Il razzismo del pene

6 11 2019

Una volta feci una battuta: dissi che secondo me la ragione del razzismo verso gli africani ha a che fare con la lunghezza del pene.

In realtà ero piuttosto serio.

Mi spiego: proviamo a immaginare un razzismo “razionale”, se mi si permette l’ossimoro, ovvero un razzismo che affondi le radici in paure fondate e legittime per la stabilità della nostra società. Per esercitare questo tipo di razzismo dovremmo individuare come obbiettivo un popolo che abbia il potenziale di modificare sostanzialmente il nostro stile di vita e i nostri valori, e che magari lo stia già facendo. E per riuscire a a modificare il nostro stile di vita e i nostri valori bisogna essere potenti, ovvero innanzitutto avere i soldi, poi avere le armi, poi essere in tanti.
Il candidato ideale – ovviamente – è la Cina. Un miliardo e mezzo di abitanti, crescita economica esplosiva, è abbastanza influente da riuscire a tener testa agli USA in una guerra di dazi, non somiglia nemmeno da lontano ad una democrazia, e già ora usa il controllo dell’accesso al suo mercato per costringere le aziende americane ed europee a sottostare ai suoi diktat.

Dunque, perché mai non sono i cinesi l’oggetto del razzismo degli occidentali? Avrebbe più senso, semplicemente perché sono molto più pericolosi e potenti.

Tre ragioni.

La prima: proprio perché sono pericolosi e potenti. Il razzismo è una forma di bullismo, dunque è sempre rivolto a qualcuno di più debole che non può fartela pagare. La Cina se dici “a” sul suo governo o sulle sue politiche o anche solo più in generale sui cinesi ti manda a gambe all’aria l’economia. Se dici il peggio possibile di un paese africano a caso non v’è alcuna conseguenza, perché non hanno strumenti per reagire. Quindi questa è una ragione.

La seconda: gli africani e i mediorientali sono più appariscenti. Non mi riferisco solo all’aspetto e all’abbigliamento, ma al fatto che in effetti esiste il terrorismo islamico che porta a sovraesporli. Anche qui: in realtà il gesto teatrale, violento, uniformemente condannato, l’atto terroristico insomma, non rappresenta affatto una minaccia alla tenuta di una società o ai suoi valori. In effetti fa l’esatto contrario: coagula la società e scatena una reazione smisurata (razzista). Gli atti terroristici dovrebbero farci avere paura (con molta misura) solo per la nostra sicurezza personale, ma non certo per la tenuta della nostra società; e sono due cose diverse: un leader “pacifico” e democraticamente eletto non minaccia la mia sicurezza personale, ma ha un’influenza sul nostro stile di vita e sui nostri valori che è un miliardo di volte maggiore di un pazzoide che accoltella tre persona in una piazza, che invece la mia sicurezza personale la influenza. Infatti per sostenere che i musulmani possono conquistare la nostra società bisogna postulare scenari fantapolitici in cui iniziano a clonarsi fino a superarci in numero di cento ad uno, perché è così dolorosamente ovvio che allo stato attuale non contano un cazzo. Tuttavia, è difficile cogliere la differenza fra minacciare la sicurezza personale degli individui e minacciare il tessuto della società. Le due cose vengono spesso confuse, per cui la pericolosità percepita dei musulmani è molto più alta di quella reale.

Ma anche così non basta.
E qui interviene la terza ragione, secondo me la più importante: la lunghezza del pene.
I neri, almeno secondo lo stereotipo, ce l’hanno molto lungo. Gli asiatici molto corto. I neri, grossi e forti; i cinesi, piccoli e gracili. I neri, virili; i cinesi, effeminati.
È credibile che i neri vengano qui a rubare le nostre donne (che? Non penserete che le donne siano individui invece che merce, no?) e ingravidarle coi loro potenti cazzi generando una numerosa prole che ci sostituirà; non è così credibile coi cinesi, e questo nonostante abbiano ampiamente dimostrato di essere piuttosto prolifici.

Si tratta della madre di tutte le ansie sociali. Quando due tribù o due popoli si fanno la guerra, si vanno a stuprare le donne della tribù nemica; noi lo abbiamo fatto in Libia, per dire, neanche troppo tempo fa. L’Alt-Right quando si riferisce a… beh… chiunque non sia Al-Right, usa il termine “cuck”, che si riferisce a quegli etero che hanno il feticcio sessuale di essere resi cornuti da un maschio più virile: non c’è nemmeno lo sforzo, qui, di nascondere l’idea che c’è dietro, e cioè che questi maschi neri più forti e più virili ci ruberanno le donne. Se tu permetti che costoro vengano nel nostro paese vuol dire che ti piace l’idea che ti fottano la donna. Tutta una questione di pene. Però i cinesi ce l’hanno piccolo, quindi non hanno i requisiti necessari per rubarci le donne.

Risultati immagini per lunghezza del pene
In un episodio di South Park il Giappone iniziava un piano segreto di invasione degli Stati Uniti, ma nessuno vi prestava attenzione perché ogni volta che un occidentale sollevava sospetti i giapponesi gli ricordavano che gli americani hanno il pisello più grande, e confortati nella propria virilità gli americani si calmavano. La Cina sta facendo la stessa cosa, e noi siamo abbastanza scemi da continuare a guardare la dimensione dei genitali. E per inciso: la Cina l’Africa se la sta praticamente comprando tutta pezzo dopo pezzo; si vede che i soldi contano anche più del cazzo.

D’altro canto la comparazione di genitali è un movente base di moltissime azioni del maschio umano. Gli africani stanno pagando il crimine di averlo più lungo di noi.

Immaginatevi nascere in Africa e averlo pure piccolo come dev’essere.

 

Ossequi.





Venghino, signori! Vite umane, occasione! Sei milioni l’una!

18 01 2015

Gira voce che la vita di Greta e Vanessa sia costata allo stato italiano un riscatto di dodici milioni di euro.

Sarà vero?

Boh. Non lo so. Non mi preoccupa molto al momento. Sono tornate a casa, ok, sono contento per loro, diciamo che la mia priorità non è sapere se è stato pagato il riscatto, al momento. Tuttavia si può senz’altro aprire una discussione riguardo all’appropriatezza dell’idea di pagare un riscatto così alto per due vite soltanto.

Diciamo le cose come stanno, anche se il prezzo è sempre risultare antipatici: non è vero che la vita non ha prezzo, la vita ha un prezzo precisamente quantificabile nella valuta che preferiamo. Possiamo valutare la vita in dollari, euro, yen, rubli, quello che volete. Si tratta, in ogni caso, del valore economico corrispondente al lavoro necessario per mantenerla in vita, appunto. Quindi parliamo del costo del cibo per mantenerla, del tetto sopra la sua testa, delle varie commodities che la aiutano a mantenersi in salute, delle medicine e delle cure in caso si ammali, e di una serie di altre cose che non sto a elencare, tutte quantificabili.

“Sì, ma tu dimentichi l’incalcolabile valore affettivo!”

Incalcolabile mica tanto. Molto grande, di solito, ma non incalcolabile. Ci sono persone che quando muoiono fanno piangere un’intera nazione o sconvolgono gli equilibri politici globali, e barboni che vengono pianti solo dal proprio cane, è un dato di fatto. Ma anche ammettendo che tutte le vite sulla Terra abbiano il medesimo valore affettivo … questo semplifica i conti! Se tutte hanno lo stesso valore affettivo, allora è facilissimo comparare il valore di due vite semplicemente confrontando il “di più”: il loro valore materiale.

Una delle battaglie intellettuali anti-populistiche che combatto più accanitamente è quella per ricordare che il denaro non è lo sterco del diavolo. “Denaro” è un altro modo per dire “risorse”. È possibile parlare di cose “senza prezzo” solo se si dispone di risorse infinite. E non le abbiamo. Poiché le risorse sono limitate,e la vita umana dipende dalle risorse, il valore della vita umana si può quantificare in relazione alle risorse. Quindi, indirettamente, al denaro.

Supponiamo che la liberazione di Greta e Vanessa ci sia costata davvero dodici milioni. Fanno sei milioni a testa. Certo, dodici milioni in assoluto pesano molto poco sul bilancio dello stato, ma il punto è che lo stato italiano avrebbe attribuito a quelle due specifiche vite umane un valore di sei milioni, e si intende, sei milioni in più di quelli che già spendeva per loro o che spende per gli altri comuni cittadini.

Con sei milioni extra a paziente il Sistema Sanitario Nazionale potrebbe curare un bel po’ di cancro in più, avremmo meno morti in ospedale, più diagnosi precoci, migliore profilassi eccetera. Analogamente, se per ogni cittadino avessimo sei milioni da investire in ricerca probabilmente, avremmo fatto molti passi in avanti nella cura di roba come AIDS o Alzheimer.

Per favore, usciamo dall’ottica ideale ed onirica, entriamo nell’ottica pratica e realistica: quel vecchietto a caso che in ospedale è stato praticamente lasciato morire perché tanto ormai aveva settant’anni, la sua vita se l’era fatta e quindi il medico ha lasciato correre, o lo ha curato con farmaci scaduti, o che è morto perché l’ambulanza era guasta e i soccorsi non sono arrivati abbastanza in fretta … ecco, con sei milioni in più probabilmente l’avremmo salvato. Solo che non li valeva.

Insomma, se il riscatto è stato pagato, la vita di Vanessa è stata pagata quanto quella di quel vecchietto più sei milioni di euro, che non sono bruscolini. Se ogni abitante d’Italia valesse sei milioni in più, la spesa extra complessiva sarebbe di trecentosessanta bilioni di euro. Mi sa che non ce li possiamo permettere.

Sarebbe stato giusto pagare tanto? Li valevano davvero? Lo decidano i lettori autonomamente. Forse la particolarità di quella situazione giustifica un’attenzione anche economica maggiore. Forse, come molti pensano, ne giustifica una minore, perché “se la sono cercata”. È certo, però, che questi ipotetici dodici milioni di euro, come avrebbbero salvato le vite di Vanessa e Greta, avrebbero potuto salvarne altre due, o forse altre dieci, nei nostri ospedali. Invece, sempre se è vero, quei soldi sono andati a finanziare i terroristi. Boh… può darsi che ne valesse la pena comunque.

Ossequi.