Fissazione anale

16 01 2017

La signora Silvana De Mari (tecnicamente sarebbe dottoressa, ma a mio avviso costei è già tanto se la chiamo signora) è recentemente assurta agli onori della cronaca grazie ad una sua straordinaria capacità personale: quella di produrre stronzate in quantità tale che, se inventassero un motore che funziona a stronzate, con un giorno di lavoro sarebbe in grado di provvedere al fabbisogno energetico della Cina per il prossimo cinquantennio.

Intendiamoci, secondo me le stronzate sono una forma d’arte, specie quando raggiungono espressioni così divine. Ma è difficile guadagnarsi da vivere con l’arte, sarà per questo che la De Mari si guadagna da vivere come endoscopista, ovvero infila sonde nel culo alla gente. Non so come se la cavi da endoscopista, probabilmente bene visto che da ciò che dice sembra trasparire una passione sconfinata per gli ani altrui e per le loro vicende; ma sono sicuro che con la produzione di stronzate se la cava pure meglio.

Il punto, pur non mettendo in dubbio le doti personali di cazzara della signora, è che purtroppo occorre dire che di stronzate l’umanità è sempre in surplus, quindi la nostra non ha davvero niente di particolare per cui dovrebbe meritare la nostra attenzione; è vero però che sta avendo i suoi, dolorosissimi per noi dotati di neuroni, quindici minuti di celebrità, quindi possiamo usarla come spunto per fare un pochino di informazione come si deve.

Dunque, se dovessi riassumere i contenuti della sparata media della De Mari in una serie di parole chiave, esse sarebbero: ano, feci, retto, colon, fisting. Praticamente non fa altro che parlare delle cavità anali del prossimo. Vabbe’, io faccio statistica di lavoro, parlo spesso di statistica, ma non ne parlo sempre, questa pare proprio ossessionata.
Certo non è l’unica appassionata di sesso anale (come argomento intendo, ma che avete capito?!) che troviamo nel mondo ultracattolico e in generale omofobico. Avete mai sentito termini come “culattone” e “culo” o “buco” per riferirsi agli omosessuali? Addirittura in quegli ambienti lì si continua a parlare di “sodomia” come sinonimo di omosessualità, non è una sorpresa.

Problema principale: è un’identità semplicemente FALSA.

Io per primo sono omosessuale al 100%, ma quando iniziavo a scoprirmi una delle mie preoccupazioni era che, oltre a non essere etero, e quindi non rientrante nelle aspettative sociali sugli etero, pareva che non rientrassi neanche in quelle sugli omosessuali. Non avevo mai fatto nessuna fantasia sul sesso anale; non mi interessava l’idea di penetrare un altro maschio, men che meno mi interessava l’idea di esserne penetrato: sempre odiato anche solo le supposte. “Ma se sei gay, prima o poi ti toccherà farlo il sesso anale”, mi diceva una vocina interiore. Come tanti, anche io avevo interiorizzato gli stessi stereotipi su di me: essendo gay, devo fare sesso anale, anzi, addirittura, essere gay=fare sesso anale.

1hrsqnNon che non ci abbia mai provato, a farlo, o che non abbia raggiunto una certa apertura mentale (purtroppo solo mentale e non anale) a riguardo, nel tempo. Una volta l’ho anche fatto, da attivo. L’ho trovato noiosissimo. Probabilmente, come in tutte le pratiche sessuali, il divertimento dipende anche da chi c’è dall’altra parte, perché contrariamente a quello che continua a ripetere la signora, forse per auto-convincersene, il sesso omosessuale come tutto il sesso si fa in due, è un atto eterodiretto, è un rapporto. Ho incontrato persone con cui quel rapporto ha funzionato, e altre con cui non ha funzionato; la mia unica esperienza anale rientrò nella seconda fattispecie, probabilmente con un’altra persona sarebbe andata meglio.

Comunque, fra una cosa e l’altra, non ho più fatto sesso anale per vari anni. In compenso ho avuto altri rapporti sessuali veramente fantastici. A sentire la signora mi sa che non sono manco omosessuale, visto che sembra non concepire proprio la differenza fra sessualità anale e omosessualità.

Ma sarò io una mosca bianca? Sono l’unico gay al mondo che sta benissimo senza sesso anale e non lo cerca e non lo pratica?

Io ne ho conosciuto e conosco parecchi così. Quindi sicuramente non sono un alieno, si tratta anzi di una cosa estremamente comune.

Quanto comune?

Vi prego, se la De Mari o il suo tutore legale stanno leggendo tengano pronti i Sali per rianimarla: secondo uno studio del 2011, circa il 62% dei maschi omosessuali non pratica mai il sesso anale[1]!

[Piccolo edit: mi è stato fatto notare che lo studio di Rosenberg non si riferisce al sesso anale mai fatto in tutta la vita, ma solo al rapporto più recente. Non prova dunque che la maggioranza dei maschi omosessuali non lo pratichi mai; quello che prova è solo che il 62% dei maschi omosessuali non lo considera una pratica sessuale irrinunciabile e, verosimilmente, non lo pratica con regolarità. A posteriori, pareva in effetti una percentuale troppo alta; per esempio io stesso, che non pratico il sesso anale, una volta nella vita l’ho provato, quindi è logico pensare che quelli che lo hanno fatto “almeno una volta” siano parecchio numerosi, al punto anche di sovrastimare moltissimo il numero di coloro che poi lo praticano di fatto con regolarità.
Altri studi suggeriscono che la percentuale dei maschi omosessuali che non praticano sesso anale sia di uno su quattro o uno su tre [2,3,4]. Chiaramente si tratta comunque di una percentuale enorme e sufficiente da sé a sfatare il mito secondo cui omosessualità = sesso anale.]

Parliamo di omosessuali casti che non praticano mai sesso? No, perché il 72% pratica invece il sesso orale, quindi il quadro più ragionevole è che almeno metà dei maschi omosessuali sessualmente attivi non pratichi il sesso anale (delle lesbiche non parliamo nemmeno, perché come tutti sanno le lesbiche per l’integralista cattolico non sono vere omosessuali, ma sospetto che non pratichino il sesso anale neanche loro).

Il confronto con gli eterosessuali ha risultati ancora più impietosi, perché stando ad altri dati che non presento gli eterosessuali praticano il sesso anale perfino di più degli omosessuali. Ma lasciamo da parte il confronto, i confronti sono sempre difficili da fare e da interpretare; già il crudo dato è sufficiente: se almeno un omosessuale sessualmente attivo su due non pratica il sesso anale significa che l’uguaglianza sodomia=omosessualità è pura fantasia.

Quando una fantasia diventa stereotipo, a mio avviso, è sempre d’uopo domandarsi il perché, e io credo che la ragione sia l’approccio eteronormativo alla sessualità omosessuale, non a caso solo a quella maschile perché si presta particolarmente. Molti, sia eterosessuali che omosessuali, tendono a vedere la sessualità omoerotica come una specie di “imitazione” di quella eterosessuale. La sessualità eterosessuale, a propria volta, è piagata dal cancro cattolico prima e psicanalitico dopo che la ha codificata secondo il vecchio paradigma della genitalità: il sesso è la pratica riproduttiva.

Questa visione è vecchia come il cucco e oggi non ha più alcuna base scientifica. Ovviamente il sesso può avere una funzione riproduttiva, ma nei primati superiori ha anche una funzione sociale e ricreativa. Senza contare che, ovviamente, il fatto che ci sia una teleonomia evolutiva in una certa struttura o comportamento non vuol dire affatto che vi sia in esso un’intenzionalità, ovvero una finalità, ovvero una normatività. Ma quando parliamo di soggetti come la De Mari dobbiamo ricordarci che abbiamo a che fare con gente che o non ha capito l’evoluzione oppure la rigetta o più di frequente entrambe le cose, quindi si capisce perché continuiamo a sentire ‘ste stronzate su “a cosa serve il sesso”, “per cosa dovrebbe essere usato il sesso” e “cosa vuole la natura” (che, non essendo una persona, non ha volontà e non vuole proprio niente).

Insomma, se il sesso vero è la penetrazione vaginale e solo quella, e il resto sono una specie di imitazioni, be’, allora viene spontaneo pensare al sesso anale come la cosa che ci si avvicina di più. L’ano è vicino a dove sta la vagina, la posizione in cui si fa l’amplesso è molto simile, il movimento durante l’atto, “la monta”, pure è qualcosa di ubiquitario fra tutti i mammiferi… e infatti molti di loro praticano anche il sesso anale omosessuale, per inciso.  Dunque si spiega la fissazione di molti omofobi contro il sesso anale, e la loro cecità a tutte le altre forme in cui si esprime la sessualità omosessuale, che peraltro sono anch’esse in gran parte sovrapponibili a quello che fanno gli eterosessuali. E da qui viene anche l’esclusione delle lesbiche da qualsiasi considerazione: se non c’è la penetrazione, non c’è  il sesso!

E invece c’è eccome.

Beninteso, io non ho assolutamente niente contro il sesso anale, infatti penso che prima o poi lo rifarò, se troverò la persona giusta con cui provare di nuovo. Ma quello che mi preme sottolineare è quanto queste persone che si improvvisano esperti di omosessualità perché hanno infilato sondini nel culo alla gente siano semplicemente ignoranti che non sanno niente di omosessualità, e probabilmente molto poco di sessualità in generale: una percentuale enorme, se non la maggior parte, degli omosessuali, non fa sesso anale, o quanto meno non lo fa regolarmente. Scendi per strada, vai a conoscere un po’ di omosessuali, possibilmente non solo quelli cui hai infilato roba nel retto, e ti fai un’idea vera. E magari, ma FORSE EH, leggere anche qualche studio sull’argomento può aiutare. Capisco che il Catechismo dice già tutto quello che serve nella vita, ma se uno vuole capirne qualcosa di pompini e inculate forse il Catechismo della Chiesa Cattolica non dovrebbe essere il testo di riferimento.

Ovviamente poi uno stereotipo tira l’altro, dallo stereotipo che gli omosessuali scopano tutti in culo poi ne discendono vari altri. La De Mari per esempio pare molto scandalizzata dal fatto che sui siti gay si parli anche di pratiche sessuali molto non convenzionali, come il fisting, il pissing, lo scat; mi pare di capire che sia entrata in contatto perfino con la masturbazione uretrale (se non sapete cos’è non la cercate, io se potessi vorrei tornare indietro e non saperlo XD). Lo stereotipo qui è che i gay facciano tutte le peggio “schifezze”.

Non è vero. Certo uno stereotipo mediamente vero sul mondo gay c’è: siamo un pochino più aperti a parlare di sesso. È anche una necessità, visto che dobbiamo difenderci da HIV, ma un po’ discende secondo me dal fatto che un omosessuale nella propria vita si trova necessariamente a dover problematizzare e esteriorizzare la propria sessualità, mentre un eterosessuale può il più delle volte lasciarla un po’ dietro le quinte. Quindi a noi omosessuali i giochi sessuali con feci e urina fanno in media schifo come in media agli etero, ma siamo probabilmente, sempre in media, un po’ più spigliati a parlarne. Siamo anche più disinvolti a praticarli? Non saprei, forse un po’ sì, sempre in media ovviamente. Questo non significa certo che tutte le pratiche di cui parliamo siano comuni; ho conosciuto tanti, e aiutatemi a dire taaanti gay, con alcuni ho parlato anche di questioni piuttosto intime concernenti la sessualità. Non ho mai incontrato nessuno che praticasse scat o pissing (ripensandoci, ne ho conosciuto uno… ma per converso ho conosciuto anche un’eterosessuale cui piaceva, e considerando che con gli eterosessuali parlo di sesso molto di meno che coi gay, è significativo che ne abbia comunque trovato uno cui piace il pissing, si vede che non è così raro). Non è una cosa comune, ovviamente. Sappiamo per certo, d’altro canto, che gli eterosessuali lo fanno, seppur anch’essi molto molto di rado …“Two girls one cup”, mai sentito? Regista eterosessualissimo, signori miei.

Ma c’è un altro passo avanti che dobbiamo fare nel discorso, e cioè sottolineare come, se anche tutti gli omosessuali facessero scat e pissing, non sarebbero cazzi che riguardano la De Mari.

Il problema nel fare questo passo è la famosa incomunicabilità, un meccanismo di blocco mentale. Se una ti dice una cosa così:

A te cosa ti cambia se loro sono contenti? Mi cambia perché due tizi o tre che si tirano le feci addosso e che lo scrivono stanno profanando la loro umanità e la mia, stanno spargendo batteri fecali in giro, se hanno fatto il fisting dovrò curargli l’incontinenza fecale a spese de sistema sanitario loro hanno il diritto di farlo e io ho il diritto di affermare, scrivere, che lo trovo immondo.

Io non sono in grado di risponderle, perché per me questa cosa non ha alcun senso, non c’è comunicazione fra un cervello che funziona come il mio e uno che funziona (?) come il suo. Tralasciamo per un momento il discorso del Sistema Sanitario che è chiaramente pretestuoso, ma mi spiegate come faccio a “profanare l’umanità” della De Mari se una sera mi chiudo in camera mia e decido di fare qualcosa anche di, diciamolo, abbastanza disgustoso, come spalmarmi addosso le feci? Non le cambia proprio niente, non sono cazzi suoi e punto. Lei non avrebbe neppure alcun modo di sapere che lo sto facendo. Potrebbe benissimo conoscere eterosessuali che lo fanno, ma ovviamente lei non lo sa perché non glielo vanno a dire e non ha modo di saperlo. Che lei si senta violata da quello che due adulti consenzienti fanno a casa loro è un problema psicologico solo suo, non certo degli altri.

L’incomunicabilità fra persone come me persone come la De Mari è fondamentale, perché abbiamo di fronte una persona che giudica con una facilità sconcertante. Mi fa quasi paura. Io non avverto questa necessità di dare giudizi etici su tutto, esistono sfere del privato in cui non c’è niente da giudicare, e quello che fanno due adulti consenzienti in camera loro rientra nella fattispecie. Ti fa schifo l’idea dello scat? Se vuoi saperlo fa schifo anche a me, e molto; credo nessuna forza su questa terra potrebbe convincermi a praticarlo. Ma questo non ha alcuna rilevanza, nulla toglie alla dignità e al valore in quanto persone di chi invece lo trova divertente. Lo so che dire ad un ipercattolico che in certi casi ci può anche fare i cazzi propri e astenersi dal giudicare è veramente un’esagerazione (nonostante qualcuno la cui opinione essi dicono di tenere in alta considerazione sconsigliasse caldamente di dare troppi giudizi …), ma è così.

E per quanto riguarda le spese sanitarie… suvvia! La carne! Il prosciutto! È cancerogeno, è stato dimostrato. E allora? Spero che la De Mari non sia anche vegana, non sarà una di quelle che dicono che non dobbiamo mangiare prosciutto perché se poi ci viene il cancro pesiamo sul SSN, mi auguro. Il fisting è ovviamente una pratica poco salutare, oltre che molto poco comune, ma ci sono un sacco di cose poco salutari che si fanno perché le si trova piacevoli; quindi no, non sono fatti suoi se una coppia pratica il fisting. Il discorso poi diventa pazzesco se cerchiamo di applicarlo a tutte le cose che ha detto. Spargere batteri fecali in giro? A parte che come ben sa la signora i batteri fecali sono essenzialmente Escherichia coli, e a meno che non te la metti negli occhi o in bocca o su ferite aperte non fa proprio niente, ma davvero pensa che uno che pratica lo scat dopo non si faccia manco la doccia? Una sciacquata e i pericolosissimi batteri fecali se ne sono andati. Per non parlare poi del pissing: a meno che non vi siano gravi (e di norma molto visibili) infezioni delle vie urinarie in corso, la pipì è completamente sterile, la puoi letteralmente usare per lavarci le ferite; il che significa che farsi urinare addosso è cento volte meno pericoloso, per dire, che farsi venire nella vagina. Chi fa pissing pesa sul sistema sanitario meno della signora.

Ti fa schifo la cosa? Sopravvivremo, ma ancora una volta non sono cazzi tuoi, e hai voglia a gridare che invece lo sono, non lo sono, punto. Poi che uno possa farsi anche i cazzi degli altri, e be’, quello purtroppo succede d continuo; c’è la vicina che spettegola su chi ti è venuto a trovare in casa, c’è la signora che ti vede per strada e spettegola su come ti sei vestito, c’è la signora che ti infila il sondino in culo e spettegola sulle condizioni del tuo colon. Dobbiamo farcene una ragione. Il punto è che l’idea di farsi i fatti propri è del tutto aliena a certe persone: devono sparare sentenze su tutto, incluso e soprattutto ciò che non conoscono. E magari si limitassero a quell’attività, che è già abbastanza dannosa; di solito si mettono pure offendere e a spargere pregiudizi e vere e proprie menzogne per danneggiare le persone.

Certo ognuno ha i suoi hobby, personalmente non vorrei giudicare la signora se lei si diverte pontificando sull’ano delle persone. Ma chi non vuole essere giudicato, disse qualcuno, non deve giudicare…

Ossequi.

 

[1] Rosenberger, J. G., et. al. Sexual behaviors and situational characteristics of most recent male-partnered sexual event among gay and bisexually identified men in the United States. Journal of Sexual Medicine. (2011); 8:3040–3050.

[2] McWherter, D.P. and Mattison, A.M. (1984). The Male Couple: How Relationships Develop. Englewood Cliffs, NJ: Prentice-Hall.

[3]Zazola-Licea, et al. “Sexual behavior patterns and HIV risks in bisexual men compared to exclusively heterosexual and homosexual men.” salud pública de méxico 45 (2003): S662-S671.

[4] Wei, C. et al “Preference for and maintenance of anal sex roles among men who have sex with men: Sociodemographic and behavioral correlates.” Archives of sexual behavior 40.4 (2011): 829-834





Communicability in philosophical discourse

20 10 2016

(Tanto non lo manderò mai ad una rivista, tanto vale che lo pubblichi qui.

Avverto che è lungo, ma lo considero il fondamento del mio approccio al discorso filosofico e dunque non si può capire appieno praticamente niente di quello che scrivo se non si hanno ben chiari questi punti.

Si consideri inoltre che qui l’influenza di Wittgenstein ancora non si sente molto.

Un’ultima cosa: mi rendo conto che è scritto in un Inglese un po’ indigeribile. D’altro canto, quando faccio scienza penso in Inglese, ma quando faccio filosofia non posso che farla nella mia lingua madre, e tradurlo solo dopo… ciò è coerente con quanto leggerete fra poco.)

Dialogues and monologues

The problem of “otherness”, meaning the contrast between “me” and everything that poses itself immediately as “not-me”, is one of the critical points in philosophical debate: in fact, whenever the philosophical discourse is made object of a communication, be it verbal or written, it is by definition oriented to others, it has the other for its goal, and as such is naturally interested in “the other”. The great philosophers noted to general knowledge are considered great exactly because they were able to touch others, shake their minds in some way, and leave a mark in them. This centrality of the other in the discourse as communication, not just in philosophical discourse but in general, is unavoidable, since it constitutes the very intimate structure of the communicative project: to act on the non-self, to induce in it some changes.

The relation to the other develops itself through communication, it is communication, and for that reason otherness is not just one of the topics philosophy deals with in books or universities classrooms, but rather appears to be philosophy’s intimate and omnipresent fabric. If philosophical discourse is a discourse, one would say, it is a discourse for the others, and if it is for the others, it must have for subject something that concerns the others in some way.

Nevertheless it could be simplistic to think that, just since otherness is central to philosophy as the aim of its communication, philosophy had to develop in function of communication, or that it should be necessarily structured for communication. In fact the discourse (philosophical or not) is not necessarily the object of a communication: a discourse which is confabulation, dialogue with oneself, actually exists. This kind of discourse is not aimed at acting on the other, but rather moves toward an interior clarification for the person who is actually discussing with himself, and thus is a routine of personal reflection, an action oriented at the self, rather than at the not-self.

Discourses that are communicated and discourses that are confabulated in an internal monologue have a lot in common, even if less so than one could think at a first blush. It is proof of their similarity the fact that hybridization phenomena can happen between the two: I can make up a message using an intimate reflection and putting it in relation with other messages, vice-versa, I can start confabulating using a message I’ve heard which I “translate” into a reflection. Thus, an articulated sound, be it a single word or an entire discourse, can pass, at least theoretically, from a state of reflection (a part of an internal monologue) to one of communication (part of a spoken or written message), and vice-versa.

Nevertheless, if I try to examine the possibility of converting completely and effectively an internal monologue into a message, I am going to be met with great difficulties. If I need to create a message starting from an intimate reflection of mine, I can directly see what are the obstacles to overcome: on one side there is the stream of thoughts, that in its spontaneous flux tends naturally to carry me in the direction it prefers; on the other side, though, I need to maintain a certain order instead, with a view to communication. Thus, when I realize that the internal monologue is getting too far from the point I was to follow in the beginning, I am forced to put it back on the right track, reviewing the bonds between the concepts and fix thoughts on paper, so to restrain them from coming back again and again. I am not losing the thread, but nevertheless it is very easy for me to forget where it started in the first place, and if I weren’t to settle what I think as I go in some precise order, I would obtain nothing but an incomprehensible stream of consciousness; furthermore, all of the digressions and transgressions and intromissions of discourses that have passed through my mind would undoubtedly belong in the stream of reflection, and nevertheless won’t appear in the final communicative product, thus making it at fault of serious omissions.

“You can’t write the same way you think”, I have been told once at school; nowadays, I understand that a thought and a message are quite different, even if we admit they both are constituted by words.  The final communicative product is definitely not a simple transcription of the word sequence the way it formed in my mind, especially at the level of its structure and sequence: words follow one another in a very different way in reflection and communication, their distribution and the connections intertwining the different, temporally ordinate sections of the two kind of speech are substantially opposites. Internal monologue, in fact, is characterized by the absolute integration of its “parts”, for its ability to constitute a stream, and as such, its inability to be fragmented or deconstructed. If every thought of mine was written down on paper, it would not be a thought of mine anymore: after a few moments the original thought is dead, since its own typical structure resides in its continuous, vaguely haphazard reorganizing itself, in the repeating, re-chewing, re-ruminating that are peculiar to the internal monologue.

The nature of communicated messages is entirely different from the one of confabulation; the form does not change significantly with time, it can be divided in insulated and organized modules, and at the same time it has precisely delimited spaces and occasions for its fruition, which is, in the author’s intent, purely instrumental to a feedback. The issue of the incompatibility between internal monologue based on a “fluid” stream of consciousness and a verbal communication based on “static” finds roots in the bergsonian concept of duration, the “dureé” (Bergson, 1904); since the subjective time of consciousness is not a modular system, but a perfectly holistic one, and its extension is constituted by growth and mutation, the incompatibility between it and a communication made of a sequence of static signs is evident, and the possibility (or lack thereof) of a transmission of mind content from one consciousness to another has been object of a interesting line of philosophical inquire (Fell, 2009, Lukianova and Fell, 2015). But though the possibility and modality of a transmission of contents with duration through the use of crystallized signs has been thoroughly investigated, and we can say that it is indeed possible to convey some form of content and meaning through discourse, the question of what this content is about is pretty much open to discussion. No doubt it is possible to say something, albeit imperfectly; but what can this something be? If communication is not simply a pouring of ideas from one brain to another, we can expect some restriction to be imposed on what is possible to “say”. It is indeed an important matter, and deconstructionists, in particular, have been very attentive to the problem of meaning; in fact, we can find in the works of Derrida some themes that closely resemble the ones we are dealing with here. The decostructionist distinction between “speech” and “writing” looks akin to the one we made between internal monologues and communication. Internal monologue, in fact, has perfect meaning and is immediately “present” to the mind in the form of intuition, it has no extension in time, no “differànce”; if it acquires it, that is because it has been forced on it through an artificial enlargement of its confines. And this is exactly what all forms of communication try to do: expansion of presence in the objective time. Decostructionist criticism of the idea of “presence” of the meaning in speech is taken to the extreme consequence of seeing communicated contents as entirely autonomous from both their cause and their end, the interpretation, thus shattering the very basis of “signification”.
I won’t go nearly as far, indeed I will go in the opposite direction. Nevertheless, we shouldn’t be content with taking note of the different temporal extensions of soliloquy and communication, nor with considering the differences between the two as of a purely functional kind. By analyzing the structural, essentially formal differences between internal monologue and communication, it is in fact possible to become aware of how this differences unavoidably stop being just “formal”: in discourse it is never possible to operate a perfect scission between praxis and contents, since the very same form in which the content is expressed is going to mould its function and the subsequent action, the one it makes on itself (in reflection) or on the other (in communication). This means that, if we remain at the level of communication of the philosophical discourse, the other, who is the fulcrum around which the communicative praxis revolves, becomes necessarily an implicit or explicit theme of the message itself: one cannot simply speak to the other without seeing his words being moulded by the other, and the reflection itself being influenced in some way by the other, customized for him, with the theme of otherness becoming the very fabric of the content transmitted through the speech. Communication actually compels the discourse to be affected by the recipient of the message to a very profound extent. Speech itself, in fact, by its own nature is a reference to a generality, to a multiplicity that not only includes the other but puts me in parenthesis; in the philosophical discourse, as it can be read on a book or listened to in spoken words, the term “I” is a substantive, not a pronoun: it is not “me”, but “the I“, an absolute generality in which I, the speaker, wish to be included, and through which I try to accomplish an identity between me and the rest.

The obsessive attention towards the I, that is, towards the generality of other Is and not to the actual me, is intrinsic to the philosophical discourse as it is communicated, and is the reason of its intrinsic “uncertainty”: it compels me, the speaker, to relinquish myself and move towards the other, thus obliging me to leave the immediate certainties of the self and search for the consent of others. But once I’ve been decentralized and classified as an I among the many Is, the dimension of certainty ultimately becomes elusive to me.
In philosophical reflection I am always making an operation that includes some level of introspection; I am inside the process, I am the centre, the immovable reference, the absolute. To reach the very deep end of my soul may be a long way or a very short one, but once I get there I am arrived to my destination anyway: I found meaning; new proofs or demonstrations or any other deferral of signification are not needed, and no further doubts or confutations arise naturally. For that which is my depth relative to that instant, I can be content with my reflection. In a sense, even a six-year-old child can actually be the greatest philosopher, the moment he/she he has accomplished a full introspective journey.

This perfect and complete self-comprehension unavoidably breaks when my thought is made subject to an attempt of conversion to a message to be communicated to others: the fact that it is been translated in the times and modalities of communication, the fact that it does not concern anymore just me, but the I in general, is enough to make it “refutable” again. The fact that the entire “movie” of my internal monologue has been lost, leaving just few photograms of it behind, makes it substantially “weak”. The research for the absolute foundation of thought comes to its definitive completion in the moment of reflection, which in itself can be considered, for its modalities, perfect; but it is lost whenever I lose its cornerstone and absolute landmark, me: not “the I”, but I: precisely, I am its core. At this point, the shadow of refutability cannot be escaped in any way. My reflection was based on self-evidence, but self-evidence is about me, it is self-evident to me. To anyone else, self-evidence could be anything; you do not even need to think about a refutation of my self-evidence, you can be content with denying it.
You could do that in plain honesty, since for you It may not be an axiomatic self-evidence, but you could do that also out of intellectual dishonesty (it is evident to you too, but you do not want to admit it); in both cases, your denying of self-evidence alone is enough to refute it. Of course, your honesty or dishonesty in denying my self-evidence would make a difference to me and my beliefs, but it does not make a difference to the I; for what concerns the I this difference does not even exist: deconstructionism is a good example of how it is theoretically possible to bring on the verge of collapse every logic structure that has been put in words. The delusion of “absolute irrefutability” or “definitive evidence” in communicative contexts has to fall: if it is communicated, it is refutable; and even if it is not refutable, it can still be refused or denied a priori.

This realization seems to be able to easily lead the entire philosophical discipline to implosion: it is possible to deconstruct and refute/refuse any philosophical doctrine that has assumed the form of a communicated message, ironically, including the same statement that “it is possible to deconstruct ore refuse/refute any philosophical doctrine”; so, apparently, philosophy has to suicide itself in undecidability.

This “tragedy” resembles closely the one math has gone through following the demonstration of Gödel’s incompleteness theorems, and in fact Derrida himself proposed an analogy between the work of deconstructionism and Gödel’s in “La dissemination”, and this parallelism has already been explored from different points of views (Bates, 2005, Livingston, 2010). Nevertheless, in formal logic just as in metaphysical language, “the proof of the impossibility of the proof” is not able to stop, nor even to slow down, the progress of the discipline.

The reason for this resides in the particular kind of bond that exists between philosophical communication, which is deconstruction’s dialectical target, and philosophical reflection, which is at the very origin of philosophical discourse. Reflection goes on independently, human brain never gives a non-compute error, a perfect undecidability. My internal monologue, precisely since it is founded on my own absoluteness, it is referred to me, from me is born and in me is concluded. Since it is my work of self-clarification, it has a structure not logic in the conventional dia-logic sense, but logic in an interior sense and as such, in respect to the traditional meaning of “logic”, it is meta-logic. Refutations based on radical scepticism or deconstruction can’t strike down philosophical reflection, since it already includes them in the very same moment they are formulated, and elaborates them, and overcomes them.

Communication in time

Obviously, to insist that strongly on the untouchability and fullness of significance of philosophical reflection “to oneself” may look like an arguable exaggeration of that which Derrida calls “metaphysic of Presence”. It probably is, and I do not think that is detrimental to the theory; on the contrary, I would gladly push it to more extreme consequences: I believe, actually, that such an overturning of deconstruction is almost a dialectical necessity invoked in existence by deconstruction itself. Indeed, if it can be said that western philosophical discourse is centred on “Presence” and as such on the “self” in a certain sense, we must nevertheless recognize that it has always been centred on “Difference” and the “Other”, in a certain other sense.

In order to better explain why this is true, it is useful here to recall Theuth’s myth. To summarize, it is well true that in this narration Plato’s admonition is for the philosophy to be preserved in the pureness of the present which is present-to-itself (that is, in philosophical reflection as it unfolds itself in soliloquy). But we cannot  forget that Plato’s admonition is nevertheless transmitted in writing, that is, it is a crystallized communicated message, meant to be read. This is the reason why I am arguing that the alleged centrality of living thought, as it is expressed in soliloquy and put in metaphor as “orality”, is true only in a certain sense. Precisely, in the sense that, starting with Plato, it is said to be true in words. But on the other side it is proved, in fact, to be false, by the very actions of philosophers: philosophers write, or at least those whose thought system has arrived to us did or do so. Even when an author writes in the form of “soliloquy on paper”, he cannot but stay within the borders imposed by a mean that is structurally made for communication, and as far as it can imitate the appearance of the stream of consciousness, it can never rise to its same fluid and holistic completeness. Thus, western philosophy has always been prisoner to a declared, de iure, “phonocentrism”, and to an acted out, de facto, “graphocentrism”.

As it is been said before, in communication form moulds contents, and that is why the very allusion to presence got lost in the words of western philosophers, while terms as absolute, transcendence, universality and eternity resurfaced as protagonists of every debate; those could be regarded as attempts to expand presence beyond present, but in practice end up representing death of presence instead. We could well argue that presence is a fulcrum of western philosophical research just as far as it confronts “differànce” and searches for a synthesis. More than that: it can be said that probably the key problem of philosophy is not about presence, but about reconciling presence and “differànce“, which is a very different question.

Indeed, I would say that between presence and difference, the greatest de facto absent is actually presence, for the very fact that it is obsessively searched for in philosophical communication hints at its hidden, threatened condition. The threat resides in the always frustrated attempt to reduce the other to the self integrally, while at the same time keeping its otherness complete and intact by addressing him through the mean of communication, that puts my own thought in parenthesis. It is a trade-off, if I aim to reduce the other to me, to make him an object of my interior monologue, then his otherness can’t remain absolute; in some way, in some form, it has to become part of my universality, at least as an object of my consciousness; “I”, “me” and “mine” need to be the only pronouns to which I should refer if I am to speak to myself about otherness. Vice-versa, if I mean to reduce everything to communication, it is I and my philosophical reflection that must disappear from the discourse, while I speak to the other about my sameness.

This conflict is in my opinion well exposed by mean of the contrast between the “sensuous” and the “formal” impulsions described by Friedrich Schiller, who succeeded in giving maybe one of the most fitting pictures of the problem:

Der sinnliche Trieb bestimmend, macht der Sinn den Gesetzgeber, und unterdrückt die Welt die Person, so hört sie in demselben Verhältnis auf, Objekt zu sein, als sie Macht wird. Sobald der Mensch nur Inhalt der Zeit ist, so ist er nicht, und er hat folglich auch keinen Inhalt. Mit seiner Persönlichkeit ist auch sein Zustand aufgehoben, weil beides Wechselbegriffe sind – weil die Veränderung ein Beharrliches und die begrenzte Realität eine unendliche fordert. Wird der Formtrieb empfangend, das heißt, kommt die Denkkraft der Empfindung zuvor und unterschiebt die Person sich der Welt, so hört sie in demselben Verhältnis auf, selbständige Kraft und Subjekt zu sein, als sie sich in den Platz des Objekts drängt, weil das Beharrliche die Veränderung und die absolute Realität zu ihrer Verkündigung Schranken fordert. Sobald der Mensch nur Form ist, so hat er keine Form und mit dem Zustand ist folglich auch die Person aufgehoben. Mit einem Wort, nur, insofern er selbständig ist, ist Realität außer ihm, ist er empfänglich; nur, insofern er empfänglich ist, ist Realität in ihm, ist er eine denkende Kraft.[1](Schiller, 1847, pp.51-53)

This topic was reprised and further analyzed by Jung in his “Psychological Types”: there, the duality between sensuous impulsion and formal impulsion was translated in the one between extraversion and introversion, but the basic problem is the same: the philosopher works to reconcile two different tendencies of the human intellect, the one that “gives cases” (singular circumstances) and the one that “gives laws” (generalities). Discourses fixed in time, conceived to speak to others and share the objective world with them, against fluid, out-of-time thoughts and interior monologues, designed to find the absolute self-clarification thinkers need. One might say, the fundamental issue of all philosophy is about reconciliation of static communication and fluid intuition.

This reconciliation, as Schiller notices, is far than easy to accomplish, because of the very strong opposition between the two tendencies:

Wo beide Eigenschaften sich vereinigen, da wird der Mensch mit der höchsten Fülle von Dasein die höchste Selbständigkeit und Freiheit verbinden und, anstatt sich an die Welt zu verlieren, diese vielmehr mit der ganzen Unendlichkeit ihrer Erscheinungen in sich ziehen und der Einheit seiner Vernunft unterwerfen.

Dieses Verhältnis nun kann der Mensch umkehren und dadurch auf eine zweifache Weise seine Bestimmung verfehlen. Er kann die Intensität, welche die tätige Kraft erheischt, auf die leidende legen, durch den Stofftrieb dem Formtrieb vorgreifen und das empfangende Vermögen zum bestimmenden machen. Er kann die Extensität, welche der leidenden Kraft gebührt, der tätigen zuteilen, durch den Formtrieb dem Stofftrieb vorgreifen und dem empfangenden Vermögen das bestimmende unterschieben. In dem ersten Fall wird er nie er selbst, in dem zweiten wird er nie etwas anderes sein, mithin eben darum in beiden Fällen keines von beiden, folglich – null sein.[2]

(Schiller, 1847, p.50)

The interesting question, now, is: as far as we must be aware of the difficulties in finding a way for the progress of thought between two opposite tendencies, can it be said, in all honesty, that western philosophy has always chosen the way of presence, as deconstructionists seem to suggest?

Hardly so, in my opinion. Of course presence is not in communication, it cannot be there. We could say that many philosopher have tried to express presence in communication, but aside for every good intention they might have had, I’d rather say they ended up trying to erase presence from the discourse, setting themselves more and more against presence. Proof of that should be the deliberate and persistent detachment and inattention in respect to the present instant that we’ve seen in western philosophy since Plato.

With very few notable exceptions (Augustine, or in more recent times William James and Henri Bergson) in the words of philosophers the hinc et nunc is totally disregarded and replaced by the diffused aspiration towards universality of space and time. “N’y a et il n’y aura jamais que du present” (Derrida, 1969), Derrida wrote debating Husserl. I am not considering here the question if his intentions were of refuting a supposed mistake of the phenomenologist, or just making a nuance of wording or else. I shall just point out the syntactic contradiction implicit in such an expression: “present” has never been, nor ever will be; to apply tenses other than present to the present is in itself an act of distortion of the concept of present. Moods can be applied to present, duration can surely be applied to present but tenses cannot, the tense of present is present. Present is present and the very word “present” has meaning only if applied in the present. Communication is unable to expand present and presence, it rather erases it, and by the constant use of differànce western philosophy has been constantly denying the pre-eminence of present; that is the root, indeed, of philosophy’s (especially continental philosophy) obsession for history, for hermeneutics, for genealogies, hence for a past that is obstinately and undeniably seen by scholars as real, in fact, more real than present, and as such more real than the real itself. In spite of Derrida’s insistence on the pre-eminence of presence in the history of western philosophy, it can and it has be argued, for example by Luce Irigaray, that present is actually the great absent in western philospshy (Söderbäck, 2013).

And this makes totally sense, based on certain premises: indeed, if the present moment is considered, as Augustine of Hippo considers it, as the infinitesimal instant or infinitesimally short “segment” of the longer line that is historic time, and as such is thought to be of the same “quality” of historic time, then its minority descends automatically by the clear-cut reduction in its extension, and that which is said in the present is apprehended only when it is already gone into the past. Present is made of the same substance as past and future, but it is less, thus it is obviously less important. The vice in this modus cogitandi clearly resides in considering the “extension” of present time as of the same quality and the extension of the “non present” time, whereas present is not just a segment of historic time sharing with it the same extensional properties, rather it has a different “extension” as its own peculiar property, in the sense of bergsonian duration, as quality, not as quantity.

Clearly, giving the presence the importance it deserves needs some effort; especially, this task requires us to look at present as the foundational element a priori of the entire arc of historic time, that is, as an element that transcends history. Since present has a different quality from historic time extensions, past and future are available to it as representations, as consciousness data, while present is consciousness itself. We might say that present is like the time needed to write a story: it does not compare with the time in which the story develops. They both have an extension, of course, but the time in which the story happens and the one in which it is narrated are two essentially different things: I might need a year to write a story that lasts a day and vice-versa, the two magnitudes are not commensurable. Present is not projected towards the time of not presence, and man does not live the time of his non-presence, but rather has it as a representation in his consciousness.

If I wish to attack presence as such, first I need to treat it as non-presence; that is how the hiatus between speaking to oneself and listening to oneself is given a (false) extension expressed in terms of historic time. This way, the universality and generality natural to the word, which in soliloquy is pure availability of the meaning to presence, becomes a difference per se, as it would in fact be in historic time.

Truth is, instead, that there’s no interval in “time of consciousness” between the moment I speak to myself and the moment I listen to myself, it is only a posteriori, through the introduction of measure instruments, that I objectivize that duration turning it artificially in a succession of instants. There is no “time of consciousness” between the expression of the word to myself and the reference to its meaning, rather availability of meaning is instantaneous.

This radicality of presence is kind of elusive to most of philosophy, for the simple reason that if it is based on duration in the bergsonian sense, it eludes every attempt at a perfect communication. Of course it is clear to “me”, but it is not clear to “the I“. The very attempt to communicate it is at risk of not being taking seriously by readers: “I am immortal since I am” is a phrase most philosophers would avoid, but a poet or a writer may have better luck in finding words to express this concept. Jorge Luis Borges, for example, wrote ” Ser inmortal es baladí; menos el hombre, todas las criaturas lo son, pues ignoran la muerte; lo divino, lo terrible, lo incomprensible, es saberse inmortal”[3] (Borges, 2007).

The most surprising thing here is (or maybe it is not surprising at all, since opposites often come in contact) that it has often been argued that Derrida, the famous critic of the “metaphysics of presence”, is nothing more than rerun of Borges: Borges, the same man who got this close to putting in words absolute presence (Rodríguez Monegal, 1985).

Ironically, while the language of traditional philosophy in its search for a way to extend presence in historic time ends up hiding it, maybe the language of deconstruction, that namely aims at annihilating the notion of presence, turns out to be the linguistic instrument that gets closer to communicate it.

Language-power overturned

It follows naturally, from what has been told till now, that language analysts that are determined enough to dissect and point out all the defects and limits of a communicated message will easily succeed in demolishing it, for the simple reason that communication is not, in its foundation, a crude transmission of present contents of the reflection, and will fail in that respect.

The impression that communication could be just the vehicle for the contents of reflection is at the roots of a great deal of attention reserved to the semiosis as a process of mind-content sharing or transimission, and indeed there is an imperfect form of content transmission in communication. But communication is more fundamentally an act of social power that creates a behavioural modification in another individual, allowing me to have the desired feedback: in the same moment I try to write down my confabulation, what I am implicitly trying to do is not transmitting content (in)expressis verbis, but rather put the interlocutor in a mental state similar to mine, in the hope we will develop his own reflection, similar to mine. Hopefully, that will allow me to have some appreciated behavioural feedback, perhaps through empathy or some different mechanisms.

It won’t go unnoticed how little of the communication in general (I will let philosophical communication aside, for now) consists in fact of the attempt to transmit thought as it is in its complexity, and how much instead consists simply in the attempt to persuade others to behave in a certain way, if needed through hypocrisy; no wonder it is been told that “la semiotica è la disciplina che studia tutto ciò che può essere usato per mentire[4]” (Eco, 1975, p.17; author’s emphasis). I will agree with Foucault, here, about discourses being “des éléments ou des blocs tactiques dans le champ des rapports de force[5]” (Foucault, 1976, p.135): that is totally true in the field of discourses with purely communicative intents, where meaning is accessory and power is preeminent, but much less so in the field of internal monologues, where power becomes accessory and meaning acquires pre-eminence. Indeed, if we just want others to behave as we please, we don’t need them to be exactly in the same mental state as we are at all; on the contrary, we need them to be in a subordinate status. From an evolutionary point of view, the ability to lie is something that ensures a huge competitive advantage to its possessor, thus it is no surprise that it has been discovered and rediscovered multiple times in the history of life. On the other side, the competitive advantage granted to the liar is strictly dependent on the presumption that people don’t lie; if lies were the norm, no one would believe them. This is why language, an instrument that has the distinctive characteristic of being most apt to lie, is most often used in an attempt to tell the truth, that is, to put the other in the same mental state I am when I speak. Briefly, if I want people to behave as I wish, I must tell a few well placed lies, plus and a lot of truths to dissimulate them. But, clearly, if I had the certainty that all my lies would be believed, most of the time it would be much more advantageous to me to lie than to (try to) tell the truth.

Of course it can be argued that truth is not just a mean for the dissimulation of lies: truth also serves to create coordination and unity of intents between people, to create an understanding (Lukianova and Fell, 2015). And this is doubtlessly true when the discourse is functional, for example, to the coordination of actions: if I’m writing a recipe for a cake, I only want people to mix ingredients in such a way as to cook a good cake; the issue of the faithful transmission of a mental content that I feel as “true” is of secondary importance. But it becomes of the greatest relevance when we talk about science, or ethics, or philosophy in general.

Now it is peculiar that, for what concerns that particular type of discourse that is philosophical debate, the focus of the message is peculiarly shifted towards the attempt to transmit mind contents, that is, the focus is on introspection: philosophers care for truth more than anyone else, thus they are concerned with the problems pertaining to the transmission of the contents of their reflection more than anyone else. We may say that philosophy refuses hypocrisy. This particular care that philosophical discourses show for reflection is exactly what makes them “weak” in terms of expression of power, of their ability to “make others think like we want them to”. That continuous struggle to put others in the same mindset we are, through a refusal of hypocrisy, exposes the reflection that tries to “show itself” to all kind of destructive attacks. Indeed, it is not in the attempted introspective sincerity of philosophical discourse that an aware communicative intent is realized, since it is precisely in the act of lying that the original task of communication is fully accomplished, whereas in the (partial) honesty of the reflection that tries to show itself to the interlocutor this task is, in principle, betrayed.

The intrinsic weakness of the “honest” philosophical discourse cannot be escaped but, partially, by giving up on the goal of transmitting the content of consciousness as it is; but at the same time, this act exposes to the risk of falling in hypocrisy entirely, thus ending up in communicating something that is totally disconnected from reflection. And on the other side, hypocrisy itself is never totally pure either, since every pronounced word, in the first place, has been an instant of the stream of consciousness: while it will never show the movement, it still displays some kind of reminiscence of it.

There is not an autonomous third way other than the ingenuous attempt of exposition of consciousness on one side and hypocrisy on the other. But an hybrid approach is surely possible, indeed, this is the standard in philosophical discourse: that approach consists precisely in an attempt to fix reflection in a instant on paper, creating a dead “simulacrum” of it; the form used in this case, with which I dealt before en passant, is more or less the one of the soliloquy on paper. Compared to the modality of the purely manipulative discourse, that gives voluntarily a distorted picture of the author’s mind state, soliloquy on paper is willing to show “photograms” that are in some way representative of the “movie”, and in this sense wants to “transmit the idea”.

Being aware that an authentic transmission remains inaccessible, we acknowledge that even soliloquy on paper is to some extent hypocrite, since it is still not  the internal monologue we see when we are reading a message, but just fragments of it. Nevertheless, through those thought fragments the reader is able to expand his own interior monologue by including some contributions that reflect, in part, the state the author was in when he was writing. Form the point of view of me, the author, such an approach to communication represents an opening to confrontation with the other, and as such a way to put myself in a position of subordination to the other. Philosophical discourse, when arranged in this way, has the potential to overturn the power balance usually established in communication, to the point that he who opens himself to the world, by focusing on himself and communicating disperse fragments of his reflection for everyone to judge and refute, is actually surrendering to the world, whereas he who focuses his discourse on the other in reality wants the other, the world, to surrender to him.

In this sense philosophical discourse is the sincerest one, but the most fragile one too from a dialectic point of view; since it shows instead of hiding and simulating, it is very easy to refute. That is why the reader should not confront it with the idea of trying its robustness to the trickiest of criticisms, but rather always with a basic degree of receptivity and openness to the possibility of nourishing his own reflection. In this sense, philosophical literature is not to be received as a sum of ideas to be “understood”, but rather as an invitation to thought.

In this way philosophical discourse, giving up on the pretence of describing reality a priori, is nevertheless able to look at itself in the mirror, not impervious to change but able to assimilate it in its own becoming, bringing to completion that virtuous alliance between stability and change that represents the very basic impulsion that puts philosophy forward.

References

Bates, D. 2005. Crisis between the wars: Derrida and the origins of undecidability. Representations 90(90) 1-27.

Bergson, H. 1904. Essai sur les données immédiates de la conscience: Félix Alcan.

Borges, J.L. 2007. El Aleph: Emecé.

Derrida, J. 1969. La voix et le phénoméne. Philosophy 44(167) 77-79.

Eco, U. 1975. Trattato di semiotica generale. Bompiani, Milano 19827 246-248.

Fell, E. 2009. Beyond Bergson: the ontology of togetherness. Empedocles: European Journal for the Philosophy of Communication 1(1) 9-25.

Foucault, M. 1976. Histoire de la sexualité: La volonté de savoir: Gallimard.

Livingston, P. 2010. Derrida and Formal Logic: Formalising the Undecidable. Derrida Today 3(2) 221-239.

Lukianova, N. and Fell, E. 2015. Beyond meaning: Peirce’s interpretant as a meta-semiotic condition for communication. ESSACHESS–Journal for Communication Studies 8(1 (15)) 150-176.

Rodríguez Monegal, E. 1985. Borges & Derrida: Boticarios. Maldoror 21.

Schiller, F. 1847. Kleine Schriften vermischten Inhalts. Ueber die ästhetische Erziehung des Menschen. In einer Reihe von Briefen: Cotta.

Söderbäck, F. 2013. Being in the Present: Derrida and Irigaray on the Metaphysics of Presence. The Journal of Speculative Philosophy 27(3) 253-264.

[1] “if the sensuous impulsion becomes determining, if the senses become law−givers, and if the world stifles personality, he loses as object what he gains in force. It may be said of man that when he is only the contents of time, he is not and consequently he has no other contents. His condition is destroyed at the same time as his personality, because these are two correlative ideas, because change presupposes permanence, and a limited reality implies an infinite reality. If the formal impulsion becomes receptive, that is, if thought anticipates sensation, and the person substitutes itself in the place of the world, it loses as a subject and autonomous force what it gains as object, because immutability implies change, and that to manifest itself also absolute reality requires limits. As soon as man is only form, he has no form, and the personality vanishes with the condition. In a word, it is only inasmuch as he is spontaneous, autonomous, that there is reality out of him, that he is also receptive; and it is only inasmuch as he is receptive that there is reality in him that he is a thinking force”.

[2] “By the union of these two qualities man will associate the highest degree of self−spontaneity (autonomy) and of freedom with the fullest plenitude of existence and instead of abandoning himself to the world so as to get lost in it, he will rather absorb it in himself, with all the infinitude of its phenomena, and subject it to the unity of his reason.

But man can invert this relation, and thus fail in attaining his destination in two ways. He can hand over to the passive force the intensity demanded by the active force; he can encroach by material impulsion on the formal impulsion, and convert the receptive into the determining power. He can attribute to the active force the extensiveness belonging to the passive force, he can encroach by the formal impulsion on the material impulsion, and substitute the determining for the receptive power. In the former case, he will never be an Ego, a personality; in the second case, he will never be a Non−Ego, and hence in both cases he will be neither the one nor the other, consequently he will be nothing”.

[3] “There is nothing very remarkable about being immortal; with the exception of mankind, all creatures are immortal, for they know nothing of death. What is divine, terrible, and incomprehensible is to know oneself immortal”.

[4] “Semeiotic is the discipline studying whatever can be used to lie.

[5] “tactical elements or blocks operating in the field of force relations”





Io e la filosofia

14 10 2016

È un bel po’ che non pubblico niente sul blog. Le ragioni sono molteplici. Una di esse è che, molto prosaicamente, ho iniziato un nuovo lavoro che mi tiene molto impegnato. Un’altra è che la pressione politica sulle cause che mi sono più care, i.e. sperimentazione animale e diritti LGBT, si è considerevolmente abbassata. Circolano meno bufale, circolano meno accuse, circolano meno falsità. Quindi il carburante per i miei interventi di attualità è in gran parte andato bruciato.

Ma in teoria resterebbe sempre quella che è il focus principale del mio blog, ovvero la filosofia. E pur tuttavia, anche su quella non ho più molta voglia di scrivere. Voglio spiegare perché, e tirare un po’ le somme sul mio travagliato rapporto di odio e amore con questa disciplina.

Prima di tutto bisogna fare un chiarimento essenziale sul termine, come al solito. Di che parlo quando parlo di filosofia?

Diceva il saggio che è impossibile non filosofare, perché anche per decidere di non filosofare bisogna filosofare. In un certo senso del termine è vero. La riflessione profonda sulle cose, la meta-riflessione, è indispensabile in qualsiasi lavoro di intelletto. Qualche tempo addietro ho avuto uno scambio su questioni di statistica con un economista, che aveva completamente frainteso i risultati di un certo studio per via di un fraintendimento essenziale sul concetto di “causa”. Il tizio si inalberò parecchio alle mie critiche perché “filosofiche”, ma la verità è che aveva torto marcio proprio per ragioni non tanto scientifiche ma meta-scientifiche, che avevano a che fare con la sua interpretazione dei risultati scientifici. La verità è che uno statistico più di chiunque altro dovrebbe ragionare sul concetto di causa; basti pensare  che anche la scelta più importante che fa uno statistico quando imposta un’analisi è proprio se adottare una concezione della probabilità come fatto reale che riproduce la frequenza di un evento ipotetico (approccio frequentista) oppure una secondo la quale essa rappresenta la nostra confidenza in un certo risultato piuttosto che in un altro (approccio bayesiano). Non solo i due approcci sono filosoficamente diversi, ma questo si traduce anche in una differenza negli strumenti matematici utilizzati!
Tutto questo serve a dire che una riflessione di tipo filosofico non è una cosa rinunciabile per uno scienziato, e probabilmente non dovrebbe esserlo per nessun altro in via ideale.

Ma a parte questa meta-riflessione, questa riflessione profonda sui concetti, sulle parole e sui paradigmi, la filosofia è anche una disciplina accademica. Una cosa che si insegna e si produce nelle scuole e nelle università. Mentre il mio rapporto con il pensiero profondo non cambierà mai, perché per me il pensiero approfondito è naturale come il respiro, il rapporto con la disciplina negli anni si è molto deteriorato.

Un paio di anni fa, in piena crisi esistenziale post-dottorato, ero in cerca di una mia strada e non l’avevo ancora trovata nella statistica medica. Venne fuori che l’attività di laboratorio non mi piaceva e soprattutto non ci ero particolarmente portato, quindi iniziai a considerare carriere alternative, mettendo al primo posto nei miei conti questo fattore: doveva essere qualcosa in cui sono veramente bravo. Quindi qualcosa di più intellettuale e meno manuale del maneggiare topi e ratti.

Quasi in cima alla lista c’era, allora, la filosofia. Non ho mai avuto il cosiddetto “formal training” in filosofia, i.e. i testi di filosofia me li sono letti da solo. Ma chi mi legge sa cosa ne penso riguardo al cosiddetto formal training; e il fatto stesso che io appoggi la posizione secondo la quale non filosofare è impossibile dovrebbe portare alla nozione che, se tutti devono filosofare nella vita, allora tutti devono esserne in grado per natura, senza bisogno di studiare per questo. E d’altro canto non sono nuovo a ricevere attestazioni personali di stima da parte di accademici nel campo della filosofia, quindi il non avere il formal training tutto sommato lascia il tempo che trova; neanche Nietzsche e Husserl lo avevano. Pare che il mio pensiero sia piuttosto originale, e così tante volte mi son sentito dire “dovresti scriverci un libro” che, poco a poco, ho iniziato a carezzare l’idea che forse quello che dicevo potesse essere davvero innovativo e fare la differenza.

Mi son dato un’occhiata in giro per vedere quali fossero le possibili strade per la pubblicazione “seria” di qualche mio pensiero, ma presto ho iniziato a capire una cosa che avrebbe dovuto essere ovvia: avere un pensiero originale, ammesso che io l’abbia, non mi garantisce che gli altri lo vogliano ascoltare. Per pubblicare, dunque, non basta la qualità del prodotto, bisogna anche saperlo vendere e magari avere la spintarella giusta; è così in ambito scientifico, a maggior ragione deve essere così in ambito filosofico.

Ho iniziato allora a riflettere su certe cose. Il mio pensiero è sicuramente di qualità, specialmente al confronto con certe porcate glorificate che troviamo in giro … Ma ciò è sufficiente a garantirne il successo? In particolare, mi sono iniziato a chiedere se un pubblico che si slurpa tipi come Singer ritenendoli raffinati pensatori sia un pubblico in grado di apprezzare quello che scrivo io. Sapete, io non ritengo solo che Singer abbia torto; ritengo più o meno che sia un perfetto incompetente. Trovo difficile pensare che lo stesso pubblico che apprezza Singer possa apprezzare anche me.

Questo dubbio si andò materializzando sempre di più man mano che leggevo consigli su come pubblicare che sembravano, più che consigli su come fare buona filosofia, consigli su come scrivere roba vendibile. Cominciavo a pensare che questa strada non portasse proprio da nessuna parte. Infine, su uno di questi siti, un dispensatore di consigli per aspiranti filosofi scriveva una cosa del genere: “Potreste pensare che le vostre idee siano troppo originali e controcorrente per interessare ai filosofi accademici. Ma in questo caso non si spiega perché dovrebbe interessarvi pubblicare sulle loro riviste”.

Era abbastanza sarcastico, chiaramente, ma … Diamine, aveva ragione. Ma siamo sicuri che mi interessi davvero pubblicare su riviste di filosofia? Cioè, ripetiamolo: è gente che lecca i baffi leggendo Singer! Se stimo tanto poco Singer, come posso stimare la gente che lo pubblica ritenendolo un vate del pensiero? Ma mi interessa davvero il parere di queste persone su quello che dico? Fra l’altro anche in termini di diffusione non è che arrivi molto lontano se pubblico su Ethics, per dire; Singer ha influenzato la società molto di più con quel libello propagandistico diretto all’uomo della strada che è “Liberazione Animale” che con i suoi più raffinati (si fa per dire) testi accademici. Anche da una prospettiva proprio pratica, diffusione delle proprie idee, pubblicare su una rivista di filosofia non fa la differenza; probabilmente ho fatto la differenza molto di più con gli articoli su questo blog, a ben vedere.

Certo, resta però il fatto che io ho da dire qualcosa di originale, che probabilmente i lettori di quelle riviste non hanno mai sentito. Potrei comunque essere io quello che fa la differenza, dunque, o almeno che faccia una piccola differenza.

Ho accarezzato per un po’ questa idea: stimano tanto Singer solo perché non hanno letto di meglio. Che mi pareva incredibile a dirla tutta, anche perché non crediate: io non mi sono mai ritenuto particolarmente originale come pensatore, ho influenze molto chiare e rintracciabili nella storia del pensiero. E poi sono millenni che si fa filosofia parlando sempre delle stesse cose; molti si prendono perfino il lusso di far finta che la scienza non abbia cambiato assolutamente niente dal punto di vista filosofico, e continuano a usare gli stessi concetti di un Platone o un Aristotele. Che potrei pensare di dire io di nuovo, in ambito in cui è stato detto così tanto che si è iniziato ormai da tempo a riciclare roba trovata nel cassonetto? Be’, però qualcosina di originale io forse ce l’ho in testa lo stesso, quindi potrei fare la differenza in effetti.

Se non che, quest’estate ho letto le Ricerche Filosofiche di Wittgenstein. E ho scoperto che forse qualcosa di originale c’è ancora nel mio pensiero … ma ormai si tratta di dosi omeopatiche.

Prima di leggere quel santo libro, mi stavo già convincendo sempre più che la filosofia che io facevo non fosse altro che una produzione di anticorpi contro la cattiva filosofia fatta da altri. Nella mia vita di tutti i giorni non ho nessun bisogno di filosofia in sé e per sé. Anche la branca della filosofia che in teoria ha più ricadute pratiche, l’etica, l’ho scoperta avere ricadute nulle; la conclusione del mio filosofare incessante in etica è stata questa: non esistono risposte su cosa è giusto e sbagliato, anzi, non esistono il giusto e lo sbagliato; tutto ciò che si deve fare nella vita è conoscere il mondo esterno, sforzarsi di capire sé stessi, e infine fare delle “scommesse” comportandoci in un certo modo che sembra possa farci stare meglio con noi stessi, stando pronti a subire tutte le conseguenze positive delle nostre scelte in caso di vittoria o negative in caso di sconfitta.

Pensa bene a ciò che fai, valuta tutte le conseguenze, stai sintonizzato coi tuoi propri bisogni e desideri, infine conosci la realtà intorno a te. Introspezione per conoscere sé stessi, scienza per conoscere ciò che ci circonda. Questo è tutto ciò che serve; dove sarebbe lo spazio per la filosofia?

Certo, serve filosofia per sgombrare il campo dalle cattive filosofie, dai sofismi delle varie filosofie morali menzognere che sperano di somministrare il giusto e lo sbagliato in endovena. Quando uno mi dice che l’etica è minimizzare la sofferenza o roba così io so che non è vero perché so cos’è l’etica in effetti, per cui non casco nei vari sofismi dei filosofi. Ma dunque lo scopo della filosofia è solo difenderci dalla filosofia stessa?

Apparentemente sì. Non lo dico solo io, ma anche Wittgenstein: “la filosofia va protetta da sé stessa”. Tutta la cattiva filosofia nasce da usi del linguaggio che non tengono conto della sua vera funzione, che è esclusivamente pragmatica. Tutti i concetti della filosofia sono inganni, perché trattano pensieri e parole come se fossero enti ideali, mentre sono solo prassi; quando il linguaggio perde il suo contatto con la prassi, i.e. quando si inizia a parlare di essere, sostanza, eternità, idee platoniche, tutto va in fumo. La filosofia, in positivo, non serve a niente, serve solo come anticorpo contro sé stessa.

Ok, io sono in grado di difendermi dalle filosofie menzognere perché ho fatto tanta filosofia, ma a parte questo perché dovrei entrare in un sistema che produce filosofia? Non lo alimenterei facendo così?

Ma c’è di più. La maggior parte dei filosofi, secondo alcune statistiche, sono realisti morali, ovvero non pensano che cose come il giusto e lo sbagliato siano semplicemente convenzioni pratiche, ma sono convinti che abbiano davvero un referente ideale. Parliamo di maggioranze bulgare, peraltro. E anche se le mie opere non sono ancora in vendita da Feltrinelli, Wittgenstein è già uscito in libreria da un bel po’, quindi la domanda sorge spontanea: com’è che solo una risicata minoranza dei filosofi ha fatto tesoro della lezione di Wittgenstein?

Non è neanche una verità particolarmente complessa, a ben vedere; io c’ero già arrivato senza leggerlo, Wittgenstein. Ma tutta questa pletora di raffinati pensatori che Wittgenstein lo conoscono o dovrebbero conoscerlo, com’è che non si sono accorti di banalità come il fatto che usare parole come “giusto” e “sbagliato” non significa affatto che poi si riferiscano a qualcosa di concreto? Dopo l’uscita delle ricerche filosofiche, l’unica lezione obbligatoria dei corsi di filosofia dovrebbe essere Wittgenstein, e il resto andrebbe letto per interesse storico e letterario, ma nessuno potrebbe prenderlo sul serio come proposta filosofica.

Certo Wittgenstein è un autore recente, forse non ha avuto tempo di essere assimilato … Ma il punto è che già Wittgenstein è un anticorpo contro la cattiva filosofia, ma non è il primo.

La morale e la critica non sono propriamente oggetti dell’intelletto, quanto del gusto e del sentimento. La bellezza, sia morale che naturale, è piú propriamente sentita, che percepita con l’intelletto. O, se ragioniamo intorno ad essa e cerchiamo di stabilirne il criterio, consideriamo un fatto nuovo, cioè i gusti generali degli uomini, o qualche fatto del genere, che possa esser oggetto di ragionamento e di ricerca speculativa.

Quando scorriamo i libri di una biblioteca, persuasi di questi princípi, che cosa dobbiamo distruggere? Se ci viene alle mani qualche volume, per esempio di teologia o di metafisica scolastica, domandiamoci: Contiene qualche ragionamento astratto sulla quantità o sui numeri? No. Contiene qualche ragionamento sperimentale su questioni di fatto e di esistenza? No. E allora, gettiamolo nel fuoco, perché non contiene che sofisticherie ed inganni.

Questo è Hume. Non è l’altro ieri, il mondo filosofico non stava aspettando ansiosamente Wittgenstein, c’erano già stati altri Wittgenstein prima. Li aveva solo ignorati deliberatamente. Sono stati letti, e poi è stato fatto come se non avessero detto niente di significativo, un parere fra gli altri.

Credo di aver capito una questione importante, una verità dura e sgradevole: la filosofia il suo compito lo ha già espletato. Tutto quello che la filosofia poteva spiegare, lo ha già spiegato; poi ha passato il testimone alla scienza, e l’unico studio filosofico che dovrebbe interessarci oggi in senso positivo è la scienza stessa; non perché la filosofia sia tutta sbagliata, ma perché è quasi tutta sbagliata e l’unica parte giusta è quella che dice che tutto il resto è sbagliato e ci basta la scienza.

La ragione per cui in filosofia si continua a discutere, spesso di questioni così preistoriche e ridicole oggi che a sentirle viene semplicemente da prendersi a ceffoni, è che c’è una marea di filosofi che continuano a far finta di non avere mai sentito parlare di Hume, Wittgenstein e vari altri. Arriva uno Hume, o un Kant, mette tutto in chiaro e dimostra che fare metafisica è inutile …  e pochi anni dopo arriva un Hegel e ricomincia a sconvolgere tutto e a fare metafisica.

E c’è un altro effetto terrificante: quelli come Hegel hanno necessità di rimettere in discussione sistemi filosofici che tutto sommato, se letti nel rispetto del principio di carità, non necessitavano affatto di essere rimessi in discussione. Il sistema di Kant per esempio non era perfetto, ma già l’approccio di Husserl è molto più solido, e Husserl non ha fatto altro che delle precisazioni su Kant in sostanza. Le conclusioni pratiche di Kant erano, in sintesi estrema, che i quesiti metafisici sono tutti indecidibili e non si può che discuterne in maniera inconcludente per sempre, e dunque occorre concentrarsi più che altro sulla scienza perché quella invece progredisce chiaramente.

A sostegno di questa conclusione, Kant mise in gioco un apparato imponente, forse più imponente di qualsiasi suo predecessore. Per demolire un apparato così imponente, una sola arma era possibile. La confusione.

Con Hegel inizia l’era della filosofia incomprensibile. Il linguaggio convoluto e pieno di tecnicismi prevalentemente inutili non è una costante della filosofia, come alcuni potrebbero essere portati a pensare. S e leggiamo Hume o Cartesio troviamo una prosa snella ed elegante, perfettamente comprensibile. Con Kant iniziamo a trovare qualche difficoltà, ma è con Hegel che iniziamo a sbattere la testa contro il muro. In Hegel la confusione è niente di meno che un’arma. Hegel non scrive male perché non sapesse scrivere bene; men che meno scrive male perché fosse impossibile scrivere meglio, come mostra per esempio qui Dario Berti. Scrive male perché vuole scrivere male, perché gli serve per creare la confusione. Hegel ha bisogno di usare parole con un significato così strano da non avere più significato, e lo fa perché così crea il caos e, nel caos, può raccontarti qualsiasi stronzata facendola sembrare ragionevole.
Ricordo un passaggio nella scienza della Logica in cui diceva che gli scolastici sbagliavano a voler dimostrare l’esistenza di Dio perché “l’esistenza è un attributo insufficiente per Dio”. Quando lessi questa cosa rimasi a bocca aperta; non vuol dire chiaramente niente. Ci possono essere cose esistenti, cose inesistenti, forse perfino cose che sono a metà fra le due … ma di sicuro non c’è niente che sia “più che esistente”. Oltre al concetto già meno semplice di quanto possa sembrare dell’esistenza, Hegel ne inventa un altro, una specie di iper-esistenza, che questa volta è chiaramente privo di significato. Heidegger, un altro campione della confusione e dello scrivere di merda, finisce con l’inventare termini nuovi o comunque usare termini vecchi in maniera nuova e incomprensibile, come il “Dasein” e mille altre parole così assurde che nelle traduzioni italiane mettono in parentesi l’originale tedesco. Il Dasein non è traducibile, invero, ma non perché sia un termine incredibilmente complesso, bensì perché non ha significato oppure se ce l’ha è banale, ma detto in quel modo sembra incredibilmente complesso. Vi accorgerete che mentre i filosofi più concreti e aggiornati sui progressi della scienza sono ammirevolmente chiari e comprensibili, i “guastafeste” sono sempre più assurdi e contorti. Questo è perché con ogni passaggio di costruzione e distruzione il costruttore impara a farsi sempre più chiaro e comunica sempre meglio, e di conseguenza il distruttore deve riuscire a confondere le idee sempre meglio! Pensate che Derrida sia incomprensibile? La palla di cristallo mi dice che verranno fuori filosofi molto più assurdi e incomprensibili di Derrida nei prossimi tempi!

Dunque tutta la buona filosofia serve solo a proteggerci da queste sofisticherie, e la cosa peggiore è che è pieno di sofisti come Hegel e Heidegger che usano la confusione di proposito; e per ogni Wittgenstein che si sforza di chiarire c’è sempre un Derrida o chissà chi che cerca di creare confusione. E, sottolineo ancora una volta, lo fa di proposito. Non vuole essere chiaro, vuole confondere perché è quello che serve la sua agenda.

Ora, in ambito scientifico esistono sicuramente rivalità professionali, ma nel complesso la scienza è un’opera in cui l’elemento centrale è la costruzione di un qualcosa. In filosofia la maggior parte del tempo è passato in una lotta distruttiva fine a sé stessa e senza regole, che come tale può andare avanti per sempre senza smuovere le cose di un centimetro.

In uno dei miei articoli di filosofia che sono rimasti nascosti nel mio cassetto, “rispondevo” a Derrida spiegando come il problema del senso e del significato nei discorsi sia legato a due dimensioni intersoggettive: il potere e l’apertura.

Mi spiego: nel discorso scientifico abbiamo una specie di gioco cooperativo, il cui funzionamento è esemplificato dal processo della peer review: ci sono delle regole nella scienza, secondo queste regole rigide e ben note alcuni argomenti sono validi e altri no. Dunque basta gettare una tesi nella fossa dei leoni piena di pubblici ministeri che tentino di ucciderla, e se nel nome delle regole di quel gioco essa sopravvive allora diventa accettata come dato di fatto. Attraverso la competizione spietata, ma onesta, improntata alla chiarezza e al rispetto delle regole, emerge il migliore

Quando si legge o ascolta un argomento filosofico, però, le precise regole codificate del dibattito vengono meno; se non vi sono regole e tutti cercano di uccidersi a vicenda nessuno può vincere. Per esempio, tentare di distruggere la filosofia di un avversario appellandosi al fatto che i significati delle parole sono ambigui, quando invece nel mio caso sono definiti con estrema chiarezza e concretezza, non è onesto; certo, tutte le parole hanno margini di ambiguità (vedasi Wittgenstein), ma questo non impedisce il dibattito. In ambito scientifico non sarebbe possibile attaccare un avversario mettendo in questione l’intero suo codice semantico sulla base di una generale “ambiguità del linguaggio in quanto linguaggio”. In filosofia si può fare, si può mettere in dubbio tutto, dire tutto e il contrario di tutto! È una specie di ammucchiata selvaggia senza alcun significato o scopo.
Ci sono solo due modi per produrre progresso in un contesto come questo: uno è il potere; per esempio se io posso uccidere o imprigionare, intendo proprio fisicamente, i miei oppositori, allora ho vinto a tavolino; non ci sono regole condivise ma io impongo le mie con la mia forza fisica, con la mia capacità di modificare il mondo fisico. L’altro è l’apertura: se mi metto a cercare i punti deboli del discorso del mio avversario li troverò, perché mi basta creare il caos totale e mettere in dubbio anche le questioni più banali e immediate, come fa per esempio Derrida, il tavolo si rovescia e non vince nessuno. Ma se io invece di cercare punti deboli mi “apro” alla comprensione cercando un terreno comune di discussione e eventualmente, poi, anche di dibattito, allora insieme si può costruire qualcosa.

La scienza progredisce essenzialmente grazie ad una declinazione del potere: la scienza mi dà il potere di far volare gli arei, il potere di debellare la poliomelite, il potere di scrivere al computer. Questo potere è la sua legittimazione ultima e invincibile perché non esiste potere più grande di quello dato dalla scienza: se non ne rispetti le regole, gli aerei non volano, e tutti vogliono che gli aerei volino; quindi le regole si impongono da sé, in un certo senso.
In filosofia, d’altro canto, il potere non c’è perché essa non serve a nulla di pratico. C’è dunque solo un altro modo per costruire il progresso, l’apertura. Non possiamo costringere i guastafeste a rispettare delle regole, ma possiamo chiederglielo gentilmente e sperare che lo facciano. Ma il problema è che questo sistema basato sull’apertura non funzionerà mai, perché c’è sempre qualcuno che a questo gioco perderebbe e dunque ha tutto l’interesse a buttare in aria il tavolo. Le regole dovrebbero essere decise prima del dibattito, perché durante il dibattito ciascuno è interessato solo alla vittoria.
L’animosità eccessiva del dibattito, gli interessi sovrapposti, le ideologie e le agende politiche sono una forza distruttrice in grado di inquinare perfino il ben più rigoroso dibattito scientifico. Pensate cosa può accadere in quelle filosofico, che è senza regole!

Be’, esattamente quello che succede tutti i giorni in filosofia. Circa 150 anni fa veniva pubblicato l’Origine della Specie, ma ancora oggi ci sono in giro aristotelici che parlano di teleologia negli organismi viventi. Se le cose stanno in questo modo, allora è chiaro che la filosofia non può arrivare da nessuna parte, perché c’è qualcuno, o meglio molti, che non vogliono che arrivi da nessuna parte.

Allora il punto è: io che cosa ci posso fare in questo sistema? Supponiamo che io sia davvero un pensatore molto originale che ha qualcosa di veramente importante da dire, come Hume o Kant (sul che avanzerei anche dei dubbi; è vero che credo di essere meglio di un Singer, ma non è che ci voglia molto per quello, questo non mi rende automaticamente uno Hume). A che serve che io lo pubblichi magari su una rivista di importanza internazionale? Fra dieci anni viene fuori un qualche coglione che inizia ad arzigogolare su quello che dico, a sostenere che nel mio uso dei termini sono contenute metafore metafisiche che lo invalidano, o che il mio concetto di esistenza è insufficiente perché c’è una super-iper-duper-esistenza possibile, o che niente di tutto ciò che dico ha senso perché siamo solo i sogni di Dio o chissà che altra minchiate … E non ci sarà nessun arbitro a richiamarlo all’ordine e aspazzar via con un cartellino rosso tutte queste stronzate … allora a che sarà servito il tutto? Avrò solo gettato nel già altissimo mucchio altre pagine inutili; forse saranno di buona qualità, ma verranno comunque sommerse in una montagna di merda, indistinguibili dalla merda. Quello che scrivo su un articolo scientifico probabilmente un giorno sarà superato, ma quando sarà superato ci saremo almeno mossi in avanti verso qualcosa di meglio, mentre in filosofia dopo che il mio pensiero sarà stato affondato in una marea di robaccia, ci troveremo esattamente al punto di partenza: derridiani di qua, tomisti di qua, hegeliani di lì … perdita di tempo totale insomma.

Ed eccoci arrivati ad oggi. Ho sempre amato la filosofia perché amo il pensiero, e dunque amo filosofare. Ma la filosofia come disciplina di studio, dopo tutte queste realizzazioni, ho iniziato sinceramente ad odiarla. Credo di avere già detto la massima parte di quello che potevo dire in questo campo; nel mio piccolo avrò rotto le palle a un po’ di sofisti, soprattutto nel mondo antispecista, ma non è che ciò mi porti in qualche posto particolare, e per fortuna non ho bisogno di pubblicare su Ethics per mangiare. Quindi perché continuare a scrivere di filosofia?

Intendiamoci, forse continuerò a farlo sporadicamente; dopotutto il confine fra il filosofare inteso come esercizio del pensiero e il filosofare inteso come prestarsi alla diabolica spirale di inconcludenza della filosofia accademica spesso sfumano gli uni negli altri, e ci sono ottimi filosofi che impiegano preziose energie nel tentativo di tenere a bada le astuzie e i sofismi degli imbonitori. Ma il mio parere sulla filosofia è talmente scaduto che non credo mi dirò più “filosofo”, seppur dilettante; trovo che questo titolo non sia più un onore, ma ormai sia diventato quasi uno sfregio, non so che farmene. Meglio restare scienziato, fare qualcosa che porti in qualche luogo, che faccia la differenza per le generazioni future.

Non credo che la relazione d’amore fra me e Madame Philosophie possa continuare. Possiamo restare amici? Vedo difficile anche questa. Però possiamo restare in rapporti cordiali, chi lo sa…

Ossequi





Piccardo, le unioni civili e la poligamia

7 08 2016
Perché nessuno ha capito il senso delle affermazioni di Piccardo?
Ma vi pare davvero che un personaggio così esposto chiederebbe la poligamia in Italia? Con che possibilità? Al massimo potrebbe inasprire il clima di odio verso i musulmani, ma di sicuro non può ottenere il riconoscimento che dichiara di volere.
Ma davvero non si capisce il suo intento? Non avete seguito un minimo le strategie comunicative di Gianfranco Amato, Costanza Miriano e gang, abbastanza da aver imparato come si comporta un integralista religioso?
Facciamo un ripassino: Amato e Miriano sono effettivamente dei fanatici religiosi cui piacerebbe mandare i gay in carcere, vietare aborto e divorzio eccetera. Ma non la mettono mai giù in quel modo (se non in quei momenti in cui “gli scappa” di dire quello che pensano davvero), perché sanno che metterla in quel modo è una battaglia persa.
Per capire la strategia degli integralisti religiosi bisogna ricordare l’impagabile Salvemini:
“La realtà è che quando un clericale usa la parola libertà intende la libertà dei soli clericali (chiamata libertà della Chiesa) e non le libertà di tutti. Domandano le loro libertà a noi laicisti in nome dei principi nostri, e negano le libertà altrui in nome dei principi loro.”
L’integralista religioso non è stupido; ciò che fa va analizzato considerando il suo comportamento come altamente strategico: sta buono, mantiene un basso profilo, osserva in silenzioso disprezzo la società liberale e democratica, e attende il suo primo spiraglio di debolezza in cui infilarsi per aggredirla. Conosce tutti i bug del sistema democratico soprattutto per quanto riguarda la comunicazione, ed è sempre pronto a sfruttarli a proprio vantaggio.
I fondamentalisti, cattolici o islamici che siano, sanno che non possono ridurre la libertà di espressione dei loro nemici invocando il potere della censura, perché nella società occidentale quel potere è molto ridotto e spesso non è più dalla loro parte, dunque rovesciano la cosa e la pongono come una questione di “libertà di espressione” e “libertà di educazione”. Loro chiedono la libertà di odiare gli LGBT, la libertà di discriminarli, la libertà di propagandare quell’odio ovunque riescano senza nessun argine.
Il fatto che pongano la questione come una questione di libertà e democrazia non deve trarci in inganno, non deve essere scambiato neanche per un momento come il frutto di un sincero credo nella democrazia e nel pluralismo; quello che cercano di fare è semplicemente sfruttare le superficiali contraddizioni del sistema democratico e liberale con l’intento di farlo collassare, esattamente come dice Salvemini.
Una di queste contraddizioni è che la società aperta deve difendersi dai suoi nemici, dunque deve reprimere in varia misura coloro che vorrebbero distruggerla. Dunque i principi di libera espressione, libera educazione, libera stampa libero movimento etc. incontrano un limite nel momento in cui vengano usati proprio per limitare la libertà altrui. Dunque la società aperta può essere aperta solo fino ad un certo punto e i suoi principi hanno una validità per forza di cose limitata; questo limite è complesso, sfumato, difficile da tracciare; dunque chi vuole danneggiare la società aperta vi vede un’immediata debolezza, una presunta “incoerenza” da denunciare, un’area di cedimento, di potenziale confusione filosofica e culturale in cui insediarsi per far danni.
Quando la Miriano chiede libertà di espressione in realtà si sta muovendo strategicamente in due direzioni: la prima, si sta creando uno spazio di manovra per coltivare e diffondere idee repressive e totalitaristiche al sicuro dal giusto ostracismo cui sarebbe sottoposta altrimenti; la seconda, sta cercando di scatenare un senso di schizofrenia, confusione e contraddizione sui principi liberali. È come se dicesse “guardate: i vostri stessi principi sono quelli che permettono a me, che sono contro quei principi, di esprimermi contro di essi. Come fate a supportare una cosa così ipocrita e assurda? Appoggiate piuttosto il mio sincero e coerente totalitarismo teocratico!”
Finito il ripasso, torniamo a Piccardo. Non pensate neanche per un momento che Piccardo sia meno integralista o più scemo di Miriano ed Amato perché è musulmano, ragiona esattamente allo stesso modo: non sta richiedendo un diritto civile, piuttosto si sta ricavando uno spazio di manovra per organizzare una controffensiva contro i diritti civili, e al contempo fa la prima mossa di questa controffensiva: denuncia il sistema democratico dello stato di diritto come debole ed incoerente.
Non era una difesa della poligamia, la sua, quella avete più probabilità di sentirla a qualche pride; era un attacco alla comunità LGBT. E infatti un sacco di omofobi subito hanno colto l’assist e hanno ripreso in mano il loro vecchio argomento del pendio scivoloso… la frase di Piccardo serviva proprio a dargli questo assist. E lasciatemelo dire, è del tutto evidente che sia così anche dalla forma in cui l’argomento è stato posto!
“Io e milioni di persone non condividiamo la relazione omosex e tuttavia essa è lecita e ne rispettiamo gli attori. Ora lo Stato regolamenti anche il matrimonio plurimo”
Questo è chiaramente e inequivocabilmente un attacco omofobico in tutto e per tutto!
E dando spazio alle sue ridicolaggini lo si aiuta. Non che possa fare molto danno, beninteso, ma sarebbe meglio evitarlo.
Ossequi.




L'”avvocata” e altre parole che non mi piacciono

27 06 2016
Tempo addietro leggevo un articolo di una femminista che lamentava come, nei sondaggi, anche intervistati che si identificavano pienamente con tutte le battaglie femministe rifiutavano la denotazione di femminista. La ragione, diceva l’autore in soldoni, è che laggente sono scemi e non capiscono cosa significa femminismo.
No, la ragione vera è che la gente si rompe i coglioni di leggere cose come questa virgolettata qui sotto. Il tema è l’uso di certe forme femminili che tendono a suonare stonate nella popolazione, come ministra, sindaca, avvocata (brrr), chimica, fisica.
 “continuare a escludere dall’uso le forme femminili è di fatto discriminatorio, perché questa scelta non si fonda su ragioni linguistiche, ma nasconde un pregiudizio. È come affermare, indirettamente, che determinati ruoli rimangono una prerogativa maschile”.
L’articolo originale è qui.
Dunque, in sintesi, se a me “avvocata” fa cagare sangue è perché ho un pregiudizio sessista contro le avvocate donne. E’ da notare, però, che nella frase predente ho scritto “avvocate”, letteralmente senza accorgermene lì per lì. Dunque “avvocate” mi piace, ma “avvocata” no. Ricordiamocelo per più tardi.
Ora, ovviamente, se parliamo di sessismo inconscio, così inconscio che non si vede mai se non quando dico “giovane avvocatessa” invece di “giovane avvocata”, la sua esistenza è qualcosa di infalsificabile. Posso affannarmi a cercare di dimostrare che non ho pregiudizi contro le avvocate, ma si potrà sempre dire che sotto sotto, al livello impercettibile ci sono (povero Popper).
Sono disarmato di fronte a questo tipo di accusa, un sessismo così inconscio potrebbe teoricamente essere dentro di me, seppur la sua esistenza o inesistenza mi pare di ben poco rilievo pratico se si limita al fatto che non dico “avvocata”. Tuttavia, questo me lo si deve riconoscere, se questo sessismo sottile esiste in me, è un sessismo stranissimo.
Non ho nessun problema a parlare di avvocate, al punto che mi “sfugge” nel discorso. Avvocata invece al momento mi fa l’effetto di un chiodo fra le palle. Quindi le avvocate mi piacciono solo se sono tante? Non assumerei un’avvocatessa, però ne assumerei due?
Personalmente mi viene molto naturale, parlando di ricercatrici nel settore chimico, parlare di chimiche; e curiosamente mi suona bene anche al singolare, “una chimica”. Ma “ingegnera chimica” mi fa venire il cagotto. Dunque, stando al ragionamento di cui sopra, io ho dei pregiudizi nascosti contro gli ingegneri chimici donna ma contro le ricercatrici che si occupano di chimica invece no; nonostante nella mia testa abbiano tutt’e due a che fare con roba che puzza e scambia elettroni e indossino tutt’e due occhialoni protettivi. Che altro, vediamo… ah, sì, non avrei nessun problema ad avere un’idraulica donna; strano, non mi sembrava un lavoro tradizionale da donne; se devo immaginarmi una donna avvocato mi viene molto più facile che a immaginarmene una idraulico; ma a quanto pare il pregiudizio vero ce l’ho contro le avvocatesse, non contro le idrauliche; e questo nonostante debba ammettere che una donna vestita da idraulico un po’ in testa mi stoni, al livello subconscio. Vuoi mettere una donna in salopette e abiti sporchi con un’elegante signora in tailleur? Credo di essere una delle dieci persone al mondo più lontane dai pregiudizi sessisti, ma devo ammettere che l’idraulica in salopette mi causa un impercettibile senso di stonatura che non mi causa la donna avvocato in tailleur. Se un sottilissimo pregiudizio ce l’ho, sarà contro le donne idraulico, non contro le avvocate. Avrei problemi ad avere una ministra, invece, a quanto pare. Non sono sicuro se avrei problemi ad averne più d’una però, perché ministre mi suona già più carino.
Ok, basta con le stronzate, è evidente che non può logicamente esserci un pregiudizio culturale alla base di un pattern così caotico e insensato. Dicono che escludere certe forme del femminile non ha senso; nell’articolo sopra si cita ad esempio l'”avvocata nostra” nel Salve Regina (trascurando il fatto che le preghiere generalmente non rappresentano una forma di linguaggio colloquiale, ma piuttosto un registro arcaico e altamente formale), dicendo che se ha senso nella preghiera non si vede perché non dovrebbe averli in tribunale.
A parte che ci sono ottime ragioni per aspettarsi registri diversi se sei un cristiano che supplica quella che per te è la figura più sacra dopo la Trinità in una preghiera preformulata, piuttosto che se stai facendo due chiacchiere con gli amici … posso benissimo riconoscere all’autrice della frase almeno un punto importante: non c’è nessun senso in questa scelta! Come non c’è nessun senso nel fatto che io parli indifferentemente di avvocate o avvocatesse, ma mai di un’avvocata. E’ semplicemente la gradevolezza interamente soggettiva del suono a determinare le mie preferenze linguistiche, così come quelle di chiunque altro. O forse altri fattori soggettivi che intervengono di volta in volta; magari, dico magari, nel mio caso non ho problemi a parlare di idraulica proprio perché ho dei pregiudizi contro l’idraulico donna, e allora sottolineo il fatto che è donna con una -a in desinenza proprio per la “stranezza” dell’idea, cosa che non sento il bisogno di fare quando invece parlo di un avvocato donna come di un’avvocatessa o semplicemente di un avvocato; magari proprio perché in quel ruolo lì una donna mi pare perfettamente intercambiabile ad un uomo non la declino al femminile. Non dico che sia così, ma guardandomi dentro è una possibilità ragionevole, sicuramente più sensata che pensare che abbia pregiudizi contro le avvocate donne. In ogni caso non sono io a volere trovare una logica particolare dietro l’uso di queste parole e addirittura una discriminazione più o meno volontaria.
Quando dico “avvocatessa” o “avvocato” per parlare di donne sono completamente innocente di sessismo. Forse non lo sono del tutto quando parlo di un’idraulica, invece. Tuttavia mi tocca sentirmi dire da certe femministe che siccome non dico “avvocata” allora sotto sotto sono un po’ sessista. Perdonate se mi viene da mandarla un po’ affanculo una persona che mi lancia accuse del genere completamente ad mentulam canis?
Sì, sono sicuro che lo capite tutti. E allora forse prima di andare a dire che la gente è scema e non capisce il significato della parola femminismo o di essere piena di pregiudizi sotterranei ma così sotterranei che non si vedono se non quando si parla di cazzate di nessun rilievo pratico, sarebbe il caso di rivedere certe questioni di immagine interne al femminismo, guardarsi un attimino allo specchio prima di lanciare accuse all’esterno, insomma.
Perché alla fine su questo aspetto, come su quello dell’asterisco di cui parlai in un articolo ormai vecchio, la mia idea è che si tratti di questioni e battaglie assolutamente idiote che però fanno danni collaterali in termini di immagine del movimento.
Per me i problemi sono ben altri. E attenzione, non lo dico come gli omofobi che parlano dei matrimoni gay, che dicono che non bisogna farli perché ci sono problemi più importanti e poi paralizzano il parlamento tre mesi a lavorare su una cosa che si poteva risolvere in una settimana, dimostrando che invece per loro i problemi sono proprio quelli e non “ben altri”.
Io dico che sono davvero ben altri, io dico che “avvocata” o “avvocatessa” non è proprio un problema di sessismo. E sono così convinto che i problemi siano ben altri, che tutto sommato sono disposto perfino a cedere e usare “avvocata”, se proprio una mi dice che ci soffre così atrocemente a sentirsi chiamare avvocatessa. Non riuscirete a convincermi, mi spiace, che questa questione è degna di essere annoverata fra i “problemi delle donne in Italia”; ma se proprio vogliamo ostinarci a trattarla come tale, dobbiamo aspettarci un certo tipo di reazioni nella gente che sono del tutto ragionevoli e normali.
Per la precisione, dobbiamo aspettarci che la gente si faccia l’impressione che le donne in Italia non abbiano problemi veri e seri di cui occuparsi, e per questo pensino a ‘ste minchiate qua, e che le femministe e i femministi godano a cercare di vedere maschilismo e discriminazione anche dove chiaramente non ce ne sta per il gusto di fare le vittime.
Queste false impressioni (almeno, la prima è falsa, sulla secondo inizio a nutrir dubbi), contrariamente a sciocchezze come l’uso di avvocatessa in luogo di avvocata, danneggiano veramente la condizione delle donne nel nostro paese nonché l’immagine del movimento femminista. Che poi, diciamolo, per quanto riguarda l’immagine del movimento femminista in realtà me ne sbatto anche un po’ il cazzo, ma confesso che, in un paese pieno di donne maltrattate e spesso non protette adeguatamente dalla legge, in un paese dove il sesso femminile è ancora assurdamente sottorappresentato in politica, in un paese in cui l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza è messo in forse da una legge ridicola sull’obiezione di coscienza, e potrei continuare a elencare problemi femminili come tutti ben sappiamo, sentirmi dire che esiste il problema del maschilismo nell’avvocatessa… ecco, devo dirlo, mi pare perfino irrispettoso verso i problemi seri.

Sono sicuro che mi perdoneranno per questo mio limite tutte le avvocate che hanno tentato il suicidio per l’onta di essere state chiamate avvocato. Cercate di capirmi, ho il pene; sono disposto ad assecondarvi se me lo chiedete ma purtroppo questo genere di assurde sofferenze non le posso comprendere appieno. Posso capirne altre, magari, ma sull’avvocata avete beccato il mio limite di empatia.

 

Ossequi.




Puttanate sul rapporto prenatale

5 05 2016

 

L’argomento è un po’ passato di moda ora che le unioni civili sono praticamente state approvate e, conseguentemente, gli omofobi hanno completamente dimenticato l’abbbominioh dell’ “utero in affitto”; tuttavia le stronzate sono come le buste di plastica: dopo che le immetti nell’ambiente restano in circolazione per diecimila anni. Ho pensato dunque che fosse il momento per fare un po’ di debunking serio sulla questione del cosiddetto rapporto prenatale.

Presentiamo il problema, per cominciare. Sappiamo che l’integralismo cattolico, con abile mossa, è riuscito a trasformare il dibattito sulla stepchild adoption a coppie omosessuali in un dibattito sulla gestazione per altri a pagamento. Sul tema ho già scritto in passato, ma non ho mai preso l’argomento dal punto di vista strettamente scientifico, nonostante su questa cosa abbiamo visto mettere in giro le peggio stronzate, anche da parte di presunti scienziati. Perfino un tele-psichiatra di cui non ricordo il nome (definisco tele-psichiatra uno psichiatra di dubbissima competenza che è reso famoso solo dalle comparsate in TV) andò ad un dibattito sulle unioni civili in TV con Monica Cirinnà a sostenere una cosa tipo che “il rapporto prenatale fra madre e figlio è un legame innegabile e indistruttibile la cui recisione danneggia inevitabilmente entrambi”, affermando che si trattasse di indiscutibile evidenza scientifica. Per non parlare poi degli esperti scientifici prêt-à-porter come la Tatangelo, che scrisse su facebook che il legame prenatale fra madre e figlio è una realtà indiscutibile per confermare la quale non c’è bisogno della scienza, lo si sa “per istinto”.
È quello che dicono tutti gli ignoranti che vogliono avere opinioni forti senza prendersi il disturbo di studiare seriamente quello di cui parlano; si inventano che non c’è bisogno di studiarlo perché hanno la Scienza Infusa.

Ora, non ho scelto il titolo a caso: tutta questa storia del legame indistruttibile fra madre e figlio prima della nascita è una PUTTANATA. Non è vero proprio PER NIENTE.

Chiariamo ovviamente che, indiscutibilmente, una madre che aspetti un figlio desiderato fa della gravidanza l’oggetto di un forte investimento emotivo, tale che essa diventa nella sua vita un’esperienza carica di molti significati romantici. Il fenomeno in questione, che in Italiano viene spesso chiamato attaccamento prenatale e in Inglese viene chiamato Maternal-Fetal Attachment (MFA), è studiato, conosciuto e effettivamente si verifica nelle madri che si identificano fortemente nella propria maternità.

Nulla voglio togliere alla profondità e alla bellezza di questa esperienza EMOTIVA. Ma si tratta di un’esperienza emotiva e va ben distinta dalla biologia sottostante.

Un primo passo per rendersi conto di quanto poco il fenomeno abbia a che fare con la biologia è leggere l’esperienza di una madre surrogata. Vediamo cosa dice qui, per esempio:

In questo momento sto aspettando i gemelli di una coppia tedesca che nasceranno tra sei mesi. È la quarta volta che ospito nel mio ventre i figli di chi non può partorirne. Oltre a quello di mio figlio, nove anni fa, ho avuto altri tre parti: due singoli e uno gemellare. Con questo fanno quattro. E io mi ricordo solo quello in cui è nato il mio bambino: un vero e proprio salto nel buio, in cui non sapevo minimamente cosa fare né come avrebbe reagito il mio corpo. Dopo dodici ore di travaglio, molta ansia e preoccupazione, avere in braccio mio figlio è stata una delle emozioni più forti che abbia mai provato. Con gli altri parti è tutta un’altra cosa: so già cosa fare, so come reagisce il mio corpo. Ed è molto più facile perché so cosa accade.

Durante le gravidanze che faccio per gli altri genitori non penso mai: “Questo figlio è mio, me lo tengo”, perché so dal primo momento che non lo crescerò, che lo partorirò e poi lo darò ai suoi genitori. So che porto avanti la gravidanza per altri. Anche adesso, quando sento i gemelli muoversi, quando ho le nausee e mi duole la schiena, non si crea quel legame materno che ho avuto fino da subito con mio figlio. Certo sto attenta a cosa mangio e mi tengo curata ma mi dico: “Ci sono due persone che si prenderanno cura di lui, è per loro che lo faccio”.

Lo voglio ribadire: io ho un solo figlio, la più grande gioia della mia vita. Gli altri che ho messo al mondo sono i figli di qualcun altro. Non mi ricordo né il giorno in cui sono nati né se erano maschi o femmine, nemmeno quanto pesavano. Non mi interessava e non mi interessa. Questi bambini non hanno niente di me, non hanno il mio dna, non verranno educati da me. Io li ho solo partoriti, ho aiutato chi naturalmente non lo poteva fare. E aver visto gli occhi pieni di gioia delle mamme e dei papà ai quali li ho consegnati è una delle cose che mi rende felice e serena. Per me mio figlio è così importante: perché non aiutare gli altri ad averne? Cosa c’è di male?

Questo passo rende benissimo il fulcro del concetto attraverso la testimonianza: la madre surrogata di cui si parla qui ha sperimentato l’MFA quando attendeva il SUO bambino, ma non lo sperimenta mai quando fa la surrogata. Questo accade perché è una specie di madre degenere e pazza, un titolo questo che l’integralismo e le mamme sentimentalone alla Tatangelo dispensano con incredibile facilità?

No. Semplicemente perché non è la madre. È solo la madre surrogata, porta solo avanti la gravidanza, svolge il processo biologico E BASTA, conseguentemente non sviluppa nessun legame emotivo col feto.

Ho deciso di partire dalla testimonianza presente per capire di che si sta parlando, ma in realtà il mio punto è una questione ben nota a psicologi e psichiatri, anche se forse non è molto nota a tele-psicologi e tele-psichiatri che non hanno tempo per studiare perché devono passare le ore a farsi truccare per apparire belli alle telecamere: l’MFA è un fenomeno esclusivamente psicologico-sociale, che ha a che fare con l’identificazione della gestante nel ruolo di genitrice.angry

In questo articolo viene fornita una presentazione breve del fenomeno, che però basterebbe da sola a smentire tutte le leggende sull’argomento. Certo, un tele-psichiatra non ha tempo di leggere neanche un trafiletto prima di andare a sproloquiare davanti all’obbiettivo e a ‘sto punto dubito che conosca l’Inglese, ma noi ce l’abbiamo il tempo e per chi non sapesse l’Inglese fornirò gentilmente una traduzione dei segmenti più significativi:

Maternal-fetal attachment (MFA) is a term used to describe the relationship between a pregnant woman and her fetus. Qualitative descriptions of maternal attitudes and adaptation to pregnancy indicate that MFA is based on cognitive representations of the fetus. These may include imagined scenarios between mother and child, as well as a mother’s attribution of physical and emotional characteristics to the fetus.1 MFA is manifested in behaviors that demonstrate care and commitment to the fetus and include nurturance (eating well, abstaining from harmful substances, such as alcohol), comforting (stroking the belly), and physical preparation (buying baby clothes and equipment).

Traduzione:

Attaccamento materno-fetale (MFA) è un’espressione usata per descrivere la relazione fra una donna incinta e il suo feto. Descrizioni qualitative degli atteggiamenti materni e dell’adattamento alla gravidanza indicano che l’MFA è basato su rappresentazioni cognitive del feto. Queste possono includere scenari immaginari fra madre e bambino, così come l’attribuzione al feto di caratteristiche fisiche o caratteriali da parte della madre. L’MFA si manifesta in comportamenti che dimostrano attenzione e preoccupazione per il feto e includano cura fisica (mangiare bene, astenersi dal consumo di sostanze dannose come l’alcol), conforto (accarezzare il ventre), e preparazione fisica (comprare vestitini ed accessori per il bambino.(enfasi mia)

Ho sottolineato “rappresentazioni cognitive del feto” perché quell’espressione è la chiave per comprendere il fenomeno. La madre non conosce il feto, e il feto non conosce la madre. Non si sono mai visti né sentiti, hanno soltanto un rapporto di natura biologica. Tuttavia, se la madre desidera quel bambino e si sente madre, inizia normalmente a calarsi nel ruolo della madre molto prima di partorire, e inizia a vedere nel feto un bambino autentico anche se ancora non lo è. L’attaccamento materno-fetale, insomma, non rispecchia il legame biologico fra madre e feto, bensì l’investimento emotivo della madre nei confronti del bambino che nascerà, nonché il proprio progressivo calarsi nel ruolo genitoriale.

La Tatangelo a quanto pare crede che essere madre le infonda una sapienza millenaria che non ha bisogno di conferme scientifiche. Dubito che una simile cristallina illuminazione divina possa essere messa in crisi da una cosa fragile come i fatti, ma si può facilmente dimostrare che questo fenomeno magico, eterno e inscritto nella natura umana di cui lei in quanto madre ignorante sa “per istinto” ha invece un preciso sviluppo storico.

The concept of MFA is relatively new and has not been well studied or defined. Inquiry into a woman’s psychological reaction and adjustment during pregnancy began in the 1970s. Prior to that time, there are few scientific data available on women’s thoughts or feelings about their pregnancies. Historical and literary accounts of women’s experiences in childbirth prior to the 20th century reveal that women were primarily concerned with enduring and surviving pregnancy. Letters written by women in the 19th century show evidence of maternal projections about the expected child as well as feelings of loss from a miscarriage or infant death. Writings of their own physical suffering and fear of death were more common.

The declining mortality rate and technological developments in western nations over the past 30 to 40 years have changed conceptions about pregnancy and the fetus. Women can detect pregnancy earlier and are able to view high-resolution images of their fetus at earlier dates. This knowledge may serve to allow women to adopt optimal health practices earlier.

Traduzione:

Il concetto di MFA è relativamente nuovo e non è stato ben studiato e definito. Indagini sulla reazione psicologica e sull’adattamento della madre durante la gravidanza sono iniziate negli anni ’70. Prima di allora, ci sono pochi dati disponibili riguardo ai pensieri e alle emozioni delle donne durante le gravidanze. Resoconti storici e letterari sulla maternità prima del 20° secolo rivelano che la prima preoccupazione delle donne era resistere e sopravvivere alla gravidanza. Lettere scritte da donne nel 19° secolo mostrano prove di proiezioni mentali sul bambino atteso così come sensazioni di lutto e perdita in seguito all’aborto. Tuttavia sono più frequenti resoconti riguardo alle proprie stesse sofferenze fisiche e alla paura della morte.

Il declino nel tasso di mortalità e lo sviluppo tecnologico nelle nazioni occidentali negli ultimi 30-40 anni hanno cambiato il modo in cui gravidanza e feto sono concepiti. Le donne possono scoprire di essere incinte più rapidamente e sono in grado di vedere immagini ad alta risoluzione del proprio feto più precocemente. Questa conoscenza può servire per permettere alle donne di adottare pratiche igieniche ottimali in anticipo.

Insomma, l’MFA è un fenomeno che si verifica solo quando la madre sa di essere incinta e solo quando non si pone il problema, ben più pressante, di sopravvivere alla gravidanza.

Ma d’altro canto, davvero non ci aspettiamo che le cose vadano in questo modo? Come fa una donna ad affezionarsi al feto se non sa di stare portando un feto? Deve almeno accorgersi di essere incinta per poter provare attaccamento per il feto! Eppure sappiamo che si può essere incinte senza accorgersene molto molto a lungo, perfino fino al parto in certi casi. Come diavolo si forma questo legame magico e spirituale fra madre e figlio se la madre non sa di avere un figlio? E se poi pensiamo alle civiltà antiche, come quella greca classica, presso la quale i neonati talora venivano “esposti” ovvero abbandonati a morire, diventa chiaro che se le madri non tenevano in considerazione la vita del bambino già nato, allora non tenevano in considerazione neanche quella del feto.

A ciò si aggiunge l’evidenza aneddotica che abbiamo sulle madri surrogate: nel caso della gestazione per altri non si verifica attaccamento materno fetale, perché la madre non si sente madre e dunque non fantastica su come sarà il suo rapporto col bambino, come se lo crescerà, che vestiti gli metterà etc.

Se ci si ferma un attimo a ragionare su queste cose, vediamo che in realtà quello che osserviamo è esattamente quello che dovremmo aspettarci: la madre si affeziona al feto solo se sa che diventerà il suo bambino; perché dovrebbe, altrimenti? Non l’ha mai “visto” e conosciuto veramente come persona, non c’è ragione per cui debba affezionarcisi; può affezionarsi soltanto all’idea che si fa della futura persona. Se non si fa nessuna idea a riguardo, non c’è nulla a cui possa affezionarsi.

Quindi è vero che la madre può stabilire una forma di attaccamento prenatale, ma si tratta di un fenomeno esclusivamente psicologico legato all’immaginario materno, e non si verifica in una madre surrogata.
Mi aspetterei, invece, che si verificasse nella madre vera e probabilmente anche nel padre/nei padri, anche se non lo stanno portano in grembo loro; ma mi pare che questo tipo di fenomeno non sia ancora stato oggetto di studi adeguati.

E vorrei sottolineare che non c’è assolutamente niente di male a non affezionarsi a un feto se si sa che non è il proprio futuro figlio, è del tutto normale e non danneggia nessuno, esattamente come è del tutto normale e non danneggia nessuno affezionarcisi se si sa che è il proprio.

Ma se provassimo a invertire il discorso? Il feto si affeziona alla madre mentre è nell’utero, invece?

Altra sciocchezza. Per i due terzi della gravidanza il feto non ha sistema nervoso o lo ha del tutto rudimentale, al punto che la legge permette di abortirlo, quindi possiamo escludere che in questa fase il feto sviluppi alcunché.

E dopo? Dopo il feto non vede mai la madre e non sente mai la madre, quindi come fa ad affezionarcisi? L’unico contatto che ha con la madre dal punto di vista sensoriale sono le stimolazioni tattili dell’utero e l’odore del liquido amniotico.

Le stimolazioni tattili sono del tutto anonime, non c’è modo che il feto possa affezionarsi alla madre sulla base delle stimolazioni tattili dell’utero. Ma l’odore del liquido amniotico?

Anche quello non è personalizzato, o per lo meno, non lo è a sufficienza da permettere di riconoscere la madre. Il liquido amniotico ha un odore molto simile a quello del latte materno, per cui il neonato è immediatamente attratto dal latte umano, ma non è particolarmente attratto, in prima battuta, da quello di sua madre; qualsiasi latte materno lo attrarrà, appena nato. Imparerà presto a riconoscere i peculiari odore e sapore del latte di sua madre, ma questo non accadrà fino al sesto giorno dopo la nascita, o al più presto al quarto (Macfarlane, 1975; Mizuno, Mizuno, Shinohara, & Noda, 2004). Va da sé che se tre giorni dopo la nascita ancora non sa distinguere il latte materno da quello di un’altra donna, vuol dire che l’odore della madre non lo conosce neanche prima della nascita.

Certo, il neonato impara a riconoscere la madre presto, ma di sicuro non prima di uscire dall’utero; non l’ha mai vista né sentita prima di allora. E anche quando inizia a riconoscerla, non è che la cosa cambi molto; ovvio, si abitua a quel particolare soggetto accudente, ma questo non significa che non possa, eventualmente, disabituarcisi e abituarsi ad un altro se la madre venisse sostituita. Sono fenomeni biologici, non c’è niente di magico nel rapporto fra madre e neonato, anche se la gente tende a caricare il fenomeno di significati astratti e romantici.

Ora vorrei rispondere ad un’ultima questione che ho visto sollevare da parte di ambienti integralisti, ovvero un argomento che usa la sperimentazione animale. Questo mi punge sul vivo, per motivi che immaginerete … In particolare, ho visto qualcuno usare come “prova” di presunti danni che l’utero in affitto causerebbe al bambino gli esperimenti di deprivazione materna sui roditori.

Negli esperimenti di deprivazione materna, infatti, si è osservato che i roditori soggetti al protocollo in questione da adulti sviluppano ipersensibilità allo stress, deficit cognitivi, aggressività e via con altre spiacevolezze.

Questo argomento mi diverte molto perché si dà il caso che metà della mia tesi di dottorato l’abbia fatta sulla deprivazione materna nei roditori, e se Dio vorrà un giorno vedrò anche una pubblicazione con su il mio nome a riguardo.

Ora, io ovviamente non sosterrò che non si possano traslare i risultati ottenuti su animali nell’uomo, anche perché se no non avrei fatto quel tipo di lavoro in principio. Tuttavia la cosa va fatta con un minimo di ragionamento e sulla base di una conoscenza approfondita, e sottolineo APPROFONDITA, del modello e dei protocolli di cui si sta parlando; non a cazzo di cane appiccicando insieme qualche frase carpita qua e là dagli abstract dei paper.

Il bambino partorito da una gestante per altri, dopo la nascita, viene affidato subito alla coppia genitoriale che si occuperà, presumibilmente con adeguata cura, di tutti i suoi bisogni fisici e psicologici. Questa situazione non ha niente, ma proprio NIENTE a che vedere col protocollo di separazione materna usato sui roditori, oserei dire che è l’esatto opposto di quella che vediamo nel protocollo di separazione materna. Il protocollo in questione io l’ho visto mettere in pratica durante il mio soggiorno estero, anche se per fortuna nessuno mi ha mai domandato di praticarlo io, e devo dire che è abbastanza “cattivo” da far incazzare a morte qualunque animalista. Il protocollo in questione prevede che, a partire dal secondo giorno dopo la nascita (nel primo giorno il protocollo non si pratica o si pratica in forma attenuata per periodi più brevi), i topi neonati vengano presi singolarmente, separati dalla madre e messi in una gabbia a parte per un periodo minimo di tre ore. È importante che il periodo sia lungo, perché separazioni brevi, nell’ordine dei quindici minuti, hanno invece un effetto positivo sullo sviluppo del topo, e infatti quel tipo di protocollo non è chiamato separazione materna ma neonatal handling, manipolazione neonatale, proprio perché ha effetti addirittura opposti.

Per capire cosa significhi un tipo di protocollo come la separazione materna in termini di impatto sullo sviluppo dell’animale bisogna conoscere la fisiologia del topo e capire in cosa si differenzia da quella dell’uomo.

Il topo, specialmente il topo neonato, è un animale piccolo. La fisiologia del topo si comprende solo se lo si osserva tenendo conto che è un animale piccolo, mentre noi siamo animali piuttosto grossi. Un tipico slogan degli animalisti contro la sperimentazione animale è “non siamo topi di 70 Kg”… Be’, a dirla tutta se i topi pesassero 70 Kg la differenza fisiologica più significativa fra noi e loro sarebbe svanita.
Se il topo è un animale piccolo, il topo neonato è un animale minuscolo. Minuscolo significa un rapporto superficie/volume altissimo. Un rapporto superficie/volume altissimo vuol dire fortissima dispersione di calore. Il che a sua volta significa altre due cose: che il topo neonato ha bisogno di essere scaldato continuamente dal corpo della madre e dei fratelli e che ha bisogno di mangiare spessissimo perché ha un forte bisogno di calorie. Insomma, per il cucciolo di topo la termoregolazione è forse la più importante esigenza fisiologica. Dunque una separazione di tre ore dalla madre, per un topo neonato, non significa aver rotto una specie di magico rapporto spirituale, ma qualcosa di molto più prosaico: significa non soddisfare la sua principale esigenza fisiologica, i.e., significa fargli soffrire il freddo e la fame. Inoltre, esattamente come i neonati umani, il topino ha bisogno anche di stimolazione tattile, che ha effetti molto benefici sullo sviluppo del sistema nervoso centrale (insomma va coccolato un po’) e ovviamente va tenuto pulito quando orina o defeca.  Per poter rendere il paragone con un umano sensato, bisognerebbe togliere il bambino alla madre per qualcosa come dodici ore, metterlo nudo sul balcone in autunno inoltrato e per tutto questo periodo non pulirlo, non toccarlo, fottersene completamente di lui insomma. Aggiungiamo che nel protocollo di separazione materna si usa spesso anche fare al topino delle piccolissime iniezioni di soluzione fisiologica. Piccole, ma comunque dolorose, considerando le dimensioni dell’animale. Quindi diciamo che il nostro neonato ogni tanto bisogna anche andare a prenderlo a ceffoni perché grida troppo.

Esistono situazioni in cui i neonati umani sono trattati così? Sì, esistono. E esistono anche situazioni meno estreme in cui il paragone fra separazione materna nel roditore e il trattamento ricevuto dal neonato umano può comunque reggere. Ma paragonare un protocollo barbaro come la separazione materna nel roditore a quello che succede quando un neonato passa dalla madre surrogata nelle mani della coppia genitoriale è di un’idiozia offensiva; il neonato in questione verrà trattato benissimo e vedrà tutti i propri bisogni soddisfatti, il protocollo di separazione materna serve a riprodurre situazioni di maltrattamento grave.

Questo particolare caso di fraintendimento mi permette di ribadire un consiglio dato in altre sedi a chi voglia interessarsi di scienza: se non siete addetti ai lavori, è inutile che leggete e citate pubblicazioni scientifiche, perché verosimilmente capirete fischi per fiaschi, come fanno quelli che mi citano gli studi di separazione materna come argomento contro la gestazione per altri. Piuttosto parlate con qualcuno che ne capisca della questione e fatevi spiegare le cose da lui, vi farete un’idea di più chiara.

Ciò detto, se proprio vogliamo fare un paragone coi roditori, vorrei ricordare che le mamme topo allevano i cuccioli tipicamente in comune e il maschio viene di solito allontanato proprio perché è una minaccia per la prole. Quindi si direbbe che per i topini l’ambiente di crescita ideale sia … La coppia lesbica!

Quindi, ricapitolando:

Non è vero che l’attaccamento fetale è un legame di natura fisiologica. Si tratta al contrario di un fenomeno psicologico che riflette l’adattamento della gestante al futuro ruolo di madre.

Non è vero che si verifica sempre e che è geograficamente e storicamente ubiquitario. Nella sua forma attuale, esiste sì e no da un cinquantennio.

Non è vero che anche le madri surrogate provano l’MFA.

L’MFA comunque riguarda la madre, non il bambino; il bambino inizia a riconoscere la madre solo dal quarto-quinto giorno di vita in poi.

Non è vero, infine, che gli studi su animali confermino la presenza di un rapporto magico fra madre biologica e figlio.

 

Spero di aver fatto un servizio di informazione utile e spero che questi dati contribuiscano ad arginare lo spargersi di melensi luoghi comuni e disinformazione sull’argomento.

 

Ossequi.

 

 

Macfarlane, A. (1975). Olfaction in the development of social preferences in the human neonate. Ciba Found Symp(33), 103-117.

Mizuno, K., Mizuno, N., Shinohara, T., & Noda, M. (2004). Mother-infant skin-to-skin contact after delivery results in early recognition of own mother’s milk odour. Acta Paediatr, 93(12), 1640-1645.





Per l’utero in affitto

4 12 2015

 

Ultimamente con quest’utero in affitto ci avete anche sfracassato un po’ i maroni.

La storia la sappiamo, gli astuti comunicatori dietro Sentinelle in Piedi (ed altri nomi dello stesso gruppo) non sapevano come fare per bloccare il riconoscimento anche dei diritti più basilari delle coppie LGBT, per intenderci quelli garantiti del DDL Cirinnà attualmente in discussione in parlamento. Quindi si sono inventati un avversario nuovo e più facile, la gestazione per altri, chiamata spregiativamente “utero in affitto”, e con abile mossa si sono inventati che la stepchild adoption nel DDL Cirinnà comporta l’utero in affitto. Come ciò accada non si sa, visto che l’utero in affitto è utilizzato prevalentemente da coppie eterosessuali, che le lesbiche, che sono più o meno metà delle coppie omosessuali, non hanno bisogno di affittare l’utero avendone già due, che la maggior parte delle coppie comunque non ha i soldi per pagare il costosissimo utero in affitto, e infine che è già reso illegale in Italia dalla legge 40.
Ma in fondo, i giochi di prestigio son belli per questo: avevano in mano un fazzoletto e ti hanno fatto apparire una colomba. Non sarebbe divertente se capissi anche come hanno fatto, no?! Loro avevano in mano il DDL Cirinnà e adesso ti fanno comparire l’utero in affitto. Geniale, non c’è che dire.

Ma che i cattolici si inventino stronzate per danneggiare il popolo LGBT non è una novità. La novità piuttosto è sentire i richiami di alcuni esponenti del mondo femminista e LGBT stesso (nomi celebri, peraltro: Mancuso e Concia! I VIP, quelli noti per non aver mai portato a casa un cazzo di niente di risultato politico per la comunità LGBT) che invitano le coppie di gay maschi, potenziali fruitori della gestazione per altri, a “fare un passo indietro” sull’argomento, o a “fermarsi”.

Scusate? Cosa mi sfugge?

Abbiamo già visto che la gestazione per altri è una faccenda prevalentemente eterosessuale, che è già (ingiustamente) vietata in Italia, e che la stepchild adoption non la rende legale. Finora non ho mai sentito nessuno nel movimento LGBT collegare la gestazione per altri alle Unioni Civili o al matrimonio gay, è una cosa che fanno solo i cattolici. Cosa significa che i gay dovrebbero “fare un passo indietro” sull’utero in affitto, come dice Mancuso? Se già non ne parliamo mai, e non colleghiamo mai la questione alla stepchild adoption, cosa dovremmo fare di meno, visto che già facciamo zero?

Ah, forse ho capito. Vorreste, signora Concia e signor Mancuso, che noi ci aggregassimo a quella conventicola di mentecatti che spala merda sulla gestazione per altri senza avere la più pallida idea di che sta dicendo e perché. Dovrei insomma mettermi a dire che l’utero in affitto è una pratica barbara che sfrutta le donne e strappa i bambini dalle braccia delle mamme o altre poetiche espressioni per titillare gli stereotipi familisti del pubblico. Così son tutti contenti.

Uhm … Potrei farlo. Magari lo faccio.
Fatemici pensare …

NO.

È vero, l’utero in affitto non c’entra con le Unioni Civili e manco col matrimonio gay né tanto meno con le adozioni (se venisse approvato il matrimonio egalitario, al massimo accadrebbe che i gay potrebbero fare a riguardo la stessa cosa che fanno gli etero: sposarsi per dare diritti ai figli concepiti in provetta). È vero, non conviene e non ha senso mescolare le due faccende, e infatti non ho intenzione di farlo.

Tuttavia l’utero in affitto è una pratica in realtà moralmente ineccepibile, e io non sono disposto a fare il torto di scagliarmici contro, neanche se ciò servisse a evitare un altro torto, quello che vien fatto ogni giorno alle coppie gay. Non posso farlo per una questione di coscienza; e poi perché non è proprio cosa da me stare a sentire idiozie in silenzio, figurarsi se posso darne avalli ufficiali! Non è che solo perché l’utero in affitto non mi riguarda i discorsi che sento a riguardo diventano meno idioti, e io mantengo e ho intenzione di mantenere sempre un pessimo rapporto con l’idiozia.
E poi c’è il mio gigantesco problema personale: la mia gravissima allergia alla retorica mielosa. Se sento parlare di “bambini strappati al rapporto unico e speciale con la loro dolce mammina tanto amata da Pasolini” mi viene uno sfogo sul braccio, non dipende da me.

Quindi, signor Mancuso, al limite io resto fermo sul mio passo 0, ma non arriverò mai a fare il passo -1 e dirmi contro l’utero in affitto, perché non lo sono.

Anzi, visto che ci siamo, e che sentiamo ormai in ogni dove ciarlare di utero in affitto senza cognizione di causa, visto che mi ci trascinano faccio anche il passo 1, e spiego perché, fermo restando quanto detto sinora sulla materia e sulla scarsa attinenza che ha con il DDL Cirinnà, sono a favore dell’utero in affitto senza sé e senza ma. E intendo, utero in affitto, non gestazione per altri. Intendo roba in cui si paga, compreso? Io dare a te soldi, tu avere gravidanza per me. Io sono d’accordo al 110% che ciò si possa fare, senza riserve di sorta.

E d’altro canto, siccome io non vedo da me i motivi per cui non si dovrebbe poter fare, mi toccherà affrontare quelli che sparano gli integralisti cattolici, coadiuvati per l’occasione da veterofemministe bigotte e misandriche (non ho detto omofobe, perché di solito l’omofobia delle veterofemministe si declina solo contro l’omosessualità maschile, ed è dunque da considerarsi un atteggiamento antimaschile prima che omofobico).

Primo:  “I figli non sono un diritto!”
Rivelazione grandiosa, adesso vi spiego cos’è un diritto: un diritto è quella cosa che la società si impegna con tutte le proprie forze a garantirti. Se la società decide di impegnarsi perché tutti abbiano collane di diamanti, la collana di diamanti è un diritto. Se decide di impegnarsi perchè chiunque lo desideri abbia un figlio, avere un figlio diventerà un diritto. E volete che ve la dica tutta? Avere un figlio per molti è un incidente sgradito, ma per molti altri è un’esperienza importante che fa parte dei propri progetti di vita. Se potessi progettare una società perfetta, garantirei a chiunque lo desideri di avere un figlio, come garantirei a chiunque di avere un amore, di avere un bel lavoro e una bella casa eccetera. Purtroppo di solito non possiamo garantire tutto questo, ma ciò non significa che provarci, quando è possibile, sarebbe sbagliato o sgradevole.
Che poi, che ipocrisia! Gli stessi che vanno in TV a esibire un uso scellerato dei diritti riproduttivi, fino ad avere una cosa come dodici figli, rimproverano di essere capriccioso chi vorrebbe averne uno. Come disse il poeta: ma andate a cagare.

Secondo: ci dicono che con l’utero in affitto ci sono “i poveri bambini strappati alle madri”, su cui ci stanno facendo la testa a pallone, dandoci a intendere che questi bambini siano traumatizzati a vita e rovinati per sempre, del tipo che da adulti rischiano di diventare come Adinolfi.
Cazzata.
Nulla sorprende di più della capacità che hanno avuto i cattolici di far passare per ragionevolezza scientifica una solenne cazzata concepita palesemente ed esclusivamente per stuzzicare pulsioni emotive ed immaginario romantico. I bambini, specialmente quelli prematuri, vengono abitualmente “strappati alle braccia delle madri” appena nati, eventualmente tenuti in incubatrice o sottoposti a massaggio neonatale da operatori esperti, è cosa del tutto ordinaria. A proposito, per chi non lo sapesse,  il massaggio neonatale è una tecnica di manipolazione usata sui neonati prematuri per simulare la stimolazione tattile che ricevono in ambiente intrauterino, e che favorisce il loro corretto sviluppo neurale. Quindi un operatore preparato può perfettamente sostituire la madre non solo per quanto riguarda le coccole, ma perfino per quanto riguarda i movimenti fisiologici dell’utero. E, d’altro canto, perché non dovrebbe esserne in grado? Lo so che ci piace immaginare il rapporto umano come una sorta di magia spirituale, ma il neonato dalla madre riceve esclusivamente le seguenti cose: un certo nutrimento ed un certo preciso set di stimoli sensoriali. Se sintetizziamo un analogo del suddetto nutrimento, e riproduciamo meccanicamente lo stesso tipo di stimolazione sensoriale, ciò che il bambino avrà ricevuto da noi sarà del tutto indistinguibile da quello che riceve da una madre.
Quindi non mi dite stronzate che “la mamma è insostituibile”; la mamma è perfettamente sostituibile, e infatti è sostituita molto di frequente. Vi dice qualcosa la parola “balia”? Una donna che allatta il bambino quando la madre biologica non può per svariate ragioni (non ha il latte, ha i capezzoli rientranti …); nell’ottocento era pratica comune e ancora oggi lo è in paesi in via di sviluppo, e nessuno parla di “poveri bimbi strappati alle madri”. Perché ciò è perfettamente normale, il bambino deve solo abituarsi fin da appena nato al contatto col cosiddetto primary caregiver, l’accudente primario, che di solito è la madre ma può benissimo essere chiunque altro gli fornisce ciò di cui ha bisogno: cibo, cure e un certo tipo di stimolazione sensoriale.

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No, queste cose non succedono.

Capisco che la gente ami coltivare l’idea romantica che il rapporto fra il neonato e la madre biologica sia unico e speciale e predestinato nel orso degli astri, e fin quando resta solo una “idea romantica” per quanto mi riguarda può anche tenersela; se però questa idea romantica pretende di diventare scienza e peraltro di determinare le nostre scelte politiche, allora questa bella idea romantica diventa un dannoso cancro, e mi tocca demolirla: un bambino può essere cresciuto con perfetta efficienza da genitori di qualsiasi sesso e genere e di qualsiasi gradazione di parentela o non-parentela con il suddetto. Questo perché l’accudimento di un neonato è una cosa semplice e meccanica, funziona sulla base di studiati e riproducibili meccanismi fisiologici. Non è affatto scritto negli astri che la madre biologica sia qualcosa di speciale; come se non sapessimo, peraltro, che esistono madri stronze e dannose esattamente come esistono padri stronzi e dannosi …

E poi lasciatemi fare una piccola riflessione estemporanea: sappiamo che le donne possono fare i militari, le calciatrici, i premier e i presidenti della repubblica e i premi Nobel. Però si continua a pensare che gli XY non siano in grado di cullare un marmocchio come lo fanno le XX. Le femministe non si interessano di questo palese pregiudizio antimaschile, perché sono troppo occupate a difendersi contro quelli antifemminili; i maschilisti d’altro canto non si preoccupano delle discriminazioni antimaschili perché sono troppo occupati a cercare di ravvivare quelle antifemminili. E così nessuno fa caso alle gigantesche discriminazioni e pregiudizi cui per retaggio culturale è da sempre sottoposto il maschio. Nessuno parla di “bambini strappati ai padri”, tutti parlano di bambini strappati alle madri; e sì, certo, perché il padre mica è genitore, è solo donatore occasionale di sperma. Diventa genitore soltanto quando serve alla Chaoqui per insultare le lesbiche. Il maschio è il nuovo “sesso debole”, a occhio e croce, visto che le donne possono fare tutto quello che fanno i maschi, ma i maschi non possono fare tutto quello che fanno le donne.

Comunque, fermo restando che i fatti, tanto per cambiare, non sono affatto dalla parte degli integralisti religiosi neanche sulla questione utero in affitto, e non c’è una sola ragione storica o scientifica per pensare che la madre biologica sia insostituibile, c’è anche l’altro argomento prêt-à-porter usato in questi casi: si “sfrutta il corpo della donna”!

Fatemi capire bene: una donna si offre di portare avanti la gravidanza per te. Firma un contratto. Viene profumatamente pagata. Mi sapete dire dove sta esattamente lo “sfruttamento”?!

Certo,una donna può essere sfruttata attraverso l’utero in affitto. Come può essere sfruttata da segretaria, da donna delle pulizie, da ricercatrice, da prostituta e da raccoglitrice di olive. Vietiamo alle donne di raccogliere olive, adesso, così eradichiamo lo “sfruttamento”?

Gli argomenti che tirano in ballo lo “sfruttamento della donna” sono analoghi a quelli usati contro la prostituzione, e sono allo stesso modo campati in aria. Chi “vende il proprio corpo”, per dirla con le parole dei perbenisti, non è necessariamente disperato, ho conosciuto prostituti perfettamente soddisfatti del proprio lavoro. Una mia amica addirittura mi ha fatto leggere un articolo su una prostituta tenuta sostanzialmente in schiavitù dai suoi “datori di lavoro”, con l’idea di dimostrarmi che la tratta di esseri umani nel mercato della prostituzione esiste … ma in realtà la cosa interessante di quell’articolo era il modo in cui la faccenda era iniziata: la ragazza aveva inizialmente scelto di fare la prostituta. Solo poi si era trovata intrappolata dal racket. Quindi , certo che si può fare la prostituta per scelta, è innegabilmente vero che ciò accada! Ed è possibilissimo affittare l’utero per scelta, è innegabilmente vero che ciò accada.

Certo, è vero che esistono situazioni di sfruttamento, anche violento, ad esempio nel caso della prostituzione; ma mica dove esistono situazioni di sfruttamento si abolisce un mestiere, è un’idea che suona folle non appena proviamo ad applicarla ad un qualunque mestiere “normale”: nessuno pensa che non dovremmo più avere muratori, ovvero gente che vende il proprio corpo come forza-lavoro, perché a volte sono immigrati clandestini ricattati e sfruttati dai datori di lavoro; non si spiega per quale ragione invece ciò dovrebbe essere valido quando si vende il proprio corpo ai fini di procurare soddisfacimento sessuale o supporto alla procreazione.

Il trattamento di riguardo riservato agli ambiti della sessualità e della riproduzione in realtà trova giustificazione in un vecchio adagio reazionario e sessista ben radicato nella popolazione: l’idea che il nostro corpo, soprattutto nella sua identità sessuata, tutto sommato non ci appartenga, che sia di Gesù, o della collettività. Be’, io penso invece che ci appartenga e che le donne siano perfettamente in grado di decidere da sé come gestire il proprio. E se una donna nella disperazione si rivolge all’utero in affitto per scappare dalla povertà il problema non è certo l’utero in affitto, semmai è la povertà, e non si risolve vietando l’utero in affitto, si risolve cancellando la povertà.  La donna potrebbe essere costretta a fare un lavoro sfiancante o che trova degradante e non desidera fare perché è a corto di alternative e altrimenti morirebbe di fame. Bene, allora lasciatemi fare una deduzione elementare su cosa accadrà se noi le impediamo di fare quel lavoro: uhm … morirà di fame, forse? Le abbiam fatto un bel favore a vietarglielo!

I problemi di legalità, di sfruttamento e di violenza nell’ambito della gestazione per altri si risolvono esattamente come si risolvono quelli nell’ambito della raccolta di olive: con lo stato che mette in campo i suoi migliori mezzi di contrasto all’illegalità, non certo tagliando la testa al toro con il “vietiamo tutto”.

Ora, oltre ai “poveri bimbi strappati in lacrime alle mamme” (perché si sa che i neonati non sono noti per piangere continuamente che piova o ci sia il sole) e “si sfrutta il corpo delle donne” (che invece dovrebbe restare sotto chiave, affidato alla sapiente protezione di preti e mariti), che sono roba tanto ridicola che mi dà fastidio rispondervi, non ho mai sentito altri “argomenti” contro questa pratica orrida, barbara, mostruosa, tremenda, perfida, nazista e puzzona.

Ma davvero, se venite a sapere di qualche argomento serio lo ascolto volentieri! Son tutto orecchi e non ho nulla da fare durante il ponte! Basta che non mi dite che “il problema è lo scambio di denaro, i bambini così sono venduti senza amore (ammmmoreh ❤ )”, perché anche se vi chiamate Fiorella Mannoia e siete gay friendly, la mia soglia di sopportazione per le melenserie retoriche prive di senso resta estremamente bassa.

Oddio, contenti, Adinolfi, Concia e Mancuso? Mi avete tirato per i capelli a parlare dell’utero in affitto. Fortuna che ho la mia tisana alla camomilla per questi momenti …

 

Ossequi.