Miseria del Nazionalismo

17 11 2016
Ho detto più volte che l’ascesa dei nazionalisti di oggi ripercorre fedelmente le tappe del fascismo e del nazionalsocialismo.
Dopo attenta riflessione, con l’unica eccezione di Putin, mi devo smentire e ammettere di aver detto una sciocchezza. Non è così. I nazionalisti odierni hanno un’idea del ruolo della propria nazione nel mondo che è radicalmente diversa dall’idea che ne avevano Hitler, Mussolini o che oggi ne ha Putin.
Hitler sognava la supremazia della Germania, una Germania che conquista, che domina, che si espande, che gioca un ruolo centrale nella scacchiera globale. Hitler, Mussolini, Putin… tutti alimentati dalla Wille zur Macht, La Volontà di Potenza; tutti grandi uomini che volevano una nazione grande. Grandi uomini nel male, ma indubbiamente grandi. Grandi nazioni nel male, ma indubbiamente grandi.
La caratteristica dei nazionalisti odierni, Le Pen, Salvini, Trump, May, è la loro vergognosa, patetica piccolezza. Il nazionalismo di un Trump non aspira a controllare il pianeta, piuttosto aspira a chiudere le frontiere e far finta che non esista alcun pianeta.
Il nazionalismo del Novecento era espansivo e guardava al futuro della nazione, quello odierno è recessivo e guarda esclusivamente al passato, cerca di ricostruire un trascorso nostalgico: “Make America Great Again”. Quell'”Again” è il cuore di tutto: non rendiamo l’America grande, rendiamola grande di nuovo, come era un tempo.
Ovviamente, la grandezza passata dell’America è dovuta proprio al fatto che è sempre stata una nazione che si muove di continuo, che ha un ideale globale, che guarda sempre al futuro, che si espande sempre, che aspira continuamente alla potenza… come la Russia di Putin. Gli USA hanno sempre avuto un’ideale grandioso da esportare e far affermare in tutto il pianeta; è l’inseguimento di questo ideale che, nel bene e nel male, li ha resi grandi. Se l’America smette di giocare quel ruolo, se si chiude a riccio e inizia ad illudersi di poter pensare solo a sé stessa, potrà essere molte cose, ma di sicuro non potrà mai più essere grande.
Lungi dall’essere la cura o la reazione alla decadenza ideale ed estetica dell’Occidente, questi nazionalisti mentecatti ne sono il prodotto ultimo naturale. Sono meschini e vigliacchi piccolo-borghesi che non credono in niente, neanche in sé stessi, e vorrebbero guardare solo il proprio orticello mentre il resto del mondo va in fiamme. Hitler spaventava perché voleva dominare gli altri, portava avanti un’ideale di tipo guerriero; la Le Pen e la May sono guidate da un solo ideale supremo: un “facciamoci i fatti nostri” da Don Abbondio anni 2000, un ideale dunque irriducibilmente piccolo borghese.
Il nazionalismo è sempre frutto della paura, ma vi sono tre possibili reazioni fisiologiche alla paura: combatti, oppure fuggi, oppure ti fingi morto e aspetti che il pericolo passi.
Combattere richiede un nerbo che nessun leader europeo odierno possiede; lo possiedeva un leader americano, Hillary Clinton, ma è stata trombata, quindi oggi in Occidente non c’è nessuno che abbia le palle di combattere la paura. La seconda opzione più efficace è fuggire: se qualcosa ci fa paura nella direzione in cui ci stiamo muovendo, allora proviamo a cambiare direzione. Questo è quello che cercano di fare i leader delle forze democratiche europee; non hanno il nerbo per combattere per ciò in cui credono e allora rifuggono dal confronto. E infine c’è  la tanatosi: muoviamoci il meno possibile, blocchiamo ogni cambiamento, addirittura se possibile cerchiamo di tornare ad uno stato precedente, e aspettiamo che il pericolo passi. Questi ultimi sono i populisti degli anni 2000; quelli che sanno fare una sola cosa: cercare di fermare la storia.
Hitler ha iniziato una guerra mondiale per cercare di conquistare tutta l’Europa; la Le Pen non inizierebbe mai una guerra del genere, ma in compenso, se qualcuno minacciasse gli interessi francesi armi alla mano, si piegherebbe a novanta e si lascerebbe scopare nel culo come una puttana.
Ho sempre pensato che l’estrema destra europea fosse una reazione inadeguata e spropositata alla decadenza occidentale, una sua conseguenza nel senso di un opposto dialettico. Oggi mi sto rendendo conto sempre di più che non è neanche quello, non è in opposizione alla decadenza nemmeno nel senso di risposta dialettica e speculare ad essa. Piuttosto ne è l’apice assoluto e logica conclusione; i nazionalismi di oggi non rispondono alla crisi dei valori, essi sono la concretizzazione ultima della crisi dei valori; son ciò che resta quando non si crede più in nessun comandamento che non sia “fatti i cazzi tuoi”.
E forse è troppo tardi per impedire che un processo così lungo e massiccio si fermi…
Ossequi




Piccardo, le unioni civili e la poligamia

7 08 2016
Perché nessuno ha capito il senso delle affermazioni di Piccardo?
Ma vi pare davvero che un personaggio così esposto chiederebbe la poligamia in Italia? Con che possibilità? Al massimo potrebbe inasprire il clima di odio verso i musulmani, ma di sicuro non può ottenere il riconoscimento che dichiara di volere.
Ma davvero non si capisce il suo intento? Non avete seguito un minimo le strategie comunicative di Gianfranco Amato, Costanza Miriano e gang, abbastanza da aver imparato come si comporta un integralista religioso?
Facciamo un ripassino: Amato e Miriano sono effettivamente dei fanatici religiosi cui piacerebbe mandare i gay in carcere, vietare aborto e divorzio eccetera. Ma non la mettono mai giù in quel modo (se non in quei momenti in cui “gli scappa” di dire quello che pensano davvero), perché sanno che metterla in quel modo è una battaglia persa.
Per capire la strategia degli integralisti religiosi bisogna ricordare l’impagabile Salvemini:
“La realtà è che quando un clericale usa la parola libertà intende la libertà dei soli clericali (chiamata libertà della Chiesa) e non le libertà di tutti. Domandano le loro libertà a noi laicisti in nome dei principi nostri, e negano le libertà altrui in nome dei principi loro.”
L’integralista religioso non è stupido; ciò che fa va analizzato considerando il suo comportamento come altamente strategico: sta buono, mantiene un basso profilo, osserva in silenzioso disprezzo la società liberale e democratica, e attende il suo primo spiraglio di debolezza in cui infilarsi per aggredirla. Conosce tutti i bug del sistema democratico soprattutto per quanto riguarda la comunicazione, ed è sempre pronto a sfruttarli a proprio vantaggio.
I fondamentalisti, cattolici o islamici che siano, sanno che non possono ridurre la libertà di espressione dei loro nemici invocando il potere della censura, perché nella società occidentale quel potere è molto ridotto e spesso non è più dalla loro parte, dunque rovesciano la cosa e la pongono come una questione di “libertà di espressione” e “libertà di educazione”. Loro chiedono la libertà di odiare gli LGBT, la libertà di discriminarli, la libertà di propagandare quell’odio ovunque riescano senza nessun argine.
Il fatto che pongano la questione come una questione di libertà e democrazia non deve trarci in inganno, non deve essere scambiato neanche per un momento come il frutto di un sincero credo nella democrazia e nel pluralismo; quello che cercano di fare è semplicemente sfruttare le superficiali contraddizioni del sistema democratico e liberale con l’intento di farlo collassare, esattamente come dice Salvemini.
Una di queste contraddizioni è che la società aperta deve difendersi dai suoi nemici, dunque deve reprimere in varia misura coloro che vorrebbero distruggerla. Dunque i principi di libera espressione, libera educazione, libera stampa libero movimento etc. incontrano un limite nel momento in cui vengano usati proprio per limitare la libertà altrui. Dunque la società aperta può essere aperta solo fino ad un certo punto e i suoi principi hanno una validità per forza di cose limitata; questo limite è complesso, sfumato, difficile da tracciare; dunque chi vuole danneggiare la società aperta vi vede un’immediata debolezza, una presunta “incoerenza” da denunciare, un’area di cedimento, di potenziale confusione filosofica e culturale in cui insediarsi per far danni.
Quando la Miriano chiede libertà di espressione in realtà si sta muovendo strategicamente in due direzioni: la prima, si sta creando uno spazio di manovra per coltivare e diffondere idee repressive e totalitaristiche al sicuro dal giusto ostracismo cui sarebbe sottoposta altrimenti; la seconda, sta cercando di scatenare un senso di schizofrenia, confusione e contraddizione sui principi liberali. È come se dicesse “guardate: i vostri stessi principi sono quelli che permettono a me, che sono contro quei principi, di esprimermi contro di essi. Come fate a supportare una cosa così ipocrita e assurda? Appoggiate piuttosto il mio sincero e coerente totalitarismo teocratico!”
Finito il ripasso, torniamo a Piccardo. Non pensate neanche per un momento che Piccardo sia meno integralista o più scemo di Miriano ed Amato perché è musulmano, ragiona esattamente allo stesso modo: non sta richiedendo un diritto civile, piuttosto si sta ricavando uno spazio di manovra per organizzare una controffensiva contro i diritti civili, e al contempo fa la prima mossa di questa controffensiva: denuncia il sistema democratico dello stato di diritto come debole ed incoerente.
Non era una difesa della poligamia, la sua, quella avete più probabilità di sentirla a qualche pride; era un attacco alla comunità LGBT. E infatti un sacco di omofobi subito hanno colto l’assist e hanno ripreso in mano il loro vecchio argomento del pendio scivoloso… la frase di Piccardo serviva proprio a dargli questo assist. E lasciatemelo dire, è del tutto evidente che sia così anche dalla forma in cui l’argomento è stato posto!
“Io e milioni di persone non condividiamo la relazione omosex e tuttavia essa è lecita e ne rispettiamo gli attori. Ora lo Stato regolamenti anche il matrimonio plurimo”
Questo è chiaramente e inequivocabilmente un attacco omofobico in tutto e per tutto!
E dando spazio alle sue ridicolaggini lo si aiuta. Non che possa fare molto danno, beninteso, ma sarebbe meglio evitarlo.
Ossequi.




L'”avvocata” e altre parole che non mi piacciono

27 06 2016
Tempo addietro leggevo un articolo di una femminista che lamentava come, nei sondaggi, anche intervistati che si identificavano pienamente con tutte le battaglie femministe rifiutavano la denotazione di femminista. La ragione, diceva l’autore in soldoni, è che laggente sono scemi e non capiscono cosa significa femminismo.
No, la ragione vera è che la gente si rompe i coglioni di leggere cose come questa virgolettata qui sotto. Il tema è l’uso di certe forme femminili che tendono a suonare stonate nella popolazione, come ministra, sindaca, avvocata (brrr), chimica, fisica.
 “continuare a escludere dall’uso le forme femminili è di fatto discriminatorio, perché questa scelta non si fonda su ragioni linguistiche, ma nasconde un pregiudizio. È come affermare, indirettamente, che determinati ruoli rimangono una prerogativa maschile”.
L’articolo originale è qui.
Dunque, in sintesi, se a me “avvocata” fa cagare sangue è perché ho un pregiudizio sessista contro le avvocate donne. E’ da notare, però, che nella frase predente ho scritto “avvocate”, letteralmente senza accorgermene lì per lì. Dunque “avvocate” mi piace, ma “avvocata” no. Ricordiamocelo per più tardi.
Ora, ovviamente, se parliamo di sessismo inconscio, così inconscio che non si vede mai se non quando dico “giovane avvocatessa” invece di “giovane avvocata”, la sua esistenza è qualcosa di infalsificabile. Posso affannarmi a cercare di dimostrare che non ho pregiudizi contro le avvocate, ma si potrà sempre dire che sotto sotto, al livello impercettibile ci sono (povero Popper).
Sono disarmato di fronte a questo tipo di accusa, un sessismo così inconscio potrebbe teoricamente essere dentro di me, seppur la sua esistenza o inesistenza mi pare di ben poco rilievo pratico se si limita al fatto che non dico “avvocata”. Tuttavia, questo me lo si deve riconoscere, se questo sessismo sottile esiste in me, è un sessismo stranissimo.
Non ho nessun problema a parlare di avvocate, al punto che mi “sfugge” nel discorso. Avvocata invece al momento mi fa l’effetto di un chiodo fra le palle. Quindi le avvocate mi piacciono solo se sono tante? Non assumerei un’avvocatessa, però ne assumerei due?
Personalmente mi viene molto naturale, parlando di ricercatrici nel settore chimico, parlare di chimiche; e curiosamente mi suona bene anche al singolare, “una chimica”. Ma “ingegnera chimica” mi fa venire il cagotto. Dunque, stando al ragionamento di cui sopra, io ho dei pregiudizi nascosti contro gli ingegneri chimici donna ma contro le ricercatrici che si occupano di chimica invece no; nonostante nella mia testa abbiano tutt’e due a che fare con roba che puzza e scambia elettroni e indossino tutt’e due occhialoni protettivi. Che altro, vediamo… ah, sì, non avrei nessun problema ad avere un’idraulica donna; strano, non mi sembrava un lavoro tradizionale da donne; se devo immaginarmi una donna avvocato mi viene molto più facile che a immaginarmene una idraulico; ma a quanto pare il pregiudizio vero ce l’ho contro le avvocatesse, non contro le idrauliche; e questo nonostante debba ammettere che una donna vestita da idraulico un po’ in testa mi stoni, al livello subconscio. Vuoi mettere una donna in salopette e abiti sporchi con un’elegante signora in tailleur? Credo di essere una delle dieci persone al mondo più lontane dai pregiudizi sessisti, ma devo ammettere che l’idraulica in salopette mi causa un impercettibile senso di stonatura che non mi causa la donna avvocato in tailleur. Se un sottilissimo pregiudizio ce l’ho, sarà contro le donne idraulico, non contro le avvocate. Avrei problemi ad avere una ministra, invece, a quanto pare. Non sono sicuro se avrei problemi ad averne più d’una però, perché ministre mi suona già più carino.
Ok, basta con le stronzate, è evidente che non può logicamente esserci un pregiudizio culturale alla base di un pattern così caotico e insensato. Dicono che escludere certe forme del femminile non ha senso; nell’articolo sopra si cita ad esempio l'”avvocata nostra” nel Salve Regina (trascurando il fatto che le preghiere generalmente non rappresentano una forma di linguaggio colloquiale, ma piuttosto un registro arcaico e altamente formale), dicendo che se ha senso nella preghiera non si vede perché non dovrebbe averli in tribunale.
A parte che ci sono ottime ragioni per aspettarsi registri diversi se sei un cristiano che supplica quella che per te è la figura più sacra dopo la Trinità in una preghiera preformulata, piuttosto che se stai facendo due chiacchiere con gli amici … posso benissimo riconoscere all’autrice della frase almeno un punto importante: non c’è nessun senso in questa scelta! Come non c’è nessun senso nel fatto che io parli indifferentemente di avvocate o avvocatesse, ma mai di un’avvocata. E’ semplicemente la gradevolezza interamente soggettiva del suono a determinare le mie preferenze linguistiche, così come quelle di chiunque altro. O forse altri fattori soggettivi che intervengono di volta in volta; magari, dico magari, nel mio caso non ho problemi a parlare di idraulica proprio perché ho dei pregiudizi contro l’idraulico donna, e allora sottolineo il fatto che è donna con una -a in desinenza proprio per la “stranezza” dell’idea, cosa che non sento il bisogno di fare quando invece parlo di un avvocato donna come di un’avvocatessa o semplicemente di un avvocato; magari proprio perché in quel ruolo lì una donna mi pare perfettamente intercambiabile ad un uomo non la declino al femminile. Non dico che sia così, ma guardandomi dentro è una possibilità ragionevole, sicuramente più sensata che pensare che abbia pregiudizi contro le avvocate donne. In ogni caso non sono io a volere trovare una logica particolare dietro l’uso di queste parole e addirittura una discriminazione più o meno volontaria.
Quando dico “avvocatessa” o “avvocato” per parlare di donne sono completamente innocente di sessismo. Forse non lo sono del tutto quando parlo di un’idraulica, invece. Tuttavia mi tocca sentirmi dire da certe femministe che siccome non dico “avvocata” allora sotto sotto sono un po’ sessista. Perdonate se mi viene da mandarla un po’ affanculo una persona che mi lancia accuse del genere completamente ad mentulam canis?
Sì, sono sicuro che lo capite tutti. E allora forse prima di andare a dire che la gente è scema e non capisce il significato della parola femminismo o di essere piena di pregiudizi sotterranei ma così sotterranei che non si vedono se non quando si parla di cazzate di nessun rilievo pratico, sarebbe il caso di rivedere certe questioni di immagine interne al femminismo, guardarsi un attimino allo specchio prima di lanciare accuse all’esterno, insomma.
Perché alla fine su questo aspetto, come su quello dell’asterisco di cui parlai in un articolo ormai vecchio, la mia idea è che si tratti di questioni e battaglie assolutamente idiote che però fanno danni collaterali in termini di immagine del movimento.
Per me i problemi sono ben altri. E attenzione, non lo dico come gli omofobi che parlano dei matrimoni gay, che dicono che non bisogna farli perché ci sono problemi più importanti e poi paralizzano il parlamento tre mesi a lavorare su una cosa che si poteva risolvere in una settimana, dimostrando che invece per loro i problemi sono proprio quelli e non “ben altri”.
Io dico che sono davvero ben altri, io dico che “avvocata” o “avvocatessa” non è proprio un problema di sessismo. E sono così convinto che i problemi siano ben altri, che tutto sommato sono disposto perfino a cedere e usare “avvocata”, se proprio una mi dice che ci soffre così atrocemente a sentirsi chiamare avvocatessa. Non riuscirete a convincermi, mi spiace, che questa questione è degna di essere annoverata fra i “problemi delle donne in Italia”; ma se proprio vogliamo ostinarci a trattarla come tale, dobbiamo aspettarci un certo tipo di reazioni nella gente che sono del tutto ragionevoli e normali.
Per la precisione, dobbiamo aspettarci che la gente si faccia l’impressione che le donne in Italia non abbiano problemi veri e seri di cui occuparsi, e per questo pensino a ‘ste minchiate qua, e che le femministe e i femministi godano a cercare di vedere maschilismo e discriminazione anche dove chiaramente non ce ne sta per il gusto di fare le vittime.
Queste false impressioni (almeno, la prima è falsa, sulla secondo inizio a nutrir dubbi), contrariamente a sciocchezze come l’uso di avvocatessa in luogo di avvocata, danneggiano veramente la condizione delle donne nel nostro paese nonché l’immagine del movimento femminista. Che poi, diciamolo, per quanto riguarda l’immagine del movimento femminista in realtà me ne sbatto anche un po’ il cazzo, ma confesso che, in un paese pieno di donne maltrattate e spesso non protette adeguatamente dalla legge, in un paese dove il sesso femminile è ancora assurdamente sottorappresentato in politica, in un paese in cui l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza è messo in forse da una legge ridicola sull’obiezione di coscienza, e potrei continuare a elencare problemi femminili come tutti ben sappiamo, sentirmi dire che esiste il problema del maschilismo nell’avvocatessa… ecco, devo dirlo, mi pare perfino irrispettoso verso i problemi seri.

Sono sicuro che mi perdoneranno per questo mio limite tutte le avvocate che hanno tentato il suicidio per l’onta di essere state chiamate avvocato. Cercate di capirmi, ho il pene; sono disposto ad assecondarvi se me lo chiedete ma purtroppo questo genere di assurde sofferenze non le posso comprendere appieno. Posso capirne altre, magari, ma sull’avvocata avete beccato il mio limite di empatia.

 

Ossequi.




Puttanate sul rapporto prenatale

5 05 2016

 

L’argomento è un po’ passato di moda ora che le unioni civili sono praticamente state approvate e, conseguentemente, gli omofobi hanno completamente dimenticato l’abbbominioh dell’ “utero in affitto”; tuttavia le stronzate sono come le buste di plastica: dopo che le immetti nell’ambiente restano in circolazione per diecimila anni. Ho pensato dunque che fosse il momento per fare un po’ di debunking serio sulla questione del cosiddetto rapporto prenatale.

Presentiamo il problema, per cominciare. Sappiamo che l’integralismo cattolico, con abile mossa, è riuscito a trasformare il dibattito sulla stepchild adoption a coppie omosessuali in un dibattito sulla gestazione per altri a pagamento. Sul tema ho già scritto in passato, ma non ho mai preso l’argomento dal punto di vista strettamente scientifico, nonostante su questa cosa abbiamo visto mettere in giro le peggio stronzate, anche da parte di presunti scienziati. Perfino un tele-psichiatra di cui non ricordo il nome (definisco tele-psichiatra uno psichiatra di dubbissima competenza che è reso famoso solo dalle comparsate in TV) andò ad un dibattito sulle unioni civili in TV con Monica Cirinnà a sostenere una cosa tipo che “il rapporto prenatale fra madre e figlio è un legame innegabile e indistruttibile la cui recisione danneggia inevitabilmente entrambi”, affermando che si trattasse di indiscutibile evidenza scientifica. Per non parlare poi degli esperti scientifici prêt-à-porter come la Tatangelo, che scrisse su facebook che il legame prenatale fra madre e figlio è una realtà indiscutibile per confermare la quale non c’è bisogno della scienza, lo si sa “per istinto”.
È quello che dicono tutti gli ignoranti che vogliono avere opinioni forti senza prendersi il disturbo di studiare seriamente quello di cui parlano; si inventano che non c’è bisogno di studiarlo perché hanno la Scienza Infusa.

Ora, non ho scelto il titolo a caso: tutta questa storia del legame indistruttibile fra madre e figlio prima della nascita è una PUTTANATA. Non è vero proprio PER NIENTE.

Chiariamo ovviamente che, indiscutibilmente, una madre che aspetti un figlio desiderato fa della gravidanza l’oggetto di un forte investimento emotivo, tale che essa diventa nella sua vita un’esperienza carica di molti significati romantici. Il fenomeno in questione, che in Italiano viene spesso chiamato attaccamento prenatale e in Inglese viene chiamato Maternal-Fetal Attachment (MFA), è studiato, conosciuto e effettivamente si verifica nelle madri che si identificano fortemente nella propria maternità.

Nulla voglio togliere alla profondità e alla bellezza di questa esperienza EMOTIVA. Ma si tratta di un’esperienza emotiva e va ben distinta dalla biologia sottostante.

Un primo passo per rendersi conto di quanto poco il fenomeno abbia a che fare con la biologia è leggere l’esperienza di una madre surrogata. Vediamo cosa dice qui, per esempio:

In questo momento sto aspettando i gemelli di una coppia tedesca che nasceranno tra sei mesi. È la quarta volta che ospito nel mio ventre i figli di chi non può partorirne. Oltre a quello di mio figlio, nove anni fa, ho avuto altri tre parti: due singoli e uno gemellare. Con questo fanno quattro. E io mi ricordo solo quello in cui è nato il mio bambino: un vero e proprio salto nel buio, in cui non sapevo minimamente cosa fare né come avrebbe reagito il mio corpo. Dopo dodici ore di travaglio, molta ansia e preoccupazione, avere in braccio mio figlio è stata una delle emozioni più forti che abbia mai provato. Con gli altri parti è tutta un’altra cosa: so già cosa fare, so come reagisce il mio corpo. Ed è molto più facile perché so cosa accade.

Durante le gravidanze che faccio per gli altri genitori non penso mai: “Questo figlio è mio, me lo tengo”, perché so dal primo momento che non lo crescerò, che lo partorirò e poi lo darò ai suoi genitori. So che porto avanti la gravidanza per altri. Anche adesso, quando sento i gemelli muoversi, quando ho le nausee e mi duole la schiena, non si crea quel legame materno che ho avuto fino da subito con mio figlio. Certo sto attenta a cosa mangio e mi tengo curata ma mi dico: “Ci sono due persone che si prenderanno cura di lui, è per loro che lo faccio”.

Lo voglio ribadire: io ho un solo figlio, la più grande gioia della mia vita. Gli altri che ho messo al mondo sono i figli di qualcun altro. Non mi ricordo né il giorno in cui sono nati né se erano maschi o femmine, nemmeno quanto pesavano. Non mi interessava e non mi interessa. Questi bambini non hanno niente di me, non hanno il mio dna, non verranno educati da me. Io li ho solo partoriti, ho aiutato chi naturalmente non lo poteva fare. E aver visto gli occhi pieni di gioia delle mamme e dei papà ai quali li ho consegnati è una delle cose che mi rende felice e serena. Per me mio figlio è così importante: perché non aiutare gli altri ad averne? Cosa c’è di male?

Questo passo rende benissimo il fulcro del concetto attraverso la testimonianza: la madre surrogata di cui si parla qui ha sperimentato l’MFA quando attendeva il SUO bambino, ma non lo sperimenta mai quando fa la surrogata. Questo accade perché è una specie di madre degenere e pazza, un titolo questo che l’integralismo e le mamme sentimentalone alla Tatangelo dispensano con incredibile facilità?

No. Semplicemente perché non è la madre. È solo la madre surrogata, porta solo avanti la gravidanza, svolge il processo biologico E BASTA, conseguentemente non sviluppa nessun legame emotivo col feto.

Ho deciso di partire dalla testimonianza presente per capire di che si sta parlando, ma in realtà il mio punto è una questione ben nota a psicologi e psichiatri, anche se forse non è molto nota a tele-psicologi e tele-psichiatri che non hanno tempo per studiare perché devono passare le ore a farsi truccare per apparire belli alle telecamere: l’MFA è un fenomeno esclusivamente psicologico-sociale, che ha a che fare con l’identificazione della gestante nel ruolo di genitrice.angry

In questo articolo viene fornita una presentazione breve del fenomeno, che però basterebbe da sola a smentire tutte le leggende sull’argomento. Certo, un tele-psichiatra non ha tempo di leggere neanche un trafiletto prima di andare a sproloquiare davanti all’obbiettivo e a ‘sto punto dubito che conosca l’Inglese, ma noi ce l’abbiamo il tempo e per chi non sapesse l’Inglese fornirò gentilmente una traduzione dei segmenti più significativi:

Maternal-fetal attachment (MFA) is a term used to describe the relationship between a pregnant woman and her fetus. Qualitative descriptions of maternal attitudes and adaptation to pregnancy indicate that MFA is based on cognitive representations of the fetus. These may include imagined scenarios between mother and child, as well as a mother’s attribution of physical and emotional characteristics to the fetus.1 MFA is manifested in behaviors that demonstrate care and commitment to the fetus and include nurturance (eating well, abstaining from harmful substances, such as alcohol), comforting (stroking the belly), and physical preparation (buying baby clothes and equipment).

Traduzione:

Attaccamento materno-fetale (MFA) è un’espressione usata per descrivere la relazione fra una donna incinta e il suo feto. Descrizioni qualitative degli atteggiamenti materni e dell’adattamento alla gravidanza indicano che l’MFA è basato su rappresentazioni cognitive del feto. Queste possono includere scenari immaginari fra madre e bambino, così come l’attribuzione al feto di caratteristiche fisiche o caratteriali da parte della madre. L’MFA si manifesta in comportamenti che dimostrano attenzione e preoccupazione per il feto e includano cura fisica (mangiare bene, astenersi dal consumo di sostanze dannose come l’alcol), conforto (accarezzare il ventre), e preparazione fisica (comprare vestitini ed accessori per il bambino.(enfasi mia)

Ho sottolineato “rappresentazioni cognitive del feto” perché quell’espressione è la chiave per comprendere il fenomeno. La madre non conosce il feto, e il feto non conosce la madre. Non si sono mai visti né sentiti, hanno soltanto un rapporto di natura biologica. Tuttavia, se la madre desidera quel bambino e si sente madre, inizia normalmente a calarsi nel ruolo della madre molto prima di partorire, e inizia a vedere nel feto un bambino autentico anche se ancora non lo è. L’attaccamento materno-fetale, insomma, non rispecchia il legame biologico fra madre e feto, bensì l’investimento emotivo della madre nei confronti del bambino che nascerà, nonché il proprio progressivo calarsi nel ruolo genitoriale.

La Tatangelo a quanto pare crede che essere madre le infonda una sapienza millenaria che non ha bisogno di conferme scientifiche. Dubito che una simile cristallina illuminazione divina possa essere messa in crisi da una cosa fragile come i fatti, ma si può facilmente dimostrare che questo fenomeno magico, eterno e inscritto nella natura umana di cui lei in quanto madre ignorante sa “per istinto” ha invece un preciso sviluppo storico.

The concept of MFA is relatively new and has not been well studied or defined. Inquiry into a woman’s psychological reaction and adjustment during pregnancy began in the 1970s. Prior to that time, there are few scientific data available on women’s thoughts or feelings about their pregnancies. Historical and literary accounts of women’s experiences in childbirth prior to the 20th century reveal that women were primarily concerned with enduring and surviving pregnancy. Letters written by women in the 19th century show evidence of maternal projections about the expected child as well as feelings of loss from a miscarriage or infant death. Writings of their own physical suffering and fear of death were more common.

The declining mortality rate and technological developments in western nations over the past 30 to 40 years have changed conceptions about pregnancy and the fetus. Women can detect pregnancy earlier and are able to view high-resolution images of their fetus at earlier dates. This knowledge may serve to allow women to adopt optimal health practices earlier.

Traduzione:

Il concetto di MFA è relativamente nuovo e non è stato ben studiato e definito. Indagini sulla reazione psicologica e sull’adattamento della madre durante la gravidanza sono iniziate negli anni ’70. Prima di allora, ci sono pochi dati disponibili riguardo ai pensieri e alle emozioni delle donne durante le gravidanze. Resoconti storici e letterari sulla maternità prima del 20° secolo rivelano che la prima preoccupazione delle donne era resistere e sopravvivere alla gravidanza. Lettere scritte da donne nel 19° secolo mostrano prove di proiezioni mentali sul bambino atteso così come sensazioni di lutto e perdita in seguito all’aborto. Tuttavia sono più frequenti resoconti riguardo alle proprie stesse sofferenze fisiche e alla paura della morte.

Il declino nel tasso di mortalità e lo sviluppo tecnologico nelle nazioni occidentali negli ultimi 30-40 anni hanno cambiato il modo in cui gravidanza e feto sono concepiti. Le donne possono scoprire di essere incinte più rapidamente e sono in grado di vedere immagini ad alta risoluzione del proprio feto più precocemente. Questa conoscenza può servire per permettere alle donne di adottare pratiche igieniche ottimali in anticipo.

Insomma, l’MFA è un fenomeno che si verifica solo quando la madre sa di essere incinta e solo quando non si pone il problema, ben più pressante, di sopravvivere alla gravidanza.

Ma d’altro canto, davvero non ci aspettiamo che le cose vadano in questo modo? Come fa una donna ad affezionarsi al feto se non sa di stare portando un feto? Deve almeno accorgersi di essere incinta per poter provare attaccamento per il feto! Eppure sappiamo che si può essere incinte senza accorgersene molto molto a lungo, perfino fino al parto in certi casi. Come diavolo si forma questo legame magico e spirituale fra madre e figlio se la madre non sa di avere un figlio? E se poi pensiamo alle civiltà antiche, come quella greca classica, presso la quale i neonati talora venivano “esposti” ovvero abbandonati a morire, diventa chiaro che se le madri non tenevano in considerazione la vita del bambino già nato, allora non tenevano in considerazione neanche quella del feto.

A ciò si aggiunge l’evidenza aneddotica che abbiamo sulle madri surrogate: nel caso della gestazione per altri non si verifica attaccamento materno fetale, perché la madre non si sente madre e dunque non fantastica su come sarà il suo rapporto col bambino, come se lo crescerà, che vestiti gli metterà etc.

Se ci si ferma un attimo a ragionare su queste cose, vediamo che in realtà quello che osserviamo è esattamente quello che dovremmo aspettarci: la madre si affeziona al feto solo se sa che diventerà il suo bambino; perché dovrebbe, altrimenti? Non l’ha mai “visto” e conosciuto veramente come persona, non c’è ragione per cui debba affezionarcisi; può affezionarsi soltanto all’idea che si fa della futura persona. Se non si fa nessuna idea a riguardo, non c’è nulla a cui possa affezionarsi.

Quindi è vero che la madre può stabilire una forma di attaccamento prenatale, ma si tratta di un fenomeno esclusivamente psicologico legato all’immaginario materno, e non si verifica in una madre surrogata.
Mi aspetterei, invece, che si verificasse nella madre vera e probabilmente anche nel padre/nei padri, anche se non lo stanno portano in grembo loro; ma mi pare che questo tipo di fenomeno non sia ancora stato oggetto di studi adeguati.

E vorrei sottolineare che non c’è assolutamente niente di male a non affezionarsi a un feto se si sa che non è il proprio futuro figlio, è del tutto normale e non danneggia nessuno, esattamente come è del tutto normale e non danneggia nessuno affezionarcisi se si sa che è il proprio.

Ma se provassimo a invertire il discorso? Il feto si affeziona alla madre mentre è nell’utero, invece?

Altra sciocchezza. Per i due terzi della gravidanza il feto non ha sistema nervoso o lo ha del tutto rudimentale, al punto che la legge permette di abortirlo, quindi possiamo escludere che in questa fase il feto sviluppi alcunché.

E dopo? Dopo il feto non vede mai la madre e non sente mai la madre, quindi come fa ad affezionarcisi? L’unico contatto che ha con la madre dal punto di vista sensoriale sono le stimolazioni tattili dell’utero e l’odore del liquido amniotico.

Le stimolazioni tattili sono del tutto anonime, non c’è modo che il feto possa affezionarsi alla madre sulla base delle stimolazioni tattili dell’utero. Ma l’odore del liquido amniotico?

Anche quello non è personalizzato, o per lo meno, non lo è a sufficienza da permettere di riconoscere la madre. Il liquido amniotico ha un odore molto simile a quello del latte materno, per cui il neonato è immediatamente attratto dal latte umano, ma non è particolarmente attratto, in prima battuta, da quello di sua madre; qualsiasi latte materno lo attrarrà, appena nato. Imparerà presto a riconoscere i peculiari odore e sapore del latte di sua madre, ma questo non accadrà fino al sesto giorno dopo la nascita, o al più presto al quarto (Macfarlane, 1975; Mizuno, Mizuno, Shinohara, & Noda, 2004). Va da sé che se tre giorni dopo la nascita ancora non sa distinguere il latte materno da quello di un’altra donna, vuol dire che l’odore della madre non lo conosce neanche prima della nascita.

Certo, il neonato impara a riconoscere la madre presto, ma di sicuro non prima di uscire dall’utero; non l’ha mai vista né sentita prima di allora. E anche quando inizia a riconoscerla, non è che la cosa cambi molto; ovvio, si abitua a quel particolare soggetto accudente, ma questo non significa che non possa, eventualmente, disabituarcisi e abituarsi ad un altro se la madre venisse sostituita. Sono fenomeni biologici, non c’è niente di magico nel rapporto fra madre e neonato, anche se la gente tende a caricare il fenomeno di significati astratti e romantici.

Ora vorrei rispondere ad un’ultima questione che ho visto sollevare da parte di ambienti integralisti, ovvero un argomento che usa la sperimentazione animale. Questo mi punge sul vivo, per motivi che immaginerete … In particolare, ho visto qualcuno usare come “prova” di presunti danni che l’utero in affitto causerebbe al bambino gli esperimenti di deprivazione materna sui roditori.

Negli esperimenti di deprivazione materna, infatti, si è osservato che i roditori soggetti al protocollo in questione da adulti sviluppano ipersensibilità allo stress, deficit cognitivi, aggressività e via con altre spiacevolezze.

Questo argomento mi diverte molto perché si dà il caso che metà della mia tesi di dottorato l’abbia fatta sulla deprivazione materna nei roditori, e se Dio vorrà un giorno vedrò anche una pubblicazione con su il mio nome a riguardo.

Ora, io ovviamente non sosterrò che non si possano traslare i risultati ottenuti su animali nell’uomo, anche perché se no non avrei fatto quel tipo di lavoro in principio. Tuttavia la cosa va fatta con un minimo di ragionamento e sulla base di una conoscenza approfondita, e sottolineo APPROFONDITA, del modello e dei protocolli di cui si sta parlando; non a cazzo di cane appiccicando insieme qualche frase carpita qua e là dagli abstract dei paper.

Il bambino partorito da una gestante per altri, dopo la nascita, viene affidato subito alla coppia genitoriale che si occuperà, presumibilmente con adeguata cura, di tutti i suoi bisogni fisici e psicologici. Questa situazione non ha niente, ma proprio NIENTE a che vedere col protocollo di separazione materna usato sui roditori, oserei dire che è l’esatto opposto di quella che vediamo nel protocollo di separazione materna. Il protocollo in questione io l’ho visto mettere in pratica durante il mio soggiorno estero, anche se per fortuna nessuno mi ha mai domandato di praticarlo io, e devo dire che è abbastanza “cattivo” da far incazzare a morte qualunque animalista. Il protocollo in questione prevede che, a partire dal secondo giorno dopo la nascita (nel primo giorno il protocollo non si pratica o si pratica in forma attenuata per periodi più brevi), i topi neonati vengano presi singolarmente, separati dalla madre e messi in una gabbia a parte per un periodo minimo di tre ore. È importante che il periodo sia lungo, perché separazioni brevi, nell’ordine dei quindici minuti, hanno invece un effetto positivo sullo sviluppo del topo, e infatti quel tipo di protocollo non è chiamato separazione materna ma neonatal handling, manipolazione neonatale, proprio perché ha effetti addirittura opposti.

Per capire cosa significhi un tipo di protocollo come la separazione materna in termini di impatto sullo sviluppo dell’animale bisogna conoscere la fisiologia del topo e capire in cosa si differenzia da quella dell’uomo.

Il topo, specialmente il topo neonato, è un animale piccolo. La fisiologia del topo si comprende solo se lo si osserva tenendo conto che è un animale piccolo, mentre noi siamo animali piuttosto grossi. Un tipico slogan degli animalisti contro la sperimentazione animale è “non siamo topi di 70 Kg”… Be’, a dirla tutta se i topi pesassero 70 Kg la differenza fisiologica più significativa fra noi e loro sarebbe svanita.
Se il topo è un animale piccolo, il topo neonato è un animale minuscolo. Minuscolo significa un rapporto superficie/volume altissimo. Un rapporto superficie/volume altissimo vuol dire fortissima dispersione di calore. Il che a sua volta significa altre due cose: che il topo neonato ha bisogno di essere scaldato continuamente dal corpo della madre e dei fratelli e che ha bisogno di mangiare spessissimo perché ha un forte bisogno di calorie. Insomma, per il cucciolo di topo la termoregolazione è forse la più importante esigenza fisiologica. Dunque una separazione di tre ore dalla madre, per un topo neonato, non significa aver rotto una specie di magico rapporto spirituale, ma qualcosa di molto più prosaico: significa non soddisfare la sua principale esigenza fisiologica, i.e., significa fargli soffrire il freddo e la fame. Inoltre, esattamente come i neonati umani, il topino ha bisogno anche di stimolazione tattile, che ha effetti molto benefici sullo sviluppo del sistema nervoso centrale (insomma va coccolato un po’) e ovviamente va tenuto pulito quando orina o defeca.  Per poter rendere il paragone con un umano sensato, bisognerebbe togliere il bambino alla madre per qualcosa come dodici ore, metterlo nudo sul balcone in autunno inoltrato e per tutto questo periodo non pulirlo, non toccarlo, fottersene completamente di lui insomma. Aggiungiamo che nel protocollo di separazione materna si usa spesso anche fare al topino delle piccolissime iniezioni di soluzione fisiologica. Piccole, ma comunque dolorose, considerando le dimensioni dell’animale. Quindi diciamo che il nostro neonato ogni tanto bisogna anche andare a prenderlo a ceffoni perché grida troppo.

Esistono situazioni in cui i neonati umani sono trattati così? Sì, esistono. E esistono anche situazioni meno estreme in cui il paragone fra separazione materna nel roditore e il trattamento ricevuto dal neonato umano può comunque reggere. Ma paragonare un protocollo barbaro come la separazione materna nel roditore a quello che succede quando un neonato passa dalla madre surrogata nelle mani della coppia genitoriale è di un’idiozia offensiva; il neonato in questione verrà trattato benissimo e vedrà tutti i propri bisogni soddisfatti, il protocollo di separazione materna serve a riprodurre situazioni di maltrattamento grave.

Questo particolare caso di fraintendimento mi permette di ribadire un consiglio dato in altre sedi a chi voglia interessarsi di scienza: se non siete addetti ai lavori, è inutile che leggete e citate pubblicazioni scientifiche, perché verosimilmente capirete fischi per fiaschi, come fanno quelli che mi citano gli studi di separazione materna come argomento contro la gestazione per altri. Piuttosto parlate con qualcuno che ne capisca della questione e fatevi spiegare le cose da lui, vi farete un’idea di più chiara.

Ciò detto, se proprio vogliamo fare un paragone coi roditori, vorrei ricordare che le mamme topo allevano i cuccioli tipicamente in comune e il maschio viene di solito allontanato proprio perché è una minaccia per la prole. Quindi si direbbe che per i topini l’ambiente di crescita ideale sia … La coppia lesbica!

Quindi, ricapitolando:

Non è vero che l’attaccamento fetale è un legame di natura fisiologica. Si tratta al contrario di un fenomeno psicologico che riflette l’adattamento della gestante al futuro ruolo di madre.

Non è vero che si verifica sempre e che è geograficamente e storicamente ubiquitario. Nella sua forma attuale, esiste sì e no da un cinquantennio.

Non è vero che anche le madri surrogate provano l’MFA.

L’MFA comunque riguarda la madre, non il bambino; il bambino inizia a riconoscere la madre solo dal quarto-quinto giorno di vita in poi.

Non è vero, infine, che gli studi su animali confermino la presenza di un rapporto magico fra madre biologica e figlio.

 

Spero di aver fatto un servizio di informazione utile e spero che questi dati contribuiscano ad arginare lo spargersi di melensi luoghi comuni e disinformazione sull’argomento.

 

Ossequi.

 

 

Macfarlane, A. (1975). Olfaction in the development of social preferences in the human neonate. Ciba Found Symp(33), 103-117.

Mizuno, K., Mizuno, N., Shinohara, T., & Noda, M. (2004). Mother-infant skin-to-skin contact after delivery results in early recognition of own mother’s milk odour. Acta Paediatr, 93(12), 1640-1645.





Alcuni chiarimenti sul fondamentalismo religioso italiano

25 01 2016

Spesso leggo, da parte di chi critica i fondamentalisti religiosi che fanno capo a Sentinelle in Piedi e Manif Pour Tous, una serie di argomenti che hanno significato se esposti a gente esterna al movimento stesso, ma che scivolano completamente addosso ai diretti interessati. Non dico che tali critiche non vadano usate, anzi, sono assolutamente valide in linea generale. Ma bisogna capire perché per loro non funzionano, perché serve a capire come pensano. Quindi chiariamo alcuni assunti silenziosi, o a volte anche non silenziosi, di questo movimento che oggi “difende la famiglia”. Cominciamo da quello più importante:

Non è un movimento in difesa delle famiglie, ma “Della Famiglia”.

Il popolo del family day non ha mai fatto nessuna battaglia politica per portare beneficio concreto alle famiglie, tradizionali o non tradizionali che siano. Nel 2007 fecero “la mossa” di raccogliere le firme per una proposta di aiuto alle famiglie, che di fatto però era una vera cazzata e cadde nel vuoto, perché lo scopo dell’evento non era l’aiuto alle famiglie, ma la lotta ai DI.CO.
Ma come, penserete; com’è possibile che si disinteressino completamente di politiche della famiglia? E invece è esattamente quello che c’è da aspettarsi. Non sono le famiglie concrete ciò che essi lottano per difendere; oserei dire che non gliene fotte una sega delle singole famiglie, o perfino che essi vanno attivamente contro le famiglie concrete. Lottano per difendere l’idea della Famiglia (con la maiuscola per distinguerla). Ciò che gli preme è esclusivamente questo: preservare un’ideale eterno di Famiglia con certe caratteristiche. Si vede nel loro logo: un padre, una madre, un figlio maschio, una figlia. La simmetria, l’ordine. È solo idea.
È ciò che vogliono difendere, l’idea e nient’altro. E per difendere l’idea platonica, si possono anche ignorare o addirittura affossare deliberatamente le singole, imperfette realtà familiari reali, che di essa sono solo un’imitazione, per di più malriuscita.
Può sembrare assurdo un simile baccano per difendere una vuota immagine astratta, tanto più alla luce del fatto che l’idea di famiglia di cui parlano in realtà è vecchia di non più di qualche decennio, altro che eterna e divina. Ma è così che ragionano i platonici, e come disse Nietzsche, il Cristianesimo è platonismo “per il popolo”. Il che ci porta a comprendere il punto successivo:

Il movimento non è interessato a “vincere” la battaglia.

Ok, il movimento favoleggia di vincere la crociata e di portarci tutti in un nuovo medioevo. Ma favoleggiare qualcosa non significa che poi ce lo si ponga come obbiettivo concreto; non possono “vincere”, e lo sanno benissimo. Ma è la lotta che li galvanizza, e perfino un certo masochistico desiderio di perderla, la lotta.
Il paragone migliore che mi viene in mente è, non me ne vogliano i miei concittadini, con i tifosi del Catanzaro. Il Catanzaro è stata una grande squadra di calcio, che giocava in serie A. Molto, molto tempo fa. Oggi è una squadretta di serie C2 che festeggia quando passa in C1. Ma aveste un’idea di quanti sono i suoi tifosi!
Ma perché tifare con tanta passione per una squadra che obbiettivamente dà così poche soddisfazioni?
Per la gloria. Solo per la gloria. Il concetto è quello del “molti nemici, molto onore”: tifare per una causa persa attribuisce al proprio ego un certo qual senso di grandiosità.
Io mi scoccio sempre parecchio ai Pride, eviterei di andarci, potendo; ci vado per dovere, perché è una lotta che mi riguarda … ma essenzialmente io mi eviterei di lottare e, se potessi avere ciò di cui ho bisogno senza sforzo, lo preferirei. Per questo ho bisogno di successi come l’aria, è per i successi che mi batto, sono la mia ragione. E una volta avutili, potrei fermarmi. Il cattofascista, che ha il prototipo nel forzanuovista, ragiona diversamente: è proprio la lotta che lo eccita, e si è scelto la squadra perdente proprio perché quando tanto perdi sempre, ti puoi concentrare di più sul brivido della lotta.
Come un tifoso, alla fine non saprebbe che farsene se vincesse davvero; ricordate che per alcuni anni la Ferrari fece delle macchine così straordinarie che vinceva praticamente in tutti i circuiti di formula uno? In quel periodo la trovai noiosissima e smisi di seguire quello sport, e come me fecero tanti altri. Quante emozioni, invece, quando la McLaren ci teneva testa! Che scossa di rabbia, quando alla fine ci ha pure battuti, e di parecchio!
Io mi rompo i coglioni a fare le manifestazioni per i miei diritti; vorrei averli e basta, come tutti gli altri. Il fondamentalista cattolico invece lotta per la lotta, e se vincesse si spomperebbe come uno pneumatico bucato.
Se cercate una metafora più colta, un noto attivista gay italiano che ho avuto l’onore di conoscere (cui darò credito se me lo domanderà), ha paragonato la battaglia dei fondamentalisti a quella degli ebrei di Masada.
Si racconta che piuttosto che consegnare la città, essi si fossero suicidati ammazzandosi tutti a vicenda. Fino all’ultimo uomo, bambini inclusi.
Quanto onore.
Chissà se i bambini erano d’accordo.

I fondamentalisti della Famiglia non danno alcun valore alla coerenza.

Alessandra Mussolini, col marito che ha vissuto quella roba lì. Maurizio Gasparri con le sue ben note abitudini notturne. Formigoni col suo coinquilino. Il divorziato e risposato Adinolfi. Sgarbi: basta il nome. A suo tempo, perfino Berlusconi! Questi membri eccellenti del popolo del family day nel 2007. Ci rendiamo conto?! Impresentabili, non è vero? Offensivo che pontifichino di famiglia, incoerente, buffonesco!
Sì, per noi. Per loro no. Ricordate cosa abbiamo detto prima? Non è una lotta per le famiglie reali, è una lotta per La Famiglia. Un’idea, una divinità. È perfettamente normale che le famiglie reali facciano schifo, o addirittura che ci si presenti gente che una famiglia non ce l’ha, vuoi perché omosessuale o perché puttaniere o perché, come tanti altri, un matrimonio l’ha avuto ma è naufragato. Ma queste non sono l’idea di Famiglia, l’idea di Famiglia è pura ed eterna. Non ci viene chiesto di eguagliarla, perché è impossibile! Ci viene solo chiesto di riconoscerne la divinità. È tipicamente cattolico, come modo di pensare: non importa peccare o non peccare, ciò che conta è confessarsi, ovvero fare il gesto di sottomissione alla Chiesa.
Mi spingo a dire questo: per il fondamentalista cattolico, se hai una famiglia sfasciata, o sei gay o puttaniere, e vai comunque al family day, è meglio! Tanto di più vale il tuo gesto di sottomissione!
Ancora una volta: per noi il fatto che le famiglie siano tante imperfette e problematiche ci pone la questione delle alternative cui si possa accedere, e ci fa legittimamente dubitare di questa santità e di questa perfezione attribuita al concetto di famiglia. Per loro è solo la conferma ulteriore che la Famiglia, come idea,  è perfetta. Il confronto con lo schifo che vediamo nella realtà la fa solo splendere di più per contrasto.
Un riassunto efficace del loro punto di vista è nella seguente disuguaglianza:

Idea > Fatti

Non hanno nessuna posta in gioco concreta in questa battaglia.

Facciamo un altro confronto. Dunque, se non passa il ddl Cirinnà, per me sorgono alcuni problemi. Nel senso, potrei sperare che più in là passi un progetto anche migliore, e verosimilmente accadrà, e per ora posso aspettare; ma posso correre il rischio di arrivare un giorno a ritrovarmi legato lavorativamente, e forse anche emotivamente, ad un paese in cui non potrei vedere tutelata la mia relazione, e nemmeno avere dei figli, se un giorno dovessi desiderarne (come spesso accade raggiunta una certa età)?
Questi sono problemi cui è meglio pensare in anticipo. Se i miei diritti non mi vengono concessi, io faccio meglio a iniziare a pensare già da ora di lasciare l’Italia, definitivamente stavolta. Un bel problema. Forse non il più grosso problema del mondo, ma è un problema concreto; e io sono un ricercatore, una persona fortunatamente molto sveglia, con un’ottima conoscenza dell’Inglese e un CV abbastanza appetitoso. Se fossi un povero operaio cassaintegrato con la licenza media, che farei?
Questi sono i problemi della comunità LGBT. Sono grossi? Sono piccoli? Non importa l’entità, per ora: sicuramente ci sono problemi e sono reali.
Se invece il ddl Cirinnà passa, che problemi concreti dovranno affrontare i suoi oppositori, che tanto ci si affannano contro?
Nessuno. Neanche minimo. È obbiettivo e indiscutibile che la loro vita non cambierebbe di una virgola.
Questa è la ragione per cui si formula contro di loro l’argomento, valido, “ma a te che ti cambia se i gay si sposano?”; perché la risposta non può che essere “niente”.
Ma ancora una volta, ricordiamo la disuguaglianza:

Idea > Fatti

Di fatto non gli cambia niente. Ma se immaginaste quali spettri mostruosi si agitano nella loro mente, capireste, anche se non giustifichereste ovviamente, ogni cosa che fanno. Nella loro testa si sta violando un’idea sacra, e le idee sono più importanti dei fatti, teniamolo sempre presente.

Sono spinti dal narcisismo

Questo argomento lo conosco molto bene, perché sono stato adolescente. E ora non lo sono più. E mi ricordo com’era esserlo. Sono tre cose che è abbastanza raro trovare tutte insieme nella stessa persona.
Voi pensate, lettori miei, specialmente LGBT, che la cosa peggiore che possiamo fare ad un omofobo sia isolarlo, farlo sentire escluso e non accettato. Lo pensate perché è quello che hanno fatto a voi, perché vi hanno escluso contro la vostra volontà. Ma non è quello che sente un fondamentalista religioso, almeno non qui in occidente.
Pensate a come eravate da adolescenti. Vi ribellavate, giusto? Sì, lo facevate, lo fanno tutti gli adolescenti . Ma che cos’è la ribellione adolescenziale? Pensiamoci un attimo, pensiamo al caso classico: i genitori ti dicono “che brutti i piercing”. Immediatamente senti una voglia strana di mettere il piercing. A che serve? Solo ed esclusivamente a dire ai genitori “io non ti appartengo, non sono un prolungamento di te, ma un’entità autonoma!”; insomma serve a costruire un’identità propria. La verità, però,  è che fare esattamente il contrario di quello che ti dicono i genitori è ancora una forma di dipendenza da loro. Non hai un’identità, se fai così, sei solo uno che si sta sforzando di averla. E infatti appena sarai con i tuoi amici, farai quasi tutto quello che fanno loro: mentre coi genitori sei un ribelle, col “branco” dei tuoi pari sarai plastilina.
Questo può accadere anche al contrario: nel mio caso personale, non sentivo ribellione verso i genitori. Mi premeva molto, al contrario, distinguermi dai miei coetanei … ma nel fare ciò, mi appiattivo dall’altro lato, sui miei genitori. Questo, signori, è il narcisismo degli adolescenti, persone che ancora non hanno un’identità propria, e allora si puntellano attraverso il meccanismo dicotomico della ribellione/omologazione. Ribellarsi da un lato per affermare in negativo “io non sono un semplice prolungamento di un’altra entità”, appiattirsi dall’altro, perché di fatto ancora non hai niente di preciso da affermare in positivo. Le due cose vanno sempre insieme. E si chiamano “narcisismo”.
L’affermare la differenza fra sé è il prossimo è un momento essenziale nella costruzione dell’identità, ma nell’adulto non può essere il narcisismo l’unica funzione a sostenere in piedi un’identità, così com’è nell’adolescente. Dall’adulto ci si aspetta che superi il narcisismo e diventi sé stesso, ovvero una persona che sa cosa vuole e vuole essere come individuo,  e non ragiona in termini di ribellione/omologazione.
Ora leggete un po’ di articoli dei siti dei fondamentalisti. “Noi non ci omologhiamo”, “noi ci ribelliamo”, “noi siamo contro il politicamente corretto”, “noi siamo gli ultimi difensori della verità e non ci piegheremo”… E frattanto vanno lì in manifestazione, vestiti tutti con le stesse magliette, a dire le stesse cose, a ripetere gli stessi slogan, a informarsi sempre sugli stessi siti senza neanche un’esitazione, bevendosi anche le peggiori bufale senza l’ombra del pensiero critico. L’unico modo per questi tizi di mandare il messaggio in maniera più chiara sarebbe stato dirlo esplicitamente: “siamo ancora in fase di ribellione adolescenziale”.

Guardate per esempio l’immagine qui sotto.
Termini come “cultura dominante” e “ideologia dominante” sono ovunque negli scritti degli integralisti cattolici e in generale dei militanti d’estrema destra. Essi sottolineano l’orgoglio narcisistico che provano nel sentirsi “ribelli”.
Ovviamente il commento in questione non ha senso; il ruolo dell’intellettuale non è farsi il figo atteggiandosi a controcorrente, non è fare il bastian contrario né l’omologato, non è né ribellarsi né sottometters; il compito dell’intellettuale è semplicemente stare dalla parte giusta, come dovrebbero fare tutti; ma un narcisista non può mai evitare di vantarsi del proprio essere, o piuttosto sentirsi, unico e speciale, e stare dalla parte giusta non rende speciali quanto stare da quella ribbbelle.

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E posso conceder loro che effettivamente si sono schierati dalla parte che perde, dalla parte antistorica, e che questo indubbiamente il mette in conflitto con tutta una serie di autorità, in particolare con quelle scientifiche. Ma è anche un gesto di sottomissione assoluta a tutta un’altra serie di autorità, molto più severe e cattive (la lobby cattolica). In questa ribellione non c’è niente della grandiosità e dell’eroismo che essi ci vedono: non sono eroici e grandiosi più del ragazzino che si mette il piercing per sentirsi unico e speciale, ben sapendo che in realtà c’è un oceano di ragazzini che mettono il piercing, e sono tutti mediamente instupiditi dagli ormoni. Si “ribellano” a tutte le autorità scientifiche del pianeta, accusano di corruzione e idiozia intellettuali di rilevanza mondiale, tacciano di incompetenti i più grandi giuristi del paese e danno di barbari a nazioni come la Francia o la Gran Bretagna… e poi sbavano come lumache davanti a quei quattro mentecatti che salgono sul palco al family day, a commedianti sfacciati come Adinolfi e a quell’altro grande attore di Putin e alle sue leggi anti-gay. Uno che si comporta così non è un eroe ribelle come gli piace sentirsi, è solo un babbeo con la maturità emotiva di un tredicenne e probabilmente gli stessi calli alla mano destra.
Certo, isolare questi babbei è spesso necessario: i narcisisti sono persone che generalmente fanno danni finché non le hai estromesse dalla tua vita, con le buone o con le cattive. Ma non pensiate che il fatto di metterli in minoranza, farli sentire strani o pazzoidi possa scalfirli in senso psicologico: insistere su questo aspetto, anzi, porta a un’iperattivazione della funzione narcisistica. Il meccanismo di difesa che si attiva è il seguente “mi insultano, mi isolano e mi odiano, proprio perché sanno che io ho ragione e loro torto”.
Se si vuol dire qualcosa che abbia effetto su uno che ha un meccanismo di difesa di questo tipo, bisogna agire in altro modo. Pensate a qual è la cosa che vi dava più fastidio quando eravate adolescenti e giocavate a fare i “ribbbelli”; quella che vi faceva imbufalire. Sì, quella lì, sapete tutti qual è. Quella è la cosa che manda fuori dai gangheri anche i fondamentalisti religiosi, perché ferisce il loro narcisismo.

 

Ricapitoliamo, dunque, quali argomenti non ha senso usare con loro, anche se sono di per sé stessi assolutamente validi:

“Sei bugiardo: dici di difendere la famiglia, ma in realtà per la famiglia non fai niente”.

“Sei incoerente: manifesti a favore della famiglia quando tuo marito sfrutta la prostituzione minorile”.

“Ma perché ce l’hai contro le unioni civili/matrimonio gay? A te non toglie niente!”

“Ma guarda che sei rimasto l’unico fesso a pensarla così, tutto il mondo civile si sta adeguando ormai”.

 

Quali saranno invece gli argomenti che funzionano?

Be’… divertitevi a scoprirlo da soli!

 

Ossequi





Ai senatori “malpancisti”

16 01 2016
E’ sorta una reazione abbastanza indignata, da parte di alcuni, contro i giornalisti di gay.it che hanno pubblicato una lista coi nomi e cognomi dei senatori “malpancisti” che vorrebbero far naufragare la legge sulle unioni civili. L’accusa di aver steso una lista di proscrizione e di usare metodi squadristici (vedi ad es. La Repubblica).
Ora, l’accusa di squadrismo, ovviamente, è sbagliata, perché nessuno di questi senatori avrà un danno alla propria vita peggiore di un’e-mail un po’ intasata per un giorno; i fascisti facevano tutt’altro ed è offensivo anche solo fare il paragone. Per come la vedo io quella di gay.it è solo un’iniziativa informativa, e una giusta nel merito se non nel metodo, perché io devo sapere chi è che vota contro di me in Parlamento.
Vero è, però, che questo tipo di metodi non sono utilizzati molto di frequente nel dibattito politico (intendiamoci, sono utilizzati, ma non di frequente e di solito in forma un po’ diversa). Perché gli LGBT vi fanno ricorso in casi come questo?
Io credo che molti “esterni” non riescano a capire perché i gay hanno questo tipo di reazioni. Al di là del fatto che siano adeguate al raggiungimento dei risultati politici o che non lo siano, sono sicuramente adeguate alle esigenze della comunità omosessuale.
Una volta le storie di omosessuali nei film e nella fiction erano rare ed erano solo storie tragiche… ma rispecchiavano bene quello che accadeva a moltissimi omosessuali. Oggi finalmente le storie gay nella fiction sono più frequenti e meno tragiche, e a volte anche molto positive, e ciò è fantastico. Ma l’effetto collaterale di ciò è questo: che molti eterosessuali finiscono col convincersi che improvvisamente i gay stiano benissimo, che siano ricchi, accettati da tutti, spensierati ed allegri.
Non è così. La vita di molti, probabilmente della maggioranza dei gay italiani è ancora difficile o difficilissima: affrontiamo da piccoli odio, bullismo e discriminazione. Fin dalla più tenera età ci viene detto che siamo diversi, che siamo difettati, che non siamo in grado di provare vero amore, che non possiamo crescere dei figli, che non possiamo avere una vita normale. Dire ai genitori del nostro orientamento sessuale è difficile e spesso doloroso; difficile prevedere come reagiranno e che ripercussioni potrà avere la cosa. Il percorso di accettazione, quando c’è, è lungo e complesso per tutti. E infine, la discriminazione di stato, che completa il quadro di difficoltà in cui siamo calati e non solo: vi appone sopra il sigillo di approvazione. Avevano ragione, quelli che ci dicevano tutte quelle cose orrende, lo stato dà loro ragione!
La vita degli omosessuali in Italia è ancora molto, molto difficile, anche se meno che in passato per fortuna. La questione dei diritti non è dunque una semplice richiesta politica, è anche l’urlo di protesta di chi troppo a lungo è stato schiacciato. Gli eterosessuali non si devono mai chiedere come reagiranno i genitori al loro essere omosessuali, né devono fantasticare di fughe all’estero per potersi costruire una famiglia, né devono porsi il problema di come potrebbero reagire parenti, amici o datori di lavoro sapendo che sono eterosessuali. Tutti questi sono problemi estremamente seri per il loro duplice valore di immediatezza pratica (io se voglio sposarmi non posso, sic et simpliciter) e di peso psicologico.
Dunque questi “malpancisti”, agli occhi di molti eterosessuali colpevoli soltanto di “idee diverse”, in realtà verso noi LGBT sono colpevoli di crearci autentiche difficoltà, autentica sofferenza, autentica discriminazione. Giocano letteralmente sulle nostre vite, danneggiano attivamente e direttamente le nostre vite. Incazzarcisi per noi è davvero il minimo. Se qualcuno dentro di sé in questo momento li stesse odiando, lo capirei, è una reazione brutta ma drammaticamente umana.
Non è un caso che una delle iniziative più apprezzate anche dagli etero per la simpatia e la serenità con cui è stata presentata sia stata quella di Giampietro Belotti, il “nazista dell’Illinois”. Che non ringrazieremo mai abbastanza, e che è etero. Proprio il fatto di essere eterosessuale gli ha permesso di fare una cosa che a noi LGBT viene talvolta difficile: scherzare sulla situazione. I nostri problemi sono seri e tendiamo a prenderli sul serio. Forse non sempre premia strategicamente, ma non si può dire che non sia una reazione normale.
Ribadisco che l’accusa di squadrismo è del tutto campata in aria, lo squadrismo non è quello. Tuttavia posso capire che dall’esterno la reazione molto forte che abbiamo ai pregiudizi omofobici possa non essere immediatamente comprensibile.
Ed è a questo punto che tocca anche un po’ a voi lettori… sì, anche a voi, signori “malpancisti”, fare lo sforzo di capire noi: la discriminazione e la violenza, sia fisica che psicologica, per noi non sono una questione ideologica, ma la realtà sofferta della nostra vita. Le nostre reazioni ad essa non possono che rispecchiare ciò.
Ossequi




Per l’utero in affitto

4 12 2015

 

Ultimamente con quest’utero in affitto ci avete anche sfracassato un po’ i maroni.

La storia la sappiamo, gli astuti comunicatori dietro Sentinelle in Piedi (ed altri nomi dello stesso gruppo) non sapevano come fare per bloccare il riconoscimento anche dei diritti più basilari delle coppie LGBT, per intenderci quelli garantiti del DDL Cirinnà attualmente in discussione in parlamento. Quindi si sono inventati un avversario nuovo e più facile, la gestazione per altri, chiamata spregiativamente “utero in affitto”, e con abile mossa si sono inventati che la stepchild adoption nel DDL Cirinnà comporta l’utero in affitto. Come ciò accada non si sa, visto che l’utero in affitto è utilizzato prevalentemente da coppie eterosessuali, che le lesbiche, che sono più o meno metà delle coppie omosessuali, non hanno bisogno di affittare l’utero avendone già due, che la maggior parte delle coppie comunque non ha i soldi per pagare il costosissimo utero in affitto, e infine che è già reso illegale in Italia dalla legge 40.
Ma in fondo, i giochi di prestigio son belli per questo: avevano in mano un fazzoletto e ti hanno fatto apparire una colomba. Non sarebbe divertente se capissi anche come hanno fatto, no?! Loro avevano in mano il DDL Cirinnà e adesso ti fanno comparire l’utero in affitto. Geniale, non c’è che dire.

Ma che i cattolici si inventino stronzate per danneggiare il popolo LGBT non è una novità. La novità piuttosto è sentire i richiami di alcuni esponenti del mondo femminista e LGBT stesso (nomi celebri, peraltro: Mancuso e Concia! I VIP, quelli noti per non aver mai portato a casa un cazzo di niente di risultato politico per la comunità LGBT) che invitano le coppie di gay maschi, potenziali fruitori della gestazione per altri, a “fare un passo indietro” sull’argomento, o a “fermarsi”.

Scusate? Cosa mi sfugge?

Abbiamo già visto che la gestazione per altri è una faccenda prevalentemente eterosessuale, che è già (ingiustamente) vietata in Italia, e che la stepchild adoption non la rende legale. Finora non ho mai sentito nessuno nel movimento LGBT collegare la gestazione per altri alle Unioni Civili o al matrimonio gay, è una cosa che fanno solo i cattolici. Cosa significa che i gay dovrebbero “fare un passo indietro” sull’utero in affitto, come dice Mancuso? Se già non ne parliamo mai, e non colleghiamo mai la questione alla stepchild adoption, cosa dovremmo fare di meno, visto che già facciamo zero?

Ah, forse ho capito. Vorreste, signora Concia e signor Mancuso, che noi ci aggregassimo a quella conventicola di mentecatti che spala merda sulla gestazione per altri senza avere la più pallida idea di che sta dicendo e perché. Dovrei insomma mettermi a dire che l’utero in affitto è una pratica barbara che sfrutta le donne e strappa i bambini dalle braccia delle mamme o altre poetiche espressioni per titillare gli stereotipi familisti del pubblico. Così son tutti contenti.

Uhm … Potrei farlo. Magari lo faccio.
Fatemici pensare …

NO.

È vero, l’utero in affitto non c’entra con le Unioni Civili e manco col matrimonio gay né tanto meno con le adozioni (se venisse approvato il matrimonio egalitario, al massimo accadrebbe che i gay potrebbero fare a riguardo la stessa cosa che fanno gli etero: sposarsi per dare diritti ai figli concepiti in provetta). È vero, non conviene e non ha senso mescolare le due faccende, e infatti non ho intenzione di farlo.

Tuttavia l’utero in affitto è una pratica in realtà moralmente ineccepibile, e io non sono disposto a fare il torto di scagliarmici contro, neanche se ciò servisse a evitare un altro torto, quello che vien fatto ogni giorno alle coppie gay. Non posso farlo per una questione di coscienza; e poi perché non è proprio cosa da me stare a sentire idiozie in silenzio, figurarsi se posso darne avalli ufficiali! Non è che solo perché l’utero in affitto non mi riguarda i discorsi che sento a riguardo diventano meno idioti, e io mantengo e ho intenzione di mantenere sempre un pessimo rapporto con l’idiozia.
E poi c’è il mio gigantesco problema personale: la mia gravissima allergia alla retorica mielosa. Se sento parlare di “bambini strappati al rapporto unico e speciale con la loro dolce mammina tanto amata da Pasolini” mi viene uno sfogo sul braccio, non dipende da me.

Quindi, signor Mancuso, al limite io resto fermo sul mio passo 0, ma non arriverò mai a fare il passo -1 e dirmi contro l’utero in affitto, perché non lo sono.

Anzi, visto che ci siamo, e che sentiamo ormai in ogni dove ciarlare di utero in affitto senza cognizione di causa, visto che mi ci trascinano faccio anche il passo 1, e spiego perché, fermo restando quanto detto sinora sulla materia e sulla scarsa attinenza che ha con il DDL Cirinnà, sono a favore dell’utero in affitto senza sé e senza ma. E intendo, utero in affitto, non gestazione per altri. Intendo roba in cui si paga, compreso? Io dare a te soldi, tu avere gravidanza per me. Io sono d’accordo al 110% che ciò si possa fare, senza riserve di sorta.

E d’altro canto, siccome io non vedo da me i motivi per cui non si dovrebbe poter fare, mi toccherà affrontare quelli che sparano gli integralisti cattolici, coadiuvati per l’occasione da veterofemministe bigotte e misandriche (non ho detto omofobe, perché di solito l’omofobia delle veterofemministe si declina solo contro l’omosessualità maschile, ed è dunque da considerarsi un atteggiamento antimaschile prima che omofobico).

Primo:  “I figli non sono un diritto!”
Rivelazione grandiosa, adesso vi spiego cos’è un diritto: un diritto è quella cosa che la società si impegna con tutte le proprie forze a garantirti. Se la società decide di impegnarsi perché tutti abbiano collane di diamanti, la collana di diamanti è un diritto. Se decide di impegnarsi perchè chiunque lo desideri abbia un figlio, avere un figlio diventerà un diritto. E volete che ve la dica tutta? Avere un figlio per molti è un incidente sgradito, ma per molti altri è un’esperienza importante che fa parte dei propri progetti di vita. Se potessi progettare una società perfetta, garantirei a chiunque lo desideri di avere un figlio, come garantirei a chiunque di avere un amore, di avere un bel lavoro e una bella casa eccetera. Purtroppo di solito non possiamo garantire tutto questo, ma ciò non significa che provarci, quando è possibile, sarebbe sbagliato o sgradevole.
Che poi, che ipocrisia! Gli stessi che vanno in TV a esibire un uso scellerato dei diritti riproduttivi, fino ad avere una cosa come dodici figli, rimproverano di essere capriccioso chi vorrebbe averne uno. Come disse il poeta: ma andate a cagare.

Secondo: ci dicono che con l’utero in affitto ci sono “i poveri bambini strappati alle madri”, su cui ci stanno facendo la testa a pallone, dandoci a intendere che questi bambini siano traumatizzati a vita e rovinati per sempre, del tipo che da adulti rischiano di diventare come Adinolfi.
Cazzata.
Nulla sorprende di più della capacità che hanno avuto i cattolici di far passare per ragionevolezza scientifica una solenne cazzata concepita palesemente ed esclusivamente per stuzzicare pulsioni emotive ed immaginario romantico. I bambini, specialmente quelli prematuri, vengono abitualmente “strappati alle braccia delle madri” appena nati, eventualmente tenuti in incubatrice o sottoposti a massaggio neonatale da operatori esperti, è cosa del tutto ordinaria. A proposito, per chi non lo sapesse,  il massaggio neonatale è una tecnica di manipolazione usata sui neonati prematuri per simulare la stimolazione tattile che ricevono in ambiente intrauterino, e che favorisce il loro corretto sviluppo neurale. Quindi un operatore preparato può perfettamente sostituire la madre non solo per quanto riguarda le coccole, ma perfino per quanto riguarda i movimenti fisiologici dell’utero. E, d’altro canto, perché non dovrebbe esserne in grado? Lo so che ci piace immaginare il rapporto umano come una sorta di magia spirituale, ma il neonato dalla madre riceve esclusivamente le seguenti cose: un certo nutrimento ed un certo preciso set di stimoli sensoriali. Se sintetizziamo un analogo del suddetto nutrimento, e riproduciamo meccanicamente lo stesso tipo di stimolazione sensoriale, ciò che il bambino avrà ricevuto da noi sarà del tutto indistinguibile da quello che riceve da una madre.
Quindi non mi dite stronzate che “la mamma è insostituibile”; la mamma è perfettamente sostituibile, e infatti è sostituita molto di frequente. Vi dice qualcosa la parola “balia”? Una donna che allatta il bambino quando la madre biologica non può per svariate ragioni (non ha il latte, ha i capezzoli rientranti …); nell’ottocento era pratica comune e ancora oggi lo è in paesi in via di sviluppo, e nessuno parla di “poveri bimbi strappati alle madri”. Perché ciò è perfettamente normale, il bambino deve solo abituarsi fin da appena nato al contatto col cosiddetto primary caregiver, l’accudente primario, che di solito è la madre ma può benissimo essere chiunque altro gli fornisce ciò di cui ha bisogno: cibo, cure e un certo tipo di stimolazione sensoriale.

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No, queste cose non succedono.

Capisco che la gente ami coltivare l’idea romantica che il rapporto fra il neonato e la madre biologica sia unico e speciale e predestinato nel orso degli astri, e fin quando resta solo una “idea romantica” per quanto mi riguarda può anche tenersela; se però questa idea romantica pretende di diventare scienza e peraltro di determinare le nostre scelte politiche, allora questa bella idea romantica diventa un dannoso cancro, e mi tocca demolirla: un bambino può essere cresciuto con perfetta efficienza da genitori di qualsiasi sesso e genere e di qualsiasi gradazione di parentela o non-parentela con il suddetto. Questo perché l’accudimento di un neonato è una cosa semplice e meccanica, funziona sulla base di studiati e riproducibili meccanismi fisiologici. Non è affatto scritto negli astri che la madre biologica sia qualcosa di speciale; come se non sapessimo, peraltro, che esistono madri stronze e dannose esattamente come esistono padri stronzi e dannosi …

E poi lasciatemi fare una piccola riflessione estemporanea: sappiamo che le donne possono fare i militari, le calciatrici, i premier e i presidenti della repubblica e i premi Nobel. Però si continua a pensare che gli XY non siano in grado di cullare un marmocchio come lo fanno le XX. Le femministe non si interessano di questo palese pregiudizio antimaschile, perché sono troppo occupate a difendersi contro quelli antifemminili; i maschilisti d’altro canto non si preoccupano delle discriminazioni antimaschili perché sono troppo occupati a cercare di ravvivare quelle antifemminili. E così nessuno fa caso alle gigantesche discriminazioni e pregiudizi cui per retaggio culturale è da sempre sottoposto il maschio. Nessuno parla di “bambini strappati ai padri”, tutti parlano di bambini strappati alle madri; e sì, certo, perché il padre mica è genitore, è solo donatore occasionale di sperma. Diventa genitore soltanto quando serve alla Chaoqui per insultare le lesbiche. Il maschio è il nuovo “sesso debole”, a occhio e croce, visto che le donne possono fare tutto quello che fanno i maschi, ma i maschi non possono fare tutto quello che fanno le donne.

Comunque, fermo restando che i fatti, tanto per cambiare, non sono affatto dalla parte degli integralisti religiosi neanche sulla questione utero in affitto, e non c’è una sola ragione storica o scientifica per pensare che la madre biologica sia insostituibile, c’è anche l’altro argomento prêt-à-porter usato in questi casi: si “sfrutta il corpo della donna”!

Fatemi capire bene: una donna si offre di portare avanti la gravidanza per te. Firma un contratto. Viene profumatamente pagata. Mi sapete dire dove sta esattamente lo “sfruttamento”?!

Certo,una donna può essere sfruttata attraverso l’utero in affitto. Come può essere sfruttata da segretaria, da donna delle pulizie, da ricercatrice, da prostituta e da raccoglitrice di olive. Vietiamo alle donne di raccogliere olive, adesso, così eradichiamo lo “sfruttamento”?

Gli argomenti che tirano in ballo lo “sfruttamento della donna” sono analoghi a quelli usati contro la prostituzione, e sono allo stesso modo campati in aria. Chi “vende il proprio corpo”, per dirla con le parole dei perbenisti, non è necessariamente disperato, ho conosciuto prostituti perfettamente soddisfatti del proprio lavoro. Una mia amica addirittura mi ha fatto leggere un articolo su una prostituta tenuta sostanzialmente in schiavitù dai suoi “datori di lavoro”, con l’idea di dimostrarmi che la tratta di esseri umani nel mercato della prostituzione esiste … ma in realtà la cosa interessante di quell’articolo era il modo in cui la faccenda era iniziata: la ragazza aveva inizialmente scelto di fare la prostituta. Solo poi si era trovata intrappolata dal racket. Quindi , certo che si può fare la prostituta per scelta, è innegabilmente vero che ciò accada! Ed è possibilissimo affittare l’utero per scelta, è innegabilmente vero che ciò accada.

Certo, è vero che esistono situazioni di sfruttamento, anche violento, ad esempio nel caso della prostituzione; ma mica dove esistono situazioni di sfruttamento si abolisce un mestiere, è un’idea che suona folle non appena proviamo ad applicarla ad un qualunque mestiere “normale”: nessuno pensa che non dovremmo più avere muratori, ovvero gente che vende il proprio corpo come forza-lavoro, perché a volte sono immigrati clandestini ricattati e sfruttati dai datori di lavoro; non si spiega per quale ragione invece ciò dovrebbe essere valido quando si vende il proprio corpo ai fini di procurare soddisfacimento sessuale o supporto alla procreazione.

Il trattamento di riguardo riservato agli ambiti della sessualità e della riproduzione in realtà trova giustificazione in un vecchio adagio reazionario e sessista ben radicato nella popolazione: l’idea che il nostro corpo, soprattutto nella sua identità sessuata, tutto sommato non ci appartenga, che sia di Gesù, o della collettività. Be’, io penso invece che ci appartenga e che le donne siano perfettamente in grado di decidere da sé come gestire il proprio. E se una donna nella disperazione si rivolge all’utero in affitto per scappare dalla povertà il problema non è certo l’utero in affitto, semmai è la povertà, e non si risolve vietando l’utero in affitto, si risolve cancellando la povertà.  La donna potrebbe essere costretta a fare un lavoro sfiancante o che trova degradante e non desidera fare perché è a corto di alternative e altrimenti morirebbe di fame. Bene, allora lasciatemi fare una deduzione elementare su cosa accadrà se noi le impediamo di fare quel lavoro: uhm … morirà di fame, forse? Le abbiam fatto un bel favore a vietarglielo!

I problemi di legalità, di sfruttamento e di violenza nell’ambito della gestazione per altri si risolvono esattamente come si risolvono quelli nell’ambito della raccolta di olive: con lo stato che mette in campo i suoi migliori mezzi di contrasto all’illegalità, non certo tagliando la testa al toro con il “vietiamo tutto”.

Ora, oltre ai “poveri bimbi strappati in lacrime alle mamme” (perché si sa che i neonati non sono noti per piangere continuamente che piova o ci sia il sole) e “si sfrutta il corpo delle donne” (che invece dovrebbe restare sotto chiave, affidato alla sapiente protezione di preti e mariti), che sono roba tanto ridicola che mi dà fastidio rispondervi, non ho mai sentito altri “argomenti” contro questa pratica orrida, barbara, mostruosa, tremenda, perfida, nazista e puzzona.

Ma davvero, se venite a sapere di qualche argomento serio lo ascolto volentieri! Son tutto orecchi e non ho nulla da fare durante il ponte! Basta che non mi dite che “il problema è lo scambio di denaro, i bambini così sono venduti senza amore (ammmmoreh ❤ )”, perché anche se vi chiamate Fiorella Mannoia e siete gay friendly, la mia soglia di sopportazione per le melenserie retoriche prive di senso resta estremamente bassa.

Oddio, contenti, Adinolfi, Concia e Mancuso? Mi avete tirato per i capelli a parlare dell’utero in affitto. Fortuna che ho la mia tisana alla camomilla per questi momenti …

 

Ossequi.