Il Grande Assente

6 07 2020

Voglio tornare ancora una volta sulla questione delle statue abbattute. Giuro, l’ultima. Per commentare questo articolo, che in tanti mi hanno segnalato, e che ho trovato sorprendente.

Perché sorprendente? Be’, l’autrice ci ha messo dell’olio di gomito, e degli argomenti anche interessanti… e tuttavia il risultato è bislacco a dir poco. In teoria vorrebbe rispondere agli argomenti ricorrenti contro l’abbattimento delle statue… e sempre in teoria, lo fa, finendo col definirli “fuffa”. Ma, qui è il fatto sorprendente: le risposte non sono mai una vera demolizione dell’argomento. Al contrario, in tutte quante deve riconoscere che ci sono delle basi valide sotto quel discorso, dovendo per forza concludere in più punti che il discorso iconoclasta comunque è pericoloso e va tenuto sotto controllo…

MA…

Ma per quanto gli argomenti siano validi, non sono validi in questo caso qui; per quanto l’iconoclastia sia pericolosa, non è pericolosa in questo caso qui. In altri casi, magari, che chissà dove staranno mai… ma in quelli attuali? No way! Sin qui è tutto perfetto, impeccabile, proprio.

Questa confidenza non sembra avere spiegazioni razionali, visto che una volta che hai abbattuta una statua vecchia di 125 anni di un uomo morto 300 anni fa perché era razzista, non si vede molto quale possa essere il freno storico o morale a distruggere tutte le statue d’Europa. Men che meno si spiega come faccia ogni volta l’autrice a riconoscere che l’argomento è valido, e poi alla fine dedurre comunque che “in questo caso” è fuffa.

Di certo gioca un ruolo la convinzione, taciuta o palese, che tutti questi argomenti in realtà siano scuse per il razzismo e per il conservatorismo politico. Dopotutto, siamo tutti razzisti, no? Tutto è razzismo! E siamo tutti politicamente parziali, no? Tutto è politica!

… Come dire che niente lo è, nevvero?

Ma c’è una ragione per cui l’autrice di quel pezzo si impantana in questo vicolo cieco retorico e non può uscirne. Perché c’è un tema, un argomento specifico, che nel suo scritto manca… e la sua mancanza si sente. Si sente perché dovrebbe esserne il protagonista, ma lei non può mai nominarlo come tale, e allora continua a evocarlo, e toccarlo tangenzialmente, a sfiorarlo… ci si intrattiene sulla soglia, ma senza mai invitarlo a entrare.

E qual è, questo grande assente?

Ovviamente l’argomento centrale nella questione delle statue è la Storia, ma non è lei l’assente di cui parlo. Domanda da un milione di dollari: di che materiale è fatta la Storia umana? Forse di vicende umane?

Ok, sentiamo: se io dico “gli umani si riproducono tramite fecondazione della donna da parte dell’uomo”, questa è un’affermazione storica?

No. È un’affermazione biologica: descrive un dato fisso, un tratto immutabile della natura umana. Certo, alla luce di Darwin possiamo dire che anche i dati biologici hanno una dimensione storica; ma i tempi dell’evoluzione sono così dilatati che possiamo considerare la maggior parte dei dati biologici come “funzionalmente eterni”. Il dato biologico è fisso, non cambia, è sempre e stato e sempre sarà.

Viceversa, se dico “nel 1924 uccisero Matteotti” la situazione è cambiata: questo evento è specifico, si è verificato una volta come conseguenza di una serie di cause antecedenti, ha causato a sua volta altri eventi, e non si riverificherà mai più. Si inserisce in una sequenza direzionata di eventi determinati da legami di causa ed effetto.

Il Tempo.

Don't Hug Me I'm Scared 2: Time (2014)

Il Tempo è il protagonista indiscusso della Storia, la Storia è FATTA di Tempo. È lui il nostro grande assente.

E a sua volta che caratteristiche ha, il tempo?

Non è posto questo per approfondimenti filosofici eccessivi, ma in generale si concorda tutti, oltre che sulla direzionalità del tempo, che è il suo tratto fondamentale, in una sua divisione tripartita in una sfera che non esiste ancora ed fatta di possibilità infinite, il futuro, una di estensione imprecisata che è vissuta nel momento, il presente, e infine una dimensione che è immota, cristallizzata nella memoria ed ormai impossibile da modificare, il passato.

Si concorda anche, in generale, che le tre sfere così distinte debbano essere trattate in modo diverso.

Quasi sempre.

Non negli USA.

Nasce negli USA questa diatriba idiota sulle statue, cosa che non mi sorprende neanche un po’: sono un paese che di Storia innanzitutto ne ha poca, e quella che ha è dannatamente noiosa. Hanno avuto una guerra civile 150 anni fa, dopodiché la guerra l’hanno sempre esportata senza mai trovarsela in casa. A noi può sembrare assurdo che ancora si accapiglino su fatti di un’epoca in cui noi stavamo facendo l’Unità d’Italia, ma si consideri che noi abbiamo avuto in mezzo una dittatura e due guerre mondiali, loro in buona sostanza niente. Oltre a ciò, gli USA sono forse il paese del mondo in cui minor presa ha avuto l’hegelismo, e conseguentemente un paese in cui lo storicismo non ha mai preso piede.

Dunque, gli USA non hanno troppo il senso della suddivisione tripartita fra passato, presente e futuro. Fra 150 anni probabilmente li troveremo ancora infervorati sulla guerra civile esattamente come lo sono oggi.

Noialtri, però, di solito pensiamo che il tempo arrivi, diventi presente per un po’, ed in questa finestra noi combattiamo le nostre battaglie politiche, e dopo un altro po’ passi nella “Storia”, che è fissa lì e va solo studiata e capita. E così il tempo prende tutte le cose umane e le muta fino a renderle irriconoscibili: gli oggetti, le dottrine, le morali, i testi… niente può sfuggire al suo effetto.

Ma la nostra autrice ha deciso che il Tempo non ha effetto… o al massimo ce l’ha solo come dice lei.

Per esempio, il Tempo ha un effetto sulla società, e quindi la visione che ha piazzato la statua sul piedistallo è diventata obsoleta. Quindi, ABBATTEREEEEE!

Quello che sembra sfuggirle, però, è che i simboli e i significanti sono anch’essi soggetti al Tempo. Non è che tutto il mondo è andato avanti e invece il significato di quelle statue è rimasto fermo – donde la necessità di abbatterle per “aggiornamento”.

Io in soggiorno ho una vecchia macchina da cucire Singer. Che cos’è? A cosa serve? A cucire?
Non v’è dubbio alcuno che chi l’ha inventata volesse proprio usarla per cucire. Tutta la sua struttura porta le tracce del progetto originario, e in effetti volendo si potrebbe ancora usarla per cucire, e, certo, ci sarà anche chi la usa per cucire e ci fa dei graziosi video ASMR su youtube. Ma la macchina da cucire che sta nel mio soggiorno non serve a quello, nessuno la usa per quello. È lì per bellezza, fa arredo. E il fascino che ha essa lo ricava dalla sua capacità di evocare il passato, di dare un senso di storia, di permanenza delle cose… Non dal fatto che si usi per cucire, cosa che nessuno fa più.

Di certo la statua di uno schiavista può essere anche vista come una celebrazione della schiavitù. Ma non è una celebrazione della schiavitù, non ha quella proprietà intrinseca, è una cosa che gli viene appiccicata sopra. La nostra autrice fa una lodevole analisi del ruolo che svolgevano i monumenti nella volontà dei loro creatori, e che volendo potrebbero svolgere anche oggi. Potrebbero. Ma non sono affatto obbligati, ed anzi si può senz’altro sostenere che nella maggior parte dei casi non lo fanno, perché… è passato Tempo. Il cazzo di TEMPO. Anche le statue che avevano un significato politico lo perdono, passati un tot di anni. Ah, ma giusto “ogni statua è politica” … yeah, ok. Vuol dire che nessuna lo è. Più realisticamente: alcune statue, costruite da poco, sono politiche; altre, vecchie, non lo sono più. Perché non sono più attuali, perché è passato TEMPO.

Ma niente, non può lei ammettere che il Tempo in questo discorso abbia un ruolo, altrimenti dovrebbe ammettere che questa diatriba è una colossale minchiata. Particolarmente rivelatrici sono le otto-righe-otto che dedica alla questione delle piramidi, irrilevanti perché i faraoni sono tutti morti (corsivo suo). Ah, certo, perché Edward Colston invece è vivo e gioca a golf con Elvis Presley e Robert Lee.

Sì, è vero, sono tutti morti i faraoni. Come sono tutti morti gli schiavisti, e gli schiavi, e i loro nipoti, pronipoti, pro-pronipoti. La statua di Colston fu eretta quasi due secoli dopo la sua morte, e ne è passato un altro prima che decidessimo che era cattivo e andava abbattuta. Duecentonovantanove anni; cazzo, potevano aspettarne un altro, almeno facevano cifra tonda. E non solo: la statua di Colston fu eretta nel 1895; la tratta degli schiavi in UK era stata vietata nel 1807, quasi un secolo prima; e durante quello specifico secolo il Regno Unito fu anche particolarmente attivo contro la tratta, dando carta bianca a navi che si occupassero attivamente di intercettare e sequestrare i vascelli dei mercanti di schiavi (forse gli Inglesi si sarebbero risparmiati lo sforzo, se avessero immaginato che essere stati la prima civiltà della storia a combattere attivamente lo schiavismo sarebbe stato ripagato col rinfacciargli che “alcuni” inglesi fossero schiavisti). La verità è che il tema dello schiavismo in UK era già obsoleto nel 1895. Oggi? Pagliaccesco. Certo, il razzismo non è un tema obsoleto, ma se dobbiamo abbattere tutte le statue di razzisti non resta in piedi manco una cazzo di madonnina agli angoli delle strade.

La verità è molto semplice, non ci vogliono tanti sofismi: nessuno se la prende con le piramidi perché su di esse è passato il TEMPO. E il tempo travolge i significati, riscrive il senso. Ma se si ammette che il tempo cambi i significati, allora ci si deve confrontare anche con la disturbante ovvietà del fatto che nella maggior parte dei casi queste vecchie statue non significano più niente di tutte le nefandezze che sono loro attribuite, neanche in quei casi in cui davvero, in origine, lo significavano. In compenso, il tempo ha fatto acquisire loro il valore di testimonianza storica, nel nome del quale sarebbero da preservare.

Ma il grande assente fa sentire la sua assenza anche altrove, come nel buffo discorso sulla statua di Montanelli. La Sinistra, che mai ha tollerato l’esistenza di un intellettuale di Destra che godesse di un certo prestigio, un paio di decadi dopo la morte di Montanelli si è gettata contro la sua statua, sfruttando l’ondata iconoclasta… Ma la cosa buffa qui è: nessuno degli argomenti “storici” si applica alla statua di Montanelli.  Quella statua è più giovane di me, non esiste un criterio secondo il quale si possa definirla “storica”. Ben venga discuterla nel suo merito di opera celebrativa, dico io, perché non è un pezzo di storia, è un pezzo di attualità: è stata messa lì per celebrare, e lo sta facendo anche oggi. Contrariamente alla statua di Colston.

Quindi sì, sorpresa! Io sono del tutto favorevole ad una discussione sulla statua di Montanelli. E non dovrebbe sorprendere nessuno, visto che io tengo conto del Tempo.

Ma se il tempo non lo tieni in considerazione, allora non potrai cogliere alcuna significativa differenza fra Montanelli, Edward Colston, il generale Lee e Cheope. Venti anni sono diversi da centoventicinque e hanno un impatto diverso sulle cose; diverso è il nostro livello di coinvolgimento, la nostra distanza, la nostra consapevolezza… ma se uno si rifiuta di vederlo allora ieri è uguale a tre secoli fa che è uguale a tre millenni fa.

E su questa scia si deve ovviamente proseguire con le statue dei nazisti, che sono statue sì abbattute… ma subito dopo la caduta del regime, quando ancora erano attuali e avevano un significato ben preciso. Ancora una volta, da questo discorso manca completamente Lui. Ho sentito più volte parlare di “storia viva” per riferirsi a queste “mosse” da ribbbbelli con cui si buttano giù le statue, come se la storia passata e la storia presente potessero essere trattate allo stesso modo. Ma la Storia non è “viva”, è passata; se è viva si chiama “attualità”. Noi consideriamo “storico” ciò che ormai è stato consegnato alla memoria, da cui abbiamo quella distanza necessaria per poterlo comprendere con una certa oggettività. Quella che viviamo oggi sarà storia domani, non oggi. Addirittura, lessi da qualche parte qualcuno dire spregiativamente che la mia visione equivale a vedere la storia come se fosse “una cartolina”… Ma perché, che cosa si vorrebbe che fosse una roba successa trecento anni fa? Il nostro pulsante vissuto quotidiano? È esattamente “una cartolina”: una cosa ferma, lì, di cui noi abbiamo le tracce, che noi guardiamo e studiamo per cercare di comprendere meglio il presente, ma che non abbiamo il potere di modificare. Se no non è Storia, è attualità.

Ma, certo, se il Tempo non è un fattore in gioco, allora non ha neanche troppo senso ripercorrerne in modo ordinato il filo sino ad oggi. E suppongo allora si possa anche mancare di capire in che cosa consista l’esperienza della storia. Rifiutandosi di applicare il principio di carità, e in realtà andando borderline nello strawman, la nostra autrice liquida l’affermazione secondo cui distruggere le statue equivarrebbe a cancellare la storia, perché “la storia sta sui libri e nei musei”. Seriously…? Ma è ovvio che nessuno sostenga che senza la statua di Colston l’informazione su Colston andrà perduta nella polvere dei secoli. Su Wikipedia la trovi ancora la sua storia; finché un dittatore non la farà cancellare in venti secondi, resterà senz’altro registrata su un server da qualche parte. Il punto non è l’informazione sulla storia, è l’esperienza della storia, la connessione del presente con il passato attraverso il vissuto sensoriale. Quando perdiamo una di queste statue perdiamo un’occasione di contatto con la Storia. È questo quello che si intende quando si dice che si “cancella la storia”; sono sicuro che Wikipedia resterà al suo posto anche senza statue, ma avremo perso un oggetto concreto, un segno tangibile. Non ci serve certo che Auschwitz resti in piedi per ricordarci della Shoah, no? E se è per questo, Auschwitz se “celebra” qualcosa celebra proprio la Shoah. Eppure vogliamo tutti che resti in piedi, e gli unici che hanno cercato di abbatterlo sono stati proprio… i nazisti. Ma come mai?

Ma, ancora una volta il problema è che non c’è il fattore Tempo, qui. Ovvero non si riconosce che il tempo conferisca alle cose valore storico, perché si rinnega che il tempo abbia effetto sulle cose. E continuiamo a girare in cerchio su questi argomenti come mosconi senza un’ala.

E in realtà basterebbe proprio gridare che l’imperatore è nudo e il Tempo è una cosa che esiste, per rendere quasi tutto l’articolo… come dire… fuffoso?

Ma ci sono anche un altro paio di cose su cui voglio fare riflessione, e in particolare la nozione un po’ girotondina che una protesta debba per forza dare fastidio (mentre glisserò sulla retorica del white privilege; non ci bastava importare il razzismo stile USA, dobbiamo sorbirci pure l’anti-razzismo stile USA…).

Ora, io capisco che vuoi dare fastidio ai poliziotti, visto il tema della protesta. Non vedo perché devi dare fastidio gratuitamente a me, che non sono razzista.

Lo so, lo so… “siamo tutti razzisti”! Again: vorrebbe dire che non lo è nessuno. Concretamente e realisticamente: nessuno di noi è completamente immune a pregiudizi, ma molti di noi non vivono la propria vita sulla base di idee e principi razzisti e non appoggiano politiche discriminatorie. Dunque, non vedo che gusto particolare ci sia, o che risultato specifico si consegua, a “turbare la mia coscienza”, quando io non sono fra i razzisti. Non mi sentirò razzista solo perché rispetto la storia europea, e abbattere una di quelle statue non salverà nemmeno una vita che sia una, o vi assicuro che lo appoggerei. In compenso ovviamente questa cosa mi ha reso il movimento BLM molto meno simpatico. È un po’ una cifra della Sinistra quella di respingere il più possibile potenziali alleati nel campo dei nemici… ma io non posso accettare che mi si costringa a scegliere fra la solidarietà alla causa antirazzista e il mio apprezzamento per la Storia europea. E se qualcuno proverà a obbligarmi a farlo, sceglierò come io ritengo di fare… ma chi mi sta operando questa violenza parte già un bel po’ svantaggiato.

No, abbattere statue non aiuta nessuno. No, il mio vivere la mia vita in pace non sottrae nessun diritto a nessuno. No, il fatto che uno stia male per la sua condizione non significa che io debba accettare tutto quello che fa come sacrosanto, se no anche gli incel stanno male, come la mettiamo? E infine, se davvero non dovremmo concentrarci tanto su queste statue perché i problemi veri sono altri… Fantastico! Non posso che apprezzare questa forma di benaltrismo reverse (come se non fosse iniziato proprio in seno alla Sinistra Americana, questo discorso ridicolo), e demandare però che sia seguita con coerenza.

Visto che i problemi sono altri – e per me non sono “altri”, sono “altri” ma anche “questi”, anche il nostro rapporto con la storia è un problema – fatemi sentire la frasetta: “hai ragione sulle statue”… no, dai, sto chiedendo troppo… facciamo: “il tuo punto di vista sulle statue è legittimo e rispettabile”, e questa contesa sarà finita all’istante.

Anche perché dopo aver visto uno di sinistra abbandonare un pochino la pretesa di superiorità morale assoluta avrò visto tutto ciò che la vita aveva da offrire, e andrò a suicidarmi in modo spettacolare.

Ossequi.





La decadenza

29 06 2020

“Oh, è furbo, questo Disney! Lo ammetto dal profondo della mia misantropia. Fai piangere un coniglietto, rivela un cuore di pietà dietro il guscio di una tartaruga, inventati una buona azione per la vipera e pensieri gentili per l’ermellino, e hai in mano la chiave del cuore dell’uomo moderno. E Disney lo sa. Al cuore del suo segreto c’è un’espansione del mondo animale con una corrispondente deflazione di ogni valore umano. C’è un profondo cinismo alla radice del suo, come di tutto, il sentimentalismo.”

P.L. Travers

Tempo addietro lessi un articolo di filosofia morale bellissimo, dove per “bellissimo” si deve intendere “la Convenzione di Ginevra avrebbe dovuto vietare la scrittura di merda simile”, in cui si sostenevano le basi giuridiche secondo cui non dovremmo sperimentare sugli animali in generale e sui primati in particolare.
L’argomento, che nella sua perversione non faceva una grinza, era: poiché i primati non umani non hanno le facoltà mentali necessarie a esprimere consenso a procedure sperimentali, esattamente come bambini o persone con disabilità psichica, per i quali presupponiamo che non vi sia consenso, dovremmo presumere anche per loro che il consenso non ci sia.

Ovviamente si omette qui tutta una serie di dettagliucci su come i rapporti interspecie non siano assimilabili ai rapporti intraspecie… tuttavia, in un certo senso il discorso funziona.
Dal mio punto di vista, se abbiamo di fronte una specie diversa da quella umana che non è capace di dialogare con noi nei termini di consenso, dissenso e ragionamento morale, siamo autorizzati a dettare noi le regole morali di quel rapporto: è il vantaggio che ci viene dall’essere capaci di pensiero astratto ed etica.
Ma se noi pensiamo, invece, che non debba esserci alcun privilegio o vantaggio collegato al ragionamento morale e al pensiero astratto… allora, be’, ovvio: dobbiamo presumere il dissenso.
Questo però ha delle conseguenze interessanti quanto paradossali. Difatti viene fuori che io sono autorizzato a sperimentare sugli umani, anche in modo potenzialmente rischioso, a certe condizioni (il consenso su tutte)… mentre non posso sperimentare sugli animali a nessuna condizione.
Insomma l’animale è molto più tutelato dell’umano. Chi fa sperimentazione sugli animali in Italia sa che per certi aspetti è già così.

Il pensiero morale corrente, che però va un po’ a scemare come presa, sarebbe fondato sul concetto di equità: io ti tratto come mi aspetto di essere trattato. Diritti e responsabilità vanno di pari passo, e la famosa distinzione fra “agenti morali” e “pazienti morali” è nella sua struttura fondamentale completamente campata in aria: possono esistere soggetti che hanno tutele specifiche pur non avendo i corrispettivi doveri, ma il framework che va ad inquadrare il discorso morale è che diritti e doveri vadano in parallelo. I famosi “casi marginali” sono appunto casi marginali: effetti collaterali che non fanno la struttura del metodo del ragionamento morale.
C’è anche una ragione pratica per questo, ed è proprio quella espressa qui sopra: se essere “creature morali” significa avere tantissimi doveri e nessun diritto aggiuntivo, allora automaticamente essere “morale” mi porrà in svantaggio. Se io decidessi che nella mia vita mai e poi mai posso fare del male ad un animale per il mio tornaconto… be’, prima o poi un animale mangerà me, visto che lui non ha letto Peter Singer.
Mark Twain – vegetariano e animalista, non a caso – espresse questo concetto esplicitamente in The Mysterious Stranger, dove abbiamo uno sciocco prete che elogia il pensiero morale dell’uomo, mentre un angelo, di intelletto superiore e molto più sgamato, lo identifica subito per quello che è: una grandissima fregatura, un lose-lose totale, una cosa che ti pone al di sotto dei vermi, al di sotto delle piante, dei batteri, perfino al di sotto dei sassi. La capacità dell’uomo di pensare in senso morale è per l’uomo un disastro totale. Dopotutto, se l’uomo vuole sopravvivere deve autorizzare sé stesso a comportarsi peggio dei sassi e delle piante, deve concedersi la possibilità di sopraffare, di conquistare.

Ovviamente, la realtà storica-evolutiva è che la morale si è evoluta esattamente come un adattamento della specie, che proprio in quanto selezionatosi positivamente, dà un vantaggio evolutivo alla specie sopra le altre. Noi siamo costruiti per essere morali, come specie, ma questo perché la cosa ci dà dei vantaggi; se fosse solo una fregatura colossale non l’avremmo sviluppata.

La dottrina antropocentrica si è sviluppata innanzitutto per permettere all’uomo sopravvivenza & successo: se l’uomo non pensa prima a sé stesso, non lo aiuterà di certo nessun altro animale, né alcuna pianta o sasso. Il diritto umano di sopraffare l’animale equivale al diritto di Homo sapiens di esistere come specie e di portare avanti il proprio compito biologico. E più in generale, non viviamo in un mondo cruelty-free: anche all’interno della nostra specie si verificano i conflitti, e la capacità di prevalere, di sopraffare, è una dote essenziale, che dovrebbe stare sempre molto in alto nella scala dei valori. Per inciso, trattasi della dote peculiare del maschio: il corpo del maschio è un corpo fisicamente adatto a usare la forza per prevalere, e questa dote è stata a lungo premiata dalla civiltà.

Ovviamente c’è tutto un universo post-modernista coscienziosamente dedito a dimostrare l’indimostrabile: che che la natura umana sia infinitamente malleabile e interamente costrutto sociale, e dunque per esempio anche il nostro “mangiar carne”, il nostro gusto per la caccia, il piacere della lotta, l’istinto della gerarchia… cose che hanno fatto parte della specie umana da quando esiste, sono un costrutto sociale. Di certo c’è molto nella natura umana di costruito socialmente e storicamente… ma non TUTTO. Per quanto costoro possano sistematicamente accecare sé stessi a riguardo, l’uomo è, prima ancora che una creatura sociale e storica, un ente biologico inserito in un macrosistema biologico; ha da obbedire alle leggi della sua natura biologica. E la biologia reclama che per avere il successo biologico – che è sopravvivenza – occorre conquistarselo all’interno di un ambiente ostile. Da questa particolare dottrina, quella secondo la quale il cardine primo della nostra morale è che dobbiamo sopravvivere, è disceso tutto uno schema di valori “tradizionali” che, effettivamente, coerentemente con i j’accuse dei postmodernisti ha sempre piazzato il maschio bianco (più correttamente, il maschio della cultura cui ci si sta riferendo, che non è affatto sempre bianco), e io aggiungo il maschio bianco adulto, all’apice, e l’animale come fanalino di coda, con in mezzo donne, bambini ambosessi, disabili psichici, “razze inferiori” eccetera.

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Bello, eh? Peccato che, a destra, qualcuno dovrà spiegare alle meduse che non devono pungerci, ai topi che non devono infestare le nostre abitazioni, e in generale bisognerà convincere tutti quanti a spostarsi quando abbiamo bisogno di costruire una casa…

Al netto dei fraintendimenti sui fatti, sui quali ovviamente la nostra consapevolezza si evolve con la storia (come la convinzione che le donne non possano essere razionali, o i neri siano incapaci di una propria cultura), i valori più o meno sono rimasti sempre quelli e sono valori di sopravvivenza. Non è che sopravvivere oggi sia sostanzialmente diverso dal farlo nel 1200. Cambiano alcune strategie, la forza fisica non è più importante come un tempo (donde la parità dei sessi) ma il punto è sempre mangiare-crescere-riprodursi. In cima alla scala, nella stanza dei bottoni, ci sta quello che è più capace di conquistare la realtà, quello (ritenuto) più forte e più intelligente.
E fintanto che permanga l’idea che la nostra specie debba sopravvivere, questa cosa non può cambiare: dovrà sempre essere quello più forte e più intelligente a comandare, con tutti gli onori ed oneri connessi. E non intendo, ovviamente, che dovrà essere sempre il maschio bianco adulto in cima alla scala… ma sicuramente dovrà essere sempre quello che in quel momento è più forte, più intelligente e più atto a prendere le decisioni.

Ma il punto è che oggi è proprio quel principio che si debba sopravvivere, ad essere messo in questione.

La rivoluzione valoriale che si sta verificando in Occidente sta nella sovversione di quella scala che poneva il più forte e intelligente in cima. Teoricamente, il principio ispiratore di questo nuovo schema di valori sarebbe stabilire un nuovo schema gerarchico orientato alla parità (vedi immagine sopra). Ma, per cominciare, uno schema gerarchico orientato alla parità non esiste, c’è sempre un primus inter pares. Secondo: demolendo sistematicamente e senza pietà tutti quei valori che hanno posto originariamente il maschio bianco adulto nella sua posizione privilegiata, non si ottiene certo la parità, bensì un’inversione.
Il maschio bianco si era preso onori ed oneri. Non gliel’aveva chiesto nessuno? Forse, ma resta il fatto che se adesso gli togli tutti gli onori e gli lasci solo gli oneri allora vuol dire che lo vuoi semplicemente annientare. Nessuna creatura che abbia tutti gli obblighi morali e nessuno dei diritti morali può sopravvivere, perché tutti ne prenderanno e nessuno gli darà.
Nella schema dei valori che sta prendendo piede oggi la scala e sovvertita, ma ovviamente non è scomparsa. Prima il maschio bianco adulto era in cima e l’animale fanalino di coda; adesso l’animale sta in cima: sacro, innocente, puro, intoccabile, anche quando ti sbrana – dopotutto, non ha quella gran sòla del senso morale, è “innocente”, quindi può fare il cazzo che vuole. Seguono i bambini, che essendo meno intelligenti e razionali ovviamente sono la massima espressione dell’umano – e peccato che debbano crescere e corrompersi, ma per fortuna ci vuole tantissimo e infatti s’è deciso che si può restare bambini un po’ quanto si vuole, pure fino a 18 anni: più si resta innocenti, meglio è. Poi arrivano alcune tribù isolazioniste piazzate ai quattro angoli del globo (innocenti e puri anche loro, pure se ti squartano vivo, perché anche loro non hanno quella gran sòla del senso morale occidentale), molto più giù iniziano ad arrivare le “minoranze oppresse”, che non sono più addossate del gravoso compito di dimostrare che meritano di stare in cima alla scala, ovvero dimostrare forza ed intelligenza, bensì si trovano piazzate tanto più in alto quanto meno forza ed intelligenza si sforzino di dimostrare.
Non è cambiato il posizionamento dei soggetti lungo la scala… o meglio, sì, è cambiato anche quello, e questo sarebbe anche positivo – le donne e le “razze inferiori” avrebbero chiaramente salito dei gradini. Ma il punto è che è cambiato anche com’è fatta la scala. Non si chiede più alle donne o agli africani di salire il gradino e entrare nella stanza dei bottoni (anche perché hanno già dimostrato di saperlo fare), si demanda piuttosto l’inversione totale del quadro di valori. Ma chi cazzo vorrà più prendersela la sòla si fare quello “col senso morale”, lo sfigato che ha doveri verso tutti, se non può prendersene anche qualche vantaggio? Vorrei notare che essere “morali” richiede un notevole sforzo; il premio è stare in cima alla scala. Ma se la ricompensa invece consiste nel finire più in basso di tutti, al punto che la tua vita diventa più sacrificabile di quella di un animale… Perché mai dovremmo farlo? Molto più semplice fare l’animale, o il selvaggio, o qualunque altra cosa… l’innocente: tutti i diritti, zero obblighi. Quindi parte la gara a chi arriva ultimo: a chi è più debole e stupido. Perché alla fine essere “innocente” significa solo mancare di comprensione, di intelligenza, di esperienza. Questo è ciò che stiamo glorificando.

La rilettura della storia occidentale cui stiamo assistendo è un passo di questo processo nichilistico. A seguito della riscrittura dei valori, ogni conquista storica viene necessariamente trasformata in una vergogna per cui cospargersi il capo di cenere, in quanto ogni conquista storica, per dirla con Nietzsche, come ogni cosa grande sulla Terra è stata bagnata lungamente e in profondità nel sangue. Dopotutto, le conquiste sono tutte, appunto, conquiste, il frutto dell’atto del conquistare. La tecnologia ci permette di stare meglio che in passato, ma sempre al prezzo di inquinare e consumare risorse, quindi il nostro benessere tecnologico è nettamente “rubato” ad altre specie, quando non direttamente ad altri popoli. Il divieto a celebrare i nostri atti di sopraffazione, o anche solo semplicemente accettarli senza celebrarli, con esso l’annesso obbligo di rinnegarli tutti e sputarci sopra, diventa divieto di essere orgogliosi delle nostre conquiste e obbligo anzi di rinnegarle e sputarvi sopra.

La mia previsione è che siamo solo all’inizio di questo processo, e non mi sforzerò di inventare nomi eccentrici per definirlo, visto che si chiama “decadenza”. Nietzsche ne aveva già intuiti i capisaldi, ma si fece prendere dalla sua foga irrazionalista, finendo di fatto anche lui nella glorificazione della natura animale sulle caratteristiche propriamente umane. Ma suppongo almeno lui sapesse che gli animali sono generalmente feroci, e che lo stato di “innocenza” altro non è che uno stato ferale, di ferocia; la nostra generazione invece è educata da Disney, lei non lo sa: vede nell’animalità una dimensione di purezza infantile di gran lunga preferibile ai tormenti dell’età adulta, con quel suo scomodissimo “senso morale”, con obblighi che diventano sempre più numerosi e privilegi che tendono sempre più allo zero.

La domanda interessante è dove e quando questo processo si fermerà. In generale l’elemento che frena la decadenza è l’istinto vitale, il bisogno di sopravvivere, che è bisogno di sopraffare. Probabilmente si fermerà nel momento in cui sarà messa in questione la nostra sopravvivenza.

Ossequi





Per comprendere.

22 06 2020

L’atto del “giudicare” e quello del “comprendere” sono sempre separati e, oserei direi, incompatibili. Lo psicoterapeuta che ascolta le tue confessioni si astiene dal giudicare, per quanto può, perché ciò gli precluderebbe di capire. L’antropologo che studia i costumi di una piccola tribù del Sudamerica probabilmente giudicherebbe quei culti animistici delle stupide superstizioni, ma se lo facesse si precluderebbe di capire quei culti.

Il problema è il libero arbitrio: quando tu sei dentro una situazione la tua prospettiva limitata ti porta ad esercitare la scelta ed il giudizio. È vero, sei soggetto al principio di causa ed effetto, tecnicamente non hai scelta alcuna… ma come un pupazzo mosso dai fili, non puoi certo pretendere di vedere i fili, non puoi vedere le cause del tuo stesso comportamento ed oltrepassarle: puoi soltanto continuare lo spettacolo facendo “come se” i fili non esistessero. Ed è qui che si esercita l’atto del giudizio.

D’altro canto, nel momento in cui tu sia “fuori” dallo spettacolo, comodamente seduto in platea, allora puoi anche vedere i fili… be’, ovviamente, non i tuoi fili, quelli non puoi mai vederli, ma i fili degli altri sì. Inizi a comprendere come funziona quel fenomeno. Ma questo comprendere ti preclude il giudizio, perché da un lato lo rende inutile agli atti pratici – non sei parte dello spettacolo, non puoi intervenire, e a che serve dare giudizi se essi non possono orientare l’azione? – ma dall’altro, in effetti, lo rende anche futile in senso intellettuale: se vedi i fili, allora sai anche che nessuno di quei pupazzi si muove di propria volontà, sono solo marionette. Non vedrai dipanarsi dinanzi a te una serie di scelte e comportamenti da giudicare, ma solo una serie di cause e di effetti da analizzare.

In un certo senso la dimensione della scelta rappresenta un “buco” nella nostra comprensione dei sistemi di causa ed effetto. Quando non riusciamo a spiegare un fenomeno sociale nei termini dei suoi determinanti storici, allora facciamo intervenire il fattore imponderabile: la “scelta”, la spontanea deliberazione dell’individuo. E non è certo sbagliato tout-court parlare di scelta e di responsabilità in questi casi. In effetti, non è mai sbagliato a priori farlo… ma il problema è che giudizio morale e comprensione scientifica di un fenomeno sono mutualmente esclusivi: quanto più interviene l’uno, tanto più si ritira l’altra. Se si vuole farli entrambi si può tentare solo in momenti distinti, ma mai andrebbero mescolati o sovrapposti. Se introduci giudizio morale, allora hai rinunciato alla comprensione scientifica. Non a caso Nietzsche, uno dei più accesi critici del concetto di libero arbitrio, sottolineò come il fine stesso del concetto di libero arbitrio sia permettere di giudicare e punire, due atti che non hanno senso nel momento in cui esso invece sia stato superato.

Ora, il corrente discorso sul giudizio storico su alcune figure (o più che altro sui simboli ad esse associate, che di storico hanno ben poco, e mi riferisco ovviamente al dibattito sui monumenti di ‘razzisti’ che si vuole abbattere) è nato, non a caso, in un paese che di storia praticamente non ne ha – gli USA – e dove tutti vorrebbero essere al tempo stesso attori – pupazzi – sul palcoscenico storico (coinvolti ed attivi) e anche spettatori (superiori, neutrali, dotati di superiore coscienza). Che ovviamente non si può fare, perché il fulcro del ragionamento storico è che tu ad un certo punto raggiunga un livello di estraneità ai fatti e di completezza delle conoscenze tale che il giudizio morale diventa superfluo, inappropriato. Quando vedi la statua dello schiavista non dovresti più vedere una persona che ha fatto delle scelte immorali, o almeno: quell’aspetto dovrebbe diventare del tutto secondario. Dovresti invece vedere innanzitutto un prodotto di quel periodo storico. Giudicarlo non ha più senso, perché ormai sei in una posizione in cui comprendi il fenomeno storico dello schiavismo. Comprendere vs. giudicare.

Mi piace fare l’esempio di Hegel, perché lo odio (lo giudico male). Ecco cosa scriveva sugli africani:

Nella sua unità indistinta, compressa, l’africano non è ancora giunto alla distinzione fra sé stesso considerato ora come individuo ora come universalità essenziale, onde gli manca qualsiasi nozione di un’essenza assoluta, diversa e superiore rispetto all’esistenza individuale. Come già abbiamo detto, il negro incarna l’uomo allo stato di natura in tutta la sua selvatichezza e sfrenatezza. Se vogliamo farci di lui un’idea corretta, dobbiamo fare astrazione da qualsiasi nozione di rispetto, di morale, da tutto ciò che va sotto il nome di sentimento: in questo carattere non possiamo trovare nulla che contenga anche soltanto un’eco di umanità. Le relazioni circostanziate dei missionari confermano in pieno la nostra asserzione e sembra che solo il maomettismo sia ancora capace di avvicinare in qualche modo i negri alla cultura.

Be’, molto razzista. Ma veramente tanto. Tuttavia, per quanto io odi Hegel… era davvero una persona così cattiva? Sicuramente c’era gente meno razzista di lui, in giro, ma probabilmente non erano in molti. Hegel avvalora ciò che dice sulla base dei resoconti che riceve dai missionari, i quali a propria volta filtrano le proprie esperienze attraverso la propria cultura e i propri valori, ed evidentemente in quella fase storica vi era in Germania una certa idea ben precisa di cosa fosse la cultura, e di cosa fosse il senso di ‘umanità’. Chiedere ad Hegel di ergersi titanico sopra questa cultura in cui è nato e cresciuto è una grossa, grossa pretesa. Sì, Hegel era razzista… ma probabilmente non aveva tutte queste alternative.

Dunque, dobbiamo perdonarlo? Il passare del tempo forse scagiona, o assolve gli uomini del proprio tempo? Magari no, ma sicuramente fa intervenire la prescrizione: se dichiari dall’alto della tua coscienza sociale (e storica, e qui in USA arrivano le note dolenti) che sei superiore ad una certa epoca passata, allora devi anche astenerti dal giudizio morale; o quanto meno riuscire a tenere separato il momento del giudizio da quello della comprensione. Non dovrebbe importarmi più di tanto dare di razzista ad Hegel, dovrebbe importarmi comprendere come il razzismo di Hegel sia venuto in essere, come quell’epoca storica avesse sviluppato quel fenomeno. In ogni caso, mai e poi mai si può condannare un uomo del passato senza tener conto di come e dove è cresciuto; sarebbe risibile come fare il processo ad una marionetta: se proprio proprio, guardiamo al manovratore.

E infatti qui si arriva alla deriva più temuta: condannare un uomo senza tener conto del contesto storico che l’ha prodotto è stupido quanto processare una marionetta. Ma si può pensare, certo, di condannare il marionettista… ovvero un’intera epoca storica.

Questo è fattibile. Non ha senso che degli americani di oggi si imbarazzino e si sentano coinvolti quando qualcuno gli rivela che fra i loro antenati c’erano degli schiavisti. E lo fanno, perché gli americani hanno una cultura fortemente antistorica e non riescono a guardare al proprio passato con lo sguardo neutro di chi comprende: devono per forza giudicare.

Però ha senso dire che quell’epoca “è stata brutta” in senso morale. Diciamo che il XIX secolo è stata ‘un’epoca brutta’, perché c’era lo schiavismo, il colonialismo eccetera. Questo è senz’altro meno demenziale che prendere un singolo individuo nato e cresciuto nel XIX secolo e dire che era ‘razzista’. Parlare di un’epoca razzista ha più senso: erano tutti razzisti, e dunque tutti persone di merda.

E tuttavia le conseguenze filosofiche di questo approccio sono allarmanti a dir poco, perché un’epoca non ha inizio o fine, e tutte le epoche sono collegate fra di loro, in tal modo che se ne condanni una sarai costretto a condannarle tutte. Se condanni l’800 devi condannare anche il ‘600, ma ovviamente se condanni tutto il ‘600 o tutto l’800 devi condannare anche tutto il sistema di scambi commerciali le navigazioni, le scoperte, le spedizioni per mappare zone del globo inesplorate, la creazione di nuovi canali di comunicazione, nuove tecnologie, nuovi modi di alimentarsi. E dovrai andare anche più indietro, dovrai condannare la scoperta dell’America… e la corona Spagnola, ma anche quella Inglese…. spoiler: questa catena non avrà mai fine. Tutto il nostro mondo si trasformerà ai nostri occhi in ‘un’unica massa dannata’, come diceva Sant’Agostino. Niente di buono è mai stato fatto, perfino lo stesso ideale del progresso sarà falsificato, perché il progresso è un accadimento storico che deve tenere memoria dei passaggi che lo costituiscono, e qui sono tutti rinnegati come ‘errori’.

La Storia sarà allora diventata soltanto un lunghissimo elenco di mostruosità ed errori, una cosa da cancellare e dimenticare il prima possibile, o quanto meno da passare periodicamente in lavanderia per smacchiarla.

Ma questo significa che la Storia come disciplina non avrà più ragion di esistere. Che ciò non preoccupi nessuno è fattore preoccupante in sé.

Ossequi.





Gualtiero Cannarsi e il letteralismo biblico

14 05 2020

 

Che strana accoppiata nel titolo, eh? Che cosa c’entra Gualtiero Cannarsi, colpevole solo di essere il peggior traduttore (adattatore? Boh) di tutta la storia dell’umanità, con quella corrente del protestantesimo che predica il libero esame del testo biblico, ma solo interpretato in maniera letterale?

Gualtiero Cannarsi - Wikipedia

la tua sensualità non ti proteggerà dalle mie critiche!

Per cominciare, hanno in comune che entrambi si fanno portatori della filosofia del linguaggio più scadente che sia possibile concepire. Entrambi ti forzano addosso questa loro filosofia del linguaggio con tutti gli strumenti che possiedono, facendo in modo che sia difficile o impossibile ignorarli. Entrambi sono convinti che la loro via sia quella giusta, così tanto che se a te non piace sei in torto tu, e comunque t’attacchi al cazzo. Entrambi sono simpatici quanto una medusa nei boxer. Ed entrambi sembra che ci toccherà sorbirceli ancora a lungo. Ma soprattutto: nessuno dei due si rende conto di star adottando una specifica, e piuttosto ardita, filosofia del linguaggio, e di startela forzando addosso: entrambi dicono “io non c’entro niente, è il testo che dice questo, sono gli altri che lo travisano…”.

Ma stiamo su Cannarsi, per il momento. Come lavora, esattamente, Cannarsi? Mi direte tutti: “col culo”, e io dirò, sì, certo, lavora male. Dal punto di vista dell’etica professionale siamo sul livello del chirurgo pazzo di Human Centipede. Ma intendo, che principi ispirano il suo lavoro?

Secondo me ci sono due citazioni che ci fanno capire come (s)ragiona Cannarsi.

La prima è quando giustificò l’incomprensibilità delle sue traduzioni con “è pur sempre una lingua straniera” (perdonatemi, non riesco a trovare la fonte, ma mi rimase impresso).

What's your “Low-code face”? - Dominique Fish - Medium

Ehm… No! Il Giapponese è una lingua straniera. La traduzione in Italiano non è più una lingua straniera, è lingua Italiana. E tu sei pagato per tradurre in Italiano, e quindi devi scrivere un bell’Italiano. Se avevo voglia di spremermi le meningi per decifrare un idioma incomprensibile facevo un corso di Giapponese. Invece pago te perché tu traduca. È il tuo lavoro. Pare un pasticcere che, dopo avergli ordinato una meringata alle fragole, ti porti a tavola dei bianchi d’uovo, dello zucchero e delle fragole e ti dica “eh, mica è un piatto facile da fare, ci vuole un po’ di sforzo”… Non fosse che tu sei pagato esattamente per evitarmi lo sforzo.

Ma il passaggio seguente è molto più illuminante:

«[…] credo che la sensazione che i miei adattamenti siano “riconoscibili” derivi dal fatto che spesso altri adattamenti cinetelevisivi di opere straniere sono banalmente “italianizzati”, e non mostrano quindi la loro prima, comune radice culturale di provenienza. […] questa riconoscibilità non è dovuta a un mio stile personale che sovrappongo alle opere altrui e straniere, no, tutto il contrario».

Wow. È così tanto sbagliata questa cosa. Non si sa dove iniziare. E allora, inizierò da lontanissimo. Dagli anni duemila, in cui un giovane Alberto, appena affacciatosi ad internet, frequentava un gruppo di amici in MySpace coi quali intavolava dibattiti, principalmente sul tema della religione.

In quel gruppo vi erano tre fazioni in costante battibecco: atei, integralisti cattolici, e i peggiori di tutti, gli integralisti evangelici. Questi ultimi fornivano un campionario di stupidate che a ripensarci ancora mi viene da tirarmi via i capelli… Comunque, questi ultimi erano letteralisti biblici, ovvero convinti letteralmente dell’infallibilità della Bibbia. Quello che c’è scritto nella Bibbia era tutto vero, punto, e alla lettera. Tutto. Sì, anche le cose palesemente non vere. Per loro non c’era nulla di interpretato, figurativo, allegorico… nono, tutto esattamente com’è scritto. Dice che le cavallette hanno quattro zampe? Sì, hanno quattro zampe. Dice che il mondo ha seimila anni? Ita est.

Il problema, però, è che se vi andate a leggere qualsiasi traduzione della Bibbia, vi troverete cose ovviamente non vere. Come conciliare questo con l’infallibilità?

E qui ci viene in soccorso il professor Valla, noto al web come “il professor Testoh” perché nei suoi video spiegava che nessun errore della Bibbia era in realtà un errore, e lo faceva richiamandosi continuamente al TESTO originale e giustificando gli errori come semplici problemi di traduzione.

Questo trucchetto non funzionava sempre, perché alcune cose che la Bibbia dice o che se ne ricavano, tipo l’età della Terra, o alcuni resoconti storici, sono completamente campati in aria e non si possono giustificare con giochetti filologici. Ma in certi casi in un certo senso la cosa funzionava… In un certo senso. Per esempio: una volta io feci notare che la Bibbia chiama le lepri “ruminanti”, ma le lepri non sono ruminanti. Una delle mie conoscenze evangeliche mi sfidò letteralmente a porre questo problema direttamente a Valla. Non mi conosceva abbastanza e aveva evidentemente scambiato il fatto che io sia un po’ timido e sulle mie con un timore del confronto. Ma se mi sfidi non mi tiro indietro… e allora ho scritto la cosa a Valla. E indovinate: niente paura, aveva la soluzione! Il termine originale, credo ebraico, per “ruminare” voleva dire semplicemente “riportare su” il cibo; e le lepri effettivamente rimangiano le proprie feci per digerirle di nuovo, quindi “riportano su” il cibo.

Meraviglioso. Ok, non c’è dubbio: il redattore del testo sicuramente intendeva quello, e non che le lepri fossero mucche. Un punto per il professor Testo, qua: il TESTO originale non commetteva un errore così grossolano.

Ma c’è un piccino piccino sebbene cruciale dettaglino: il testo originale è scritto in ebraico antico. Non c’è tutta ‘sta gente in giro che sappia l’ebraico. Quindi il professore ritiene che il TESTO sia perfetto, e ammettiamolo pure… ma praticamente nessuno può avere accesso a quella perfezione, perché nessuno lo capisce, quel testo. A noi poveracci plebei che non abbiamo dedicato la vita a studiare Ebraico, Greco ed Aramaico, la perfezione del testo è irrimediabilmente preclusa. Siamo costretti ad affidarci alle traduzioni, e le traduzioni, a occhio e croce, possono arrivare perfino a confondere le lepri con le mucche.

Questo è un problema ovvio: la Bibbia contiene un messaggio che deve appartenere a tutti. Eppure, mi si dice qui, appartiene invece solo ad una ristrettissima minoranza che capisce di lingue antiche. Gli altri? S’attaccano al cazzo.

Certo, si potrebbe sostenere che la verità della Bibbia non sia letterale, e allora questo problema non esiste più. Se non è letterale, allora non ci frega niente se son lepri o conigli o mucche, si mangiano la cacca o le unghie o le lumache à la bourguignonne, perché non è quello il punto. Ma se è letterale, allora la traduzione diventa un problema, un problema grave. Perché la traduzione interpone un filtro fra me e il testo, e quel filtro, dice il professor Valla, è un filtro che deteriora, che inquina, che corrompe, che ci nasconde l’aurea perfezione dell’originale. Il testo originale è perfetto, la traduzione invece è inaffidabile.

La venerazione dei letteralisti per il testo originale presuppone che vi sia in esso un ineffabile qualcosa, che sta nella sequenza stessa dei grafemi e dei fonemi, e che va al di là della nozione di significato. Il testo vive di vita proprio, non è un semplice schema di senso. C’è qualcos’altro.

Ora, ci sono due approcci filosofici sensati e coerenti ad un testo sacro:

Il primo è quello non-letteralista, che allora dirà che il punto non è tanto quello che c’è scritto alla lettera, con che parole esatte è scritto, in che ordine sono messe le parole; quanto il modo in cui esso in ogni epoca, in ogni luogo, in ogni contesto culturale riesce a parlare con le persone, ad interfacciarsi con loro. Costoro cercheranno di tradurre il testo nel modo migliore possibile cercando di renderlo decrittabile dalla lingua/cultura di arrivo, e senza fissarsi troppo su lepri e mucche e quanta cacca mangino a colazione.

Il secondo è quello letteralista stretto, usato dai musulmani. Il testo è perfetto è puro nella sua lingua originale, vi è in esso qualcosa, nella sua composizione specifica, nella sua sonorità, che è quasi magico. Se è così, non si può tradurlo, non si deve tradurlo. I musulmani, come i letteralisti biblici, credono nella perfezione del Corano, ma sono più coerenti e lo ritengono dunque anche intraducibile: esso è stato dettato da Dio in quel modo, con quelle parole, messe in quell’ordine, con quella sintassi; non puoi tradurlo, lo stai già “sporcando” nel tradurlo. Discutibile, ma almeno questi non fanno danni.

Questi sono i due approcci sensati, ho detto. Ma poi ci sono quelli non sensati, per esempio quello dei letteralisti cristiani: dire che il testo originale è perfetto e infallibile, eppure noi dobbiamo accontentarci lo stesso di una traduzione e far finta che sia infallibile pure quella, nonostante chiaramente non lo sia. Io non lo conosco l’Ebraico, dunque mi si chiede di aver fede non tanto nella Bibbia, che è perfetta, ma nella traduzione di Valla. Be’, magari posso credere nella Bibbia ma non voler affidare la mia vita a Valla, eh?

Non penso sia un problema tornare a Cannarsi, ora, vero? La connessione mi pare chiara: Cannarsi è chiaramente un letteralista cristiano applicato agli anime (sono orgoglioso di essere riuscito a mettere tanto disagggio in una sola frase). Egli è religiosamente convinto che nella lingua Giapponese vi sia di più che uno schema di significato, un rimando delle parole alle cose e delle parole ad altre parole. Nel testo giapponese vi è, sembra credere, il Giappone stesso. L’anime è giapponese, e tradurlo in Italiano è già di suo una porcheria, una cosa zozza, vergognosa, sacrilega. “Italianizzare”… BLEAH! CACCHI CACCHIIII SCHIFOOO!

Il primo problema in ciò è che, esattamente come Valla, ha torto proprio nel suo approccio. Nel senso, ogni lingua è espressione di una cultura, per cui l’atto della traduzione naturalmente altera, come dice il poeta vate, “la loro prima, comune radice culturale di provenienza”. Ma qualsiasi testo deve passare attraverso un passo intermedio interpretativo; l’atto stesso del leggere è un atto interpretativo. Se io imparassi il Giapponese, così da poter finalmente essere iniziato alla sapienza segreta degli anime dello Studio Ghibli, non sarei mica per questo diventato giapponese: sarei comunque solo un italiano che ha imparato il Giapponese, come Cannarsi; e come Cannarsi anche io, leggendo il testo originale, andrei a sovrapporre ad esso le mie categorie culturali ed anche personali, che sono quelle di un italiano. E d’altro canto, non sono forse questo, gli adattamenti di Cannarsi, ovvero una lingua inventata da Cannarsi? Quello non è una resa fedele del Giapponese, ovvero “il modo in cui suona il Giapponese ad un giapponese”, ma semplicemente “il modo in cui suona il Giapponese ad un italiano”: strambo, alieno, contorto, a tratti semplicemente sbagliato. A meno di pensare che il Giapponese sia una lingua innatamente aliena, stramba, contorta e perfino sbagliata, quello che ci sta passando non è “il Giapponese”, bensì “il Giapponese come appare a Cannarsi”… ovvero come appare ad un Italiano che, ad occhio e croce, avrebbe voluto nascere giapponese, e allora cerca di imitare i giapponesi, ovviamente fallendo e sembrando ancora più provinciale.

Non sorprende che nel mondo di Valla e Cannarsi i soggetti che vengono dipinti come più mostruosi siano i traduttori. Il loro ruolo è esattamente quello di rendere un testo proveniente da un’altra cultura ed espresso in un’altra lingua decrittabile dall’italiano contemporaneo. Il lavoro del traduttore è fondamentale, perché prende un testo inaccessibile a molti e lo rende accessibile. Eppure, nel mondo di Valla e Cannarsi, i traduttori paiono una setta segreta, una cricca di criminali ed imbroglioni senza scrupoli dediti all’offuscamento della Verità e alla corruzione del testo.  Dietro traduzioni in Italiano italianizzate (ragazzi, scoop del giorno: le traduzioni in Italiano sono italianizzate; PLOT TWIST) il satanico traduttore obnubila la perfezione dell’originale. D’altro canto, se il testo è perfetto solo nell’originale, e ogni traduzione è una corruzione, bisogna tradurre il meno possibile.

Questo è un problema naturale che sorge laddove si affermi che il “testo puro” è quello perfetto cui dobbiamo riferirci: che non esiste un “testo puro”, il testo viene filtrato all’atto stesso dell’intendere. Intendere vuol dire interpretare; Valla e Cannarsi non interpretano meno degli altri, non sono semplici messaggeri investiti dal testo, dei fili conduttori vuoti: sono filtri, contenitori che danno forma al contenuto. Perché nel testo originale potrà pure essere contenuto il Giappone stesso (e non è così), ma alla fine passa sempre attraverso gli occhi e il cervello degli italiani, che lo leggeranno come lo legge un Italiano. E non può essere altrimenti, perché c’è sempre un medium fra l’intento autoriale e la ricezione del pubblico, essa non è mai “pura”.

Certo, anche i musulmani credono che il testo puro sia perfetto, ma almeno loro ci mettono in gioco il prodigioso, il magico: il Corano è perfetto perché c’è qualcosa di miracoloso in esso che lo rende perfetto solo nella sua lingua originale. Nell’atto di leggerlo, in quella esatta sequenza di suoni, come fosse una formula magica il miracolo si produce e ri-produce. Ma che miracolo si produce nel testo Giapponese di Evangelion? Non credo che sia stato dettato direttamente dal labbro di Allah per essere trasmesso inadulterato.

Ed è qui infatti che la filosofia di Cannarsi si rivela non solo sbagliata, ma anche profondamente incoerente. Perché se davvero Cannarsi ritenesse che il modo esatto in cui la lingua Giapponese compone i dialoghi conferisca ad essi qualche ineffabile proprietà, fino a contenere il Giappone stesso, allora non dovrebbe tradurre affatto. Tradurlo è già averlo inquinato. Dopotutto, tradurre dal Giapponese all’Italiano che cos’è, se non una *GASP* italianizzazione del Giapponese? Non andrebbe fatta. Perché il problema è che puoi anche pensare che tradurre il Giapponese in un Italiano comprensibile, ovvero adattare, non sia possibile, ma l’atto di produrre un adattamento presuppone quella possibilità. Se non ci credi, se pensi che adattare possa produrre soltanto quelle assurde porcate, allora non c’è ragione che tu lo faccia. Speriamo davvero che Gualtiero si renda conto di quanto sacrilego è l’atto che sta compiendo cercando di rendere il Giapponese in Italiano, e decida di fare qualcos’altro nella vita, e si intende, letteralmente qualunque altra cosa (lo vedrei bene a tradurre Bibbie, nessuno ci capirebbe più un cazzo e sarebbe la fine dell’integralismo religioso in Italia).

Ma purtroppo qui c’è un problema ulteriore, e cioè che Cannarsi, come i letteralisti, non sembra rendersi conto di cosa sta facendo, e il suo modo di presentare con nonchalance il suo operato, come se fosse un approccio naturale all’adattamento di opere straniere, rivela un’insipienza filosofica da far rivoltare Eco nella tomba. Cannarsi è un credente, convinto che esista un “testo puro”, un inadulterato qualcosa nascosto fra gli ideogrammi. E lui, lui ha avuto accesso a quel segreto qualcosa. Lui solo è stato illuminato e deve “condurlo” a te… Peraltro non si sa perché proprio lui dovrebbe essere l’illuminato, visto che non è neanche giapponese. Il filtro che egli pone fra gli utenti e l’originale è pesantissimo (e perciò riconoscibile), ma lui non lo vede; non capisce che egli non è affatto invisibile, che nessun traduttore è invisibile e che lui lo è meno ancora. Cannarsi si vede perché ci si è messo tutto, lì dentro, in modo quasi impudico, perché nelle sue traduzione si mette completamente a nudo. Non si rende conto che il suo tentativo di essere invisibile in realtà non fa altro che sottolineare maniacalmente, ossessivamente il suo modo di essere e di pensare. Come sono le sue traduzioni? Ossessive. Puntigliose. Elitiste. Ampollose. Ottuse. Si credono raffinate ed intellettuali quando sono solo ridicole. E le sue traduzioni sono le sue e ci parlano di lui, come le mie traduzioni sono le mie e parlano di me, come le traduzioni di chiunque sono le sue traduzioni e parlano di lui/lei. Ma dalle mie traduzioni, ve lo assicuro, capireste molto di meno su di me, di quanto quelle di Cannarsi ci raccontano di lui.

La mia tesi è che Cannarsi tutto ciò non lo capisca, e che quindi sia in difetto di acume, e non di buona fede. Beninteso, potrebbero mancargli entrambi, o solo la buona fede. È senz’altro possibile che lui in realtà sappia benissimo cosa sta facendo, ovvero che sappia benissimo che le sue traduzioni sono pagliaccesche e impossibili da fruire, ma che lui le usi lo stesso proprio perché vuol portare avanti un punto filosofico: che le lingue siano intraducibili (forse tutte, forse solo il Giapponese perché è quello che piace a lui), e che tradurle sia peccaminoso. E allora crea delle traduzioni volontariamente inutilizzabili per portare avanti questa teoria.

Ciò farebbe di lui un Marcel Duchamp che fa i baffi alla Gioconda, un ardito artista dada che profana l’arte per fare altra arte (sia pur con la differenza che Duchamp non ha davvero rovinato la Gioconda, mentre Cannarsi rovina davvero le opere che adatta).

Sarà forse, Cannarsi, un simile genio?

Ascolto un rigo di dialogo tradotto da lui.

“Papà, che stanotte si va a prendere in prestito era promesso, eh!”

No. Decisamente no.

 

 

Ossequi.





Trans-età?

5 05 2019

Provocazione bipartisan: se è possibile essere transessuali, è possibile essere trans-età? Cioè, è possibile chiedere e ottenere di cambiare l’età che c’è sui documenti, riallineandola a dati differenti rispetto alla semplice data di nascita?
Un tema del genere suona come una reductio ad absurdum contro le istanze della comunità trans, e dunque può essere fastidioso affrontarlo in quell’area. D’altro canto, proporre una cosa del genere in tutta serietà è sicuramente in grado di triggerare, invece, i conservatori. Forse che riusciamo nell’impresa di scontentarli tutti? Senz’altro si può tentare.

In realtà questo discorso potrebbe invece essere un ottimo esercizio di riconciliazione, utile a capire i punti di vista dell’una e dell’altra parte sul tema. E, sì, c’è bisogno di “riconciliazione”; non nel senso di riappacificazione o di compromesso, beninteso, ma di comprensione reciproca: è importante capire il punto di vista degli altri anche laddove non concordiamo con esso, e perfino quando lo riteniamo illegittimo.
Dunque, andiamo avanti con la provocazione e riflettiamoci un secondo: che cos’è l'”età”?
Strettamente definita, è la differenza fra la data di oggi, generalmente arrotondata all’anno, e la nostra data di nascita.
Se la definiamo così strettamente, e attenzione, è del tutto sensato definirla così strettamente (dopotutto, questa è una cosa che i conservatori tendono a non recepire, le definizioni sono solo una convenzione e sono la cosa più semplice da modificare se uno vuole), è del tutto impossibile sostenere che qualcuno possa chiedere di farsene assegnare una differente da quella vera, perché è un semplice dato di fatto.
Ma, come accennavo, non siamo costretti a definirla così strettamente, anche se sembra proprio un percorso obbligato farlo. Quando infatti pensiamo a che cos’è l’età nella nostra vita di tutti i giorni, come ci contraddistingue, in che forme ci identifica e concretamente influisce sulla nostra vita, la data di nascita in sé non dice molto. Voi forse sapete quanti anni ho? E diciamolo: vi serve tanto, saperlo?
Di certo usiamo l’età per dedurre tante cose di una persona… Ma la maggior parte di esse non sono affatto legate all’età nel senso oggettivo di -differenza di date-. La usiamo piuttosto per dedurre altre cose. Per esempio, sulla base dell’età cerchiamo di dedurre lo stato di salute di una persona, la sua maturità intellettuale, la sua maturità emotiva, la sua esperienza di vita, e in mancanza di riscontri fisici anche la sua avvenenza fisica.
Il legame fra tutte queste cose e l’età esiste, ma non è affatto così stretto. Abbiamo cinquantenni idioti, che non hanno mai letto un libro in vita propria e magari sono ubriaconi perenni, e diciottenni colti, responsabili, idealmente pronti a mettere su famiglia. Così come settantenni che hanno ancora almeno una quindicina d’anni davanti a sé e trentenni obesi patologici che potrebbero averne di meno.
Certo, ci sono dei limiti a tutto ciò. Una bambina di nove anni non può essere fertile e matura per un matrimonio. Una novantenne non può avviare un mutuo ventennale o partorire un figlio (al netto di Guinness dei primati). Non stiamo dicendo, dunque, che il tempo trascorso su questa terra, dato oggettivo, sia privo di influenza. Come ovviamente non lo è il sesso biologico di un individuo; una donna trans può fare la vaginoplastica e può crescerle il seno, ma partorire non può di sicuro. Quello specifico dato biologico influisce sulle nostre vite in maniera inevitabile, non può essere cancellato, e in realtà generalmente nessuno vuole cancellarlo. Quello che sto dicendo è, però, che l’età non influisce così tanto, di per sé. Più spesso è un proxy attraverso il quale cerchiamo di indovinare, spesso fallendo, informazioni veramente rilevanti sull’altro.

Ora prendiamo un individuo che magari ha sessant’anni, ma ha sempre praticato sport e condotto una vita molto sana ed è stato baciato dalla genetica, per cui di fatto è come se ne avesse una quindicina di meno ed ha anche un’aspettativa di vita sopra la media. Sarebbe davvero così insensato se volesse essere trattato come un quarantacinquenne? E mettiamo che un trentacinquenne appena entrato, piuttosto tardivamente, nel mercato del lavoro, debba questo “ritardo” a problemi oggettivi, come disturbi seri di salute o roba simile, ma di fatto abbia tutta la tempra e la voglia di fare uno con dieci anni di meno. Sarebbe assurda da parte sua la richiesta di essere trattato come un venticinquenne?
La risposta ovviamente è no. Sono richieste sensate. Così sensate che il più delle volte è naturale accontentarli, in questi casi, e possiamo perfino scordarci quale sia la loro data di nascita. Sui siti d’incontri a cui sono iscritto io mi tolgo sempre due o tre anni, posso permettermelo e dirò la verità: non mi sento particolarmente bugiardo o truffaldino nel farlo; potrei benissimo avere tre anni di meno a guardarmi… ma magari anche di più, eh. Sono un trans-età!

Se seguiamo il ragionamento in tutta onestà intellettuale, dobbiamo riconoscere che l’età “vera”, ovvero la data di nascita, tutta questa importanza non ce l’ha nella vita di tutti i giorni e spesso noi stessi ci comportiamo tutti come dei trans-età, volendo essere visti e trattati sulla base dell’età che ci sentiamo e mostriamo, piuttosto che sulla base di un numerino del cazzo che sta sulla carta d’identità; non solo, spesso facciamo anche operazioni chirurgiche e trattamenti farmacologici per adattare il nostro corpo all’età che sentiamo di meritare.
Essere “trans-età” è possibile e sensato esattamente quanto lo è essere transessuali. La differenza è solo che nessuno sarebbe disposto a cambiarti l’età sulla carta d’identità… e che comunque l’età cambia negli anni, mentre l’identità di genere no, per cui nessuno solleva un problema sociale di trans-ageismo.
Non voglio certo sollevarlo io, in effetti; quello che voglio dire è semplicemente che, come richiesta, quella di farsi dare dalla società un’altra età rispetto a quella che si ha, non è così assurda e insensata come potrebbe sembrare.

Dall’altra parte, però… e qui si richiede uno sforzo di comprensione da parte dei progressisti… che suoni insensata è perfettamente normale. In effetti suona insensata quasi a chiunque. “Ma come, ma che cazzata è, l’età è un dato oggettuale, non possiamo giocarci così!”
E se abbiamo seguito bene il discorso sinora sappiamo bene che il punto non è l’oggettività dell’età come dato, quanto il fatto che sotto quel numerino vengono riassunti tutta una serie di tratti identitari che travalicano il numerino stesso. Sulla base di quel numerino la gente presumerà come mi vesto, cosa mi piace fare nella vita, quanto e come camperò, le mie priorità nella vita. Io non potrei mai volere che gli altri mi riconoscano una data di nascita diversa, perché quella è la data; ma potrei volere che gli altri non mi imprigionino in quel numero permettendogli di determinare interamente la mia immagine di me. Come i transessuali distinguono fra il sesso biologico, immutabile, e l’identità di genere, più flessibile, potremmo tranquillamente distinguere un’età temporale, oggettiva, e una serie di età definite diversamente, come l’età ossea o l’età mentale… concetti che peraltro già usiamo correntemente.

Tuttavia è necessario capire che vi sarebbero resistenze a questo tipo di mutamento, e sono resistenze comprensibili. Come dicevo prima, l’età che effettivamente ho non dice chi sono… ma comunque non può non condizionare vari aspetti della mia vita. E siamo abituati a parlare di età pensando al dato oggettivo, la differenza fra due date. Se da un giorno all’altro inizio a parlare di “età” cambiando il riferimento e pretendendo di scindere il dato oggettuale da tutti gli altri aspetti di cui parlavo… ragazzi, gli altri non ci si possono abituare subito, non è una pretesa razionale che lo facciano. Specialmente se si considera che le nuove categorie non vanno a prendere dei “posti vacanti”, bensì occupano posizioni già prese nel linguaggio: anche l’età ossea e quella mentale si misureranno in anni, anche se in effetti non sono veri “anni” quelli che misurano, ed è quindi abbastanza ovvio che chi è abituato a pensare in termini degli anni che effettivamente ho in termini di date percepisca l’introduzione di nuove categorie come un tentativo di rimpiazzare quelle vecchie.
Insomma, magari a me interessa, per le mie ragioni, sapere esattamente quand’è nato l’altro, e non qual è la sua età ossea o mentale. E mi trovo invece a dovermela giostrare fra tutta una serie di enumerazioni che mi interessano di meno.

Il problema della distinzione fra identità di genere e sesso biologico, al netto della transfobia e della malizia di chi non vuole proprio capire, è solo uno: che i termini “uomo” e “donna” non sono tabula rasa, sono stati usati per millenni in riferimento biunivoco al sesso biologico. Usarli ora in maniera distinta da esso, per parlare di una cosa che invece è distinta da esso, genera resistenze e problematiche.
… Ed è davvero così distinta? Anche quello è argomento di discussione; la transessualità spesso porta a voler assumere tratti somatici che sono tipici di un certo sesso (non “genere”, ma “sesso”). Dunque la ridefinizione dei termini va effettivamente ad occupare uno spot già preso e occupato militarmente con quindici carriarmatini, e la richiesta da parte di chi c’era prima di non esserne scalzato ha un senso. Che non significa che vada accolta, ma ha un senso, si può capire abbastanza da dove viene e che funzioni ha.

Per brutto che possa sembrare dirlo, io credo che la ragione principale per cui le preoccupazioni dei conservatori sono fuori luogo sia la marginalità numerica del transessualismo. Per dire, la classica obiezione omofobica che “se tutta l’umanità fosse gay ci estingueremmo” non ha senso, fra le altre cose, perché i gay se lo desiderano possono anche avere figli, ma principalmente perché i gay sono più o meno il 5% della popolazione e non è mica vero che crescano fino ad invadere il mondo: son sempre quelli. Anche se fossimo tutti preti ci estingueremmo, ma il punto è che non siamo chiamati ad essere tutti preti.

La preoccupazione specifica dei conservatori, quella di vedersi “scippate” le categorie del sesso biologico vedendole sostituite con quelle dell’identità di genere, si esprime nel termine molto offensivo che usano per definire le donne trans: “traps”, trappole, persone che ti traggono in inganno “fingendosi” donne quando invece sono “uomini”. Hanno insomma il terrore di vedersi sostituite le donne biologiche da donne trans. Paradossalmente non è una paura del tutto insensata, in via astratta. Si intende: io uomo etero posso non avere nulla contro le donne trans ma non avere voglia di iniziare rapporti con loro per questa o quella ragione; magari per motivi del tutto sensati come il desiderio di avere figli biologici con la partner. Mi sentirò dunque più a mio agio sapendo che posso approcciare qualunque donna nel locale con la ragionevole certezza che corrisponda a quella mia aspettativa. Messa così è abbastanza ragionevole, no?

Ma i transessuali sono tipo uno su diecimila persone. Quindi sì, se una donna transessuale si “confonde” con una donna biologica non mette a rischio la tua sicurezza che in quel locale quella che ti piace possa anche partorire. Non più di quanto la metta al rischio il fatto che potrebbe essere semplicemente sterile. Certo se fossero il 50% della popolazione, ecco, lì il problema si potrebbe porre legittimamente. Quella dei conservatori è una preoccupazione che potrebbe essere compresa e contestualizzata e neutralizzata, ma che più spesso viene ingigantita e prende la forma della fobia, con tutta l’aggressività e l’irrazionalità che ne consegue. Ed ecco dunque che si immaginano un futuro prossimo in cui non esistono più donne biologiche e loro non possono più avere figli e sono costretti ad accoppiarsi per forza con “donne col pisello”…

Pensare a queste cose solleva riflessioni molto interessanti, per esempio il paradosso apparente per cui una certa situazione può essere normalizzata solo in virtù della propria marginalità ed eccezionalità. Omosessualità e transessualità sono normali e sane perché sono marginali, numericamente. Se non fossero marginali non sarebbero sane, o quanto meno, dovrebbero essere ripensate e integrate in modo diverso nel tessuto sociale. A pensarci, ciò non è così strano: abbiamo tutti bisogno di chirurghi e di operai e di manager, ma se fossero tutti chirurghi chi costruirebbe i palazzi, se fossimo tutti operai chi farebbe il manager, se fossero tutti manager chi aprirebbe la pancia alla gente?

C’è un elemento di irriducibile diversità nell’essere LGBT. Questo va accettato e secondo me si digerisce facilmente. Ora si tratta di capire cosa farne.

 

Ossequi.





La scienza di Destra

29 12 2018
Ho notato che è molto comune oggi, presso gli ambienti alt-right, la tecnica di vendersi come alfieri della ragione e della scienza VS la sinistra irrazionale ed emotiva.
 
Da un lato si tratta di un’innovazione comunicativa radicale; s’intende, tutti gli ideologi cercano di tirare la scienza dalla propria parte, perché la scienza è “roba forte”, la vuoi avere nel tuo angolo… ma tipicamente la Destra non se la mette sulla bandiera, perché quello è il posto riservato per tradizione e passione, che vinceranno sempre sulla scienza.
E in effetti per la Destra è ancora così, tradizione e passione vincono su scienza. Ma allora come e perché mettono la scienza sulla bandiera?
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Premettiamo necessariamente che la scienza non è mai né di destra né di sinistra, perché aderire ad un’ideologia richiederebbe che la scienza si adegui ad essa, mentre è sempre il contrario che deve accadere: l’ideologia deve adeguarsi alla scienza. Ma, a parte quest’ovvietà, diciamo che la scienza ha sempre avuto una certa attrattiva per la Destra, perché essa è un metodo per ordinare il mondo in schemi mentali. La Destra adora gli schemi mentali, e dunque adora la scienza… almeno nella misura in cui le offre una sponda per calare sul reale degli schemi-gabbia rigidi in cui imprigionarla.
Caso di studio le Sentinelle in Piedi, che si presentavano come alfieri del dato di fatto scientifico: esistono uomo e donna e i bambini nascono da uomo e donna. Allora prendiamo questo schema binario uomo-donna e caliamolo su tutto l’esistente, utilizzandolo come pretesto per stuprare la realtà stessa: si usa dunque il binarismo biologico come trucco retorico per negare la molteplicità del comportamento sessuale umano e non solo. Ci sono due sessi biologici… Ok, possiamo prendere il dato biologico in questione e soppesarlo nell’insieme delle nostre valutazioni insieme a tutti gli altri dati biologici: l’esistenza dei comportamenti omosessuali, la natura socialmente costruita dei ruoli di genere, l’esistenza della disforia di genere… Il punto è che da Destra tutti questi altri dati biologici, altrettanto solidi, vengono completamente disconosciuti. Ma sono dati, nel senso, non si apre neanche discussione su questi punti, sono puro fatto, come il becco dei pinguini o la forma della luna.
 
Il punto è che il pensiero scientifico crea sì degli schemi per inquadrare il mondo, ma questi schemi devono calzare al mondo al modo stesso in cui un abito su misura deve calzare al committente: stretto abbastanza da non cadergli di dosso, ma anche comodo abbastanza da farlo respirare e da non irritargli la pelle. Una scienza che si rifiutasse di categorizzare la realtà sarebbe inutile… ma una scienza che voglia per forza far stare la realtà in categorie decise a priori è anche peggio che inutile: è dannosa. E non è vera scienza.
La Destra è sedotta da questi abiti stretti, e non so quanto in buonafede e quanto in malafede, pensa di vendersi come scientifica perché anche la Destra, come la scienza, cala schemi sulle cose. Ma non è quello il punto della scienza, non è che basti osservare le cose, inventarsi uno schema rigidissimo che ci pare calzi loro, e poi costringere a viva forza la Natura ad indossarlo, non funziona così. C’è sempre l’altro lato da considerare: la scienza deve descrivere il reale e adeguarsi al reale, e la molteplicità infinita del reale è sfuggente rispetto ai nostri schemi mentali, per quanto raffinati.
Per di più, raramente gli schemi mentali della Destra sono raffinati. La punta di diamante della strategia retorica qui è in effetti l’utilizzo di schemi rigidissimi e semplicissimi. Da un lato gli schemi semplificati fanno parte della scienza; si pensi ad esempio ai gas perfetti o all’approssimazione gaussiana… ma in genere questi modelli semplificati rappresentano un punto di partenza su cui aggiungere strati ulteriori di complessità, e raramente sono efficaci nel descrivere la realtà così com’è. In ogni caso, quando non lo sono vanno sostituiti con schemi più raffinati; non esiste invece che la realtà venga piegata per entrare a forza in questi schemi.
 
Ovviamente, chi ha inclinazioni più o meno marcatamente destrorse sentirà spesso la seduzione degli schemi forti da calare sulle cose. Mi ci metto pure io dentro, e potremmo fare molti altri esempi a riguardo; me ne vengono in mente almeno tre, presi fra piccole celebrità del web: Uriel Fanelli, per esempio, o Albanesi, o Butta, che commentai qui piuttosto impietosamente (ragazzi, ma sarà mica una cosa da ingegneri…? Comunque se non li conoscete, fa niente, secondo me non è nulla di imperdibile). Il tratto comune che rende seducente per alcuni (fra cui anche per il sottoscritto) la retorica di questi blogger, e che la rende ad altri allo stesso modo repellente, è la forte impressione di rigore che trasmettono nel momento in cui calano i propri schemi sul reale. La seduzione deriva dal fatto che quegli schemi sono così rigidi ed eleganti ed ordinati… Peccato per quel piccolo difetto che spesso hanno di essere inadeguati o del tutto campati in aria, al punto di costituire ogni tanto delle involontarie parodie della realtà che vorrebbero descrivere.
Gli sfoghi dell’uno sui Napoletani possono racchiudere qualche elemento di riflessione interessante sui problemi del meridione, ma in ultima analisi sono un becero luogo comune razzista che pretenderebbe di sussumere un milione di napoletani sotto un unico tipo umano. Quell’altro può sembrare tanto intelligente nel momento in cui ti disseziona una frase estratta da un dibattito TV secondo i criteri della logica matematica; ma un approccio del genere diventa ridicolo, e più banalmente sbagliato, se ti richiede di far finta che non esista nel linguaggio una dimensione metaforica, iperbolica, associativa, evocativa e via dicendo che quel metodo lì, in quella forma iper-semplificata, manca in toto. Per non parlare poi di chi improvvisa calcoli su quanti musulmani ci saranno in Italia fra dieci anni senza ritenere di consultarsi dieci minuti con un demografo che queste cose le studia per vivere, e che magari può fargli notare numeri alla mano qualche erroruccio.
 
Schemi, appunto, attraenti nella misura in cui sono reminiscenti del linguaggio della scienza, e ne evocano tutta la potenza veritativa… Ma che di fatto vanno in briciole nel momento in cui ti ricordi che ci sarebbe anche, nel metodo scientifico, quel dettaglio di confrontarsi con la complessità del reale, rispetto alla quale certi schemi risultano non solo inadeguati, ma al livello del ridicolo involontario.
 
Per un esempio più su larga scala, usando questa tecnica di creare schemi-gabbia semplici e seducenti e presentandoli come “scientifici”, viene condotto da anni in USA un attacco spietato contro l’intera disciplina degli studi di genere, e trattasi del fenomeno che ha originato poi per esportazione la teoria del complotto del gender (quindi un problema non trascurabile).
Fermo restando che molte teorie sociologiche sul genere sono opinabili e alcune possiamo tranquillamente classificarle come puttanate, gli studi di genere restano comunque una materia di studio del tutto valida, che ovviamente si pone su un piano d esattezza diverso rispetto a discipline come biologia e fisica e più sul livello di studi storici e sociologici, ma non per questo è un mucchio di cazzate, come non sono cazzate la storia e la sociologia. A volte la complessità della materia di studio è tale che non si presta a iper-semplificazioni… Anzi, quasi mai la realtà si presta a iper-semplificazioni. L’invito a rientrare per forza in schemi rigidi e semplificati laddove la materia di studio richiede complessità è di fatto un tradimento del metodo scientifico a più livelli, e il genere è una di queste realtà altamente complesse, che se devono essere approfondite richiedono che si vada un momentino oltre le donne che mettono le gonne e partoriscono bambini e i mariti che hanno il pisellino e fanno gli idraulici.
Se proprio volete farvi del male, vi offriranno tanti altri esempi di questo tipo specifico di pseudoscienza nella comunità redpill. Mi colpì in particolare, fra questi, un tale che denunciava “una visione molto serendipica e non statistica della vita” in alcune donne. Essendo io statistico di professione, qui ho fatto un sorrisetto, perché il modus cogitandi dei redpill non è statistico per nulla; la statistica si basa su approssimazioni che riassumono aspetti interessanti della realtà tenendo conto delle variazioni di misurazione tramite indici di dispersione. La metodologia dei redpill consiste piuttosto nel negare la molteplicità del reale tacciando tutto ciò che non corrisponde alla teoria di essere una deviazione irrilevante, il che statisticamente parlando è un metodo abominevole. Questo fraintendimento della statistica è la ragione per cui alcuni scherzano su di essa affermando che “la statistica è quella disciplina per cui se io mangio un pollo e tu nessuno abbiamo mangiato mezzo pollo a testa”. Ovviamente non è così, ma la statistica dei redpill è perfino peggio di così, visto che se uno dei due mangia un pollo e l’altro nessuno sostiene che le donne abbiano mangiato tre polli a testa, che i maschi bianchi eterosessuali siano affamati e stiano morendo come le mosche per via della carenza di polli, che i musulmani abbiano preso il controllo dell’intera industria del pollame e che in capo a cinque anni il mondo intero sarà una teocrazia islamica controllata da polli musulmani geneticamente modificati e dalle femministe. Nella realtà, la statistica deve trovare il modo di perdere meno informazione possibile ed è consapevole che in ogni caso sta approssimando e riassumendo, dunque si perde lo stesso qualcosa per strada. La realtà non si esaurisce in incel, cuck e chads o similari, e non si riassume l’avvenenza delle persone in una scala da 1 a 10. Cercare di ridurre la realtà ad uno schema così infantile è un cazzo senza vasello e preservativo nel culo della biologia, della sociologia e della psicologia.
Quello che si verifica in certi ambienti di estrema destra è, insomma, una sorta di volgarizzazione della scienza, dove il termine “volgarizzazione” va inteso nel senso peggiore come deformazione del pensiero scientifico in forme quasi parodistiche e perfino apertamente menzognere. Contrariamente alla pseudoscienza classica, che di solito si muove cercando di attribuirsi un’autorità simile a quella della scienza ma poi di fatto non le somiglia neanche vagamente, questo nuovo tipo di pseudoscienza è a mio avviso più pericoloso, perché invece imita attivamente il linguaggio scientifico in certi aspetti chiave. I parallelismi storici più calzanti sono quelli con il “razzismo scientifico” ottocentesco o quello dei nazisti; entrambi si basavano sulla proposta di schemi iper-semplificati che magari potevano richiamarsi anche a certi dati scientifici, ma poi di fatto li stiracchiavano e storpiavano in forme pazzesche e ridicole, facendo di entità biologiche fluide e sfumate la cui stessa esistenza è discutibile, come le “razze umane”, realtà monolitiche determinanti la totalità dell’esistenza dell’essere umano.
 
Per inciso, molti critici della scienza (“dello scientismo”, preferiscono di solito loro) che invece vengono da sinistra spesso si riferiscono proprio a questa forma di pseudoscienza come proprio target polemico e ci trascinano dentro tutto il metodo scientifico vero e proprio… salvo perdere anche loro di vista quello che è scienza e quello che non lo è. Ma questa è un’altra storia, e si dovrà raccontare un’altra volta.
 
Ossequi




Accusa del Complottismo

25 05 2018

Mi capita giusto oggi sotto gli occhi un articolo dal titolo che è tutto un programma: apologia del complotto.
Non potevo esimermi dal rispondervi, perché esprime un modus cogitandi che già altre volte ho incrociato e che necessita di vigorosa correzione.
Riassumendo tantissimo (ma vi invito a leggere), l’autore, Alessandro Lolli, risponde ad un altro articolo di Emanuele Giusti su L’Eco del Nulla. Emanuele è colpevole, secondo l’autore dell’apologia, di combattere il complottismo con troppa foga e assumendo colori politici. Sostiene Alessandro, dunque, che il debunking venga utilizzato come arma per supportare alcune parti politiche attraverso la costruzione di un simulacro di verità scientifica e la delegittimazione dell’avversario in quanto “complottista”, e dunque sciroccato. Si sorprende, infine, che il discorso anticomplottista sia particolarmente fiorente in Italia, dove effettivamente esiste evidenza storica di alcuni “complotti” reali mirati a nascondere al pubblico delle verità scomode al potere.
Come dicevo, ho già letto altre volte roba simile, tipicamente viene dalle dita di autori di estrema destra o estrema sinistra (che tanto ormai chi le distingue più) che stanno per sparare qualche gigantesca stronzata complottistica, Fusaro style, e mettono le mani avanti con una difesa d’ufficio del cospirazionismo. Tuttavia, non conoscendo l’autore non gli imputerò una simile intenzione, ma mi limiterò a spiegare perché sbaglia su quasi tutta la linea.

Ho detto quasi, quindi diciamo prima dov’è che ha ragione: è vero che a volte si adopera impropriamente il lessico del debunking e del fact-checking per affrontare questioni che non possono, per loro stessa natura, essere oggetto di rigoroso fact-checking. L’autore stesso fa un esempio validissimo in tal senso: che la riforma costituzionale del governo Renzi rischiasse deriva autoritaria è una tesi che, per com’è formulata, non si presta a fact-checking, ovvero ad una verifica rigorosa, stringente, provata punto per punto. Certo si può sicuramente argomentare punto per punto che questa tesi sia sbagliata, o che viceversa sia giusta, ma non si può risolvere la questione mettendoci sopra una pietra tombale nello spazio di un articolo di giornale. Altre tesi similmente strutturate possono essere cose tipo “occorre abbassare le tasse” o “l’immigrazione è dannosa alla società”. Possono essere vere o false, e sicuramente si possono discutere in termini rigorosi, ma non si prestano al formato del fact-checking. Questo perché, attenzione, il fact-checking e il debunking sono modalità comunicative specifiche e ben codificate in un formato. Il debunker deve prendere una notizia, un’informazione ben localizzata e individuata, e valutarne la veridicità effettiva in un breve articolo, o al massimo una serie di articoli se l’argomento è complesso. Per restare sulla riforma costituzionale, uno esempio potrebbe essere se uno avesse detto, com’è accaduto in campagna referendaria, che avrebbe permesso alla maggioranza di “eleggersi il Presidente della Repubblica da sola”; numeri alla mano, questa cosa la si poteva dimostrare falsa molto facilmente e in spazi molto ristretti. Ma il debunker non può mettersi a confutare o validare intere ideologie o worldview, ciò esula dallo scopo e dai mezzi del fact-checking, e non può essere chiamato debunking ciò che si pone obbiettivi così ambiziosi.
Ciò detto, però, ci sono varie precisazioni da fare.
La prima è la seguente: il fatto che il fact-checking non possa prendere come oggetto di confutazione o validazione intere worldview, non può essere preso a significare che il fact-checking sia neutrale rispetto a worldview e ideologia.
Si possono fare esempi molto semplici e molto illuminanti a riguardo. Per esempio, il Cristianesimo non è oggetto di debunking e fact-checking; tuttavia il creazionismo, l’Intelligent Design, la storicità dei Vangeli, le teorie riparative dell’omosessualità, i miracoli, sono oggetto di fact-checking e debunking. Va da sé che un debunker che faccia bene il suo lavoro, e dunque sbufali miracoli, creazionismo e via discorrendo, non farà un gran servigio al Cristianesimo. Ovviamente uno potrà restare cristiano anche al netto di grosse dosi di debunking di miracoli e creazionismo, ma se volessimo sostenere davvero che il debunking di creazionismo e miracoli è neutrale rispetto al Cristianesimo faremmo ridere i polli.
Il punto è questo: come già ho notato altre volte nel  mio blog, la verità non è una cosa neutrale e super partes. Tutt’altro. Oserei dire che la verità è una bomba H ideologica. Certo, può essere difficile rendersi conto di quanto la verità non sia una cosa neutrale, ma diventa più intuitivo se uno pensa al fatto che il suo opposto, ovvero la menzogna, è chiaramente non neutrale: la menzogna di solito serve uno scopo preciso ed è spesso politicizzata. Dire una menzogna è sovente un atto politico, e quanto più si politicizza la menzogna, tanto più si politicizza anche la verità. Suppongo che negli anni ’30 i “debunkers” che sostenevano che non vi fosse nessun complotto ebraico per conquistare il mondo venissero tacciati di anti-nazismo, per esempio. E probabilmente lo erano davvero, anti-nazisti, visto che la teoria del complotto pluto-giudaico era la spina dorsale del nazismo…
E qui si risponde facilmente anche alla sorpresa di Alessandro nel vedere quanto in Italia il discorso anticomplottista sia avanzato (sì, ho usato il termine “avanzato”; perché lo è ed è una cosa buona che lo sia); la risposta è delle più semplici: il primo partito del paese e principale forza di governo, il Movimento 5 Stelle, ha una potentissima componente complottista, così come il suo partner leghista. Il complottismo e le fake news in Italia sono pesantemente politicizzate, conseguentemente la battaglia contro di esse non può che finire con lo schierarsi. Non si diventa anticomplottisti perché si è schierati, al massimo si diventa schierati perché si è anticomplottisti, molto banalmente; ciò non nel senso che se sono anticomplottista automaticamente divento un fanboy di Renzi, ma è chiaro che il PD mi farà meno cagare a spruzzo del M5S perché non ha una componente cospirazionista neanche lontanamente così forte. Per questo il PD parla di combattere le fake news e il M5S subito inizia a ergersi in difesa della “libertà di parola”, con una coda di paglia lunga 830 Km; perché fake news e complottismo sono politicizzate e utilizzante prevalentemente (seppur non esclusivamente) da certe parti politiche.

D’altro canto il problema nel discorso di Lolli è più profondo del non vedere quanto il discorso veritativo sia naturalmente non-neutrale e anzi politicamente incisivo. Il problema è che non sembra comprendere l’essenza stessa del fenomeno complottista. Sembra invocare un anticomplottismo neutrale, piccolo e sostanzialmente innocuo; invoca un anticomplottismo che si dedica solo a sciroccati con copricapo di carta stagnola.
Si potrebbe fare un discorso anticomplottista piccolo, neutrale ed innocuo, se fosse piccolo neutrale ed innocuo il complottismo, ma non lo è. Lolli sembra mancare completamente la portata immensa e la perniciosità sconfinata del discorso complottista; questo perché, come altri, definisce il complottismo solo sulla base dei suoi specifici contenuti e di “impressioni” collegate a questi contenuti, invece che dei suoi metodi. Analogamente a quelli che vedono la scienza come una specie di religione, ovvero come un insieme di credenze più o meno valide, mentre invece la scienza è un metodo, Lolli vede il cospirazionismo come un container di credenze pazzesche, laddove invece è un metodo.
Il complottista, secondo Lolli, sarebbe uno che crede in una qualche cospirazione, e le cui credenze sono completamente pazzesche e ridicole. Questi due requisiti, “crede in un complotto” ed “è sciroccato”, non catturano minimamente l’essenza del discorso complottista e non ci permettono nemmeno di definirlo rigorosamente. I complotti, per esempio, ovviamente esistono; quindi non è che solo perché uno sostiene che ci sia un complotto gli si può dare di sciroccato, potrebbe avere ragione, come nota lo stesso Lolli… E infatti il complottista non è chiunque creda che esistano dei complotti, altrimenti dovremmo esserlo tutti visto che esistono. Resta l’altro requisito per definire il complottista, e cioè che la sua teoria sia evidentemente pazzesca, ma questa è solo la “impressione” di cui parlavo prima: le teorie complottiste sarebbero quelle che suonano folli: che so i rettiliani, gli Illuminati, ‘ste robe qui. O il complotto mondiale degli ebrei, che sarà stato pure ridicolo e folle ma ha dato inizio ad una guerra mondiale.
La cosa che mi fa pensare che Lolli non conosca affatto bene il complottismo è proprio quest’ultimo punto: sembra credere che le teorie cospirazionistiche siano pazzesche, chiaramente assurde, strutturalmente incredibili. Non lo sono affatto.

Cioè, chiariamoci, spesso (ma non sempre) sono contrarie al sentire comune, contrarie alle credenze più diffuse nella popolazione… Ma se le analizzi nella loro struttura logica, la caratteristica preminente delle teorie del complotto è al contrario la loro rigorosa, strettissima coerenza razionale, unita ad un immenso potere esplicativo. Dopotutto, non abbiamo un complottista ante litteram in Cartesio? Ricordate, il “genio maligno” che ci fa vivere in un sogno…? Certo, è molto controintuitivo pensare che viviamo in un sogno prodotto da un genio maligno, ma secoli dopo Cartesio ancora i filosofi non hanno trovato una prova logica conclusiva contro l’argomento del genio maligno. Non è confutabile, logicamente parlando è solido e dannatamente seducente.
Nella mia personale esperienza, ebbi intorno ai diciotto anni il primo contatto con le teorie del complotto, e lo ricordo come estremamente perturbante, perché queste teorie sembravano solidissime ed effettivamente parevano capaci di mettere in dubbio ogni tua certezza, fornendoti al contempo uno strumento interpretativo onnipotente capace di dare nuovo significato a tutto il reale. Dopo aver letto una teoria del complotto sugli ebrei cattivi, improvvisamente sui giornali iniziavo a vedere dappertutto l’opera di questi perfidi ebrei; di qua Israele, di là quel regista che è ebreo, di là c’è Gad Lerner… inizi a vedere ebrei ovunque ed è un soffio rendersi conto di quanto facilmente potrebbero essere colpevoli di tutto. Certo, si potrebbe dire anche che ci sono anche un sacco di fatti che depongono contro questa o quella teoria del complotto, ma le teorie del complotto hanno anticorpi naturali contro i fatti che le smentiscono. Qualche fatto smentisce la teoria? Be’, allora quel fatto è un falso messo in giro dai cospiratori, che sono onnipotenti onnipresenti ed onniscienti come il genio maligno di Cartesio, e dunque possono falsare qualsiasi prova.

Fortunatamente, siamo allenati ad essere un po’ sospettosi di alcune specifiche teorie del complotto, come quella sugli ebrei. Ma solo perché abbiamo visto che razza di danni hanno fatto, altrimenti ci cascheremmo ancora. E fortunatamente siamo attrezzati con il pensiero scientifico, che ci vaccina dal cospirazionismo… Perché in realtà le teorie cospirazioniste sono logicamente del tutto coerenti e non suonano affatto pazzesche, se non sei abituato ad avvertirle come tali per altre ragioni.
Emanuele Giusti fa benissimo a vedere del complottismo anche nella scelta di non votare PD; non è che tutti quelli che non votano PD sian complottisti, ovviamente, ma in molti casi può essere puro e semplice complottismo la ragione di quello come di altri comportamenti… E non è una buona ragione, ça va sans dire. In sostanza quando Giusti parla di complottismo indica la luna, e Lolli ha guardato il dito. Il complottismo non è una serie di teorie sciroccate su questioni ridicole. Il complottismo non è un insieme di contenuti. Il complottismo è un modus cogitandi malato, un virus del pensiero.

Ancora una volta si capisce bene cos’è il complottismo se si pensa al suo opposto, il pensiero scientifico. La scienza non è, come i più credono, un insieme di contenuti, bensì un metodo che può essere applicato a quasi tutti i contenuti immaginabili. Tutto può essere inquadrato e analizzato nei termini del pensiero scientifico.
Allo stesso modo, il complottismo è un metodo, e tutto può essere inquadrato ed analizzato nei termini del pensiero complottistico. Solo che il complottismo è, in buona sintesi, l’opposto del pensiero scientifico. Il pensiero scientifico parte dai fatti e poi cerca di costruire teorie “unendo i puntini”; il pensiero complottistico parte da un’immagine e poi va alla ricerca dei puntini che la costituiscano.
Se uno va a vedere come si compone un argomento complottista, si accorge che è costituito interamente di fallacie logiche. Avvelenamento del pozzo e altre fallacie ad hominem, per esempio. il complottismo si costruisce quasi tutto su fallacie ad hominem: la veridicità delle affermazioni non viene valutata sulla base del loro merito effettivo, ma solo sulla base di chi è che le sta facendo. Una persona che dice cose che non corrispondano alla teoria può essere automaticamente screditata individuando qualche interesse che la spinga a dire bugie, e dunque tutto ciò che essa dice è screditato. Quello dice qualcosa che non ci piace? Beh, ovvio: è ebreo. Beh, ovvio: è un ateo. Beh, ovvio, e un piddino. Non ci si può fidare di un ebreo o di un ateo o di un piddino, quindi tutto ciò che egli dice è falso. E se sono in dieci, in cento, in mille a dire quella stessa cosa? Beh, saranno tutti ebrei, tutti atei, tutti piddini … Tanto non lo so mica se davvero è ebreo o ateo o piddino, in realtà lo sto deducendo dal fatto che dice qualcosa che non mi piace. Capito il trucco? Dunque se una nota testata nazionale analizza il programma di governo gialloverde e, numeri alla mano, dimostra che non sarebbe realizzabile neanche in un milioni di anni… beh? Evidentemente è una testata che fa parte del complotto nazionale (degli ebrei? della lobby gay? degli americani? dei piddini? Vanno tutti bene, anche quelli che non avrebbero nessun motivo di partecipare al complotto possiamo tranquillamente gettarceli dentro).
Ma hai voglia a individuare fallacie nel pensiero complottista… Come dicevo, ne è interamente costituito. A parte le fallacie ad hominem che sono tutte rilevate in blocco dal complottista, ve ne sono varie altre. Petitio principii: in realtà le fonti affidabili vengono selezionate sulla base del fatto che corrispondano alla tua teoria. Bias di conferma: “unisci i puntini”… Sì, però li unisci secondo un’idea precostituita, quindi in realtà tu selezioni solo le “prove” che sono a tuo favore. Cherry picking: tutti i fatti che depongono contro la tua teoria sono in realtà bugie frutto del complotto e vengono dunque eliminati.
In generale, mentre la pietra d’angolo del pensiero scientifico è la falsificabilità, la pietra d’angolo del pensiero complottista è l’infalsificabilità. È letteralmente impossibile provare ad un complottista che si sbaglia, perché qualunque prova porti contro la sua tesi è frutto del complotto, un artefatto creato da un malvagio, potentissimo qualcuno.

Vista la versatilità del pensiero cospirazionista, si può dunque arrivare a dire senza troppe remore che se ne può trovare ovunque e ad ogni livello di strutturazione del pensiero umano. La mia ex moglie pensa che io sia uno stronzo. I miei colleghi pensano che io sia uno stronzo. Il mio capo pensa che io sia uno stronzo. I miei parenti pensano che io sia uno stronzo. La cassiera che ho insultato stamane pensa che io sia uno stronzo. Sarà mica che sono stronzo…? No! Posso sempre dire che sono vittima di una cospirazione perché, boh, sono “uno scomodo”, sono invidiosi del mio successo o qualche altra pantagruelica cazzata.

In estrema sintesi, se dovessi definire il cospirazionismo, lo definirei così: è il discorso menzognero sistematizzato, raffinato e portato al suo più alto livello di complessità; è l’eleganza massima del mentire, analogamente a come il pensiero scientifico è la ricerca del vero portata alle sue massime raffinatezza ed eleganza.
Ne consegue che, del complottismo, non se ne parla mai abbastanza, e mai abbastanza male. Troppo poco lo si individua e si denuncia, troppo poco si lancia l’accusa di complottismo, troppo poco accorti siamo contro di esso.
E proprio se per una volta il discorso viene reso un po’ più avanzato, ovvero se per una volta qualcuno si accorge che il discorso complottista si sta già pericolosamente gonfiando fuori di misura nel nostro paese e lo denuncia… Viene accusato di essere schierato e di star esagerando perché tutto sommato è roba innocua.

Mala tempora currunt.

Ossequi.

 





Communicability in philosophical discourse

20 10 2016

(Tanto non lo manderò mai ad una rivista, tanto vale che lo pubblichi qui.

Avverto che è lungo, ma lo considero il fondamento del mio approccio al discorso filosofico e dunque non si può capire appieno praticamente niente di quello che scrivo se non si hanno ben chiari questi punti.

Si consideri inoltre che qui l’influenza di Wittgenstein ancora non si sente molto.

Un’ultima cosa: mi rendo conto che è scritto in un Inglese un po’ indigeribile. D’altro canto, quando faccio scienza penso in Inglese, ma quando faccio filosofia non posso che farla nella mia lingua madre, e tradurlo solo dopo… ciò è coerente con quanto leggerete fra poco.)

Dialogues and monologues

The problem of “otherness”, meaning the contrast between “me” and everything that poses itself immediately as “not-me”, is one of the critical points in philosophical debate: in fact, whenever the philosophical discourse is made object of a communication, be it verbal or written, it is by definition oriented to others, it has the other for its goal, and as such is naturally interested in “the other”. The great philosophers noted to general knowledge are considered great exactly because they were able to touch others, shake their minds in some way, and leave a mark in them. This centrality of the other in the discourse as communication, not just in philosophical discourse but in general, is unavoidable, since it constitutes the very intimate structure of the communicative project: to act on the non-self, to induce in it some changes.

The relation to the other develops itself through communication, it is communication, and for that reason otherness is not just one of the topics philosophy deals with in books or universities classrooms, but rather appears to be philosophy’s intimate and omnipresent fabric. If philosophical discourse is a discourse, one would say, it is a discourse for the others, and if it is for the others, it must have for subject something that concerns the others in some way.

Nevertheless it could be simplistic to think that, just since otherness is central to philosophy as the aim of its communication, philosophy had to develop in function of communication, or that it should be necessarily structured for communication. In fact the discourse (philosophical or not) is not necessarily the object of a communication: a discourse which is confabulation, dialogue with oneself, actually exists. This kind of discourse is not aimed at acting on the other, but rather moves toward an interior clarification for the person who is actually discussing with himself, and thus is a routine of personal reflection, an action oriented at the self, rather than at the not-self.

Discourses that are communicated and discourses that are confabulated in an internal monologue have a lot in common, even if less so than one could think at a first blush. It is proof of their similarity the fact that hybridization phenomena can happen between the two: I can make up a message using an intimate reflection and putting it in relation with other messages, vice-versa, I can start confabulating using a message I’ve heard which I “translate” into a reflection. Thus, an articulated sound, be it a single word or an entire discourse, can pass, at least theoretically, from a state of reflection (a part of an internal monologue) to one of communication (part of a spoken or written message), and vice-versa.

Nevertheless, if I try to examine the possibility of converting completely and effectively an internal monologue into a message, I am going to be met with great difficulties. If I need to create a message starting from an intimate reflection of mine, I can directly see what are the obstacles to overcome: on one side there is the stream of thoughts, that in its spontaneous flux tends naturally to carry me in the direction it prefers; on the other side, though, I need to maintain a certain order instead, with a view to communication. Thus, when I realize that the internal monologue is getting too far from the point I was to follow in the beginning, I am forced to put it back on the right track, reviewing the bonds between the concepts and fix thoughts on paper, so to restrain them from coming back again and again. I am not losing the thread, but nevertheless it is very easy for me to forget where it started in the first place, and if I weren’t to settle what I think as I go in some precise order, I would obtain nothing but an incomprehensible stream of consciousness; furthermore, all of the digressions and transgressions and intromissions of discourses that have passed through my mind would undoubtedly belong in the stream of reflection, and nevertheless won’t appear in the final communicative product, thus making it at fault of serious omissions.

“You can’t write the same way you think”, I have been told once at school; nowadays, I understand that a thought and a message are quite different, even if we admit they both are constituted by words.  The final communicative product is definitely not a simple transcription of the word sequence the way it formed in my mind, especially at the level of its structure and sequence: words follow one another in a very different way in reflection and communication, their distribution and the connections intertwining the different, temporally ordinate sections of the two kind of speech are substantially opposites. Internal monologue, in fact, is characterized by the absolute integration of its “parts”, for its ability to constitute a stream, and as such, its inability to be fragmented or deconstructed. If every thought of mine was written down on paper, it would not be a thought of mine anymore: after a few moments the original thought is dead, since its own typical structure resides in its continuous, vaguely haphazard reorganizing itself, in the repeating, re-chewing, re-ruminating that are peculiar to the internal monologue.

The nature of communicated messages is entirely different from the one of confabulation; the form does not change significantly with time, it can be divided in insulated and organized modules, and at the same time it has precisely delimited spaces and occasions for its fruition, which is, in the author’s intent, purely instrumental to a feedback. The issue of the incompatibility between internal monologue based on a “fluid” stream of consciousness and a verbal communication based on “static” finds roots in the bergsonian concept of duration, the “dureé” (Bergson, 1904); since the subjective time of consciousness is not a modular system, but a perfectly holistic one, and its extension is constituted by growth and mutation, the incompatibility between it and a communication made of a sequence of static signs is evident, and the possibility (or lack thereof) of a transmission of mind content from one consciousness to another has been object of a interesting line of philosophical inquire (Fell, 2009, Lukianova and Fell, 2015). But though the possibility and modality of a transmission of contents with duration through the use of crystallized signs has been thoroughly investigated, and we can say that it is indeed possible to convey some form of content and meaning through discourse, the question of what this content is about is pretty much open to discussion. No doubt it is possible to say something, albeit imperfectly; but what can this something be? If communication is not simply a pouring of ideas from one brain to another, we can expect some restriction to be imposed on what is possible to “say”. It is indeed an important matter, and deconstructionists, in particular, have been very attentive to the problem of meaning; in fact, we can find in the works of Derrida some themes that closely resemble the ones we are dealing with here. The decostructionist distinction between “speech” and “writing” looks akin to the one we made between internal monologues and communication. Internal monologue, in fact, has perfect meaning and is immediately “present” to the mind in the form of intuition, it has no extension in time, no “differànce”; if it acquires it, that is because it has been forced on it through an artificial enlargement of its confines. And this is exactly what all forms of communication try to do: expansion of presence in the objective time. Decostructionist criticism of the idea of “presence” of the meaning in speech is taken to the extreme consequence of seeing communicated contents as entirely autonomous from both their cause and their end, the interpretation, thus shattering the very basis of “signification”.
I won’t go nearly as far, indeed I will go in the opposite direction. Nevertheless, we shouldn’t be content with taking note of the different temporal extensions of soliloquy and communication, nor with considering the differences between the two as of a purely functional kind. By analyzing the structural, essentially formal differences between internal monologue and communication, it is in fact possible to become aware of how this differences unavoidably stop being just “formal”: in discourse it is never possible to operate a perfect scission between praxis and contents, since the very same form in which the content is expressed is going to mould its function and the subsequent action, the one it makes on itself (in reflection) or on the other (in communication). This means that, if we remain at the level of communication of the philosophical discourse, the other, who is the fulcrum around which the communicative praxis revolves, becomes necessarily an implicit or explicit theme of the message itself: one cannot simply speak to the other without seeing his words being moulded by the other, and the reflection itself being influenced in some way by the other, customized for him, with the theme of otherness becoming the very fabric of the content transmitted through the speech. Communication actually compels the discourse to be affected by the recipient of the message to a very profound extent. Speech itself, in fact, by its own nature is a reference to a generality, to a multiplicity that not only includes the other but puts me in parenthesis; in the philosophical discourse, as it can be read on a book or listened to in spoken words, the term “I” is a substantive, not a pronoun: it is not “me”, but “the I“, an absolute generality in which I, the speaker, wish to be included, and through which I try to accomplish an identity between me and the rest.

The obsessive attention towards the I, that is, towards the generality of other Is and not to the actual me, is intrinsic to the philosophical discourse as it is communicated, and is the reason of its intrinsic “uncertainty”: it compels me, the speaker, to relinquish myself and move towards the other, thus obliging me to leave the immediate certainties of the self and search for the consent of others. But once I’ve been decentralized and classified as an I among the many Is, the dimension of certainty ultimately becomes elusive to me.
In philosophical reflection I am always making an operation that includes some level of introspection; I am inside the process, I am the centre, the immovable reference, the absolute. To reach the very deep end of my soul may be a long way or a very short one, but once I get there I am arrived to my destination anyway: I found meaning; new proofs or demonstrations or any other deferral of signification are not needed, and no further doubts or confutations arise naturally. For that which is my depth relative to that instant, I can be content with my reflection. In a sense, even a six-year-old child can actually be the greatest philosopher, the moment he/she he has accomplished a full introspective journey.

This perfect and complete self-comprehension unavoidably breaks when my thought is made subject to an attempt of conversion to a message to be communicated to others: the fact that it is been translated in the times and modalities of communication, the fact that it does not concern anymore just me, but the I in general, is enough to make it “refutable” again. The fact that the entire “movie” of my internal monologue has been lost, leaving just few photograms of it behind, makes it substantially “weak”. The research for the absolute foundation of thought comes to its definitive completion in the moment of reflection, which in itself can be considered, for its modalities, perfect; but it is lost whenever I lose its cornerstone and absolute landmark, me: not “the I”, but I: precisely, I am its core. At this point, the shadow of refutability cannot be escaped in any way. My reflection was based on self-evidence, but self-evidence is about me, it is self-evident to me. To anyone else, self-evidence could be anything; you do not even need to think about a refutation of my self-evidence, you can be content with denying it.
You could do that in plain honesty, since for you It may not be an axiomatic self-evidence, but you could do that also out of intellectual dishonesty (it is evident to you too, but you do not want to admit it); in both cases, your denying of self-evidence alone is enough to refute it. Of course, your honesty or dishonesty in denying my self-evidence would make a difference to me and my beliefs, but it does not make a difference to the I; for what concerns the I this difference does not even exist: deconstructionism is a good example of how it is theoretically possible to bring on the verge of collapse every logic structure that has been put in words. The delusion of “absolute irrefutability” or “definitive evidence” in communicative contexts has to fall: if it is communicated, it is refutable; and even if it is not refutable, it can still be refused or denied a priori.

This realization seems to be able to easily lead the entire philosophical discipline to implosion: it is possible to deconstruct and refute/refuse any philosophical doctrine that has assumed the form of a communicated message, ironically, including the same statement that “it is possible to deconstruct ore refuse/refute any philosophical doctrine”; so, apparently, philosophy has to suicide itself in undecidability.

This “tragedy” resembles closely the one math has gone through following the demonstration of Gödel’s incompleteness theorems, and in fact Derrida himself proposed an analogy between the work of deconstructionism and Gödel’s in “La dissemination”, and this parallelism has already been explored from different points of views (Bates, 2005, Livingston, 2010). Nevertheless, in formal logic just as in metaphysical language, “the proof of the impossibility of the proof” is not able to stop, nor even to slow down, the progress of the discipline.

The reason for this resides in the particular kind of bond that exists between philosophical communication, which is deconstruction’s dialectical target, and philosophical reflection, which is at the very origin of philosophical discourse. Reflection goes on independently, human brain never gives a non-compute error, a perfect undecidability. My internal monologue, precisely since it is founded on my own absoluteness, it is referred to me, from me is born and in me is concluded. Since it is my work of self-clarification, it has a structure not logic in the conventional dia-logic sense, but logic in an interior sense and as such, in respect to the traditional meaning of “logic”, it is meta-logic. Refutations based on radical scepticism or deconstruction can’t strike down philosophical reflection, since it already includes them in the very same moment they are formulated, and elaborates them, and overcomes them.

Communication in time

Obviously, to insist that strongly on the untouchability and fullness of significance of philosophical reflection “to oneself” may look like an arguable exaggeration of that which Derrida calls “metaphysic of Presence”. It probably is, and I do not think that is detrimental to the theory; on the contrary, I would gladly push it to more extreme consequences: I believe, actually, that such an overturning of deconstruction is almost a dialectical necessity invoked in existence by deconstruction itself. Indeed, if it can be said that western philosophical discourse is centred on “Presence” and as such on the “self” in a certain sense, we must nevertheless recognize that it has always been centred on “Difference” and the “Other”, in a certain other sense.

In order to better explain why this is true, it is useful here to recall Theuth’s myth. To summarize, it is well true that in this narration Plato’s admonition is for the philosophy to be preserved in the pureness of the present which is present-to-itself (that is, in philosophical reflection as it unfolds itself in soliloquy). But we cannot  forget that Plato’s admonition is nevertheless transmitted in writing, that is, it is a crystallized communicated message, meant to be read. This is the reason why I am arguing that the alleged centrality of living thought, as it is expressed in soliloquy and put in metaphor as “orality”, is true only in a certain sense. Precisely, in the sense that, starting with Plato, it is said to be true in words. But on the other side it is proved, in fact, to be false, by the very actions of philosophers: philosophers write, or at least those whose thought system has arrived to us did or do so. Even when an author writes in the form of “soliloquy on paper”, he cannot but stay within the borders imposed by a mean that is structurally made for communication, and as far as it can imitate the appearance of the stream of consciousness, it can never rise to its same fluid and holistic completeness. Thus, western philosophy has always been prisoner to a declared, de iure, “phonocentrism”, and to an acted out, de facto, “graphocentrism”.

As it is been said before, in communication form moulds contents, and that is why the very allusion to presence got lost in the words of western philosophers, while terms as absolute, transcendence, universality and eternity resurfaced as protagonists of every debate; those could be regarded as attempts to expand presence beyond present, but in practice end up representing death of presence instead. We could well argue that presence is a fulcrum of western philosophical research just as far as it confronts “differànce” and searches for a synthesis. More than that: it can be said that probably the key problem of philosophy is not about presence, but about reconciling presence and “differànce“, which is a very different question.

Indeed, I would say that between presence and difference, the greatest de facto absent is actually presence, for the very fact that it is obsessively searched for in philosophical communication hints at its hidden, threatened condition. The threat resides in the always frustrated attempt to reduce the other to the self integrally, while at the same time keeping its otherness complete and intact by addressing him through the mean of communication, that puts my own thought in parenthesis. It is a trade-off, if I aim to reduce the other to me, to make him an object of my interior monologue, then his otherness can’t remain absolute; in some way, in some form, it has to become part of my universality, at least as an object of my consciousness; “I”, “me” and “mine” need to be the only pronouns to which I should refer if I am to speak to myself about otherness. Vice-versa, if I mean to reduce everything to communication, it is I and my philosophical reflection that must disappear from the discourse, while I speak to the other about my sameness.

This conflict is in my opinion well exposed by mean of the contrast between the “sensuous” and the “formal” impulsions described by Friedrich Schiller, who succeeded in giving maybe one of the most fitting pictures of the problem:

Der sinnliche Trieb bestimmend, macht der Sinn den Gesetzgeber, und unterdrückt die Welt die Person, so hört sie in demselben Verhältnis auf, Objekt zu sein, als sie Macht wird. Sobald der Mensch nur Inhalt der Zeit ist, so ist er nicht, und er hat folglich auch keinen Inhalt. Mit seiner Persönlichkeit ist auch sein Zustand aufgehoben, weil beides Wechselbegriffe sind – weil die Veränderung ein Beharrliches und die begrenzte Realität eine unendliche fordert. Wird der Formtrieb empfangend, das heißt, kommt die Denkkraft der Empfindung zuvor und unterschiebt die Person sich der Welt, so hört sie in demselben Verhältnis auf, selbständige Kraft und Subjekt zu sein, als sie sich in den Platz des Objekts drängt, weil das Beharrliche die Veränderung und die absolute Realität zu ihrer Verkündigung Schranken fordert. Sobald der Mensch nur Form ist, so hat er keine Form und mit dem Zustand ist folglich auch die Person aufgehoben. Mit einem Wort, nur, insofern er selbständig ist, ist Realität außer ihm, ist er empfänglich; nur, insofern er empfänglich ist, ist Realität in ihm, ist er eine denkende Kraft.[1](Schiller, 1847, pp.51-53)

This topic was reprised and further analyzed by Jung in his “Psychological Types”: there, the duality between sensuous impulsion and formal impulsion was translated in the one between extraversion and introversion, but the basic problem is the same: the philosopher works to reconcile two different tendencies of the human intellect, the one that “gives cases” (singular circumstances) and the one that “gives laws” (generalities). Discourses fixed in time, conceived to speak to others and share the objective world with them, against fluid, out-of-time thoughts and interior monologues, designed to find the absolute self-clarification thinkers need. One might say, the fundamental issue of all philosophy is about reconciliation of static communication and fluid intuition.

This reconciliation, as Schiller notices, is far than easy to accomplish, because of the very strong opposition between the two tendencies:

Wo beide Eigenschaften sich vereinigen, da wird der Mensch mit der höchsten Fülle von Dasein die höchste Selbständigkeit und Freiheit verbinden und, anstatt sich an die Welt zu verlieren, diese vielmehr mit der ganzen Unendlichkeit ihrer Erscheinungen in sich ziehen und der Einheit seiner Vernunft unterwerfen.

Dieses Verhältnis nun kann der Mensch umkehren und dadurch auf eine zweifache Weise seine Bestimmung verfehlen. Er kann die Intensität, welche die tätige Kraft erheischt, auf die leidende legen, durch den Stofftrieb dem Formtrieb vorgreifen und das empfangende Vermögen zum bestimmenden machen. Er kann die Extensität, welche der leidenden Kraft gebührt, der tätigen zuteilen, durch den Formtrieb dem Stofftrieb vorgreifen und dem empfangenden Vermögen das bestimmende unterschieben. In dem ersten Fall wird er nie er selbst, in dem zweiten wird er nie etwas anderes sein, mithin eben darum in beiden Fällen keines von beiden, folglich – null sein.[2]

(Schiller, 1847, p.50)

The interesting question, now, is: as far as we must be aware of the difficulties in finding a way for the progress of thought between two opposite tendencies, can it be said, in all honesty, that western philosophy has always chosen the way of presence, as deconstructionists seem to suggest?

Hardly so, in my opinion. Of course presence is not in communication, it cannot be there. We could say that many philosopher have tried to express presence in communication, but aside for every good intention they might have had, I’d rather say they ended up trying to erase presence from the discourse, setting themselves more and more against presence. Proof of that should be the deliberate and persistent detachment and inattention in respect to the present instant that we’ve seen in western philosophy since Plato.

With very few notable exceptions (Augustine, or in more recent times William James and Henri Bergson) in the words of philosophers the hinc et nunc is totally disregarded and replaced by the diffused aspiration towards universality of space and time. “N’y a et il n’y aura jamais que du present” (Derrida, 1969), Derrida wrote debating Husserl. I am not considering here the question if his intentions were of refuting a supposed mistake of the phenomenologist, or just making a nuance of wording or else. I shall just point out the syntactic contradiction implicit in such an expression: “present” has never been, nor ever will be; to apply tenses other than present to the present is in itself an act of distortion of the concept of present. Moods can be applied to present, duration can surely be applied to present but tenses cannot, the tense of present is present. Present is present and the very word “present” has meaning only if applied in the present. Communication is unable to expand present and presence, it rather erases it, and by the constant use of differànce western philosophy has been constantly denying the pre-eminence of present; that is the root, indeed, of philosophy’s (especially continental philosophy) obsession for history, for hermeneutics, for genealogies, hence for a past that is obstinately and undeniably seen by scholars as real, in fact, more real than present, and as such more real than the real itself. In spite of Derrida’s insistence on the pre-eminence of presence in the history of western philosophy, it can and it has be argued, for example by Luce Irigaray, that present is actually the great absent in western philospshy (Söderbäck, 2013).

And this makes totally sense, based on certain premises: indeed, if the present moment is considered, as Augustine of Hippo considers it, as the infinitesimal instant or infinitesimally short “segment” of the longer line that is historic time, and as such is thought to be of the same “quality” of historic time, then its minority descends automatically by the clear-cut reduction in its extension, and that which is said in the present is apprehended only when it is already gone into the past. Present is made of the same substance as past and future, but it is less, thus it is obviously less important. The vice in this modus cogitandi clearly resides in considering the “extension” of present time as of the same quality and the extension of the “non present” time, whereas present is not just a segment of historic time sharing with it the same extensional properties, rather it has a different “extension” as its own peculiar property, in the sense of bergsonian duration, as quality, not as quantity.

Clearly, giving the presence the importance it deserves needs some effort; especially, this task requires us to look at present as the foundational element a priori of the entire arc of historic time, that is, as an element that transcends history. Since present has a different quality from historic time extensions, past and future are available to it as representations, as consciousness data, while present is consciousness itself. We might say that present is like the time needed to write a story: it does not compare with the time in which the story develops. They both have an extension, of course, but the time in which the story happens and the one in which it is narrated are two essentially different things: I might need a year to write a story that lasts a day and vice-versa, the two magnitudes are not commensurable. Present is not projected towards the time of not presence, and man does not live the time of his non-presence, but rather has it as a representation in his consciousness.

If I wish to attack presence as such, first I need to treat it as non-presence; that is how the hiatus between speaking to oneself and listening to oneself is given a (false) extension expressed in terms of historic time. This way, the universality and generality natural to the word, which in soliloquy is pure availability of the meaning to presence, becomes a difference per se, as it would in fact be in historic time.

Truth is, instead, that there’s no interval in “time of consciousness” between the moment I speak to myself and the moment I listen to myself, it is only a posteriori, through the introduction of measure instruments, that I objectivize that duration turning it artificially in a succession of instants. There is no “time of consciousness” between the expression of the word to myself and the reference to its meaning, rather availability of meaning is instantaneous.

This radicality of presence is kind of elusive to most of philosophy, for the simple reason that if it is based on duration in the bergsonian sense, it eludes every attempt at a perfect communication. Of course it is clear to “me”, but it is not clear to “the I“. The very attempt to communicate it is at risk of not being taking seriously by readers: “I am immortal since I am” is a phrase most philosophers would avoid, but a poet or a writer may have better luck in finding words to express this concept. Jorge Luis Borges, for example, wrote ” Ser inmortal es baladí; menos el hombre, todas las criaturas lo son, pues ignoran la muerte; lo divino, lo terrible, lo incomprensible, es saberse inmortal”[3] (Borges, 2007).

The most surprising thing here is (or maybe it is not surprising at all, since opposites often come in contact) that it has often been argued that Derrida, the famous critic of the “metaphysics of presence”, is nothing more than rerun of Borges: Borges, the same man who got this close to putting in words absolute presence (Rodríguez Monegal, 1985).

Ironically, while the language of traditional philosophy in its search for a way to extend presence in historic time ends up hiding it, maybe the language of deconstruction, that namely aims at annihilating the notion of presence, turns out to be the linguistic instrument that gets closer to communicate it.

Language-power overturned

It follows naturally, from what has been told till now, that language analysts that are determined enough to dissect and point out all the defects and limits of a communicated message will easily succeed in demolishing it, for the simple reason that communication is not, in its foundation, a crude transmission of present contents of the reflection, and will fail in that respect.

The impression that communication could be just the vehicle for the contents of reflection is at the roots of a great deal of attention reserved to the semiosis as a process of mind-content sharing or transimission, and indeed there is an imperfect form of content transmission in communication. But communication is more fundamentally an act of social power that creates a behavioural modification in another individual, allowing me to have the desired feedback: in the same moment I try to write down my confabulation, what I am implicitly trying to do is not transmitting content (in)expressis verbis, but rather put the interlocutor in a mental state similar to mine, in the hope we will develop his own reflection, similar to mine. Hopefully, that will allow me to have some appreciated behavioural feedback, perhaps through empathy or some different mechanisms.

It won’t go unnoticed how little of the communication in general (I will let philosophical communication aside, for now) consists in fact of the attempt to transmit thought as it is in its complexity, and how much instead consists simply in the attempt to persuade others to behave in a certain way, if needed through hypocrisy; no wonder it is been told that “la semiotica è la disciplina che studia tutto ciò che può essere usato per mentire[4]” (Eco, 1975, p.17; author’s emphasis). I will agree with Foucault, here, about discourses being “des éléments ou des blocs tactiques dans le champ des rapports de force[5]” (Foucault, 1976, p.135): that is totally true in the field of discourses with purely communicative intents, where meaning is accessory and power is preeminent, but much less so in the field of internal monologues, where power becomes accessory and meaning acquires pre-eminence. Indeed, if we just want others to behave as we please, we don’t need them to be exactly in the same mental state as we are at all; on the contrary, we need them to be in a subordinate status. From an evolutionary point of view, the ability to lie is something that ensures a huge competitive advantage to its possessor, thus it is no surprise that it has been discovered and rediscovered multiple times in the history of life. On the other side, the competitive advantage granted to the liar is strictly dependent on the presumption that people don’t lie; if lies were the norm, no one would believe them. This is why language, an instrument that has the distinctive characteristic of being most apt to lie, is most often used in an attempt to tell the truth, that is, to put the other in the same mental state I am when I speak. Briefly, if I want people to behave as I wish, I must tell a few well placed lies, plus and a lot of truths to dissimulate them. But, clearly, if I had the certainty that all my lies would be believed, most of the time it would be much more advantageous to me to lie than to (try to) tell the truth.

Of course it can be argued that truth is not just a mean for the dissimulation of lies: truth also serves to create coordination and unity of intents between people, to create an understanding (Lukianova and Fell, 2015). And this is doubtlessly true when the discourse is functional, for example, to the coordination of actions: if I’m writing a recipe for a cake, I only want people to mix ingredients in such a way as to cook a good cake; the issue of the faithful transmission of a mental content that I feel as “true” is of secondary importance. But it becomes of the greatest relevance when we talk about science, or ethics, or philosophy in general.

Now it is peculiar that, for what concerns that particular type of discourse that is philosophical debate, the focus of the message is peculiarly shifted towards the attempt to transmit mind contents, that is, the focus is on introspection: philosophers care for truth more than anyone else, thus they are concerned with the problems pertaining to the transmission of the contents of their reflection more than anyone else. We may say that philosophy refuses hypocrisy. This particular care that philosophical discourses show for reflection is exactly what makes them “weak” in terms of expression of power, of their ability to “make others think like we want them to”. That continuous struggle to put others in the same mindset we are, through a refusal of hypocrisy, exposes the reflection that tries to “show itself” to all kind of destructive attacks. Indeed, it is not in the attempted introspective sincerity of philosophical discourse that an aware communicative intent is realized, since it is precisely in the act of lying that the original task of communication is fully accomplished, whereas in the (partial) honesty of the reflection that tries to show itself to the interlocutor this task is, in principle, betrayed.

The intrinsic weakness of the “honest” philosophical discourse cannot be escaped but, partially, by giving up on the goal of transmitting the content of consciousness as it is; but at the same time, this act exposes to the risk of falling in hypocrisy entirely, thus ending up in communicating something that is totally disconnected from reflection. And on the other side, hypocrisy itself is never totally pure either, since every pronounced word, in the first place, has been an instant of the stream of consciousness: while it will never show the movement, it still displays some kind of reminiscence of it.

There is not an autonomous third way other than the ingenuous attempt of exposition of consciousness on one side and hypocrisy on the other. But an hybrid approach is surely possible, indeed, this is the standard in philosophical discourse: that approach consists precisely in an attempt to fix reflection in a instant on paper, creating a dead “simulacrum” of it; the form used in this case, with which I dealt before en passant, is more or less the one of the soliloquy on paper. Compared to the modality of the purely manipulative discourse, that gives voluntarily a distorted picture of the author’s mind state, soliloquy on paper is willing to show “photograms” that are in some way representative of the “movie”, and in this sense wants to “transmit the idea”.

Being aware that an authentic transmission remains inaccessible, we acknowledge that even soliloquy on paper is to some extent hypocrite, since it is still not  the internal monologue we see when we are reading a message, but just fragments of it. Nevertheless, through those thought fragments the reader is able to expand his own interior monologue by including some contributions that reflect, in part, the state the author was in when he was writing. Form the point of view of me, the author, such an approach to communication represents an opening to confrontation with the other, and as such a way to put myself in a position of subordination to the other. Philosophical discourse, when arranged in this way, has the potential to overturn the power balance usually established in communication, to the point that he who opens himself to the world, by focusing on himself and communicating disperse fragments of his reflection for everyone to judge and refute, is actually surrendering to the world, whereas he who focuses his discourse on the other in reality wants the other, the world, to surrender to him.

In this sense philosophical discourse is the sincerest one, but the most fragile one too from a dialectic point of view; since it shows instead of hiding and simulating, it is very easy to refute. That is why the reader should not confront it with the idea of trying its robustness to the trickiest of criticisms, but rather always with a basic degree of receptivity and openness to the possibility of nourishing his own reflection. In this sense, philosophical literature is not to be received as a sum of ideas to be “understood”, but rather as an invitation to thought.

In this way philosophical discourse, giving up on the pretence of describing reality a priori, is nevertheless able to look at itself in the mirror, not impervious to change but able to assimilate it in its own becoming, bringing to completion that virtuous alliance between stability and change that represents the very basic impulsion that puts philosophy forward.

References

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Söderbäck, F. 2013. Being in the Present: Derrida and Irigaray on the Metaphysics of Presence. The Journal of Speculative Philosophy 27(3) 253-264.

[1] “if the sensuous impulsion becomes determining, if the senses become law−givers, and if the world stifles personality, he loses as object what he gains in force. It may be said of man that when he is only the contents of time, he is not and consequently he has no other contents. His condition is destroyed at the same time as his personality, because these are two correlative ideas, because change presupposes permanence, and a limited reality implies an infinite reality. If the formal impulsion becomes receptive, that is, if thought anticipates sensation, and the person substitutes itself in the place of the world, it loses as a subject and autonomous force what it gains as object, because immutability implies change, and that to manifest itself also absolute reality requires limits. As soon as man is only form, he has no form, and the personality vanishes with the condition. In a word, it is only inasmuch as he is spontaneous, autonomous, that there is reality out of him, that he is also receptive; and it is only inasmuch as he is receptive that there is reality in him that he is a thinking force”.

[2] “By the union of these two qualities man will associate the highest degree of self−spontaneity (autonomy) and of freedom with the fullest plenitude of existence and instead of abandoning himself to the world so as to get lost in it, he will rather absorb it in himself, with all the infinitude of its phenomena, and subject it to the unity of his reason.

But man can invert this relation, and thus fail in attaining his destination in two ways. He can hand over to the passive force the intensity demanded by the active force; he can encroach by material impulsion on the formal impulsion, and convert the receptive into the determining power. He can attribute to the active force the extensiveness belonging to the passive force, he can encroach by the formal impulsion on the material impulsion, and substitute the determining for the receptive power. In the former case, he will never be an Ego, a personality; in the second case, he will never be a Non−Ego, and hence in both cases he will be neither the one nor the other, consequently he will be nothing”.

[3] “There is nothing very remarkable about being immortal; with the exception of mankind, all creatures are immortal, for they know nothing of death. What is divine, terrible, and incomprehensible is to know oneself immortal”.

[4] “Semeiotic is the discipline studying whatever can be used to lie.

[5] “tactical elements or blocks operating in the field of force relations”





Io e la filosofia

14 10 2016

È un bel po’ che non pubblico niente sul blog. Le ragioni sono molteplici. Una di esse è che, molto prosaicamente, ho iniziato un nuovo lavoro che mi tiene molto impegnato. Un’altra è che la pressione politica sulle cause che mi sono più care, i.e. sperimentazione animale e diritti LGBT, si è considerevolmente abbassata. Circolano meno bufale, circolano meno accuse, circolano meno falsità. Quindi il carburante per i miei interventi di attualità è in gran parte andato bruciato.

Ma in teoria resterebbe sempre quella che è il focus principale del mio blog, ovvero la filosofia. E pur tuttavia, anche su quella non ho più molta voglia di scrivere. Voglio spiegare perché, e tirare un po’ le somme sul mio travagliato rapporto di odio e amore con questa disciplina.

Prima di tutto bisogna fare un chiarimento essenziale sul termine, come al solito. Di che parlo quando parlo di filosofia?

Diceva il saggio che è impossibile non filosofare, perché anche per decidere di non filosofare bisogna filosofare. In un certo senso del termine è vero. La riflessione profonda sulle cose, la meta-riflessione, è indispensabile in qualsiasi lavoro di intelletto. Qualche tempo addietro ho avuto uno scambio su questioni di statistica con un economista, che aveva completamente frainteso i risultati di un certo studio per via di un fraintendimento essenziale sul concetto di “causa”. Il tizio si inalberò parecchio alle mie critiche perché “filosofiche”, ma la verità è che aveva torto marcio proprio per ragioni non tanto scientifiche ma meta-scientifiche, che avevano a che fare con la sua interpretazione dei risultati scientifici. La verità è che uno statistico più di chiunque altro dovrebbe ragionare sul concetto di causa; basti pensare  che anche la scelta più importante che fa uno statistico quando imposta un’analisi è proprio se adottare una concezione della probabilità come fatto reale che riproduce la frequenza di un evento ipotetico (approccio frequentista) oppure una secondo la quale essa rappresenta la nostra confidenza in un certo risultato piuttosto che in un altro (approccio bayesiano). Non solo i due approcci sono filosoficamente diversi, ma questo si traduce anche in una differenza negli strumenti matematici utilizzati!
Tutto questo serve a dire che una riflessione di tipo filosofico non è una cosa rinunciabile per uno scienziato, e probabilmente non dovrebbe esserlo per nessun altro in via ideale.

Ma a parte questa meta-riflessione, questa riflessione profonda sui concetti, sulle parole e sui paradigmi, la filosofia è anche una disciplina accademica. Una cosa che si insegna e si produce nelle scuole e nelle università. Mentre il mio rapporto con il pensiero profondo non cambierà mai, perché per me il pensiero approfondito è naturale come il respiro, il rapporto con la disciplina negli anni si è molto deteriorato.

Un paio di anni fa, in piena crisi esistenziale post-dottorato, ero in cerca di una mia strada e non l’avevo ancora trovata nella statistica medica. Venne fuori che l’attività di laboratorio non mi piaceva e soprattutto non ci ero particolarmente portato, quindi iniziai a considerare carriere alternative, mettendo al primo posto nei miei conti questo fattore: doveva essere qualcosa in cui sono veramente bravo. Quindi qualcosa di più intellettuale e meno manuale del maneggiare topi e ratti.

Quasi in cima alla lista c’era, allora, la filosofia. Non ho mai avuto il cosiddetto “formal training” in filosofia, i.e. i testi di filosofia me li sono letti da solo. Ma chi mi legge sa cosa ne penso riguardo al cosiddetto formal training; e il fatto stesso che io appoggi la posizione secondo la quale non filosofare è impossibile dovrebbe portare alla nozione che, se tutti devono filosofare nella vita, allora tutti devono esserne in grado per natura, senza bisogno di studiare per questo. E d’altro canto non sono nuovo a ricevere attestazioni personali di stima da parte di accademici nel campo della filosofia, quindi il non avere il formal training tutto sommato lascia il tempo che trova; neanche Nietzsche e Husserl lo avevano. Pare che il mio pensiero sia piuttosto originale, e così tante volte mi son sentito dire “dovresti scriverci un libro” che, poco a poco, ho iniziato a carezzare l’idea che forse quello che dicevo potesse essere davvero innovativo e fare la differenza.

Mi son dato un’occhiata in giro per vedere quali fossero le possibili strade per la pubblicazione “seria” di qualche mio pensiero, ma presto ho iniziato a capire una cosa che avrebbe dovuto essere ovvia: avere un pensiero originale, ammesso che io l’abbia, non mi garantisce che gli altri lo vogliano ascoltare. Per pubblicare, dunque, non basta la qualità del prodotto, bisogna anche saperlo vendere e magari avere la spintarella giusta; è così in ambito scientifico, a maggior ragione deve essere così in ambito filosofico.

Ho iniziato allora a riflettere su certe cose. Il mio pensiero è sicuramente di qualità, specialmente al confronto con certe porcate glorificate che troviamo in giro … Ma ciò è sufficiente a garantirne il successo? In particolare, mi sono iniziato a chiedere se un pubblico che si slurpa tipi come Singer ritenendoli raffinati pensatori sia un pubblico in grado di apprezzare quello che scrivo io. Sapete, io non ritengo solo che Singer abbia torto; ritengo più o meno che sia un perfetto incompetente. Trovo difficile pensare che lo stesso pubblico che apprezza Singer possa apprezzare anche me.

Questo dubbio si andò materializzando sempre di più man mano che leggevo consigli su come pubblicare che sembravano, più che consigli su come fare buona filosofia, consigli su come scrivere roba vendibile. Cominciavo a pensare che questa strada non portasse proprio da nessuna parte. Infine, su uno di questi siti, un dispensatore di consigli per aspiranti filosofi scriveva una cosa del genere: “Potreste pensare che le vostre idee siano troppo originali e controcorrente per interessare ai filosofi accademici. Ma in questo caso non si spiega perché dovrebbe interessarvi pubblicare sulle loro riviste”.

Era abbastanza sarcastico, chiaramente, ma … Diamine, aveva ragione. Ma siamo sicuri che mi interessi davvero pubblicare su riviste di filosofia? Cioè, ripetiamolo: è gente che lecca i baffi leggendo Singer! Se stimo tanto poco Singer, come posso stimare la gente che lo pubblica ritenendolo un vate del pensiero? Ma mi interessa davvero il parere di queste persone su quello che dico? Fra l’altro anche in termini di diffusione non è che arrivi molto lontano se pubblico su Ethics, per dire; Singer ha influenzato la società molto di più con quel libello propagandistico diretto all’uomo della strada che è “Liberazione Animale” che con i suoi più raffinati (si fa per dire) testi accademici. Anche da una prospettiva proprio pratica, diffusione delle proprie idee, pubblicare su una rivista di filosofia non fa la differenza; probabilmente ho fatto la differenza molto di più con gli articoli su questo blog, a ben vedere.

Certo, resta però il fatto che io ho da dire qualcosa di originale, che probabilmente i lettori di quelle riviste non hanno mai sentito. Potrei comunque essere io quello che fa la differenza, dunque, o almeno che faccia una piccola differenza.

Ho accarezzato per un po’ questa idea: stimano tanto Singer solo perché non hanno letto di meglio. Che mi pareva incredibile a dirla tutta, anche perché non crediate: io non mi sono mai ritenuto particolarmente originale come pensatore, ho influenze molto chiare e rintracciabili nella storia del pensiero. E poi sono millenni che si fa filosofia parlando sempre delle stesse cose; molti si prendono perfino il lusso di far finta che la scienza non abbia cambiato assolutamente niente dal punto di vista filosofico, e continuano a usare gli stessi concetti di un Platone o un Aristotele. Che potrei pensare di dire io di nuovo, in ambito in cui è stato detto così tanto che si è iniziato ormai da tempo a riciclare roba trovata nel cassonetto? Be’, però qualcosina di originale io forse ce l’ho in testa lo stesso, quindi potrei fare la differenza in effetti.

Se non che, quest’estate ho letto le Ricerche Filosofiche di Wittgenstein. E ho scoperto che forse qualcosa di originale c’è ancora nel mio pensiero … ma ormai si tratta di dosi omeopatiche.

Prima di leggere quel santo libro, mi stavo già convincendo sempre più che la filosofia che io facevo non fosse altro che una produzione di anticorpi contro la cattiva filosofia fatta da altri. Nella mia vita di tutti i giorni non ho nessun bisogno di filosofia in sé e per sé. Anche la branca della filosofia che in teoria ha più ricadute pratiche, l’etica, l’ho scoperta avere ricadute nulle; la conclusione del mio filosofare incessante in etica è stata questa: non esistono risposte su cosa è giusto e sbagliato, anzi, non esistono il giusto e lo sbagliato; tutto ciò che si deve fare nella vita è conoscere il mondo esterno, sforzarsi di capire sé stessi, e infine fare delle “scommesse” comportandoci in un certo modo che sembra possa farci stare meglio con noi stessi, stando pronti a subire tutte le conseguenze positive delle nostre scelte in caso di vittoria o negative in caso di sconfitta.

Pensa bene a ciò che fai, valuta tutte le conseguenze, stai sintonizzato coi tuoi propri bisogni e desideri, infine conosci la realtà intorno a te. Introspezione per conoscere sé stessi, scienza per conoscere ciò che ci circonda. Questo è tutto ciò che serve; dove sarebbe lo spazio per la filosofia?

Certo, serve filosofia per sgombrare il campo dalle cattive filosofie, dai sofismi delle varie filosofie morali menzognere che sperano di somministrare il giusto e lo sbagliato in endovena. Quando uno mi dice che l’etica è minimizzare la sofferenza o roba così io so che non è vero perché so cos’è l’etica in effetti, per cui non casco nei vari sofismi dei filosofi. Ma dunque lo scopo della filosofia è solo difenderci dalla filosofia stessa?

Apparentemente sì. Non lo dico solo io, ma anche Wittgenstein: “la filosofia va protetta da sé stessa”. Tutta la cattiva filosofia nasce da usi del linguaggio che non tengono conto della sua vera funzione, che è esclusivamente pragmatica. Tutti i concetti della filosofia sono inganni, perché trattano pensieri e parole come se fossero enti ideali, mentre sono solo prassi; quando il linguaggio perde il suo contatto con la prassi, i.e. quando si inizia a parlare di essere, sostanza, eternità, idee platoniche, tutto va in fumo. La filosofia, in positivo, non serve a niente, serve solo come anticorpo contro sé stessa.

Ok, io sono in grado di difendermi dalle filosofie menzognere perché ho fatto tanta filosofia, ma a parte questo perché dovrei entrare in un sistema che produce filosofia? Non lo alimenterei facendo così?

Ma c’è di più. La maggior parte dei filosofi, secondo alcune statistiche, sono realisti morali, ovvero non pensano che cose come il giusto e lo sbagliato siano semplicemente convenzioni pratiche, ma sono convinti che abbiano davvero un referente ideale. Parliamo di maggioranze bulgare, peraltro. E anche se le mie opere non sono ancora in vendita da Feltrinelli, Wittgenstein è già uscito in libreria da un bel po’, quindi la domanda sorge spontanea: com’è che solo una risicata minoranza dei filosofi ha fatto tesoro della lezione di Wittgenstein?

Non è neanche una verità particolarmente complessa, a ben vedere; io c’ero già arrivato senza leggerlo, Wittgenstein. Ma tutta questa pletora di raffinati pensatori che Wittgenstein lo conoscono o dovrebbero conoscerlo, com’è che non si sono accorti di banalità come il fatto che usare parole come “giusto” e “sbagliato” non significa affatto che poi si riferiscano a qualcosa di concreto? Dopo l’uscita delle ricerche filosofiche, l’unica lezione obbligatoria dei corsi di filosofia dovrebbe essere Wittgenstein, e il resto andrebbe letto per interesse storico e letterario, ma nessuno potrebbe prenderlo sul serio come proposta filosofica.

Certo Wittgenstein è un autore recente, forse non ha avuto tempo di essere assimilato … Ma il punto è che già Wittgenstein è un anticorpo contro la cattiva filosofia, ma non è il primo.

La morale e la critica non sono propriamente oggetti dell’intelletto, quanto del gusto e del sentimento. La bellezza, sia morale che naturale, è piú propriamente sentita, che percepita con l’intelletto. O, se ragioniamo intorno ad essa e cerchiamo di stabilirne il criterio, consideriamo un fatto nuovo, cioè i gusti generali degli uomini, o qualche fatto del genere, che possa esser oggetto di ragionamento e di ricerca speculativa.

Quando scorriamo i libri di una biblioteca, persuasi di questi princípi, che cosa dobbiamo distruggere? Se ci viene alle mani qualche volume, per esempio di teologia o di metafisica scolastica, domandiamoci: Contiene qualche ragionamento astratto sulla quantità o sui numeri? No. Contiene qualche ragionamento sperimentale su questioni di fatto e di esistenza? No. E allora, gettiamolo nel fuoco, perché non contiene che sofisticherie ed inganni.

Questo è Hume. Non è l’altro ieri, il mondo filosofico non stava aspettando ansiosamente Wittgenstein, c’erano già stati altri Wittgenstein prima. Li aveva solo ignorati deliberatamente. Sono stati letti, e poi è stato fatto come se non avessero detto niente di significativo, un parere fra gli altri.

Credo di aver capito una questione importante, una verità dura e sgradevole: la filosofia il suo compito lo ha già espletato. Tutto quello che la filosofia poteva spiegare, lo ha già spiegato; poi ha passato il testimone alla scienza, e l’unico studio filosofico che dovrebbe interessarci oggi in senso positivo è la scienza stessa; non perché la filosofia sia tutta sbagliata, ma perché è quasi tutta sbagliata e l’unica parte giusta è quella che dice che tutto il resto è sbagliato e ci basta la scienza.

La ragione per cui in filosofia si continua a discutere, spesso di questioni così preistoriche e ridicole oggi che a sentirle viene semplicemente da prendersi a ceffoni, è che c’è una marea di filosofi che continuano a far finta di non avere mai sentito parlare di Hume, Wittgenstein e vari altri. Arriva uno Hume, o un Kant, mette tutto in chiaro e dimostra che fare metafisica è inutile …  e pochi anni dopo arriva un Hegel e ricomincia a sconvolgere tutto e a fare metafisica.

E c’è un altro effetto terrificante: quelli come Hegel hanno necessità di rimettere in discussione sistemi filosofici che tutto sommato, se letti nel rispetto del principio di carità, non necessitavano affatto di essere rimessi in discussione. Il sistema di Kant per esempio non era perfetto, ma già l’approccio di Husserl è molto più solido, e Husserl non ha fatto altro che delle precisazioni su Kant in sostanza. Le conclusioni pratiche di Kant erano, in sintesi estrema, che i quesiti metafisici sono tutti indecidibili e non si può che discuterne in maniera inconcludente per sempre, e dunque occorre concentrarsi più che altro sulla scienza perché quella invece progredisce chiaramente.

A sostegno di questa conclusione, Kant mise in gioco un apparato imponente, forse più imponente di qualsiasi suo predecessore. Per demolire un apparato così imponente, una sola arma era possibile. La confusione.

Con Hegel inizia l’era della filosofia incomprensibile. Il linguaggio convoluto e pieno di tecnicismi prevalentemente inutili non è una costante della filosofia, come alcuni potrebbero essere portati a pensare. S e leggiamo Hume o Cartesio troviamo una prosa snella ed elegante, perfettamente comprensibile. Con Kant iniziamo a trovare qualche difficoltà, ma è con Hegel che iniziamo a sbattere la testa contro il muro. In Hegel la confusione è niente di meno che un’arma. Hegel non scrive male perché non sapesse scrivere bene; men che meno scrive male perché fosse impossibile scrivere meglio, come mostra per esempio qui Dario Berti. Scrive male perché vuole scrivere male, perché gli serve per creare la confusione. Hegel ha bisogno di usare parole con un significato così strano da non avere più significato, e lo fa perché così crea il caos e, nel caos, può raccontarti qualsiasi stronzata facendola sembrare ragionevole.
Ricordo un passaggio nella scienza della Logica in cui diceva che gli scolastici sbagliavano a voler dimostrare l’esistenza di Dio perché “l’esistenza è un attributo insufficiente per Dio”. Quando lessi questa cosa rimasi a bocca aperta; non vuol dire chiaramente niente. Ci possono essere cose esistenti, cose inesistenti, forse perfino cose che sono a metà fra le due … ma di sicuro non c’è niente che sia “più che esistente”. Oltre al concetto già meno semplice di quanto possa sembrare dell’esistenza, Hegel ne inventa un altro, una specie di iper-esistenza, che questa volta è chiaramente privo di significato. Heidegger, un altro campione della confusione e dello scrivere di merda, finisce con l’inventare termini nuovi o comunque usare termini vecchi in maniera nuova e incomprensibile, come il “Dasein” e mille altre parole così assurde che nelle traduzioni italiane mettono in parentesi l’originale tedesco. Il Dasein non è traducibile, invero, ma non perché sia un termine incredibilmente complesso, bensì perché non ha significato oppure se ce l’ha è banale, ma detto in quel modo sembra incredibilmente complesso. Vi accorgerete che mentre i filosofi più concreti e aggiornati sui progressi della scienza sono ammirevolmente chiari e comprensibili, i “guastafeste” sono sempre più assurdi e contorti. Questo è perché con ogni passaggio di costruzione e distruzione il costruttore impara a farsi sempre più chiaro e comunica sempre meglio, e di conseguenza il distruttore deve riuscire a confondere le idee sempre meglio! Pensate che Derrida sia incomprensibile? La palla di cristallo mi dice che verranno fuori filosofi molto più assurdi e incomprensibili di Derrida nei prossimi tempi!

Dunque tutta la buona filosofia serve solo a proteggerci da queste sofisticherie, e la cosa peggiore è che è pieno di sofisti come Hegel e Heidegger che usano la confusione di proposito; e per ogni Wittgenstein che si sforza di chiarire c’è sempre un Derrida o chissà chi che cerca di creare confusione. E, sottolineo ancora una volta, lo fa di proposito. Non vuole essere chiaro, vuole confondere perché è quello che serve la sua agenda.

Ora, in ambito scientifico esistono sicuramente rivalità professionali, ma nel complesso la scienza è un’opera in cui l’elemento centrale è la costruzione di un qualcosa. In filosofia la maggior parte del tempo è passato in una lotta distruttiva fine a sé stessa e senza regole, che come tale può andare avanti per sempre senza smuovere le cose di un centimetro.

In uno dei miei articoli di filosofia che sono rimasti nascosti nel mio cassetto, “rispondevo” a Derrida spiegando come il problema del senso e del significato nei discorsi sia legato a due dimensioni intersoggettive: il potere e l’apertura.

Mi spiego: nel discorso scientifico abbiamo una specie di gioco cooperativo, il cui funzionamento è esemplificato dal processo della peer review: ci sono delle regole nella scienza, secondo queste regole rigide e ben note alcuni argomenti sono validi e altri no. Dunque basta gettare una tesi nella fossa dei leoni piena di pubblici ministeri che tentino di ucciderla, e se nel nome delle regole di quel gioco essa sopravvive allora diventa accettata come dato di fatto. Attraverso la competizione spietata, ma onesta, improntata alla chiarezza e al rispetto delle regole, emerge il migliore

Quando si legge o ascolta un argomento filosofico, però, le precise regole codificate del dibattito vengono meno; se non vi sono regole e tutti cercano di uccidersi a vicenda nessuno può vincere. Per esempio, tentare di distruggere la filosofia di un avversario appellandosi al fatto che i significati delle parole sono ambigui, quando invece nel mio caso sono definiti con estrema chiarezza e concretezza, non è onesto; certo, tutte le parole hanno margini di ambiguità (vedasi Wittgenstein), ma questo non impedisce il dibattito. In ambito scientifico non sarebbe possibile attaccare un avversario mettendo in questione l’intero suo codice semantico sulla base di una generale “ambiguità del linguaggio in quanto linguaggio”. In filosofia si può fare, si può mettere in dubbio tutto, dire tutto e il contrario di tutto! È una specie di ammucchiata selvaggia senza alcun significato o scopo.
Ci sono solo due modi per produrre progresso in un contesto come questo: uno è il potere; per esempio se io posso uccidere o imprigionare, intendo proprio fisicamente, i miei oppositori, allora ho vinto a tavolino; non ci sono regole condivise ma io impongo le mie con la mia forza fisica, con la mia capacità di modificare il mondo fisico. L’altro è l’apertura: se mi metto a cercare i punti deboli del discorso del mio avversario li troverò, perché mi basta creare il caos totale e mettere in dubbio anche le questioni più banali e immediate, come fa per esempio Derrida, il tavolo si rovescia e non vince nessuno. Ma se io invece di cercare punti deboli mi “apro” alla comprensione cercando un terreno comune di discussione e eventualmente, poi, anche di dibattito, allora insieme si può costruire qualcosa.

La scienza progredisce essenzialmente grazie ad una declinazione del potere: la scienza mi dà il potere di far volare gli arei, il potere di debellare la poliomelite, il potere di scrivere al computer. Questo potere è la sua legittimazione ultima e invincibile perché non esiste potere più grande di quello dato dalla scienza: se non ne rispetti le regole, gli aerei non volano, e tutti vogliono che gli aerei volino; quindi le regole si impongono da sé, in un certo senso.
In filosofia, d’altro canto, il potere non c’è perché essa non serve a nulla di pratico. C’è dunque solo un altro modo per costruire il progresso, l’apertura. Non possiamo costringere i guastafeste a rispettare delle regole, ma possiamo chiederglielo gentilmente e sperare che lo facciano. Ma il problema è che questo sistema basato sull’apertura non funzionerà mai, perché c’è sempre qualcuno che a questo gioco perderebbe e dunque ha tutto l’interesse a buttare in aria il tavolo. Le regole dovrebbero essere decise prima del dibattito, perché durante il dibattito ciascuno è interessato solo alla vittoria.
L’animosità eccessiva del dibattito, gli interessi sovrapposti, le ideologie e le agende politiche sono una forza distruttrice in grado di inquinare perfino il ben più rigoroso dibattito scientifico. Pensate cosa può accadere in quelle filosofico, che è senza regole!

Be’, esattamente quello che succede tutti i giorni in filosofia. Circa 150 anni fa veniva pubblicato l’Origine della Specie, ma ancora oggi ci sono in giro aristotelici che parlano di teleologia negli organismi viventi. Se le cose stanno in questo modo, allora è chiaro che la filosofia non può arrivare da nessuna parte, perché c’è qualcuno, o meglio molti, che non vogliono che arrivi da nessuna parte.

Allora il punto è: io che cosa ci posso fare in questo sistema? Supponiamo che io sia davvero un pensatore molto originale che ha qualcosa di veramente importante da dire, come Hume o Kant (sul che avanzerei anche dei dubbi; è vero che credo di essere meglio di un Singer, ma non è che ci voglia molto per quello, questo non mi rende automaticamente uno Hume). A che serve che io lo pubblichi magari su una rivista di importanza internazionale? Fra dieci anni viene fuori un qualche coglione che inizia ad arzigogolare su quello che dico, a sostenere che nel mio uso dei termini sono contenute metafore metafisiche che lo invalidano, o che il mio concetto di esistenza è insufficiente perché c’è una super-iper-duper-esistenza possibile, o che niente di tutto ciò che dico ha senso perché siamo solo i sogni di Dio o chissà che altra minchiate … E non ci sarà nessun arbitro a richiamarlo all’ordine e aspazzar via con un cartellino rosso tutte queste stronzate … allora a che sarà servito il tutto? Avrò solo gettato nel già altissimo mucchio altre pagine inutili; forse saranno di buona qualità, ma verranno comunque sommerse in una montagna di merda, indistinguibili dalla merda. Quello che scrivo su un articolo scientifico probabilmente un giorno sarà superato, ma quando sarà superato ci saremo almeno mossi in avanti verso qualcosa di meglio, mentre in filosofia dopo che il mio pensiero sarà stato affondato in una marea di robaccia, ci troveremo esattamente al punto di partenza: derridiani di qua, tomisti di qua, hegeliani di lì … perdita di tempo totale insomma.

Ed eccoci arrivati ad oggi. Ho sempre amato la filosofia perché amo il pensiero, e dunque amo filosofare. Ma la filosofia come disciplina di studio, dopo tutte queste realizzazioni, ho iniziato sinceramente ad odiarla. Credo di avere già detto la massima parte di quello che potevo dire in questo campo; nel mio piccolo avrò rotto le palle a un po’ di sofisti, soprattutto nel mondo antispecista, ma non è che ciò mi porti in qualche posto particolare, e per fortuna non ho bisogno di pubblicare su Ethics per mangiare. Quindi perché continuare a scrivere di filosofia?

Intendiamoci, forse continuerò a farlo sporadicamente; dopotutto il confine fra il filosofare inteso come esercizio del pensiero e il filosofare inteso come prestarsi alla diabolica spirale di inconcludenza della filosofia accademica spesso sfumano gli uni negli altri, e ci sono ottimi filosofi che impiegano preziose energie nel tentativo di tenere a bada le astuzie e i sofismi degli imbonitori. Ma il mio parere sulla filosofia è talmente scaduto che non credo mi dirò più “filosofo”, seppur dilettante; trovo che questo titolo non sia più un onore, ma ormai sia diventato quasi uno sfregio, non so che farmene. Meglio restare scienziato, fare qualcosa che porti in qualche luogo, che faccia la differenza per le generazioni future.

Non credo che la relazione d’amore fra me e Madame Philosophie possa continuare. Possiamo restare amici? Vedo difficile anche questa. Però possiamo restare in rapporti cordiali, chi lo sa…

Ossequi





Razionali, razionalisti?

10 07 2016

 

Il sito dell’UCCR, “Unione Cristiani Cattolici Razionali” è uno dei miei bersagli preferiti, lo trovo troppo divertente, seppure mi faccia in contemporanea un po’… come dirlo … Mi faccia un po’ senso, ecco. Ma non sono l’unico a trovarlo divertente, soprattutto per via dell’ovvio ossimoro di dichiararsi “razionali” e poi metter su un sito che è fra le dieci maggiori repository italiane di bufale, fallacie logiche e nonsense.

Fa sorridere anche pensare al fatto che il nome vorrebbe rappresentare uno spoof, una presa in giro, dell’UAAR, Unione Atei Agnostici Razionalisti. Gli UAAR si ritengono razionali, sì, ma anche razionalisti. Con il loro nome gli UCCR accusano delicatamente ma inequivocabilmente gli UAAR di essere razionalisti, cosa molto brutta e cattiva, ma non razionali come sarebbero  loro.

Ora, non staremo qui a sottolineare di fronte al mio pubblico, che generalmente ha una certa cultura ed intelligenza, l’ovvietà che l’UCCR non è razionale in nessun senso del termine (seppur del termine “razionale” torneremo a discettare). Piuttosto vorrei discutere due aspetti che non sono altrettanto ovvi: possiamo dire che l’UAAR sia razionalista, e che l’UCCR invece non lo sia?

La risposta a questa domanda è secondo me tutt’altro che scontata. Diciamo che l’appellativo di essere “razionale” piace un po’ a tutti; è molto neutro e sembra un complimento, tutti vogliono definirsi razionali; gli atei di ferro dell’UAAR però ci tengono a definirsi razionalisti, mentre gli integralisti cattolici dell’UCCR ci tengono a prendere le distanze da quella definizione.

Come spesso facciamo su queste pagine, partiamo da questo spunto per un discorso di respiro molto più ampio. Da questa dicotomia comunicativa fra UAAR e UCCR possiamo infatti provare a desumere una vulgata, un luogo comune, un’idea o un quadro di pensiero così diffuso da essere dato quasi per scontato nel pensiero moderno.  Cerchiamo di desumere, insomma, cosa dice quella che gli integralisti religiosi amano chiamare la “cultura dominante” (onde potersi vantare di non farne parte), e poi valutiamo se questa diffusa idea sia effettivamente fondata.

Tutti vogliono essere razionali, dato che tutto sommato non significa niente di preciso. Gli UCCR mandano affanculo tutta la comunità scientifica mondiale ma ancora si fregiano del titolo; stanti così le cose è evidente che lo usano più o meno come sinonimo di “furbo e intelligente dal mio punto di vista” e nulla di più. “Razionalisti” dovrebbe voler dire qualcosa di più preciso, ovvero un affidarsi in maniera preponderante allo strumento della ragione, un credo stentoreo nell’ordine razionale del mondo e nella capacità della mente umana di penetrarne il disegno in maniera completa. Ovviamente, lo strumento principe della ragione è la scienza, dunque il razionalista in teoria è anche uno che crede con fermezza nel metodo scientifico. L’ateo è naturalmente razionalista, o incline ad esserlo? E il credente, il credente è naturalmente irrazionalista o incline ad esserlo?

La vulgata comune è che sì, è così. Perfino gli UCCR, il cui lavoro consiste praticamente per intero nell’usare giochi di prestigio per cercare di far passare l’idea che la scienza sia sempre dalla loro, non ritengono di essere razionalisti. Avvertono, come tutti, la sensazione che “ragione e fede sono cose separate”.

Ecco la vulgata, ecco il luogo comune indistruttibile; il pensiero che ti fa fare gli applausoni se lo dici in un talk show serale, insomma. Sicuramente il credere in Dio e il credere nella ragione e nella scienza sono cose separate che procedono su sentieri separati e trattano oggetti di ricerca separati.

È a partire da questo assunto che praticamente tutti i discorsi su religione e ragione vengono affrontati oggidì. Ci sono minoranze di “incompatibilisti” più o meno radicali, convinti che fede e ragione, approcci separati e diversi l’uno dall’altro, si litighino un campo che dovrebbe appartenere ad una sola delle due. Il sottoscritto è un incompatibilista ateo, ad esempio: la scienza è ciò che serve, non c’è spazio per la fede. Gli integralisti protestanti di stampo americano, come i loro epigoni italiani aderenti di solito alle chiese pentecostali, sono invece incompatibilisti credenti: la Bibbia ci spiega il mondo, non c’è spazio per la satanica scienza. Ma a parte questi casi, più di frequente abbiamo a che fare con compatibilisti che affermano che sì, scienza e fede sono cose separate, ma che proprio in virtù della separazione possono convivere pacificamente. Dunque io credo nella creazione MA ANCHE nell’evoluzione. Credo nella morale sessuale cattolica, MA ANCHE nella coppia omosessuale.
I compatibilisti, in qualche modo, cercano sempre di tenere il piede in due scarpe. Alcuni lo fanno saltellando da una scarpa all’altra, come ad esempio Renzi e Vendola in politica, o come Vattimo in filosofia. Altri indossano la scarpa della razionalità sulla testa a mo’ di cappello e vogliono definirsi ancora razionali, come appunto l’UCCR; altri ancora fanno la stessa cosa con la scarpa della religione ma definendosi ancora credenti o quanto meno neutrali, come ad esempio molti nel CICAP.

Ci sono mille contraddizioni particolari nell’approccio compatibilista, andare ad elencare casi specifici è sparare sulla Croce Rossa, e la gente non mi legge per sentirsi dire banalità del tipo “ma che cattolico sei se sei a favore dell’aborto?” o “ma che razionale sei se ogni volta che la scienza non è d’accordo con te la scarichi nel cesso?”
Il mio punto non è il modo in cui questi attriti fra fede e ragione sono affrontati oppure svergognatamente negati; il punto è che tutti sono d’accordo che fede e ragione siano cose separate. Tutta la discussione che segue è una semplice disputa territoriale: dove si applica la fede, e dove la ragione? L’UCCR non vuole dirsi razionalista perché è convinto che ci siano ambiti su cui la ragione reclama territorio che però vanno consegnati alla fede (nel caso specifico, praticamente tutti). L’UAAR vuole dirsi razionalista perché ritiene che sia la fede che reclama spazi non suoi (anche qui, praticamente tutti).

Ma se invece fede e ragione fossero la medesima cosa? Se essere razionalisti ed essere fideisti fossero tutto sommato sinonimi, o al massimo modi diversi di guardare allo stesso approccio filosofico? Qualcuno l’ha mai considerata questa possibilità?

Sì: nel Medioevo, TUTTI. Nel Medioevo, era QUESTA la vulgata: ragione e fede sfumano l’una nell’altra, non v’è cesura né disputa territoriale alcuna.

Una delle argomentazioni più idiote usate dai credenti per sostenere che la scienza sia dalla loro anche quando non lo è è copiare-incollare un elenco di famosi scienziati credenti che gira in rete da anni, e probabilmente continuerà a girare sempre uguale anni dopo la mia morte: “visto quanti scienziati credenti? È perché non è vero che la scienza contraddice la fede”. L’argomento è chiaramente demenziale per una serie di ragioni, prima fra tutte il fatto che nella lista ci sono prevalentemente scienziati vissuti secoli fa in un mondo, quello della scienza, in cui sei le tue posizioni diventano già obsolete dopo un anno da quando sono state espresse; ma ancora più demenziale è la risposta che danno di solito gli atei a questo demenziale argomento:  “erano credenti solo perché se no lì  bruciavano!”

Chiariamoci: è vero, non conveniva a chi avesse la pelle sensibile al fuoco dichiararsi atei nel ‘600, per dire. Ma chi dica che gli scienziati del passato erano credenti solo perché costretti è uno che non ha letto niente di quello che costoro hanno scritto.

Farò un esempio per tutti; prendiamo Cartesio, da molti considerato iniziatore del razionalismo e fra le altre cose grandissimo matematico. Cartesio era un gran paraculo che non pubblicava niente senza essere sicuro al 100% di non rischiare l’Inquisizione; quindi sì, è vero che era in qualche misura costretto. Però, leggetelo tutto. Il sistema di Cartesio dipende da Dio per funzionare. Seppure Pascal “accusasse” Cartesio di aver costruito un sistema che poteva fare a meno di Dio eccetto “per fargli dare un colpetto per far iniziare a muovere il mondo”, quest’accusa è ingiusta a leggerla oggi. È vero che l’universo di Cartesio è meccanicista e può sembrare che non abbia bisogno di Dio per andare avanti, ma se guardiamo con più attenzione vediamo che Dio è la toppa che Cartesio mette su tutti i buchi del suo sistema, che altrimenti lo farebbero crollare. L’esistenza del mondo esterno, che Cartesio aveva sottoposto al suo dubbio iperbolico, viene salvata attraverso il ricorso a Dio: la garanzia che il mondo esiste è Dio; senza Dio Cartesio è impantanato come una zanzara sulla carta moschicida.

Dunque si mette diligentemente all’opera e prova logicamente l’esistenza di Dio. Come avevano fatto quasi tutti i filosofi prima di lui, peraltro!

Di prove dell’esistenza di Dio oggi non si parla più, e quando se ne parla vanno per la maggiore i miracoli. Dal punto di vista filosofico ciò è buffo, perché i miracoli per definizione non provano niente e infatti i razionali filosofi medioevali usavano un armamentario argomentativo molto più raffinato. Tuttavia è comprensibile se si ricorda la vulgata odierna su fede e scienza: la prova è un concetto scientifico, ricordiamoci che oggi fede e scienza sono considerate rigidamente separate, dunque non si può e non si deve tentare di dar prova di Dio; anche perché se sottoponi Dio al processo della prova lo sottoponi anche al rischio, o meglio alla certezza, della controprova. Per questo oggi i credenti citano prevalentemente i miracoli, ovvero non cercano di provare qualcosa di positivo muovendosi all’interno del pensiero scientifico e razionale, ma piuttosto di scardinare la logica scientifica ed il concetto stesso di prova attraverso l’eccezionale. Per la ragione, che si sforza disperatamente di dare al mondo delle regole, le eccezioni, le imprecisioni, le fluttuazioni, sono una minaccia, un’elemento di caos; ed è lì, in quello spazio pertinente al non-razionale, che i credenti cercano di ritagliare il proprio spazio in opposizione alla ragione, nella posa dichiarata o velata del nemico della ragione.
Ma questo atteggiamento, almeno da parte dei credenti un po’ più intellettualoidi, è abbastanza giovane in senso storico. Non dimentichiamoci che c’è stato un tempo in cui tutti i filosofi, che erano spesso anche scienziati  e comunque i massimi intellettuali del tempo, citavano prove positive e logiche dell’esistenza di Dio. Una di esse, quella ontologica, è semplicemente e palesemente ridicola e ammetto che mi sorprende che qualcuno possa averla seguita davvero anche solo per un momento …  Ma le altre, e mi riferisco soprattutto alla prova cosmologica della “causa prima” e quella fisico-teologica basata sull’ordine razionale del mondo, avevano una logica abbastanza stringente, specialmente la seconda.

Ora, non possiamo accusare Cartesio di essere ateo, quando infilava Dio pure nell’insalata. Nemmeno possiamo accusarlo di essere un irrazionalista: è considerato il padre del razionalismo! E nemmeno possiamo fare quello che piacerebbe ad alcuni credenti, ovvero riconoscergli di essere riuscito a conciliare l’inconciliabilità fra fede e ragione, perché sanno anche le capre che il suo sistema filosofico di fatto era un colabrodo. Il punto è un altro, e cioè che Cartesio non vedeva ancora alcuna distinzione netta fra fede e ragione; sfumavano l’una nell’altra. Cartesio risolveva i problemi logici del suo sistema invocando Dio, e il suo sistema a sua volta provava l’esistenza di Dio. Non stava cercando di conciliare fede e scienza, erano già unite nel momento in cui il sistema era stato concepito. Be’, certo, i gemellini monozigotici stavano iniziando a separarsi in quel periodo, Cartesio probabilmente lo stava vedendo ed è forse l’ultimo che tenterà seriamente di tenerli insieme come succedeva ai bei vecchi tempi. Ma nel suo sistema sono ancora uniti.

Il chirurgo che li separerà per sempre ha, ai miei occhi, il nome di Blaise Pascal. Oggi uno degli idoli dei credenti e di tanti compatibilisti, è forse l’iniziatore, o comunque uno degli avvocati più convinti, del luogo comune di cui dicevo: scienza e fede sono separate. La ragione è sovrana su questioni di ragione, ma deve riconoscere che “ci sono infinite cose al di là di essa”. Su queste cose regna invece la fede, ma attenzione, anche lei non è autorizzata a sconfinare! Il moto dei fluidi lo decide sempre la ragione!
Quali siano le questioni di scienza e quali quelle di fede a questo punto è disputa territoriale, e su questo argomento ci stiamo ammazzando a vicenda ancora oggi, ma è ormai chiaro che sono cose diverse e trattano di cose diverse. La scienza ha un suo regno e la fede ne ha un altro.

Ora guardiamo questi due soggetti: l’ultimo ad essere convinto che scienza e fede fossero una cosa sola, e il primo a dire che non è così. Guardiamoli dal punto di vista psicologico.

Domandiamoci: sono razionali?

Come tutti gli esseri umani, sono razionali a corrente alternata, ma fintanto che non avremo chiarito meglio il termine “razionale” riconosceremo loro che, a parte qualche cazzata come alcune prove dell’esistenza di Dio di Cartesio e la scommessa di Pascal, erano due cervelli abbastanza rigorosi.

Sono razionalisti?

Cartesio di sicuro, ma Pascal molto di meno. Entrambi credono che il mondo abbia un ordine razionale che può essere penetrato dalla mente umana; hanno una fiducia fortissima nella ragione, ma è solo Cartesio ad essere convinto che vi sia ragione ovunque e che essa sfumi naturalmente e comodamente nella fede. E razionalisti quasi come Cartesio erano anche tutti i filosofi cristiani medievali che prima di lui avevano tentato di provare l’esistenza di Dio; non sempre erano razionali, ma sempre erano razionalisti. Anche Anselmo quando scriveva quella robaccia ridicola della prova ontologica lo faceva evidentemente con una fiducia grandissima nel potere della ragione (forse non infinita, diciamo, quello no, ma quella penso neanche Dawkins ce l’abbia). Il famoso “intellego ut credam“, è il motto; ragiono per credere, il ragionamento mi porta naturalmente a credere. E la ragione sembrava indicare inequivocabilmente che Dio c‘era; anche perché se no come spieghiamo il fatto che ci sia questo unico mondo al centro dell’universo intorno al quale tutto gira? Come la spieghiamo l’esistenza della vita e la differenzazione della specie, senza Darwin? Dio è una soluzione abbastanza ragionevole, se proprio ci serve una spiegazione per tutto.

Ma ci serve proprio una spiegazione per tutto?

Nel loro rigido razionalismo, i filosofi medioevali erano alla ricerca continua di una spiegazione per tutto; non riuscivano a fare a meno di una spiegazione.

Questo è un punto importante all’interno del razionalismo, e va spiegato. Prendete la prova della Causa Prima sull’esistenza di Dio; la conoscete, no? Poiché ogni cosa ha una causa, la catena delle cause degli eventi andrebbe naturalmente all’indietro all’infinito; ma ciò è inaccettabile, allora è necessario postulare una causa prima incausata, Dio.
Il difetto di questa prova è evidente: se postuliamo una causa incausata stiamo semplicemente contraddicendo la premessa principale, e cioè che ogni cosa debba avere una causa; e se non è vero che tutto deve avere una causa, allora posso anche decidere che il mondo è iniziato in una grande esplosione senza nessuna causa. “Ma come? E il Big Bang cosa l’ha causato?” è una domanda legittima e naturale, ma non più e non meno legittima e naturale di “e Dio chi l’ha creato?”

Attraverso la questione della causa prima ci rendiamo conto, semplicemente, che ci sono quesiti indecidibili, domande che non hanno una soluzione, fatti che non ce l’hanno una spiegazione. Non a caso, si tratta di una delle aporie sottolineate da Kant: tanto “esiste una causa prima” quanto “non esiste una causa prima” sono soluzioni inaccettabili al problema della regressione infinita delle cause.

E Kant era proprio un nome che bisognava fare a questo punto, perché se Cartesio è l’ultimo vero razionalista puro, Kant è il primo esponente di un razionalismo nuovo, quello cui si rifanno coloro che si definiscono razionalisti oggi. Un razionalismo basato sulla critica della ragione alla ragione stessa. Il kantismo è la ragione che critica sé stessa e si riconosce limitata, e accetta in qualche misura di stare dentro ai propri limiti. È finita l’era della ragione assoluta, la ragione che ordina ogni cosa e che deve spiegare ogni cosa, ed è così ossessionata dal dover spiegare tutto che è pronta anche a spiegarlo male … per esempio rispondendo “l’ha fatto Dio” ogni volta che è in difficoltà.

Il sistema kantiano è filosoficamente molto problematico; ciò nonostante, Kant è oggi probabilmente il filosofo più amato dagli scienziati, perché il suo approccio è lo stesso dello scienziato: navighiamo a vista, lavoriamo per spiegare quello che riusciamo a spiegare, ma non illudiamoci di riuscire a soddisfare mai la ricerca infinita della ragione; lo scienziato vive per le domande molto più che per le risposte. È questa la ragione per cui quando sento dire che “la scienza non può spiegare tutto” come argomento in favore dell’irrazionalismo, sorrido sempre: tutti gli scienziati sanno che la scienza non può spiegare tutto, non foss’altro che perché non vivremmo abbastanza da riuscirci; il senso della scienza non è tanto spiegare tutto, quanto provarci sempre.

Dunque la ragione che sta dietro alla scienza moderna non è una ragione onnipotente, assoluta e onnicomprensiva. Quel tipo di ragione che vuole assolutezza a tutti i costi non può che, in pieno spirito hegeliano, degenerare nel suo perfetto contrario: irrazionalità.

Il che ci conduce finalmente a quella che è la mia risposta al quesito iniziale sul razionalità e razionalismo. Uno scienziato ateo, oggi, forse non dovrebbe dirsi razionalista, perché se ha fatto i compiti a casa di filosofia dovrebbe sapere che la ragione è uno strumento intrinsecamente limitato utilizzato da esseri intrinsecamente limitati per riuscire a gestire meglio le loro vite intrinsecamente limitate. Se il razionalismo è la fiducia senza confini nella ragione che tutto inquadra, tutto spiega e tutto fa funzionare a puntino come un meraviglioso orologio cosmico, uno scienziato ateo non può dirsi razionalista, in senso filosofico. Dovrebbe invece dirsi razionale.

Ma parliamone, adesso, del termine “razionale”, che finora abbiamo lasciato abbastanza in ombra. Ho detto prima che si tratta di una generica denotazione di cui la gente piace vantarsi, come “bello”, “intelligente”, “simpatico”. Son tutti termini che a conti fatti indicano qualcosa di molto vago. Ma si può dare un significato più preciso al termine?

Penso di sì, ma mentre al termine “razionalismo” possiamo dare una collocazione di tipo filosofico, il termine “razionalità” dobbiamo calarlo in un contesto psicologico; non è una posizione filosofica ma un atteggiamento della persona. Io intendo la razionalità come l’uso corretto e circostanziato della ragione all’interno dei suoi ambiti; insomma, quello che ispira il criticismo e il metodo scientifico. E alla base del criticismo c’è proprio il ridimensionamento della fiducia nella ragione; come diceva Pascal, la ragione deve riconoscere che ci sono cose al di là di essa. Quindi direi che in questo senso il razionalismo, che invece vuole sottomettere tutto alla ragione, non può essere razionale.

Ma attenzione, non può esserlo neanche l’irrazionalismo.

Torniamo a Pascal. Lasciamo stare per un momento il Pascal filosofico, e guardiamo al Pascal psicologico, che è praticamente il paradigma psicologico dello “scienziato credente” e delle sue contraddizioni, tormenti e a volte del suo infantilismo. Pascal ci diceva che al di là della ragione ci sono molte cose. Quasi tutte, potrei aggiungere io che su quel punto sono d’accordo; la ragione si può applicare in maniera parziale a molti problemi, ma forse non può risolverne in maniera completa nemmeno uno. Quindi ok, ci sono confini ben precisi alle potenzialità e all’uso della ragione. Ma al di là della ragione cosa c’è?

C’è il caos, c’è il dionisiaco, c’è il movimento incessante e incontrollabile della vita e delle passioni. Questo è ciò che c’è al di là della ragione. Lasciare la ragione significa scendere a patti con quel po’ di follia che attraversa come un filo invisibile tutto l’esistente. Ma Pascal non intendeva questo: al di là dell’ordine razionale basato sulla scienza, egli vedeva l’ordine religioso basato sulla fede. Un ordine non meno rigoroso, e anzi più rigoroso; non meno pervasivo, e anzi più pervasivo; non meno pretenzioso, ed anzi più pretenzioso; un ordine basato sulla rigidità del dogma, sulla gerarchia della Chiesa, sulla fissità dei testi Sacri, sul rigore dei documenti conciliari, sulla punizione attiva dei dissidenti.
Pascal il caos non lo tollerava proprio. Lo vedeva, certo che lo vedeva, mica era scemo; una persona così ossessionata dall’ordine non può fare a meno di vedere se c’è qualcosa di così fuori posto come “una canna che pensa”. Ma una persona così ossessionata dall’ordine non può neanche vedere qualcosa di così fuori posto senza andare subito a raccoglierla, piegarla per bene e infilarla in un cassetto. Ed è quello che ha fatto lui.

Proprio nella famosa scommessa emerge nella forma più chiara il tentativo di Pascal di costruire un argine all’ignoto e al caos come obbiettivo primario: la sua priorità è niente di meno e niente di più che trovare un modus operandi che massimizzi una funzione di profitto; una formula vincente per l’esistenza. Pascal non tenta di applicare a tutto la ragione strictu sensu, e in questo si differenzia da Cartesio. Ma, esattamente come Cartesio, vuole applicare a tutto un ordine gestibile.

Attenzione, ovviamente ordine e ragione sono cose diverse in senso logico; ma spesso vengono scambiate nel discorso. Per esempio, come spiegavo qui, quelli che si scagliano contro il “gender” dicono di farlo in nome della ragione, ma in realtà agiscono bellamente contro la ragione, e piuttosto sotto la spinta della brama di un certo ordine costituito riguardo ai ruoli di genere che oggi non è affatto razionale; e molti ambienti “progressisti” che si scagliano contro la scienza in realtà la scambiano semplicemente con un ordine costituito che non amano, nello specifico, l’ordine capitalistico. Questo accade perché, in senso psicologico, la ragione è una forma di ordine, o forse potremmo addirittura dire che è la forma d’ordine per eccellenza. La ragione è lo strumento principale che rende il cosmo prevedibile e gestibile. Chi è mosso da amore per la ragione di solito ama anche l’ordine (e mi ci metto dentro anche io), e viceversa di solito chi odia la ragione odia anche l’ordine. Ma non è regola assoluta; anzi, addirittura è perfettamente normale aspettarsi che l’amore eccessivo dell’ordine finisca col diventare irrazionale.

Pascal voleva mettere tutto in ordine; resosi conto che non poteva farlo con la sola ragione, allora la completò con la fede. È condivisa fra Cartesio e Pascal un’autentica “ossessione razionalizzante”, ovvero un’ossessione non tanto per la ragione ma per l’ordine che essa porta con sé; un’ossessione che è molto comune fra i filosofi anche oggi, in particolare fra quelli di scuola analitica. E all’apice dell’evoluzione di questa figura psicologica del “filosofo razionalizzante” sta Kierkegaard. In lui l’ossessione per trovare un ordine si rovescia, dialetticamente, nel suo perfetto contrario: gettare alle ortiche ogni ordine e abbracciare l’assurdità. La contraddizione è reale e insanabile in senso logico ma, in senso psicologico, fila magnificamente: nella mente di Kierkegaard la razionalità più totale è distruggere la ragione: gli estremi alla fine si toccano. O tutto è ragione o niente lo è; e il motto non è più “intellego ut credam“, bensì “credo quia absurdum“, credo perché è assurdo. In Kierkegaard è rimarchevole che ciò si verifichi all’interno di un quadro di assoluta consapevolezza, qualcosa che troveremo poi anche in Nietzsche, un altro, questa volta ateo, che passò dal venerare la ragione al gettarla alle ortiche. Ma nella maggior parte dei filosofi odierni lo scambio fra ragione assoluta e irragionevolezza assoluta si verifica silenziosamente, e in questo silenzio si nasconde il suo pericolo, poiché nella ricerca degli “assoluti” riposa il germe della distruzione di ogni adeguazione fra pensiero e realtà.

Come ci si può salvare da questo pericolo costante?

Be’, la risposta è una specie di uovo di colombo al contrario: facilissima da spiegare, difficilissima da mettere in atto.

Bisogna fare gli equilibristi: camminare sempre in bilico sul muretto che separa il caos delle cose dall’ordine dei pensieri, guardando e ponderando ogni passo, sempre pronti a tornare indietro e a correggere il tiro.

Questa non è nient’altro che la pratica giornaliera della vita, il gioco cui tutti quanti già giochiamo, volenti o nolenti. Un gioco incredibilmente difficile, basato tanto su ragionevoli scommesse quanto su imprevedibili colpi di fortuna e sfortuna; un gioco in cui siamo giocatori quanto pedine, che spesso controlliamo ma che altrettanto spesso non controlliamo.

Credo che la maggior parte dei filosofi anche odierni, come Cartesio e Pascal, lavorino incessantemente più che altro per cercare di trovare la formula vittoriosa, il trucco, il cheat, il codice segreto da infilare nel gioco che permetta di evitare di dover pensare ogni mossa con tanta fatica, di dover passare ogni momento a cercare di comprendere e gestire l’incomprensibile che abbiamo sia dentro che fuori, e infine di prendersi la responsabilità dei successi e dei fallimenti collegati alle proprie scelte.

“Cosa è morale?”; ecco una tipica domanda dei filosofi.

“Dipende da un milione di fattori: da ciò che vuoi, da ciò che senti, da chi sta intorno a te, dalle circostanze esterne e dalle circostanze interne; insomma da così tante cose che di solito è impossibile definire in maniera univoca il comportamento moralmente giusto.”; ed ecco, questa era la risposta corretta.

Ma ammettiamolo, sono molto più semplici da mettere in atto risposte tipo “è il comportamento che tu vorresti vedere divenire legge universale”, o “è il comportamento che minimizza la sofferenza complessiva” oppure ancora “è quello che dice la Chiesa”. Per quanto tutte queste risposte richiedano comunque un certo sforzo di “calcolo” dietro (legge universale in che senso? E come si misura la sofferenza? E la Chiesa, ma quale delle tante, e quale delle tante anime interne ad essa?), hanno comunque ristretto il numero di variabili da analizzare da “innumerevoli” a “numerabili”. Che, seppure a scapito della correttezza, risparmia un sacco di tempo. E in ciò, e solo in ciò, sta l’attrattiva ineliminabile di queste risposte-trucchetto.
Mentre di forma ti chiedono di usare in qualche modo la ragione per trovare le risposte che vuoi nella vita, di fatto ti  chiedono in realtà di usarla a regime minimo. E anche quando ti dicono, se te lo dicono, “ci sono cose al di là della ragione”, in realtà non si riferiscono al caos e all’imprevedibilità dell’esistenza e alla necessità di accettarli, no. Si riferiscono a fattori numerabili, ordinati, ordinabili e gestibili attraverso un utilizzo minimo delle nostre facoltà. La scommessa di Pascal: risolvere l’esistenza dell’uomo in dieci righe e un’equazione.

Se questa è la razionalità, il mio consiglio è di lasciarla perdere: siate irrazionali.

 

Ossequi.