vero che in uno scenario in cui tutti sono mostri nessuno è davvero mostro…

Ossequi.





Fissazione anale

16 01 2017

La signora Silvana De Mari (tecnicamente sarebbe dottoressa, ma a mio avviso costei è già tanto se la chiamo signora) è recentemente assurta agli onori della cronaca grazie ad una sua straordinaria capacità personale: quella di produrre stronzate in quantità tale che, se inventassero un motore che funziona a stronzate, con un giorno di lavoro sarebbe in grado di provvedere al fabbisogno energetico della Cina per il prossimo cinquantennio.

Intendiamoci, secondo me le stronzate sono una forma d’arte, specie quando raggiungono espressioni così divine. Ma è difficile guadagnarsi da vivere con l’arte, sarà per questo che la De Mari si guadagna da vivere come endoscopista, ovvero infila sonde nel culo alla gente. Non so come se la cavi da endoscopista, probabilmente bene visto che da ciò che dice sembra trasparire una passione sconfinata per gli ani altrui e per le loro vicende; ma sono sicuro che con la produzione di stronzate se la cava pure meglio.

Il punto, pur non mettendo in dubbio le doti personali di cazzara della signora, è che purtroppo occorre dire che di stronzate l’umanità è sempre in surplus, quindi la nostra non ha davvero niente di particolare per cui dovrebbe meritare la nostra attenzione; è vero però che sta avendo i suoi, dolorosissimi per noi dotati di neuroni, quindici minuti di celebrità, quindi possiamo usarla come spunto per fare un pochino di informazione come si deve.

Dunque, se dovessi riassumere i contenuti della sparata media della De Mari in una serie di parole chiave, esse sarebbero: ano, feci, retto, colon, fisting. Praticamente non fa altro che parlare delle cavità anali del prossimo. Vabbe’, io faccio statistica di lavoro, parlo spesso di statistica, ma non ne parlo sempre, questa pare proprio ossessionata.
Certo non è l’unica appassionata di sesso anale (come argomento intendo, ma che avete capito?!) che troviamo nel mondo ultracattolico e in generale omofobico. Avete mai sentito termini come “culattone” e “culo” o “buco” per riferirsi agli omosessuali? Addirittura in quegli ambienti lì si continua a parlare di “sodomia” come sinonimo di omosessualità, non è una sorpresa.

Problema principale: è un’identità semplicemente FALSA.

Io per primo sono omosessuale al 100%, ma quando iniziavo a scoprirmi una delle mie preoccupazioni era che, oltre a non essere etero, e quindi non rientrante nelle aspettative sociali sugli etero, pareva che non rientrassi neanche in quelle sugli omosessuali. Non avevo mai fatto nessuna fantasia sul sesso anale; non mi interessava l’idea di penetrare un altro maschio, men che meno mi interessava l’idea di esserne penetrato: sempre odiato anche solo le supposte. “Ma se sei gay, prima o poi ti toccherà farlo il sesso anale”, mi diceva una vocina interiore. Come tanti, anche io avevo interiorizzato gli stessi stereotipi su di me: essendo gay, devo fare sesso anale, anzi, addirittura, essere gay=fare sesso anale.

1hrsqnNon che non ci abbia mai provato, a farlo, o che non abbia raggiunto una certa apertura mentale (purtroppo solo mentale e non anale) a riguardo, nel tempo. Una volta l’ho anche fatto, da attivo. L’ho trovato noiosissimo. Probabilmente, come in tutte le pratiche sessuali, il divertimento dipende anche da chi c’è dall’altra parte, perché contrariamente a quello che continua a ripetere la signora, forse per auto-convincersene, il sesso omosessuale come tutto il sesso si fa in due, è un atto eterodiretto, è un rapporto. Ho incontrato persone con cui quel rapporto ha funzionato, e altre con cui non ha funzionato; la mia unica esperienza anale rientrò nella seconda fattispecie, probabilmente con un’altra persona sarebbe andata meglio.

Comunque, fra una cosa e l’altra, non ho più fatto sesso anale per vari anni. In compenso ho avuto altri rapporti sessuali veramente fantastici. A sentire la signora mi sa che non sono manco omosessuale, visto che sembra non concepire proprio la differenza fra sessualità anale e omosessualità.

Ma sarò io una mosca bianca? Sono l’unico gay al mondo che sta benissimo senza sesso anale e non lo cerca e non lo pratica?

Io ne ho conosciuto e conosco parecchi così. Quindi sicuramente non sono un alieno, si tratta anzi di una cosa estremamente comune.

Quanto comune?

Vi prego, se la De Mari o il suo tutore legale stanno leggendo tengano pronti i Sali per rianimarla: secondo uno studio del 2011, circa il 62% dei maschi omosessuali non pratica mai il sesso anale[1]!

[Piccolo edit: mi è stato fatto notare che lo studio di Rosenberg non si riferisce al sesso anale mai fatto in tutta la vita, ma solo al rapporto più recente. Non prova dunque che la maggioranza dei maschi omosessuali non lo pratichi mai; quello che prova è solo che il 62% dei maschi omosessuali non lo considera una pratica sessuale irrinunciabile e, verosimilmente, non lo pratica con regolarità. A posteriori, pareva in effetti una percentuale troppo alta; per esempio io stesso, che non pratico il sesso anale, una volta nella vita l’ho provato, quindi è logico pensare che quelli che lo hanno fatto “almeno una volta” siano parecchio numerosi, al punto anche di sovrastimare moltissimo il numero di coloro che poi lo praticano di fatto con regolarità.
Altri studi suggeriscono che la percentuale dei maschi omosessuali che non praticano sesso anale sia di uno su quattro o uno su tre [2,3,4]. Chiaramente si tratta comunque di una percentuale enorme e sufficiente da sé a sfatare il mito secondo cui omosessualità = sesso anale.]

Parliamo di omosessuali casti che non praticano mai sesso? No, perché il 72% pratica invece il sesso orale, quindi il quadro più ragionevole è che almeno metà dei maschi omosessuali sessualmente attivi non pratichi il sesso anale (delle lesbiche non parliamo nemmeno, perché come tutti sanno le lesbiche per l’integralista cattolico non sono vere omosessuali, ma sospetto che non pratichino il sesso anale neanche loro).

Il confronto con gli eterosessuali ha risultati ancora più impietosi, perché stando ad altri dati che non presento gli eterosessuali praticano il sesso anale perfino di più degli omosessuali. Ma lasciamo da parte il confronto, i confronti sono sempre difficili da fare e da interpretare; già il crudo dato è sufficiente: se almeno un omosessuale sessualmente attivo su due non pratica il sesso anale significa che l’uguaglianza sodomia=omosessualità è pura fantasia.

Quando una fantasia diventa stereotipo, a mio avviso, è sempre d’uopo domandarsi il perché, e io credo che la ragione sia l’approccio eteronormativo alla sessualità omosessuale, non a caso solo a quella maschile perché si presta particolarmente. Molti, sia eterosessuali che omosessuali, tendono a vedere la sessualità omoerotica come una specie di “imitazione” di quella eterosessuale. La sessualità eterosessuale, a propria volta, è piagata dal cancro cattolico prima e psicanalitico dopo che la ha codificata secondo il vecchio paradigma della genitalità: il sesso è la pratica riproduttiva.

Questa visione è vecchia come il cucco e oggi non ha più alcuna base scientifica. Ovviamente il sesso può avere una funzione riproduttiva, ma nei primati superiori ha anche una funzione sociale e ricreativa. Senza contare che, ovviamente, il fatto che ci sia una teleonomia evolutiva in una certa struttura o comportamento non vuol dire affatto che vi sia in esso un’intenzionalità, ovvero una finalità, ovvero una normatività. Ma quando parliamo di soggetti come la De Mari dobbiamo ricordarci che abbiamo a che fare con gente che o non ha capito l’evoluzione oppure la rigetta o più di frequente entrambe le cose, quindi si capisce perché continuiamo a sentire ‘ste stronzate su “a cosa serve il sesso”, “per cosa dovrebbe essere usato il sesso” e “cosa vuole la natura” (che, non essendo una persona, non ha volontà e non vuole proprio niente).

Insomma, se il sesso vero è la penetrazione vaginale e solo quella, e il resto sono una specie di imitazioni, be’, allora viene spontaneo pensare al sesso anale come la cosa che ci si avvicina di più. L’ano è vicino a dove sta la vagina, la posizione in cui si fa l’amplesso è molto simile, il movimento durante l’atto, “la monta”, pure è qualcosa di ubiquitario fra tutti i mammiferi… e infatti molti di loro praticano anche il sesso anale omosessuale, per inciso.  Dunque si spiega la fissazione di molti omofobi contro il sesso anale, e la loro cecità a tutte le altre forme in cui si esprime la sessualità omosessuale, che peraltro sono anch’esse in gran parte sovrapponibili a quello che fanno gli eterosessuali. E da qui viene anche l’esclusione delle lesbiche da qualsiasi considerazione: se non c’è la penetrazione, non c’è  il sesso!

E invece c’è eccome.

Beninteso, io non ho assolutamente niente contro il sesso anale, infatti penso che prima o poi lo rifarò, se troverò la persona giusta con cui provare di nuovo. Ma quello che mi preme sottolineare è quanto queste persone che si improvvisano esperti di omosessualità perché hanno infilato sondini nel culo alla gente siano semplicemente ignoranti che non sanno niente di omosessualità, e probabilmente molto poco di sessualità in generale: una percentuale enorme, se non la maggior parte, degli omosessuali, non fa sesso anale, o quanto meno non lo fa regolarmente. Scendi per strada, vai a conoscere un po’ di omosessuali, possibilmente non solo quelli cui hai infilato roba nel retto, e ti fai un’idea vera. E magari, ma FORSE EH, leggere anche qualche studio sull’argomento può aiutare. Capisco che il Catechismo dice già tutto quello che serve nella vita, ma se uno vuole capirne qualcosa di pompini e inculate forse il Catechismo della Chiesa Cattolica non dovrebbe essere il testo di riferimento.

Ovviamente poi uno stereotipo tira l’altro, dallo stereotipo che gli omosessuali scopano tutti in culo poi ne discendono vari altri. La De Mari per esempio pare molto scandalizzata dal fatto che sui siti gay si parli anche di pratiche sessuali molto non convenzionali, come il fisting, il pissing, lo scat; mi pare di capire che sia entrata in contatto perfino con la masturbazione uretrale (se non sapete cos’è non la cercate, io se potessi vorrei tornare indietro e non saperlo XD). Lo stereotipo qui è che i gay facciano tutte le peggio “schifezze”.

Non è vero. Certo uno stereotipo mediamente vero sul mondo gay c’è: siamo un pochino più aperti a parlare di sesso. È anche una necessità, visto che dobbiamo difenderci da HIV, ma un po’ discende secondo me dal fatto che un omosessuale nella propria vita si trova necessariamente a dover problematizzare e esteriorizzare la propria sessualità, mentre un eterosessuale può il più delle volte lasciarla un po’ dietro le quinte. Quindi a noi omosessuali i giochi sessuali con feci e urina fanno in media schifo come in media agli etero, ma siamo probabilmente, sempre in media, un po’ più spigliati a parlarne. Siamo anche più disinvolti a praticarli? Non saprei, forse un po’ sì, sempre in media ovviamente. Questo non significa certo che tutte le pratiche di cui parliamo siano comuni; ho conosciuto tanti, e aiutatemi a dire taaanti gay, con alcuni ho parlato anche di questioni piuttosto intime concernenti la sessualità. Non ho mai incontrato nessuno che praticasse scat o pissing (ripensandoci, ne ho conosciuto uno… ma per converso ho conosciuto anche un’eterosessuale cui piaceva, e considerando che con gli eterosessuali parlo di sesso molto di meno che coi gay, è significativo che ne abbia comunque trovato uno cui piace il pissing, si vede che non è così raro). Non è una cosa comune, ovviamente. Sappiamo per certo, d’altro canto, che gli eterosessuali lo fanno, seppur anch’essi molto molto di rado …“Two girls one cup”, mai sentito? Regista eterosessualissimo, signori miei.

Ma c’è un altro passo avanti che dobbiamo fare nel discorso, e cioè sottolineare come, se anche tutti gli omosessuali facessero scat e pissing, non sarebbero cazzi che riguardano la De Mari.

Il problema nel fare questo passo è la famosa incomunicabilità, un meccanismo di blocco mentale. Se una ti dice una cosa così:

A te cosa ti cambia se loro sono contenti? Mi cambia perché due tizi o tre che si tirano le feci addosso e che lo scrivono stanno profanando la loro umanità e la mia, stanno spargendo batteri fecali in giro, se hanno fatto il fisting dovrò curargli l’incontinenza fecale a spese de sistema sanitario loro hanno il diritto di farlo e io ho il diritto di affermare, scrivere, che lo trovo immondo.

Io non sono in grado di risponderle, perché per me questa cosa non ha alcun senso, non c’è comunicazione fra un cervello che funziona come il mio e uno che funziona (?) come il suo. Tralasciamo per un momento il discorso del Sistema Sanitario che è chiaramente pretestuoso, ma mi spiegate come faccio a “profanare l’umanità” della De Mari se una sera mi chiudo in camera mia e decido di fare qualcosa anche di, diciamolo, abbastanza disgustoso, come spalmarmi addosso le feci? Non le cambia proprio niente, non sono cazzi suoi e punto. Lei non avrebbe neppure alcun modo di sapere che lo sto facendo. Potrebbe benissimo conoscere eterosessuali che lo fanno, ma ovviamente lei non lo sa perché non glielo vanno a dire e non ha modo di saperlo. Che lei si senta violata da quello che due adulti consenzienti fanno a casa loro è un problema psicologico solo suo, non certo degli altri.

L’incomunicabilità fra persone come me persone come la De Mari è fondamentale, perché abbiamo di fronte una persona che giudica con una facilità sconcertante. Mi fa quasi paura. Io non avverto questa necessità di dare giudizi etici su tutto, esistono sfere del privato in cui non c’è niente da giudicare, e quello che fanno due adulti consenzienti in camera loro rientra nella fattispecie. Ti fa schifo l’idea dello scat? Se vuoi saperlo fa schifo anche a me, e molto; credo nessuna forza su questa terra potrebbe convincermi a praticarlo. Ma questo non ha alcuna rilevanza, nulla toglie alla dignità e al valore in quanto persone di chi invece lo trova divertente. Lo so che dire ad un ipercattolico che in certi casi ci può anche fare i cazzi propri e astenersi dal giudicare è veramente un’esagerazione (nonostante qualcuno la cui opinione essi dicono di tenere in alta considerazione sconsigliasse caldamente di dare troppi giudizi …), ma è così.

E per quanto riguarda le spese sanitarie… suvvia! La carne! Il prosciutto! È cancerogeno, è stato dimostrato. E allora? Spero che la De Mari non sia anche vegana, non sarà una di quelle che dicono che non dobbiamo mangiare prosciutto perché se poi ci viene il cancro pesiamo sul SSN, mi auguro. Il fisting è ovviamente una pratica poco salutare, oltre che molto poco comune, ma ci sono un sacco di cose poco salutari che si fanno perché le si trova piacevoli; quindi no, non sono fatti suoi se una coppia pratica il fisting. Il discorso poi diventa pazzesco se cerchiamo di applicarlo a tutte le cose che ha detto. Spargere batteri fecali in giro? A parte che come ben sa la signora i batteri fecali sono essenzialmente Escherichia coli, e a meno che non te la metti negli occhi o in bocca o su ferite aperte non fa proprio niente, ma davvero pensa che uno che pratica lo scat dopo non si faccia manco la doccia? Una sciacquata e i pericolosissimi batteri fecali se ne sono andati. Per non parlare poi del pissing: a meno che non vi siano gravi (e di norma molto visibili) infezioni delle vie urinarie in corso, la pipì è completamente sterile, la puoi letteralmente usare per lavarci le ferite; il che significa che farsi urinare addosso è cento volte meno pericoloso, per dire, che farsi venire nella vagina. Chi fa pissing pesa sul sistema sanitario meno della signora.

Ti fa schifo la cosa? Sopravvivremo, ma ancora una volta non sono cazzi tuoi, e hai voglia a gridare che invece lo sono, non lo sono, punto. Poi che uno possa farsi anche i cazzi degli altri, e be’, quello purtroppo succede d continuo; c’è la vicina che spettegola su chi ti è venuto a trovare in casa, c’è la signora che ti vede per strada e spettegola su come ti sei vestito, c’è la signora che ti infila il sondino in culo e spettegola sulle condizioni del tuo colon. Dobbiamo farcene una ragione. Il punto è che l’idea di farsi i fatti propri è del tutto aliena a certe persone: devono sparare sentenze su tutto, incluso e soprattutto ciò che non conoscono. E magari si limitassero a quell’attività, che è già abbastanza dannosa; di solito si mettono pure offendere e a spargere pregiudizi e vere e proprie menzogne per danneggiare le persone.

Certo ognuno ha i suoi hobby, personalmente non vorrei giudicare la signora se lei si diverte pontificando sull’ano delle persone. Ma chi non vuole essere giudicato, disse qualcuno, non deve giudicare…

Ossequi.

 

[1] Rosenberger, J. G., et. al. Sexual behaviors and situational characteristics of most recent male-partnered sexual event among gay and bisexually identified men in the United States. Journal of Sexual Medicine. (2011); 8:3040–3050.

[2] McWherter, D.P. and Mattison, A.M. (1984). The Male Couple: How Relationships Develop. Englewood Cliffs, NJ: Prentice-Hall.

[3]Zazola-Licea, et al. “Sexual behavior patterns and HIV risks in bisexual men compared to exclusively heterosexual and homosexual men.” salud pública de méxico 45 (2003): S662-S671.

[4] Wei, C. et al “Preference for and maintenance of anal sex roles among men who have sex with men: Sociodemographic and behavioral correlates.” Archives of sexual behavior 40.4 (2011): 829-834





Miseria del Nazionalismo

17 11 2016
Ho detto più volte che l’ascesa dei nazionalisti di oggi ripercorre fedelmente le tappe del fascismo e del nazionalsocialismo.
Dopo attenta riflessione, con l’unica eccezione di Putin, mi devo smentire e ammettere di aver detto una sciocchezza. Non è così. I nazionalisti odierni hanno un’idea del ruolo della propria nazione nel mondo che è radicalmente diversa dall’idea che ne avevano Hitler, Mussolini o che oggi ne ha Putin.
Hitler sognava la supremazia della Germania, una Germania che conquista, che domina, che si espande, che gioca un ruolo centrale nella scacchiera globale. Hitler, Mussolini, Putin… tutti alimentati dalla Wille zur Macht, La Volontà di Potenza; tutti grandi uomini che volevano una nazione grande. Grandi uomini nel male, ma indubbiamente grandi. Grandi nazioni nel male, ma indubbiamente grandi.
La caratteristica dei nazionalisti odierni, Le Pen, Salvini, Trump, May, è la loro vergognosa, patetica piccolezza. Il nazionalismo di un Trump non aspira a controllare il pianeta, piuttosto aspira a chiudere le frontiere e far finta che non esista alcun pianeta.
Il nazionalismo del Novecento era espansivo e guardava al futuro della nazione, quello odierno è recessivo e guarda esclusivamente al passato, cerca di ricostruire un trascorso nostalgico: “Make America Great Again”. Quell'”Again” è il cuore di tutto: non rendiamo l’America grande, rendiamola grande di nuovo, come era un tempo.
Ovviamente, la grandezza passata dell’America è dovuta proprio al fatto che è sempre stata una nazione che si muove di continuo, che ha un ideale globale, che guarda sempre al futuro, che si espande sempre, che aspira continuamente alla potenza… come la Russia di Putin. Gli USA hanno sempre avuto un’ideale grandioso da esportare e far affermare in tutto il pianeta; è l’inseguimento di questo ideale che, nel bene e nel male, li ha resi grandi. Se l’America smette di giocare quel ruolo, se si chiude a riccio e inizia ad illudersi di poter pensare solo a sé stessa, potrà essere molte cose, ma di sicuro non potrà mai più essere grande.
Lungi dall’essere la cura o la reazione alla decadenza ideale ed estetica dell’Occidente, questi nazionalisti mentecatti ne sono il prodotto ultimo naturale. Sono meschini e vigliacchi piccolo-borghesi che non credono in niente, neanche in sé stessi, e vorrebbero guardare solo il proprio orticello mentre il resto del mondo va in fiamme. Hitler spaventava perché voleva dominare gli altri, portava avanti un’ideale di tipo guerriero; la Le Pen e la May sono guidate da un solo ideale supremo: un “facciamoci i fatti nostri” da Don Abbondio anni 2000, un ideale dunque irriducibilmente piccolo borghese.
Il nazionalismo è sempre frutto della paura, ma vi sono tre possibili reazioni fisiologiche alla paura: combatti, oppure fuggi, oppure ti fingi morto e aspetti che il pericolo passi.
Combattere richiede un nerbo che nessun leader europeo odierno possiede; lo possiedeva un leader americano, Hillary Clinton, ma è stata trombata, quindi oggi in Occidente non c’è nessuno che abbia le palle di combattere la paura. La seconda opzione più efficace è fuggire: se qualcosa ci fa paura nella direzione in cui ci stiamo muovendo, allora proviamo a cambiare direzione. Questo è quello che cercano di fare i leader delle forze democratiche europee; non hanno il nerbo per combattere per ciò in cui credono e allora rifuggono dal confronto. E infine c’è  la tanatosi: muoviamoci il meno possibile, blocchiamo ogni cambiamento, addirittura se possibile cerchiamo di tornare ad uno stato precedente, e aspettiamo che il pericolo passi. Questi ultimi sono i populisti degli anni 2000; quelli che sanno fare una sola cosa: cercare di fermare la storia.
Hitler ha iniziato una guerra mondiale per cercare di conquistare tutta l’Europa; la Le Pen non inizierebbe mai una guerra del genere, ma in compenso, se qualcuno minacciasse gli interessi francesi armi alla mano, si piegherebbe a novanta e si lascerebbe scopare nel culo come una puttana.
Ho sempre pensato che l’estrema destra europea fosse una reazione inadeguata e spropositata alla decadenza occidentale, una sua conseguenza nel senso di un opposto dialettico. Oggi mi sto rendendo conto sempre di più che non è neanche quello, non è in opposizione alla decadenza nemmeno nel senso di risposta dialettica e speculare ad essa. Piuttosto ne è l’apice assoluto e logica conclusione; i nazionalismi di oggi non rispondono alla crisi dei valori, essi sono la concretizzazione ultima della crisi dei valori; son ciò che resta quando non si crede più in nessun comandamento che non sia “fatti i cazzi tuoi”.
E forse è troppo tardi per impedire che un processo così lungo e massiccio si fermi…
Ossequi




Piccardo, le unioni civili e la poligamia

7 08 2016
Perché nessuno ha capito il senso delle affermazioni di Piccardo?
Ma vi pare davvero che un personaggio così esposto chiederebbe la poligamia in Italia? Con che possibilità? Al massimo potrebbe inasprire il clima di odio verso i musulmani, ma di sicuro non può ottenere il riconoscimento che dichiara di volere.
Ma davvero non si capisce il suo intento? Non avete seguito un minimo le strategie comunicative di Gianfranco Amato, Costanza Miriano e gang, abbastanza da aver imparato come si comporta un integralista religioso?
Facciamo un ripassino: Amato e Miriano sono effettivamente dei fanatici religiosi cui piacerebbe mandare i gay in carcere, vietare aborto e divorzio eccetera. Ma non la mettono mai giù in quel modo (se non in quei momenti in cui “gli scappa” di dire quello che pensano davvero), perché sanno che metterla in quel modo è una battaglia persa.
Per capire la strategia degli integralisti religiosi bisogna ricordare l’impagabile Salvemini:
“La realtà è che quando un clericale usa la parola libertà intende la libertà dei soli clericali (chiamata libertà della Chiesa) e non le libertà di tutti. Domandano le loro libertà a noi laicisti in nome dei principi nostri, e negano le libertà altrui in nome dei principi loro.”
L’integralista religioso non è stupido; ciò che fa va analizzato considerando il suo comportamento come altamente strategico: sta buono, mantiene un basso profilo, osserva in silenzioso disprezzo la società liberale e democratica, e attende il suo primo spiraglio di debolezza in cui infilarsi per aggredirla. Conosce tutti i bug del sistema democratico soprattutto per quanto riguarda la comunicazione, ed è sempre pronto a sfruttarli a proprio vantaggio.
I fondamentalisti, cattolici o islamici che siano, sanno che non possono ridurre la libertà di espressione dei loro nemici invocando il potere della censura, perché nella società occidentale quel potere è molto ridotto e spesso non è più dalla loro parte, dunque rovesciano la cosa e la pongono come una questione di “libertà di espressione” e “libertà di educazione”. Loro chiedono la libertà di odiare gli LGBT, la libertà di discriminarli, la libertà di propagandare quell’odio ovunque riescano senza nessun argine.
Il fatto che pongano la questione come una questione di libertà e democrazia non deve trarci in inganno, non deve essere scambiato neanche per un momento come il frutto di un sincero credo nella democrazia e nel pluralismo; quello che cercano di fare è semplicemente sfruttare le superficiali contraddizioni del sistema democratico e liberale con l’intento di farlo collassare, esattamente come dice Salvemini.
Una di queste contraddizioni è che la società aperta deve difendersi dai suoi nemici, dunque deve reprimere in varia misura coloro che vorrebbero distruggerla. Dunque i principi di libera espressione, libera educazione, libera stampa libero movimento etc. incontrano un limite nel momento in cui vengano usati proprio per limitare la libertà altrui. Dunque la società aperta può essere aperta solo fino ad un certo punto e i suoi principi hanno una validità per forza di cose limitata; questo limite è complesso, sfumato, difficile da tracciare; dunque chi vuole danneggiare la società aperta vi vede un’immediata debolezza, una presunta “incoerenza” da denunciare, un’area di cedimento, di potenziale confusione filosofica e culturale in cui insediarsi per far danni.
Quando la Miriano chiede libertà di espressione in realtà si sta muovendo strategicamente in due direzioni: la prima, si sta creando uno spazio di manovra per coltivare e diffondere idee repressive e totalitaristiche al sicuro dal giusto ostracismo cui sarebbe sottoposta altrimenti; la seconda, sta cercando di scatenare un senso di schizofrenia, confusione e contraddizione sui principi liberali. È come se dicesse “guardate: i vostri stessi principi sono quelli che permettono a me, che sono contro quei principi, di esprimermi contro di essi. Come fate a supportare una cosa così ipocrita e assurda? Appoggiate piuttosto il mio sincero e coerente totalitarismo teocratico!”
Finito il ripasso, torniamo a Piccardo. Non pensate neanche per un momento che Piccardo sia meno integralista o più scemo di Miriano ed Amato perché è musulmano, ragiona esattamente allo stesso modo: non sta richiedendo un diritto civile, piuttosto si sta ricavando uno spazio di manovra per organizzare una controffensiva contro i diritti civili, e al contempo fa la prima mossa di questa controffensiva: denuncia il sistema democratico dello stato di diritto come debole ed incoerente.
Non era una difesa della poligamia, la sua, quella avete più probabilità di sentirla a qualche pride; era un attacco alla comunità LGBT. E infatti un sacco di omofobi subito hanno colto l’assist e hanno ripreso in mano il loro vecchio argomento del pendio scivoloso… la frase di Piccardo serviva proprio a dargli questo assist. E lasciatemelo dire, è del tutto evidente che sia così anche dalla forma in cui l’argomento è stato posto!
“Io e milioni di persone non condividiamo la relazione omosex e tuttavia essa è lecita e ne rispettiamo gli attori. Ora lo Stato regolamenti anche il matrimonio plurimo”
Questo è chiaramente e inequivocabilmente un attacco omofobico in tutto e per tutto!
E dando spazio alle sue ridicolaggini lo si aiuta. Non che possa fare molto danno, beninteso, ma sarebbe meglio evitarlo.
Ossequi.




L'”avvocata” e altre parole che non mi piacciono

27 06 2016
Tempo addietro leggevo un articolo di una femminista che lamentava come, nei sondaggi, anche intervistati che si identificavano pienamente con tutte le battaglie femministe rifiutavano la denotazione di femminista. La ragione, diceva l’autore in soldoni, è che laggente sono scemi e non capiscono cosa significa femminismo.
No, la ragione vera è che la gente si rompe i coglioni di leggere cose come questa virgolettata qui sotto. Il tema è l’uso di certe forme femminili che tendono a suonare stonate nella popolazione, come ministra, sindaca, avvocata (brrr), chimica, fisica.
 “continuare a escludere dall’uso le forme femminili è di fatto discriminatorio, perché questa scelta non si fonda su ragioni linguistiche, ma nasconde un pregiudizio. È come affermare, indirettamente, che determinati ruoli rimangono una prerogativa maschile”.
L’articolo originale è qui.
Dunque, in sintesi, se a me “avvocata” fa cagare sangue è perché ho un pregiudizio sessista contro le avvocate donne. E’ da notare, però, che nella frase predente ho scritto “avvocate”, letteralmente senza accorgermene lì per lì. Dunque “avvocate” mi piace, ma “avvocata” no. Ricordiamocelo per più tardi.
Ora, ovviamente, se parliamo di sessismo inconscio, così inconscio che non si vede mai se non quando dico “giovane avvocatessa” invece di “giovane avvocata”, la sua esistenza è qualcosa di infalsificabile. Posso affannarmi a cercare di dimostrare che non ho pregiudizi contro le avvocate, ma si potrà sempre dire che sotto sotto, al livello impercettibile ci sono (povero Popper).
Sono disarmato di fronte a questo tipo di accusa, un sessismo così inconscio potrebbe teoricamente essere dentro di me, seppur la sua esistenza o inesistenza mi pare di ben poco rilievo pratico se si limita al fatto che non dico “avvocata”. Tuttavia, questo me lo si deve riconoscere, se questo sessismo sottile esiste in me, è un sessismo stranissimo.
Non ho nessun problema a parlare di avvocate, al punto che mi “sfugge” nel discorso. Avvocata invece al momento mi fa l’effetto di un chiodo fra le palle. Quindi le avvocate mi piacciono solo se sono tante? Non assumerei un’avvocatessa, però ne assumerei due?
Personalmente mi viene molto naturale, parlando di ricercatrici nel settore chimico, parlare di chimiche; e curiosamente mi suona bene anche al singolare, “una chimica”. Ma “ingegnera chimica” mi fa venire il cagotto. Dunque, stando al ragionamento di cui sopra, io ho dei pregiudizi nascosti contro gli ingegneri chimici donna ma contro le ricercatrici che si occupano di chimica invece no; nonostante nella mia testa abbiano tutt’e due a che fare con roba che puzza e scambia elettroni e indossino tutt’e due occhialoni protettivi. Che altro, vediamo… ah, sì, non avrei nessun problema ad avere un’idraulica donna; strano, non mi sembrava un lavoro tradizionale da donne; se devo immaginarmi una donna avvocato mi viene molto più facile che a immaginarmene una idraulico; ma a quanto pare il pregiudizio vero ce l’ho contro le avvocatesse, non contro le idrauliche; e questo nonostante debba ammettere che una donna vestita da idraulico un po’ in testa mi stoni, al livello subconscio. Vuoi mettere una donna in salopette e abiti sporchi con un’elegante signora in tailleur? Credo di essere una delle dieci persone al mondo più lontane dai pregiudizi sessisti, ma devo ammettere che l’idraulica in salopette mi causa un impercettibile senso di stonatura che non mi causa la donna avvocato in tailleur. Se un sottilissimo pregiudizio ce l’ho, sarà contro le donne idraulico, non contro le avvocate. Avrei problemi ad avere una ministra, invece, a quanto pare. Non sono sicuro se avrei problemi ad averne più d’una però, perché ministre mi suona già più carino.
Ok, basta con le stronzate, è evidente che non può logicamente esserci un pregiudizio culturale alla base di un pattern così caotico e insensato. Dicono che escludere certe forme del femminile non ha senso; nell’articolo sopra si cita ad esempio l'”avvocata nostra” nel Salve Regina (trascurando il fatto che le preghiere generalmente non rappresentano una forma di linguaggio colloquiale, ma piuttosto un registro arcaico e altamente formale), dicendo che se ha senso nella preghiera non si vede perché non dovrebbe averli in tribunale.
A parte che ci sono ottime ragioni per aspettarsi registri diversi se sei un cristiano che supplica quella che per te è la figura più sacra dopo la Trinità in una preghiera preformulata, piuttosto che se stai facendo due chiacchiere con gli amici … posso benissimo riconoscere all’autrice della frase almeno un punto importante: non c’è nessun senso in questa scelta! Come non c’è nessun senso nel fatto che io parli indifferentemente di avvocate o avvocatesse, ma mai di un’avvocata. E’ semplicemente la gradevolezza interamente soggettiva del suono a determinare le mie preferenze linguistiche, così come quelle di chiunque altro. O forse altri fattori soggettivi che intervengono di volta in volta; magari, dico magari, nel mio caso non ho problemi a parlare di idraulica proprio perché ho dei pregiudizi contro l’idraulico donna, e allora sottolineo il fatto che è donna con una -a in desinenza proprio per la “stranezza” dell’idea, cosa che non sento il bisogno di fare quando invece parlo di un avvocato donna come di un’avvocatessa o semplicemente di un avvocato; magari proprio perché in quel ruolo lì una donna mi pare perfettamente intercambiabile ad un uomo non la declino al femminile. Non dico che sia così, ma guardandomi dentro è una possibilità ragionevole, sicuramente più sensata che pensare che abbia pregiudizi contro le avvocate donne. In ogni caso non sono io a volere trovare una logica particolare dietro l’uso di queste parole e addirittura una discriminazione più o meno volontaria.
Quando dico “avvocatessa” o “avvocato” per parlare di donne sono completamente innocente di sessismo. Forse non lo sono del tutto quando parlo di un’idraulica, invece. Tuttavia mi tocca sentirmi dire da certe femministe che siccome non dico “avvocata” allora sotto sotto sono un po’ sessista. Perdonate se mi viene da mandarla un po’ affanculo una persona che mi lancia accuse del genere completamente ad mentulam canis?
Sì, sono sicuro che lo capite tutti. E allora forse prima di andare a dire che la gente è scema e non capisce il significato della parola femminismo o di essere piena di pregiudizi sotterranei ma così sotterranei che non si vedono se non quando si parla di cazzate di nessun rilievo pratico, sarebbe il caso di rivedere certe questioni di immagine interne al femminismo, guardarsi un attimino allo specchio prima di lanciare accuse all’esterno, insomma.
Perché alla fine su questo aspetto, come su quello dell’asterisco di cui parlai in un articolo ormai vecchio, la mia idea è che si tratti di questioni e battaglie assolutamente idiote che però fanno danni collaterali in termini di immagine del movimento.
Per me i problemi sono ben altri. E attenzione, non lo dico come gli omofobi che parlano dei matrimoni gay, che dicono che non bisogna farli perché ci sono problemi più importanti e poi paralizzano il parlamento tre mesi a lavorare su una cosa che si poteva risolvere in una settimana, dimostrando che invece per loro i problemi sono proprio quelli e non “ben altri”.
Io dico che sono davvero ben altri, io dico che “avvocata” o “avvocatessa” non è proprio un problema di sessismo. E sono così convinto che i problemi siano ben altri, che tutto sommato sono disposto perfino a cedere e usare “avvocata”, se proprio una mi dice che ci soffre così atrocemente a sentirsi chiamare avvocatessa. Non riuscirete a convincermi, mi spiace, che questa questione è degna di essere annoverata fra i “problemi delle donne in Italia”; ma se proprio vogliamo ostinarci a trattarla come tale, dobbiamo aspettarci un certo tipo di reazioni nella gente che sono del tutto ragionevoli e normali.
Per la precisione, dobbiamo aspettarci che la gente si faccia l’impressione che le donne in Italia non abbiano problemi veri e seri di cui occuparsi, e per questo pensino a ‘ste minchiate qua, e che le femministe e i femministi godano a cercare di vedere maschilismo e discriminazione anche dove chiaramente non ce ne sta per il gusto di fare le vittime.
Queste false impressioni (almeno, la prima è falsa, sulla secondo inizio a nutrir dubbi), contrariamente a sciocchezze come l’uso di avvocatessa in luogo di avvocata, danneggiano veramente la condizione delle donne nel nostro paese nonché l’immagine del movimento femminista. Che poi, diciamolo, per quanto riguarda l’immagine del movimento femminista in realtà me ne sbatto anche un po’ il cazzo, ma confesso che, in un paese pieno di donne maltrattate e spesso non protette adeguatamente dalla legge, in un paese dove il sesso femminile è ancora assurdamente sottorappresentato in politica, in un paese in cui l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza è messo in forse da una legge ridicola sull’obiezione di coscienza, e potrei continuare a elencare problemi femminili come tutti ben sappiamo, sentirmi dire che esiste il problema del maschilismo nell’avvocatessa… ecco, devo dirlo, mi pare perfino irrispettoso verso i problemi seri.

Sono sicuro che mi perdoneranno per questo mio limite tutte le avvocate che hanno tentato il suicidio per l’onta di essere state chiamate avvocato. Cercate di capirmi, ho il pene; sono disposto ad assecondarvi se me lo chiedete ma purtroppo questo genere di assurde sofferenze non le posso comprendere appieno. Posso capirne altre, magari, ma sull’avvocata avete beccato il mio limite di empatia.

 

Ossequi.