L’orrore erotico di Junji Ito

26 03 2018

L’horror giapponese, tipicamente, si distingue da quello occidentale soprattutto per la sua maggiore attenzione agli aspetti psicologici. L’orrore made in Japan spesso non è un rappresentato da un mostro che ti insegue, quanto da un male che ti porti dentro, e non ti distrugge coi coltelli, ma col veleno.

E uno dei maestri indiscussi del genere è il mangaka Junji Ito.

Il sottoscritto lo ha scoperto per caso alcuni anni fa, incuriosito dall’aver letto il suo nome in alcune wiki. Dicevano fosse terrificante, ma i riassunti delle sue opere erano molto vaghi e non sembravano particolarmente orrorifici. Immaginate la sorpresa quando mi sono ritrovato, uomo adulto, vaccinato e non molto impressionabile, ad avere difficoltà a prendere sonno dopo aver letto una delle sue storie brevi più celebri: l’Enigma di Amigara Fault.

Trovo che il genere horror sia incredibilmente rivelatore rispetto al funzionamento della nostra psiche, e che Junji Ito sia, in tal senso, un genio (del male?) della psicologia. Dunque in questo piccolo saggio farò un breve excursus sull’autore, che illumina secondo me una serie di riflessioni interessanti sulla psiche umana, cominciando proprio da L’enigma di Amigara Fault (Attenzione: tanti spoiler).

La storia de l’Enigma è piuttosto bizzarra. La premessa è la seguente: in seguito a un forte terremoto emerge dal terreno una faglia. Niente di strano fin qui, se non che sulla parete piatta e omogenea spiccano decine o centinaia di buchi a forma di silhouette umane. I buchi in questione continuano indefinitamente all’interno della montagna, al punto che con una normale sonda non si riesce a raggiungerne il fondo. Ma la cosa ancora più strana è che questi buchi sono fatti a forma di specifiche persone. Vicino alla faglia si conoscono i due pratogonisti, Yoshida e Owaki. I due hanno saputo della faglia tramite la televisione, e hanno sentito un irresistibile desiderio di andare a vederla; una cosa comune a molti altri, tanto che intorno alla parete si è formato un assembramento di persone che sono lì esattamente per la stessa ragione-non-ragione. Appena arrivati l’incubo inizia: presto si scopre che molti di quelli che sono arrivati lì lo sono perché hanno creduto di intravedere in TV un buco che ha esattamente la loro forma. Uno alla volta, i presenti vanno alla ricerca del “proprio” buco e ci entrano, di propria spontanea volontà, sparendo nelle profondità della montagna per non essere mai più rivisti.

Screenshot_168

Non passa molto perché Yoshida trovi anch’ella il proprio buco. Di fronte ad esso, la ragazza ha un inspiegabile attacco di panico; inizia a dire che quel buco è stato fatto per lei, che l’ha aspettata per intere ere geologiche, che lei prima o poi ci finirà dentro e resterà intrappolata come gli altri. Owaki la rassicura e dispone una serie di pietre a tappare il buco per mostrarle quanto non ci sia pericolo; e poi, come potrebbe mai la ragazza finire nel buco, se non entrandoci volontariamente, cosa che chiaramente non farebbe? Yoshida sembra tranquillizzata; i due passano due notti insieme, sta chiaramente nascendo qualcosa fra loro. Alla seconda Owaki si sveglia, Yoshida non è accanto a lui. Preda di un terribile presentimento, accorre al buco di Yoshida: la ragazza ha rimosso le pietre, si è spogliata e ci entrata dentro. Mentre si dispera, domandandosi il perché di quel gesto folle, Owaki incrocia con lo sguardo un altro buco: questo è il suo. Con calma, quasi stoicamente, scorda la tristezza, scorda in effetti qualsiasi emozione, si spoglia e vi entra, scomparendo a propria volta. Entrambi subiranno un fato peggiore della morte.

maxresdefault (4)

Yoshida va nel panico davanti al “suo buco”

Non a caso questa è una delle storie più celebri di Junji Ito, nonché quella da cui parte il mio excursus. Contiene quasi tutti i temi cari all’autore. Il più potente e più sentito è il tema dell’inevitabilità del destino: finirai in quel buco, ti ha atteso da milioni di anni e lì dentro finirai. Inevitabilmente. Poi va a toccare praticamente tutti i terrori primordiali dell’uomo: l’isolamento, la claustrofobia, la nictofobia, il body horror. Ma la cosa che colpisce di più me, personalmente, è l’aspetto psicologico: l’orrore della compulsione.

La gente entra in quei buchi non perché costretta o non cosciente: vi entra perché ha un irrefrenabile desiderio di farlo, sente di doverlo fare, e vi entra di sua spontanea volontà. Yoshida è terrorizzata dal buco non perché teme che la insegua, cosa che un buco non può certo fare, ma perché sa già, al livello subcosciente, che sarà lei stessa a gettarcisi dentro, presto o tardi.

Se lo sa, perché non lo impedisce?

Ed è qui che si rivela il genio psicologico di ito. Quei buchi sono una manifestazione della forza più oscura, terrificante e potente che controlla l’esistenza umana: la marea informe, caotica e irrazionale dell’inconscio. Yoshida non vuole razionalmente e coscientemente entrare nel buco, ma il suo inconscio lo desidera con una potenza cui, semplicemente, ella non può resistere. L’inevitabilità di quel destino tragico risiede nel suo provenire non da fuori, ma dall’interno. È un male che ti sta dentro, ma non come un Mr. Hyde, che assume contorni definiti e perfino diventa indipendente da te: è un male che fa parte di te, che sei tu: Yoshida e Owaki entrano nel buco. Entrano perché lo vogliono, il loro inconscio lo vuole; e lo vuole perché deve punirli di un orribile crimine che hanno commesso in qualche vita precedente… ma questo crimine orrendo è anch’esso un crimine inconscio; non lo ricordano, non sanno neanche di che si tratta, e sappiamo che esiste solo perché… Owaki lo ha sognato. Il sogno finestra sull’inconscio. Dice qualcosa?

Tutto ciò che accade sfugge al controllo razionale, eppure sta accadendo tutto dentro di loro, ovvero nel posto sul quale dovrebbero avere il più grande controllo. Il terrore qui è scatenato dal fatto che Junji Ito ci mostra delle persone che non solo non hanno potere su ciò che accade intorno a loro (magari perché vittime di mostri, vampiri, spettri), ma che soprattutto non ce l’hanno su quello che succede dentro di loro. L’orrore sono loro.

Ci sono ancora un paio di temi importanti da sottolineare, qui; quello che trovo più interessante e più necessario a capire Junji ito è il ruolo dell’amore e della sessualità nelle sue opere.

Che ruolo ha l’amore, il calore degli altri esseri umani, ne “l’Enigma di Amigara Fault”? Owaki rassicura Yoshida e le da amore. Le dà anche un’elegante e tranquillizzante spiegazione del suo terrore per il buco: Yoshida è sempre vissuta sola, e per lei il buco rappresenta la solitudine. Ma ora non è più sola, non ha quindi più nulla da temere.

Ma Yoshida scappa silenziosa durante la notte e si infila nel suo buco di suprema solitudine. E subito dopo Owaki finisce a sua volta nel proprio buco.

L’amore qui è una promessa disattesa; il calore degli altri esseri umani non può aiutarti in alcun modo, se tu hai un buco che ti attende da quando sei nato, e hai l’ansia febbricitante di riempirlo. Yoshida e Owaki ripudiano la vicinanza reciproca in favore dell’autodistruzione, perché semplicemente questa viene da dentro di loro, e dunque è più forte dell’amore che invece sta fuori.

Ma c’è dell’altro da notare, e io mi concentrerei su questo aspetto, che vedremo anche nelle altre opere: il male, in Junji Ito, è spesso femmina. I buchi sono il male ne l’Enigma, e il buco freudianamente parlando è femmina. E esercita il suo male in modo femmineo, passivo: non ti insegue come il mostro di uno slasher movie, si limita ad attenderti, a spalancartisi davanti, ad attrarti come una pianta carnivora. E una volta che gli sei… che le sei entrato dentro, ella ti intrappola. E non ti uccide, fa molto di peggio: ti trasforma in un orrore vivente, tramuta la tua esistenza in agonia.

Ma se il male de l’Enigma è femmina metaforicamente, il male di “Tomie”, altra grande opera di junji Ito, è femmina nella maniera più esplicita; e non si può parlare di sessualità e amore in Ito senza parlare di Tomie. Tomie è la protagonista/antagonista di una lunga serie di racconti di Junji Ito; si tratta di una ragazza che ha il potere di sedurre invincibilmente qualsiasi uomo. Un solo sguardo di Tomie ti trasforma nel suo schiavo d’amore. Come usa Tomie questo potere? Per conquistare il mondo? Per ottenere denaro e fama? Nulla di tutto ciò: lei vuole solo ottenere una schiera infinita di schiavi d’amore; vuole sedurre e torturare psicologicamente qualsiasi uomo sulla terra; e questa sua fame di amanti non si ferma davanti a niente, non ha remore nemmeno nel darsi alla pedofilia e sedurre e molestare perfino i bambini. Ma il tratto più peculiare di Tomie, che la distingue dalla maggior parte delle “Sirene” e delle “Streghe” della fiction, è a cosa portano le sue azioni: gli uomini che ne cadono vittima vedono la loro passione crescere inesorabile; parallelamente, Tomie mette presto da parte la dolcezza iniziale e diventa sempre più gelida e sprezzante: maltratta, insulta, disprezza apertamente i suoi amanti, e ovviamente li tradisce con centinaia di altri. Questo, inevitabilmente, porta i suoi amanti a odiarla sempre di più e ad esserne sempre più gelosi, il che alla fine si risolve con un omicidio: Tomie viene sempre uccisa dai suoi amanti, e generalmente fatta a pezzi. Ma non ci si libera così facilmente di Tomie, per due ragioni: la prima è che la sua influenza è permanente, chi ne cade vittima una volta non è mai più capace di amare altre donne e vive tutto il resto dell’esistenza a desiderarla, spesso finendo ad autodistruggersi nel crimine. Ma soprattutto, Tomie rinasce sempre, anzi, si moltiplica: ogni pezzo di Tomie è capace di rigenerare una nuova Tomie per intero, identica alla prima. Non v’è dunque una sola Tomie, a questo mondo, bensì un intero esercito.

image

Nella storia “Il Pittore”, un artista innamorato cattura la “vera bellezza” di Tomie.

Anche qui Ito ci colpisce sotto la cintura, anche qui abbiamo un qualcosa che scatena il nostro inconscio, che ci rende delle persone orrende, ci distrugge la vita… Ma qualcosa che è dentro di noi, Tomie ci entra dentro. Al contempo, Tomie è il male femmina. La sua passività è totale, ella non fa altro che farsi corteggiare, gli uomini vanno da lei, non è lei che va da loro. La passività di Tomie è portata così all’estremo che rovescia la dialettica tipica dell’horror, in cui il carnefice uccide la vittima: qui il carnefice è ucciso dalla vittima. Più e più volte, in un ciclo infinito di distruzione e autodistruzione. Tomie, a sua volta, rappresenta essa stessa quel desiderio di cui è oggetto; ella brama la propria dissoluzione, ella vuole essere uccisa e risorgere ogni volta. Ella stessa è vittima di sé stessa. E non scordiamoci che, da brava femmina, è una forza proliferante, che si replica. Ma non a caso, la sua procreazione è asessuata, e ogni Tomie odia tutte le altre Tomie, perché le vede come rivali. Metaforicamente ma anche concretamente, dunque, Tomie odia sé stessa e vuole vedere sé stessa distrutta e fatta a pezzi; l’importante è distruggere anche tutto ciò che ha intorno nell’atto.

Dunque abbiamo due mali, i buchi e Tomie, che sono entrambi femmine e passivi, e il loro unico potere, l’unico modo in cui distruggono le vite intorno a sé, passa attraverso il farsi desiderare, attraverso il subire, attraverso la sollecitazione dell’inconscio altrui, attraverso il farsi penetrare metaforico. Ed entrambi non sono mostri (almeno, non a vedersi, ma provate a scattare a Tomie una foto…), ma una volta che ti hanno catturati trasformano te in una pervertita mostruosità.

Non è un caso, a mio avviso, la scelta Di Ito di riferirsi tanto spesso alla sessualità e all’amore. Sono temi ricorrenti per lui, è la ragione secondo me è piuttosto ovvia: nella sessualità e nel sentimento l’inconscio si manifesta nella sua forma più libera e selvaggia. Attraverso l’eros si scatena la follia in una forma che è quasi considerata accettabile socialmente. Ed è un eros che nel suo farsi ossessione e febbre, sublima, si spoglia di concretezza: notiamo bene che non si vede mai, che io sappia, Tomie fare sesso. Sembra che tutti i suoi rapporti siano effettivamente privi di una sessualizzazione concreta, e si potrebbe ipotizzare che Tomie stessa sia del tutto incapace di piacere sessuale. Chiaramente non lo cerca, quello che fa è farsi desiderare eroticamente, ma mai possedere o toccare per davvero, se non per farsi uccidere. Tutti gli uomini che la incontrano dicono di essere follemente innamorati di lei, nessuno di loro dice di desiderarla sessualmente e basta. E come accennavo prima, anche un bambino cade vittima di Tomie e delle sue molestie sessuali, ma malgrado ella lo baci perfino sulla bocca, lui la chiama “mamma” (Freud qui sborrerebbe). L’erotismo vero è proprio è dilazionato, è altrove: quello che conta qui è solo il possesso; e chi si possiede meglio di un bambino? È dunque naturale che Tomie sia anche pedofila, e nella storia “Il ragazzo” Ito viola uno dei maggiori tabù del perturbante, descrivendo con raccapricciante dettaglio gli effetti devastanti di quella che è un’autentica violenza sessuale su minore; e per di più coglie il nucleo della malvagità dietro l’abuso pedofilo, che non è l’atto sessuale in sé (Tomie si “limita” in effetti al bacio in bocca, sul piano fisico) né la violenza fisica (che Tomie non pratica mai in quanto naturalmente “passiva”) ma tutto il contorno manipolatorio, la disparità di potere, l’astuzia tossica del seduttore che perverte per sempre la concezione dell’amore e del sesso del futuro adulto. Tomie manipola il bambino, lo seduce, trovando nel fatto che sia un bambino non un limite ma semmai il divertimento di una vittima ancora più facile da plagiare.

Il tema dell’amore perverso, dell’amore come possesso e dipendenza, come ossessione, come follia, torna ripetutamente in Junji Ito (che comunque risulta felicemente fidanzato, a scanso di equivoci). Anche nell’altra opera per cui è forse più famoso, la raccolta di racconti “Uzumaki” (“Spirale”). In Uzumaki il male assume forma, letteralmente: una forma geometrica, quella della spirale. La pacifica città di Kurozu-Cho viene maledetta dalle spirali, collegate a tutta una serie di terrificanti eventi. Un uomo diventa ossessionato dalle spirali al punto da passare tutto il proprio tempo libero a fissare spirali, finché un giorno non si suicida in una lavatrice, trasformandosi così, fisicamente, in una spirale. La moglie, dal canto suo, sviluppa una fobia per le spirali, tale che si suicida nel tentativo di rimuovere le spirali dalle proprie orecchie.

Anche la scelta di questa specifica forma non è casuale: la spirale è il simbolo dell’autodistruzione. La spirale dell’alcol, la spirale della droga. A Kurozu-Cho la gente inizia ad essere divorata dall’interno da spirali, da vortici di autodistruzione che è impotente a fermare perché non vuole fermare davvero: l’unico a rendersi conto di ciò che sta succedendo è Shuichi, un ragazzo un po’ strano che è capace di “vedere” le spirali maledette, ma non viene mai ascoltato e dunque non può far altro che assistere impotente alla distruzione che si sparge incontrollata, alla discesa nella follia del mondo che lo circonda.

La storia forse più famosa di questa raccolta è “la Cicatrice”, in cui una bellissima ragazza di nome Azami inizia ad essere divorata viva da una cicatrice a forma di spirale che ha sulla fronte. Anche qui l’orrore fisico riflette quello psicologico: Azami conosce Shuichi, ma questi vede subito, grazie al proprio sesto senso, la spirale sulla sua fronte, anche se è ancora piccolissima: ne è terrorizzato, scappa da lei è le ingiunge di abbandonare subito Kurozu-Cho per salvarsi. Ma è troppo tardi, Azami è già maledetta. La sua spirale, la spirale psicologica di Azami, è un amore malsano per lo stesso Shuichi che si sviluppa immediatamente, non appena lo vede. Non solo i tentativi di lui di allontanarla falliscono, ma fanno solo aumentare l’ossessione di lei, che addirittura si trasferisce vicino a lui per potergli fare stalking meglio. La spirale non fa che crescerle dentro l’anima, e allo stesso tempo le cresce dentro il corpo, scavando un profondo buco sulla sua fronte. Parallelamente, è vittima della spirale di Azami anche il povero Okada, un ragazzo che invece è innamorato in modo malsano di lei e, nelle sue stesse parole, se ne sente “risucchiato”.

eIRTEXk

Azami divorata dalla spirale.

Alla fine, al culmine dell’ossessione, Azami usa Okada per riuscire ad avvicinarsi a Shuichi. L’inganno riesce, ma l’obbiettivo della spirale non è certo dar vita ad un rapporto: solo divorare tutto. La Spirale, che ormai ha divorato tutto il viso di Azami, risucchia dentro di sé anche Okada, uccidendolo, dopodiché, mentre Shuichi si rifugia su un albero, divora completamente la stessa Azami, che viene ridotta al nulla. Ritorna l’inconscio scatenato che si manifesta attraverso un’inestinguibile passione, un irrefrenabile desiderio narcisistico di possesso sessuale dell’altro che consuma tutte le persone coinvolte. Anche qui, la voce della ragione, Shuichi, si rivela del tutto impotente ad aiutare gli altri; e anche se riesce per ora a salvare sé stesso, non potrà riuscirci per sempre, soprattutto quando la spirale inghiottirà veramente ogni cosa…

Quindi l’amore per Ito è una promessa disattesa (l’Enigma), oppure una pulsione distruttiva e autodistruttiva mirata al possesso del prossimo (Tomie), una tossicodipendenza che ti risucchia via la vita (Uzumaki). Junji ito non offre niente di meglio?

Un pochino sì: qualcosa c’è nella storia “Twisted Souls”, sempre parte della serie sulle spirali. Due ragazzi vivono una storia d’amore tormentata perché ostacolata dalle rispettive famiglie, Romeo e Giulietta style. Anche stavolta Shuichi vede chiaramente la maledizione della spirale aleggiare sugli eventi. Un giorno i due amanti commentano su come le loro famiglie siano “avvinghiate” nel loro odio reciproco, e osservano per caso due serpenti intrecciati fra di loro: “combattono, come le nostre famiglie”, commentano lì per lì. Poi si rendono conto che non stanno affatto combattendo: sono maschio e femmina. Stanno facendo sesso. I due serpenti cadono nel vuoto, ancora avvinghiati fra di loro.

Sotto consiglio di Shuichi, i due decidono di lasciare la città. Finalmente una cosa sensata, pensano Shuichi e il lettore, ma le loro famiglie li fermano, li inseguono e infine li braccano su una spiaggia. Di fronte alla prospettiva di essere separati per sempre, i due ragazzi fanno qualcosa di folle e fisicamente impossibile: trasformano i propri corpi in forme nastriformi e si annodano inestricabilmente fra di loro, come i serpenti di prima. Nessuno potrà mai più separarli, nemmeno loro stessi. Le rispettive famiglie ora capiscono che il punto non è separarli, ma salvarli: ma è troppo tardi: come una specie di serpente a due teste, i visi malinconici, i due si gettano in mare per non essere mai più rivisti.

L’amore qui appare ancora come qualcosa di potenzialmente devastante e autodistruttivo, ma senza rinunciare, stavolta, ad un certo romanticismo di fondo: è chiaro che i due protagonisti vogliono soltanto potersi amare, genuinamente. Ma è altrettanto chiaro che la maledizione della spirale qui ha due facce: da un lato si manifesta nell’odio reciproco delle famiglie, dall’altro nell’amore dei due, che per reazione diventa malsano. Puoi vivere il tuo amore anche se le tue famiglie ti ostacolano, sembra dirci la storia, ma il prezzo sarà di annodarsi insieme, di diventare un unico inestricabile groviglio, una mostruosità a due teste… e scappare nel mare, esclusi da tutto e da tutti, profondamente infelici. Ma insieme.

Come potrebbe questa storia non toccare le corde del cuore di un omosessuale italiano? La fuga da una società malsana diventa un amore malsano, simbiotico, dal quale ormai è impossibile divincolarsi, anche volendolo. L’altro diventa tutto, si vive e si muore insieme.

b12e1c77674ccbce20f793ca622828a1a0569278_hq

I due amanti si “intrecciano”.

Per trovare un vero messaggio di speranza bisogna cercare una storia che parli esclusivamente di passioni d’amore: “Gli incroci”. In una città del Giappone, perennemente immersa nella nebbia, vi è la moda di praticare la crucimanzia: ci si ferma agli incroci nei giorni di nebbia e si domanda al primo passante qualcosa sul futuro di un amore; la formula è tipicamente “il mio amore porterà frutto?”, e la risposta è considerata affidabile, a mo’ di oroscopo. Purtroppo fra gli incroci, nei giorni di nebbia, si aggira un bel ragazzo vestito di nero dall’aria inquietante. I suoi pronostici sono sempre cattivi, e soprattutto si avverano sempre, in effetti sono più che altro delle maledizioni. Per esempio un giorno, Reishi, amica dei protagonisti Midori e Ryuusuke, fra cui c’è dell’attrazione, domanda al ragazzo degli incroci se l’amore dei suoi due amici porterà frutto. Il ragazzo le risponde che dovrebbe preoccuparsi del proprio, di amore. Da quel momento in poi Reishi si scopre follemente innamorata di Ryuusuke, che però non ricambia, arrivando al punto di perseguitarlo ovunque vada; a poco a poco l’ossessione la divora, inizia a perdere la salute, il viso si fa emaciato. Di fronte all’ennesimo rifiuto, Reishi si taglia la gola con un tagliacarte. Il tema ormai ricorre chiaro: l’amore che diventa la spoglia sotto la quale si nasconde un inconscio tormentato, una desiderio sopito di autodistruzione che culmina con la sua realizzazione massima: il suicidio.

La differenza qui è che Ryuusuke decide di contrastare il bel ragazzo vestito di nero con i suoi stessi mezzi: si veste di bianco e si aggira per gli incroci “intercettando” le vittime prima che incontrino il ragazzo vestito di nero, e dando loro ottimi consigli e parole di incoraggiamento. Un bel ragazzo vestito di bianco che ti dice qualcosa di bello, per contrastare un bel ragazzo vestito di nero che ti maledice e avvelena. Forse per la prima volta leggo in Junji Ito di forze spirituali positive che si scontrano con quelle di segno opposto e possono perfino vincere.

Ed è qui che sorge spontanea la domanda: nel mondo di Junji Ito è ammesso un inconscio positivo, che non cerchi di avvelenarci e distruggerci, ma invece di aiutarci? Sembrerebbe di sì, ma forse semplicemente a Ito non interessa molto parlarne, perché lui scrive horror e gli preme farci rabbrividire, non di farci sorridere. Il più delle volte, almeno.

La forza salvifica dell’amore vero fa capolino qua e là anche nel suo mondo così malvagio e caotico; di solito viene nascosto o assimilato da pulsioni malsane che lo rendono invisibile o addirittura lo convertono nel male assoluto… Ma a volte è comunque lì…

Forse si capisce meglio il punto di vista di Junji Ito sull’amore se si leggono i fumetti comici che ha dedicato ai suoi gatti e alla sua fidanzata: Junji Ito è un amante dei gatti, ovvero dell’indipendenza e dell’autonomia. Forse per questo ci mette in guardia da un amore che ti annulla e ti rende dipendente dall’altro, e da una sessualità predatoria che ti rende schiavo.

Consiglio recepito, Junji, consiglio recepito…





LA SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA

17 07 2015

Ho sempre pensato che, se spiego bene il mio pensiero, certi ovvi fraintendimenti non ci saranno, e nessuno prenderà sul serio certe apparenti “contraddizioni” in ciò che dico che in realtà sono solo frutto di lettura superficiale. E, al limite, ciò è vero; una volta che si sia capito tutto perfettamente anche le apparenti contraddizioni spariranno. Non è però vero all’atto pratico, specie se il fraintendimento affonda in concezioni filosofiche millenarie e ancor oggi molto vive …

Dunque sono passati due anni dall’apertura di questo blog, eppure l’unico post finora che abbia trattato specificamente l’apparente contraddizione fra il mio essere anti-omofobico e anti-antispecista insieme è uscito qualche giorno fa; e ora esce il secondo. Perché una contraddizione, seppur solo apparente, c’è, e va chiarita.

Difatti, vedrete che il più delle volte i filosofi o pseudofilosofi antispecisti sono pro-LGBT, e viceversa i filosofi o pseudofilosofi omofobi sono generalmente specisti. E nella mente di queste persone, l’associazione fra le due cose viene naturale e spontanea. Anche noi, a breve capiremo perché per loro è tale, e poi anche perché invece non lo è affatto per me e neanche, a ben vedere, nella testa del grosso della popolazione.

Intendiamo subito che in termini pratici la questione dei diritti LGBT non ha davvero niente a che vedere con questioni come il vegetarianesimo o la sperimentazione animale: a favore dei diritti LGBT e anche della sperimentazione animale: why not? Quasi tutti i miei conoscenti la pensano così. Omofobo e anche vegano: why not? Proprio l’altro giorno ho fatto un raccapricciante incontro con un’omofoba incancrenita che si dichiarava vegana. Le due cose possono tranquillamente andare insieme nella lotta politica e nella vita di tutti i giorni.

Per questo io ho fatto riferimento ai filosofi antispecisti, e ai filosofi omofobi, o per lo meno, quelli che si divertono ad atteggiarsi a tali. Perché parliamo di persone che hanno fatto la scelta, per una settimana o per la vita, per convenienza o per amore, di occuparsi principalmente dei problemi rigorosamente astratti della filosofia.

Prendiamo i problemi su cui si accaniscono gli antispecisti e gli omofobi: i primi mettono in discussione a vario titolo la netta linea di demarcazione uomo-animale, i secondi invece insistono su una categorizzazione estremamente, e aiutatemi a dire estremamente, rigida riguardo ai sessi: maschio-femmina.

Già ora dovremmo iniziare a cogliere qual è il fulcro del paragone che sto istituendo, ma facciamo qualche altra osservazione empirica prima di arrivarci. Gli attivisti a favore dei diritti LGBT (me escluso, ça va sans dire) spesso impostano il proprio discorso su una critica della rigida categorizzazione maschio-femmina, utilizzando come testa d’ariete contro di essa una serie di fenomeni reali nei quali questa categorizzazione viene sfidata e i tradizionali attributi di uomo e donna sono violati; ad esempio intersessuali, androgini, transgender, o anche solo donne “mascoline” e uomini “effeminati”. Ad essi gli omofobi rispondono generalmente con una severa riaffermazione della categorizzazione, che generalmente assume la forma dell’uso improprio dell’argomento della normalità. Gli antispecisti generalmente impostano il proprio discorso su una critica della rigida categorizzazione uomo-animale, utilizzando come testa d’ariete una serie di fenomeni reali nei quali questa categorizzazione viene sfidata e i tradizionali attributi di uomo e animale sono violati; ad esempio i famosi casi marginali. Ad essi gli umanisti rispondono generalmente riaffermando la differenza uomo-animale e la sua rilevanza al livello metafisico, spesso usando l’argomento dalla normalità in forma impropria (me escluso, ça va sans dire).

Dovremmo cominciare a vedere dove si va a parare, sbaglio?

Essenzialmente, omofobi e “specisti” si muovono nella direzione di affermare con forza e rigore l’esistenza di linee di demarcazione ontologiche che definiscono la realtà: maschio e femmina, con tutti i loro tradizionali attributi; uomo e animale, con tutti i loro tradizionali attributi.

Antispecisti e pro-LGBT (più che altro i queer theorist, a dire il vero) si muovono nella direzione opposta: il loro è un atteggiamento strutturalmente critico delle categorizzazione ideali.

Gli omofobi ripetono ossessivamente che maschile e femminile sono assoluti ontologici. Gli antispecisti negano continuamente qualsiasi valore effettivo alla demarcazione uomo-animale.

Ecco dunque la ragione dello scontro filosofico: gli omofobi sono realisti platonici, che danno una priorità assoluta alle idee nelle loro elaborazione, mentre gli antispecisti sono nominalisti di ferro, che si spingono indefinitamente oltre nella critica alla validità delle idee nel descrivere la realtà.

“Adaequatio rei et intellectus”; raggiungere l’identità fra il pensiero e la realtà, ecco lo scopo ultimo di questi filosofi, tutti. La differenza fondamentale fra antispecisti ed omofobi è che i primi vorrebbero modificare l’idea per adeguarla in maniera perfetta alla realtà, mentre i secondi vorrebbero modificare la realtà per adeguarla in maniera perfetta all’idea.

Lo scopo di entrambi è “alto”, anche se non molto utile. Ma il problema principale sono i mezzi, necessari, che essi sono disposti ad usare per raggiungere un tale altissimo scopo.

L’idea e la realtà non sono uguali. Non lo saranno mai. La realtà è mutevole e caotica, piena di sfumature, imprevisti, eccezioni e stranezza. Il pensiero è ordinato, rigido, definito, strutturato, e tende a preservarsi uguale a se stesso.

Non potranno mai essere uguali. L’intima natura dell’uno e dell’altro lo impedisce.

Non sorprende dunque se i filosofi dell’una e dell’altra fazione, all’estremo delle loro elucubrazioni, iniziano a sembrare completamente pazzi.

L’ossessione per le idee, portata alle sue estreme e naturali conseguenze, conduce a negazione della realtà. Gli omofobi per esempio insistono a pretendere che la realtà sia quella che sta nella loro idea: maschi e femmina, tutti cisgender, tutti eterosessuali, tutti stereotipati. Messi di fronte alla realtà che quest’idea rigidissima non si applica a quello che vediamo tutti i giorni, confrontati col fatto che esistono transgender, esistono intersessuali ed esistono omosessuali, essi li catalogano come “errori” e fanno finta di niente. Il che è follia pura se ci pensiamo un momento: stanno accusando la realtà di essere sbagliata rispetto alla loro idea. Stanno accusando la natura di aver commesso un errore, rispetto a loro che invece sanno come dovrebbe andare il mondo.

L’assurdo è abbastanza evidente.

E d’altro canto è chiaro a cosa conduce anche l’atteggiamento opposto, al collasso del pensiero. La distinzione fra uomo e animale non è perfetta (e quando mai ve ne sono in natura?), ma è sicuramente una delle più rigide che la biologia ci offra, visto che Homo sapiens è l’ultimo sopravvissuto del suo genere e il suo parente più prossimo (lo scimpanzé) dista milioni di anni di evoluzione da lui. Se si nega la legittimità del processo che consiste nel formalizzare una distinzione almeno verbale fra le due realtà, descrivendo le caratteristiche comuni fra gli umani che non sono normalmente presenti nell’animale, allora finirà che non potremmo neanche dire che una pera e una mela sono due cose diverse: sono entrambe dolci, sono entrambi frutti … e poi cos’è un frutto? Non è forse un fiore modificato? Allora come facciamo a dire che un fiore è un fiore e un frutto è un frutto?

Certo, se ci chiudiamo in camera, bendiamo gli occhi e tappiamo le orecchie ignorando così l’esistenza di qualsiasi cosa che non quadri con le nostre idee, abbiamo raggiunto l’identità perfetta di pensiero e realtà negando la realtà.

Certo, una volta che abbiamo smesso di usare qualunque categoria e qualunque idea e messo da parte qualunque pregiudizio, ovverosia abbiamo smesso di pensare e ci siamo ridotti a puro istinto, abbiamo raggiunto l’identità di pensiero e realtà negando il pensiero.

In entrambi i casi abbiamo vinto, abbiamo conquistato il nostro scopo … Ma il prezzo è stato un po’ altino. Ma che importa? Anche lo scopo era alto. E bisogna capire che il filosofo, che quasi sempre è anche un metafisico, ragiona in questo modo (o per lo meno, in questo modo ragionano i miei avversari): tutto gira intorno ad una SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA, che a sua volta esprime in qualche modo quella dualità di approccio che ho descritto.

Dunque tutti i dibattiti particolari, che so, le adozioni a coppie omosessuali, la sperimentazione animale, l’eutanasia infantile, l’allevamento intensivo … non sono questioni che per se stesse siano degne di attenzione. Esse sono manifestazioni particolari, occasionali, di una latente SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA concernente l’adeguazione perfetta fra l’ideale e il reale, che essa sola è degna di attenzione. Dunque se io stringo un contratto di convivenza con un uomo invece che con una donna (perché il matrimonio è soltanto questo all’atto pratico: un contratto di convivenza e supporto reciproco), in realtà io sto affrontando la SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA della distinzione dei sessi! Cavolo, sono più potente d quanto pensassi, con una firma su un pezzo di carta io metto in discussione la natura stessa dell’uomo! Sono un Dio, cazzo! D’altro canto se faccio il dispetto di nascondere della carne nel piatto di un vegetariano non sto facendo solo uno scherzo deficiente, come pensavo, bensì sto affermando la mia posizione sulla SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA della demarcazione uomo-animale. Questo se sono fortunato, perché c’è caso addirittura che io stia dicendo la mia sulla SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA dell’esistenza della violenza e dell’oppressione, che rende quindi sciocca e vacua la molto-meno-suprema questione filosofico-antropologica della distinzione uomo-animale!

Suppongo che se mentre mi succhio un’ostrica mi ingoio un granello di sabbia quello sia un atto metaforico della mia scelta di campo all’interno della SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA del rapporto fra l’uomo e il suo pianeta; sono diventato Galactus il divoratore di mondi.

Alla luce di questa prospettiva si spiega faclmente l’atteggiamento che i miei avversari assumono immancabilmente verso di me. Se io dico ad una conferenza sulla sperimentazione animale che per me le questioni etiche in realtà sono questioni pratiche e politiche, ecco che “l’antispecista” avvocato Prisco (che sarà contento che finalmente sia riuscito ad imparare il suo nome) mi bacchetta:  “nonnonnò! Non puoi ridurre l’etica a una  volgare questione pratica, ad un semplice insieme di provvedimenti e decisioni provvisorie e circostanziali! È una cosa più ALTA, è una SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA!”  (non saranno state proprio quelle le parole, ma quello era il significato). E dato che non ci sarà modo e tempo di rispondere, non potrò mai obbiettare che se non è una questione politica, e non è pratica, né tanto meno è una semplice scelta personale, e nemmeno ovviamente è teologia perché siamo atei, ma è comunque una cosa più ALTA … Allora non mi è chiaro che cavolo è. Ma di che stiamo parlando davvero? Quando è che la SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA sarà giudicata abbastanza suprema da esser degna di discussione?[1]

Naturale che in questa ottica un po’ perversa necessariamente anche le questioni dell’omofobia e dell’antispecismo sussumono sotto uno stesso concetto universale, perché entrambe manifestazioni della SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA della distinzione categoriale che vede contrapposti Aristotele e Platone. Ed è dunque necessario individuare un metodo risolutorio di entrambe le questioni che risponda alla medesima formulazione della SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA.

Potrei benissimo dire che la questione dei matrimoni gay non ha nulla a che vedere con l’esistenza differenziata del maschile e del femminile, è semplicemente una scelta di convenienza sociale che renderebbe più piacevole vivere nella nostra società.

Potrei benissimo dire che la questione del vegetarianesimo ha a che fare semplicemente con un calcolo dei costi e benefici, personali e sociali, materiali ed emozionali, connessi al mangiar carne e al non mangiarla; e potrei dunque spingermi alla bestemmia suprema di affermare che fra me, che mi occupo di benessere animale ma non sono vegetariano, ed un vegetariano, non c’è nessuna suprema differenza filosofico-antropologica, ma solo una differenza nel grado e nel tipo di sensibilità rispetto alle questioni in esame.

Ma questo modo di ragionare è intollerabile per il “filosofo”. Per colui che ragiona da “filosofo” (che poi filosofo lo sia o meno è irrilevante) viene naturale come il respiro ricondurre il tutto ad un’unica suprema questione di somma astrazione. Un’astrazione tale che, se sottoposta ad uno scrutinio attento, si rivela vuota.

A ciò io contrappongo la mia modesta, e proprio per ciò blasfema, proposta: e se invece ci accontentassimo di qualcosa di meno della risoluzione perfetta della SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA? Se ci accontentassimo di ottenere un’uguaglianza approssimata fra pensiero e realtà, una somiglianza utile per i nostri scopi da adottarsi nei singoli casi specifici che dobbiamo affrontare?

Da quando mi occupo di biostatistica (non è un caso che questo sia diventato il mio mestiere: applicare perfette idee astratte ad una realtà mutevole e caotica …) non ho mai dimenticato la mia prima è più importante lezione: “un modello non è vero o falso, solo utile o meno utile”.

Quando descrivo i miei dati con un modello lineare sto solo dicendo che esso li descrive abbastanza bene da venire incontro a certi miei scopi.
Non sto dicendo che nella realtà le cose siano esattamente come le descrive quel modello; se volessi cambiare il modello per aderire perfettamente alla realtà avrei da lavorarci per millenni prima di poter inserirvi dentro tutte le (letteralmente) infinite variabili che lo determinano; se pretendessi invece che la realtà sia descritta perfettamente e senza alcun errore da quelle tre-quattro variabili che ho messo nel modello, farei un errore grosso come una casa, e non riuscirei mai a spiegarmi come mai quel farmaco che secondo il modello funzionava su qualche paziente invece non ha funzionato: “ah be’, la natura avrà sbagliato, mica io!”

Il mio modo di muovermi è strettamente pragmatico: cerco quella teoria che è al tempo stesso ragionevolmente “esatta”, perché contiene più informazioni possibile sulla realtà, e anche ragionevolmente “economica”, ovvero sia ancora di applicabilità abbastanza generale da essere di una qualche utilità pratica.

“Ma questa non è filosofia, è scienza!”

“Ma questa non è filosofia, è solo buon senso!”

Sapete che vi dico?

Avete perfettamente ragione!

Questo è il modo di procedere della scienza, che cerca di creare teorie che siano un compromesso fra la generalità e l’esattezza. E la scienza, come disse il saggio, “non è che buon senso accompagnato da solido ragionare”.

La scienza si sa accontentare del proprio essere approssimata. È la filosofia (o meglio, il resto della filosofia, visto che la scienza è una branca della filosofia) che non sa accontentarsi, è la filosofia che pretende che idea e realtà siano perfettamente identiche, ed è disposta a qualunque cosa pur di ottenere ciò.

Sono dunque consapevole che la mia posizione mi sistemi a margine dei dibattiti filosofici di cui sopra, per non dire fuori da essi. Ho notato in passato che gli antispecisti non mi rispondono mai, e neanche gli omofobi. La ragione principale per cui non lo fanno è sicuramente che non vogliono farmi pubblicità (perché non dimentichiamoci che ci sono battaglie politiche in corso qui, e quando c’è la politica in mezzo, la filosofia e l’amore per il confronto possono andare a farsi fottere, una lezione che ho imparato sulla mia pelle), ma è anche vero che non avrebbero nulla da rispondermi, perché io non entro nel “loro” dibattito filosofico. Piuttosto nego che il presupposto stesso di quel dibattito sia corretto, non mi interessa la loro SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA.

Quando mi capita di confrontarmi con questi soggetti in contesti in cui non possano svicolare agevolmente, mi trovo sempre in situazioni divertenti, perché mi scagliano addosso argomenti che non sono rivolti a me, ma “all’altra fazione”!

Gli omofobi mi accusano di voler cancellare la distinzione fra uomo e donna, quando io stesso ho criticato quel tipo di estremismo molto apertamente in passato; mi gettano addosso contro-argomenti per argomenti fondati sulla critica delle idee e che io non ho mai formulato o non in quella forma. Non è con me che se la prendono, il loro avversario predestinato non sono io.

E ovviamente non sono neanche l’avversario predestinato di un antispecista, come spiegavo qui. Io non ho mai affermato “il salto ontologico” fra uomo e animale, ad esempio; non ho mai neanche affermato l’impossibilità di concedere agli animali alcuni diritti, men che meno ho mai parlato di valore intrinseco dell’essere umano. Mi attaccano con argomenti che sembrano fatti apposta per rispondere ai metafisici cattolici, e probabilmente lo sono, ma che semplicemente non riguardano il sottoscritto.

La verità vera è che per chi è immerso fino alle orecchie in quel tipo di dibattito astratto ciò che dico è semplicemente non pertinente. Il loro è un dibattito filosofico in senso stretto, il mio è un discorso che in senso stretto è pratico-scientifico. Ovviamente, in senso lato anche il mio discorso è perfettamente filosofico, più filosofico del loro volendo, ma sicuramente più fisico che metafisico. Perché anche i filosofi che con più violenza si scagliano contro le “idee” sono comunque filosofi: idee sono le loro armi e idee è il loro pane, e di conseguenza rispetto ad uno scienziato resteranno sempre più “astratti” e più “metafisici”.

Dunque, non mi vedranno mai come un avversario filosofico, ma sempre e solo come un avversario politico. Il che, se vogliamo, è un riconoscimento di valore ben più grande. Penseranno che dal punto di vista filosofico io sia “contraddittorio” e non sapranno in che squadra mettermi.

E non verrà mai il giorno in cui capiranno che io non sono in nessun squadra perché non sto giocando al loro stesso gioco

Ossequi.

[1] In parentesi, dobbiamo notare anche che se davvero poi tu imposti il discorso come dicono loro, e cioè con una rincorsa all’astrazione sempre maggiore, ti accuseranno di aver “estremizzato il ragionamento in maniera illegittima”, un’accusa che ho ricevuto mille volte in risposta al mio video su youtube. Quindi devi essere più astratto di quanto non sei, ma comunque non più di quanto lo siano loro se no stai esagerando. Insomma devi fare esattamente come dicono loro per fare bene.





Il potere di una parola

20 01 2015

Molti leggono i titoli dei libri della Miriano, e restano scioccati: “Sposati e sii sottomessa“, “Obbedire è meglio“… Ma questa è pazza!

Poi leggono qualche passo del libro o le interviste che lei ha rilasciato sull’argomento, e pensano “ma allora non era così male quello che intendeva!”

Improvvisamente questa donna così serena e di successo, sia professionale che (a quanto ci racconta) familiare, inizia a starci simpatica, inizia a farci pensare che non sarebbe affatto male vivere una vita da Mulino Bianco come la sua, in cui “ogni necessità sarà soddisfatta, ogni angoscia tranquillizzata, ogni noia superata”. I lettori cominciano dunque a pensare che un libro come “sposati e sii sottomessa” tutto sommato non sia così cattivo, dopotutto il modello che propone è allettante, a tratti condivisibile!

Ed è vero, è allettante. Mariti nobili ed eroici che si curano in tutto della mogliettina, che in cambio si rende compiacente e con tutta la forza del proprio amore cerca di soddisfare le richieste di un uomo così meritevole. Lo vorrebbero in molti e in molte, nell’uno o nell’altro ruolo.

Non è chiaro? Proprio questo è l’obbiettivo del libro, e il messaggio che veicola: quel “ma non è così malvagio” che ci spinge a dire dopo averlo letto, o dopo aver ascoltato i riassunti e le intervista rilasciati dalla stessa autrice.
Intendiamoci, ciò che dice la Miriano non è sempre condivisibile, ma non è neanche così abominevole: un modello di famiglia in cui la moglie dà al marito una preminenza prevalentemente “istituzionale”, gli lascia prendere delle decisioni di cui comunque partecipa, cerca di farlo stare bene eccetera; in questo modello è richiesto ovviamente anche che il marito sia nobile ed eroico, e quindi che la moglie non abbia bisogno di tutta questa emancipazione, visto che può limitarsi a gioire delle sue cure. Molte donne si sentirebbero umiliate o insoddisfatte a vivere così, ma altre ci starebbero benissimo, quindi perché no?

Ma il titolo, signori, il titolo.

Il titolo parla di “sottomissione”. Ma il modello proposto non è così male.
Quindi, la “sottomissione” non è così male.
Si comprende lo stratagemma?

Sottomissione ha un significato preciso, è un termine drammatico che sottolinea una forte asimmetria di potere nel rapporto. Sottomissione vuol dire che uno comanda e l’altro obbedisce; non vuole dire che la moglie fa contento il marito nella sua illuminata comprensione come una brava casalinga di Stepford, e il marito si coccola la moglie con stilnovistica nobiltà d’animo come un moderno cavaliere. Significa che il marito comanda. E se dà un ordine che non piace, si ubbidisce, che è meglio. E se abusa del suo potere, può farlo. Lo ha fatto per millenni, dopotutto.

Questo significa sottomissione, è questo quello che ha sempre significato. Nel modello ideale del marito perfetto il problema dell’obbedienza neanche si pone, visto che è tutto un gran volemose bene e il marito non vorrebbe mai fare del male alla moglie, e la moglie ci sta a farlo contento per amore; quindi tutto si risolve pacificamente con il miracoloso potere della discussione e del Vangelo. Dopotutto, anche Paolo di Tarso (per restare più neutri, l’autore di alcuni passi delle lettere di Paolo) diceva che i mariti devono trattare bene le mogli; mica ha mai detto che vanno corcate di botte.
Ma comunque il marito resta il capo della moglie, e la donna non può insegnare, ovvero diventare sacerdote, ovvero ancora non può accedere a quella che per il cattolicesimo è la posizione di massimo potere. Il Cattolicesimo è e resta maschilista anche con tutte le sue belle parole, e la moglie, ripetiamolo una volta di più, sta sotto, con tutto ciò che questo comporta.

Perché il fantastico mondo di Costançie funzioni, il marito potrà pure avere i suoi difetti, ma alla fine dovrà essere amorevole e d’animo nobile, al nocciolo.
E se non lo è, come spessissimo accade nel mondo reale? In quel caso stare sotto significa molto spesso dover subire umiliazioni, abusi, violenze fisiche e/o psicologiche; e doversele anche tenere perché, ehi, il matrimonio è indissolubile, non ce lo saremo scordati, no? Quindi il potere contrattuale della moglie diventa praticamente nullo.

Nella realtà e nel vocabolario “sottomissione” vuol dire una cosa estremamente pericolosa. Sottomessi sono i cani e gli schiavi. Chiamare “sottomissione” quella roba all’acqua di rose che ci propina la Miriano è pericoloso proprio perché depotenzia il termine sottomissione, facendocelo quasi sembrare gradevole. Il rischio è proprio che qualcuno dopo aver letto inizi a pensare una cosa tipo “ma dai, allora sottomissione non è così male, si sta bene a stare sotto!”

Che, nel caso non ve ne siate accorti, è esattamente la linea di comunicazione della Chiesa e più in generale di tutti i teorici maschilisti: la donna farebbe meglio per se stessa a stare sotto, ha una vocazione naturale a stare sotto. L’avete sentito Adinolfi? “Sottomessa non significa che non c’è la parità, sono due cose diverse”.

Invece no! Significa esattamente quello!

Cercare di camuffare e farci sembrare gradevole una parola ripugnante come “sottomissione” è un’operazione neolinguistica altamente corrosiva. “La donna sta sottomessa perché è una cosa bella e non è umiliante o pericoloso, e non la mette in condizione d’inferiorità”. E quindi una donna che non volesse stare sotto è come minimo un po’ svitata o malata; come pensava Nietzsche, deve avere qualche disfunzione ormonale.

Un messaggio maligno, a dir poco. E che ci vogliono far passare sottobanco nella forma di un allegro quadretto familiare…

Attenti al potere di una parola. Specie se sta nel titolo.





Stirner e Nietzsche. Considerazioni personali.

24 12 2011

Da bravo riduzionista, trovo che il modo migliore per capire come funziona una cosa sia smontarla e ricomporla da capo, e penso che lo studio della morale non sfugga a questo metodo. I più grandi studiosi di etica per me sono stati coloro che la hanno scomposta nelle sue componenti elementari e di per sé moralmente irrilevanti, ovvero i rapporti di potere sottostanti. Parlo ad esempio di Stirner, Nietzsche e i nicceani.

Il punto è che spesso per costoro la decostruzione della morale ha rappresentato la sua demolizione: non l’hanno decostruita per capirla e riassemblarla, ma piuttosto l’hanno rotta senza più riuscire a metterla assieme, probabilmente senza neanche il desiderio di rimetterla assieme. In particolare credo che Nietzsche coltivasse il desiderio di riuscire a sradicarla per sempre finanche come concetto, sostituendole interamente l’estetica.

Mentre Stirner, più estroverso e cinico, si asteneva per lo più dai giudizi valoriali, Nietzsche continuò a darne anche dopo aver demolito la morale, dunque i valori vitali che egli esalta non possono essere definiti etici: possono essere solo “estetici”.

Diverso, fra Stirner e Nietzsche, non è il procedimento decostruttivo: l’etica è rivelata in entrambi (ma prima da Stirner, dobbiamo rendergliene il merito) come una sovrastruttura dei rapporti di potere sottostanti. Stirner non aggiunge più niente di fondamentale a questo messaggio distruttivo: non abbiamo principi regolatori supremi (Dio è morto), abbiamo solo volontà individuali in lotta per l’affermazione di sé. Fine. Nietzsche va oltre: non si limita ad affermare che esiste un mondo di volontà di potenza in lotta, ma delinea i termini di questo scontro spirituale fra valori della vita e valori antivitali, ci rivela quali siano stati gli strumenti tramite i quali questi ultimi hanno potuto ottenere il dominio nella società, e infine prende le parti per i primi.

La posizione di Nietzsche è corretta intellettualmente quanto quella di Stirner. Mosso da un amore pienamente estetico per i valori vitali, disprezza colui che li nega, il prete, e con lui tutti i suoi inganni, i suoi metodi sottili, la sua ipocrisia, il suo puzzo di morte; dunque gli fa guerra aperta. Questo non vuol dire che Nietzsche applichi ancora le categorie di giusto e sbagliato al prete, tutt’altro: sta solo coerentemente affermando se stesso e i propri valori.

Ora, il fatto che Nietzsche, più “educato” rispetto a Stirner, prenda le parti attivamente in questa lotta invece che limitarsi ad affermarne l’esistenza, offre ai moralisti tradizionali più spazio per difenderlo. Perché? Perché la gente confonde facilmente il bello con il giusto, e il fatto che Nietzsche faccia una sorta di “estetica dei valori” si presta ad essere usato come falso spunto per far rientrare l’etica dalla porta sul retro. In realtà il potenziale sovversivo del pensiero di Nietzsche così come è sgorgato dalla sua penna è di gran lunga più alto di quello del temuto, cinico Stirner, soprattutto dal punto di vista di tutti coloro che non rispecchiano e non sentono proprio l’ideale dell’oltreuomo di Nietzsche.

Come reagirebbe Nietzsche nel vedere oggi i preti che ancora tornano a governarci, alcuni ancoragenuflessi davanti ai crocifissi, altri nascosti sotto la bandiera del comunismo, altri sotto quella del new age, altri ancora sotto quella di un certa filosofia politically correct? Onestamente credo che impazzierebbe di nuovo. A Stirner, invece, non importa poi più di tanto il metodo con cui la si ottiene, la vittoria è sempre vittoria. E se i preti sono ancora oggi abbastanza forti o astuti da governarci, almeno in parte se lo sono “meritato”, e il resto è colpa nostra, colpa delle pecore e degli schiavi che hanno consegnato loro il potere. Gli schiavi meritano di essere tali, e i padroni meritano sempre di essere tali.

Ed è questo, fondamentalmente, il motivo per cui preferisco Stirner a Nietzsche. Di fatto, io non mi sento molto oltreuomo, non credo che i valori vitali siano affermati con particolare forza in me. Certo, non sono ridotto ad essere un prete, mantengo e coltivo la mia volontà di potenza e il mio desiderio di dominare; ma è indubbio che anche in me ci sia ancora un che di clericale: non sempre riesco a uccidere e a fare violenza, neanche quando è obbiettivamente necessario o auspicabile; non riesco a sedurre e a sfruttare le persone, sono facilmente controllato dalle mie emozioni. E badiamo bene che non sto parlando della volontà dietro questi atti, ma della capacità effettiva di portarli a termine; non è detto che se ne fossi capace non li farei, semplicemente non ne sono capace. In questo senso, sono un esemplare che ha degli aspetti fragili, malaticci, antivitali. E a maggior ragione mi si addice in certi casi l’utilizzo di strategie pretesche per l’affermazione di me stesso, e credo che in realtà tutti gli uomini sentano in misura maggiore o minore questa necessità.

In realtà penso che gli istinti che Nietzsche ritiene anti-vitali siano una parte della natura umana e siano destinati a convivere per sempre con quelli vitali (ci ricorda le pulsioni di amore e di morte di freudiana memoria). Basti dire che per esempio per millenni il potere femminile si è potuto esprimere principalmente o esclusivamente attraverso la forma della manipolazione, della passività simulata, della finta sottomissione, più che della piena affermazione della sua potenzialità. In gran parte, il potere della donna è ancora esercitato in questi termini, e la pornocrazia attuale ne è una dimostrazione.

Questa e altre considerazioni mi spingono a preferire Stirner come punto di partenza per una costruzione di una nuova morale che sia consapevole di essere un prodotto dei rapporti di forza e riesca a riassumere in sé tanto gli apporti delle pulsioni vitali quanto dei loro opposti, senza più continuare a riferirsi più o meno implicitamente alle massime universali e assolute cui il nostro retaggio cristiano ci porta a credere.

Ossequi





John Searle e “Il mistero della coscienza”

30 07 2011

“The mistery of consciusness” è un libro del filosofo americano John R. Searle. Scritto nel 1990, conosce la sua seconda edizione nel 1997. La sua struttura è abbastanza semplice: fondamentalmente si tratta di una raccolta di recensioni di libri sul tema della coscienza scritti da altri autori famosi, nella fattispecie Francis Crick, Gerard Edelman, Roger Penrose, Daniel Dennett, David Chalmers, Israel Rosenfield. Dopo un primo capitolo introduttivo, tutti gli altri sono dedicati ciascuno ad uno di questi autori, e mostra quelli che secondo l’autore sono i punti di forza e di debolezza delle loro teorie (anche se come vedremo saranno più spesso le debolezze ad essere messe in luce). Infine, nell’ultimo capitolo Searle tenta di far emergere quale sia il suo personale approccio al problema della coscienza.

Dunque, trovo che il libro sia scritto molto bene e sia molto comprensibile. Anche la parte in cui si analizzano le argomentazioni di Penrose, che sono estremamente specialistiche riguardando problemi di logica matematica ed informatica, sono scritte in maniera perfettamente chiara.

Tuttavia, la critica delle altre teorie e l’esposizione della propria mi risultano entrambe molto lacunose.

La teoria di Searle

Esporre quale sia effettivamente il pensiero di Searle è problematico, poiché esso non emerge affatto con chiarezza da ciò che ha scritto, e personalmente ho avuto spesso il dubbio che in effetti non ci sia affatto chiarezza di pensiero in Searle.

Possiamo riassumerlo, credo, in alcuni assiomi essenziali:

1)      I fenomeni possono essere distinti in oggettivi e soggettivi, e a sua volta l’oggettività/soggettività di tali fenomeni può essere ontologica o semplicemente epistemologica (epistemologia e ontologia per Searle sono dunque distinte chiaramente, in barba a Kant e successori).

2)      La coscienza è un fenomeno ontologicamente soggettivo, per il quale l’apparenza soggettiva è dunque perfettamente uguale alla verità.

3)      Il problema della coscienza è il problema dei qualia, e il problema dei qualia è il problema della coscienza.

4)      La coscienza è una caratteristica fisica degli organismi dotati di sistema nervoso.

5)      La coscienza è causata dal cervello, ma non si identifica con l’attività del cervello.

6)      I computer attuali non possono in alcun modo riprodurre la coscienza (che invece sarebbe la teoria cosiddetta della IA forte), poiché essa non è come un software che può essere riprodotto su qualsiasi supporto, ma è strettamente connessa con la struttura del supporto stesso.

7)      Inoltre, i computer attuali si limitano a “manipolare simboli” senza significato. Per Searle semantica e sintassi dei simboli sono fatti separati, e ritiene di averlo dimostrato ormai quindici anni fa tramite il famoso argomento della stanza cinese.

8)      Tuttavia, i computer possono essere usati per simulare la mente umana. Questa posizione è nota come come “IA debole”.

9)      Non si può escludere, anzi, è certa, per Searle, la possibilità di costruire macchine pensanti e coscienti. Lo stesso cervello, infatti, è una macchina pensante e cosciente. Come ciò sia possibile non è chiaro dal libro.

Personalmente, non condivido nemmeno una di queste sue posizioni. Diciamo che potete prendere tutte queste affermazioni, rovesciarle, e otterrete il mio pensiero. Ma entriamo nel dettaglio.

Searle e Penrose

Non ho trovato particolarmente interessanti dal punto di vista filosofico le prime due recensioni e l’ultima, quelle su Crick, Edelman e Rosenfield, anche se sicuramente mi è venuta una gran voglia di leggere Edelman. Passo dunque a quellea che ho trovato più stimolanti, a cominciare da quella in cui si vede quello che sa fare Searle contro un teorico, Penrose, che si oppone tanto all’IA forte che a quella debole.

L’argomento di Penrose è basato sul teorema di Godel. Sostanzialmente, si può riassumere così: un sistema computazionale, per il teorema di Godel, se è completo contiene proposizioni indecidibili all’interno del sistema. Noi però riusciamo a decidere anche le proposizioni indecidibili, quindi non siamo sistemi computazionali, di nessun tipo.

Searle risponde affermando che in effetti la posizione di Penrose non è pertinente, in quanto noi non siamo solo sistemi di calcolo. E concordo. Ma a parer mio c’è da aggiungere dell’altro, e cioè che noi non siamo necessariamente sistemi di calcolo matematico completi. Una delle capacità del pensiero umano è quella di apprendere, di ampliare se stesso. Supponiamo che io sia un sistema computazionale F, e crei una proposizione “Io sono F”. il sistema costituito da F+ “io sono F” è chiamato F’. Si mostra che la proposizione “io sono F” non è decidibile in F, quindi io non sono F. vero, ma nel frattempo io sono diventato F’. E ogni volta che si presenta una proposizione in decidibile nel sistema, io mi trasformo in un sistema più complesso. Sembra che Penrose non tenga conto del fatto che la mente umana è un sistema dinamico, non statico. E non se ne accorge neanche Searle, che direi, su questo punto, è poco incisivo.

Searle e Dennett

È evidente che questi due si odiano a morte. Ma personalmente preferirei leggere un serio confronto di argomentazioni, più che uno scambio piccato fra due rivali. È pur vero che fra i due il primo ad attaccare pesantemente è Searle, affermando che Dennett nega l’esistenza stessa della coscienza, che imbroglia i suoi lettori, che le sue posizioni sono così insostenibili che il suo libro può interessarci solo per vedere fino a che punto si può arrivare nel dire assurdità. La risposta di Dennett è aspra, ma senz’altro giustificata, tanto più che da lettore e ammiratore di Dennett trovo assolutamente fuori posto le critiche di Searle.

Se vogliamo riassumere queste critiche, direi che fondamentalmente ciò che viene criticato di Dennett è la sua etero fenomenologia, ovvero l’approccio alla coscienza con una prospettiva oggettiva e in terza persona.  Per Searle, la coscienza è un fenomeno ontologicamente soggettivo, che non può essere studiato in terza persona, ma deve essere vissuto. Per Dennett, invece, non è affatto così. Prendiamo ad esempio l’esperienza del quale “rosso”: per Searle l’unico modo per sapere cos’è il rosso è vederlo. Per Dennett, invece, se la nostra conoscenza di tutti i meccanismi neurali che stanno dietro alla percezione del rosso fosse assolutamente perfetta, noi potremmo capire cosa è il “rosso” anche senza averlo mai visto in vita nostra. Per Searle la soggettività del quale “rosso” è ontologica e irriducibile, per Dennett è solo un limite epistemologico, che in teoria è riducibile (anche se in pratica può non esserlo).

Senza dubbio, l’accusa di Searle a Dennett di negare l’esistenza della coscienza è campata in aria. Dennett si limita a descriverla in termini diversi ed oggettivi, e diciamolo, di fatto è l’unico modo possibile in cui se ne possa discutere. Se la soggettività della coscienza fosse davvero ontologica e irriducibile (per ora non consideriamo se effettivamente lo sia) parlarne non avrebbe significato, perché discutere di qualcosa significa già uscire dalla dimensione soggettiva. Ad esempio, quando dico “mi fa male il dito”, o “questo oggetto è rosso”, non ho nessun motivo logico per aspettarmi, a rigore, che l’altro intenda esattamente lo stesso tipo di sensazioni che dico io. Addirittura, l’altro potrebbe essere uno “zombie” che non prova nulla, ma fa solo finta di provare dolore o di vedere rosso (è l’esperimento della stanza cinese a suggerire ciò. Io non lo considero valido, ma per Searle lo è). O semplicemente, potrebbe essere daltonico. Se in effetti metà della popolazione mondiale fosse daltonica, il concetto del quale “rosso” non sarebbe affatto chiaro. Diventa chiaro solo in ambito relazionale, alias “oggettivizzandolo”, mettendosi in terza persona come fa Dennett. Riuscito o meno, il tentativo di Dennett di studiare la coscienza in terza persona è l’unico modo possibile per far uscire la coscienza dal mondo del noumeno e farlo entrare nel fenomeno; l’eterofenomenologia è davvero un passo avanti. La teoria di Searle non lo è.

Per questo ritengo sostanzialmente che la critica a Dennett sia molto malposta. Tanto più che l’opinione di Searle sui rapporti mente-corpo non è affatto chiara. Quando Dennett dice di Searle che “secondo la sua opinione, il cervello secerne la coscienza come fosse una poltiglia”, di fatto non sembra andare molto lontano dalla verità. Per me dire “il cervello causa la coscienza” è come dire “la tensione dei fili causa la ragnatela”. Non lo trovo corretto, bisogna piuttosto dire che “i fili tesi sono la ragnatela”, e, invertendo l’uguaglianza, “la ragnatela è un insieme di fili tesi”. Io non direi che il cervello causa la coscienza, quanto che “la coscienza è il cervello che funziona”, e viceversa.  La categoria della causa, così posta, non mi piace affatto. E soprattutto non porta da nessuna parte … la ricerca di Searle non ha condotto finora a nessun progresso negli studi sulla coscienza, a quanto mi risulta, ma si è limitata soltanto a tentare di demolire i progressi fatti dagli altri.

Ma procediamo col capitolo successivo, dedicato a David Chalmers.

Searle e Chalmers

Qui non è perfettamente evidente se sia Chalmers ad esser poco chiaro nell’esposizione o Searle. Credo, effettivamente, che nel pensiero di Chalmers ci siano dei problemi. Egli sembra voler capra e cavoli dividendo la coscienza in due coscienze: una coscienza fenomenica, oggettiva, che può essere esaminata in terza persona, e una invece che è pura esperienza soggettiva. Ritiene dunque che sia possibile l’esistenza di un secondo mondo ipotizzabile, gemello del nostro e identico molecola per molecola, nel quale la coscienza soggettiva non esiste. Onestamente, trovo che tutta questa parte del suo pensiero sia abbastanza stramba e poco fondata, così come sembrano appropriate le critiche di Searle, seppur non particolarmente approfondite.

Ma ciò nulla toglie al valore straordinario che io ravviso in altri aspetti del Chalmers-pensiero. In particolare, egli misura la coscienza in termini di pura “informazione”. Su queste basi, ventila l’ipotesi particolarmente interessante del panpsichismo, ovvero la teoria secondo la quale le proprietà psichiche possono essere allargate a tutti i sistemi complessi, anche non biologici. Io trovo questa idea incredibilmente affascinante, e a rigor di logica è probabilmente esatta. Ma Searle la rifiuta totalmente, e sembra farlo più sulla base dei propri impulsi di stomaco, che di cervello; di fatto, l’argomento, se così possiamo chiamarlo, che usa per contestare il panpsichismo è il seguente: che chiunque sappia un po’ di biologia sa che è necessario un sistema nervoso per la percezione cosciente.

Ma qualcosa non va: questa è esattamente la tesi che stiamo discutendo, e lui la dà per scontata! Noi stiamo valutando l’idea che un sistema nervoso non sia necessario alla coscienza, non puoi rispondere dicendo “tutti sanno che ho ragione io”. La stretta corrispondenza fra sistema nervoso umano e coscienza è alla base del pensiero di Searle, e qui sembriamo scoprire che non è un qualcosa di dedotto, ma di dato per scontato.  Seppur nel passaggio dedicato a Chalmers Searle effettivamente non porti alcuna argomentazione a favore della sua identità sistema nervoso=coscienza, una piccola argomentazione in tal senso è portata nel capitolo finale. Qui scrive che lui è dotato di un’esperienza cosciente e di un sistema nervoso, e dato che tutti gli esseri umani hanno un sistema nervoso, è fiducioso che, per il principio per cui a uguali cause corrispondono uguali effetti, anche a tutti gli altri esseri umani possa essere attribuita la coscienza.

Onestamente, trovo che questa argomentazione sia debolissima. Non solo gli esseri umani sono dotati di sistema nervoso, lo sono anche la maggior parte degli animali, anche quelli la cui “coscienza” potrebbe in effetti essere messa in dubbio; perfino le piante hanno strutture integrative dell’informazione che potremmo paragonare al sistema nervoso animale. Un anemone di mare è cosciente, con i suoi neuroni sparsi? È cosciente una planaria con sistema nervoso plessiforme? È cosciente un insetto? Direi che su questi aspetti, seguendo la il Searle-pensiero, saremmo per sempre agnostici. Non possiamo essere un anemone, un insetto, una planaria. Potremmo certo ben dire che il comportamento ci dice chi è cosciente e chi no, ma uno dei capisaldi del pensiero di Searle, che ritiene di aver dimostrato con la stanza cinese, è che il comportamento di per sé non ci dice nulla sulla coscienza. E date le sue critiche al funzionalismo, nemmeno gli stati causali e finali del sistema nervoso ci dicono nulla, di per sé. Insomma, in questa prospettiva saremo bloccati per sempre.

Dove arriva la ricerca su cosa abbia di speciale il sistema nervoso umano che causa la coscienza, se escludiamo a priori la possibilità che esistano sistemi analoghi, ovvero che ne condividono solo alcune caratteristiche ma non tutte, in grado anch’essi di produrre la coscienza?

Mi preme notare che se anche comparisse un automa Dennettiano perfettamente funzionante, indistinguibile da un umano quanto a comportamento e stati funzionali, Searle potrebbe comunque concludere che non è cosciente perché privo di sistema nervoso. Insomma è infalsificabile è assolutamente circolare, non potremo mai dimostrare a Searle che qualcuno o qualcosa è dotato di coscienza. E quando lui ci dice che ritiene, anzi, che può addirittura dare per scontato che tutti noi siamo coscienti, l’impressione è che non vi sia in effetti alcuna base logica attraverso la quale noi potremmo difendere il nostro stato di esseri coscienti in termini oggettivi. Searle ci concede generosamente di riconoscerci come esseri coscienti, ma noi non potremmo mai guadagnarcelo con un comportamento o un’analisi qualsiasi.

Ovviamente, valutare invece la coscienza in termini funzionali ha conseguenze apparentemente contro intuitive: potrebbero essere coscienti piante, batteri, singole cellule, termostati, nazioni. Ma la mia domanda è “perché no?”. In effetti siamo abituati a pensare a tutti i viventi come a creature che in qualche modo “vogliono”, che perseguono uno scopo. Ma in effetti non hanno scopi, bensì solo meccanismo chimici e fisici di funzionamento molto complessi, esattamente come noi. Quindi, come siamo coscienti noi, potrebbero essere coscienti in una qualche misura anche unità più elementari, come le cellule, o unità più complesse, come le nazioni. Anche delle nazioni si usa dire “L’italia entra in guerra”, “Gli USA sono preoccupati”, “il Giappone piange i suoi morti”, eccetera. Ci accorgiamo insomma che pensare ad enti privi di sistema nervoso come coscienti non è poi così problematico. Io ritengo in effetti che ovunque vi sia un sistema di integrazione dell’informazione di sufficiente complessità, lì dobbiamo aspettarci di trovare una forma di coscienza. Ovviamente non si pensa alla coscienza, in questo caso, come ad un fenomeno di tipo tutto o nulla, ma come un continuo. Noi stessi attraversiamo fasi di maggiore coscienza e fasi di semiincoscienza, fino a quella che riteniamo un’incoscienza assoluta. Ma noi non possiamo dire di “sperimentare l’incoscienza”, in effetti, poiché mentre non siamo consci non ci siamo proprio, e semmai siamo frammentati in sistemi più semplici. In quel momento non siamo consci, ma questi sistemi più semplici possono esserlo senza che noi lo sappiamo

Considerazioni finali

 

Devo dire ancora qualcosa sul concetto di IA debole, prima di trarre delle conclusioni. Searle sostiene che un computer ordinario non possa essere dotato di autentica intelligenza e coscienza, ma che ciò non di meno possa simulare una tale situazione, analogamente a come un computer può simulare un temporale senza che esso sia un vero temporale, o simulare la digestione senza effettivamente digerire.

Ma riflettiamo un momento: cos’è una simulazione? È la costruzione di un modello ridotto che riproduce alcune caratteristiche dell’originale. La simulazione è tanto più perfetta quanto più essa somiglia all’originale. Per dire, possiamo costruire un piccolo vulcano giocatolo (o virtuale, non fa molta differenza alla fin fine), che riproduce soltanto alcuni effetti dell’eruzione. Ma possiamo migliorare la simulazione, invece di aceto e bicarbonato mettere materiale incandescente, invece di cartone roccia. Possiamo farlo via via più grande. Possiamo aggiungere a poco a poco tutte le caratteristiche del vulcano originale, in teoria. Se ci pensiamo bene, a un certo punto la nostra simulazione non è più una simulazione, ma è un vulcano autentico. Trovo che non vi sia alcuna differenza fra una simulazione perfetta e la realtà, e questa forse è la differenza fondamentale fra me e Searle.

Comunque, siamo di fronte ad un ottimo libro per farsi un’idea dello stato dell’arte sull’intelligenza artificiale e la coscienza verso i tardi anni novanta. È scritto in modo molto comprensibile ed è accessibile anche ai non addetti. Filosoficamente, trovo le teorie di Searle del tutto improponibili, ma immagino che ad alcuni possano piacere.

Il libro è consigliato, ma è consigliato avere anche una buona preparazione filosofica prima di leggerlo. E soprattutto, è un’ottima idea aver letto almeno alcuni degli autori recensiti PRIMA di prendere in mano il libro. Searle non li tratta esattamente con gentilezza ed equità.

Ossequi,

AF





Etica (I)

30 06 2011

Ho finito di leggere pochi giorni orsono “Liberazione animale”, di Peter Singer, un cosiddetto filosofo morale che di questi tempi, ahimè, va per la maggiore.

Malgrado tutti i miei sforzi di prender sul ridere alcune pretese irrazionalistiche del libro, ammetto di aver provato un intimo fastidio nel leggere, nell’ultimo capitolo, che riteneva l’argomento da lui esposto “inconfutabile”. Direi che Singer sarebbe il primo uomo nella storia ad aver scritto qualcosa di inconfutabile.

D’altro canto l’esposizione di Singer È davvero inconfutabile. Ma nel senso di infalsificabile, e dunque priva di valore.

La sua tesi si esprime nell’assioma secondo il quale “è morale qualunque atto che causi una massimizzazione della felicità e una minimizzazione del dolore”. Possiamo “confutare” un assioma? Ovviamente no, possiamo limitarci a accettarlo o rifiutarlo, non a confutarlo o falsificarlo. Ciò che senza prova viene affermato senza prova può esser negato (Euclide). Potremmo dunque valutarlo solo sulla base delle sue conseguenze … ma quali conseguenze ci interessano? Soltanto nel porci questa domanda stiamo ponendo delle riserve sull’assioma stesso, che ci dice proprio quali conseguenze dovrebbero interessarci.

Singer è astuto, in quanto ha costruito di fatto uno “strano anello”, ovvero un ragionamento autoreferenziale che pretende di reggersi in piedi da solo. Pensare che gran parte del lavoro dei logici del novecento è consistito semplicemente in uno sforzo per evitare gli strani anelli, in quanto paradossi!

Lo strano anello di Singer è come il barone di Münchausen che si tira su per i capelli. Ma deve dare l’impressione di reggersi su qualcosa. Questo qualcosa è il cosiddetto senso morale comune. La teoria di Singer infatti giustifica alcune proposizioni che fanno ormai parte del nostro sentire morale: neri e bianchi devono avere gli stessi diritti, donne e uomini sono uguali di fronte alla legge, e via dicendo.

Potrebbe in effetti avere un senso l’opera di Singer, se si richiamasse all’auctoritas del sentire comune e si limitasse a darne una legittimazione logica più o meno buona; se si limitasse, ovvero, a spiegarci perché nella morale comune neri e donne non vanno discriminati e invece gli animali sì; se fosse, insomma, una morale descrittiva, giustificante e basta.

Ma questo non è ciò che Singer fa, Singer non riconosce nel senso comune un’autorità, infatti vuole cambiarlo introducendo una nozione ad esso estranea, i diritti animali. Su cosa si appoggia dunque Singer? Su niente. Solo su se stesso. E spera che noi non ce ne accorgiamo. Singer non può essere confutato, ma semplicemente rifiutato, senza ulteriore giustificazione.

Tuttavia, a scopo dimostrativo, e per introdurre più che altro un metodo di indagine morale più rigoroso, voglio tentare un esperimento mentale che comunemente sarebbe inteso come una confutazione di Singer.

Prendiamo il principio di Singer e facciamolo nostro. In base ad esso, la sofferenza e la felicità degli animali non valgono di meno di quelle degli umani. Dunque gli umani devono smetterla di procurare sofferenza agli animali per il proprio piacere (Singer arriva a dipingere scenari incredibili, ad esempio in cui non si usano procedure di derattizzazione, ma cure che rendano sterili gli animali nocivi. Al di là del problema dei costi e dell’efficienza di un simile trattamento, l’implementazione di tali metodi andrebbe svolta tramite sperimentazione su animali …).

Io ho notato subito, personalmente, qual è la conseguenza più esatta e diretta di questo assioma.

Gli umani devono sparire.

L’esistenza dei carnivori, animali che producono sofferenza ad altri animali, secondo Singer è da salvaguardare in quanto essi sono elementi dell’ecosistema, e la loro assenza potrebbe produrre danni maggiori della loro presenza. Non esaminiamo nel dettaglio quest’affermazione, ma notiamo semplicemente come l’uomo in prospettiva ecosistemica sia l’animale in assoluto più pernicioso. Leggete il libro stesso di Singer, più della metà non è devoto ad affrontare problematiche filosofiche, quanto al semplice elenco delle terrificanti sofferenze indotte dall’uomo sui “non umani”, come li chiama lui.

L’uomo è una specie animale, e come tale fa un danno alle altre specie animali, fa parte della lotta per la sopravvivenza. Per quanto si possa ridurre l’impatto dell’esistenza di una specie sulle altre specie viventi, esso non diventa mai zero, per nessuna di esse, figurarsi per l’uomo. Inoltre ammetteremo tranquillamente che esso non è di alcun aiuto all’ecosistema, anzi lo danneggia, e non può fare altrimenti; dopotutto Singer specifica chiaramente che l’uomo non può prendersi responsabilità degli equilibri ecosistemici, facendo la parte del “Dio” della natura. Può ridurre i danni che fa direttamente o indirettamente sugli altri animali, ma ne fa comunque, e anche nelle più ottimistiche visioni, sono devastanti. Potrebbe, anzi, dovrebbe benissimo essere eliminato.

Ovviamente andrebbe messo in conto anche il bilancio fra felicità e infelicità degli umani stessi, ma io non direi certo che gli umani siano fra gli esseri più “felici” e soddisfatti del pianeta. Direi addirittura che sono fra quelli che lo sono di meno, in quanto coscienti del proprio essere mortali … ma questo dibattito ci porterebbe troppo lontano. Possiamo prender per buono semplicemente che nell’umanità benessere e felicità siano statisticamente più o meno ugualmente frequenti di incredibili dolori ed angosce. Nella nostra equazione etica, felicità degli umani e loro infelicità si eliderebbero a vicenda, qualora non vedessimo invece un bilancio enormemente negativo (come io credo che sia).

Dunque l’estinzione umana è auspicabile. E i metodi con cui la si può ottenere non sono necessariamente violenti, non si tratta di uccidere dolorosamente gli umani. Un buon modo è il suicidio demografico, ovvero la semplice rinuncia a riprodursi. Singer specifica chiaramente che la vita, di per sé, non fa parte dell’equazione. Dunque scegliere volontariamente di non riprodursi è una scelta perfettamente etica. Se soltanto potessimo portare questa scelta fino in fondo potremmo ottenere gradualmente l’estinzione totale della specie umana. Grazie alla contraccezione, i piaceri del sesso non rappresenterebbero un ostacolo al progetto; viceversa, potrebbero rappresentarlo i desideri di paternità e maternità.

Va detto però che gli uomini di norma e le donne spesso sono del tutto disinteressati alla genitorialità, e diventano tali solo in virtù dei modelli di vita che vengono loro imposti fin dalla giovinezza, quando i genitori comprano alle bambine i bambolotti da curare come figli onde svilupparne il senso di maternità. Si potrebbe dunque procedere a poco a poco a sostituire in sempre più ampie fette di popolazione questi modelli con altri che si confacciano di più allo scopo; la barbie, o la donna in carriera, o la lesbica senza figli (molte lesbiche hanno figli, quindi parlare di lesbismo non è sufficiente). Potremmo abituare fin da piccoli i nostri figli a considerare la riproduzione qualcosa di sgradevole, ricordando loro quanto perniciosa alla natura sia la specie umana. Inizialmente sarà sufficiente che in tutto il mondo ci sia una certa uniformità nel non raggiungere il tasso di sostituzione di due figli per coppia. Chi crede che ciò sia impossibile faccia caso che in molti paesi dell’occidente siamo già sotto di qualche decimo. Certo, questo implicherebbe una piccola rinuncia da parte di molte donne, che dovrebbero fare a meno del proprio desiderio di maternità. Ma è fatto per uno scopo etico finale che come si vede è ben superiore.

Se riuscissimo a persuadere tutta la gente del mondo a non fare mai più di un figlio saremmo già arrivati ad una fase di progressivo decremento demografico. In queste condizioni, diffondere le nostre idee antiumane diventa ancora più facile, in quanto non dobbiamo competere con famiglie numerosissime che ci vadano contro; inoltre noi avremmo maggiori disponibilità economiche che ci permetterebbero di pesare di più nella società moderna.

Una volta che fette consistenti della popolazione, e soprattutto quelle che occupano posti di potere, siano convertite alla nostra causa, potremo iniziare a fare pressioni sui governi affinché si inizino a produrre leggi che scoraggino apertamente la natalità. Ad esempio una tassa su ogni figlio (passiamo cioè alla fase in cui ci imponiamo, invece di proporci).

Se inoltre convinceremo la gente che arrivati ad una certa età l’eutanasia sia la cosa più dignitosa da fare (ovviamente dovremo averla legalizzata ovunque), eviteremo anche la sovrapposizione generazionale.

Seguendo questo programmino, non dovrebbe essere difficile ottenere l’estinzione dell’umanità, trasformando così il pianeta in un unico immenso parco naturale in cui gli animali potranno vivere felici. Milioni o miliardi di anni di felicità ancora, al prezzo di un condom!

Chi ha letto “Liberazione animale” si è accorto sicuramente che la struttura di questo mio breve esercizio argomentativo ne riprende passo passo l’ultimo capitolo, in cui si propone l’iter da seguire per trasformare la terra in un nuovo Eden in cui il leone dorme a fianco dell’agnello (senza l’uomo, ovviamente, aggiungo io).

Vi ho fatto ridere con questa sequela di assurdità? Ho ottenuto il mio obbiettivo. Vi ho fatto venire i brividi? Anche così ho ottenuto il mio obbiettivo. Potrebbe sembrarvi, questo discorso sulla natalità, fortemente reminiscente delle teorie di alcuni capi religiosi. Chi mi conosce sa bene che non sono esattamente un integralista religioso … E quello esposto qui sopra è solo un esercizio dialettico-retorico. Dopo avervi dato i brividi o le convulsioni di risa, vorrei farvi notare che ciò non è una confutazione di Singer. Singer è inconfutabile. Gli basterà dire che effettivamente questo programma gli va bene, e sarà ancora sempre coerente nel suo strano anello sospeso per aria.

In effetti a molti vegani (e vegane, che all’avere figli preferiscono spesso avere gattini) con cui mi sono scontrato in rete l’idea dell’estinzione umana aggrada molto, e se condotta con tali impeccabili metodologie, merita almeno un tentativo.

Ma molti di voi concluderanno istintivamente che questa è un’assurdità, e potrebbero rifiutare sulle sue basi il principio di Singer. Perché, ribadiamolo una volta di più: non è questione di dimostrare o confutare, ma di accettare o rifiutare. Ma su che basi? Dobbiamo concludere che il discorso sulla morale è impossibile, perché in ogni caso si basa solo su assiomi che vanno accettati o rifiutati?

No. Di fatto, stiamo discutendo dell’etica, quindi il discorso sull’etica è possibile. Il problema è scoprire quali sono le sue fondamenta, qual è la nostra auctoritas di riferimento. Quelli di voi che pensano sia “Dio” possono concludere qui la lettura.

Agli altri mi rivolgerò nel prossimo intervento.

Ossequi,

AF