Montanelli era pedofilo?

16 03 2019

 

No.

Questa era la risposta breve e per quanto mi riguarda, se vi basta, chiudete qui.

 

Altrimenti vi do una spiegazione più lunga.

Sapete che ogni tanto internet fa delle “scoperte”, no?

Le scoperte sono generalmente una roba che si sapeva da almeno cinquant’anni, ma che l’altro ieri è stata condivisa su facebook da qualcuno di famoso che a sua volta l’ha scoperta due giorni fa ed è convinto di aver inventato internet.

La scoperta in questione è che un famoso giornalista italiano, Indro Montanelli, defunto diciotto anni or sono, aveva “comprato” e sposato in Etiopia una moglie locale, una ragazza di dodici anni.

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Monumento a Montanelli vandalizzato da alcune attiviste femministe.

Lui non si sforzò mai di nascondere la faccenda e addirittura ne parlò con nonchalance (forse in effetti eccessiva) in un’intervista in TV, durante la quale una femminista (che in seguito divenne nota per l’omofobia e per il supporto a Berlusconi), tale Elvira Banotti, lo accusò di aver stuprato una bambina. Alcune attiviste femministe hanno fatto la “scoperta” e hanno dunque deciso, visto che andare a dirgliele a Montanelli non era più possibile, di imbrattarne una statua di rosa. Con un risultato che se chiedete a me è pure carino.

Ora, siccome sto per parlare di un argomento altamente isterogenico faccio subito due chiarimenti. Chi legge per favore vi ponga attenzione perché non li ripeterò due volte:

 

  • Non mi interessa santificare Montanelli.
  • Non mi interessa dare una giustificazione acritica del suo comportamento.
  • Non mi interessa dare un giudizio di valore sulla pratica del madamato né del colonialismo in senso lato.
  • Non mi interessa nemmeno dare addosso alla Banotti, seppure sarebbe un’occupazione delle più piacevoli.

 

Se questi sono i temi che vi interessano smettete di leggere qui perché non li tratterò.

Tratterò esclusivamente quell’unico tema che è nel titolo, e cioè se il comportamento di Montanelli possa essere classificato come pedofilo. Lui si giustificò molto semplicemente dicendo che, a quell’età, in Abissinia erano già donne. È questa difesa accettabile?

Ecco la mia risposta.

Dicevo che quest’argomento è isterogenico. Ricordate che gli integralisti cattolici piantarono, e ancora oggi ci piantano, grane pazzesche sul terribile GENDER nelle scuole e sulla stepchild adoption? Notate come ogni tre per due gridano alla minaccia della pedofilia che ormai secondo loro sarebbe praticamente ovunque in occidente?

Ecco, in realtà però tutta la loro campagna contro l’educazione sessuale nelle scuole si basò sulla minaccia della pedofilia, o più in generale: dell’esposizione del bambino al sesso; ma il fatto che la suddetta campagna abbia anche avuto un notevole successo, così come che sia stata giocata la carta pedofilia in prima battuta, è prova provata dell’esatto contrario di quanto vorrebbero suggerirci: in realtà la nostra società è incredibilmente sensibile, non a caso ho usato il termine “isterica”, sul tema della sessualità infantile, e anche adolescenziale. E lo è oggi molto di più che in passato. Il fascismo non era certo un regime progressista, eppure, o forse proprio per quello, Montanelli agiva con benedizione fascista, e in generale la pratica di far sposare le figlie molto giovani, secondo gli standard odierni, è vecchia come il mondo: Maria Antonietta si sposò a quattordici anni, per fare un esempio. Anche oggi, nella nostra Italia l’età del consenso per avere rapporti sessuali è quattordici anni, una delle più basse d’Europa ma non la più bassa: ci supera la Spagna con tredici anni. E queste non sono trovate moderniste della lobby gay e delle femministe, l’esatto contrario: sono residui di epoche passate, e femministe e gay sono forse quelli più impegnati nel cercare di farceli cancellare.

Mi preme insomma sottolineare che la battaglia per ritardare ancora e ancora e ancora l’età della maturità sessuale non è una battaglia conservatrice o reazionaria; un conservatore genuino, verosimilmente, vorrebbe tornare a vedere gente che si sposa e sforna figli a quattordici anni. È, piuttosto, un tratto tipico delle civiltà occidentali modernizzate e “progressiste”. E su questo fronte, invece di farci più flessibili, ci stiamo facendo sempre più moralisti. Ha raggiunto toni da farsa il caso di Asia Argento, che dopo essere stata molestata da Weinstein, è stata accusata di molestie da Jimmy Bennett, un ragazzo che ai tempi in cui ebbero il presunto rapporto sessuale era probabilmente consenziente… ma non ha importanza, perché aveva sedici o diciassette anni (scusatemi, non ricordo di preciso) e dunque era minorenne, e in molti stati USA questo basta a configurare lo stupro. In una svolta quasi parodistica, Bennett è stato poi accusato di molestie da una sua ex con la stessa scusa: lei era minorenne e lui no. Poco importa che fossero ben al di sopra dei quattordici anni che stabilirebbe, invece, la legge italiana…

Insomma, rispetto alla California, noi italiani siamo un popolo di maniaci pedofili. E provateci voi a dire che non è così: i primi che vi salteranno al collo saranno femministi e queer. Non siamo abbastanza avanti e moderni noi italiani, nella caccia alle str… pardon, nella battaglia ai mostruosi pedofili!

E uno di questi mostruosi pedofili parrebbe essere (stato) Indro Montanelli, perché “una dodicenne è sempre e comunque una povera infante, indipendentemente dal contesto culturale, dal luogo dall’epoca”.

E questa è una mostruosa CAZZATA. È così chiaramente non vero.

Una lezione di biologia, ora: che cos’è l’infanzia, in senso biologico?

Si tratta di quel periodo nella vita di un individuo sessuato durante il quale esso non ha la maturità biologica per riprodursi.

I confini di questa condizione sono molto chiari: un giorno non sei in grado di riprodurti, pochi giorni dopo il processo è compiuto e ne sei perfettamente capace. E se quel momento è meno facile da identificare per i maschi (Platone diceva “deve crescergli il pelo sul viso”, se no è pedofilia), nelle femmine corrisponde al menarca.

Volete davvero qualcosa che non cambi da cultura a cultura? Beh, la biologia non cambia da cultura a cultura, quindi eccovi accontentati: l’infanzia di una bambina è, in qualsiasi cultura, tutto ciò che c’è prima del menarca. Dopo è una donna.

E molto di frequente a dodici anni una il menarca lo ha già avuto.

“Ma come, Alberto?! Stai dicendo che una ragazzina di dodici anni è sempre psicologicamente matura per avere rapporti sessuali, o addirittura per sposars?!”

Assolutamente NO. Sto dicendo che spesso ha avuto il menarca, è quindi è BIOLOGICAMENTE matura, è BIOLOGICAMENTE una donna. E dunque sempre BIOLOGICAMENTE non sei un pedofilo se sei un maschio etero e ne sei attratto: verosimilmente avrà anche già il seno, il pelo nei posti giusti, i fianchi formosi. Non esattamente le caratteristiche per cui i pedofili escono pazzi. E questo vale davvero in qualsiasi cultura e tempo e luogo, perché è biologia.

Ovviamente, al di là della biologia, in senso psicologico una dodicenne può benissimo non essere matura. Ma quello è appunto un fatto psicologico: per via delle condizioni culturali in cui è vissuta, è rimasta psicologicamente bambina e dunque esserne attratti assume una sfumatura pedofilica sempre in senso psicologico, nel senso che implica un rapporto di superiore maturità mentale di un partner rispetto all’altro.

Ma ecco dove ha perfettamente ragione Montanelli: questo ultimo aspetto dipende dalla cultura.  In Etiopia a quei tempi (forse anche oggi?) vigeva una cultura che trattava le ragazze sin dopo il menarca come donne, dunque pronte ad avere rapporti sessuali e a sposarsi. In quel contesto culturale lì, insomma, la dodicenne era donna a tutti gli effetti, e non puoi sentirla definire “bambina” dalla Banotti di turno o sentirti dare di pedofilo perché ci sei stato, è assurdo.

Che l’universo progressista si sia gettato a spolpare l’osso di dare di pedofilo ad uno sepolto da vent’anni, solo perché si è adattato ai canoni di una cultura diversa, rivela molte delle contraddizioni di questo universo. Un universo che combatte il razzismo e lotta per l’accettazione della diversità… Ma si deve prima o poi confrontare con una diversità che non si manifesta nel modo in cui si cuoce la pasta, ma nel modo in cui consideriamo, per esempio, il rapporto fra età e sesso. E lì si rivela che in realtà non riusciamo ad uscire dalle nostre categorie e siamo pronti a dichiarare che interi popoli e intere culture sono popoli e culture pedofile.

Forse avremmo dovuto castrare chimicamente tutta l’Africa?

 

Ossequi.





Razionali, razionalisti?

10 07 2016

 

Il sito dell’UCCR, “Unione Cristiani Cattolici Razionali” è uno dei miei bersagli preferiti, lo trovo troppo divertente, seppure mi faccia in contemporanea un po’… come dirlo … Mi faccia un po’ senso, ecco. Ma non sono l’unico a trovarlo divertente, soprattutto per via dell’ovvio ossimoro di dichiararsi “razionali” e poi metter su un sito che è fra le dieci maggiori repository italiane di bufale, fallacie logiche e nonsense.

Fa sorridere anche pensare al fatto che il nome vorrebbe rappresentare uno spoof, una presa in giro, dell’UAAR, Unione Atei Agnostici Razionalisti. Gli UAAR si ritengono razionali, sì, ma anche razionalisti. Con il loro nome gli UCCR accusano delicatamente ma inequivocabilmente gli UAAR di essere razionalisti, cosa molto brutta e cattiva, ma non razionali come sarebbero  loro.

Ora, non staremo qui a sottolineare di fronte al mio pubblico, che generalmente ha una certa cultura ed intelligenza, l’ovvietà che l’UCCR non è razionale in nessun senso del termine (seppur del termine “razionale” torneremo a discettare). Piuttosto vorrei discutere due aspetti che non sono altrettanto ovvi: possiamo dire che l’UAAR sia razionalista, e che l’UCCR invece non lo sia?

La risposta a questa domanda è secondo me tutt’altro che scontata. Diciamo che l’appellativo di essere “razionale” piace un po’ a tutti; è molto neutro e sembra un complimento, tutti vogliono definirsi razionali; gli atei di ferro dell’UAAR però ci tengono a definirsi razionalisti, mentre gli integralisti cattolici dell’UCCR ci tengono a prendere le distanze da quella definizione.

Come spesso facciamo su queste pagine, partiamo da questo spunto per un discorso di respiro molto più ampio. Da questa dicotomia comunicativa fra UAAR e UCCR possiamo infatti provare a desumere una vulgata, un luogo comune, un’idea o un quadro di pensiero così diffuso da essere dato quasi per scontato nel pensiero moderno.  Cerchiamo di desumere, insomma, cosa dice quella che gli integralisti religiosi amano chiamare la “cultura dominante” (onde potersi vantare di non farne parte), e poi valutiamo se questa diffusa idea sia effettivamente fondata.

Tutti vogliono essere razionali, dato che tutto sommato non significa niente di preciso. Gli UCCR mandano affanculo tutta la comunità scientifica mondiale ma ancora si fregiano del titolo; stanti così le cose è evidente che lo usano più o meno come sinonimo di “furbo e intelligente dal mio punto di vista” e nulla di più. “Razionalisti” dovrebbe voler dire qualcosa di più preciso, ovvero un affidarsi in maniera preponderante allo strumento della ragione, un credo stentoreo nell’ordine razionale del mondo e nella capacità della mente umana di penetrarne il disegno in maniera completa. Ovviamente, lo strumento principe della ragione è la scienza, dunque il razionalista in teoria è anche uno che crede con fermezza nel metodo scientifico. L’ateo è naturalmente razionalista, o incline ad esserlo? E il credente, il credente è naturalmente irrazionalista o incline ad esserlo?

La vulgata comune è che sì, è così. Perfino gli UCCR, il cui lavoro consiste praticamente per intero nell’usare giochi di prestigio per cercare di far passare l’idea che la scienza sia sempre dalla loro, non ritengono di essere razionalisti. Avvertono, come tutti, la sensazione che “ragione e fede sono cose separate”.

Ecco la vulgata, ecco il luogo comune indistruttibile; il pensiero che ti fa fare gli applausoni se lo dici in un talk show serale, insomma. Sicuramente il credere in Dio e il credere nella ragione e nella scienza sono cose separate che procedono su sentieri separati e trattano oggetti di ricerca separati.

È a partire da questo assunto che praticamente tutti i discorsi su religione e ragione vengono affrontati oggidì. Ci sono minoranze di “incompatibilisti” più o meno radicali, convinti che fede e ragione, approcci separati e diversi l’uno dall’altro, si litighino un campo che dovrebbe appartenere ad una sola delle due. Il sottoscritto è un incompatibilista ateo, ad esempio: la scienza è ciò che serve, non c’è spazio per la fede. Gli integralisti protestanti di stampo americano, come i loro epigoni italiani aderenti di solito alle chiese pentecostali, sono invece incompatibilisti credenti: la Bibbia ci spiega il mondo, non c’è spazio per la satanica scienza. Ma a parte questi casi, più di frequente abbiamo a che fare con compatibilisti che affermano che sì, scienza e fede sono cose separate, ma che proprio in virtù della separazione possono convivere pacificamente. Dunque io credo nella creazione MA ANCHE nell’evoluzione. Credo nella morale sessuale cattolica, MA ANCHE nella coppia omosessuale.
I compatibilisti, in qualche modo, cercano sempre di tenere il piede in due scarpe. Alcuni lo fanno saltellando da una scarpa all’altra, come ad esempio Renzi e Vendola in politica, o come Vattimo in filosofia. Altri indossano la scarpa della razionalità sulla testa a mo’ di cappello e vogliono definirsi ancora razionali, come appunto l’UCCR; altri ancora fanno la stessa cosa con la scarpa della religione ma definendosi ancora credenti o quanto meno neutrali, come ad esempio molti nel CICAP.

Ci sono mille contraddizioni particolari nell’approccio compatibilista, andare ad elencare casi specifici è sparare sulla Croce Rossa, e la gente non mi legge per sentirsi dire banalità del tipo “ma che cattolico sei se sei a favore dell’aborto?” o “ma che razionale sei se ogni volta che la scienza non è d’accordo con te la scarichi nel cesso?”
Il mio punto non è il modo in cui questi attriti fra fede e ragione sono affrontati oppure svergognatamente negati; il punto è che tutti sono d’accordo che fede e ragione siano cose separate. Tutta la discussione che segue è una semplice disputa territoriale: dove si applica la fede, e dove la ragione? L’UCCR non vuole dirsi razionalista perché è convinto che ci siano ambiti su cui la ragione reclama territorio che però vanno consegnati alla fede (nel caso specifico, praticamente tutti). L’UAAR vuole dirsi razionalista perché ritiene che sia la fede che reclama spazi non suoi (anche qui, praticamente tutti).

Ma se invece fede e ragione fossero la medesima cosa? Se essere razionalisti ed essere fideisti fossero tutto sommato sinonimi, o al massimo modi diversi di guardare allo stesso approccio filosofico? Qualcuno l’ha mai considerata questa possibilità?

Sì: nel Medioevo, TUTTI. Nel Medioevo, era QUESTA la vulgata: ragione e fede sfumano l’una nell’altra, non v’è cesura né disputa territoriale alcuna.

Una delle argomentazioni più idiote usate dai credenti per sostenere che la scienza sia dalla loro anche quando non lo è è copiare-incollare un elenco di famosi scienziati credenti che gira in rete da anni, e probabilmente continuerà a girare sempre uguale anni dopo la mia morte: “visto quanti scienziati credenti? È perché non è vero che la scienza contraddice la fede”. L’argomento è chiaramente demenziale per una serie di ragioni, prima fra tutte il fatto che nella lista ci sono prevalentemente scienziati vissuti secoli fa in un mondo, quello della scienza, in cui sei le tue posizioni diventano già obsolete dopo un anno da quando sono state espresse; ma ancora più demenziale è la risposta che danno di solito gli atei a questo demenziale argomento:  “erano credenti solo perché se no lì  bruciavano!”

Chiariamoci: è vero, non conveniva a chi avesse la pelle sensibile al fuoco dichiararsi atei nel ‘600, per dire. Ma chi dica che gli scienziati del passato erano credenti solo perché costretti è uno che non ha letto niente di quello che costoro hanno scritto.

Farò un esempio per tutti; prendiamo Cartesio, da molti considerato iniziatore del razionalismo e fra le altre cose grandissimo matematico. Cartesio era un gran paraculo che non pubblicava niente senza essere sicuro al 100% di non rischiare l’Inquisizione; quindi sì, è vero che era in qualche misura costretto. Però, leggetelo tutto. Il sistema di Cartesio dipende da Dio per funzionare. Seppure Pascal “accusasse” Cartesio di aver costruito un sistema che poteva fare a meno di Dio eccetto “per fargli dare un colpetto per far iniziare a muovere il mondo”, quest’accusa è ingiusta a leggerla oggi. È vero che l’universo di Cartesio è meccanicista e può sembrare che non abbia bisogno di Dio per andare avanti, ma se guardiamo con più attenzione vediamo che Dio è la toppa che Cartesio mette su tutti i buchi del suo sistema, che altrimenti lo farebbero crollare. L’esistenza del mondo esterno, che Cartesio aveva sottoposto al suo dubbio iperbolico, viene salvata attraverso il ricorso a Dio: la garanzia che il mondo esiste è Dio; senza Dio Cartesio è impantanato come una zanzara sulla carta moschicida.

Dunque si mette diligentemente all’opera e prova logicamente l’esistenza di Dio. Come avevano fatto quasi tutti i filosofi prima di lui, peraltro!

Di prove dell’esistenza di Dio oggi non si parla più, e quando se ne parla vanno per la maggiore i miracoli. Dal punto di vista filosofico ciò è buffo, perché i miracoli per definizione non provano niente e infatti i razionali filosofi medioevali usavano un armamentario argomentativo molto più raffinato. Tuttavia è comprensibile se si ricorda la vulgata odierna su fede e scienza: la prova è un concetto scientifico, ricordiamoci che oggi fede e scienza sono considerate rigidamente separate, dunque non si può e non si deve tentare di dar prova di Dio; anche perché se sottoponi Dio al processo della prova lo sottoponi anche al rischio, o meglio alla certezza, della controprova. Per questo oggi i credenti citano prevalentemente i miracoli, ovvero non cercano di provare qualcosa di positivo muovendosi all’interno del pensiero scientifico e razionale, ma piuttosto di scardinare la logica scientifica ed il concetto stesso di prova attraverso l’eccezionale. Per la ragione, che si sforza disperatamente di dare al mondo delle regole, le eccezioni, le imprecisioni, le fluttuazioni, sono una minaccia, un’elemento di caos; ed è lì, in quello spazio pertinente al non-razionale, che i credenti cercano di ritagliare il proprio spazio in opposizione alla ragione, nella posa dichiarata o velata del nemico della ragione.
Ma questo atteggiamento, almeno da parte dei credenti un po’ più intellettualoidi, è abbastanza giovane in senso storico. Non dimentichiamoci che c’è stato un tempo in cui tutti i filosofi, che erano spesso anche scienziati  e comunque i massimi intellettuali del tempo, citavano prove positive e logiche dell’esistenza di Dio. Una di esse, quella ontologica, è semplicemente e palesemente ridicola e ammetto che mi sorprende che qualcuno possa averla seguita davvero anche solo per un momento …  Ma le altre, e mi riferisco soprattutto alla prova cosmologica della “causa prima” e quella fisico-teologica basata sull’ordine razionale del mondo, avevano una logica abbastanza stringente, specialmente la seconda.

Ora, non possiamo accusare Cartesio di essere ateo, quando infilava Dio pure nell’insalata. Nemmeno possiamo accusarlo di essere un irrazionalista: è considerato il padre del razionalismo! E nemmeno possiamo fare quello che piacerebbe ad alcuni credenti, ovvero riconoscergli di essere riuscito a conciliare l’inconciliabilità fra fede e ragione, perché sanno anche le capre che il suo sistema filosofico di fatto era un colabrodo. Il punto è un altro, e cioè che Cartesio non vedeva ancora alcuna distinzione netta fra fede e ragione; sfumavano l’una nell’altra. Cartesio risolveva i problemi logici del suo sistema invocando Dio, e il suo sistema a sua volta provava l’esistenza di Dio. Non stava cercando di conciliare fede e scienza, erano già unite nel momento in cui il sistema era stato concepito. Be’, certo, i gemellini monozigotici stavano iniziando a separarsi in quel periodo, Cartesio probabilmente lo stava vedendo ed è forse l’ultimo che tenterà seriamente di tenerli insieme come succedeva ai bei vecchi tempi. Ma nel suo sistema sono ancora uniti.

Il chirurgo che li separerà per sempre ha, ai miei occhi, il nome di Blaise Pascal. Oggi uno degli idoli dei credenti e di tanti compatibilisti, è forse l’iniziatore, o comunque uno degli avvocati più convinti, del luogo comune di cui dicevo: scienza e fede sono separate. La ragione è sovrana su questioni di ragione, ma deve riconoscere che “ci sono infinite cose al di là di essa”. Su queste cose regna invece la fede, ma attenzione, anche lei non è autorizzata a sconfinare! Il moto dei fluidi lo decide sempre la ragione!
Quali siano le questioni di scienza e quali quelle di fede a questo punto è disputa territoriale, e su questo argomento ci stiamo ammazzando a vicenda ancora oggi, ma è ormai chiaro che sono cose diverse e trattano di cose diverse. La scienza ha un suo regno e la fede ne ha un altro.

Ora guardiamo questi due soggetti: l’ultimo ad essere convinto che scienza e fede fossero una cosa sola, e il primo a dire che non è così. Guardiamoli dal punto di vista psicologico.

Domandiamoci: sono razionali?

Come tutti gli esseri umani, sono razionali a corrente alternata, ma fintanto che non avremo chiarito meglio il termine “razionale” riconosceremo loro che, a parte qualche cazzata come alcune prove dell’esistenza di Dio di Cartesio e la scommessa di Pascal, erano due cervelli abbastanza rigorosi.

Sono razionalisti?

Cartesio di sicuro, ma Pascal molto di meno. Entrambi credono che il mondo abbia un ordine razionale che può essere penetrato dalla mente umana; hanno una fiducia fortissima nella ragione, ma è solo Cartesio ad essere convinto che vi sia ragione ovunque e che essa sfumi naturalmente e comodamente nella fede. E razionalisti quasi come Cartesio erano anche tutti i filosofi cristiani medievali che prima di lui avevano tentato di provare l’esistenza di Dio; non sempre erano razionali, ma sempre erano razionalisti. Anche Anselmo quando scriveva quella robaccia ridicola della prova ontologica lo faceva evidentemente con una fiducia grandissima nel potere della ragione (forse non infinita, diciamo, quello no, ma quella penso neanche Dawkins ce l’abbia). Il famoso “intellego ut credam“, è il motto; ragiono per credere, il ragionamento mi porta naturalmente a credere. E la ragione sembrava indicare inequivocabilmente che Dio c‘era; anche perché se no come spieghiamo il fatto che ci sia questo unico mondo al centro dell’universo intorno al quale tutto gira? Come la spieghiamo l’esistenza della vita e la differenzazione della specie, senza Darwin? Dio è una soluzione abbastanza ragionevole, se proprio ci serve una spiegazione per tutto.

Ma ci serve proprio una spiegazione per tutto?

Nel loro rigido razionalismo, i filosofi medioevali erano alla ricerca continua di una spiegazione per tutto; non riuscivano a fare a meno di una spiegazione.

Questo è un punto importante all’interno del razionalismo, e va spiegato. Prendete la prova della Causa Prima sull’esistenza di Dio; la conoscete, no? Poiché ogni cosa ha una causa, la catena delle cause degli eventi andrebbe naturalmente all’indietro all’infinito; ma ciò è inaccettabile, allora è necessario postulare una causa prima incausata, Dio.
Il difetto di questa prova è evidente: se postuliamo una causa incausata stiamo semplicemente contraddicendo la premessa principale, e cioè che ogni cosa debba avere una causa; e se non è vero che tutto deve avere una causa, allora posso anche decidere che il mondo è iniziato in una grande esplosione senza nessuna causa. “Ma come? E il Big Bang cosa l’ha causato?” è una domanda legittima e naturale, ma non più e non meno legittima e naturale di “e Dio chi l’ha creato?”

Attraverso la questione della causa prima ci rendiamo conto, semplicemente, che ci sono quesiti indecidibili, domande che non hanno una soluzione, fatti che non ce l’hanno una spiegazione. Non a caso, si tratta di una delle aporie sottolineate da Kant: tanto “esiste una causa prima” quanto “non esiste una causa prima” sono soluzioni inaccettabili al problema della regressione infinita delle cause.

E Kant era proprio un nome che bisognava fare a questo punto, perché se Cartesio è l’ultimo vero razionalista puro, Kant è il primo esponente di un razionalismo nuovo, quello cui si rifanno coloro che si definiscono razionalisti oggi. Un razionalismo basato sulla critica della ragione alla ragione stessa. Il kantismo è la ragione che critica sé stessa e si riconosce limitata, e accetta in qualche misura di stare dentro ai propri limiti. È finita l’era della ragione assoluta, la ragione che ordina ogni cosa e che deve spiegare ogni cosa, ed è così ossessionata dal dover spiegare tutto che è pronta anche a spiegarlo male … per esempio rispondendo “l’ha fatto Dio” ogni volta che è in difficoltà.

Il sistema kantiano è filosoficamente molto problematico; ciò nonostante, Kant è oggi probabilmente il filosofo più amato dagli scienziati, perché il suo approccio è lo stesso dello scienziato: navighiamo a vista, lavoriamo per spiegare quello che riusciamo a spiegare, ma non illudiamoci di riuscire a soddisfare mai la ricerca infinita della ragione; lo scienziato vive per le domande molto più che per le risposte. È questa la ragione per cui quando sento dire che “la scienza non può spiegare tutto” come argomento in favore dell’irrazionalismo, sorrido sempre: tutti gli scienziati sanno che la scienza non può spiegare tutto, non foss’altro che perché non vivremmo abbastanza da riuscirci; il senso della scienza non è tanto spiegare tutto, quanto provarci sempre.

Dunque la ragione che sta dietro alla scienza moderna non è una ragione onnipotente, assoluta e onnicomprensiva. Quel tipo di ragione che vuole assolutezza a tutti i costi non può che, in pieno spirito hegeliano, degenerare nel suo perfetto contrario: irrazionalità.

Il che ci conduce finalmente a quella che è la mia risposta al quesito iniziale sul razionalità e razionalismo. Uno scienziato ateo, oggi, forse non dovrebbe dirsi razionalista, perché se ha fatto i compiti a casa di filosofia dovrebbe sapere che la ragione è uno strumento intrinsecamente limitato utilizzato da esseri intrinsecamente limitati per riuscire a gestire meglio le loro vite intrinsecamente limitate. Se il razionalismo è la fiducia senza confini nella ragione che tutto inquadra, tutto spiega e tutto fa funzionare a puntino come un meraviglioso orologio cosmico, uno scienziato ateo non può dirsi razionalista, in senso filosofico. Dovrebbe invece dirsi razionale.

Ma parliamone, adesso, del termine “razionale”, che finora abbiamo lasciato abbastanza in ombra. Ho detto prima che si tratta di una generica denotazione di cui la gente piace vantarsi, come “bello”, “intelligente”, “simpatico”. Son tutti termini che a conti fatti indicano qualcosa di molto vago. Ma si può dare un significato più preciso al termine?

Penso di sì, ma mentre al termine “razionalismo” possiamo dare una collocazione di tipo filosofico, il termine “razionalità” dobbiamo calarlo in un contesto psicologico; non è una posizione filosofica ma un atteggiamento della persona. Io intendo la razionalità come l’uso corretto e circostanziato della ragione all’interno dei suoi ambiti; insomma, quello che ispira il criticismo e il metodo scientifico. E alla base del criticismo c’è proprio il ridimensionamento della fiducia nella ragione; come diceva Pascal, la ragione deve riconoscere che ci sono cose al di là di essa. Quindi direi che in questo senso il razionalismo, che invece vuole sottomettere tutto alla ragione, non può essere razionale.

Ma attenzione, non può esserlo neanche l’irrazionalismo.

Torniamo a Pascal. Lasciamo stare per un momento il Pascal filosofico, e guardiamo al Pascal psicologico, che è praticamente il paradigma psicologico dello “scienziato credente” e delle sue contraddizioni, tormenti e a volte del suo infantilismo. Pascal ci diceva che al di là della ragione ci sono molte cose. Quasi tutte, potrei aggiungere io che su quel punto sono d’accordo; la ragione si può applicare in maniera parziale a molti problemi, ma forse non può risolverne in maniera completa nemmeno uno. Quindi ok, ci sono confini ben precisi alle potenzialità e all’uso della ragione. Ma al di là della ragione cosa c’è?

C’è il caos, c’è il dionisiaco, c’è il movimento incessante e incontrollabile della vita e delle passioni. Questo è ciò che c’è al di là della ragione. Lasciare la ragione significa scendere a patti con quel po’ di follia che attraversa come un filo invisibile tutto l’esistente. Ma Pascal non intendeva questo: al di là dell’ordine razionale basato sulla scienza, egli vedeva l’ordine religioso basato sulla fede. Un ordine non meno rigoroso, e anzi più rigoroso; non meno pervasivo, e anzi più pervasivo; non meno pretenzioso, ed anzi più pretenzioso; un ordine basato sulla rigidità del dogma, sulla gerarchia della Chiesa, sulla fissità dei testi Sacri, sul rigore dei documenti conciliari, sulla punizione attiva dei dissidenti.
Pascal il caos non lo tollerava proprio. Lo vedeva, certo che lo vedeva, mica era scemo; una persona così ossessionata dall’ordine non può fare a meno di vedere se c’è qualcosa di così fuori posto come “una canna che pensa”. Ma una persona così ossessionata dall’ordine non può neanche vedere qualcosa di così fuori posto senza andare subito a raccoglierla, piegarla per bene e infilarla in un cassetto. Ed è quello che ha fatto lui.

Proprio nella famosa scommessa emerge nella forma più chiara il tentativo di Pascal di costruire un argine all’ignoto e al caos come obbiettivo primario: la sua priorità è niente di meno e niente di più che trovare un modus operandi che massimizzi una funzione di profitto; una formula vincente per l’esistenza. Pascal non tenta di applicare a tutto la ragione strictu sensu, e in questo si differenzia da Cartesio. Ma, esattamente come Cartesio, vuole applicare a tutto un ordine gestibile.

Attenzione, ovviamente ordine e ragione sono cose diverse in senso logico; ma spesso vengono scambiate nel discorso. Per esempio, come spiegavo qui, quelli che si scagliano contro il “gender” dicono di farlo in nome della ragione, ma in realtà agiscono bellamente contro la ragione, e piuttosto sotto la spinta della brama di un certo ordine costituito riguardo ai ruoli di genere che oggi non è affatto razionale; e molti ambienti “progressisti” che si scagliano contro la scienza in realtà la scambiano semplicemente con un ordine costituito che non amano, nello specifico, l’ordine capitalistico. Questo accade perché, in senso psicologico, la ragione è una forma di ordine, o forse potremmo addirittura dire che è la forma d’ordine per eccellenza. La ragione è lo strumento principale che rende il cosmo prevedibile e gestibile. Chi è mosso da amore per la ragione di solito ama anche l’ordine (e mi ci metto dentro anche io), e viceversa di solito chi odia la ragione odia anche l’ordine. Ma non è regola assoluta; anzi, addirittura è perfettamente normale aspettarsi che l’amore eccessivo dell’ordine finisca col diventare irrazionale.

Pascal voleva mettere tutto in ordine; resosi conto che non poteva farlo con la sola ragione, allora la completò con la fede. È condivisa fra Cartesio e Pascal un’autentica “ossessione razionalizzante”, ovvero un’ossessione non tanto per la ragione ma per l’ordine che essa porta con sé; un’ossessione che è molto comune fra i filosofi anche oggi, in particolare fra quelli di scuola analitica. E all’apice dell’evoluzione di questa figura psicologica del “filosofo razionalizzante” sta Kierkegaard. In lui l’ossessione per trovare un ordine si rovescia, dialetticamente, nel suo perfetto contrario: gettare alle ortiche ogni ordine e abbracciare l’assurdità. La contraddizione è reale e insanabile in senso logico ma, in senso psicologico, fila magnificamente: nella mente di Kierkegaard la razionalità più totale è distruggere la ragione: gli estremi alla fine si toccano. O tutto è ragione o niente lo è; e il motto non è più “intellego ut credam“, bensì “credo quia absurdum“, credo perché è assurdo. In Kierkegaard è rimarchevole che ciò si verifichi all’interno di un quadro di assoluta consapevolezza, qualcosa che troveremo poi anche in Nietzsche, un altro, questa volta ateo, che passò dal venerare la ragione al gettarla alle ortiche. Ma nella maggior parte dei filosofi odierni lo scambio fra ragione assoluta e irragionevolezza assoluta si verifica silenziosamente, e in questo silenzio si nasconde il suo pericolo, poiché nella ricerca degli “assoluti” riposa il germe della distruzione di ogni adeguazione fra pensiero e realtà.

Come ci si può salvare da questo pericolo costante?

Be’, la risposta è una specie di uovo di colombo al contrario: facilissima da spiegare, difficilissima da mettere in atto.

Bisogna fare gli equilibristi: camminare sempre in bilico sul muretto che separa il caos delle cose dall’ordine dei pensieri, guardando e ponderando ogni passo, sempre pronti a tornare indietro e a correggere il tiro.

Questa non è nient’altro che la pratica giornaliera della vita, il gioco cui tutti quanti già giochiamo, volenti o nolenti. Un gioco incredibilmente difficile, basato tanto su ragionevoli scommesse quanto su imprevedibili colpi di fortuna e sfortuna; un gioco in cui siamo giocatori quanto pedine, che spesso controlliamo ma che altrettanto spesso non controlliamo.

Credo che la maggior parte dei filosofi anche odierni, come Cartesio e Pascal, lavorino incessantemente più che altro per cercare di trovare la formula vittoriosa, il trucco, il cheat, il codice segreto da infilare nel gioco che permetta di evitare di dover pensare ogni mossa con tanta fatica, di dover passare ogni momento a cercare di comprendere e gestire l’incomprensibile che abbiamo sia dentro che fuori, e infine di prendersi la responsabilità dei successi e dei fallimenti collegati alle proprie scelte.

“Cosa è morale?”; ecco una tipica domanda dei filosofi.

“Dipende da un milione di fattori: da ciò che vuoi, da ciò che senti, da chi sta intorno a te, dalle circostanze esterne e dalle circostanze interne; insomma da così tante cose che di solito è impossibile definire in maniera univoca il comportamento moralmente giusto.”; ed ecco, questa era la risposta corretta.

Ma ammettiamolo, sono molto più semplici da mettere in atto risposte tipo “è il comportamento che tu vorresti vedere divenire legge universale”, o “è il comportamento che minimizza la sofferenza complessiva” oppure ancora “è quello che dice la Chiesa”. Per quanto tutte queste risposte richiedano comunque un certo sforzo di “calcolo” dietro (legge universale in che senso? E come si misura la sofferenza? E la Chiesa, ma quale delle tante, e quale delle tante anime interne ad essa?), hanno comunque ristretto il numero di variabili da analizzare da “innumerevoli” a “numerabili”. Che, seppure a scapito della correttezza, risparmia un sacco di tempo. E in ciò, e solo in ciò, sta l’attrattiva ineliminabile di queste risposte-trucchetto.
Mentre di forma ti chiedono di usare in qualche modo la ragione per trovare le risposte che vuoi nella vita, di fatto ti  chiedono in realtà di usarla a regime minimo. E anche quando ti dicono, se te lo dicono, “ci sono cose al di là della ragione”, in realtà non si riferiscono al caos e all’imprevedibilità dell’esistenza e alla necessità di accettarli, no. Si riferiscono a fattori numerabili, ordinati, ordinabili e gestibili attraverso un utilizzo minimo delle nostre facoltà. La scommessa di Pascal: risolvere l’esistenza dell’uomo in dieci righe e un’equazione.

Se questa è la razionalità, il mio consiglio è di lasciarla perdere: siate irrazionali.

 

Ossequi.

 

 

 

 

 

 





Puttanate sul rapporto prenatale

5 05 2016

 

L’argomento è un po’ passato di moda ora che le unioni civili sono praticamente state approvate e, conseguentemente, gli omofobi hanno completamente dimenticato l’abbbominioh dell’ “utero in affitto”; tuttavia le stronzate sono come le buste di plastica: dopo che le immetti nell’ambiente restano in circolazione per diecimila anni. Ho pensato dunque che fosse il momento per fare un po’ di debunking serio sulla questione del cosiddetto rapporto prenatale.

Presentiamo il problema, per cominciare. Sappiamo che l’integralismo cattolico, con abile mossa, è riuscito a trasformare il dibattito sulla stepchild adoption a coppie omosessuali in un dibattito sulla gestazione per altri a pagamento. Sul tema ho già scritto in passato, ma non ho mai preso l’argomento dal punto di vista strettamente scientifico, nonostante su questa cosa abbiamo visto mettere in giro le peggio stronzate, anche da parte di presunti scienziati. Perfino un tele-psichiatra di cui non ricordo il nome (definisco tele-psichiatra uno psichiatra di dubbissima competenza che è reso famoso solo dalle comparsate in TV) andò ad un dibattito sulle unioni civili in TV con Monica Cirinnà a sostenere una cosa tipo che “il rapporto prenatale fra madre e figlio è un legame innegabile e indistruttibile la cui recisione danneggia inevitabilmente entrambi”, affermando che si trattasse di indiscutibile evidenza scientifica. Per non parlare poi degli esperti scientifici prêt-à-porter come la Tatangelo, che scrisse su facebook che il legame prenatale fra madre e figlio è una realtà indiscutibile per confermare la quale non c’è bisogno della scienza, lo si sa “per istinto”.
È quello che dicono tutti gli ignoranti che vogliono avere opinioni forti senza prendersi il disturbo di studiare seriamente quello di cui parlano; si inventano che non c’è bisogno di studiarlo perché hanno la Scienza Infusa.

Ora, non ho scelto il titolo a caso: tutta questa storia del legame indistruttibile fra madre e figlio prima della nascita è una PUTTANATA. Non è vero proprio PER NIENTE.

Chiariamo ovviamente che, indiscutibilmente, una madre che aspetti un figlio desiderato fa della gravidanza l’oggetto di un forte investimento emotivo, tale che essa diventa nella sua vita un’esperienza carica di molti significati romantici. Il fenomeno in questione, che in Italiano viene spesso chiamato attaccamento prenatale e in Inglese viene chiamato Maternal-Fetal Attachment (MFA), è studiato, conosciuto e effettivamente si verifica nelle madri che si identificano fortemente nella propria maternità.

Nulla voglio togliere alla profondità e alla bellezza di questa esperienza EMOTIVA. Ma si tratta di un’esperienza emotiva e va ben distinta dalla biologia sottostante.

Un primo passo per rendersi conto di quanto poco il fenomeno abbia a che fare con la biologia è leggere l’esperienza di una madre surrogata. Vediamo cosa dice qui, per esempio:

In questo momento sto aspettando i gemelli di una coppia tedesca che nasceranno tra sei mesi. È la quarta volta che ospito nel mio ventre i figli di chi non può partorirne. Oltre a quello di mio figlio, nove anni fa, ho avuto altri tre parti: due singoli e uno gemellare. Con questo fanno quattro. E io mi ricordo solo quello in cui è nato il mio bambino: un vero e proprio salto nel buio, in cui non sapevo minimamente cosa fare né come avrebbe reagito il mio corpo. Dopo dodici ore di travaglio, molta ansia e preoccupazione, avere in braccio mio figlio è stata una delle emozioni più forti che abbia mai provato. Con gli altri parti è tutta un’altra cosa: so già cosa fare, so come reagisce il mio corpo. Ed è molto più facile perché so cosa accade.

Durante le gravidanze che faccio per gli altri genitori non penso mai: “Questo figlio è mio, me lo tengo”, perché so dal primo momento che non lo crescerò, che lo partorirò e poi lo darò ai suoi genitori. So che porto avanti la gravidanza per altri. Anche adesso, quando sento i gemelli muoversi, quando ho le nausee e mi duole la schiena, non si crea quel legame materno che ho avuto fino da subito con mio figlio. Certo sto attenta a cosa mangio e mi tengo curata ma mi dico: “Ci sono due persone che si prenderanno cura di lui, è per loro che lo faccio”.

Lo voglio ribadire: io ho un solo figlio, la più grande gioia della mia vita. Gli altri che ho messo al mondo sono i figli di qualcun altro. Non mi ricordo né il giorno in cui sono nati né se erano maschi o femmine, nemmeno quanto pesavano. Non mi interessava e non mi interessa. Questi bambini non hanno niente di me, non hanno il mio dna, non verranno educati da me. Io li ho solo partoriti, ho aiutato chi naturalmente non lo poteva fare. E aver visto gli occhi pieni di gioia delle mamme e dei papà ai quali li ho consegnati è una delle cose che mi rende felice e serena. Per me mio figlio è così importante: perché non aiutare gli altri ad averne? Cosa c’è di male?

Questo passo rende benissimo il fulcro del concetto attraverso la testimonianza: la madre surrogata di cui si parla qui ha sperimentato l’MFA quando attendeva il SUO bambino, ma non lo sperimenta mai quando fa la surrogata. Questo accade perché è una specie di madre degenere e pazza, un titolo questo che l’integralismo e le mamme sentimentalone alla Tatangelo dispensano con incredibile facilità?

No. Semplicemente perché non è la madre. È solo la madre surrogata, porta solo avanti la gravidanza, svolge il processo biologico E BASTA, conseguentemente non sviluppa nessun legame emotivo col feto.

Ho deciso di partire dalla testimonianza presente per capire di che si sta parlando, ma in realtà il mio punto è una questione ben nota a psicologi e psichiatri, anche se forse non è molto nota a tele-psicologi e tele-psichiatri che non hanno tempo per studiare perché devono passare le ore a farsi truccare per apparire belli alle telecamere: l’MFA è un fenomeno esclusivamente psicologico-sociale, che ha a che fare con l’identificazione della gestante nel ruolo di genitrice.angry

In questo articolo viene fornita una presentazione breve del fenomeno, che però basterebbe da sola a smentire tutte le leggende sull’argomento. Certo, un tele-psichiatra non ha tempo di leggere neanche un trafiletto prima di andare a sproloquiare davanti all’obbiettivo e a ‘sto punto dubito che conosca l’Inglese, ma noi ce l’abbiamo il tempo e per chi non sapesse l’Inglese fornirò gentilmente una traduzione dei segmenti più significativi:

Maternal-fetal attachment (MFA) is a term used to describe the relationship between a pregnant woman and her fetus. Qualitative descriptions of maternal attitudes and adaptation to pregnancy indicate that MFA is based on cognitive representations of the fetus. These may include imagined scenarios between mother and child, as well as a mother’s attribution of physical and emotional characteristics to the fetus.1 MFA is manifested in behaviors that demonstrate care and commitment to the fetus and include nurturance (eating well, abstaining from harmful substances, such as alcohol), comforting (stroking the belly), and physical preparation (buying baby clothes and equipment).

Traduzione:

Attaccamento materno-fetale (MFA) è un’espressione usata per descrivere la relazione fra una donna incinta e il suo feto. Descrizioni qualitative degli atteggiamenti materni e dell’adattamento alla gravidanza indicano che l’MFA è basato su rappresentazioni cognitive del feto. Queste possono includere scenari immaginari fra madre e bambino, così come l’attribuzione al feto di caratteristiche fisiche o caratteriali da parte della madre. L’MFA si manifesta in comportamenti che dimostrano attenzione e preoccupazione per il feto e includano cura fisica (mangiare bene, astenersi dal consumo di sostanze dannose come l’alcol), conforto (accarezzare il ventre), e preparazione fisica (comprare vestitini ed accessori per il bambino.(enfasi mia)

Ho sottolineato “rappresentazioni cognitive del feto” perché quell’espressione è la chiave per comprendere il fenomeno. La madre non conosce il feto, e il feto non conosce la madre. Non si sono mai visti né sentiti, hanno soltanto un rapporto di natura biologica. Tuttavia, se la madre desidera quel bambino e si sente madre, inizia normalmente a calarsi nel ruolo della madre molto prima di partorire, e inizia a vedere nel feto un bambino autentico anche se ancora non lo è. L’attaccamento materno-fetale, insomma, non rispecchia il legame biologico fra madre e feto, bensì l’investimento emotivo della madre nei confronti del bambino che nascerà, nonché il proprio progressivo calarsi nel ruolo genitoriale.

La Tatangelo a quanto pare crede che essere madre le infonda una sapienza millenaria che non ha bisogno di conferme scientifiche. Dubito che una simile cristallina illuminazione divina possa essere messa in crisi da una cosa fragile come i fatti, ma si può facilmente dimostrare che questo fenomeno magico, eterno e inscritto nella natura umana di cui lei in quanto madre ignorante sa “per istinto” ha invece un preciso sviluppo storico.

The concept of MFA is relatively new and has not been well studied or defined. Inquiry into a woman’s psychological reaction and adjustment during pregnancy began in the 1970s. Prior to that time, there are few scientific data available on women’s thoughts or feelings about their pregnancies. Historical and literary accounts of women’s experiences in childbirth prior to the 20th century reveal that women were primarily concerned with enduring and surviving pregnancy. Letters written by women in the 19th century show evidence of maternal projections about the expected child as well as feelings of loss from a miscarriage or infant death. Writings of their own physical suffering and fear of death were more common.

The declining mortality rate and technological developments in western nations over the past 30 to 40 years have changed conceptions about pregnancy and the fetus. Women can detect pregnancy earlier and are able to view high-resolution images of their fetus at earlier dates. This knowledge may serve to allow women to adopt optimal health practices earlier.

Traduzione:

Il concetto di MFA è relativamente nuovo e non è stato ben studiato e definito. Indagini sulla reazione psicologica e sull’adattamento della madre durante la gravidanza sono iniziate negli anni ’70. Prima di allora, ci sono pochi dati disponibili riguardo ai pensieri e alle emozioni delle donne durante le gravidanze. Resoconti storici e letterari sulla maternità prima del 20° secolo rivelano che la prima preoccupazione delle donne era resistere e sopravvivere alla gravidanza. Lettere scritte da donne nel 19° secolo mostrano prove di proiezioni mentali sul bambino atteso così come sensazioni di lutto e perdita in seguito all’aborto. Tuttavia sono più frequenti resoconti riguardo alle proprie stesse sofferenze fisiche e alla paura della morte.

Il declino nel tasso di mortalità e lo sviluppo tecnologico nelle nazioni occidentali negli ultimi 30-40 anni hanno cambiato il modo in cui gravidanza e feto sono concepiti. Le donne possono scoprire di essere incinte più rapidamente e sono in grado di vedere immagini ad alta risoluzione del proprio feto più precocemente. Questa conoscenza può servire per permettere alle donne di adottare pratiche igieniche ottimali in anticipo.

Insomma, l’MFA è un fenomeno che si verifica solo quando la madre sa di essere incinta e solo quando non si pone il problema, ben più pressante, di sopravvivere alla gravidanza.

Ma d’altro canto, davvero non ci aspettiamo che le cose vadano in questo modo? Come fa una donna ad affezionarsi al feto se non sa di stare portando un feto? Deve almeno accorgersi di essere incinta per poter provare attaccamento per il feto! Eppure sappiamo che si può essere incinte senza accorgersene molto molto a lungo, perfino fino al parto in certi casi. Come diavolo si forma questo legame magico e spirituale fra madre e figlio se la madre non sa di avere un figlio? E se poi pensiamo alle civiltà antiche, come quella greca classica, presso la quale i neonati talora venivano “esposti” ovvero abbandonati a morire, diventa chiaro che se le madri non tenevano in considerazione la vita del bambino già nato, allora non tenevano in considerazione neanche quella del feto.

A ciò si aggiunge l’evidenza aneddotica che abbiamo sulle madri surrogate: nel caso della gestazione per altri non si verifica attaccamento materno fetale, perché la madre non si sente madre e dunque non fantastica su come sarà il suo rapporto col bambino, come se lo crescerà, che vestiti gli metterà etc.

Se ci si ferma un attimo a ragionare su queste cose, vediamo che in realtà quello che osserviamo è esattamente quello che dovremmo aspettarci: la madre si affeziona al feto solo se sa che diventerà il suo bambino; perché dovrebbe, altrimenti? Non l’ha mai “visto” e conosciuto veramente come persona, non c’è ragione per cui debba affezionarcisi; può affezionarsi soltanto all’idea che si fa della futura persona. Se non si fa nessuna idea a riguardo, non c’è nulla a cui possa affezionarsi.

Quindi è vero che la madre può stabilire una forma di attaccamento prenatale, ma si tratta di un fenomeno esclusivamente psicologico legato all’immaginario materno, e non si verifica in una madre surrogata.
Mi aspetterei, invece, che si verificasse nella madre vera e probabilmente anche nel padre/nei padri, anche se non lo stanno portano in grembo loro; ma mi pare che questo tipo di fenomeno non sia ancora stato oggetto di studi adeguati.

E vorrei sottolineare che non c’è assolutamente niente di male a non affezionarsi a un feto se si sa che non è il proprio futuro figlio, è del tutto normale e non danneggia nessuno, esattamente come è del tutto normale e non danneggia nessuno affezionarcisi se si sa che è il proprio.

Ma se provassimo a invertire il discorso? Il feto si affeziona alla madre mentre è nell’utero, invece?

Altra sciocchezza. Per i due terzi della gravidanza il feto non ha sistema nervoso o lo ha del tutto rudimentale, al punto che la legge permette di abortirlo, quindi possiamo escludere che in questa fase il feto sviluppi alcunché.

E dopo? Dopo il feto non vede mai la madre e non sente mai la madre, quindi come fa ad affezionarcisi? L’unico contatto che ha con la madre dal punto di vista sensoriale sono le stimolazioni tattili dell’utero e l’odore del liquido amniotico.

Le stimolazioni tattili sono del tutto anonime, non c’è modo che il feto possa affezionarsi alla madre sulla base delle stimolazioni tattili dell’utero. Ma l’odore del liquido amniotico?

Anche quello non è personalizzato, o per lo meno, non lo è a sufficienza da permettere di riconoscere la madre. Il liquido amniotico ha un odore molto simile a quello del latte materno, per cui il neonato è immediatamente attratto dal latte umano, ma non è particolarmente attratto, in prima battuta, da quello di sua madre; qualsiasi latte materno lo attrarrà, appena nato. Imparerà presto a riconoscere i peculiari odore e sapore del latte di sua madre, ma questo non accadrà fino al sesto giorno dopo la nascita, o al più presto al quarto (Macfarlane, 1975; Mizuno, Mizuno, Shinohara, & Noda, 2004). Va da sé che se tre giorni dopo la nascita ancora non sa distinguere il latte materno da quello di un’altra donna, vuol dire che l’odore della madre non lo conosce neanche prima della nascita.

Certo, il neonato impara a riconoscere la madre presto, ma di sicuro non prima di uscire dall’utero; non l’ha mai vista né sentita prima di allora. E anche quando inizia a riconoscerla, non è che la cosa cambi molto; ovvio, si abitua a quel particolare soggetto accudente, ma questo non significa che non possa, eventualmente, disabituarcisi e abituarsi ad un altro se la madre venisse sostituita. Sono fenomeni biologici, non c’è niente di magico nel rapporto fra madre e neonato, anche se la gente tende a caricare il fenomeno di significati astratti e romantici.

Ora vorrei rispondere ad un’ultima questione che ho visto sollevare da parte di ambienti integralisti, ovvero un argomento che usa la sperimentazione animale. Questo mi punge sul vivo, per motivi che immaginerete … In particolare, ho visto qualcuno usare come “prova” di presunti danni che l’utero in affitto causerebbe al bambino gli esperimenti di deprivazione materna sui roditori.

Negli esperimenti di deprivazione materna, infatti, si è osservato che i roditori soggetti al protocollo in questione da adulti sviluppano ipersensibilità allo stress, deficit cognitivi, aggressività e via con altre spiacevolezze.

Questo argomento mi diverte molto perché si dà il caso che metà della mia tesi di dottorato l’abbia fatta sulla deprivazione materna nei roditori, e se Dio vorrà un giorno vedrò anche una pubblicazione con su il mio nome a riguardo.

Ora, io ovviamente non sosterrò che non si possano traslare i risultati ottenuti su animali nell’uomo, anche perché se no non avrei fatto quel tipo di lavoro in principio. Tuttavia la cosa va fatta con un minimo di ragionamento e sulla base di una conoscenza approfondita, e sottolineo APPROFONDITA, del modello e dei protocolli di cui si sta parlando; non a cazzo di cane appiccicando insieme qualche frase carpita qua e là dagli abstract dei paper.

Il bambino partorito da una gestante per altri, dopo la nascita, viene affidato subito alla coppia genitoriale che si occuperà, presumibilmente con adeguata cura, di tutti i suoi bisogni fisici e psicologici. Questa situazione non ha niente, ma proprio NIENTE a che vedere col protocollo di separazione materna usato sui roditori, oserei dire che è l’esatto opposto di quella che vediamo nel protocollo di separazione materna. Il protocollo in questione io l’ho visto mettere in pratica durante il mio soggiorno estero, anche se per fortuna nessuno mi ha mai domandato di praticarlo io, e devo dire che è abbastanza “cattivo” da far incazzare a morte qualunque animalista. Il protocollo in questione prevede che, a partire dal secondo giorno dopo la nascita (nel primo giorno il protocollo non si pratica o si pratica in forma attenuata per periodi più brevi), i topi neonati vengano presi singolarmente, separati dalla madre e messi in una gabbia a parte per un periodo minimo di tre ore. È importante che il periodo sia lungo, perché separazioni brevi, nell’ordine dei quindici minuti, hanno invece un effetto positivo sullo sviluppo del topo, e infatti quel tipo di protocollo non è chiamato separazione materna ma neonatal handling, manipolazione neonatale, proprio perché ha effetti addirittura opposti.

Per capire cosa significhi un tipo di protocollo come la separazione materna in termini di impatto sullo sviluppo dell’animale bisogna conoscere la fisiologia del topo e capire in cosa si differenzia da quella dell’uomo.

Il topo, specialmente il topo neonato, è un animale piccolo. La fisiologia del topo si comprende solo se lo si osserva tenendo conto che è un animale piccolo, mentre noi siamo animali piuttosto grossi. Un tipico slogan degli animalisti contro la sperimentazione animale è “non siamo topi di 70 Kg”… Be’, a dirla tutta se i topi pesassero 70 Kg la differenza fisiologica più significativa fra noi e loro sarebbe svanita.
Se il topo è un animale piccolo, il topo neonato è un animale minuscolo. Minuscolo significa un rapporto superficie/volume altissimo. Un rapporto superficie/volume altissimo vuol dire fortissima dispersione di calore. Il che a sua volta significa altre due cose: che il topo neonato ha bisogno di essere scaldato continuamente dal corpo della madre e dei fratelli e che ha bisogno di mangiare spessissimo perché ha un forte bisogno di calorie. Insomma, per il cucciolo di topo la termoregolazione è forse la più importante esigenza fisiologica. Dunque una separazione di tre ore dalla madre, per un topo neonato, non significa aver rotto una specie di magico rapporto spirituale, ma qualcosa di molto più prosaico: significa non soddisfare la sua principale esigenza fisiologica, i.e., significa fargli soffrire il freddo e la fame. Inoltre, esattamente come i neonati umani, il topino ha bisogno anche di stimolazione tattile, che ha effetti molto benefici sullo sviluppo del sistema nervoso centrale (insomma va coccolato un po’) e ovviamente va tenuto pulito quando orina o defeca.  Per poter rendere il paragone con un umano sensato, bisognerebbe togliere il bambino alla madre per qualcosa come dodici ore, metterlo nudo sul balcone in autunno inoltrato e per tutto questo periodo non pulirlo, non toccarlo, fottersene completamente di lui insomma. Aggiungiamo che nel protocollo di separazione materna si usa spesso anche fare al topino delle piccolissime iniezioni di soluzione fisiologica. Piccole, ma comunque dolorose, considerando le dimensioni dell’animale. Quindi diciamo che il nostro neonato ogni tanto bisogna anche andare a prenderlo a ceffoni perché grida troppo.

Esistono situazioni in cui i neonati umani sono trattati così? Sì, esistono. E esistono anche situazioni meno estreme in cui il paragone fra separazione materna nel roditore e il trattamento ricevuto dal neonato umano può comunque reggere. Ma paragonare un protocollo barbaro come la separazione materna nel roditore a quello che succede quando un neonato passa dalla madre surrogata nelle mani della coppia genitoriale è di un’idiozia offensiva; il neonato in questione verrà trattato benissimo e vedrà tutti i propri bisogni soddisfatti, il protocollo di separazione materna serve a riprodurre situazioni di maltrattamento grave.

Questo particolare caso di fraintendimento mi permette di ribadire un consiglio dato in altre sedi a chi voglia interessarsi di scienza: se non siete addetti ai lavori, è inutile che leggete e citate pubblicazioni scientifiche, perché verosimilmente capirete fischi per fiaschi, come fanno quelli che mi citano gli studi di separazione materna come argomento contro la gestazione per altri. Piuttosto parlate con qualcuno che ne capisca della questione e fatevi spiegare le cose da lui, vi farete un’idea di più chiara.

Ciò detto, se proprio vogliamo fare un paragone coi roditori, vorrei ricordare che le mamme topo allevano i cuccioli tipicamente in comune e il maschio viene di solito allontanato proprio perché è una minaccia per la prole. Quindi si direbbe che per i topini l’ambiente di crescita ideale sia … La coppia lesbica!

Quindi, ricapitolando:

Non è vero che l’attaccamento fetale è un legame di natura fisiologica. Si tratta al contrario di un fenomeno psicologico che riflette l’adattamento della gestante al futuro ruolo di madre.

Non è vero che si verifica sempre e che è geograficamente e storicamente ubiquitario. Nella sua forma attuale, esiste sì e no da un cinquantennio.

Non è vero che anche le madri surrogate provano l’MFA.

L’MFA comunque riguarda la madre, non il bambino; il bambino inizia a riconoscere la madre solo dal quarto-quinto giorno di vita in poi.

Non è vero, infine, che gli studi su animali confermino la presenza di un rapporto magico fra madre biologica e figlio.

 

Spero di aver fatto un servizio di informazione utile e spero che questi dati contribuiscano ad arginare lo spargersi di melensi luoghi comuni e disinformazione sull’argomento.

 

Ossequi.

 

 

Macfarlane, A. (1975). Olfaction in the development of social preferences in the human neonate. Ciba Found Symp(33), 103-117.

Mizuno, K., Mizuno, N., Shinohara, T., & Noda, M. (2004). Mother-infant skin-to-skin contact after delivery results in early recognition of own mother’s milk odour. Acta Paediatr, 93(12), 1640-1645.





LA SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA

17 07 2015

Ho sempre pensato che, se spiego bene il mio pensiero, certi ovvi fraintendimenti non ci saranno, e nessuno prenderà sul serio certe apparenti “contraddizioni” in ciò che dico che in realtà sono solo frutto di lettura superficiale. E, al limite, ciò è vero; una volta che si sia capito tutto perfettamente anche le apparenti contraddizioni spariranno. Non è però vero all’atto pratico, specie se il fraintendimento affonda in concezioni filosofiche millenarie e ancor oggi molto vive …

Dunque sono passati due anni dall’apertura di questo blog, eppure l’unico post finora che abbia trattato specificamente l’apparente contraddizione fra il mio essere anti-omofobico e anti-antispecista insieme è uscito qualche giorno fa; e ora esce il secondo. Perché una contraddizione, seppur solo apparente, c’è, e va chiarita.

Difatti, vedrete che il più delle volte i filosofi o pseudofilosofi antispecisti sono pro-LGBT, e viceversa i filosofi o pseudofilosofi omofobi sono generalmente specisti. E nella mente di queste persone, l’associazione fra le due cose viene naturale e spontanea. Anche noi, a breve capiremo perché per loro è tale, e poi anche perché invece non lo è affatto per me e neanche, a ben vedere, nella testa del grosso della popolazione.

Intendiamo subito che in termini pratici la questione dei diritti LGBT non ha davvero niente a che vedere con questioni come il vegetarianesimo o la sperimentazione animale: a favore dei diritti LGBT e anche della sperimentazione animale: why not? Quasi tutti i miei conoscenti la pensano così. Omofobo e anche vegano: why not? Proprio l’altro giorno ho fatto un raccapricciante incontro con un’omofoba incancrenita che si dichiarava vegana. Le due cose possono tranquillamente andare insieme nella lotta politica e nella vita di tutti i giorni.

Per questo io ho fatto riferimento ai filosofi antispecisti, e ai filosofi omofobi, o per lo meno, quelli che si divertono ad atteggiarsi a tali. Perché parliamo di persone che hanno fatto la scelta, per una settimana o per la vita, per convenienza o per amore, di occuparsi principalmente dei problemi rigorosamente astratti della filosofia.

Prendiamo i problemi su cui si accaniscono gli antispecisti e gli omofobi: i primi mettono in discussione a vario titolo la netta linea di demarcazione uomo-animale, i secondi invece insistono su una categorizzazione estremamente, e aiutatemi a dire estremamente, rigida riguardo ai sessi: maschio-femmina.

Già ora dovremmo iniziare a cogliere qual è il fulcro del paragone che sto istituendo, ma facciamo qualche altra osservazione empirica prima di arrivarci. Gli attivisti a favore dei diritti LGBT (me escluso, ça va sans dire) spesso impostano il proprio discorso su una critica della rigida categorizzazione maschio-femmina, utilizzando come testa d’ariete contro di essa una serie di fenomeni reali nei quali questa categorizzazione viene sfidata e i tradizionali attributi di uomo e donna sono violati; ad esempio intersessuali, androgini, transgender, o anche solo donne “mascoline” e uomini “effeminati”. Ad essi gli omofobi rispondono generalmente con una severa riaffermazione della categorizzazione, che generalmente assume la forma dell’uso improprio dell’argomento della normalità. Gli antispecisti generalmente impostano il proprio discorso su una critica della rigida categorizzazione uomo-animale, utilizzando come testa d’ariete una serie di fenomeni reali nei quali questa categorizzazione viene sfidata e i tradizionali attributi di uomo e animale sono violati; ad esempio i famosi casi marginali. Ad essi gli umanisti rispondono generalmente riaffermando la differenza uomo-animale e la sua rilevanza al livello metafisico, spesso usando l’argomento dalla normalità in forma impropria (me escluso, ça va sans dire).

Dovremmo cominciare a vedere dove si va a parare, sbaglio?

Essenzialmente, omofobi e “specisti” si muovono nella direzione di affermare con forza e rigore l’esistenza di linee di demarcazione ontologiche che definiscono la realtà: maschio e femmina, con tutti i loro tradizionali attributi; uomo e animale, con tutti i loro tradizionali attributi.

Antispecisti e pro-LGBT (più che altro i queer theorist, a dire il vero) si muovono nella direzione opposta: il loro è un atteggiamento strutturalmente critico delle categorizzazione ideali.

Gli omofobi ripetono ossessivamente che maschile e femminile sono assoluti ontologici. Gli antispecisti negano continuamente qualsiasi valore effettivo alla demarcazione uomo-animale.

Ecco dunque la ragione dello scontro filosofico: gli omofobi sono realisti platonici, che danno una priorità assoluta alle idee nelle loro elaborazione, mentre gli antispecisti sono nominalisti di ferro, che si spingono indefinitamente oltre nella critica alla validità delle idee nel descrivere la realtà.

“Adaequatio rei et intellectus”; raggiungere l’identità fra il pensiero e la realtà, ecco lo scopo ultimo di questi filosofi, tutti. La differenza fondamentale fra antispecisti ed omofobi è che i primi vorrebbero modificare l’idea per adeguarla in maniera perfetta alla realtà, mentre i secondi vorrebbero modificare la realtà per adeguarla in maniera perfetta all’idea.

Lo scopo di entrambi è “alto”, anche se non molto utile. Ma il problema principale sono i mezzi, necessari, che essi sono disposti ad usare per raggiungere un tale altissimo scopo.

L’idea e la realtà non sono uguali. Non lo saranno mai. La realtà è mutevole e caotica, piena di sfumature, imprevisti, eccezioni e stranezza. Il pensiero è ordinato, rigido, definito, strutturato, e tende a preservarsi uguale a se stesso.

Non potranno mai essere uguali. L’intima natura dell’uno e dell’altro lo impedisce.

Non sorprende dunque se i filosofi dell’una e dell’altra fazione, all’estremo delle loro elucubrazioni, iniziano a sembrare completamente pazzi.

L’ossessione per le idee, portata alle sue estreme e naturali conseguenze, conduce a negazione della realtà. Gli omofobi per esempio insistono a pretendere che la realtà sia quella che sta nella loro idea: maschi e femmina, tutti cisgender, tutti eterosessuali, tutti stereotipati. Messi di fronte alla realtà che quest’idea rigidissima non si applica a quello che vediamo tutti i giorni, confrontati col fatto che esistono transgender, esistono intersessuali ed esistono omosessuali, essi li catalogano come “errori” e fanno finta di niente. Il che è follia pura se ci pensiamo un momento: stanno accusando la realtà di essere sbagliata rispetto alla loro idea. Stanno accusando la natura di aver commesso un errore, rispetto a loro che invece sanno come dovrebbe andare il mondo.

L’assurdo è abbastanza evidente.

E d’altro canto è chiaro a cosa conduce anche l’atteggiamento opposto, al collasso del pensiero. La distinzione fra uomo e animale non è perfetta (e quando mai ve ne sono in natura?), ma è sicuramente una delle più rigide che la biologia ci offra, visto che Homo sapiens è l’ultimo sopravvissuto del suo genere e il suo parente più prossimo (lo scimpanzé) dista milioni di anni di evoluzione da lui. Se si nega la legittimità del processo che consiste nel formalizzare una distinzione almeno verbale fra le due realtà, descrivendo le caratteristiche comuni fra gli umani che non sono normalmente presenti nell’animale, allora finirà che non potremmo neanche dire che una pera e una mela sono due cose diverse: sono entrambe dolci, sono entrambi frutti … e poi cos’è un frutto? Non è forse un fiore modificato? Allora come facciamo a dire che un fiore è un fiore e un frutto è un frutto?

Certo, se ci chiudiamo in camera, bendiamo gli occhi e tappiamo le orecchie ignorando così l’esistenza di qualsiasi cosa che non quadri con le nostre idee, abbiamo raggiunto l’identità perfetta di pensiero e realtà negando la realtà.

Certo, una volta che abbiamo smesso di usare qualunque categoria e qualunque idea e messo da parte qualunque pregiudizio, ovverosia abbiamo smesso di pensare e ci siamo ridotti a puro istinto, abbiamo raggiunto l’identità di pensiero e realtà negando il pensiero.

In entrambi i casi abbiamo vinto, abbiamo conquistato il nostro scopo … Ma il prezzo è stato un po’ altino. Ma che importa? Anche lo scopo era alto. E bisogna capire che il filosofo, che quasi sempre è anche un metafisico, ragiona in questo modo (o per lo meno, in questo modo ragionano i miei avversari): tutto gira intorno ad una SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA, che a sua volta esprime in qualche modo quella dualità di approccio che ho descritto.

Dunque tutti i dibattiti particolari, che so, le adozioni a coppie omosessuali, la sperimentazione animale, l’eutanasia infantile, l’allevamento intensivo … non sono questioni che per se stesse siano degne di attenzione. Esse sono manifestazioni particolari, occasionali, di una latente SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA concernente l’adeguazione perfetta fra l’ideale e il reale, che essa sola è degna di attenzione. Dunque se io stringo un contratto di convivenza con un uomo invece che con una donna (perché il matrimonio è soltanto questo all’atto pratico: un contratto di convivenza e supporto reciproco), in realtà io sto affrontando la SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA della distinzione dei sessi! Cavolo, sono più potente d quanto pensassi, con una firma su un pezzo di carta io metto in discussione la natura stessa dell’uomo! Sono un Dio, cazzo! D’altro canto se faccio il dispetto di nascondere della carne nel piatto di un vegetariano non sto facendo solo uno scherzo deficiente, come pensavo, bensì sto affermando la mia posizione sulla SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA della demarcazione uomo-animale. Questo se sono fortunato, perché c’è caso addirittura che io stia dicendo la mia sulla SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA dell’esistenza della violenza e dell’oppressione, che rende quindi sciocca e vacua la molto-meno-suprema questione filosofico-antropologica della distinzione uomo-animale!

Suppongo che se mentre mi succhio un’ostrica mi ingoio un granello di sabbia quello sia un atto metaforico della mia scelta di campo all’interno della SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA del rapporto fra l’uomo e il suo pianeta; sono diventato Galactus il divoratore di mondi.

Alla luce di questa prospettiva si spiega faclmente l’atteggiamento che i miei avversari assumono immancabilmente verso di me. Se io dico ad una conferenza sulla sperimentazione animale che per me le questioni etiche in realtà sono questioni pratiche e politiche, ecco che “l’antispecista” avvocato Prisco (che sarà contento che finalmente sia riuscito ad imparare il suo nome) mi bacchetta:  “nonnonnò! Non puoi ridurre l’etica a una  volgare questione pratica, ad un semplice insieme di provvedimenti e decisioni provvisorie e circostanziali! È una cosa più ALTA, è una SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA!”  (non saranno state proprio quelle le parole, ma quello era il significato). E dato che non ci sarà modo e tempo di rispondere, non potrò mai obbiettare che se non è una questione politica, e non è pratica, né tanto meno è una semplice scelta personale, e nemmeno ovviamente è teologia perché siamo atei, ma è comunque una cosa più ALTA … Allora non mi è chiaro che cavolo è. Ma di che stiamo parlando davvero? Quando è che la SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA sarà giudicata abbastanza suprema da esser degna di discussione?[1]

Naturale che in questa ottica un po’ perversa necessariamente anche le questioni dell’omofobia e dell’antispecismo sussumono sotto uno stesso concetto universale, perché entrambe manifestazioni della SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA della distinzione categoriale che vede contrapposti Aristotele e Platone. Ed è dunque necessario individuare un metodo risolutorio di entrambe le questioni che risponda alla medesima formulazione della SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA.

Potrei benissimo dire che la questione dei matrimoni gay non ha nulla a che vedere con l’esistenza differenziata del maschile e del femminile, è semplicemente una scelta di convenienza sociale che renderebbe più piacevole vivere nella nostra società.

Potrei benissimo dire che la questione del vegetarianesimo ha a che fare semplicemente con un calcolo dei costi e benefici, personali e sociali, materiali ed emozionali, connessi al mangiar carne e al non mangiarla; e potrei dunque spingermi alla bestemmia suprema di affermare che fra me, che mi occupo di benessere animale ma non sono vegetariano, ed un vegetariano, non c’è nessuna suprema differenza filosofico-antropologica, ma solo una differenza nel grado e nel tipo di sensibilità rispetto alle questioni in esame.

Ma questo modo di ragionare è intollerabile per il “filosofo”. Per colui che ragiona da “filosofo” (che poi filosofo lo sia o meno è irrilevante) viene naturale come il respiro ricondurre il tutto ad un’unica suprema questione di somma astrazione. Un’astrazione tale che, se sottoposta ad uno scrutinio attento, si rivela vuota.

A ciò io contrappongo la mia modesta, e proprio per ciò blasfema, proposta: e se invece ci accontentassimo di qualcosa di meno della risoluzione perfetta della SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA? Se ci accontentassimo di ottenere un’uguaglianza approssimata fra pensiero e realtà, una somiglianza utile per i nostri scopi da adottarsi nei singoli casi specifici che dobbiamo affrontare?

Da quando mi occupo di biostatistica (non è un caso che questo sia diventato il mio mestiere: applicare perfette idee astratte ad una realtà mutevole e caotica …) non ho mai dimenticato la mia prima è più importante lezione: “un modello non è vero o falso, solo utile o meno utile”.

Quando descrivo i miei dati con un modello lineare sto solo dicendo che esso li descrive abbastanza bene da venire incontro a certi miei scopi.
Non sto dicendo che nella realtà le cose siano esattamente come le descrive quel modello; se volessi cambiare il modello per aderire perfettamente alla realtà avrei da lavorarci per millenni prima di poter inserirvi dentro tutte le (letteralmente) infinite variabili che lo determinano; se pretendessi invece che la realtà sia descritta perfettamente e senza alcun errore da quelle tre-quattro variabili che ho messo nel modello, farei un errore grosso come una casa, e non riuscirei mai a spiegarmi come mai quel farmaco che secondo il modello funzionava su qualche paziente invece non ha funzionato: “ah be’, la natura avrà sbagliato, mica io!”

Il mio modo di muovermi è strettamente pragmatico: cerco quella teoria che è al tempo stesso ragionevolmente “esatta”, perché contiene più informazioni possibile sulla realtà, e anche ragionevolmente “economica”, ovvero sia ancora di applicabilità abbastanza generale da essere di una qualche utilità pratica.

“Ma questa non è filosofia, è scienza!”

“Ma questa non è filosofia, è solo buon senso!”

Sapete che vi dico?

Avete perfettamente ragione!

Questo è il modo di procedere della scienza, che cerca di creare teorie che siano un compromesso fra la generalità e l’esattezza. E la scienza, come disse il saggio, “non è che buon senso accompagnato da solido ragionare”.

La scienza si sa accontentare del proprio essere approssimata. È la filosofia (o meglio, il resto della filosofia, visto che la scienza è una branca della filosofia) che non sa accontentarsi, è la filosofia che pretende che idea e realtà siano perfettamente identiche, ed è disposta a qualunque cosa pur di ottenere ciò.

Sono dunque consapevole che la mia posizione mi sistemi a margine dei dibattiti filosofici di cui sopra, per non dire fuori da essi. Ho notato in passato che gli antispecisti non mi rispondono mai, e neanche gli omofobi. La ragione principale per cui non lo fanno è sicuramente che non vogliono farmi pubblicità (perché non dimentichiamoci che ci sono battaglie politiche in corso qui, e quando c’è la politica in mezzo, la filosofia e l’amore per il confronto possono andare a farsi fottere, una lezione che ho imparato sulla mia pelle), ma è anche vero che non avrebbero nulla da rispondermi, perché io non entro nel “loro” dibattito filosofico. Piuttosto nego che il presupposto stesso di quel dibattito sia corretto, non mi interessa la loro SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA.

Quando mi capita di confrontarmi con questi soggetti in contesti in cui non possano svicolare agevolmente, mi trovo sempre in situazioni divertenti, perché mi scagliano addosso argomenti che non sono rivolti a me, ma “all’altra fazione”!

Gli omofobi mi accusano di voler cancellare la distinzione fra uomo e donna, quando io stesso ho criticato quel tipo di estremismo molto apertamente in passato; mi gettano addosso contro-argomenti per argomenti fondati sulla critica delle idee e che io non ho mai formulato o non in quella forma. Non è con me che se la prendono, il loro avversario predestinato non sono io.

E ovviamente non sono neanche l’avversario predestinato di un antispecista, come spiegavo qui. Io non ho mai affermato “il salto ontologico” fra uomo e animale, ad esempio; non ho mai neanche affermato l’impossibilità di concedere agli animali alcuni diritti, men che meno ho mai parlato di valore intrinseco dell’essere umano. Mi attaccano con argomenti che sembrano fatti apposta per rispondere ai metafisici cattolici, e probabilmente lo sono, ma che semplicemente non riguardano il sottoscritto.

La verità vera è che per chi è immerso fino alle orecchie in quel tipo di dibattito astratto ciò che dico è semplicemente non pertinente. Il loro è un dibattito filosofico in senso stretto, il mio è un discorso che in senso stretto è pratico-scientifico. Ovviamente, in senso lato anche il mio discorso è perfettamente filosofico, più filosofico del loro volendo, ma sicuramente più fisico che metafisico. Perché anche i filosofi che con più violenza si scagliano contro le “idee” sono comunque filosofi: idee sono le loro armi e idee è il loro pane, e di conseguenza rispetto ad uno scienziato resteranno sempre più “astratti” e più “metafisici”.

Dunque, non mi vedranno mai come un avversario filosofico, ma sempre e solo come un avversario politico. Il che, se vogliamo, è un riconoscimento di valore ben più grande. Penseranno che dal punto di vista filosofico io sia “contraddittorio” e non sapranno in che squadra mettermi.

E non verrà mai il giorno in cui capiranno che io non sono in nessun squadra perché non sto giocando al loro stesso gioco

Ossequi.

[1] In parentesi, dobbiamo notare anche che se davvero poi tu imposti il discorso come dicono loro, e cioè con una rincorsa all’astrazione sempre maggiore, ti accuseranno di aver “estremizzato il ragionamento in maniera illegittima”, un’accusa che ho ricevuto mille volte in risposta al mio video su youtube. Quindi devi essere più astratto di quanto non sei, ma comunque non più di quanto lo siano loro se no stai esagerando. Insomma devi fare esattamente come dicono loro per fare bene.





Quel deficiente di Cartesio

21 05 2015

La filosofia degli animal rights ha bisogno di nemici, ovviamente. Il nemico designato è quasi sempre Cartesio; il mostro incompetente, piaga della filosofia occidentale e padre dello ‘specismo’, che ci ha convinti che gli animali sono robot incapaci di sensazioni ed emozioni. Non si può assistere ad una conferenza di qualche filosofo animalista senza sentire la frecciatina a quell’idiota patentato di Cartesio, smentito platealmente dalle recenti scoperte dell’etologia (recenti scoperte? Che gli animali abbiano sensazioni è una scoperta “recente” di cui possiamo vantarci rispetto ai nostri stupidi antenati? Ma per favore…).

E tuttavia, tutte le volte che ho domandato ai miei interlocutori di citarmi un passo di Cartesio in cui egli affermi che gli animali sono privi di sensazioni ed emozioni, ho visto occhi che si incrociano.

Cartesio non è il filosofo più brillante né il più chiaro della storia del pensiero occidentale. Ma che fosse un completo deficiente non lo credo. Il mio contributo alla discussione su Cartesio e gli animali sarà solo la seguente citazione da una lettera al marchese di Newcastle:

Se insegnate ad una gazza a dire ‘buongiorno’ alla sua padrona quando la vede arrivare, tutto ciò che potrete avere ottenuto sarà aver fatto dell’emissione di quella parola l’espressione di una delle sue sensazioni. Per esempio sarà un’espressione della speranza di mangiare, se l’avete abituata a ricevere un premio quando la pronuncia.  Similmente, tutte le cose che si fanno fare ai cani o ai cavalli o alle scimmie sono semplicemente espressione della loro speranza, della loro paura, della loro gioia; e conseguentemente possono fare queste cose senza alcun pensiero.

Grassetti miei.

Quindi secondo Cartesio gli animali potevano provare paura, gioia, speranza, ‘passioni’ in generale. Cartesio riteneva il pensiero razionale la più elevata e complessa funzionalità del cervello, non dimentichiamocelo; è per questo che invocava a sua spiegazione la res cogitans. La filosofia e la scienza di oggi hanno teso ad invertire la prospettiva: oggi quello che Chalmers chiama l’hard problem della coscienza è considerato essere la possibilità stessa dell’esperienza soggettiva, la capacità di sentire, dunque. Il pensiero razionale, rispetto a quella capacità essenziale che permette di ‘essere soggetto’, è oggi generalmente visto come un fenomeno secondario e assai meno complesso filosoficamente. Ma Cartesio non la vedeva così; a torto o a ragione riteneva più interessante la questione della capacità di pensiero razionale, cosa che secondo lui non poteva essere spiegata in termini meccanicistici.

Se sorvoliamo su questa sua ingenuità, scopriamo che ha ben ragione Dennett piuttosto a notare quanto interessante sia il pensiero di Cartesio sulla coscienza degli animali: essi sono, a tutti gli effetti, automi capaci di sentire, il che ha collegamenti molto interessanti all’attuale pensiero sull’Intelligenza Artificiale. Gli uomini sono anch’essi, come tutti gli altri animali, automi capaci di sentire (sì, è questo il meccanicismo cartesiano: anche i viventi sono macchine, uomo incluso); ma in più hanno la res cogitans, sono dunque capaci di pensiero razionale, il che li distingue dagli animali. Sono capaci, in particolare, di fare meta-pensiero, di dire ‘cogito, ergo sum’.

Al di là delle implicazioni metafisiche piuttosto fantasiose il pensiero di Cartesio era completamente diverso da quella infantile parodia costantemente presentataci dagli animalisti, e non solo: era anche molto corretto. Resta vero che la capacità più peculiare dell’uomo è il pensiero astratto, e nessun’altra specie animale possiede questa dote a livelli paragonabili di sviluppo.

Che gli animali siano capaci di sensazioni e di emozioni lo sappiamo tutti benissimo, non è una scoperta geniale degli animalisti. Cartesio non era un deficiente incapace di rendersene conto e nessuno di coloro che, come me, si oppongono alla filosofia degli animal rights, è all’oscuro del fatto che gli animali siano capaci di sensazioni ed emozioni simili in molti aspetti a quelle degli umani.

Semplicemente, non lo riteniamo il punto centrale della discussione.

Animalisti, facciamocene una ragione, vi va?

Ossequi





L’omofobia non esiste.

13 03 2015

https://www.youtube.com/watch?v=XwslLBfFvJM

Mi sembrava giusto iniziare così. Ovvio, l’omofobia esiste, esiste anche in Italia ed è un problema in Italia: meno che in certe parti del mondo, più che in certe altre. Ma che esista e sia un problema, quello è ovvio.

Tutti quanti siamo stati a scuola, no? Io non credo di essere vissuto in una situazione particolarmente anomala, sono cresciuto in una media città del sud Italia, e ho visto l’omofobia continuamente. Nelle scuole, soprattutto fra i ragazzi delle medie e delle superiori, “gay” è regolarmente usato come insulto. A volte scherzoso, più spesso invece maligno. Il ragazzo un po’ timido della classe viene chiamato con nomignoli femminili, termini come “frocio”, “checca” o “ricchione” (questo da me andava molto di moda) li abbiamo sentiti tutti, in certi ambienti con regolarità quotidiana. Sappiamo benissimo che è ancora difficile dire ai propri genitori di essere gay, non sappiamo che reazione potrebbero avere, c’è gente che è stata cacciata di casa, o mandata dallo strizzacervelli (mi rifiuto di usare il termine “psicoterapeuta” per certi soggetti), nel migliore dei casi un piantolino possiamo comunque aspettarcelo. Ci sono anche altri problemi e altri rischi evidenti, ma fermiamoci qui per ora.

È sufficiente per dire che, cazzo, esiste sì l’omofobia, è evidentissimo. Ed è un problema.

Oppure no?

Per strano che possa sembrare, oggi spesso c’è chi ne dubita. Non è un problema l’omofobia che vediamo, oppure quella non è vera omofobia: l’omofobia sono le aggressioni, per la precisione quelle in cui la vittima va all’ospedale o ci scappa il morto. In tutti gli altri casi non è omofobia; licenziamenti o minacce di licenziamenti? Non è omofobia. Insulti, offese, umiliazioni pubbliche? Non è omofobia. Diffamazioni, false accuse, bugie sul mondo LGBT? Manco quella è omofobia. Discriminazione di stato, restrizioni nell’accesso ai diritti civili e all’istituto familiare? No, nisba, niente omofobia qui.

È omofobia solo se devono intervenire i carabinieri.

E a quel punto è anche relativamente facile dire che non c’è bisogno di una legge contro l’omofobia, se prima di essere chiamato omofobo uno deve discendere ai più brutali abissi della violenza umana…

Che si possa negare l’esistenza dell’omofobia e il danno sociale che essa causa suona folle, eppure anche persone ragionevoli sembrano bersela piuttosto pacificamente. In realtà, che se la bevano non è così folle, ma capirne la ragione è un altro paio di maniche.

Bene. Mi rendo conto delle difficoltà di questo argomento che andrò a trattare, quindi perdonatemi se ora divago.

Ora si parlerà insieme di depressione clinica.

La depressione è una patologia psichiatrica che affligge o ha afflitto suppergiù il 7% della popolazione, prevalentemente donne ma sicuramente anche moltissimi uomini. Può essere endogena, ovvero dovuta a fattori esclusivamente fisiologici, oppure reattiva, in quel caso è dovuta ad un evento scatenante, tipicamente un trauma. Presenta un alto livello di familiarità che suggerisce una concausa genetica; come altri tratti psicologici e comportamentali, si presume che sia di norma frutto di un’interazione geni-ambiente: in soggetti geneticamente predisposti eventi traumatici possono scatenare la depressione clinica.

Tutto questo per ora è marginale.

Voglio parlarvi piuttosto di cosa significa la depressione. Con qualche numero, e anche con qualcosa di più dei numeri.

Negli USA la depressione maggiore causa l’8.3% degli anni vissuti con disabilità, una misura degli anni di vita “persi” dalla popolazione per via di un disturbo invalidante. Questo già dovrebbe darci un’idea di che tipo di disturbo è la depressione, ovvero una malattia potenzialmente invalidante; ma può essere anche peggio, in realtà.

La persona depressa passa la maggior parte del proprio tempo in uno stato di disperazione più o meno totale. Attenzione, è importante capire cosa si intende per stati di disperazione: non stiamo parlando di qualche giorno o qualche settimana di malumore, o del fisiologico periodo di lutto dopo la perdita di una persona cara, di essere un po’ giù dopo un licenziamento. Si parla di depressione quando la disperazione, quale che ne sia la causa, non smette praticamente mai e dura mesi o anni, diventando parte integrante dell’esistenza della persona.

Parliamo di persone che per mesi o anni ogni giorno si svegliano e vorrebbero non essersi mai svegliate. Dal momento in cui si alzano a quello in cui si addormentano sono tristi e prive di energie. Gli sembra che la vita non valga nulla, perdono interesse per tutte le cose belle che prima davano loro piacere; di solito perdono la libido, vanno frequentemente incontro a disturbi dell’alimentazione (mangiano troppo per distrarsi, oppure perdono l’appetito), con conseguenti danni alla forma e alla salute fisiche. La perdita di energia si può spesso riflettere sul lavoro: la persona depressa può avere problemi a svolgere le proprie mansioni lavorative, con conseguenti danni anche alla carriera che aumentano ancora il problema della depressione. Come se non bastasse, anche le relazioni umane vengono spesso danneggiate; il partner può non reggere il peso di convivere con una persona malata e decidere di abbandonarla, difficilmente nuovi partner si avvicineranno, e se è per questo neanche altri amici. Generalmente, la persona depressa finisce col passare la maggior parte del proprio tempo a desiderare di morire, e in molti casi a fare fantasie di suicidio.

Una soluzione sono spesso gli psicofarmaci, ma si tratta di droghe mica da niente, che non passano senza chiedere al corpo alcuni sacrifici. I disturbi più frequenti collegati all’assunzione di antidepressivi sono disfunzioni metaboliche (ritenzione idrica, aumento fuori controllo di peso e/o di appetito) e sessuali (tipicamente anorgasmia e orgasmo ritardato, ma in casi più problematici anche impotenza totale). D’altro canto, non prenderli può essere anche peggio; una situazione di stress così costante tende quasi sempre a sfiancare il fisico che soffre per l’assenza di sonno, per l’alimentazione sbagliata e per l’abbassamento delle difese immunitarie causato dallo stress; ovviamente un altro rischio collegato, soprattutto nelle persone di mezza età, è l’ipertensione arteriosa. Si rischia insomma anche che si rompa un capillare nel posto sbagliato e ci si resti secchi.

Ma non sono sicuro che sia questo il modo preferito della depressione per uccidere le proprie vittime. Perdonatemi se uso statistiche americane, ma sono le più facili da trovare e sono probabilmente del tutto analoghe in Italia: il suicidio è la seconda causa di morte nei soggetti fra i quindici e i ventiquattro anni di età; si stima che ogni anno nel mondo duecentocinquantamila-settecentocinquantamila persone tentino il suicidio, generalmente sono soggetti depressi. Fattori di rischio per il suicidio sono … No, facciamo che di questo ne parliamo dopo. Piuttosto entriamo un po’ più in risonanza emotiva sulla questione, perché anche i numeri più impressionanti smuovono poco se non si riesce a stare “dentro” al problema.

Questo sito, in Inglese raccoglie storie di suicidi o potenziali suicidi. La gente semplicemente scrive la propria testimonianza, spesso di come ha tentato il suicidio, come e perché ha fallito, oppure come progetta di farlo se ha quello in mente, e per quali ragioni. Avverto che non è per persone impressionabili; non c’è nulla di grafico, ma alcune delle persone che hanno scritto su quel sito si sono effettivamente uccise, e ogni volta che qualcuno smette di scrivere lì e lascia la conversazione nei commenti in sospeso noi sappiamo che può voler dire che alla fine l’ha fatto. Alcuni hanno cercato di intervenire e consolare anche molto dopo che il fatto era compiuto, parlando letteralmente con un morto che non risponderà mai. Tuttavia io consiglio vivamente una lettura di quel sito. Anche prima di finire di leggere qui.

“Ma dove vuoi arrivare? Al fatto che il tasso di tentati suicidi fra omosessuali è stimato fra il 30 e il 40%?”

Sì, i numeri sono quelli, si stima che un omosessuale su tre tenti il suicidio o quanto meno lo pianifichi seriamente, e ciò si traduce in un tasso di suicidi più o meno doppio all’interno della popolazione omosessuale. Per la mia esperienza personale trovo queste cifre molto credibili. Ma avrei potuto sparar subito lì quel numero che già da solo è abbastanza terrificante, o anche un’altra stima del genere, tanto sono tutte tremende, se era lì che volevo arrivare. Perché ho perso tempo a divagare tanto sulla depressione e sul suicidio?

Perché quel numero non serve a un cazzo di niente se non abbiamo capito di che cos’è che stiamo davvero parlando. La maggior parte dei tentati suicidi non riesce … Dobbiamo esserne contenti? Non ne sono sicuro. Il punto è che se uno è arrivato a vincere l’istinto di sopravvivenza pur di uscire dalla vita, vuol dire che la sua vita è diventata un inferno. È quell’inferno, solo quello, che mi interessa che la gente veda. Il resto viene di conseguenza.

Dopo che ti sei fatto un’idea di a che livello di sofferenza possa arrivare l’anima, allora puoi capire e condannare nella sua vera gravità qualsiasi tipo di violenza psicologica; solo allora puoi sperare di capire che la violenza fisica non è affatto necessaria a causare immensa sofferenza ad una persona … e perfino ad ucciderla.

Se gli omosessuali si suicidano il doppio degli eterosessuali, sorge una domanda interessante: com’è successo che l’omosessuale tenda a vivere la vita come fosse un inferno molto più facilmente?

Perché ormai troppe volte ho sentito la tiritera che l’omofobia non c’è o non è un problema perché ci sono poche aggressioni o addirittura (questa è tragicomica) “ci sono poche denunce”. Non dovete andare a contare le denunce per valutare il problema omofobia, dovete andare a contare i suicidi e i tentati suicidi, quello dà una misura del problema.

Ma ancora oggi, il più delle volte, tirare in ballo la sofferenza psicologica, e chiedere comprensione e rispetto per la sofferenza psicologica, è un gioco d’azzardo. Non è questione di gay, questa, è più generale. Spesso, e dico davvero spesso, frasi come “sono depresso” o “vorrei morire” fruttano a chi le usa autentiche aggressioni verbali: “lo dice per farsi commiserare”, “non sa quali sono i veri problemi della vita”, “ma che ragione ha lui di soffrire?”
Nell’anonimato di internet questo tipo di risposte perfide sono perfettamente nella norma.

Poi un giorno uno si suicida. A volte, a quel punto, il linciaggio si ferma. Ma spesso continua. Anche dopo che si è suicidato “era un vigliacco”, “era un debole”, “persone così fragili non sono adatte a vivere”… O nella versione edulcorata: “tutti quanti sono sottoposti a pressioni di questo tipo, è lui che non l’ha tollerata”; come dire, il dolore cui è andato incontro è perfettamente normale, ma era un cesso lui, era inevitabile (per inciso, no, non stiamo parlando di livelli di dolore ordinari; e no, non sempre era inevitabile, spesso sono anche individuabili specifiche responsabilità sociali nei fenomeni di suicidio).

Le risposte di quel tipo sembrano davvero eccessivamente, inutilmente crudeli. No, lo sono, sono veramente crudeli come sembra. Ma bisogna chiedersi perché una persona possa dire cose così cattive, infierendo sulla sofferenza altrui in questo modo. Nessuno si sognerebbe di andare da un amputato a dirgli che il suo è un problema da niente, che deve solo alzarsi e provare a correre e se non ce la fa, e va be’, è selezione naturale, deve schiattare.

Eppure la differenza nei due casi è solo dove sta la causa della disabilità: nelle gambe per l’amputato, nel cervello per il depresso. Poi nulla vieta che l’amputato sia anche depresso, ovviamente …

Ma un dolore che sta “solo” nel cervello di solito non è sufficiente a scatenare la reazione di empatia. Non si tocca, non si vede, non si quantifica; non scatta l’empatia se non vediamo un moncherino sanguinante. Il che è curioso, se uno ci pensa, perché in effetti il dolore è sempre un dolore “nel cervello”, è il cervello l’organo della sofferenza, come quello del piacere… Forse alla fin fine il desiderio di non riconoscere la sofferenza nel prossimo è solo uno dei nostri vizi tipicamente umani.

Supponiamo, per esempio, che io soffra profondamente: un’altra persona non potrà mai sapere fino a che punto io soffra, perché lui è un’altra persona e non è me, e, soprattutto, è raro che un uomo sia disposto a riconoscere in un altro un uomo che soffre (come se si trattasse di un’onorificenza). Perché non è disposto a farlo, tu che ne pensi? Perché, ad esempio, ho un cattivo odore, perché ho una faccia stupida, o perché una volta gli ho pestato un piede.

E poi c’è sofferenza e sofferenza: una sofferenza degradante, umiliante come la fame, per esempio, il mio benefattore me la può ancora concedere, forse, ma quando la sofferenza è a uno stadio superiore, quando, per esempio, si soffre per un’idea, quella non me la accetterà, perché, diciamo, dandomi un’occhiata, ha visto che non ho affatto la faccia che, secondo la sua immaginazione, dovrebbe avere una persona che soffre per un’idea. E quindi egli mi priva immediatamente dei suoi favori, e non si può dire che lo faccia per cattiveria. I mendicanti, soprattutto quelli nobili, non dovrebbero mai mostrarsi, ma dovrebbero chiedere l’elemosina rimanendo nascosti dietro i giornali. Si può amare il prossimo in astratto, a volte anche da lontano, ma da vicino è quasi sempre impossibile. Se tutto fosse come a teatro, nei balletti, dove, quando appaiono mendicanti, essi indossano stracci di seta e pizzi lacerati e chiedono l’elemosina danzando leggiadramente, be’, in tal caso, li si potrebbe ancora ammirare. Ammirare, ma non amare.

(Dostoevskij, I fratelli Karamazov)

E non è forse vero che il dolore del prossimo ci richiama alla fatica di amare, alle responsabilità di amare, alla difficoltà di amare? Qualcuno che soffre è un problema, se soffre e lo amiamo davvero, allora dobbiamo occuparci di lui, o quanto meno cercare di non farlo soffrire. Come facciamo a sentirci nobili quando il prossimo soffre e noi non facciamo niente, o addirittura infieriamo? Dunque è meglio far finta che non ci siano problemi, che non soffra affatto. Men che meno possiamo riconoscere l’esistenza di problemi così intangibili e vaghi come il malessere psicologico!

Eppure il malessere psicologico esiste. E spesso uccide.

Torniamo dove avevamo cominciato, l’omofobia. Com’era la storia… Ah, sì, non esiste, o non è un problema serio.

Il 30% dei suicidi è dovuto a conflitti con la propria identità sessuale. Nove omosessuali su dieci riportano di essere stati bullizzati a scuola. Altre stime: in particolare, gli omosessuali che non sono stati accettati in famiglia hanno probabilità di tentare il suicidio otto volte più alta, probabilità sei volte più alta di soffrire di depressione clinica e tre volte più alta di cadere nell’alcolismo o nell’abuso di droghe, rispetto a omosessuali che hanno il sostegno dei familiari (quindi è un problema esclusivamente ambientale[1]). Ci sono anche alcune stime più basse, eh. Altre più alte ancora. Ma stiamo parlando comunque di numeri che normalmente darebbero i brividi. Abbastanza perché quando qualcuno si suicida e non sappiamo perché, la prima domanda che ci facciamo sia “ma non sarà mica stato omosessuale?”

Tutto questo non è un problema serio. Dopotutto, che cos’è mai essere chiamato gay dai compagni di classe? Che cos’è mai rinunciare ad una vita sessuale o sentimentale, oppure averla e doverla vivere di nascosto come ladri per paura del giudizio? Che cos’è mai se qualcuno ti urla dietro che sei frocio per strada, se ti guardano male al ristorante, se all’interno di un locale gay un eterosessuale ti mette le mani addosso insultandoti per il tuo orientamento (sì, mi è successo)?

Questa non è mica sofferenza vera, sono solo cose nella testa, capriccetti da smidollati. Fateci vedere il sangue!

Sì, che sarà mai: non succede forse anche ai ragazzi grassottelli o occhialuti o timidi di essere presi in giro dai compagni di classe?

Ok, ci sto, presente: io a scuola ero grassottello, occhialuto, timido. E anche gay, ma questo non era affatto evidente dai miei comportamenti, beninteso. Solo che io non ricordo una volta che mi abbiano detto “palla di lardo” o “quattrocchi”. In compenso, “gay” me l’hanno detto fino alla nausea. E, dato ancora più interessante … per quanto ne sapessero loro, io non ero manco gay.

Ma soprattutto, se qualcuno ti prende in giro per gli occhiali puoi dirlo ai tuoi genitori senza nessuna paura. Ma di essere stato preso in giro perché “gay” no, soprattutto se è vero. Parlare di una discriminazione dovuta all’omosessualità coi genitori, o con chiunque altro, per un ragazzino è un rischio enorme; perché ricordiamoci che per l’omosessuale spesso nemmeno in casa propria c’è tregua. Rischia di sentirsi dire “ti dicono che sei gay? E tu mostragli che sei un vero uomo!”, che significa semplicemente piegarsi alla logica del carnefice e confermare al ragazzo che, effettivamente, essere gay è la cosa più vergognosa della terra e neanche il genitore in quel caso sarebbe dalla sua parte. Il genitore gli dice così che sta dalla sua parte perché non è gay, a condizione che non sia gay. Forse che il ragazzino non sente dire ai propri genitori esattamente le stesse cose che dicono amici e compagni di classe? Magari in forma meno volgare, magari, soltanto, quando appare un esponente LGBT in TV iniziano a pontificare su quanto la società stia andando in malora per colpa di questa gente malata di mente che distrugge i nostri sani valori cristiani e blablablà yakyakyak. Ma il messaggio è lo stesso: c’è un errore, sei sbagliato, devi vergognarti.

Sì, io ero grassottello, timido, occhialuto, e non era una pacchia. Ma quello era niente; quando scoprii di essere anche gay ricordo che iniziai a perdere i capelli, attirando i commenti sorpresi del dermatologo “di solito si perdono per lo stress, ma alla tua età non si è così stressati, di solito succede ai quarantenni”.

Invece sì, se sei gay ti può succedere normalmente a tredici anni. E a volte anche se non lo sei, perché il bullismo omofobico non ha strettamente bisogno che la vittima sia omosessuale, basta che su di essa aleggi il sospetto che possa esserlo.

E a proposito, visto che abbiamo il nostro Adinolfi che si lamenta di essere obeso e che quella sì è vera discriminazione, quella contro i gay no (delizioso che faccia la gara a chi è più discriminato; ma non è certo il buon gusto la dote per cui è celebrato Marione), restiamo sugli obesi. Ve lo ricordate tutti il caso del ragazzino obeso mandato in ospedale dopo che gli hanno infilato un compressore d’aria nel sedere?

Certo, era obeso. Ma sapete che cosa significa simbolicamente infilare un oggetto in culo a qualcuno contro la sua volontà, vero?

Si chiama stupro anale. E quando è diretto contro maschi è un gesto dal valore simbolico molto, molto chiaro: significa negare la mascolinità della vittima.

Non sto qui dicendo che il ragazzo era gay, sto dicendo che quel gesto significava “non sei un vero uomo”. Sì, sicuramente discriminazione contro un obeso, ma molto ironicamente ci siamo scordati di dire un’altra cosa importante: quello era un atto di bullismo omofobico. Il ragazzino non rispondeva agli standard di virilità imposti dall’ambiente, e dunque doveva essere sottoposto ad umiliazione pubblica.
Generalmente il ragazzino più introverso e fragile della classe, oppure di un’altra razza o grassottello o di un’altra religione eccetera, viene immediatamente chiamato gay con scopo di offesa e soggetto a umiliazioni di questo genere; fortunatamente di solito meno violente. Che è già fatto grave di suo, ma è ancora più grave se poi gay lo è davvero, e non solo: è psicologicamente devastante anche per eventuali altri omosessuali che a tutto ciò assistano a margine. Non vorranno mai essere come quel poveretto! “I gay? Poverini, che brutta disgrazia!”

La violenza subita dagli omosessuali, nella maggior parte dei casi, non è fisica. C’è anche quella, per carità, la violenza fisica esiste, e devo ammettere che è anche pittoresco mostrare la bella foto di un gay pestato, quello sì che fa colpo.

Ma la violenza più devastante che subisce l’omosessuale in Italia e nel mondo è quella psicologica: la paura, il nascondersi, a volte la rinuncia completa ad una sana vita sessuale e sentimentale … questi sono traumi psicologici prolungati. Su questo tipo di traumi si innestano poi i disturbi psichiatrici come la depressione e i disturbi della personalità. Sui disturbi psichiatrici si innesta il suicidio. E quando non si innesta il suicidio, si soffre comunque come cani, ovviamente, e i livelli di sofferenza possono essere così elevati che a volte ti viene da pensare “mah… forse forse il suicidio ci starebbe pure”.
E no, non è un segno di particolare fragilità non riuscire a passare attraverso quel tipo di stress incolumi. Semmai è un segno di particolare forza riuscirci.

Non dovrebbe essere così complicato capire questo meccanismo, anche perché in teoria tutti prima o poi abbiamo sperimentato un dolore di tipo “psicologico” e sappiamo quanto possa far male. Il punto però è che quando si parla di contarlo, di numerarlo, di quantificarlo, lì si fatica. E forse il problema non è affatto quantificarlo, renderlo “oggettivo”, trasformarlo in foto raccapriccianti, amputazioni, sangue ed ematomi. Il problema è semplicemente capirlo, immedesimarsi.

Ma capirlo significa ammettere che bisognerebbe agire per combatterlo, o quanto meno ammettere, invece, che non ce ne frega molto, o addirittura che non ce ne frega niente. Che non è molto bello; ve lo immaginate Maroni a dichiarare “se un gay si suicida non me ne fotte un cazzo”? Io no. Ma coma fa a raccontare, e a raccontarsi, che qualcosa gliene frega, quando non fa niente per alleviare il problema e anzi fa tutto ciò che può per peggiorarlo? Dunque non resta che sminuire il problema, negarlo: l’omofobia non esiste se non ci sono (tante) coltellate e (tanto) sangue. Sono solo insulti, paura, vergogna, umiliazione, stigma… È tutto normale, la società non deve intervenire.

 

Anzi, dato che ci siamo, la società si può pure permettere di ospitare le pacifiche manifestazioni delle Sentinelle in Piedi; la società si può anche permettere, quando viene proposto un progetto di lotta al bullismo omofobico nelle scuole, di lamentarsi e ostacolarlo.

E poi c’è chi ha il coraggio di rimproverare i movimenti LGBT quando “sfruttano” le tragedie particolarmente eclatanti (omicidi e aggressioni chiaramente e univocamente connotati come omofobici) per ricordare alla popolazione e alla politica il problema dei diritti dei gay e dell’omofobia. Quando qualcuno fa notare il dramma che l’omosessuale vive quotidianamente specie nell’adolescenza se ne fottono tutti, perché tanto sta solo nella sua testa, è lui/lei che è una persona fragile, la società non ha nessun problema, noi non possiamo farci niente e l’omofobia vera è solo quando ci sono le coltellate.

Allora, lasciatemelo dire, è perfettamente normale che quando c’è la coltellata, perché ogni tanto c’è anche la coltellata, ci si marci sopra.

La verità su cui ancora larga parte della società italiana fa orecchie da mercante è che la violenza psicologica sugli omosessuali può finire, o quanto meno essere limitata, attraverso una ed una sola strada: piena parità.

Piena parità giuridica. Piena parità sociale. Piena parità culturale. Questi devono essere sempre gli obbiettivi, se non immediati, almeno di lungo termine, di chi combatte l’omofobia. Fin quando ci sarà una sola differenza fra il trattamento che la legge fornisce ad un omosessuale e quello di cui gode un eterosessuale, ci sarà chi dedurrà da ciò le naturali conseguenze: se l’omosessuale può essere discriminato dallo stato, allora vuol dire che ha qualcosa che non va, che è inferiore; e allora anche noi possiamo discriminarlo, offenderlo, insultarlo e in casi estremi aggredirlo, per via della sua inferiorità; allora se abbiamo un figlio gay piangiamo, perché è inferiore; allora se abbiamo un amico gay cerchiamo di farlo diventare etero, perché è inferiore.

Dire “non bisogna picchiare i gay anche se sono inferiori” non è niente e non serve a niente, anzi, è controproducente. Non ci sono altre vie percorribili che questa per mettere fine all’omofobia: la parità formale e sostanziale. Non adoperarsi per la parità significa non combattere l’omofobia. Adoperarsi contro la parità significa alimentare l’omofobia. Semplice e lineare.

Poi, certo, chi vuole pulirsi la coscienza con scuse tipo che nell’ultimo mese nessuno è stato denunciato per violenza omofobica e quindi l’omofobia non esiste continuerà sempre a farlo. Giù di stracci, detergente ed olio di gomito e la coscienza sarà pulita come una “camera bianca” per la lavorazione dei microchip.
Ma non col mio permesso, io se ci passo dentro cagherò sul pavimento.

Hai voglia a lavare…

 

 

Ossequi

 

 

[1]  lo sottolineo perché alcuni omofobi over 9000 arrivano a sostenere che la ragione dei suicidi sia il fatto stesso, patologico, di essere omosessuali; questo comportamento è un caso particolare di un fenomeno psicologico più ampio molto diffuso in campo omofobico, comunemente chiamato “avere la faccia come il culo”.

 





“I neri sono meno intelligenti dei bianchi”

26 02 2015

Ovvero, dell’uso di fatti scientificamente dimostrati come base per sostenere azioni socialmente inappropriate.

Premessa: da quando la scienza esiste, il suo carisma è stato utilizzato selvaggiamente per far passare come verità scientifiche alcune misure sociali mostruose. Gli esempi più classici e attuali sono l’eugenetica e il razzismo, ma ce ne sono altri: anche il marxismo e la psicanalisi furono fatti passare per scienza, e il carisma scientifico delle suddette teorie è stato usato come un martello per colpire tutti coloro che non concordavano.

Sulla base di questo dato di fatto, e cioè che la scienza fu usata come “maschera” per far passare in realtà specifici progetti politici, alcuni hanno sviluppato interi filoni critici del pensiero scientifico; penso ad esempio agli eredi di Adorno e Horkheimer. E tuttavia, generalmente, la scienza ha acquisito ormai una tale autorità che la sua delegittimazione non è quasi mai aperta. Di solito chi critica le posizioni della scienza cosparge i propri discorsi di distinguo atti a sostenere che tutto sommato la scienza, anche se lui la critica, è dalla sua parte; che lui critica lo “scientismo” (?).

La verità però è che una critica seria agli usi erronei della scienza per far passare opinioni politiche la vediamo raramente. Certo, oggi sappiamo che molte di quelle “verità scientifiche” in realtà non erano verità scientifiche affatto. Il punto, però, è che troppo spesso ciò viene utilizzato come una critica alla scienza tou court: la scienza si è sbagliata allora, la scienza si sbaglia adesso.

Vero è che la scienza è stata usata male. Ma si sbagliava davvero? È tutta sua la colpa? In realtà, io non credo proprio che il problema principale sia la non-scientificità di ciò che si diceva allora, quanto l’uso illegittimo di ciò che la scienza effettivamente diceva.

Prendiamo ad esempio il razzismo. Oggi si dice molto pacificamente che il razzismo era una pseudoscienza, che le razze in realtà sono tutte uguali scientificamente.

Ciò non è affatto vero, statisticamente parlando.

Gli studi che dimostravano un minore volume cranico medio fra i neri erano sostanzialmente esatti. A tutt’oggi, i neri hanno test del QI in media più bassi degli europei. I nativi americani hanno in media una tendenza molto maggiore a diventare vittime di dipendenze patologiche, come quelle da alcol e gioco d’azzardo. La suscettibilità a diverse malattie in media dipende strettamente dal background genetico, e anche vari tratti psicologici hanno in media una base genetica dimostrabile. La “razza” non ha limiti perfettamente definiti, ma come approssimazione statistica ha un ottimo valore; e allo stesso modo ce l’hanno anche altre categorizzazioni che oggi dal punto di vista sociale vengono (giustamente) demolite, come il sesso, la religione, l’etnia.

Quelli che ho citato sono tutti dati di fatto scientifici, ma possiamo tirar fuori anche altri dati di fatto, piuttosto evidenti anche senza pubblicazioni in peer review, che sono palesemente “razzisti”, o quanto meno politicamente scorretti: i calabresi sono in media più mafiosi dei valdostani, i gay sono in media più affetti da HIV, i musulmani sono in media più sessisti ed omofobi dei cristiani (o almeno dei cristiani europei), gli italiani mangiano in media più pasta dei tedeschi (e scommetto che sono anche più ritardatari dei tedeschi)…

Tutto vero, tutti dati di fatto.

Dunque il ragionamento che si fa è: “la scienza dice che dovremmo essere razzisti, quindi diciamo di no alla scienza e sì a Valsoia”, oppure, viceversa, “la scienza dice che dovremmo essere razzisti quindi diventiamo razzisti”. Spesso troviamo anche un terzo approccio, consistente nel cercare di mettere tutti d’accordo negando il dato di fatto scientifico. Dunque cerchiamo di mettere in discussione il fatto che i neri abbiano in media un QI più basso, perché se dimostriamo che ce l’hanno lungo come il nostro abbiamo salvato capra e cavoli.

In realtà il punto non è affatto quello, perché non c’è nessun dubbio scientificamente parlando che i neri abbiano, ribadisco, in media, un QI più basso dei bianchi. Il punto è che il razzismo non è tanto un’affermazione di un dato di fatto, quanto una serie di comportamenti e di misure sociali. Essere razzisti non significa credere che i neri in media abbiano un QI più basso; essere razzisti semmai significa pensare che il fatto che i neri abbiano in media un QI più basso sia base legittima per discriminarli nei vari ambiti sociali e politici.

“Sì, ma è la stessa cosa, Alberto!”, mi direte; “se sono meno intelligenti è ovvio che sia giusto discriminarli!”

Sì, è vero, se fossero meno intelligenti sarebbe sensato discriminarli. Ma io non ho mai detto che i neri siano meno intelligenti dei bianchi. Io ho detto che in media hanno un QI più basso.

Tanto per cominciare il QI non è esattamente “intelligenza”, ma non è questo il punto importante. Il punto importante è nel dato statistico: supponiamo che la media del QI fra i neri sia due o tre punti più bassa che fra i bianchi, o anche, perché no, dieci punti più bassa che fra i bianchi. Ragionando un po’ a spanne questo significherebbe che, se prendo un nero e un bianco a caso, la probabilità che il bianco sia più intelligente del nero non sono esattamente 50%, ma magari 55%, o al limite 60%. C’è comunque una probabilità enorme, del 40% almeno, che quello specifico nero che abbiamo davanti sia più intelligente. Quindi se ad esempio stiamo assumendo per un posto di ricercatore, non ha senso prendere il bianco e scartare a priori il nero (ovvero essere razzisti): ci tocca comunque guardare il CV di entrambi e fare il colloquio a entrambi per vedere chi è meglio, o rischiamo seriamente di farci sfuggire un ottimo candidato e di assumere invece un tardone solo perché è bianco.

Il problema qui è statistico: anche se la media è diversa, non significa che non ci siano sovrapposizioni nella distribuzione, e quindi, nel nostro esempio, che ci siano certi neri più intelligenti di certi altri bianchi. Insomma, non possiamo passare da “i neri sono in media meno intelligenti dei bianchi” a “i neri sono meno intelligenti dei bianchi”, ovvero a “mi aspetto che qualsiasi nero sia in quanto nero meno intelligente di qualsiasi bianco”.

Generalizzando: non tutte le differenze statisticamente significative sono praticamente significative, ovverosia non tutte giustificano un differente trattamento delle due situazioni.

Un esempio che faccio spesso riguarda la maggiore incidenza di HIV fra gli omosessuali e il divieto, esistente presso alcuni ospedali, alle donazioni di sangue da parte loro.

È un dato di fatto indubitabile che gli omosessuali siano in media più affetti da HIV rispetto agli eterosessuali. E non solo, è una differenza enorme dal punto di vista statistico.

Tuttavia:

  • Il sangue donato viene comunque sottoposto al test per l’HIV, quindi se è affetto lo scopri comunque.
  • Il medico non ha alcun modo per sapere se il paziente è omosessuale, eccetto le sue dichiarazioni; dunque il paziente omosessuale potrebbe comunque dire di essere eterosessuale e donare il sangue lo stesso.
  • La più importante: la ragione per cui gli omosessuali sono più a rischio HIV sono alcune pratiche sessuali diffuse nella popolazione omosessuale, principalmente il sesso anale ricettivo. Ma se un omosessuale non pratica il sesso anale e non ha un gran numero di partner sessuali non è più a rischio di un eterosessuale. Nel questionario che si fa fare prima della donazione si può indagare, invece che sull’orientamento sessuale, sulle pratiche sessuali; quindi se proprio vogliamo essere super prudenti possiamo scartare a priori tutti coloro che praticano il sesso anale ricettivo, ma non tutti gli omosessuali, perché non avrebbe senso scartare per esempio un omosessuale vergine.

È particolarmente evidente in questo caso che, nonostante un enorme differenza statistica in un aspetto molto rilevante per il tema di cui stiamo parlando, ovvero la suscettibilità a HIV, una differenza di trattamento fra le due popolazioni non è giustificata al livello pratico; tanto da un lato dobbiamo comunque fare il test HIV a tutti, e dall’altro possiamo indagare precisamente sulla cause specifiche della maggiore incidenza di HIV fra gli omosessuali, quindi a quel punto il dato statistico rappresenta una perdita di informazioni, non un guadagno. Se dovessimo andare completamente a caso e scegliere i donatori soltanto basandoci sull’orientamento sessuale, anche io scarterei gli omosessuali. Ma non è così, disponiamo di altre informazioni che rendono l’orientamento sessuale del paziente del tutto irrilevante.

In un precedente articolo feci un altro esempio dell’applicazione di questo ragionamento fallace, ovvero nel caso di adozione a coppie gay. Ormai non si contano gli studi che non hanno individuato alcuna differenza fra bambini cresciuti da coppie gay ed etero; ciò non toglie che lo studio perfetto non esista, quindi potenzialmente una differenza potrebbe essere sfuggita alle analisi finora.

Possibile. Ma se è sfuggita a molteplici, ripetute analisi scientifiche, vuol dire che si tratta di una differenza piccolissima. Una differenza statisticamente così piccola può essere dovuta a molti fattori, e la maggior parte di questi possono verificati individualmente: ad esempio può essere che nella comunità gay le coppie infedeli o problematiche siano più numerose (ammesso, ma non concesso), ma in ogni caso le coppie che si candidano alle adozioni vengono prese in esame individualmente da psicologi e assistenti sociali, quindi se esistono dei problemi lo rileveremo immediatamente in ogni singolo caso; sarebbe inutile, anzi, dannoso, scartare tutte le coppie gay. Sarebbe più o meno come dire che non dobbiamo permettere l’adozione a coppie di napoletani perché potrebbero essere camorristi.

Questa fallacia la vediamo continuamente e il suo uso è estremamente preoccupante.

Uomini e donne in media sono diversi quindi uomini e donne vanno trattati diversamente

Musulmani e cristiani in media sono diversi quindi Musulmani e cristiani vanno trattati diversamente

Italiani e tedeschi in media sono diversi quindi Italiani e tedeschi vanno trattati diversamente

E via discorrendo. Il punto, ripetiamolo una volta di più, è che non sempre una differenza statistica giustifica una differenza di trattamento, o quella specifica differenza di trattamento che si vorrebbe imporre.

Il movimento sessista e omofobico che dice di essere “contro il gender”, come tutti i movimenti razzisti, fa un uso spietato di questa fallacia. Argomenta, ad esempio, che poiché donne e uomini sono statisticamente diversi (che è vero; non sappiamo in che misura si tratti di un effetto biologico e in che misura sia sociale, ma è vero), allora dobbiamo spingere le donne a fare le infermiere e le insegnanti delle elementari e i maschi a fare gli operai e i soldati. Questo passaggio è sottile, ma è lo snodo centrale della discussione. Non è necessario sostenere che uomini e donne siano statisticamente identici in tutto e per tutto per sostenere che vadano trattati allo stesso modo: è sufficiente dimostrare che esiste una percentuale di donne in grado di diventare ingegneri o operai perché la ragione di discriminazione sul lavoro secondo la quale le donne non dovrebbero essere ingegneri cada. Analogamente, che vi siano in media differenze comportamentali e psicologiche fra popolazione omosessuale ed eterosessuale, quali che esse siano, non giustifica la discriminazione a priori dell’omosessuale in quanto omosessuale.

In conclusione, ciò che qui si vuole sottolineare è l’importanza di usare tutti i dovuti distinguo quando si citano dati statistici. Espressioni incaute come “quelli appartenenti alla categoria X sono diversi da quelli appartenenti alla categoria Y” sono pericolose, nonostante siano utilizzate costantemente nei media. Di sicuro questo modo di esporre i dati è di grande effetto. Ma dà impressioni sbagliate e può facilmente essere utilizzato per giustificare discriminazioni e violenza.

 

 

Ossequi.

 

 

EDIT

Un piccolo aggiornamento per rispondere ad un’obiezione che mi è stata rivolta. In realtà è un’obiezione che avevo già valutato, ma non di meno è arguta e merita risposta: il mio argomento secondo il quale una differenza statistica non giustifica una discriminazione per es. su base razziale o sessista somiglierebbe superficialmente all’argomento dai casi marginali che in passato ho pesantemente criticato. Insomma il presente articolo farebbe a pugni con quest’altro, perché mentre qui dico che una differenza statistica non giustifica un taglio netto quando si parla di diritti, lì dicevo che una differenza statistica giustifica un taglio netto. Bella contraddizione, eh?

La risposta all’obiezione non è così difficile: io non ho detto che una differenza statistica non giustifica mai una differenza di trattamento. Io ho detto che non sempre la giustifica. Molti filosofi lavorano costantemente per cercare di rendere la scelta del comportamento più appropriato al caso, ovvero più morale, la più semplice e lineare possibile: giusto e sbagliato, si fa e non si fa. Io invece vi dirò sempre “vediamo il caso specifico”; abituatevici. Quindi sì, esistono sicuramente dei casi in cui una differenza statistica giustifica una certa differenza di trattamento, ma bisogna di volta in volta entrare nel dettaglio del singolo caso e vedere se sia opportuno operare una differenziazione, e soprattutto quale.

I neri saranno in media “meno intelligenti” dei bianchi, ma hanno prodotto Neil deGrasse Tyson e molti altri importanti ricercatori. Le donne saranno in media “meno intelligenti” degli uomini, ma hanno prodotto Marylin Vos Savant e una miriade di altre personalità di spicco in tutti i campi delle arti e delle scienze. Questi mi sembrano buoni motivi per evitare di discriminare neri e donne, ad esempio, nell’accesso al lavoro, o al governo.

Gli animali sono in media meno intelligenti degli umani, ma in tutta la loro storia hanno prodotto Kanzi e un altro paio di scimmie che hanno su per giù l’intelligenza di un bambino o di un adulto un po’ ritardato. Quindi se prendiamo alcune delle più intelligenti scimmie mai esistite e le confrontiamo con alcuni dei più stupidi esseri umani mai esistiti c’è caso che quelle scimmie vincano. Non mi pare che questa sia base sufficiente per dire che dovremmo elevare lo status delle scimmie a quello di persona giuridica, tanto meno se poi si vorrebbero usare delle scimmie per giustificare il tentativo di cancellare anche la differenza con le mucche, ovvero la differenza con qualsiasi altra specie animale.

In generale io non sono a favore dei tagli netti tout court; semplicemente riconosco che a volte è necessario farli, anche se così facendo ci perdiamo qualcosa per strada. Se perdiamo Angela Merkel e Barack Obama non è esattamente come se avessimo perso Kanzi (che peraltro a quanto ne so nessuno lo ha ancora macellato per mangiarselo e fa una vita molto agiata). 

Non c’è nessuna incoerenza in ciò che ho scritto nei due articoli, in realtà; piuttosto si completano a vicenda e in effetti mostrano sintonia di intenti e contenuti di cui mi permetto di andare abbastanza fiero. In entrambi vale la direttiva centrale di dare la priorità, sempre e comunque, alle questioni pratiche cui ogni problema morale puramente teorico è collegato. I problemi teorici del razzismo e del sessismo, sebbene possano somigliare ai problemi teorici sollevati dalla differenza di specie, sono del tutto diversi da questi ultimi dal punto di vista pratico, al punto che perfino paragonarli, in quel senso, suona stupido.