L’orrore erotico di Junji Ito

26 03 2018

L’horror giapponese, tipicamente, si distingue da quello occidentale soprattutto per la sua maggiore attenzione agli aspetti psicologici. L’orrore made in Japan spesso non è un rappresentato da un mostro che ti insegue, quanto da un male che ti porti dentro, e non ti distrugge coi coltelli, ma col veleno.

E uno dei maestri indiscussi del genere è il mangaka Junji Ito.

Il sottoscritto lo ha scoperto per caso alcuni anni fa, incuriosito dall’aver letto il suo nome in alcune wiki. Dicevano fosse terrificante, ma i riassunti delle sue opere erano molto vaghi e non sembravano particolarmente orrorifici. Immaginate la sorpresa quando mi sono ritrovato, uomo adulto, vaccinato e non molto impressionabile, ad avere difficoltà a prendere sonno dopo aver letto una delle sue storie brevi più celebri: l’Enigma di Amigara Fault.

Trovo che il genere horror sia incredibilmente rivelatore rispetto al funzionamento della nostra psiche, e che Junji Ito sia, in tal senso, un genio (del male?) della psicologia. Dunque in questo piccolo saggio farò un breve excursus sull’autore, che illumina secondo me una serie di riflessioni interessanti sulla psiche umana, cominciando proprio da L’enigma di Amigara Fault (Attenzione: tanti spoiler).

La storia de l’Enigma è piuttosto bizzarra. La premessa è la seguente: in seguito a un forte terremoto emerge dal terreno una faglia. Niente di strano fin qui, se non che sulla parete piatta e omogenea spiccano decine o centinaia di buchi a forma di silhouette umane. I buchi in questione continuano indefinitamente all’interno della montagna, al punto che con una normale sonda non si riesce a raggiungerne il fondo. Ma la cosa ancora più strana è che questi buchi sono fatti a forma di specifiche persone. Vicino alla faglia si conoscono i due pratogonisti, Yoshida e Owaki. I due hanno saputo della faglia tramite la televisione, e hanno sentito un irresistibile desiderio di andare a vederla; una cosa comune a molti altri, tanto che intorno alla parete si è formato un assembramento di persone che sono lì esattamente per la stessa ragione-non-ragione. Appena arrivati l’incubo inizia: presto si scopre che molti di quelli che sono arrivati lì lo sono perché hanno creduto di intravedere in TV un buco che ha esattamente la loro forma. Uno alla volta, i presenti vanno alla ricerca del “proprio” buco e ci entrano, di propria spontanea volontà, sparendo nelle profondità della montagna per non essere mai più rivisti.

Screenshot_168

Non passa molto perché Yoshida trovi anch’ella il proprio buco. Di fronte ad esso, la ragazza ha un inspiegabile attacco di panico; inizia a dire che quel buco è stato fatto per lei, che l’ha aspettata per intere ere geologiche, che lei prima o poi ci finirà dentro e resterà intrappolata come gli altri. Owaki la rassicura e dispone una serie di pietre a tappare il buco per mostrarle quanto non ci sia pericolo; e poi, come potrebbe mai la ragazza finire nel buco, se non entrandoci volontariamente, cosa che chiaramente non farebbe? Yoshida sembra tranquillizzata; i due passano due notti insieme, sta chiaramente nascendo qualcosa fra loro. Alla seconda Owaki si sveglia, Yoshida non è accanto a lui. Preda di un terribile presentimento, accorre al buco di Yoshida: la ragazza ha rimosso le pietre, si è spogliata e ci entrata dentro. Mentre si dispera, domandandosi il perché di quel gesto folle, Owaki incrocia con lo sguardo un altro buco: questo è il suo. Con calma, quasi stoicamente, scorda la tristezza, scorda in effetti qualsiasi emozione, si spoglia e vi entra, scomparendo a propria volta. Entrambi subiranno un fato peggiore della morte.

maxresdefault (4)

Yoshida va nel panico davanti al “suo buco”

Non a caso questa è una delle storie più celebri di Junji Ito, nonché quella da cui parte il mio excursus. Contiene quasi tutti i temi cari all’autore. Il più potente e più sentito è il tema dell’inevitabilità del destino: finirai in quel buco, ti ha atteso da milioni di anni e lì dentro finirai. Inevitabilmente. Poi va a toccare praticamente tutti i terrori primordiali dell’uomo: l’isolamento, la claustrofobia, la nictofobia, il body horror. Ma la cosa che colpisce di più me, personalmente, è l’aspetto psicologico: l’orrore della compulsione.

La gente entra in quei buchi non perché costretta o non cosciente: vi entra perché ha un irrefrenabile desiderio di farlo, sente di doverlo fare, e vi entra di sua spontanea volontà. Yoshida è terrorizzata dal buco non perché teme che la insegua, cosa che un buco non può certo fare, ma perché sa già, al livello subcosciente, che sarà lei stessa a gettarcisi dentro, presto o tardi.

Se lo sa, perché non lo impedisce?

Ed è qui che si rivela il genio psicologico di ito. Quei buchi sono una manifestazione della forza più oscura, terrificante e potente che controlla l’esistenza umana: la marea informe, caotica e irrazionale dell’inconscio. Yoshida non vuole razionalmente e coscientemente entrare nel buco, ma il suo inconscio lo desidera con una potenza cui, semplicemente, ella non può resistere. L’inevitabilità di quel destino tragico risiede nel suo provenire non da fuori, ma dall’interno. È un male che ti sta dentro, ma non come un Mr. Hyde, che assume contorni definiti e perfino diventa indipendente da te: è un male che fa parte di te, che sei tu: Yoshida e Owaki entrano nel buco. Entrano perché lo vogliono, il loro inconscio lo vuole; e lo vuole perché deve punirli di un orribile crimine che hanno commesso in qualche vita precedente… ma questo crimine orrendo è anch’esso un crimine inconscio; non lo ricordano, non sanno neanche di che si tratta, e sappiamo che esiste solo perché… Owaki lo ha sognato. Il sogno finestra sull’inconscio. Dice qualcosa?

Tutto ciò che accade sfugge al controllo razionale, eppure sta accadendo tutto dentro di loro, ovvero nel posto sul quale dovrebbero avere il più grande controllo. Il terrore qui è scatenato dal fatto che Junji Ito ci mostra delle persone che non solo non hanno potere su ciò che accade intorno a loro (magari perché vittime di mostri, vampiri, spettri), ma che soprattutto non ce l’hanno su quello che succede dentro di loro. L’orrore sono loro.

Ci sono ancora un paio di temi importanti da sottolineare, qui; quello che trovo più interessante e più necessario a capire Junji ito è il ruolo dell’amore e della sessualità nelle sue opere.

Che ruolo ha l’amore, il calore degli altri esseri umani, ne “l’Enigma di Amigara Fault”? Owaki rassicura Yoshida e le da amore. Le dà anche un’elegante e tranquillizzante spiegazione del suo terrore per il buco: Yoshida è sempre vissuta sola, e per lei il buco rappresenta la solitudine. Ma ora non è più sola, non ha quindi più nulla da temere.

Ma Yoshida scappa silenziosa durante la notte e si infila nel suo buco di suprema solitudine. E subito dopo Owaki finisce a sua volta nel proprio buco.

L’amore qui è una promessa disattesa; il calore degli altri esseri umani non può aiutarti in alcun modo, se tu hai un buco che ti attende da quando sei nato, e hai l’ansia febbricitante di riempirlo. Yoshida e Owaki ripudiano la vicinanza reciproca in favore dell’autodistruzione, perché semplicemente questa viene da dentro di loro, e dunque è più forte dell’amore che invece sta fuori.

Ma c’è dell’altro da notare, e io mi concentrerei su questo aspetto, che vedremo anche nelle altre opere: il male, in Junji Ito, è spesso femmina. I buchi sono il male ne l’Enigma, e il buco freudianamente parlando è femmina. E esercita il suo male in modo femmineo, passivo: non ti insegue come il mostro di uno slasher movie, si limita ad attenderti, a spalancartisi davanti, ad attrarti come una pianta carnivora. E una volta che gli sei… che le sei entrato dentro, ella ti intrappola. E non ti uccide, fa molto di peggio: ti trasforma in un orrore vivente, tramuta la tua esistenza in agonia.

Ma se il male de l’Enigma è femmina metaforicamente, il male di “Tomie”, altra grande opera di junji Ito, è femmina nella maniera più esplicita; e non si può parlare di sessualità e amore in Ito senza parlare di Tomie. Tomie è la protagonista/antagonista di una lunga serie di racconti di Junji Ito; si tratta di una ragazza che ha il potere di sedurre invincibilmente qualsiasi uomo. Un solo sguardo di Tomie ti trasforma nel suo schiavo d’amore. Come usa Tomie questo potere? Per conquistare il mondo? Per ottenere denaro e fama? Nulla di tutto ciò: lei vuole solo ottenere una schiera infinita di schiavi d’amore; vuole sedurre e torturare psicologicamente qualsiasi uomo sulla terra; e questa sua fame di amanti non si ferma davanti a niente, non ha remore nemmeno nel darsi alla pedofilia e sedurre e molestare perfino i bambini. Ma il tratto più peculiare di Tomie, che la distingue dalla maggior parte delle “Sirene” e delle “Streghe” della fiction, è a cosa portano le sue azioni: gli uomini che ne cadono vittima vedono la loro passione crescere inesorabile; parallelamente, Tomie mette presto da parte la dolcezza iniziale e diventa sempre più gelida e sprezzante: maltratta, insulta, disprezza apertamente i suoi amanti, e ovviamente li tradisce con centinaia di altri. Questo, inevitabilmente, porta i suoi amanti a odiarla sempre di più e ad esserne sempre più gelosi, il che alla fine si risolve con un omicidio: Tomie viene sempre uccisa dai suoi amanti, e generalmente fatta a pezzi. Ma non ci si libera così facilmente di Tomie, per due ragioni: la prima è che la sua influenza è permanente, chi ne cade vittima una volta non è mai più capace di amare altre donne e vive tutto il resto dell’esistenza a desiderarla, spesso finendo ad autodistruggersi nel crimine. Ma soprattutto, Tomie rinasce sempre, anzi, si moltiplica: ogni pezzo di Tomie è capace di rigenerare una nuova Tomie per intero, identica alla prima. Non v’è dunque una sola Tomie, a questo mondo, bensì un intero esercito.

image

Nella storia “Il Pittore”, un artista innamorato cattura la “vera bellezza” di Tomie.

Anche qui Ito ci colpisce sotto la cintura, anche qui abbiamo un qualcosa che scatena il nostro inconscio, che ci rende delle persone orrende, ci distrugge la vita… Ma qualcosa che è dentro di noi, Tomie ci entra dentro. Al contempo, Tomie è il male femmina. La sua passività è totale, ella non fa altro che farsi corteggiare, gli uomini vanno da lei, non è lei che va da loro. La passività di Tomie è portata così all’estremo che rovescia la dialettica tipica dell’horror, in cui il carnefice uccide la vittima: qui il carnefice è ucciso dalla vittima. Più e più volte, in un ciclo infinito di distruzione e autodistruzione. Tomie, a sua volta, rappresenta essa stessa quel desiderio di cui è oggetto; ella brama la propria dissoluzione, ella vuole essere uccisa e risorgere ogni volta. Ella stessa è vittima di sé stessa. E non scordiamoci che, da brava femmina, è una forza proliferante, che si replica. Ma non a caso, la sua procreazione è asessuata, e ogni Tomie odia tutte le altre Tomie, perché le vede come rivali. Metaforicamente ma anche concretamente, dunque, Tomie odia sé stessa e vuole vedere sé stessa distrutta e fatta a pezzi; l’importante è distruggere anche tutto ciò che ha intorno nell’atto.

Dunque abbiamo due mali, i buchi e Tomie, che sono entrambi femmine e passivi, e il loro unico potere, l’unico modo in cui distruggono le vite intorno a sé, passa attraverso il farsi desiderare, attraverso il subire, attraverso la sollecitazione dell’inconscio altrui, attraverso il farsi penetrare metaforico. Ed entrambi non sono mostri (almeno, non a vedersi, ma provate a scattare a Tomie una foto…), ma una volta che ti hanno catturati trasformano te in una pervertita mostruosità.

Non è un caso, a mio avviso, la scelta Di Ito di riferirsi tanto spesso alla sessualità e all’amore. Sono temi ricorrenti per lui, è la ragione secondo me è piuttosto ovvia: nella sessualità e nel sentimento l’inconscio si manifesta nella sua forma più libera e selvaggia. Attraverso l’eros si scatena la follia in una forma che è quasi considerata accettabile socialmente. Ed è un eros che nel suo farsi ossessione e febbre, sublima, si spoglia di concretezza: notiamo bene che non si vede mai, che io sappia, Tomie fare sesso. Sembra che tutti i suoi rapporti siano effettivamente privi di una sessualizzazione concreta, e si potrebbe ipotizzare che Tomie stessa sia del tutto incapace di piacere sessuale. Chiaramente non lo cerca, quello che fa è farsi desiderare eroticamente, ma mai possedere o toccare per davvero, se non per farsi uccidere. Tutti gli uomini che la incontrano dicono di essere follemente innamorati di lei, nessuno di loro dice di desiderarla sessualmente e basta. E come accennavo prima, anche un bambino cade vittima di Tomie e delle sue molestie sessuali, ma malgrado ella lo baci perfino sulla bocca, lui la chiama “mamma” (Freud qui sborrerebbe). L’erotismo vero è proprio è dilazionato, è altrove: quello che conta qui è solo il possesso; e chi si possiede meglio di un bambino? È dunque naturale che Tomie sia anche pedofila, e nella storia “Il ragazzo” Ito viola uno dei maggiori tabù del perturbante, descrivendo con raccapricciante dettaglio gli effetti devastanti di quella che è un’autentica violenza sessuale su minore; e per di più coglie il nucleo della malvagità dietro l’abuso pedofilo, che non è l’atto sessuale in sé (Tomie si “limita” in effetti al bacio in bocca, sul piano fisico) né la violenza fisica (che Tomie non pratica mai in quanto naturalmente “passiva”) ma tutto il contorno manipolatorio, la disparità di potere, l’astuzia tossica del seduttore che perverte per sempre la concezione dell’amore e del sesso del futuro adulto. Tomie manipola il bambino, lo seduce, trovando nel fatto che sia un bambino non un limite ma semmai il divertimento di una vittima ancora più facile da plagiare.

Il tema dell’amore perverso, dell’amore come possesso e dipendenza, come ossessione, come follia, torna ripetutamente in Junji Ito (che comunque risulta felicemente fidanzato, a scanso di equivoci). Anche nell’altra opera per cui è forse più famoso, la raccolta di racconti “Uzumaki” (“Spirale”). In Uzumaki il male assume forma, letteralmente: una forma geometrica, quella della spirale. La pacifica città di Kurozu-Cho viene maledetta dalle spirali, collegate a tutta una serie di terrificanti eventi. Un uomo diventa ossessionato dalle spirali al punto da passare tutto il proprio tempo libero a fissare spirali, finché un giorno non si suicida in una lavatrice, trasformandosi così, fisicamente, in una spirale. La moglie, dal canto suo, sviluppa una fobia per le spirali, tale che si suicida nel tentativo di rimuovere le spirali dalle proprie orecchie.

Anche la scelta di questa specifica forma non è casuale: la spirale è il simbolo dell’autodistruzione. La spirale dell’alcol, la spirale della droga. A Kurozu-Cho la gente inizia ad essere divorata dall’interno da spirali, da vortici di autodistruzione che è impotente a fermare perché non vuole fermare davvero: l’unico a rendersi conto di ciò che sta succedendo è Shuichi, un ragazzo un po’ strano che è capace di “vedere” le spirali maledette, ma non viene mai ascoltato e dunque non può far altro che assistere impotente alla distruzione che si sparge incontrollata, alla discesa nella follia del mondo che lo circonda.

La storia forse più famosa di questa raccolta è “la Cicatrice”, in cui una bellissima ragazza di nome Azami inizia ad essere divorata viva da una cicatrice a forma di spirale che ha sulla fronte. Anche qui l’orrore fisico riflette quello psicologico: Azami conosce Shuichi, ma questi vede subito, grazie al proprio sesto senso, la spirale sulla sua fronte, anche se è ancora piccolissima: ne è terrorizzato, scappa da lei è le ingiunge di abbandonare subito Kurozu-Cho per salvarsi. Ma è troppo tardi, Azami è già maledetta. La sua spirale, la spirale psicologica di Azami, è un amore malsano per lo stesso Shuichi che si sviluppa immediatamente, non appena lo vede. Non solo i tentativi di lui di allontanarla falliscono, ma fanno solo aumentare l’ossessione di lei, che addirittura si trasferisce vicino a lui per potergli fare stalking meglio. La spirale non fa che crescerle dentro l’anima, e allo stesso tempo le cresce dentro il corpo, scavando un profondo buco sulla sua fronte. Parallelamente, è vittima della spirale di Azami anche il povero Okada, un ragazzo che invece è innamorato in modo malsano di lei e, nelle sue stesse parole, se ne sente “risucchiato”.

eIRTEXk

Azami divorata dalla spirale.

Alla fine, al culmine dell’ossessione, Azami usa Okada per riuscire ad avvicinarsi a Shuichi. L’inganno riesce, ma l’obbiettivo della spirale non è certo dar vita ad un rapporto: solo divorare tutto. La Spirale, che ormai ha divorato tutto il viso di Azami, risucchia dentro di sé anche Okada, uccidendolo, dopodiché, mentre Shuichi si rifugia su un albero, divora completamente la stessa Azami, che viene ridotta al nulla. Ritorna l’inconscio scatenato che si manifesta attraverso un’inestinguibile passione, un irrefrenabile desiderio narcisistico di possesso sessuale dell’altro che consuma tutte le persone coinvolte. Anche qui, la voce della ragione, Shuichi, si rivela del tutto impotente ad aiutare gli altri; e anche se riesce per ora a salvare sé stesso, non potrà riuscirci per sempre, soprattutto quando la spirale inghiottirà veramente ogni cosa…

Quindi l’amore per Ito è una promessa disattesa (l’Enigma), oppure una pulsione distruttiva e autodistruttiva mirata al possesso del prossimo (Tomie), una tossicodipendenza che ti risucchia via la vita (Uzumaki). Junji ito non offre niente di meglio?

Un pochino sì: qualcosa c’è nella storia “Twisted Souls”, sempre parte della serie sulle spirali. Due ragazzi vivono una storia d’amore tormentata perché ostacolata dalle rispettive famiglie, Romeo e Giulietta style. Anche stavolta Shuichi vede chiaramente la maledizione della spirale aleggiare sugli eventi. Un giorno i due amanti commentano su come le loro famiglie siano “avvinghiate” nel loro odio reciproco, e osservano per caso due serpenti intrecciati fra di loro: “combattono, come le nostre famiglie”, commentano lì per lì. Poi si rendono conto che non stanno affatto combattendo: sono maschio e femmina. Stanno facendo sesso. I due serpenti cadono nel vuoto, ancora avvinghiati fra di loro.

Sotto consiglio di Shuichi, i due decidono di lasciare la città. Finalmente una cosa sensata, pensano Shuichi e il lettore, ma le loro famiglie li fermano, li inseguono e infine li braccano su una spiaggia. Di fronte alla prospettiva di essere separati per sempre, i due ragazzi fanno qualcosa di folle e fisicamente impossibile: trasformano i propri corpi in forme nastriformi e si annodano inestricabilmente fra di loro, come i serpenti di prima. Nessuno potrà mai più separarli, nemmeno loro stessi. Le rispettive famiglie ora capiscono che il punto non è separarli, ma salvarli: ma è troppo tardi: come una specie di serpente a due teste, i visi malinconici, i due si gettano in mare per non essere mai più rivisti.

L’amore qui appare ancora come qualcosa di potenzialmente devastante e autodistruttivo, ma senza rinunciare, stavolta, ad un certo romanticismo di fondo: è chiaro che i due protagonisti vogliono soltanto potersi amare, genuinamente. Ma è altrettanto chiaro che la maledizione della spirale qui ha due facce: da un lato si manifesta nell’odio reciproco delle famiglie, dall’altro nell’amore dei due, che per reazione diventa malsano. Puoi vivere il tuo amore anche se le tue famiglie ti ostacolano, sembra dirci la storia, ma il prezzo sarà di annodarsi insieme, di diventare un unico inestricabile groviglio, una mostruosità a due teste… e scappare nel mare, esclusi da tutto e da tutti, profondamente infelici. Ma insieme.

Come potrebbe questa storia non toccare le corde del cuore di un omosessuale italiano? La fuga da una società malsana diventa un amore malsano, simbiotico, dal quale ormai è impossibile divincolarsi, anche volendolo. L’altro diventa tutto, si vive e si muore insieme.

b12e1c77674ccbce20f793ca622828a1a0569278_hq

I due amanti si “intrecciano”.

Per trovare un vero messaggio di speranza bisogna cercare una storia che parli esclusivamente di passioni d’amore: “Gli incroci”. In una città del Giappone, perennemente immersa nella nebbia, vi è la moda di praticare la crucimanzia: ci si ferma agli incroci nei giorni di nebbia e si domanda al primo passante qualcosa sul futuro di un amore; la formula è tipicamente “il mio amore porterà frutto?”, e la risposta è considerata affidabile, a mo’ di oroscopo. Purtroppo fra gli incroci, nei giorni di nebbia, si aggira un bel ragazzo vestito di nero dall’aria inquietante. I suoi pronostici sono sempre cattivi, e soprattutto si avverano sempre, in effetti sono più che altro delle maledizioni. Per esempio un giorno, Reishi, amica dei protagonisti Midori e Ryuusuke, fra cui c’è dell’attrazione, domanda al ragazzo degli incroci se l’amore dei suoi due amici porterà frutto. Il ragazzo le risponde che dovrebbe preoccuparsi del proprio, di amore. Da quel momento in poi Reishi si scopre follemente innamorata di Ryuusuke, che però non ricambia, arrivando al punto di perseguitarlo ovunque vada; a poco a poco l’ossessione la divora, inizia a perdere la salute, il viso si fa emaciato. Di fronte all’ennesimo rifiuto, Reishi si taglia la gola con un tagliacarte. Il tema ormai ricorre chiaro: l’amore che diventa la spoglia sotto la quale si nasconde un inconscio tormentato, una desiderio sopito di autodistruzione che culmina con la sua realizzazione massima: il suicidio.

La differenza qui è che Ryuusuke decide di contrastare il bel ragazzo vestito di nero con i suoi stessi mezzi: si veste di bianco e si aggira per gli incroci “intercettando” le vittime prima che incontrino il ragazzo vestito di nero, e dando loro ottimi consigli e parole di incoraggiamento. Un bel ragazzo vestito di bianco che ti dice qualcosa di bello, per contrastare un bel ragazzo vestito di nero che ti maledice e avvelena. Forse per la prima volta leggo in Junji Ito di forze spirituali positive che si scontrano con quelle di segno opposto e possono perfino vincere.

Ed è qui che sorge spontanea la domanda: nel mondo di Junji Ito è ammesso un inconscio positivo, che non cerchi di avvelenarci e distruggerci, ma invece di aiutarci? Sembrerebbe di sì, ma forse semplicemente a Ito non interessa molto parlarne, perché lui scrive horror e gli preme farci rabbrividire, non di farci sorridere. Il più delle volte, almeno.

La forza salvifica dell’amore vero fa capolino qua e là anche nel suo mondo così malvagio e caotico; di solito viene nascosto o assimilato da pulsioni malsane che lo rendono invisibile o addirittura lo convertono nel male assoluto… Ma a volte è comunque lì…

Forse si capisce meglio il punto di vista di Junji Ito sull’amore se si leggono i fumetti comici che ha dedicato ai suoi gatti e alla sua fidanzata: Junji Ito è un amante dei gatti, ovvero dell’indipendenza e dell’autonomia. Forse per questo ci mette in guardia da un amore che ti annulla e ti rende dipendente dall’altro, e da una sessualità predatoria che ti rende schiavo.

Consiglio recepito, Junji, consiglio recepito…

Annunci




L’Ora Legale

31 08 2017

Qualche giorno fa ho visto il film “‘L’ora legale”, praticamente una fiction su quello che è successo a Marino a Roma. Riassunto della storia: un sindaco “onesto” viene eletto per riformare l’amministrazione di Petrammare, una città di merda completamente dominata dall’illegalità, dal traffico, dalla sporcizia e dall’inefficienza, portandovi la legalità. Quando inizia davvero a farlo, però, praticamente tutti gli abitanti (qui sta l’unica differenza con la vicenda reale di Marino, che in realtà seppur odiato dalle caste romane era alquanto apprezzato dalla popolazione) iniziano a vedersi toccati i propri interessi, e danno il via ad una sollevazione popolare che conduce alla fine alla cacciata del sindaco tramite uno scandalo-pretesto montato ad arte, e ad un ritorno dell’illegalità.
Diciamo che potevano anche inventarsela qualcosa, Ficarra e Picone, dai.

Complessivamente, non ho apprezzato molto il film, né condivido i giudizi positivi della critica. Cominciamo col dire però quali siano i suoi lati positivi: per cominciare, il problema su cui attira l’attenzione è dannatamente attuale; il film ricapitola praticamente la persecuzione di Ignazio Marino ad opera di tutte le caste e tutte le forze politiche, una persecuzione così spietata che ha visto in prima fila a portarla avanti lo stesso Matteo Renzi, oggi visto come una specie di unico baluardo contro il populismo ma che a Roma è stato il re dei populisti. Un tema indubbiamente interessante di cui discutere. Questo è positivo.
L’altro lato positivo è che la “morale” della storia muove almeno oltre una certa rappresentazione dell’Italia e del sud in particolare da parte degli italiani cui siamo abituati; ricordo per esempio il film “Ieri, oggi e domani”, in cui una Loren venditrice di sigarette abusiva a Napoli elude la galera facendosi mettere ripetutamente incinta, con l’approvazione aperta di tutta la città e il palese compiacimento della regia, come se l’illegalità fosse sostanzialmente un grazioso elemento del folklore locale. Quel film mi disgustò.
Almeno ne “L’ora legale” la situazione viene descritta con un po’ di amarezza/rassegnazione, e c’è da parte degli autori, almeno sulla carta, l’intenzione di stare dalla parte del “sindaco onesto”. Questo è già un progresso, almeno non ci sguazziamo beatamente, nell’illegalità.

Purtroppo l’intento a mio avviso fallisce per mancanza di coraggio e per via di un’impostazione sbagliata della sceneggiatura. Il film riesce a farci vedere il punto di vista dei cittadini che non vogliono più “l’onestà”, punto di vista che sulla carta vorrebbe condannare, onde condannarci tutti… Ma è così ansioso di farci capire quel punto di vista che finisce, inevitabilmente, per esserne apologetico. L’arrivo del sindaco onesto Natoli, da quanto ci viene mostrato nel film, a parte rendere la città un po’ più carina, sembra davvero una specie di catastrofe naturale: l’industria più importante della città viene costretta a chiudere, gli affari iniziano ad andare male più o meno per tutti, gli stessi protagonisti, interpretati da Ficarra e Picone, che gestiscono un bar in piazza, si trovano a perdere clienti e infine si vedono chiudere l’attività. in sostanza, l’arrivo della legalità sconvolge e distrugge l’intero equilibrio economico-sociale del paese, che era basato sul sistema della corruzione, dell’imbroglio, della truffa, dei “favori”, delle raccomandazioni e via discorrendo. Di positivo accade che la città effettivamente è più pulita e carina, ma a parte questo l’arrivo del sindaco sembra effettivamente una disgrazia, e la sua fissazione per il rispetto delle regole finisce con l’apparire stupida, fuori dal mondo e finanche dannosa, in un posto in cui l’intero ecosistema socioeconomico si basa sull’illegalità (Marino again).
Insomma il messaggio del film si riassume così: “sì, è vero, le regole in teorie andrebbero rispettate, la legalità sarebbe una cosa bella sulla carta. Però nella pratica vi sono equilibri che si reggono sull’illegalità diffusa e pensare di cambiarli è sì una buona intenzione, ma è anche un’idea sciocca e fuori dal mondo destinata al fallimento”. Con la postilla: “eh, purtroppo è così, non è che ci piace ma è così”.Risultati immagini per l'ora legale recensione

Però per un film che tutto sommato sembra volerci fare la morale, questa è veramente una pessima morale da fare. È vero, ci sono ecosistemi, come quello romano ad esempio, che di fatto si reggono sul malcostume dei favori, delle caste, delle raccomandazioni, dell’inefficienza. In un qualche modo “funzionano”, nel senso, non è l’apocalisse nucleare quello che succede a Roma: è semplicemente una città sporca, puzzolente, scomoda ed invivibile, ma sarà pur sempre meglio di Pyongyang. Non è la Shoah se rimane così. Però sarebbe molto meglio se venisse riformata, e col giusto polso e la giusta astuzia politica, quel sistema potrebbe e dovrebbe essere riformato. Ne guadagnerebbero tutti gli abitanti, nel complesso. Mi si vuol far credere che veramente Petrammare/Roma può funzionare solo se si infrange la legge? Che effettivamente l’equilibrio migliore e più sano per gli abitanti è quello, sporco, puzzolente, sprecone, inefficiente, che si è già trovato? Che se aspiri a qualcosa di meglio, alla fin fine, sei benintenzionato ma un povero coglione?
Perché nel momento in cui mi si mostra che il sindaco onesto Natoli sostanzialmente demolisce il tessuto sociale della città, senza farvi corrispondere alcuna seria contropartita, mi stai dicendo che in effetti coloro che lo vogliono far dimettere hanno tutte le ragioni di volerlo fare… Anche se poi vorresti dirmi che hanno torto, che sono dei mostri, la situazione che descrivi è una in cui hanno delle ottime ragioni. Certo, nella realtà perché un’insegnante di scuola dovrebbe avercela anche lei col sindaco Natoli? Forse la obbliga a lavorare di più? Può essere, ma la tiene anche meno imbottigliata nel traffico, le fa trovare meno cacca di cane per strada, le fa respirare un’aria meno cancerogena, le fa fare file più brevi alle poste e al comune; inoltre fa risparmiare un sacco di soldi alle casse pubbliche, che poi possono essere usati, per esempio, per diminuire il costo dei mezzi pubblici o per costruire aree attrezzate per i bambini o per ammodernare le stesse aule della scuola rendendole il lavoro più confortevole… E i due baristi che perdono i clienti perché gli impiegati comunali, ora che devono lavorare davvero, non possono più andare al bar? Lasciamo stare che ci sono sempre le pause per andare al bar… Ma i primi a guadagnare da una città più pulita e ordinata sono proprio gli operatori coinvolti nel turismo, perché la città diventa più attraente. La legalità non è meglio dell’illegalità soltanto sulla carta e nelle teorie dei filosofi morali: la legalità fa stare tutti quanti meglio; è stata inventata apposta per quello, per il bene comune, i.e. per il bene di tutti. Nel film però questo non si vede per niente; si vede solo una bella piazza linda e pulita: scegliete una piazza linda e pulita o mille posti di lavoro? Anche io, che sono piuttosto onesto e tengo all’ambiente, sceglierei il posto di lavoro, ma il punto è che non sono affatto cose mutualmente esclusive.

Marino… cioè, Natoli, ci dicono gli autori, in teoria è buono e bravo, ma nella pratica, è rigido, ottuso e non si rende conto di portare più danni e fastidi che benefici, nel contesto in cui è calato. La sceneggiatura insiste continuamente sul suo essere fuori dal mondo e sostanzialmente idiota: Natoli non ha mai una battuta interessante, e quando gli viene chiesto di dar ragione dei suoi provvedimenti non prova nemmeno a giustificarli in modo pratico, sa solo dire che “sono le regole e vanno rispettate”, come se nemmeno lui sapesse perché esistano, queste regole. La scelta di un Vincenzo Amato completamente incapace ed inespressivo per interpretarlo mette la ciliegina sulla torta sull’opera di rendere il personaggio completamente impermeabile alla simpatia: il giudizio più lusinghiero che si possa dare ad una persona così priva di personalità ed intelligenza come Natoli sarebbe “è un buon coglione”. Entrare nel suo punto di vista è completamente impossibile; di fatto come punto di vista ci viene somministrato solo quello dei cittadini insoddisfatti e insofferenti alla legalità che però, diciamolo, almeno hanno una personalità e hanno un po’ di senso pratico, mica come quell’imbecille del sindaco che vive nel mondo di My Little Pony. Però, che Ficarra e Picone ci credano o meno, di spiegarci quel punto di vista lì non ve n’è gran bisogno; gli italiani, specie del sud, conoscono già perfettamente le “ragioni dell’illegalità”, visto che le vivono tutti i giorni, spiegarcele ulteriormente mi pare abbastanza superfluo.

Ora, come diceva Schopenahuer, se la teoria differisce dalla pratica, è la teoria ad essere sbagliata; il messaggio del film finisce con l’essere, in sostanza, che la legalità è una bella idea senza applicazione pratica. Marino… Cioè, scusate, Natoli, non poteva avere successo perché la legalità nell’ecosistema di Roma… cioè, scusate, Petrammare, non può funzionare e i cittadini per primi non la vogliono per davvero perché, sebbene amino lamentarsi, in realtà stanno bene così. Ma che messaggio è? Lo sappiamo già cosa è successo a Marino e perché è successo, le abbiamo viste le manifestazioni inscenate dai parassiti di Roma al grido di “Marino dimettiti”, quando era stato accusato, e poi assolto, di aver caricato un po’ i rimborsi per spese di rappresentanza nella città di Mafia Capitale. Il problema non è che la legalità a Roma non possa funzionare, è che per implementarla ci vuole una certa astuzia politica, visto che se ci provi ci sono gruppi di interesse che faranno di tutto per distruggerti.

Poteva il film essere sviluppato in maniera più interessante?
Secondo me sì; sarebbe stato più interessante vedere, per esempio, cosa succederebbe se venisse fuori un Marino che oltre alle buone intenzioni ha un po’ di astuzia politica in più per metterle in pratica.
Certo, mi si potrebbe dire che, proprio sapendo cosa è successo a Roma, il fatto che il film si sviluppi in questo modo è realistico: il sindaco benintenzionato ma troppo ingenuo viene distrutto dai gruppi di interesse cui ha pestato i piedi. Ok, ci sta. Ma allora vorrei almeno vedere la vicenda dal punto di vista della vittima più che da quello dei carnefici, visto che quello dei carnefici è quello che ci hanno propinato tutti i telegiornali per mesi.

Quello che accade nel film è, invece, che l’atteggiamento di rassegnazione allo status quo, che già di suo sarebbe discutibile, si tramuta in adozione del punto di vista del furfante, addirittura con l’identificazione del cittadino comune col furfante e infine con una sottile apologia dello status quo, e alla fine della visione si resta dubitanti: ma Ficarra e Picone condannano lo status quo o sotto sotto se ne compiacciono? Non è che forse loro stessi sono i primi che amano lamentarsene ma tutto sommato ci sguazzano?
Perché se, come sostengono molte recensioni del film che ho già letto, il film vuole essere uno specchio della mostruosità di ognuno di noi, è anche vero che in uno scenario in cui tutti sono mostri nessuno è davvero mostro…

Ossequi.





La poetica del piccione

7 12 2015

 

Avevo promesso nel mio ultimo post sul tema che avrei parlato, finalmente, di qualche media che parla efficacemente di eroismo e grandi valori. E lo farò. Prima, però, vorrei fare una cosa che avrei dovuto fare un po’ di tempo fa e che ancora mi resta come sassolino nella scarpa.

Povia.

VI lascio cinque minuti per ridere e risistemarvi, poi tornate qui e parliamo un po’ di Povia.

Il grande artista e sismologo noto per aver scoperto che i terremoti li causano le persone camminando, ultimamente è caduto non in disgrazia ma peggio, è ormai sostanzialmente la parodia di se stesso; ma si fa comunque risentire ogni tanto. Oggi, in particolare, leggevo di una sua lamentela: da quando ha scritto “Luca era gay” gli sbattono tutti le porte in faccia.

youpoorthing

In realtà è perfettamente naturale che, se introduci consapevolmente nel corpus della tua produzione “artistica” un’opinione gravemente offensiva a uno strato significativo della popolazione, la tua fama e il tuo successo ne risentano. Ma puoi consolarti, Giuseppe: hai perso fan gay, amici dei gay, genitori dei gay, simpatizzanti dei gay; però ti sei fatto un sacco di amici nei circoli di Forza Nuova. Voce girava, ai tempi di Luca era gay, che i neofascisti di cui sopra ti avessero dedicato anche un santino. Peccato che Forza Nuova con le sue percentuali dello zerovirgola sia una fetta di mercato così poco appetibile … ma la vita è fatta a scale; e poi quando tutto manca c’è Salvini.

Ma visto che Povia, dopo aver tentato di spaccare il mondo con Luca era gay tentando di farne il suo personale “Citizen Kane”, si lamenta del fatto che viene ricordato solo per quello, gli farò un favore, e per quanto difficile sia parlare di questo personaggio seriamente, ci proverò: oggi parleremo dunque della poetica di Povia, e ne parleremo senza citare Luca era gay.

Che non è così difficile, visto che Luca era gay artisticamente parlando non è niente e non è mai stato niente. Povia era bravino a comporre musiche orecchiabili e a elaborare una certa poetica degenerata che approfondiremo qui a breve; ma in Luca era gay non ha fatto questo, bensì si è limitato a scrivere un manifesto politico antiomosessuale; perfino la musica era una specie di pseudo-rap fecale del tutto dimenticabile, e che infatti non è sopravvissuto alle lyrics propagandistiche che accompagnava. Peraltro, che l’avversione di Povia verso gli omosessuali abbia tratti di rancore personale è ormai più che un’illazione, quindi mettiamola così: Povia ha scritto un pezzo che era per metà un semplice pamphlet omofobico, e per metà il resoconto della sua avversione nevrotica per gli omosessuali. Artisticamente, non ci dice niente; io invece, non me ne voglia l’Arte, ma qui voglio dare un giudizio artistico su Povia, quindi atteniamoci all’arte che ha prodotto, anche se è un’arte degenere, e ignoriamo completamente Luce era gay.

Dopotutto, ben prima che arrivasse Luca era gay, tutti canticchiavano “i bambini fanno oh”; perfino io ce l’avevo sull’mp3, accanto ad “Asereje” ed altra musica commerciale utile solo a scopo di auto-narcosi intellettuale. E tutti quanti erano innamoratissimi, oltre che della musichetta carina, del meraviglioso, poetico testo.

Tutti?

No. Attenzione, ho detto che la musichetta era orecchiabile e non credo possiamo negarlo, per questo la ascoltavo. Ma io anche ai tempi del liceo era già intellettualmente più maturo e riflessivo di un buon 60% della popolazione italiana, ed era dunque naturale che quelle lyrics mi puzzassero di marcio lontano un chilometro.

Puzzavano, sì, ma ancora eravamo ben lontani dagli abissi dell’orrore che ci propinò con “Siamo italiani”, e anche dal divertente trash autoreferenziale dei suoi ultimi exploit complottari, quindi la mia critica a Povia a quei tempi si riassunse in un unico commento che, ricordo, proposi alla riflessione di una compagna di classe mentre tornavamo a casa da scuola, usando suppergiù queste parole: “a me il testo di quella canzone non piace. Mi pare che tutta questa esaltazione dell’innocenza del bambino, come se il bambino fosse migliore dell’adulto solo perché non capisce le cose, alla fine si riduca ad una celebrazione dell’immaturità e basta”.

La fanciulla non era esattamente un carattere riflessivo, per cui non mi rispose nemmeno. Ma quanto avevo ragione! Povia confermò tutto nel suo seguente successo, ma prima di parlare di piccioni restiamo un attimo sui bambini. Povia celebrava i bambini; potremmo essere tentati di paragonarlo, in questo (e solo in questo), a un Carroll o a un Saint-Exupery. Tuttavia … cos’è che nel bambino viene celebrato da Povia?

Fa “oooh”. Questa è la cosa principale. Si stupisce di ogni cosa e vede la meraviglia in ogni cosa: poi è spontaneo; fa la pace e non fa la guerra; tutte cose che per gli adulti, ci dice Povia, non valgono, soprattutto se parliamo di lui stesso che infatti “se ne vergogna un po’”. Ma per quanto Povia possa avere tantissime cose di cui vergognarsi, non è affatto vero né che le cose che ci ha presentato siano esclusive dei bambini né che tutti i bambini le abbiano. Certo, il bambino si stupisce di tutto e ogni cosa gli sembra nuova, ma questo perché è nuova; un bambino si appassiona al topolino la prima volta che lo vede, e magari dopo fa i capricci perché i genitori gli comprino un topolino; ma nella maggior parte dei casi rapidamente si scoccerà del topolino e alla fine si scorderà pure di dargli da mangiare. La meraviglia, nel bambino come nell’adulto, è collegata all’esperienza del nuovo e nell’inusuale; l’adulto può dunque perderla, o può forse anche non averla mai avuta, ma può benissimo anche conservarla. Io da bambino amavo il senso della meraviglia, del nuovo e dell’inusuale, così sono diventato scienziato: ora ogni giorno ho qualcosa di nuovo in questo mondo di cui meravigliarmi, e sono sicuro che il mondo non finirà mai di stupirmi e di farmi dire “oooh”. In più, rispetto a quando avevo dieci anni, sono più maturo, più intelligente, più colto, più forte, più responsabile, più spigliato nei rapporti umani e posso fare molte più esperienze … insomma, ora sono di più.  Ho perso qualcosa per strada? Forse sì, ma crescere significa anche lasciarsi dietro certe cose per guadagnarne altre, e siamo tutti chiamati a crescere: il bambino è fatto per crescere, è fatto per diventare di più di un bambino.

L’esaltazione del bambino nelle parole di Povia è un’esaltazione di un’innocenza che più correttamente si delinea come semplicità, o meglio ancora, semplicismo. Un bambino non avrebbe la più pallida idea di come risolvere i problemi della guerra o della fame, non sarebbe in grado di gestire un matrimonio, di coordinare un lavoro e un migliaio di altre cose che da adulto potrà fare; per questo deve crescere. Il non saper fare queste cose è una sua minorità rispetto all’adulto, e se vogliamo celebrare qualcosa del bambino, direi che non è certo la sua minorità. Al massimo la sua assenza di pregiudizi, il suo polimorfismo, il suo possedere un potenziale grezzo non ancora realizzato, ma proprio per questo anche non ancora sprecato.  Non è quello che ha fatto Povia, che invece ha compiuto il proprio grande debutto nel mondo del cantautorato con un’esaltazione della minorità intellettuale travestita da esaltazione della purezza. Ma potremmo considerarlo semplicemente un passo falso, una bambinata; oppure si potrebbe dirmi che ho frainteso ciò che intendeva, che sto vedendo cose che non esistono, che sto stiracchiando l’interpretazione. Si potrebbe dirlo, se non avessimo sentito a seguire la fantastica canzone del piccione, “Vorrei avere il becco”, che se ben ricordo vinse il festival di Sanremo.

Andiamo al nucleo della canzone: l’elogio del piccione. Un elogio, peraltro, molto orgoglioso; Povia sceglie il piccione proprio perché è il piccione, e sono pronto a scommettere che lo ha fatto con la piena consapevolezza che nessuno avrebbe mai dedicato una canzone al piccione, e comunque non per le ragioni per cui l’ha fatto lui.

Chiariamo prima di tutto che animale è il piccione, o più precisamente cosa rappresenta nell’immaginario collettivo.
Il piccione si è guadagnato presso i cittadini il nomignolo di “topo di fogna con le ali”. È grigio, indiscutibilmente poco attraente sul piano fisico. Ha un’andatura goffa e inelegante. Uno sguardo che non denota intelligenza. Scagazza in testa alle persone, sui cornicioni, sui monumenti. Ha un verso garrulo e sgradevole, come se stesse continuamente per vomitare. Mangia qualsiasi merda che trovi in giro. È superfluo al’ecosistema e strettamente dipendente dagli umani: coevolutosi con l’ambiente urbano, non potrebbe proliferare nella natura selvaggia e dunque anche l’ecosistema non ne ha alcun bisogno. È sostanzialmente inetto, o per lo meno, l’immagine del piccione è quella di un animale inetto. Tutto nel piccione, dallo sguardo vacuo, al portamento dondolante e sgraziato, al verso irritante, e alla sua pessima abitudine di ricoprire di guano strade, monumenti ed edifici, emana mediocrità, fastidio e banalità.

Intendiamoci, si possono trovare motivi di lode e ispirazione per metafore altamente poetiche in tutte le creature viventi; Umberto Saba dedicò a sua moglie una poesia in cui la paragonava fra le altre ad una pollastra, ad una mucca, ad una cagna, perché in ciascuna di queste bestie aveva trovato una bella dote da dedicare all’amata. E probabilmente potremmo trovare qualche grande dote anche nel piccione; che so, è adattabile, prolifera bene, e a ben vedere non è così stupido. Ma questo è assolutamente irrilevante per quanto concerne la canzone di Povia, che non ci svela certo niente sull’intelligenza segreta del piccione.

Il piccione di Povia è perfettamente fedele alla sua immagine popolare: si “accontenta delle briciole”, “vola basso”, infesta i cornicioni, fa perfino quel verso orrendo fra una strofa e l’altra. Lo stesso Povia ammette candidamente che è un “brutto paragone”, ed effettivamente mi riesce difficile immaginare paragoni peggiori del piccione (forse le zecche?) … Insomma, un animale mediocre e fastidioso.

Riprendiamo qui il discorso che feci quando recensivo Troy: c’è qualcosa di male a parlare di cose e persone banali e mediocri? Assolutamente no, non c’è un argomento che l’arte non debba trattare, e la mediocrità è un soggetto molto interessante, perché è realistico, è la vita vera; e questo pesa. Dunque Povia ci presenta i suoi temi, in questo caso l’amore coniugale, nella loro complessità; per questo ciò che ci racconta non è straordinario, per questo sceglie un animale banale e mediocre, perché vuole semplicemente mostrare la realtà, cacciandoci dalla testa quelle cazzate su mariti principe azzurro e mogli pornostar dilettanti.

O almeno, questo è quello che direi per confondere la gente se io fossi Povia. Perché in realtà non è affatto così, non è affatto quella l’immagine. L’immagine è quella della nonna che sta da cinquant’anni col nonno, che non è altro che una favola come quella del principe azzurro: I matrimoni dei nostri nonni erano tutti o quasi combinati, l’amore era d’importanza del tutto secondaria e visto che non erano basati sull’amore andavano avanti anche senza. Oggi metà dei matrimoni finiscono col divorzio, e malgrado sia possibile idealmente arrivare a cinquant’anni di matrimonio felici, è qualcosa di estremamente difficile, e porselo come aspettativa non è “volare basso”, è al contrario fare grandissimi sogni. E dopotutto, lo dice lui stesso, “che ci fanno due piccioni in una favola?”; dunque è confermato, ci sta raccontando una favola disneyana, con tanto di irrealistico lieto fine.

Ma i piccioni non c’entrerebbero per niente, qui. Possono stare benissimo nella realtà, ma nella fantasia non c’è veramente spazio. La fantasia serve per superare i limiti della realtà e per immaginare qualcosa di più grande; le aquile, quelle sono animali da favole, non i piccioni. La decisione di non parlare di aquile ma di piccioni è sensatissima, ma non è compatibile con l’immaginario sognante che ci somministra.

Ora, la questione omofobia, seppure sicuramente abbia aggiunto al mio fastidio per il Povia un forte elemento di avversione personale, nonché l’irritazione particolarmente bruciante nel vedere un propagandista d’odio come quello parlare di bimbi unicorni arcobaleni e altra melassa, arriva insieme ad un senso di stridore estetico fortissimo che già prima i suoi testi mi causavano; quello stesso tipo di stridore che mi ha causato Troy, e più o meno per gli stessi motivi. Povia non racconta la storia vera di un “piccione” nella sua complessità, ma semplicemente celebra la piccionaggine come massimo valore umano. Ovverosia, non solo siamo piccioni nella vita di tutti i giorni, non solo non dobbiamo aspirare ad essere niente di più che piccioni, ma perfino i nostri sogni più sfrenati dovrebbero ricalcare l’ideale della piccionaggine, che rappresenta una specie di stato di perfezione spirituale e il segreto per la felicità. Insomma, per dirla col film Trainspotting:

“Il lavoro, la famiglia, il maxitelevisore del cazzo, la lavatrice, la macchina, il cd e l’apriscatole elettrico, buona salute, colesterolo basso, polizza vita, mutuo, prima casa, moda casual, valigie, salotto di tre pezzi, fai da te, telequiz, schifezze nella pancia, figli, a spasso nel parco, orario d’ufficio, bravo a golf, l’auto lavata, tanti maglioni, natale in famiglia, pensione privata, esenzione fiscale, tirando avanti lontano dai guai, in attesa del giorno in cui morirai.”

E dirò, non è neanche così male, è quello che cerchiamo quasi tutti nelle nostre vite; ma è chiaramente un’immagine inadeguata a rappresentare una specie di ideale romantico, perché non è altro che banale conformismo piccolo borghese. Chi può mai pensare che una cosa simile possa essere proposta come ideale estetico?

Una persona: Povia. E infatti le canzoni di Povia rappresentano un manifesto con cui cerca di costruire e rafforzare una sua estetica, una tipica estetica piccolo-borghese ridotta veramente ai minimi termini. La musichetta è orecchiabile per essere immediatamente digeribile, le parole sono semplici, i làlàlà qui è lì, i contenuti mielosi e dozzinali … le opere tipiche di Povia ricalcano pelo a pelo tutti gli stilemi delle canzoni fatte esclusivamente per vendere, e in questo senso non sarebbero differenti da un’Asereje qualsiasi o da decine di canzoni che hanno vinto Sanremo, e se Povia si limitasse a quello forse forse sarebbe ancora sul mio mp3 (e non avrebbe scritto Luca era gay). Il punto è un altro, il punto è che tutte le evidenze ormai convergono sulla certezza che Povia non scriva roba melensa, dozzinale, ipocrita e in ultima analisi perfino offensiva per vendere, ma che lo faccia perché ci crede, e che si sia sempre mosso con un preciso intento programmatico e un chiaro e solido messaggio: quella che vi presento è l’essenza della vita, e la mia è un’alta forma d’arte; il piccione è il massimo cui potete e dovete aspirare.

Da qui l’esaltazione acritica di Povia per tutte le bandiere piccolo borghesi sotto cui le persone che si identificano con l’uccello grigio si riuniscono per tubare, e che sventolano da sempre fiere sugli altari della Destra: Dio, patria e famiglia!

Be’, su Dio Povia non si è mai dimostrato particolarmente fervente o esperto di teologia; per quanto riguarda la famiglia, si esibisce al Family Day e non servono altri commenti; per quanto concerne la patria …

Be’ … “Siamo italiani”.

Una canzone dalla bruttezza tale che non può essere descritta a parole, costringendomi a ricorrere ad una formula matematica nel tentativo di rendere l’idea:

Siamo italiani = (Merda12 X Vomito5) + smegmasudore stantio

Nella sua bruttezza, quella canzone rappresenta la conclusione naturale della poetica del piccione, ovvero dell’esaltazione della mediocrità, della celebrazione della mancanza di aspirazioni e di doti umane. Dopotutto, come scriveva Schopenhauer, “Ogni miserabile babbeo, che non abbia al mondo nulla di cui poter essere orgoglioso, si appiglia all’ultima risorsa per esserlo, cioè alla nazione cui appartiene”.
Ma non voglio condannare qui il patriottismo in toto; dopotutto possiamo immaginare la patria non soltanto come il semplice terreno su cui siam nati, ma anche come il sistema socio-politico-economico di cui facciamo parte, e dunque in un certo senso come “la squadra in cui militiamo”. Un giocatore ha tutti i diritti di essere orgoglioso dei successi della propria squadra, e così sicuramente un italiano ha diritto di essere orgoglioso dei successi e della grandezza dell’Italia.

Dunque Povia, che si sente erede di Gaber e De Andrè, adesso parlerà di tutte le grandi cose che hanno fatto gli italiani in passato e continuano a fare nel presente. Ok, mi toccherà di nuovo sentir parlare di pittori rinascimentali, magari di pasta e buon cibo, e perfino forse dei mari e del sole per i quali non abbiamo in effetti alcun merito. Insomma, adesso Povia ci parla di cosa significa essere italiani oggi!

Vediamo un po’ come lo fa (e questa è l’unica canzone che cito integralmente per la particolare profondità della sua bruttezza, che può essere apprezzata in forma pura, così com’è uscita dal cu … ehm, dalla penna dell’artista):

Siamo Italiani su le mani che possiamo conquistare pure il cielo

siamo italiani due parole mente e anima

perché corriamo corriamo tutti quanti verso la libertà

e ci crediamo per questo che lasciamo quasi tutto a metà

Siamo italiani su le mani che ci possono soltanto che invidiare

noi siamo quelli che prendono i pugni ma tanto non cadono

e combattiamo combattiamo perché ognuno il suo dolore ce l’ha

ma superiamo perché la forza ce l’abbiamo nel Dna

e non molliamo mai e non molliamo mai e non molliamo mai

Siamo italiani sogniamo che tutto andrà meglio domani

ma con il cuore sempre qua ma con il cuore sempre qua

siamo italiani su le mani

Siamo Italiani siamo quelli siamo quelli che hanno dentro la speranza

che i nostri figli vivranno in un mondo migliore per questo saranno migliori di noi

ed è vero perché noi siamo ancora troppo furbi lo so

ed è vero ed è vero che ci piace arrotondare un po’

ed è vero ma la vita qui è dura e come si fa

ed è vero ma ci crediamo che l’amore ci salverà

e non molliamo mai e non molliamo mai e non molliamo mai

ed è ora ed è ora di cambiare questa storia

Ci meritiamo di vivere un mondo che abbiamo inventato noi

perché siamo positivi nonostante tutto siamo positivi eh sì… siamo italiani puoi dirci quello che vuoi

e non molliamo mai e non molliamo mai e non molliamo mai

Siamo italiani sogniamo che tutto andrà meglio domani

ma con il cuore sempre qua ma con il cuore sempre qua

siamo italiani su le mani

 

Ok, trovatemi nella canzone qui sopra un riferimento concreto a qualcosa che noi italiani facciamo di bello e buono, o abbiamo fatto di bello e buono, o anche solo abbiamo di bello e di buono.

Niente.

A leggere questa canzone siamo degli sfigati del cazzo che vivacchiano fottendo il prossimo. Abbiamo una generica forza d’animo, tanto amore, altre doti positive nel DNA (e che quindi non abbiamo fatto nulla per meritarci, ma indubbiamente ci sono) sempre molto generiche … Ah, “viviamo in un mondo che abbiamo inventato noi”. Tipo? Elaborare un po’?

No, questa canzone non celebra l’italianità in nessuna maniera. È una specie di lettera d’amore personalizzabile, potresti metterci qualsiasi nome e nessuno potrebbe capire di chi si sta parlando:

Le rose sono rosse le viole sono blu

Ti amo da morire spero tanto anche tu

Coccole coccole coccole

Baci baci baci

Carezze carezze carezze

Sei affascinante e spero di avere un figlio con te

Kiss ❤

 

Da Giuseppe a *inserire nome destinatario/a*

Provateci, nella canzone sostituite a “Italiani” “Spagnoli”, o “Americani”, o “Napoletani”, o “Cinesi” o “Brasiliani”; sarà perfettamente credibile. L’unico riferimento che potrebbe suonare strano se applicato a certi popoli è il fatto che siamo furbetti e arrotondiamo, ovvero il peggiore stereotipo italiano in circolazione. Povia ha scritto una canzone per celebrare gli italiani che contiene un solo vaghissimo riferimento all’Italia, ed è uno stereotipo negativo.

Il patriottismo non è necessariamente negativo, dicevo, perché il sistema Patria può compiere grandi e nobili imprese in grado di ispirare e infiammare. Ma il patriottismo di Povia è invece esattamente quello di cui parlava Schopenhauer: miserabili babbei che festeggiano semplicemente il fatto di essere nati cento metri al di qua del confine invece che cento metri al di là. Ma che stronzata è mai?

Be’, ma è ovvia conseguenza della poetica del piccione: se gli italiani festeggiassero il fatto di avere alcuni dei migliori ricercatori del mondo, il fatto di aver dato i natali e la formazione a venti premi Nobel, di aver fatto del nostro paese la capitale mondiale della moda, di avere una tradizione culinaria e un patrimonio artistico che sono fra i più ricchi del mondo, o qualunque altro dei soliti stantii cliché su quant’è figa l’Italia, sarebbero già in contravvenzione con la poetica del piccione: che, devo confrontarmi con i premi Nobel? Con gli artisti del ‘500? Cosa sono tutte ‘ste cose grandi e belle?! Non se ne parla, io sono un piccione, fare versi striduli e mangiare briciole di pizzetta per terra nel parco è la chiave dell’esistenza, per me. Se proprio devi esaltare qualcosa di me, puoi esaltare questo: che sono un furbetto che vivacchia fottendo il prossimo.  Ecco, ora sì che posso tubare felice! Glu glu o ruu ruu o qualsiasi sia l’onomatopea per quel suono orrendo.

Dio patria e famiglia, dicevamo. Be’, non vado pazzo per nessuna delle tre, ma almeno rappresentano concetti elevati. Cosa ne fa Povia?

Dio? E dove sta in Povia? “Laicamente” lui non lo nomina quasi mai, e quando dedicò l’altra sua stupidissima canzone a Eluana Englaro si espresse in modo molto poco “cattolico” sull’argomento, quindi non si direbbe un fervente credente. D’altro canto, però, se dici di essere ateo Povia immediatamente ti dà contro, e in questo è assolutamente identico al 99% dei credenti di questa terra, che diventano cristiani o musulmani o quello che sia solo quando ciò sia funzionale a dire a qualcuno “io sono migliore di te”.

Famiglia? La famiglia come la intende lui è una cosa nata nella generazione dei miei genitori, ed è già morente nella mia; non rispecchia nessuna tradizione millenaria, ma nemmeno rappresenta una qualche transizione verso forme nuove. È semplicemente la famiglia media cui lui è abituato, quella che ha sempre visto nella sua breve vita. Sa benissimo che non c’è niente di oggettivamente malvagio se uno fa una famiglia diversa da quella, ma il punto è che “gli stona” la diversità. Anche in questo, è uguale al 99% della popolazione mondiale: tutto ciò che serve a dire “sono migliore di te”, purché non richieda di esserlo davvero.

Patria?  Per Povia si tratta di un vuoto “egocentrismo ampliato”, e viene da parte di uno che non è capace nemmeno di infilare da qualche parte la solita banalissima citazione del rinascimento per far capire all’ascoltatore che ‘sta canzone parla d’Italia e non di Slovenia. Non è un patriottismo solido, appassionato e documentato, ma semplicemente il solito tentativo del mediocre di trovare qualche motivo di dignità. Anche qui, roba che serve a dire a qualcuno “io sono meglio di te senza aver fatto nulla per esserlo”.

Quindi non sono nemmeno Dio Patria e Famiglia gli oggetti della Celebrazione di Povia, ma piuttosto rispettivamente il conformismo delle idee, il conformismo dell’identità e il conformismo dei rapporti umani. Che sono poi gli stessi valori sotto cui si riunisce l’estrema destra italiana che fa capo a Salvini, che si ricorda che i crocifissi non vanno tolti e non si accorge che già non ci sono, che vede le famiglie omosessuali e fa finta che non ci siano, che parla di identità nazionale e crede alla Padania.

Povia ben rispecchia questo tipo di elettorato che per lui è tutta potenziale clientela, e infatti per un po’ questa roba che scrive l’ha anche venduta. Credo che tutto sia finito quando abbiamo iniziato a capire quanto prendesse sul serio la sua missione, quando abbiamo iniziato ad intuire che il piccione non era semplicemente una metafora ardita e bruttina o uno scherzo, ma che nell’intento dell’autore era una demenziale proposta filosofico-etica in cui lui crede veramente.

Insomma i piccoli borghesi, o almeno quelli non ancora completamente rincitrulliti, hanno visto Povia che proponeva come Dio il piccolo borghese elevato al cubo, e si sono spaventati o schifati, o anche semplicemente annoiati, perché è prima di tutto una visione noiosa e squallida. Nell’arte la maggior parte della gente cerca qualcosa di diverso che un Osanna verso la banalità della vita di tutti i giorni, e conseguentemente Povia è diventato un fenomeno da baraccone ed è scivolato via via sempre più a Destra, perdendo fra l’altro anche quello smalto e quell’astuzia iniziali che gli avevano permesso di somministrare la propria pillola di “Italiano Medio” con tanto zucchero per farla ingoiare.

Oggi commenta sulle pagine facebook contro il giender, fa i complimenti a quel furbone di Salvini, scatta foto come questa

Schermata-2014-09-18-a-15.55.40

E ci spinge a domandarci se non siamo di fronte ad un troll che ci prende da anni tutti per il culo, oppure un androide alieno che fa un esperimento sociale sulla ricezione della stupidità da parte degli umani, oppure se non sia semplicemente … be’ … Povia.

E mi sa che è semplicemente Povia.

 

Ossequi.

 

 

 

 





Eroi o non eroi: “Hercules”

10 11 2015

Dopo la mia recensione di Troy, ho deciso di scrivere un altro articolo-recensione sul tema dell’ “eroismo” per come viene trattato oggi da Hollywood. Farò in questo articolo qualche riferimento alla recensione precedente, quindi ne suggerisco la lettura, anche se non è indispensabile.

Il tema è simile: la lettura, o meglio rilettura del mito greco da parte di Hollywood. In questi casi, si parla quasi sempre di una cattiva rilettura, ma non mi metterò a dimostrare quanto siano brutti film come “Scontro fra titani”, che sono trash e tutto sommato son molto soddisfatti del proprio esserlo. Trovo più interessante parlare di film appunto come Troy, che son fatti male proprio perché sono fatti bene, ovvero perché la cura c’è ma è, per così dire, volta al male.

Qui parlerò dunque di un altro film sul tema dell’eroe che, come Troy, sfrutta il mito greco, ma ha usato tutto sommato abbastanza male il materiale di partenza: Hercules, della Walt Disney Pictures.

Ma mettiamo prima i puntini sulle i; sto per parlare tutto sommato male di Hercules, ma anche se nel complesso lo trovo un prodotto gravemente difettato, non direi mai che è un film orrido o intollerabile come Troy. Non sussiste proprio paragone, Troy è merda pura, Hercules invece è un film godibile e che ho anche rivisto più volte con piacere. Ha a mio avviso dei difetti molto gravi soprattutto per quanto riguarda il messaggio, ma su quelli mi soffermerò a lungo; prima dunque chiariamo brevemente perché non è così male da potersi confrontare con Troy sul piano dell’orrido.

Motivo numero 1: Ade.

Purtroppo la cultura odierna ha sempre maltrattato il Dio dell’oltretomba, facendone quasi immancabilmente un villain. Ciò è curioso, perché nel mito greco Ade è un dio tutto sommato tranquillo e bonario che sta per i fatti suoi; laddove abbiamo sull’Olimpo anche efferati serial killer come Apollo o stupratori seriali come lo stesso Zeus.

La ragione per cui Ade è quasi sempre il cattivo è che si tenta immancabilmente di riproporre il mito greco in salsa cristiana, riprendendo la simbologia del “cielo”, “alto”, “luminoso” = “Buono”; e “sottoterra”, “basso”, “buio” = “Cattivo”. Nel mondo greco, però, alto e luminoso vuol dire grande e glorioso, ma non vuol dire necessariamente “buono” nel senso morale del termine. Ade cade dunque vittima della simbologia cristiana, e per questo diventa il cattivo. Un trattamento molto sgradevole e che di solito mi fa molto arrabbiare … Tuttavia, Ade in Ercole è un personaggio del tutto originale e obbiettivamente ben costruito: è astuto, sarcastico, divertente, perfino simpatico a tratti … non so voi, ma trovo che fin dalla sua prima apparizione si abbia l’impressione che la ragione per cui tutti gli dei lo emarginano e lo considerano un reietto sia più snobismo che un legittimo biasimo morale. Ade è un villain per il quale quasi quasi si può fare il tifo, e che comunque, semplicemente, funziona. Praticamente, il film si regge su di lui e su Megara, gli unici due personaggi che si allontanano un po’ dagli stereotipi disneyani. Quindi,nonostante Ade nel film Disney non sia in alcun modo fedele al mito, fa dare dieci punti al film.

Motivo numero 2: è senza pretese.

Questo è cruciale. Hercules stravolge il mito. Lo snatura, perfino, ne sovverte essenzialmente il messaggio, va per certi aspetti nella stessa direzione di Troy volendolo “modernizzare”.

Tuttavia il feeling che dà è completamente diverso rispetto a quest’ultimo. Gli autori Disney hanno pescato a piene mani nella mitologia greca consapevoli di quale straordinaria miniera di immaginazione essa fosse; non hanno mai per un momento pensato che potesse essere qualcosa di “superato” da “aggiornare” e rendere “realistico e adulto”. L’hanno infantilizzato, come fa Troy. Hanno rimosso i temi scomodi, come Troy. Vi hanno introdotto una morale semplice semplice da Hollywood, come Troy. Ma l’hanno fatto perché dovevano fare un film per bambini e Zeus non poteva essere uno stupratore seriale e Ercole non potteva uccidere Megara in preda alla follia. Certo, personalmente non concordo che i bambini non possano sapere storie di tradimenti coniugali, ma la logica è quella: fare un film per bambini, un film buffo, a tratti parodistico perfino, non certo un miglioramento o un aggiornamento serio del mito. È anzi addirittura evidente da parte degli autori una certa autentica devozione al mito: le Moire (“Parche” col loro nome latino) sono ad esempio una figura mitologica non delle più celebri, quindi la loro introduzione denota una certa conoscenza del materiale originale. I più smaliziati conoscitori del mito avranno notato peraltro che le Parche di Hercules in realtà non sono proprio Parche: l’avere un solo occhio in tre, infatti, è una caratteristica non delle Parche ma delle Graie. Gli autori Disney hanno quindi fuso insieme le Moire e le ancora più misconosciute Graie: non molto rispettoso dell’originale, insomma, ma sicuramente avevano fatto i compiti a casa sulla mitologia. Anche il veleno che Ade usa nel film per rendere Ercole mortale non è un’invenzione della Disney, ma un elemento tratto dalla mitologia (anche se non aveva niente a che fare con la storia di Ercole).

Insomma, Hercules non ha le abominevoli pretese di Troy, ed è questo che lo salva dall’abisso di merda in cui invece pongo l’altro film.

Motivo numero 3: Ercole VS Paride

Ho descritto Paride in Troy come un nega-eroe: un personaggio senza alcuna qualità ammirevole di alcun tipo, addirittura un personaggio dannoso per l’economia della storia, un personaggio che è semplicemente uno stereotipo di mediocrità, che tuttavia viene innalzato sostanzialmente ad autentico eroe della vicenda.

L’eroe di Hercules invece è Ercole. Il personaggio di Ercole della Disney ha grossi problemi, ma comunque non è una nullità assoluta: ha la sua superforza, per cominciare. Poi non è stupido, è anzi abbastanza astuto da riuscire in un’impresa … ciclopica anche senza la sua superforza; ha delle risorse, insomma. Ha un suo percorso di maturazione da compiere, che lo porta all’accettazione di se stesso e alla valorizzazione della propria differenza. Ha una sua anima: è un ragazzo molto giovane, ingenuo e che desidera essere accettato. È responsabile, tutto sommato: affronta il ciclope perché sa che è lui che è venuto a cercare, non scarica la responsabilità dei disastri che avvengono a causa sua sul prossimo. Non un personaggio memorabile, sicuramente, anzi, ricalca uno stereotipo da brutto anatroccolo abbastanza stantio e frequente nel mondo Disney … ma non è neanche un paradigma di mediocrità assoluta.

Insomma, Hercules è infinitamente meglio di Troy perché non ha pretese di seppellire il mito, perché ha alcuni personaggi effettivamente memorabili, perché non incensa alla mediocrità morale come valore civile.

Ma ha anche dei grossi difetti, ed essi riguardano esattamente il protagonista.

Dobbiamo ricapitolare brevemente la storia di Ercole nel film per continuare (risparmierò di far presente gli scostamenti dal mito perché sono veramente troppi): Ade scopre da una profezia che il neonato figlio di Zeus ed Era, Ercole, manderà a monte il suo progetto di risvegliare i Titani e usarli per usurpare il trono di Zeus; lo fa dunque rapire e gli fa somministrare dai suoi servi un veleno che lo trasforma in mortale. I servi tuttavia falliscono nell’ucciderlo, così il piccolo Ercole viene trovato e adottato dai mortali Alcmena e Anfitrione. Il  ragazzo cresce fortissimo, ma appunto la sua superforza, che non riesce a controllare, lo rende un disadattato che fa un sacco di disastri ed è apprezzato solo dai propri genitori. In cerca di risposte sulla propria condizione, Ercole chiede soccorso a Zeus, che gli appare e gli rivela la verità sulle proprie origini, regalandogli contestualmente il cavallo volante Pegaso; gli dice, inoltre, che potrà tornare ad essere un Dio solo se sulla terra diventerà un vero eroe, e lo invia quindi ad allenarsi dal satiro Filottete, “allenatore di eroi”.

Fast forward, Ercole si allena con Filottete, diventa ancora più forte, e insieme a Pegaso e al maestro si dirige a Tebe in cerca di imprese eroiche. Per strada salva le bella Megara dalle attenzioni del centauro Nesso; una volta che se n’è andato, scopriamo che Megara è segretamente costretta a lavorare per Ade da un accordo sventato fatto con lui in passato; ora il dio dei morti pianifica di usarla per distruggere Ercole.

Ercole arriva  Tebe, compie imprese eroiche, diventa ammirato, ricco e famoso e spera così di tornare sull’Olimpo, ma Zeus fredda le sue aspettative: deve fare qualcosa di più di essere ricco e famoso per dimostrare di essere un eroe, qualcosa che sta “dentro il suo cuore”.

Nel frattempo Megara si rifà viva, costretta da Ade a cercare di scoprire le debolezze di Ercole. Non ci riesce, ma in compenso i due si innamorano; Ade decide quindi di usare Megara per ricattare Ercole e costringerlo a rinunciare alla sua forza per 24 ore, il tempo necessario per vincere la sua battaglia all’Olimpo; in cambio gli promette la salvezza di Megara. Ercole accetta, nonostante sappia che Ade sfrutterà la sua debolezza per fare del male alle persone, ma se ne pente rapidamente quando Ade gli rivela che Megara, seppur ormai pentita, aveva lavorato per lui.511V6QBV6PL

Il Dio dei morti dunque va alla conquista dell’Olimpo e manda un Ciclope a uccidere un depresso e indebolito Ercole per essere sicuro che non interferisca. Tuttavia, Ercole riesce a battere il ciclope anche senza la superforza, e durante la battaglia Megara viene gravemente ferita: l’accordo con Ade è dunque rotto, poiché aveva promesso la di lei salvezza. Ercole ha di nuovo la sua forza e riesce a fermare Ade, ma Megara muore. Così, Ercole va nell’oltretomba e offre ad Ade di lasciare andare l’anima di Megara e prendere in cambio la sua. Ade accetta, ma Ercole riacquista la sua immortalità: ha compiuto l’atto davvero eroico, sacrificare la propria vita per Megara (“un vero eroe si misura dalla forza del suo cuore”). Dunque Megara e Salva ed Ercole è un Dio, ma non volendo rinunciare all’amore di Megara, perché una vita senza di lei, anche se immortale sarebbe “vuota”, decide di restare mortale per lei. Senza battere ciglio, Zeus ed Era gli fanno fare questa gigantesca stronzata e Ercole resta sulla Terra con Megara.

Andiamo ai problemi, o meglio al problema del film. Il film parla di eroismo. Ne parla ossessivamente, addirittura il film si racconta come il viaggio interiore di Ercole per diventare un autentico eroe.

Tuttavia, cos’ha fatto davvero di eroico Ercole, secondo gli autori?

Ha sconfitto tanti mostri ed è diventato ricco e famoso. Evidentemente, ciò era necessario, altrimenti perché farsi allenare da Filottete?

È stato però determinante anche che fosse disposto a rinunciare alla propria vita per Megara.

Ora, per poter parlare di eroismo ci vuole sacrificio, ovvio. Questo gli autori Disney lo sapevano bene, Ercole doveva sacrificare la propria vita per qualcun altro, per essere un vero eroe. Ma per chi?

Per la donna di cui era innamorato, hanno deciso.

Non credo sia un caso se Hollywood ci ha proposto sempre come l’ideale dell’amore l’amore romantico: si tratta della forma di amore più contaminata dell’egoismo e del possesso, dunque quella più ammissibile in una società priva del senso di comunità (anche se spesso, purtroppo, non priva del senso della razza, della classe, della religione e dell’orientamento sessuale…)

Ercole non si è sacrificato per la comunità, né per uno sconosciuto, né tanto meno, figuriamoci, per un nemico. Di tutti i sacrifici che poteva fare, ha scelto quello più facile, quello per la persona di cui è innamorato. Quello più facile perché comporta già un coinvolgimento personale; quello più facile perché fatto sull’onda della passione; quello più facile perché riguarda la sua amata, e sottolineo sua.

Questo è un sacrificio, vero … ma è così nobile da dirlo eroico?

Siete abituati a sentirmi citare Aristotele, ora vi sorprenderò citando una puntata di “Sabrina vita da Strega” (il telefilm, lo trovavo molto simpatico): in quell’episodio, Sabrina, la strega teenager si trova a dover dimostrare che il suo amore per il fidanzato è vero amore, gettandosi fra le fiamme per lui. Lo fa, e ne esce illesa, superata la prova; ma la zia, saggia, commenta “ero sicuro che ce l’avrebbe fatta. Alla sua età è sempre vero amore”.

Ercole ha 18 anni, e Megara a quanto ne sappiamo è il primo suo amore degno di nota. La passione a quell’età è travolgente ed è sincera … ma è anche molto passeggera e le scelte che ci porta a compiere più che eroiche di solito sono stupide: nobili, appassionate, ma stupide. Probabilmente Ercole e Megara divorzieranno, ne tirerà di bestemmie contro suo padre l’eroe quando ripenserà a cosa a rinunciato per lei …

Dunque un sacrificio, il suo, più che altruistico e disinteressato, fatto sull’onda della passione e sulla base dell’impressione e della paura egoistica che “una vita senza Meg sia vuota”; impressione falsa, e paura infondata, perché sappiamo che invece dopo Meg avrebbe trovato qualcun’altra e ricominciato, perché come scrive Saint-Exupery, “ci si consola sempre”.

E non dimentichiamo che non solo Ercole è stato dichiarato eroe dopo un sacrificio che difficilmente possiamo considerare veramente eroico, ma che questa passione romantica lo aveva portato in precedenza a compiere un gesto irresponsabile ed antieroico, come mettere a rischio l’ordine stesso del cosmo per salvare Meg quando sotto il ricatto di Ade … più o meno la stessa forma di irresponsabilità di Paride.

Intendiamoci, non penso che dobbiamo essere troppo severi con Ercole, umanamente. A differenza di Paride, Ercole fa delle sciocchezze ma ha un suo percorso di redenzione personale che lo porta più volte sull’orlo della morte, e contrariamente a Paride alla fine Ercole salva il mondo, invece di lasciarselo dietro in macerie. Ercole è un adolescente che deve maturare attraverso la sua avventura, come un’Ariel ne “la Sirenetta”; non dobbiamo chiedergli di più di quello che chiederemmo ad un adolescente che transita verso l’età adulta. Dopotutto, non tutti siamo eroi.

Ecco. Appunto.

Questo è il vero problema Hercules; Hercules non è un cattivo personaggio, ma non è neanche un eroe, o per lo meno quello che dovrebbe farcelo passare per eroe non è eroico per niente. Ercole ha un solo vero momento eroico, ed è quando affronta il ciclope … ma anche quello è abbastanza dubbio: lo fa davvero per altruismo, o non è anche un gesto autodistruttivo, ovvero fatto nella speranza di restarci ucciso? In quel momento Ercole è depresso e il suo non sembra affatto un intento eroico quanto più un intento suicida.

Direi, comunque, che quello è un momento efficace per il personaggio, quale sia la lettura che se ne vuole dare; ma non è in quel momento che diventa eroe, bensì quando salva Meg. Quindi, ripetiamolo, è un eroe perché ammazza mostri, è ricco e famoso, e si sacrifica per la persona che ama.

Ercole non è una brutta persona, non è una persona assolutamente meschina come Paride; ma non è neanche una persona così eccezionale o eroica. Per i canoni della Grecia classica non sarebbe sicuramente definito eroe, nell’Occidente di oggi apparentemente sì, ma questo ci deve fare riflettere.

Cos’è l’eroe di oggi se non una star ricca e famosa che ogni tanto fa filantropia? Tutti quanti diciamo “se fossi ricco e famoso farei tanto bene”, e “sacrificherei me stesso per chi amo”. Se questo è l’eroe, tutti quanti possiamo sentirci eroi, siamo a posto, non dobbiamo migliorarci ulteriormente, solo aspettare di diventare ricchi. È molto comodo.

La morale è che alla fine tutto sommato siamo tutti eroi. “Il vero eroe è chi riesce a mantenere una famiglia”, “il vero eroe è il buon lavoratore”, “il vero eroe è chi mette su un’impresa e la sorregge dando lavoro alle persone”, “il vero eroe è la mamma che cresce bene i propri figli” … non sentiamo dire spesso cose del genere?

Ora, certamente ammiriamo chi riesce a fare qualcosa di buono della propria vita. Certamente, la vita è piena di sfide e affrontarle è difficile. Ma allora siamo tutti eroi? “Eroe”, mi sembra, è un termine che dovremmo riservare a gente fuori dall’ordinario; se tutti siamo eroi nessuno è un eroe. Ercole è un ragazzino ingenuo che fa i suoi errori, migliora, si dà da fare eccetera: lodevole, ci sta simpatico, perché no? Ma il punto è che lui viene addirittura elevato a diventare Dio. Mi domando, nell’universo cinematografico di Hercules, quante persone ci vivessero che avrebbero fatto la stessa cosa: tutti quanti meritavano di diventare dei?

Probabilmente sì, a meno che non servisse essere figli d’arte come Ercole …

In generale Hercules, anche se non va a spalare merda sul concetto stesso di eroismo come fa Troy, adotta un concetto di eroismo molto borghese e molto comodo. Anche in Hercules, ci viene risparmiata la fatica di dover ammirare qualcuno come “eroe”, di doverci magari sentire inferiori: siamo tutti eroi, basta che non siamo persone grette, egocentriche, vigliacche e irresponsabili, insomma persone pessime, e siamo eroi. Se non sono disposto a svendere tutti miei valori per il beneficio personale, se non sono pronto a danneggiare tutta la comunità solo per apparire in televisione, insomma se non mi chiamo Giuliano Ferrara o Mario Adinolfi, sono un eroe.

È già un progresso rispetto a Troy che invece ci invita ad essere proprio persone pessime e miserabili, ma, considerando che si parte da un materiale di così alto valore estetico come il mito greco, si poteva fare di meglio …

Ma forse il mito greco, proprio per quella stessa lontananza dall’odierno che lo rende così affascinante, diventa anche inadeguato a trattare il tema dell’eroismo in termini moderni.

Chi è dunque che eredita la missione del mito greco? Chi parla efficacemente di eroismo nei media di oggi?

Ne riparliamo nel prossimo intervento.

Ossequi.





“Troy”, ovvero l’epica al tempo della piccola borghesia

5 11 2015

Non sono un gran fan dell’estetica, come disciplina. La ragione è che essa è, per così dire, naturalmente inconcludente. Sì, so che c’è gente là fuori convinta che esista una cosa come “il bello oggettivo”, ma io disconosco assolutamente questa tesi: in ultima analisi, la bellezza è per sua definizione un gusto, e non potrà mai essere più di un gusto, e dunque non potrà mai essere oggettiva, e dunque non avrà mai neanche senso dibattere su di essa. Mentre l’etica può giungere attraverso il processo razionale a delle sintesi provvisorie di ampia validità, che potremmo stiracchiare fino a definire quasi “oggettive”, con l’estetica, alla fin fine, sarà sempre una questione di gusti.

Per questo, nonostante io abbia ovviamente un mio gusto estetico e degli interessi artistici, letterari e musicali, di solito non ne scrivo, in quanto non ritengo di poter portare argomenti oggettivi in favore di un gusto o di un altro. E poi io sono uno di quei tre nella sala che ridevano guardando “Disaster Movie”, quindi proprio non posso ergermi a Petronio della situazione: ognuno ha i suoi gusti.

Ciò non di meno, ho un gusto, estremamente ben definito (non sto dicendo raffinato, ma “definito”, ovvero, allenato, solido, con dei suoi canoni), e visto che ultimamente su questo blog son venuto meno a certe mie regole, farò uno strappo anche a quella per cui non discuto di estetica. Lo faccio soprattutto perché sono umano e, porca Eva, anche io ogni tanto devo togliermi un sassolino dalla scarpa.

Fra le arti, quella che mi appassiona e interessa di più è senza dubbio il cinema; vedo tanti film e cerco sempre di guardarli con occhio critico. Ho visto molti film, e quindi ho visto ovviamente anche film brutti. Ho visto film veramente brutti. Ho visto film che ho odiato.

Ma giuro, nessuno dei film che io abbia visto in tutta la mia vita mi ha suscitato un senso di odio più profondo di “Troy”.

Sta indubbiamente sul gradino più alto del podio, seguito da “Final Fantasy: the spirit within” e da “Alice in Wonderland”. Non ho lo spirito dell’hater, non mando minacce di morte a Gabriele Muccino perché non gli piace Pasolini; ma onestamente credo che prenderei a male parole volentieri ogni singola persona che sta dietro Troy, dagli attori al regista ai truccatori alla donna delle pulizie che ha pulito il set dopo.

Ora cercherò di spiegare perché quel film, e quel film in particolare, mi ha fatto l’effetto di un chiodo arrugginito piantato in mezzo ai coglioni.

Dunque, overview dell’opera: film del 2004 che si propone come un libero adattamento dell’iliade; vuole insomma narrare la storia della guerra di Troia.332452

Cast “stellare”, con Brad Pitt per far bagnare le signorine, Erica Bana che fa Ettore, Orlando Bloom che fa Paride guardandosi attentamente dal fargli assumere qualsiasi espressione facciale, vari ed eventuali del tutto dimenticabili; mi pare ci fosse anche Peter O’Toole a fare Priamo. Budget enorme, ma è un grandissimo successo commerciale quindi alla fine stammerda ha funzionato e c’han fatto soldoni.

Inutile dire che hanno fatto dei cambiamenti rispetto al materiale di partenza.

Il cambiamento e la rielaborazione non sono necessariamente problemi (non sono uno di quelli che dice peste e corna di Peter Jackson perché si è permesso di tagliare un pezzo del libro che altrimenti avrebbe fatto durare il film cinque ore), ma qui lo sono, e spiegherò perché. Passiamo brevemente in rassegna i cambiamenti che ho trovato più significativi per capire cosa hanno fatto gli autori del film:

  • Scomparsi gli dei. Non ci sono dei in “Troy”, non esiste il sovrannaturale. È una storia di guerra e basta.
  • La guerra in questione, che in teoria durava dieci anni, qui dura qualcosa come tre giorni.
  • Patroclo è l’amatissimo cuginetto di Achille. Avete letto bene, è il cugino.
  • Menelao, che in teoria doveva essere un gran figo, è un cesso. Idem Agamennone.
  • Menelao muore, ucciso a tradimento da Ettore. Anche qui avete letto bene.
  • Anche Agamennone muore, ucciso da Briseide. Mi rifiuto di mettere Spoiler tag, sapevatelo. Comunque, considerando cosa lo avrebbe aspettato altrimenti, è stato quasi fortunato.
  • Agamennone dice subito chiaramente che lui vuole conquistare Troia, non riprendere Elena, che è solo una scusa per lui.
  • Agamennone e Menelao, insomma, sono villain senza alcun senso dell’onore o del rispetto né alcuna caratteristica che ce li possa far stare simpatici. Sono perfino cessi, per non rischiare che possiamo provare simpatia per loro a causa della bellezza.
  • Achille è bravo, buono e ha animo da poeta, anche se è un po’ impulsivo quando si incazza
  • Paride, hanno deciso gli autori, ci deve stare simpatico per forza: Elena è innamoratissima di lui, nonostante come guerriero sia una mezza sega (che nel contesto dell’etica greca classica equivale ad essere una mezza sega come uomo, ricordiamolo) e un irresponsabile che sta causando la morte di migliaia di persone solo perché non sa tenerselo nelle mutande. La ragione di tanto amore è che lei non desidera un grande guerriero ma “qualcuno con cui invecchiare”. Awwww ❤
  • Paride sopravvive e scappa con Elena alla fine del film

Insomma, ci hanno messo le mani un bel po’ e non ho neanche scritto tutto. C’è una sola cosa che non cambia: Achille viene ucciso da Paride con una freccia al tallone. Non s’è capito perché mai avrebbe dovuto colpirlo al Tallone o perché la cosa avrebbe dovuto sortire qualche particolare effetto su Achille, visto che hanno passato un colpo di spugna sul fatto, sovrannaturale, che Achille fosse invulnerabile ovunque tranne che al tallone. Non mi risulta ci siano organi vitali nel tallone, ma forse Paride aveva bigiato Anatomia e ha puntato lì per questo.

Comunque, non ci vuole un supermegacervellone per capire che cosa hanno fatto gli autori e quale concept guidasse le loro menti malate: hanno preso una storia epica e l’hanno trasformato in una storia di guerra che nei loro intenti è “realistica”; insomma, de-mitizzare il mito. Evidentemente con in mente l’idea che il mito sia, come dire, “superato”, roba da gettarci alle spalle: uccidere Dio.

Insomma hanno cagato in testa a Omero.

No, non hanno rielaborato o reinterpretato Omero. Gli hanno cagato in testa a spruzzo, e c’erano dentro anche dei pezzettini di carota non digeriti.
l’epica è una storia grandiosa, che spinge sui confini estremi dell’immaginario umano e in questo modo diventa immortale. L’Iliade è epica, una narrazione eterna, fuori dal tempo. Non è un racconto realistico né storico, non è concepito in quel modo.

Certo la Guerra di Troia invece no, è un evento storico. Ma non sappiamo abbastanza della Guerra di Troia per fare ricostruzioni ragionevolmente accurate di quello che accadde; non puoi fare un film storico accurato sulla Guerra di Troia, e infatti Troy non è neanche un film storico e nessuno cerchi di farmelo passare come tale che gli faccio ingoiare i miei boxer usati. È un film tratto dall’Iliade, un film di merda tratto dall’Iliade.

E l’Iliade è anche un mito, e contiene gli dei: di più, la guerra di Troia è un evento orchestrato in pieno dagli dei, gli dei sono protagonisti quanto gli uomini se non di più. E quanto agli uomini, i personaggi sono alquanto unidimensionali, e d’altro canto il loro scopo non è fare da apripista a riflessioni introspettive, ma “solo” essere ricordati in eterno.

È anche una storia di guerra, per la precisione una storia che glorifica la guerra. La guerra è brutta? Sì, è brutta, ma per capire quanto è brutta la Guerra ci sono “Apocalypse Now” e “Salvate il soldato Ryan”, l’Iliade non serve a spiegare alla gente quanto è brutta la guerra, ma a creare una mitologia ed una base di valori su cui fondare l’etica stessa di un popolo. Per capirci, termini di paragone per l’Iliade sono il Gilgamesh, o la Bibbia, o la Divina Commedia, o più prosaicamente anche il Signore degli Anelli che ripropone l’epica sotto forma di Fantasy.

Questo è il materiale di partenza: una storia immortale che glorifica e innalza i valori guerrieri del coraggio, dell’orgoglio, dell’onore; che pone al centro delle vicende non le persone, ma le passioni, gli istinti, le forze primordiali che governano l’esistenza umana, ovvero gli Dei e gli Eroi.

Se non rispetti un minimo questo spirito, tu non rispetti l’opera originale. Che in realtà volendo si può anche e non è il difetto essenziale di Troy, ma andiamo avanti.

Chiariamo, se ce ne fosse necessità, che stiamo parlando di un’opera d’arte, non va dunque mai guardata con gli occhi del moralista. Non devi necessariamente pensare che la guerra sia bella davvero per apprezzare la bellezza che trasmette la guerra nelle finzione letteraria, esattamente come non devi essere credente per incantarti di fronte all’amor che move il sole e l’altre stelle. Si tratta solo di una specifica emozione estetica che l’autore vuole ingenerare nel fruitore dell’opera.

Ovviamente, si può non apprezzare la dionisiaca emozione estetica dei valori guerrieri, e perfino porsi in diretta antitesi ad una tale estetica: “Io non voglio esaltare i valori guerrieri ed eroici, io voglio dimostrare l’inconsistenza del mito dell’eroe e della glorificazione della guerra”, come mi è capitato di leggere in una recensione… santo  cielo … positiva del film.

Ovviamente, se vuoi fare una cosa così, devi fare quello che hanno fatto gli autori di Troy: sottolineare la brutalità dei guerrieri piuttoso che i valori positivi di cui sono portatori; trasformare la guerra per l’onore di Menelao in una guerra per la sete di potere di Agamennone; far commettere a Ettore un assassinio a tradimento per proteggere quel vigliacco del fratello; mostrarci il lato più umano di Paride invece che condannarlo per la sua piccolezza; far sparire assolutamente gli dei, che sono la rappresentazione delle passioni umane e delle pulsioni più profonde dello spirito, nonché la più oscena rappresentazione della grandezza umana … insomma, immiserire tutto, rendere tutto freddamente e cinicamente apollineo. Ma questo significa senza alcun dubbio cagare in testa a Omero, spudoratamente e anche vantandosene un po’.

Avrete capito che in me i valori guerrieri in un opera di fiction suscitano un’emozione estetica molto gradevole. Insomma, mi piacciono e mi dà fastidio vederli calpestati. Inoltre, io ho fatto il liceo classico e ho amato i miti greci, quindi vedere trattare così Omero, che sarà pure stato cieco ma la puzza di merda la sente benissimo, mi irrita. MOLTO. Ancora, avrei voluto davvero vedere un film sull’Iliade con gli effetti speciali di oggi, che avrebbero permesso di trasmettere in video tutta la grandiosità delle immagini del mito. Mi hanno tolto anche questo piacere.

A questo punto ho già vari motivi di fastidio, e prima di arrivare a parlare del problema più serio di Troy ne ne aggiungo un altro ancora: io ho sempre trovato stupido prendere una licenza letteraria solo per cagarci sopra. Perché prendere l’Iliade, se vuoi solo fare un film di guerra sugli antichi greci? Fai 300 (che poi 300 come spirito è molto più vicino all’epica greca di quanto non lo fosse Troy, ma vabbè), racconta un evento storico vero che conosciamo bene e il “realismo” lì sarà apprezzato. Perché prendi l’Iliade se tutto ciò che l’iliade comunica e rappresenta ti fa schifo? Se hai delle idee originali, perché non le sviluppi da te? Perché devi andare in guerra con l’autore dell’opera originale, perché devi cercare il confronto aperto proprio con Omero?
Io provo profonda antipatia per chi manca così gravemente di rispetto alle opere originali cui si ispira. Trovo in generale operazioni come “Maleficent” o “Wicked” estremamente antipatiche: se mi piaceva Malefica nel cartone animato, Malefica-Angiolina Jolie mi stara inevitabilmente sul cazzo, visto che non è lei ma fa finta di essere lei.

Ma questa antipatia di base per l’operazione di snaturamento dell’originale, volendo, potrei metterla da parte. Devo comunque dire che Maleficent e Wicked, seppur vanno a cagare in testa alle rispettive opere originali o se preferite “vanno a confrontarsi in maniera molto diretta e competitiva con le opere originali”, hanno qualcosa da dire: scene e messaggi molto forti che in un qualche modo possono efficacemente confrontarsi col media originale e forse, chi lo sa, a volte anche superarlo in merito artistico. Quindi ok, è maleducato dire a Baum “guarda che la Perfida Strega dell’Ovest la so usare meglio io di te perché sono più moderno, fatti da parte, relitto, che le tue idee nelle tue mani erano sprecate!”; sostanzialmente, è sputare nel piatto dove si mangia, visto che tu le sue idee le stai usando.
Ma può essere che ci sia della sostanza dietro questa pretesa maleducata. Dopotutto, non è forse Euripide il primo ad aver apollineizzato i miti? Possiamo preferirgli Eschilo, ma certo non possiamo negare merito artistico ad Euripide, Euripide ha comunque scritto anche lui cose che son rimaste nella storia, opere magnifiche, seppur più “apollinee” di quelle dei suoi predecessori. Certo, devi chiamarti Euripide o Dante per permetterti di fare sberleffi a Omero, o comunque devi assestarti su quel livello artistico lì.

Vuoi uccidere Dio? Va bene, si può fare. Ma dopo la morte di Dio resta aperta la possibilità infinita della ricostruzione, l’esercizio intellettuale del dubbio, l’esplorazione di orizzonti nuovi, l’allargamento dei confini. Lì puoi mostrare quanto vali, lì puoi iniziare a comunicare, a riflettere, a scioccare, a provocare, lì puoi pensare di mettere i baffi alla Gioconda.

Insomma, puoi demitizzare il mito per uno scopo di espressione artistica almeno altrettanto alto. Se Troy si limitasse a demitizzare il mito per favorire la riflessione, il dubbio e l’approfondimento, sarebbe ancora un’opera con qualche merito artistico, invece di una vergognosa porcata.

Il punto è che questo non è il caso di Troy. Troy caga in testa a Omero, va a dire ad Omero “fatti da parte, vecchio relitto, noi siamo moderni e possiamo fare di più e meglio di te con il tuo stesso materiale!”, e poi non dice un cazzo di niente!

Achille spara frasi da baci perugina sulla vita e la morte e così ha raggiunto la massima profondità del personaggio. Menelao e Agamennone sono due figli di puttana stupratori bruti guerrafondai traditori cessi; quanta tridimensionalità, sicuramente un progresso rispetto alla piattezza di Omero. Agamennone vuole conquistare Troia per ragioni politiche: mmmh! Allora adesso mi aspetto una cosa tipo Game of Thrones, un bell’approfondimento sui retroscena, sulla geopolitica e la società di quei tempi … come? No? Mi dicono di no, non c’è nessun approfondimento sociologico, politico o storico di sorta! E permettetemi di dilungarmi su Paride, perché Paride è il personaggio chiave in questa storpiatura: Paride è il motore degli eventi, quello che combina il disastro iniziale, quello che si comporta per tutto il tempo come un perfetto idiota, e anche il protagonista. Pensate sia Achille? Ripensateci: Achille è quello che si vede di più, ma Troy è un polpettone hollywoodiano, e come tutti i polpettoni hollywoodiani riserva il lieto fine al protagonista: Paride, che contrariamente all’Iliade, qui riesce a scappare con Elena. L’amore trionfa, ed è costato solo la distruzione di una città e qualche decina di migliaia di morti.

Insomma hanno preso gli archetipi eterni di Omero e li hanno semplicemente  trasformati in stereotipi contemporanei. Hanno preso valori grandi, passioni immortali e pulsioni essenziali dell’animo umano, e li hanno trasformati in clichè da polpettone hollywoodiano. Non contenti, hanno cercato di mandarci il messaggio che loro, tutto sommato, sono più bravi di Omero, al punto che possono permettersi di “aggiornarlo” e di renderlo “realistico” e “adulto”.

E nel frattempo questi geni dell’innovazione e della provocazione, che non temono il confronto con il classico e anzi lo sfidano apertamente, hanno fatto diventare Patroclo il cugino piccolo di Achille! Rendiamoci conto della vastità dell’operazione: non solo hanno cancellato qualsiasi riferimento esplicito ad un rapporto omosessuale (questo, magari, glielo avrei potuto perdonare, paradossalmente nell’Iliade riferimenti espliciti ad un tale rapporto non ve ne sono, anche se vi sono in altre fonti), ma hanno introdotto perfino una parentela di primo grado ex novo, per fugare qualsiasi sospetto o ambiguità a riguardo: Achille in Troy è, fuor di ogni dubbio, 100% eterosessuale D.O.C.

Non solo gli autori di Troy non avevano niente di interessante da dire, ma hanno avuto perfino paura della possibilità che uno spettatore potesse sospettare l’esistenza di qualcosa di non convenzionale; hanno avuto il terrore sacro di sfiorare un tema veramente “adulto”. Nel 2004, questi che si credono così smaliziati e moderni da poter aggiornare Omero e renderlo più adulto, non hanno avuto il coraggio non dico di affrontare, non dico neanche di nominare, ma perfino di rinviare vagamente al tema dell’omosessualità, un tema, quello sì, attuale, complesso e nel 2004 anche coraggioso.

“Troy” cancella qualsiasi grande valore o merito estetico dall’opera originale, ma non si ferma lì: sostituisce ai valori omerici dei disvalori, delle meschinità, delle piccolezze. Di certo non è una glorificazione dell’estetica guerriera portata avanti attraverso un immaginario mitico, ma non è neanche una riflessione sociale o psicologica vicina alla sensibilità postmoderna. È semplicemente una becera glorificazione del disvalore piccolo-borghese, un innalzamento del nulla a divinità da osannare, della banalità e del conformismo a ideale dell’etica; un’apocalisse di non-pensiero, non-ideale, non-immaginazione, non-ragione.

Hanno ucciso Dio, abbattuto gli idoli, e questo mi potrebbe perfino stare bene, ma non l’hanno fatto per renderci liberi; lo hanno fatto per poter mettere al suo posto un asino, chiedendoci di venerare un asino, e innalzare olocausti a un asino, esattamente come a Dio. E questo non mi va bene.

Sono uscito dal cinema offeso da quello che avevano cercato di farmi gli autori. Non mi avevano soltanto proposto il punto di vista di Paride, il nostro ragazzino innamorato, vigliacco e irresponsabile, no: avevano cercato di forzarmi ad adottarlo, volevano costringermi a trovare simpatico Paride; il loro piccolo borghese egocentrico che non sa tenerselo nei boxer. Hanno cercato perfino di dirmi che ritengono di aver migliorato il mito, mentre lo immiserivano oltre l’immaginabile e svuotavano di qualsiasi messaggio o significato; mi hanno proposto insomma la miseria e la piccolezza come nuovo standard dell’eroismo e della grandezza d’animo.
Si sono innalzati su un piedistallo di nulla e si sono permessi di guardarmi dall’alto in basso, di somministrarmi le loro pilloline di etica hollywoodiana prete-à-porter. Hanno offeso la mia intelligenza, la mia estetica e sono riusciti a offendere perfino la mia etica.

Troy non è né apollineo né dionisiaco. È semplicemente un prodotto decadente, miserabile, offensivo non solo per l’opera originale ma per la platea. Dicevo che non si deve mai guardare l’opera d’arte con l’occhio del moralista, giusto?

Be’, permettetemi di contraddirmi: io trovo immorali opere come Troy, perché attraverso il degrado estetico alimentano il degrado etico. Sono opere che simulano complessità di tematiche e invito alla riflessione, e in realtà ti iniettano in endovena una morale preconfezionata, stupida, povera e cinica nel senso peggiore del termine. Film come Troy vogliono essere la nostra epica, l’epica di oggi, il fondamento valoriale che si vuol dare alla nostra società. Oh, sì, la loro è una morale preconfezionata, stupida, povera e cinica, ma è sempre una morale, è pur sempre una legge, una sistema di valore che ti viene inculcato e devi accettare. È la morale del perfetto borghese, dei “devotissimi della Chiesa, fedelissimi del pallone, nulla-pensanti della televisione”. Insomma non si sono limitati a mostrarmi come protagonisti piccoli borghesi meschini e vuoti, cosa che faceva già Euripide e avrebbe il suo merito; il punto è che questi piccoli borghesi meschini non me li hanno solo mostrati, bensì me li hanno anche proposti come più alti modelli morali, come i “buoni” senza se e senza ma.

La morale della plebe di nietzscheana memoria?
No, peggio. La morale della plebe non riconosce il valore del guerriero, ma almeno riconosce ancora il valore del martire. Il martire è comunque qualcuno di “speciale”, almeno fa qualcosa che gli altri non farebbero, si distingue dalla massa. Troy non ammette più neanche quello, non ammette l’autosacrificio come non ammette l’onore come non ammette la forza come non ammette la gloria come non ammette l’eroismo come non ammette la santità. Nessuna forma di grandezza, nessun distacco dalla banalità, nessuna forma di emergenza dall’uniformità è ammesso dall’epica piccolo-borghese di Troy. Non si limita a cancellare la grandezza da ogni personaggio, così che lo spettatore non debba provare ammirazione né tanto meno senso di inferiorità e desiderio di migliorarsi; essa proibisce attivamente allo spettatore di desiderare la grandezza, degradando ed uccidendo sistematicamente tutti i personaggi che ne portino i segni. Non c’è nessun personaggio in Troy cui possiamo guardare con sincera ammirazione, nessuno che possa farci sentire inferiori  … e al contempo, non c’è neanche nessuno che abbia una personalità autentica da esplorare o una traccia di complessità; non c’è nessuna riflessione filosofica o sociale o politica: il trionfo del piattume/pattume, una cerimonia di santificazione del clichè.

Troy ammette e permette un solo ‘valore’, quello di Paride. Di Paride ci vien chiarito a più riprese che è una nullità: non è nobile come Achille, non è forte come Menelao, non è responsabile come Ettore, non è furbo come Odisseo, non è niente; è solo un bel visino che a quanto pare sa dire paroline dolci alle fanciulle. Ma è lui che alla fine si salva e vince su tutto e tutti!

Paride sostituisce così l’eroe come role model del film; ma al contempo è privo di qualsiasi virtù eroica, o di qualsiasi virtù umana ammirevole, se è per questo; è solo una nullità glorificata. Non dunque un eroe, e nemmeno un antieroe: piuttosto un nega-eroe, una negazione attivà dell’eroismo e di ogni virtù. Il suo non-valore e la sua non-virtù sono la proposta morale attiva dei creatori di Troy, la loro idea di cosa dovremmo aspirare ad essere oggigiorno: dell nullità brave solo a pensare a se stesse. L’unico valore ammesso da Troy è dunque quel non-valore: quello di chi guarda il proprio orticello e basta, tanto può sempre scaricare la responsabilità di ciò che fa sulla comunità, e poi scappare dalla città in fiamme all’ultimo momento, praticamente unico a salvarsi il culo nel disastro da lui stesso causato. Non prima, ovviamente, di aver ucciso Achille, liberandosi così, catarticamente, dall’ultima figura che potesse ricordargli la sua piccolezza. Come ci dice Frank Miller attraverso la bocca di Superman:

“Se potessero ci ucciderebbero. Sono ogni anno più piccoli. Ogni anno ci odiano di più. Non dobbiamo ricordare loro che i giganti camminano sulla terra”.

Ossequi.





LA SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA

17 07 2015

Ho sempre pensato che, se spiego bene il mio pensiero, certi ovvi fraintendimenti non ci saranno, e nessuno prenderà sul serio certe apparenti “contraddizioni” in ciò che dico che in realtà sono solo frutto di lettura superficiale. E, al limite, ciò è vero; una volta che si sia capito tutto perfettamente anche le apparenti contraddizioni spariranno. Non è però vero all’atto pratico, specie se il fraintendimento affonda in concezioni filosofiche millenarie e ancor oggi molto vive …

Dunque sono passati due anni dall’apertura di questo blog, eppure l’unico post finora che abbia trattato specificamente l’apparente contraddizione fra il mio essere anti-omofobico e anti-antispecista insieme è uscito qualche giorno fa; e ora esce il secondo. Perché una contraddizione, seppur solo apparente, c’è, e va chiarita.

Difatti, vedrete che il più delle volte i filosofi o pseudofilosofi antispecisti sono pro-LGBT, e viceversa i filosofi o pseudofilosofi omofobi sono generalmente specisti. E nella mente di queste persone, l’associazione fra le due cose viene naturale e spontanea. Anche noi, a breve capiremo perché per loro è tale, e poi anche perché invece non lo è affatto per me e neanche, a ben vedere, nella testa del grosso della popolazione.

Intendiamo subito che in termini pratici la questione dei diritti LGBT non ha davvero niente a che vedere con questioni come il vegetarianesimo o la sperimentazione animale: a favore dei diritti LGBT e anche della sperimentazione animale: why not? Quasi tutti i miei conoscenti la pensano così. Omofobo e anche vegano: why not? Proprio l’altro giorno ho fatto un raccapricciante incontro con un’omofoba incancrenita che si dichiarava vegana. Le due cose possono tranquillamente andare insieme nella lotta politica e nella vita di tutti i giorni.

Per questo io ho fatto riferimento ai filosofi antispecisti, e ai filosofi omofobi, o per lo meno, quelli che si divertono ad atteggiarsi a tali. Perché parliamo di persone che hanno fatto la scelta, per una settimana o per la vita, per convenienza o per amore, di occuparsi principalmente dei problemi rigorosamente astratti della filosofia.

Prendiamo i problemi su cui si accaniscono gli antispecisti e gli omofobi: i primi mettono in discussione a vario titolo la netta linea di demarcazione uomo-animale, i secondi invece insistono su una categorizzazione estremamente, e aiutatemi a dire estremamente, rigida riguardo ai sessi: maschio-femmina.

Già ora dovremmo iniziare a cogliere qual è il fulcro del paragone che sto istituendo, ma facciamo qualche altra osservazione empirica prima di arrivarci. Gli attivisti a favore dei diritti LGBT (me escluso, ça va sans dire) spesso impostano il proprio discorso su una critica della rigida categorizzazione maschio-femmina, utilizzando come testa d’ariete contro di essa una serie di fenomeni reali nei quali questa categorizzazione viene sfidata e i tradizionali attributi di uomo e donna sono violati; ad esempio intersessuali, androgini, transgender, o anche solo donne “mascoline” e uomini “effeminati”. Ad essi gli omofobi rispondono generalmente con una severa riaffermazione della categorizzazione, che generalmente assume la forma dell’uso improprio dell’argomento della normalità. Gli antispecisti generalmente impostano il proprio discorso su una critica della rigida categorizzazione uomo-animale, utilizzando come testa d’ariete una serie di fenomeni reali nei quali questa categorizzazione viene sfidata e i tradizionali attributi di uomo e animale sono violati; ad esempio i famosi casi marginali. Ad essi gli umanisti rispondono generalmente riaffermando la differenza uomo-animale e la sua rilevanza al livello metafisico, spesso usando l’argomento dalla normalità in forma impropria (me escluso, ça va sans dire).

Dovremmo cominciare a vedere dove si va a parare, sbaglio?

Essenzialmente, omofobi e “specisti” si muovono nella direzione di affermare con forza e rigore l’esistenza di linee di demarcazione ontologiche che definiscono la realtà: maschio e femmina, con tutti i loro tradizionali attributi; uomo e animale, con tutti i loro tradizionali attributi.

Antispecisti e pro-LGBT (più che altro i queer theorist, a dire il vero) si muovono nella direzione opposta: il loro è un atteggiamento strutturalmente critico delle categorizzazione ideali.

Gli omofobi ripetono ossessivamente che maschile e femminile sono assoluti ontologici. Gli antispecisti negano continuamente qualsiasi valore effettivo alla demarcazione uomo-animale.

Ecco dunque la ragione dello scontro filosofico: gli omofobi sono realisti platonici, che danno una priorità assoluta alle idee nelle loro elaborazione, mentre gli antispecisti sono nominalisti di ferro, che si spingono indefinitamente oltre nella critica alla validità delle idee nel descrivere la realtà.

“Adaequatio rei et intellectus”; raggiungere l’identità fra il pensiero e la realtà, ecco lo scopo ultimo di questi filosofi, tutti. La differenza fondamentale fra antispecisti ed omofobi è che i primi vorrebbero modificare l’idea per adeguarla in maniera perfetta alla realtà, mentre i secondi vorrebbero modificare la realtà per adeguarla in maniera perfetta all’idea.

Lo scopo di entrambi è “alto”, anche se non molto utile. Ma il problema principale sono i mezzi, necessari, che essi sono disposti ad usare per raggiungere un tale altissimo scopo.

L’idea e la realtà non sono uguali. Non lo saranno mai. La realtà è mutevole e caotica, piena di sfumature, imprevisti, eccezioni e stranezza. Il pensiero è ordinato, rigido, definito, strutturato, e tende a preservarsi uguale a se stesso.

Non potranno mai essere uguali. L’intima natura dell’uno e dell’altro lo impedisce.

Non sorprende dunque se i filosofi dell’una e dell’altra fazione, all’estremo delle loro elucubrazioni, iniziano a sembrare completamente pazzi.

L’ossessione per le idee, portata alle sue estreme e naturali conseguenze, conduce a negazione della realtà. Gli omofobi per esempio insistono a pretendere che la realtà sia quella che sta nella loro idea: maschi e femmina, tutti cisgender, tutti eterosessuali, tutti stereotipati. Messi di fronte alla realtà che quest’idea rigidissima non si applica a quello che vediamo tutti i giorni, confrontati col fatto che esistono transgender, esistono intersessuali ed esistono omosessuali, essi li catalogano come “errori” e fanno finta di niente. Il che è follia pura se ci pensiamo un momento: stanno accusando la realtà di essere sbagliata rispetto alla loro idea. Stanno accusando la natura di aver commesso un errore, rispetto a loro che invece sanno come dovrebbe andare il mondo.

L’assurdo è abbastanza evidente.

E d’altro canto è chiaro a cosa conduce anche l’atteggiamento opposto, al collasso del pensiero. La distinzione fra uomo e animale non è perfetta (e quando mai ve ne sono in natura?), ma è sicuramente una delle più rigide che la biologia ci offra, visto che Homo sapiens è l’ultimo sopravvissuto del suo genere e il suo parente più prossimo (lo scimpanzé) dista milioni di anni di evoluzione da lui. Se si nega la legittimità del processo che consiste nel formalizzare una distinzione almeno verbale fra le due realtà, descrivendo le caratteristiche comuni fra gli umani che non sono normalmente presenti nell’animale, allora finirà che non potremmo neanche dire che una pera e una mela sono due cose diverse: sono entrambe dolci, sono entrambi frutti … e poi cos’è un frutto? Non è forse un fiore modificato? Allora come facciamo a dire che un fiore è un fiore e un frutto è un frutto?

Certo, se ci chiudiamo in camera, bendiamo gli occhi e tappiamo le orecchie ignorando così l’esistenza di qualsiasi cosa che non quadri con le nostre idee, abbiamo raggiunto l’identità perfetta di pensiero e realtà negando la realtà.

Certo, una volta che abbiamo smesso di usare qualunque categoria e qualunque idea e messo da parte qualunque pregiudizio, ovverosia abbiamo smesso di pensare e ci siamo ridotti a puro istinto, abbiamo raggiunto l’identità di pensiero e realtà negando il pensiero.

In entrambi i casi abbiamo vinto, abbiamo conquistato il nostro scopo … Ma il prezzo è stato un po’ altino. Ma che importa? Anche lo scopo era alto. E bisogna capire che il filosofo, che quasi sempre è anche un metafisico, ragiona in questo modo (o per lo meno, in questo modo ragionano i miei avversari): tutto gira intorno ad una SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA, che a sua volta esprime in qualche modo quella dualità di approccio che ho descritto.

Dunque tutti i dibattiti particolari, che so, le adozioni a coppie omosessuali, la sperimentazione animale, l’eutanasia infantile, l’allevamento intensivo … non sono questioni che per se stesse siano degne di attenzione. Esse sono manifestazioni particolari, occasionali, di una latente SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA concernente l’adeguazione perfetta fra l’ideale e il reale, che essa sola è degna di attenzione. Dunque se io stringo un contratto di convivenza con un uomo invece che con una donna (perché il matrimonio è soltanto questo all’atto pratico: un contratto di convivenza e supporto reciproco), in realtà io sto affrontando la SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA della distinzione dei sessi! Cavolo, sono più potente d quanto pensassi, con una firma su un pezzo di carta io metto in discussione la natura stessa dell’uomo! Sono un Dio, cazzo! D’altro canto se faccio il dispetto di nascondere della carne nel piatto di un vegetariano non sto facendo solo uno scherzo deficiente, come pensavo, bensì sto affermando la mia posizione sulla SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA della demarcazione uomo-animale. Questo se sono fortunato, perché c’è caso addirittura che io stia dicendo la mia sulla SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA dell’esistenza della violenza e dell’oppressione, che rende quindi sciocca e vacua la molto-meno-suprema questione filosofico-antropologica della distinzione uomo-animale!

Suppongo che se mentre mi succhio un’ostrica mi ingoio un granello di sabbia quello sia un atto metaforico della mia scelta di campo all’interno della SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA del rapporto fra l’uomo e il suo pianeta; sono diventato Galactus il divoratore di mondi.

Alla luce di questa prospettiva si spiega faclmente l’atteggiamento che i miei avversari assumono immancabilmente verso di me. Se io dico ad una conferenza sulla sperimentazione animale che per me le questioni etiche in realtà sono questioni pratiche e politiche, ecco che “l’antispecista” avvocato Prisco (che sarà contento che finalmente sia riuscito ad imparare il suo nome) mi bacchetta:  “nonnonnò! Non puoi ridurre l’etica a una  volgare questione pratica, ad un semplice insieme di provvedimenti e decisioni provvisorie e circostanziali! È una cosa più ALTA, è una SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA!”  (non saranno state proprio quelle le parole, ma quello era il significato). E dato che non ci sarà modo e tempo di rispondere, non potrò mai obbiettare che se non è una questione politica, e non è pratica, né tanto meno è una semplice scelta personale, e nemmeno ovviamente è teologia perché siamo atei, ma è comunque una cosa più ALTA … Allora non mi è chiaro che cavolo è. Ma di che stiamo parlando davvero? Quando è che la SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA sarà giudicata abbastanza suprema da esser degna di discussione?[1]

Naturale che in questa ottica un po’ perversa necessariamente anche le questioni dell’omofobia e dell’antispecismo sussumono sotto uno stesso concetto universale, perché entrambe manifestazioni della SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA della distinzione categoriale che vede contrapposti Aristotele e Platone. Ed è dunque necessario individuare un metodo risolutorio di entrambe le questioni che risponda alla medesima formulazione della SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA.

Potrei benissimo dire che la questione dei matrimoni gay non ha nulla a che vedere con l’esistenza differenziata del maschile e del femminile, è semplicemente una scelta di convenienza sociale che renderebbe più piacevole vivere nella nostra società.

Potrei benissimo dire che la questione del vegetarianesimo ha a che fare semplicemente con un calcolo dei costi e benefici, personali e sociali, materiali ed emozionali, connessi al mangiar carne e al non mangiarla; e potrei dunque spingermi alla bestemmia suprema di affermare che fra me, che mi occupo di benessere animale ma non sono vegetariano, ed un vegetariano, non c’è nessuna suprema differenza filosofico-antropologica, ma solo una differenza nel grado e nel tipo di sensibilità rispetto alle questioni in esame.

Ma questo modo di ragionare è intollerabile per il “filosofo”. Per colui che ragiona da “filosofo” (che poi filosofo lo sia o meno è irrilevante) viene naturale come il respiro ricondurre il tutto ad un’unica suprema questione di somma astrazione. Un’astrazione tale che, se sottoposta ad uno scrutinio attento, si rivela vuota.

A ciò io contrappongo la mia modesta, e proprio per ciò blasfema, proposta: e se invece ci accontentassimo di qualcosa di meno della risoluzione perfetta della SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA? Se ci accontentassimo di ottenere un’uguaglianza approssimata fra pensiero e realtà, una somiglianza utile per i nostri scopi da adottarsi nei singoli casi specifici che dobbiamo affrontare?

Da quando mi occupo di biostatistica (non è un caso che questo sia diventato il mio mestiere: applicare perfette idee astratte ad una realtà mutevole e caotica …) non ho mai dimenticato la mia prima è più importante lezione: “un modello non è vero o falso, solo utile o meno utile”.

Quando descrivo i miei dati con un modello lineare sto solo dicendo che esso li descrive abbastanza bene da venire incontro a certi miei scopi.
Non sto dicendo che nella realtà le cose siano esattamente come le descrive quel modello; se volessi cambiare il modello per aderire perfettamente alla realtà avrei da lavorarci per millenni prima di poter inserirvi dentro tutte le (letteralmente) infinite variabili che lo determinano; se pretendessi invece che la realtà sia descritta perfettamente e senza alcun errore da quelle tre-quattro variabili che ho messo nel modello, farei un errore grosso come una casa, e non riuscirei mai a spiegarmi come mai quel farmaco che secondo il modello funzionava su qualche paziente invece non ha funzionato: “ah be’, la natura avrà sbagliato, mica io!”

Il mio modo di muovermi è strettamente pragmatico: cerco quella teoria che è al tempo stesso ragionevolmente “esatta”, perché contiene più informazioni possibile sulla realtà, e anche ragionevolmente “economica”, ovvero sia ancora di applicabilità abbastanza generale da essere di una qualche utilità pratica.

“Ma questa non è filosofia, è scienza!”

“Ma questa non è filosofia, è solo buon senso!”

Sapete che vi dico?

Avete perfettamente ragione!

Questo è il modo di procedere della scienza, che cerca di creare teorie che siano un compromesso fra la generalità e l’esattezza. E la scienza, come disse il saggio, “non è che buon senso accompagnato da solido ragionare”.

La scienza si sa accontentare del proprio essere approssimata. È la filosofia (o meglio, il resto della filosofia, visto che la scienza è una branca della filosofia) che non sa accontentarsi, è la filosofia che pretende che idea e realtà siano perfettamente identiche, ed è disposta a qualunque cosa pur di ottenere ciò.

Sono dunque consapevole che la mia posizione mi sistemi a margine dei dibattiti filosofici di cui sopra, per non dire fuori da essi. Ho notato in passato che gli antispecisti non mi rispondono mai, e neanche gli omofobi. La ragione principale per cui non lo fanno è sicuramente che non vogliono farmi pubblicità (perché non dimentichiamoci che ci sono battaglie politiche in corso qui, e quando c’è la politica in mezzo, la filosofia e l’amore per il confronto possono andare a farsi fottere, una lezione che ho imparato sulla mia pelle), ma è anche vero che non avrebbero nulla da rispondermi, perché io non entro nel “loro” dibattito filosofico. Piuttosto nego che il presupposto stesso di quel dibattito sia corretto, non mi interessa la loro SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA.

Quando mi capita di confrontarmi con questi soggetti in contesti in cui non possano svicolare agevolmente, mi trovo sempre in situazioni divertenti, perché mi scagliano addosso argomenti che non sono rivolti a me, ma “all’altra fazione”!

Gli omofobi mi accusano di voler cancellare la distinzione fra uomo e donna, quando io stesso ho criticato quel tipo di estremismo molto apertamente in passato; mi gettano addosso contro-argomenti per argomenti fondati sulla critica delle idee e che io non ho mai formulato o non in quella forma. Non è con me che se la prendono, il loro avversario predestinato non sono io.

E ovviamente non sono neanche l’avversario predestinato di un antispecista, come spiegavo qui. Io non ho mai affermato “il salto ontologico” fra uomo e animale, ad esempio; non ho mai neanche affermato l’impossibilità di concedere agli animali alcuni diritti, men che meno ho mai parlato di valore intrinseco dell’essere umano. Mi attaccano con argomenti che sembrano fatti apposta per rispondere ai metafisici cattolici, e probabilmente lo sono, ma che semplicemente non riguardano il sottoscritto.

La verità vera è che per chi è immerso fino alle orecchie in quel tipo di dibattito astratto ciò che dico è semplicemente non pertinente. Il loro è un dibattito filosofico in senso stretto, il mio è un discorso che in senso stretto è pratico-scientifico. Ovviamente, in senso lato anche il mio discorso è perfettamente filosofico, più filosofico del loro volendo, ma sicuramente più fisico che metafisico. Perché anche i filosofi che con più violenza si scagliano contro le “idee” sono comunque filosofi: idee sono le loro armi e idee è il loro pane, e di conseguenza rispetto ad uno scienziato resteranno sempre più “astratti” e più “metafisici”.

Dunque, non mi vedranno mai come un avversario filosofico, ma sempre e solo come un avversario politico. Il che, se vogliamo, è un riconoscimento di valore ben più grande. Penseranno che dal punto di vista filosofico io sia “contraddittorio” e non sapranno in che squadra mettermi.

E non verrà mai il giorno in cui capiranno che io non sono in nessun squadra perché non sto giocando al loro stesso gioco

Ossequi.

[1] In parentesi, dobbiamo notare anche che se davvero poi tu imposti il discorso come dicono loro, e cioè con una rincorsa all’astrazione sempre maggiore, ti accuseranno di aver “estremizzato il ragionamento in maniera illegittima”, un’accusa che ho ricevuto mille volte in risposta al mio video su youtube. Quindi devi essere più astratto di quanto non sei, ma comunque non più di quanto lo siano loro se no stai esagerando. Insomma devi fare esattamente come dicono loro per fare bene.





John Searle e “Il mistero della coscienza”

30 07 2011

“The mistery of consciusness” è un libro del filosofo americano John R. Searle. Scritto nel 1990, conosce la sua seconda edizione nel 1997. La sua struttura è abbastanza semplice: fondamentalmente si tratta di una raccolta di recensioni di libri sul tema della coscienza scritti da altri autori famosi, nella fattispecie Francis Crick, Gerard Edelman, Roger Penrose, Daniel Dennett, David Chalmers, Israel Rosenfield. Dopo un primo capitolo introduttivo, tutti gli altri sono dedicati ciascuno ad uno di questi autori, e mostra quelli che secondo l’autore sono i punti di forza e di debolezza delle loro teorie (anche se come vedremo saranno più spesso le debolezze ad essere messe in luce). Infine, nell’ultimo capitolo Searle tenta di far emergere quale sia il suo personale approccio al problema della coscienza.

Dunque, trovo che il libro sia scritto molto bene e sia molto comprensibile. Anche la parte in cui si analizzano le argomentazioni di Penrose, che sono estremamente specialistiche riguardando problemi di logica matematica ed informatica, sono scritte in maniera perfettamente chiara.

Tuttavia, la critica delle altre teorie e l’esposizione della propria mi risultano entrambe molto lacunose.

La teoria di Searle

Esporre quale sia effettivamente il pensiero di Searle è problematico, poiché esso non emerge affatto con chiarezza da ciò che ha scritto, e personalmente ho avuto spesso il dubbio che in effetti non ci sia affatto chiarezza di pensiero in Searle.

Possiamo riassumerlo, credo, in alcuni assiomi essenziali:

1)      I fenomeni possono essere distinti in oggettivi e soggettivi, e a sua volta l’oggettività/soggettività di tali fenomeni può essere ontologica o semplicemente epistemologica (epistemologia e ontologia per Searle sono dunque distinte chiaramente, in barba a Kant e successori).

2)      La coscienza è un fenomeno ontologicamente soggettivo, per il quale l’apparenza soggettiva è dunque perfettamente uguale alla verità.

3)      Il problema della coscienza è il problema dei qualia, e il problema dei qualia è il problema della coscienza.

4)      La coscienza è una caratteristica fisica degli organismi dotati di sistema nervoso.

5)      La coscienza è causata dal cervello, ma non si identifica con l’attività del cervello.

6)      I computer attuali non possono in alcun modo riprodurre la coscienza (che invece sarebbe la teoria cosiddetta della IA forte), poiché essa non è come un software che può essere riprodotto su qualsiasi supporto, ma è strettamente connessa con la struttura del supporto stesso.

7)      Inoltre, i computer attuali si limitano a “manipolare simboli” senza significato. Per Searle semantica e sintassi dei simboli sono fatti separati, e ritiene di averlo dimostrato ormai quindici anni fa tramite il famoso argomento della stanza cinese.

8)      Tuttavia, i computer possono essere usati per simulare la mente umana. Questa posizione è nota come come “IA debole”.

9)      Non si può escludere, anzi, è certa, per Searle, la possibilità di costruire macchine pensanti e coscienti. Lo stesso cervello, infatti, è una macchina pensante e cosciente. Come ciò sia possibile non è chiaro dal libro.

Personalmente, non condivido nemmeno una di queste sue posizioni. Diciamo che potete prendere tutte queste affermazioni, rovesciarle, e otterrete il mio pensiero. Ma entriamo nel dettaglio.

Searle e Penrose

Non ho trovato particolarmente interessanti dal punto di vista filosofico le prime due recensioni e l’ultima, quelle su Crick, Edelman e Rosenfield, anche se sicuramente mi è venuta una gran voglia di leggere Edelman. Passo dunque a quellea che ho trovato più stimolanti, a cominciare da quella in cui si vede quello che sa fare Searle contro un teorico, Penrose, che si oppone tanto all’IA forte che a quella debole.

L’argomento di Penrose è basato sul teorema di Godel. Sostanzialmente, si può riassumere così: un sistema computazionale, per il teorema di Godel, se è completo contiene proposizioni indecidibili all’interno del sistema. Noi però riusciamo a decidere anche le proposizioni indecidibili, quindi non siamo sistemi computazionali, di nessun tipo.

Searle risponde affermando che in effetti la posizione di Penrose non è pertinente, in quanto noi non siamo solo sistemi di calcolo. E concordo. Ma a parer mio c’è da aggiungere dell’altro, e cioè che noi non siamo necessariamente sistemi di calcolo matematico completi. Una delle capacità del pensiero umano è quella di apprendere, di ampliare se stesso. Supponiamo che io sia un sistema computazionale F, e crei una proposizione “Io sono F”. il sistema costituito da F+ “io sono F” è chiamato F’. Si mostra che la proposizione “io sono F” non è decidibile in F, quindi io non sono F. vero, ma nel frattempo io sono diventato F’. E ogni volta che si presenta una proposizione in decidibile nel sistema, io mi trasformo in un sistema più complesso. Sembra che Penrose non tenga conto del fatto che la mente umana è un sistema dinamico, non statico. E non se ne accorge neanche Searle, che direi, su questo punto, è poco incisivo.

Searle e Dennett

È evidente che questi due si odiano a morte. Ma personalmente preferirei leggere un serio confronto di argomentazioni, più che uno scambio piccato fra due rivali. È pur vero che fra i due il primo ad attaccare pesantemente è Searle, affermando che Dennett nega l’esistenza stessa della coscienza, che imbroglia i suoi lettori, che le sue posizioni sono così insostenibili che il suo libro può interessarci solo per vedere fino a che punto si può arrivare nel dire assurdità. La risposta di Dennett è aspra, ma senz’altro giustificata, tanto più che da lettore e ammiratore di Dennett trovo assolutamente fuori posto le critiche di Searle.

Se vogliamo riassumere queste critiche, direi che fondamentalmente ciò che viene criticato di Dennett è la sua etero fenomenologia, ovvero l’approccio alla coscienza con una prospettiva oggettiva e in terza persona.  Per Searle, la coscienza è un fenomeno ontologicamente soggettivo, che non può essere studiato in terza persona, ma deve essere vissuto. Per Dennett, invece, non è affatto così. Prendiamo ad esempio l’esperienza del quale “rosso”: per Searle l’unico modo per sapere cos’è il rosso è vederlo. Per Dennett, invece, se la nostra conoscenza di tutti i meccanismi neurali che stanno dietro alla percezione del rosso fosse assolutamente perfetta, noi potremmo capire cosa è il “rosso” anche senza averlo mai visto in vita nostra. Per Searle la soggettività del quale “rosso” è ontologica e irriducibile, per Dennett è solo un limite epistemologico, che in teoria è riducibile (anche se in pratica può non esserlo).

Senza dubbio, l’accusa di Searle a Dennett di negare l’esistenza della coscienza è campata in aria. Dennett si limita a descriverla in termini diversi ed oggettivi, e diciamolo, di fatto è l’unico modo possibile in cui se ne possa discutere. Se la soggettività della coscienza fosse davvero ontologica e irriducibile (per ora non consideriamo se effettivamente lo sia) parlarne non avrebbe significato, perché discutere di qualcosa significa già uscire dalla dimensione soggettiva. Ad esempio, quando dico “mi fa male il dito”, o “questo oggetto è rosso”, non ho nessun motivo logico per aspettarmi, a rigore, che l’altro intenda esattamente lo stesso tipo di sensazioni che dico io. Addirittura, l’altro potrebbe essere uno “zombie” che non prova nulla, ma fa solo finta di provare dolore o di vedere rosso (è l’esperimento della stanza cinese a suggerire ciò. Io non lo considero valido, ma per Searle lo è). O semplicemente, potrebbe essere daltonico. Se in effetti metà della popolazione mondiale fosse daltonica, il concetto del quale “rosso” non sarebbe affatto chiaro. Diventa chiaro solo in ambito relazionale, alias “oggettivizzandolo”, mettendosi in terza persona come fa Dennett. Riuscito o meno, il tentativo di Dennett di studiare la coscienza in terza persona è l’unico modo possibile per far uscire la coscienza dal mondo del noumeno e farlo entrare nel fenomeno; l’eterofenomenologia è davvero un passo avanti. La teoria di Searle non lo è.

Per questo ritengo sostanzialmente che la critica a Dennett sia molto malposta. Tanto più che l’opinione di Searle sui rapporti mente-corpo non è affatto chiara. Quando Dennett dice di Searle che “secondo la sua opinione, il cervello secerne la coscienza come fosse una poltiglia”, di fatto non sembra andare molto lontano dalla verità. Per me dire “il cervello causa la coscienza” è come dire “la tensione dei fili causa la ragnatela”. Non lo trovo corretto, bisogna piuttosto dire che “i fili tesi sono la ragnatela”, e, invertendo l’uguaglianza, “la ragnatela è un insieme di fili tesi”. Io non direi che il cervello causa la coscienza, quanto che “la coscienza è il cervello che funziona”, e viceversa.  La categoria della causa, così posta, non mi piace affatto. E soprattutto non porta da nessuna parte … la ricerca di Searle non ha condotto finora a nessun progresso negli studi sulla coscienza, a quanto mi risulta, ma si è limitata soltanto a tentare di demolire i progressi fatti dagli altri.

Ma procediamo col capitolo successivo, dedicato a David Chalmers.

Searle e Chalmers

Qui non è perfettamente evidente se sia Chalmers ad esser poco chiaro nell’esposizione o Searle. Credo, effettivamente, che nel pensiero di Chalmers ci siano dei problemi. Egli sembra voler capra e cavoli dividendo la coscienza in due coscienze: una coscienza fenomenica, oggettiva, che può essere esaminata in terza persona, e una invece che è pura esperienza soggettiva. Ritiene dunque che sia possibile l’esistenza di un secondo mondo ipotizzabile, gemello del nostro e identico molecola per molecola, nel quale la coscienza soggettiva non esiste. Onestamente, trovo che tutta questa parte del suo pensiero sia abbastanza stramba e poco fondata, così come sembrano appropriate le critiche di Searle, seppur non particolarmente approfondite.

Ma ciò nulla toglie al valore straordinario che io ravviso in altri aspetti del Chalmers-pensiero. In particolare, egli misura la coscienza in termini di pura “informazione”. Su queste basi, ventila l’ipotesi particolarmente interessante del panpsichismo, ovvero la teoria secondo la quale le proprietà psichiche possono essere allargate a tutti i sistemi complessi, anche non biologici. Io trovo questa idea incredibilmente affascinante, e a rigor di logica è probabilmente esatta. Ma Searle la rifiuta totalmente, e sembra farlo più sulla base dei propri impulsi di stomaco, che di cervello; di fatto, l’argomento, se così possiamo chiamarlo, che usa per contestare il panpsichismo è il seguente: che chiunque sappia un po’ di biologia sa che è necessario un sistema nervoso per la percezione cosciente.

Ma qualcosa non va: questa è esattamente la tesi che stiamo discutendo, e lui la dà per scontata! Noi stiamo valutando l’idea che un sistema nervoso non sia necessario alla coscienza, non puoi rispondere dicendo “tutti sanno che ho ragione io”. La stretta corrispondenza fra sistema nervoso umano e coscienza è alla base del pensiero di Searle, e qui sembriamo scoprire che non è un qualcosa di dedotto, ma di dato per scontato.  Seppur nel passaggio dedicato a Chalmers Searle effettivamente non porti alcuna argomentazione a favore della sua identità sistema nervoso=coscienza, una piccola argomentazione in tal senso è portata nel capitolo finale. Qui scrive che lui è dotato di un’esperienza cosciente e di un sistema nervoso, e dato che tutti gli esseri umani hanno un sistema nervoso, è fiducioso che, per il principio per cui a uguali cause corrispondono uguali effetti, anche a tutti gli altri esseri umani possa essere attribuita la coscienza.

Onestamente, trovo che questa argomentazione sia debolissima. Non solo gli esseri umani sono dotati di sistema nervoso, lo sono anche la maggior parte degli animali, anche quelli la cui “coscienza” potrebbe in effetti essere messa in dubbio; perfino le piante hanno strutture integrative dell’informazione che potremmo paragonare al sistema nervoso animale. Un anemone di mare è cosciente, con i suoi neuroni sparsi? È cosciente una planaria con sistema nervoso plessiforme? È cosciente un insetto? Direi che su questi aspetti, seguendo la il Searle-pensiero, saremmo per sempre agnostici. Non possiamo essere un anemone, un insetto, una planaria. Potremmo certo ben dire che il comportamento ci dice chi è cosciente e chi no, ma uno dei capisaldi del pensiero di Searle, che ritiene di aver dimostrato con la stanza cinese, è che il comportamento di per sé non ci dice nulla sulla coscienza. E date le sue critiche al funzionalismo, nemmeno gli stati causali e finali del sistema nervoso ci dicono nulla, di per sé. Insomma, in questa prospettiva saremo bloccati per sempre.

Dove arriva la ricerca su cosa abbia di speciale il sistema nervoso umano che causa la coscienza, se escludiamo a priori la possibilità che esistano sistemi analoghi, ovvero che ne condividono solo alcune caratteristiche ma non tutte, in grado anch’essi di produrre la coscienza?

Mi preme notare che se anche comparisse un automa Dennettiano perfettamente funzionante, indistinguibile da un umano quanto a comportamento e stati funzionali, Searle potrebbe comunque concludere che non è cosciente perché privo di sistema nervoso. Insomma è infalsificabile è assolutamente circolare, non potremo mai dimostrare a Searle che qualcuno o qualcosa è dotato di coscienza. E quando lui ci dice che ritiene, anzi, che può addirittura dare per scontato che tutti noi siamo coscienti, l’impressione è che non vi sia in effetti alcuna base logica attraverso la quale noi potremmo difendere il nostro stato di esseri coscienti in termini oggettivi. Searle ci concede generosamente di riconoscerci come esseri coscienti, ma noi non potremmo mai guadagnarcelo con un comportamento o un’analisi qualsiasi.

Ovviamente, valutare invece la coscienza in termini funzionali ha conseguenze apparentemente contro intuitive: potrebbero essere coscienti piante, batteri, singole cellule, termostati, nazioni. Ma la mia domanda è “perché no?”. In effetti siamo abituati a pensare a tutti i viventi come a creature che in qualche modo “vogliono”, che perseguono uno scopo. Ma in effetti non hanno scopi, bensì solo meccanismo chimici e fisici di funzionamento molto complessi, esattamente come noi. Quindi, come siamo coscienti noi, potrebbero essere coscienti in una qualche misura anche unità più elementari, come le cellule, o unità più complesse, come le nazioni. Anche delle nazioni si usa dire “L’italia entra in guerra”, “Gli USA sono preoccupati”, “il Giappone piange i suoi morti”, eccetera. Ci accorgiamo insomma che pensare ad enti privi di sistema nervoso come coscienti non è poi così problematico. Io ritengo in effetti che ovunque vi sia un sistema di integrazione dell’informazione di sufficiente complessità, lì dobbiamo aspettarci di trovare una forma di coscienza. Ovviamente non si pensa alla coscienza, in questo caso, come ad un fenomeno di tipo tutto o nulla, ma come un continuo. Noi stessi attraversiamo fasi di maggiore coscienza e fasi di semiincoscienza, fino a quella che riteniamo un’incoscienza assoluta. Ma noi non possiamo dire di “sperimentare l’incoscienza”, in effetti, poiché mentre non siamo consci non ci siamo proprio, e semmai siamo frammentati in sistemi più semplici. In quel momento non siamo consci, ma questi sistemi più semplici possono esserlo senza che noi lo sappiamo

Considerazioni finali

 

Devo dire ancora qualcosa sul concetto di IA debole, prima di trarre delle conclusioni. Searle sostiene che un computer ordinario non possa essere dotato di autentica intelligenza e coscienza, ma che ciò non di meno possa simulare una tale situazione, analogamente a come un computer può simulare un temporale senza che esso sia un vero temporale, o simulare la digestione senza effettivamente digerire.

Ma riflettiamo un momento: cos’è una simulazione? È la costruzione di un modello ridotto che riproduce alcune caratteristiche dell’originale. La simulazione è tanto più perfetta quanto più essa somiglia all’originale. Per dire, possiamo costruire un piccolo vulcano giocatolo (o virtuale, non fa molta differenza alla fin fine), che riproduce soltanto alcuni effetti dell’eruzione. Ma possiamo migliorare la simulazione, invece di aceto e bicarbonato mettere materiale incandescente, invece di cartone roccia. Possiamo farlo via via più grande. Possiamo aggiungere a poco a poco tutte le caratteristiche del vulcano originale, in teoria. Se ci pensiamo bene, a un certo punto la nostra simulazione non è più una simulazione, ma è un vulcano autentico. Trovo che non vi sia alcuna differenza fra una simulazione perfetta e la realtà, e questa forse è la differenza fondamentale fra me e Searle.

Comunque, siamo di fronte ad un ottimo libro per farsi un’idea dello stato dell’arte sull’intelligenza artificiale e la coscienza verso i tardi anni novanta. È scritto in modo molto comprensibile ed è accessibile anche ai non addetti. Filosoficamente, trovo le teorie di Searle del tutto improponibili, ma immagino che ad alcuni possano piacere.

Il libro è consigliato, ma è consigliato avere anche una buona preparazione filosofica prima di leggerlo. E soprattutto, è un’ottima idea aver letto almeno alcuni degli autori recensiti PRIMA di prendere in mano il libro. Searle non li tratta esattamente con gentilezza ed equità.

Ossequi,

AF