Per comprendere.

22 06 2020

L’atto del “giudicare” e quello del “comprendere” sono sempre separati e, oserei direi, incompatibili. Lo psicoterapeuta che ascolta le tue confessioni si astiene dal giudicare, per quanto può, perché ciò gli precluderebbe di capire. L’antropologo che studia i costumi di una piccola tribù del Sudamerica probabilmente giudicherebbe quei culti animistici delle stupide superstizioni, ma se lo facesse si precluderebbe di capire quei culti.

Il problema è il libero arbitrio: quando tu sei dentro una situazione la tua prospettiva limitata ti porta ad esercitare la scelta ed il giudizio. È vero, sei soggetto al principio di causa ed effetto, tecnicamente non hai scelta alcuna… ma come un pupazzo mosso dai fili, non puoi certo pretendere di vedere i fili, non puoi vedere le cause del tuo stesso comportamento ed oltrepassarle: puoi soltanto continuare lo spettacolo facendo “come se” i fili non esistessero. Ed è qui che si esercita l’atto del giudizio.

D’altro canto, nel momento in cui tu sia “fuori” dallo spettacolo, comodamente seduto in platea, allora puoi anche vedere i fili… be’, ovviamente, non i tuoi fili, quelli non puoi mai vederli, ma i fili degli altri sì. Inizi a comprendere come funziona quel fenomeno. Ma questo comprendere ti preclude il giudizio, perché da un lato lo rende inutile agli atti pratici – non sei parte dello spettacolo, non puoi intervenire, e a che serve dare giudizi se essi non possono orientare l’azione? – ma dall’altro, in effetti, lo rende anche futile in senso intellettuale: se vedi i fili, allora sai anche che nessuno di quei pupazzi si muove di propria volontà, sono solo marionette. Non vedrai dipanarsi dinanzi a te una serie di scelte e comportamenti da giudicare, ma solo una serie di cause e di effetti da analizzare.

In un certo senso la dimensione della scelta rappresenta un “buco” nella nostra comprensione dei sistemi di causa ed effetto. Quando non riusciamo a spiegare un fenomeno sociale nei termini dei suoi determinanti storici, allora facciamo intervenire il fattore imponderabile: la “scelta”, la spontanea deliberazione dell’individuo. E non è certo sbagliato tout-court parlare di scelta e di responsabilità in questi casi. In effetti, non è mai sbagliato a priori farlo… ma il problema è che giudizio morale e comprensione scientifica di un fenomeno sono mutualmente esclusivi: quanto più interviene l’uno, tanto più si ritira l’altra. Se si vuole farli entrambi si può tentare solo in momenti distinti, ma mai andrebbero mescolati o sovrapposti. Se introduci giudizio morale, allora hai rinunciato alla comprensione scientifica. Non a caso Nietzsche, uno dei più accesi critici del concetto di libero arbitrio, sottolineò come il fine stesso del concetto di libero arbitrio sia permettere di giudicare e punire, due atti che non hanno senso nel momento in cui esso invece sia stato superato.

Ora, il corrente discorso sul giudizio storico su alcune figure (o più che altro sui simboli ad esse associate, che di storico hanno ben poco, e mi riferisco ovviamente al dibattito sui monumenti di ‘razzisti’ che si vuole abbattere) è nato, non a caso, in un paese che di storia praticamente non ne ha – gli USA – e dove tutti vorrebbero essere al tempo stesso attori – pupazzi – sul palcoscenico storico (coinvolti ed attivi) e anche spettatori (superiori, neutrali, dotati di superiore coscienza). Che ovviamente non si può fare, perché il fulcro del ragionamento storico è che tu ad un certo punto raggiunga un livello di estraneità ai fatti e di completezza delle conoscenze tale che il giudizio morale diventa superfluo, inappropriato. Quando vedi la statua dello schiavista non dovresti più vedere una persona che ha fatto delle scelte immorali, o almeno: quell’aspetto dovrebbe diventare del tutto secondario. Dovresti invece vedere innanzitutto un prodotto di quel periodo storico. Giudicarlo non ha più senso, perché ormai sei in una posizione in cui comprendi il fenomeno storico dello schiavismo. Comprendere vs. giudicare.

Mi piace fare l’esempio di Hegel, perché lo odio (lo giudico male). Ecco cosa scriveva sugli africani:

Nella sua unità indistinta, compressa, l’africano non è ancora giunto alla distinzione fra sé stesso considerato ora come individuo ora come universalità essenziale, onde gli manca qualsiasi nozione di un’essenza assoluta, diversa e superiore rispetto all’esistenza individuale. Come già abbiamo detto, il negro incarna l’uomo allo stato di natura in tutta la sua selvatichezza e sfrenatezza. Se vogliamo farci di lui un’idea corretta, dobbiamo fare astrazione da qualsiasi nozione di rispetto, di morale, da tutto ciò che va sotto il nome di sentimento: in questo carattere non possiamo trovare nulla che contenga anche soltanto un’eco di umanità. Le relazioni circostanziate dei missionari confermano in pieno la nostra asserzione e sembra che solo il maomettismo sia ancora capace di avvicinare in qualche modo i negri alla cultura.

Be’, molto razzista. Ma veramente tanto. Tuttavia, per quanto io odi Hegel… era davvero una persona così cattiva? Sicuramente c’era gente meno razzista di lui, in giro, ma probabilmente non erano in molti. Hegel avvalora ciò che dice sulla base dei resoconti che riceve dai missionari, i quali a propria volta filtrano le proprie esperienze attraverso la propria cultura e i propri valori, ed evidentemente in quella fase storica vi era in Germania una certa idea ben precisa di cosa fosse la cultura, e di cosa fosse il senso di ‘umanità’. Chiedere ad Hegel di ergersi titanico sopra questa cultura in cui è nato e cresciuto è una grossa, grossa pretesa. Sì, Hegel era razzista… ma probabilmente non aveva tutte queste alternative.

Dunque, dobbiamo perdonarlo? Il passare del tempo forse scagiona, o assolve gli uomini del proprio tempo? Magari no, ma sicuramente fa intervenire la prescrizione: se dichiari dall’alto della tua coscienza sociale (e storica, e qui in USA arrivano le note dolenti) che sei superiore ad una certa epoca passata, allora devi anche astenerti dal giudizio morale; o quanto meno riuscire a tenere separato il momento del giudizio da quello della comprensione. Non dovrebbe importarmi più di tanto dare di razzista ad Hegel, dovrebbe importarmi comprendere come il razzismo di Hegel sia venuto in essere, come quell’epoca storica avesse sviluppato quel fenomeno. In ogni caso, mai e poi mai si può condannare un uomo del passato senza tener conto di come e dove è cresciuto; sarebbe risibile come fare il processo ad una marionetta: se proprio proprio, guardiamo al manovratore.

E infatti qui si arriva alla deriva più temuta: condannare un uomo senza tener conto del contesto storico che l’ha prodotto è stupido quanto processare una marionetta. Ma si può pensare, certo, di condannare il marionettista… ovvero un’intera epoca storica.

Questo è fattibile. Non ha senso che degli americani di oggi si imbarazzino e si sentano coinvolti quando qualcuno gli rivela che fra i loro antenati c’erano degli schiavisti. E lo fanno, perché gli americani hanno una cultura fortemente antistorica e non riescono a guardare al proprio passato con lo sguardo neutro di chi comprende: devono per forza giudicare.

Però ha senso dire che quell’epoca “è stata brutta” in senso morale. Diciamo che il XIX secolo è stata ‘un’epoca brutta’, perché c’era lo schiavismo, il colonialismo eccetera. Questo è senz’altro meno demenziale che prendere un singolo individuo nato e cresciuto nel XIX secolo e dire che era ‘razzista’. Parlare di un’epoca razzista ha più senso: erano tutti razzisti, e dunque tutti persone di merda.

E tuttavia le conseguenze filosofiche di questo approccio sono allarmanti a dir poco, perché un’epoca non ha inizio o fine, e tutte le epoche sono collegate fra di loro, in tal modo che se ne condanni una sarai costretto a condannarle tutte. Se condanni l’800 devi condannare anche il ‘600, ma ovviamente se condanni tutto il ‘600 o tutto l’800 devi condannare anche tutto il sistema di scambi commerciali le navigazioni, le scoperte, le spedizioni per mappare zone del globo inesplorate, la creazione di nuovi canali di comunicazione, nuove tecnologie, nuovi modi di alimentarsi. E dovrai andare anche più indietro, dovrai condannare la scoperta dell’America… e la corona Spagnola, ma anche quella Inglese…. spoiler: questa catena non avrà mai fine. Tutto il nostro mondo si trasformerà ai nostri occhi in ‘un’unica massa dannata’, come diceva Sant’Agostino. Niente di buono è mai stato fatto, perfino lo stesso ideale del progresso sarà falsificato, perché il progresso è un accadimento storico che deve tenere memoria dei passaggi che lo costituiscono, e qui sono tutti rinnegati come ‘errori’.

La Storia sarà allora diventata soltanto un lunghissimo elenco di mostruosità ed errori, una cosa da cancellare e dimenticare il prima possibile, o quanto meno da passare periodicamente in lavanderia per smacchiarla.

Ma questo significa che la Storia come disciplina non avrà più ragion di esistere. Che ciò non preoccupi nessuno è fattore preoccupante in sé.

Ossequi.





History does not matter

13 06 2020

Il movimento Black Lives Matter avanza molte rivendicazioni e porta avanti una serie di battaglie importanti, soprattutto nel contesto USA. Battaglie politiche, serie, che riguardano dove vanno i soldi, chi è autorizzato a far cosa, e quindi chi vive e chi muore di conseguenza.

Rispetto a questo, l’episodio della distruzione della statua di Edward Colston a Bristol dovrebbe essere un dettaglio del tutto insignificante.

Ma è inutile negarlo, non lo è. Per me sicuramente non lo è stato; l’ho trovato un gesto molto offensivo. E potrei pensare che sia una cosa che riguarda solo me che gli do troppa importanza… non fosse che chi difende quel gesto lo difende con le unghie e con i denti, come se fosse effettivamente un momento chiave della storia del movimento (movimento nato e cresciuto in USA in risposta a specifiche problematiche USA; vabbe’…).

Quindi quello è un nervo scoperto. Lo è a Destra, lo è anche a Sinistra. Ma per quale ragione? Alla fine è una statua fra mille statue simili in Europa.

Be’, ma per il razzismo, ovviamente! O almeno, questa è la risposta che vi daranno i sostenitori: se non sei d’accordo con l’abbattimento, l’unica spiegazione è che tu sia una fascista e un razzista.

Edward Colston statue: Where was the Bristol monument and what ...

Personalmente non sono fascista e non credo di essere razzista, anche se dovrò prima o poi decidermi a farmi rilasciare un Certificato Ufficiale di Non-Razzismo da qualche afroamericano – a quanto pare puoi dire di non essere razzista solo se te lo conferma uno con la pelle scura. Ma penso che per il momento possiamo usare come ipotesi di lavoro che io non sia razzista, o almeno non più di quanto qualunque essere umano della Terra lo sia… E questo senza contare il mio superpotere: essendo gay, sono parte di una Minoranza Oppressa®. Quindi, non sono un fascista razzista. Eppure, l’abbattimento di quella statua mi leviga i nervi, almeno tanto quanto suscita le eiaculazioni dei vari Rivoluzionari. La ragione non è – ovviamente – il razzismo o il fascismo.

Ma, ciò nonostante, non si può negarlo: a questo punto è un tema politico, e anche uno sensibile.  

Quello che ho tentato a più riprese di spiegare ad amici e conoscenti in questi giorni, spesso purtroppo fallendo, è che chiaramente non ho nessun interesse particolare per quella specifica statua. Ma quella era una statua di 125 anni, su un uomo vissuto 299 anni addietro. Il che significa che era una testimonianza storica, e dunque, indipendentemente dai suoi specifici contenuti e funzioni originari, assume un valore specifico dovuto al fatto che è MEMORIA.

Su questo punto ci si è scatenati a sofisticheggiare: “la storia va ricordata sui libri e sui musei, non nelle piazze”… un par di palle, la storia la si ricorda ovunque ve ne siano i segni tangibili; la storia è anche nelle piazze, per le strade, nei parchi, nelle chiese, nelle moschee. I marmi che l’Inghilterra ha letteralmente rubato dal Partenone ed esposto al British Museum… secondo voi è la stessa cosa vederli nel museo, piuttosto che nella loro sede originale? E comunque la statua di Colston l’hanno gettata nel fiume, non messa in un museo. “Anche averla abbattuta è un gesto storico!”; ah sì? Perché lo decidi tu? Un gesto diventa storico quando passa la storia, è il TEMPO a renderlo storico, non puoi decidere che il tuo gesto è storico MENTRE lo stai facendo. Allora se vado a decapitare il David e metto al posto della testa un dildo? Magari fra cento anni sarà ricordata come un’opera d’arte ben superiore al David stesso e saranno lieti che lo abbia fatto: ORA, è solo vandalismo.

Quindi inutile girarci intorno: il gesto è consistito nell’annientamento totale di un pezzo di storia. Se poi fra cento anni penseranno che sia stato un gesto storico a sua volta, staremo a vederlo, ai posteri la sentenza. ORA è stato quello, una testimonianza storica distrutta. E ad alcuni sta bene, per altri, come me, è gravemente offensivo.

Dicevo, non è un problema di razzismo, ma è chiaramente un problema politico: riguarda il nostro rapporto con la storia. In generale, che se ne rendano conto o meno, coloro che difendono il gesto riaffermano una priorità totale del significato attuale e contingente dell’atto rispetto al valore storico dell’oggetto. Era un pezzo di storia, ma sostanzialmente non gliene importa che lo fosse, perché gli interessa di più quello che significava qui, nell’attualità – un significato, peraltro, che gli avevano attribuito loro. Questo argomento viene declinato in molte forme che paiono diverse, ma la più tipica è: “ma la storia cambia di continuo”… sì, certo, ma sapete come si chiama la storia nel momento in cui cambia? Attualità. Cioè l’esatto opposto di storia. La storia passata è passata, ergo, non cambia più: è fissa, lì, come souvenir, come monito. E il dato resta: il fatto che fosse storia non è ritenuto importante da chi ha compiuto il gesto o lo difende, per loro conta ciò che quel monumento è (era) adesso: la statua di una persona che agli occhi di un contemporaneo ha fatto cose moralmente riprovevoli.
Per me invece quello era soprattutto un segno tangibile della nostra storia: in Europa ve ne sono ovunque, ma, se ragioniamo che possiamo immolarli sull’altare della morale odierna, in pochi anni non ne resteranno in piedi molti.

Insomma, due modi diversi di rapportarsi al passato: da un lato “è roba andata e si può bruciarlo senza problemi”; dall’altro “ha un valore intrinseco anche solo in quanto passato”.

Dicevo che è un conflitto politico, ed in effetti questa differenza di vedute è una delle più grandi divisioni politiche della nostra epoca, e di tutte le epoche. Generalmente, andando da “conservatore” a “rivoluzionario” troverai quelli che il passato lo venerano al punto di puntare a ricrearlo oggi, quelli che lo rispettano senza venerarlo, quelli che neanche lo rispettano e sono disposti a buttarlo nel fiume.

La dialettica fra il conservatore che ama il passato e il rivoluzionario che lo odia è perenne e non è risolvibile, e per questo non può essere risolto il conflitto. Sostanzialmente è irriducibile, e di fatto l’amore per il passato è un tratto costitutivo del conservatorismo. Dopotutto, voler conservare una cosa com’è è per forza un desiderio “conservatore”, e sarà conservatore pure colui che pensa che la Divina Commedia vada insegnata nelle scuole, se lo paragoni a quelli che dicono che andrebbe censurata perché razzista ed omofobica (sì, esistono). Certo, questa è la forma di conservatorismo più blanda e all’acqua di rose: non è che voglio bruciare ebrei, non è che voglio possedere schiavi: voglio solo qualcosa che mi ricordi di un uomo che ha contribuito a costruire una città. Non dovrebbe essere tanto grave.

Ma… ecco il punto: io, che salvo certificati non sono né razzista né fascista, per questa faccenda mi son sentito dare di fascista da varie persone. Altri invece non mi hanno dato di fascista ma hanno, de facto, sminuito o ridicolizzato le mie preoccupazioni: “il passato è fatto per essere superato, ma che ti importa era solo una statua, se è uno schiavista se l’è meritato”… Nessuna di queste rispostone argutissime affronta lo snodo centrale, e cioè il mio diritto ad avere un certo rapporto intimo col passato dell’Europa. Se proprio vuoi prendere di petto le mie preoccupazioni, prova a rassicurarmi: elenca tutte le ragioni per cui quella statua sarà la prima e l’ultima; spiegami perché ora non procederemo ad abbattere migliaia di monumenti in tutte Europa. Invece i discorsi sono più sul tono “questo è solo l’inizio”. 

Suppongo che ci sia in me e nel mio rispetto per la nostra storia un’ombra di conservatorismo. Forse se pensassi, come alcuni pensatori di Sinistra, che la storia d’Europa sia soltanto un lungo elenco di mostruosità, crimini ed errori, allora anche io propenderei per distruggerla… e conseguentemente per distruggere l’Europa. Ma fortunatamente non mi sono mai considerato persona di Sinistra, e non intendo iniziare proprio oggi che la Sinistra compie un gesto ai miei occhi particolarmente odioso e lo fa senza neanche riconoscere il mio diritto ad esserne disturbato. Quindi ok, mea culpa: suppongo che un pizzico di conservatorismo ci sia, nella mia deferenza verso la storia. Ma ecco il punto: non è che essere conservatori sia vietato. Essere fascisti, teoricamente, sarebbe vietato. Essere conservatori, per fortuna, no; tutt’altro: è un diritto umano fondamentale, oserei dire.

Riuscite a immaginare una forma di conservatorismo più blanda ed innocua che voler mantenere al proprio posto delle vecchie statue? Ecco: neanche quello è ammissibile. Devi essere disposto a bruciare tutto. Se no vuol dire che sei un fascista che venera il passato e non è capace di guardare al futuro (potrei guardare al futuro anche con un occhio al passato, trovate? No, eh?).

Dunque, occorre registrare che c’è una parte della Sinistra che ritiene il conservatorismo tout-court illegittimo, perfino nella sua forma più blanda, umana, innocente. Dietro il tuo desiderio di non abbattere memoria storica si nasconde il tuo desiderio di bruciare ebrei nei forni. Un bel salto logico, ma per alcuni accade molto naturalmente. E dunque il conservatorismo non è un interlocutore, e nemmeno un rivale: ma un male assoluto da eradicare dall’universo.

Ma questo punto vorrei porre una domanda: se la Sinistra, o almeno una parte cospicua di essa, punta chiaramente ad annientare finanche la sola possibilità di essere di Destra, e lo fa anche vedere così apertamente… Se poi la Destra tenta di sopprimere la Sinistra, quella è violenza gratuita… o è autodifesa?

Ossequi.





Il razzismo del pene

6 11 2019

Una volta feci una battuta: dissi che secondo me la ragione del razzismo verso gli africani ha a che fare con la lunghezza del pene.

In realtà ero piuttosto serio.

Mi spiego: proviamo a immaginare un razzismo “razionale”, se mi si permette l’ossimoro, ovvero un razzismo che affondi le radici in paure fondate e legittime per la stabilità della nostra società. Per esercitare questo tipo di razzismo dovremmo individuare come obbiettivo un popolo che abbia il potenziale di modificare sostanzialmente il nostro stile di vita e i nostri valori, e che magari lo stia già facendo. E per riuscire a a modificare il nostro stile di vita e i nostri valori bisogna essere potenti, ovvero innanzitutto avere i soldi, poi avere le armi, poi essere in tanti.
Il candidato ideale – ovviamente – è la Cina. Un miliardo e mezzo di abitanti, crescita economica esplosiva, è abbastanza influente da riuscire a tener testa agli USA in una guerra di dazi, non somiglia nemmeno da lontano ad una democrazia, e già ora usa il controllo dell’accesso al suo mercato per costringere le aziende americane ed europee a sottostare ai suoi diktat.

Dunque, perché mai non sono i cinesi l’oggetto del razzismo degli occidentali? Avrebbe più senso, semplicemente perché sono molto più pericolosi e potenti.

Tre ragioni.

La prima: proprio perché sono pericolosi e potenti. Il razzismo è una forma di bullismo, dunque è sempre rivolto a qualcuno di più debole che non può fartela pagare. La Cina se dici “a” sul suo governo o sulle sue politiche o anche solo più in generale sui cinesi ti manda a gambe all’aria l’economia. Se dici il peggio possibile di un paese africano a caso non v’è alcuna conseguenza, perché non hanno strumenti per reagire. Quindi questa è una ragione.

La seconda: gli africani e i mediorientali sono più appariscenti. Non mi riferisco solo all’aspetto e all’abbigliamento, ma al fatto che in effetti esiste il terrorismo islamico che porta a sovraesporli. Anche qui: in realtà il gesto teatrale, violento, uniformemente condannato, l’atto terroristico insomma, non rappresenta affatto una minaccia alla tenuta di una società o ai suoi valori. In effetti fa l’esatto contrario: coagula la società e scatena una reazione smisurata (razzista). Gli atti terroristici dovrebbero farci avere paura (con molta misura) solo per la nostra sicurezza personale, ma non certo per la tenuta della nostra società; e sono due cose diverse: un leader “pacifico” e democraticamente eletto non minaccia la mia sicurezza personale, ma ha un’influenza sul nostro stile di vita e sui nostri valori che è un miliardo di volte maggiore di un pazzoide che accoltella tre persona in una piazza, che invece la mia sicurezza personale la influenza. Infatti per sostenere che i musulmani possono conquistare la nostra società bisogna postulare scenari fantapolitici in cui iniziano a clonarsi fino a superarci in numero di cento ad uno, perché è così dolorosamente ovvio che allo stato attuale non contano un cazzo. Tuttavia, è difficile cogliere la differenza fra minacciare la sicurezza personale degli individui e minacciare il tessuto della società. Le due cose vengono spesso confuse, per cui la pericolosità percepita dei musulmani è molto più alta di quella reale.

Ma anche così non basta.
E qui interviene la terza ragione, secondo me la più importante: la lunghezza del pene.
I neri, almeno secondo lo stereotipo, ce l’hanno molto lungo. Gli asiatici molto corto. I neri, grossi e forti; i cinesi, piccoli e gracili. I neri, virili; i cinesi, effeminati.
È credibile che i neri vengano qui a rubare le nostre donne (che? Non penserete che le donne siano individui invece che merce, no?) e ingravidarle coi loro potenti cazzi generando una numerosa prole che ci sostituirà; non è così credibile coi cinesi, e questo nonostante abbiano ampiamente dimostrato di essere piuttosto prolifici.

Si tratta della madre di tutte le ansie sociali. Quando due tribù o due popoli si fanno la guerra, si vanno a stuprare le donne della tribù nemica; noi lo abbiamo fatto in Libia, per dire, neanche troppo tempo fa. L’Alt-Right quando si riferisce a… beh… chiunque non sia Al-Right, usa il termine “cuck”, che si riferisce a quegli etero che hanno il feticcio sessuale di essere resi cornuti da un maschio più virile: non c’è nemmeno lo sforzo, qui, di nascondere l’idea che c’è dietro, e cioè che questi maschi neri più forti e più virili ci ruberanno le donne. Se tu permetti che costoro vengano nel nostro paese vuol dire che ti piace l’idea che ti fottano la donna. Tutta una questione di pene. Però i cinesi ce l’hanno piccolo, quindi non hanno i requisiti necessari per rubarci le donne.

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In un episodio di South Park il Giappone iniziava un piano segreto di invasione degli Stati Uniti, ma nessuno vi prestava attenzione perché ogni volta che un occidentale sollevava sospetti i giapponesi gli ricordavano che gli americani hanno il pisello più grande, e confortati nella propria virilità gli americani si calmavano. La Cina sta facendo la stessa cosa, e noi siamo abbastanza scemi da continuare a guardare la dimensione dei genitali. E per inciso: la Cina l’Africa se la sta praticamente comprando tutta pezzo dopo pezzo; si vede che i soldi contano anche più del cazzo.

D’altro canto la comparazione di genitali è un movente base di moltissime azioni del maschio umano. Gli africani stanno pagando il crimine di averlo più lungo di noi.

Immaginatevi nascere in Africa e averlo pure piccolo come dev’essere.

 

Ossequi.