L’Ora Legale

31 08 2017

Qualche giorno fa ho visto il film “‘L’ora legale”, praticamente una fiction su quello che è successo a Marino a Roma. Riassunto della storia: un sindaco “onesto” viene eletto per riformare l’amministrazione di Petrammare, una città di merda completamente dominata dall’illegalità, dal traffico, dalla sporcizia e dall’inefficienza, portandovi la legalità. Quando inizia davvero a farlo, però, praticamente tutti gli abitanti (qui sta l’unica differenza con la vicenda reale di Marino, che in realtà seppur odiato dalle caste romane era alquanto apprezzato dalla popolazione) iniziano a vedersi toccati i propri interessi, e danno il via ad una sollevazione popolare che conduce alla fine alla cacciata del sindaco tramite uno scandalo-pretesto montato ad arte, e ad un ritorno dell’illegalità.
Diciamo che potevano anche inventarsela qualcosa, Ficarra e Picone, dai.

Complessivamente, non ho apprezzato molto il film, né condivido i giudizi positivi della critica. Cominciamo col dire però quali siano i suoi lati positivi: per cominciare, il problema su cui attira l’attenzione è dannatamente attuale; il film ricapitola praticamente la persecuzione di Ignazio Marino ad opera di tutte le caste e tutte le forze politiche, una persecuzione così spietata che ha visto in prima fila a portarla avanti lo stesso Matteo Renzi, oggi visto come una specie di unico baluardo contro il populismo ma che a Roma è stato il re dei populisti. Un tema indubbiamente interessante di cui discutere. Questo è positivo.
L’altro lato positivo è che la “morale” della storia muove almeno oltre una certa rappresentazione dell’Italia e del sud in particolare da parte degli italiani cui siamo abituati; ricordo per esempio il film “Ieri, oggi e domani”, in cui una Loren venditrice di sigarette abusiva a Napoli elude la galera facendosi mettere ripetutamente incinta, con l’approvazione aperta di tutta la città e il palese compiacimento della regia, come se l’illegalità fosse sostanzialmente un grazioso elemento del folklore locale. Quel film mi disgustò.
Almeno ne “L’ora legale” la situazione viene descritta con un po’ di amarezza/rassegnazione, e c’è da parte degli autori, almeno sulla carta, l’intenzione di stare dalla parte del “sindaco onesto”. Questo è già un progresso, almeno non ci sguazziamo beatamente, nell’illegalità.

Purtroppo l’intento a mio avviso fallisce per mancanza di coraggio e per via di un’impostazione sbagliata della sceneggiatura. Il film riesce a farci vedere il punto di vista dei cittadini che non vogliono più “l’onestà”, punto di vista che sulla carta vorrebbe condannare, onde condannarci tutti… Ma è così ansioso di farci capire quel punto di vista che finisce, inevitabilmente, per esserne apologetico. L’arrivo del sindaco onesto Natoli, da quanto ci viene mostrato nel film, a parte rendere la città un po’ più carina, sembra davvero una specie di catastrofe naturale: l’industria più importante della città viene costretta a chiudere, gli affari iniziano ad andare male più o meno per tutti, gli stessi protagonisti, interpretati da Ficarra e Picone, che gestiscono un bar in piazza, si trovano a perdere clienti e infine si vedono chiudere l’attività. in sostanza, l’arrivo della legalità sconvolge e distrugge l’intero equilibrio economico-sociale del paese, che era basato sul sistema della corruzione, dell’imbroglio, della truffa, dei “favori”, delle raccomandazioni e via discorrendo. Di positivo accade che la città effettivamente è più pulita e carina, ma a parte questo l’arrivo del sindaco sembra effettivamente una disgrazia, e la sua fissazione per il rispetto delle regole finisce con l’apparire stupida, fuori dal mondo e finanche dannosa, in un posto in cui l’intero ecosistema socioeconomico si basa sull’illegalità (Marino again).
Insomma il messaggio del film si riassume così: “sì, è vero, le regole in teorie andrebbero rispettate, la legalità sarebbe una cosa bella sulla carta. Però nella pratica vi sono equilibri che si reggono sull’illegalità diffusa e pensare di cambiarli è sì una buona intenzione, ma è anche un’idea sciocca e fuori dal mondo destinata al fallimento”. Con la postilla: “eh, purtroppo è così, non è che ci piace ma è così”.Risultati immagini per l'ora legale recensione

Però per un film che tutto sommato sembra volerci fare la morale, questa è veramente una pessima morale da fare. È vero, ci sono ecosistemi, come quello romano ad esempio, che di fatto si reggono sul malcostume dei favori, delle caste, delle raccomandazioni, dell’inefficienza. In un qualche modo “funzionano”, nel senso, non è l’apocalisse nucleare quello che succede a Roma: è semplicemente una città sporca, puzzolente, scomoda ed invivibile, ma sarà pur sempre meglio di Pyongyang. Non è la Shoah se rimane così. Però sarebbe molto meglio se venisse riformata, e col giusto polso e la giusta astuzia politica, quel sistema potrebbe e dovrebbe essere riformato. Ne guadagnerebbero tutti gli abitanti, nel complesso. Mi si vuol far credere che veramente Petrammare/Roma può funzionare solo se si infrange la legge? Che effettivamente l’equilibrio migliore e più sano per gli abitanti è quello, sporco, puzzolente, sprecone, inefficiente, che si è già trovato? Che se aspiri a qualcosa di meglio, alla fin fine, sei benintenzionato ma un povero coglione?
Perché nel momento in cui mi si mostra che il sindaco onesto Natoli sostanzialmente demolisce il tessuto sociale della città, senza farvi corrispondere alcuna seria contropartita, mi stai dicendo che in effetti coloro che lo vogliono far dimettere hanno tutte le ragioni di volerlo fare… Anche se poi vorresti dirmi che hanno torto, che sono dei mostri, la situazione che descrivi è una in cui hanno delle ottime ragioni. Certo, nella realtà perché un’insegnante di scuola dovrebbe avercela anche lei col sindaco Natoli? Forse la obbliga a lavorare di più? Può essere, ma la tiene anche meno imbottigliata nel traffico, le fa trovare meno cacca di cane per strada, le fa respirare un’aria meno cancerogena, le fa fare file più brevi alle poste e al comune; inoltre fa risparmiare un sacco di soldi alle casse pubbliche, che poi possono essere usati, per esempio, per diminuire il costo dei mezzi pubblici o per costruire aree attrezzate per i bambini o per ammodernare le stesse aule della scuola rendendole il lavoro più confortevole… E i due baristi che perdono i clienti perché gli impiegati comunali, ora che devono lavorare davvero, non possono più andare al bar? Lasciamo stare che ci sono sempre le pause per andare al bar… Ma i primi a guadagnare da una città più pulita e ordinata sono proprio gli operatori coinvolti nel turismo, perché la città diventa più attraente. La legalità non è meglio dell’illegalità soltanto sulla carta e nelle teorie dei filosofi morali: la legalità fa stare tutti quanti meglio; è stata inventata apposta per quello, per il bene comune, i.e. per il bene di tutti. Nel film però questo non si vede per niente; si vede solo una bella piazza linda e pulita: scegliete una piazza linda e pulita o mille posti di lavoro? Anche io, che sono piuttosto onesto e tengo all’ambiente, sceglierei il posto di lavoro, ma il punto è che non sono affatto cose mutualmente esclusive.

Marino… cioè, Natoli, ci dicono gli autori, in teoria è buono e bravo, ma nella pratica, è rigido, ottuso e non si rende conto di portare più danni e fastidi che benefici, nel contesto in cui è calato. La sceneggiatura insiste continuamente sul suo essere fuori dal mondo e sostanzialmente idiota: Natoli non ha mai una battuta interessante, e quando gli viene chiesto di dar ragione dei suoi provvedimenti non prova nemmeno a giustificarli in modo pratico, sa solo dire che “sono le regole e vanno rispettate”, come se nemmeno lui sapesse perché esistano, queste regole. La scelta di un Vincenzo Amato completamente incapace ed inespressivo per interpretarlo mette la ciliegina sulla torta sull’opera di rendere il personaggio completamente impermeabile alla simpatia: il giudizio più lusinghiero che si possa dare ad una persona così priva di personalità ed intelligenza come Natoli sarebbe “è un buon coglione”. Entrare nel suo punto di vista è completamente impossibile; di fatto come punto di vista ci viene somministrato solo quello dei cittadini insoddisfatti e insofferenti alla legalità che però, diciamolo, almeno hanno una personalità e hanno un po’ di senso pratico, mica come quell’imbecille del sindaco che vive nel mondo di My Little Pony. Però, che Ficarra e Picone ci credano o meno, di spiegarci quel punto di vista lì non ve n’è gran bisogno; gli italiani, specie del sud, conoscono già perfettamente le “ragioni dell’illegalità”, visto che le vivono tutti i giorni, spiegarcele ulteriormente mi pare abbastanza superfluo.

Ora, come diceva Schopenahuer, se la teoria differisce dalla pratica, è la teoria ad essere sbagliata; il messaggio del film finisce con l’essere, in sostanza, che la legalità è una bella idea senza applicazione pratica. Marino… Cioè, scusate, Natoli, non poteva avere successo perché la legalità nell’ecosistema di Roma… cioè, scusate, Petrammare, non può funzionare e i cittadini per primi non la vogliono per davvero perché, sebbene amino lamentarsi, in realtà stanno bene così. Ma che messaggio è? Lo sappiamo già cosa è successo a Marino e perché è successo, le abbiamo viste le manifestazioni inscenate dai parassiti di Roma al grido di “Marino dimettiti”, quando era stato accusato, e poi assolto, di aver caricato un po’ i rimborsi per spese di rappresentanza nella città di Mafia Capitale. Il problema non è che la legalità a Roma non possa funzionare, è che per implementarla ci vuole una certa astuzia politica, visto che se ci provi ci sono gruppi di interesse che faranno di tutto per distruggerti.

Poteva il film essere sviluppato in maniera più interessante?
Secondo me sì; sarebbe stato più interessante vedere, per esempio, cosa succederebbe se venisse fuori un Marino che oltre alle buone intenzioni ha un po’ di astuzia politica in più per metterle in pratica.
Certo, mi si potrebbe dire che, proprio sapendo cosa è successo a Roma, il fatto che il film si sviluppi in questo modo è realistico: il sindaco benintenzionato ma troppo ingenuo viene distrutto dai gruppi di interesse cui ha pestato i piedi. Ok, ci sta. Ma allora vorrei almeno vedere la vicenda dal punto di vista della vittima più che da quello dei carnefici, visto che quello dei carnefici è quello che ci hanno propinato tutti i telegiornali per mesi.

Quello che accade nel film è, invece, che l’atteggiamento di rassegnazione allo status quo, che già di suo sarebbe discutibile, si tramuta in adozione del punto di vista del furfante, addirittura con l’identificazione del cittadino comune col furfante e infine con una sottile apologia dello status quo, e alla fine della visione si resta dubitanti: ma Ficarra e Picone condannano lo status quo o sotto sotto se ne compiacciono? Non è che forse loro stessi sono i primi che amano lamentarsene ma tutto sommato ci sguazzano?
Perché se, come sostengono molte recensioni del film che ho già letto, il film vuole essere uno specchio della mostruosità di ognuno di noi, è anche vero che in uno scenario in cui tutti sono mostri nessuno è davvero mostro…

Ossequi.

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Fissazione anale

16 01 2017

La signora Silvana De Mari (tecnicamente sarebbe dottoressa, ma a mio avviso costei è già tanto se la chiamo signora) è recentemente assurta agli onori della cronaca grazie ad una sua straordinaria capacità personale: quella di produrre stronzate in quantità tale che, se inventassero un motore che funziona a stronzate, con un giorno di lavoro sarebbe in grado di provvedere al fabbisogno energetico della Cina per il prossimo cinquantennio.

Intendiamoci, secondo me le stronzate sono una forma d’arte, specie quando raggiungono espressioni così divine. Ma è difficile guadagnarsi da vivere con l’arte, sarà per questo che la De Mari si guadagna da vivere come endoscopista, ovvero infila sonde nel culo alla gente. Non so come se la cavi da endoscopista, probabilmente bene visto che da ciò che dice sembra trasparire una passione sconfinata per gli ani altrui e per le loro vicende; ma sono sicuro che con la produzione di stronzate se la cava pure meglio.

Il punto, pur non mettendo in dubbio le doti personali di cazzara della signora, è che purtroppo occorre dire che di stronzate l’umanità è sempre in surplus, quindi la nostra non ha davvero niente di particolare per cui dovrebbe meritare la nostra attenzione; è vero però che sta avendo i suoi, dolorosissimi per noi dotati di neuroni, quindici minuti di celebrità, quindi possiamo usarla come spunto per fare un pochino di informazione come si deve.

Dunque, se dovessi riassumere i contenuti della sparata media della De Mari in una serie di parole chiave, esse sarebbero: ano, feci, retto, colon, fisting. Praticamente non fa altro che parlare delle cavità anali del prossimo. Vabbe’, io faccio statistica di lavoro, parlo spesso di statistica, ma non ne parlo sempre, questa pare proprio ossessionata.
Certo non è l’unica appassionata di sesso anale (come argomento intendo, ma che avete capito?!) che troviamo nel mondo ultracattolico e in generale omofobico. Avete mai sentito termini come “culattone” e “culo” o “buco” per riferirsi agli omosessuali? Addirittura in quegli ambienti lì si continua a parlare di “sodomia” come sinonimo di omosessualità, non è una sorpresa.

Problema principale: è un’identità semplicemente FALSA.

Io per primo sono omosessuale al 100%, ma quando iniziavo a scoprirmi una delle mie preoccupazioni era che, oltre a non essere etero, e quindi non rientrante nelle aspettative sociali sugli etero, pareva che non rientrassi neanche in quelle sugli omosessuali. Non avevo mai fatto nessuna fantasia sul sesso anale; non mi interessava l’idea di penetrare un altro maschio, men che meno mi interessava l’idea di esserne penetrato: sempre odiato anche solo le supposte. “Ma se sei gay, prima o poi ti toccherà farlo il sesso anale”, mi diceva una vocina interiore. Come tanti, anche io avevo interiorizzato gli stessi stereotipi su di me: essendo gay, devo fare sesso anale, anzi, addirittura, essere gay=fare sesso anale.

1hrsqnNon che non ci abbia mai provato, a farlo, o che non abbia raggiunto una certa apertura mentale (purtroppo solo mentale e non anale) a riguardo, nel tempo. Una volta l’ho anche fatto, da attivo. L’ho trovato noiosissimo. Probabilmente, come in tutte le pratiche sessuali, il divertimento dipende anche da chi c’è dall’altra parte, perché contrariamente a quello che continua a ripetere la signora, forse per auto-convincersene, il sesso omosessuale come tutto il sesso si fa in due, è un atto eterodiretto, è un rapporto. Ho incontrato persone con cui quel rapporto ha funzionato, e altre con cui non ha funzionato; la mia unica esperienza anale rientrò nella seconda fattispecie, probabilmente con un’altra persona sarebbe andata meglio.

Comunque, fra una cosa e l’altra, non ho più fatto sesso anale per vari anni. In compenso ho avuto altri rapporti sessuali veramente fantastici. A sentire la signora mi sa che non sono manco omosessuale, visto che sembra non concepire proprio la differenza fra sessualità anale e omosessualità.

Ma sarò io una mosca bianca? Sono l’unico gay al mondo che sta benissimo senza sesso anale e non lo cerca e non lo pratica?

Io ne ho conosciuto e conosco parecchi così. Quindi sicuramente non sono un alieno, si tratta anzi di una cosa estremamente comune.

Quanto comune?

Vi prego, se la De Mari o il suo tutore legale stanno leggendo tengano pronti i Sali per rianimarla: secondo uno studio del 2011, circa il 62% dei maschi omosessuali non pratica mai il sesso anale[1]!

[Piccolo edit: mi è stato fatto notare che lo studio di Rosenberg non si riferisce al sesso anale mai fatto in tutta la vita, ma solo al rapporto più recente. Non prova dunque che la maggioranza dei maschi omosessuali non lo pratichi mai; quello che prova è solo che il 62% dei maschi omosessuali non lo considera una pratica sessuale irrinunciabile e, verosimilmente, non lo pratica con regolarità. A posteriori, pareva in effetti una percentuale troppo alta; per esempio io stesso, che non pratico il sesso anale, una volta nella vita l’ho provato, quindi è logico pensare che quelli che lo hanno fatto “almeno una volta” siano parecchio numerosi, al punto anche di sovrastimare moltissimo il numero di coloro che poi lo praticano di fatto con regolarità.
Altri studi suggeriscono che la percentuale dei maschi omosessuali che non praticano sesso anale sia di uno su quattro o uno su tre [2,3,4]. Chiaramente si tratta comunque di una percentuale enorme e sufficiente da sé a sfatare il mito secondo cui omosessualità = sesso anale.]

Parliamo di omosessuali casti che non praticano mai sesso? No, perché il 72% pratica invece il sesso orale, quindi il quadro più ragionevole è che almeno metà dei maschi omosessuali sessualmente attivi non pratichi il sesso anale (delle lesbiche non parliamo nemmeno, perché come tutti sanno le lesbiche per l’integralista cattolico non sono vere omosessuali, ma sospetto che non pratichino il sesso anale neanche loro).

Il confronto con gli eterosessuali ha risultati ancora più impietosi, perché stando ad altri dati che non presento gli eterosessuali praticano il sesso anale perfino di più degli omosessuali. Ma lasciamo da parte il confronto, i confronti sono sempre difficili da fare e da interpretare; già il crudo dato è sufficiente: se almeno un omosessuale sessualmente attivo su due non pratica il sesso anale significa che l’uguaglianza sodomia=omosessualità è pura fantasia.

Quando una fantasia diventa stereotipo, a mio avviso, è sempre d’uopo domandarsi il perché, e io credo che la ragione sia l’approccio eteronormativo alla sessualità omosessuale, non a caso solo a quella maschile perché si presta particolarmente. Molti, sia eterosessuali che omosessuali, tendono a vedere la sessualità omoerotica come una specie di “imitazione” di quella eterosessuale. La sessualità eterosessuale, a propria volta, è piagata dal cancro cattolico prima e psicanalitico dopo che la ha codificata secondo il vecchio paradigma della genitalità: il sesso è la pratica riproduttiva.

Questa visione è vecchia come il cucco e oggi non ha più alcuna base scientifica. Ovviamente il sesso può avere una funzione riproduttiva, ma nei primati superiori ha anche una funzione sociale e ricreativa. Senza contare che, ovviamente, il fatto che ci sia una teleonomia evolutiva in una certa struttura o comportamento non vuol dire affatto che vi sia in esso un’intenzionalità, ovvero una finalità, ovvero una normatività. Ma quando parliamo di soggetti come la De Mari dobbiamo ricordarci che abbiamo a che fare con gente che o non ha capito l’evoluzione oppure la rigetta o più di frequente entrambe le cose, quindi si capisce perché continuiamo a sentire ‘ste stronzate su “a cosa serve il sesso”, “per cosa dovrebbe essere usato il sesso” e “cosa vuole la natura” (che, non essendo una persona, non ha volontà e non vuole proprio niente).

Insomma, se il sesso vero è la penetrazione vaginale e solo quella, e il resto sono una specie di imitazioni, be’, allora viene spontaneo pensare al sesso anale come la cosa che ci si avvicina di più. L’ano è vicino a dove sta la vagina, la posizione in cui si fa l’amplesso è molto simile, il movimento durante l’atto, “la monta”, pure è qualcosa di ubiquitario fra tutti i mammiferi… e infatti molti di loro praticano anche il sesso anale omosessuale, per inciso.  Dunque si spiega la fissazione di molti omofobi contro il sesso anale, e la loro cecità a tutte le altre forme in cui si esprime la sessualità omosessuale, che peraltro sono anch’esse in gran parte sovrapponibili a quello che fanno gli eterosessuali. E da qui viene anche l’esclusione delle lesbiche da qualsiasi considerazione: se non c’è la penetrazione, non c’è  il sesso!

E invece c’è eccome.

Beninteso, io non ho assolutamente niente contro il sesso anale, infatti penso che prima o poi lo rifarò, se troverò la persona giusta con cui provare di nuovo. Ma quello che mi preme sottolineare è quanto queste persone che si improvvisano esperti di omosessualità perché hanno infilato sondini nel culo alla gente siano semplicemente ignoranti che non sanno niente di omosessualità, e probabilmente molto poco di sessualità in generale: una percentuale enorme, se non la maggior parte, degli omosessuali, non fa sesso anale, o quanto meno non lo fa regolarmente. Scendi per strada, vai a conoscere un po’ di omosessuali, possibilmente non solo quelli cui hai infilato roba nel retto, e ti fai un’idea vera. E magari, ma FORSE EH, leggere anche qualche studio sull’argomento può aiutare. Capisco che il Catechismo dice già tutto quello che serve nella vita, ma se uno vuole capirne qualcosa di pompini e inculate forse il Catechismo della Chiesa Cattolica non dovrebbe essere il testo di riferimento.

Ovviamente poi uno stereotipo tira l’altro, dallo stereotipo che gli omosessuali scopano tutti in culo poi ne discendono vari altri. La De Mari per esempio pare molto scandalizzata dal fatto che sui siti gay si parli anche di pratiche sessuali molto non convenzionali, come il fisting, il pissing, lo scat; mi pare di capire che sia entrata in contatto perfino con la masturbazione uretrale (se non sapete cos’è non la cercate, io se potessi vorrei tornare indietro e non saperlo XD). Lo stereotipo qui è che i gay facciano tutte le peggio “schifezze”.

Non è vero. Certo uno stereotipo mediamente vero sul mondo gay c’è: siamo un pochino più aperti a parlare di sesso. È anche una necessità, visto che dobbiamo difenderci da HIV, ma un po’ discende secondo me dal fatto che un omosessuale nella propria vita si trova necessariamente a dover problematizzare e esteriorizzare la propria sessualità, mentre un eterosessuale può il più delle volte lasciarla un po’ dietro le quinte. Quindi a noi omosessuali i giochi sessuali con feci e urina fanno in media schifo come in media agli etero, ma siamo probabilmente, sempre in media, un po’ più spigliati a parlarne. Siamo anche più disinvolti a praticarli? Non saprei, forse un po’ sì, sempre in media ovviamente. Questo non significa certo che tutte le pratiche di cui parliamo siano comuni; ho conosciuto tanti, e aiutatemi a dire taaanti gay, con alcuni ho parlato anche di questioni piuttosto intime concernenti la sessualità. Non ho mai incontrato nessuno che praticasse scat o pissing (ripensandoci, ne ho conosciuto uno… ma per converso ho conosciuto anche un’eterosessuale cui piaceva, e considerando che con gli eterosessuali parlo di sesso molto di meno che coi gay, è significativo che ne abbia comunque trovato uno cui piace il pissing, si vede che non è così raro). Non è una cosa comune, ovviamente. Sappiamo per certo, d’altro canto, che gli eterosessuali lo fanno, seppur anch’essi molto molto di rado …“Two girls one cup”, mai sentito? Regista eterosessualissimo, signori miei.

Ma c’è un altro passo avanti che dobbiamo fare nel discorso, e cioè sottolineare come, se anche tutti gli omosessuali facessero scat e pissing, non sarebbero cazzi che riguardano la De Mari.

Il problema nel fare questo passo è la famosa incomunicabilità, un meccanismo di blocco mentale. Se una ti dice una cosa così:

A te cosa ti cambia se loro sono contenti? Mi cambia perché due tizi o tre che si tirano le feci addosso e che lo scrivono stanno profanando la loro umanità e la mia, stanno spargendo batteri fecali in giro, se hanno fatto il fisting dovrò curargli l’incontinenza fecale a spese de sistema sanitario loro hanno il diritto di farlo e io ho il diritto di affermare, scrivere, che lo trovo immondo.

Io non sono in grado di risponderle, perché per me questa cosa non ha alcun senso, non c’è comunicazione fra un cervello che funziona come il mio e uno che funziona (?) come il suo. Tralasciamo per un momento il discorso del Sistema Sanitario che è chiaramente pretestuoso, ma mi spiegate come faccio a “profanare l’umanità” della De Mari se una sera mi chiudo in camera mia e decido di fare qualcosa anche di, diciamolo, abbastanza disgustoso, come spalmarmi addosso le feci? Non le cambia proprio niente, non sono cazzi suoi e punto. Lei non avrebbe neppure alcun modo di sapere che lo sto facendo. Potrebbe benissimo conoscere eterosessuali che lo fanno, ma ovviamente lei non lo sa perché non glielo vanno a dire e non ha modo di saperlo. Che lei si senta violata da quello che due adulti consenzienti fanno a casa loro è un problema psicologico solo suo, non certo degli altri.

L’incomunicabilità fra persone come me persone come la De Mari è fondamentale, perché abbiamo di fronte una persona che giudica con una facilità sconcertante. Mi fa quasi paura. Io non avverto questa necessità di dare giudizi etici su tutto, esistono sfere del privato in cui non c’è niente da giudicare, e quello che fanno due adulti consenzienti in camera loro rientra nella fattispecie. Ti fa schifo l’idea dello scat? Se vuoi saperlo fa schifo anche a me, e molto; credo nessuna forza su questa terra potrebbe convincermi a praticarlo. Ma questo non ha alcuna rilevanza, nulla toglie alla dignità e al valore in quanto persone di chi invece lo trova divertente. Lo so che dire ad un ipercattolico che in certi casi ci può anche fare i cazzi propri e astenersi dal giudicare è veramente un’esagerazione (nonostante qualcuno la cui opinione essi dicono di tenere in alta considerazione sconsigliasse caldamente di dare troppi giudizi …), ma è così.

E per quanto riguarda le spese sanitarie… suvvia! La carne! Il prosciutto! È cancerogeno, è stato dimostrato. E allora? Spero che la De Mari non sia anche vegana, non sarà una di quelle che dicono che non dobbiamo mangiare prosciutto perché se poi ci viene il cancro pesiamo sul SSN, mi auguro. Il fisting è ovviamente una pratica poco salutare, oltre che molto poco comune, ma ci sono un sacco di cose poco salutari che si fanno perché le si trova piacevoli; quindi no, non sono fatti suoi se una coppia pratica il fisting. Il discorso poi diventa pazzesco se cerchiamo di applicarlo a tutte le cose che ha detto. Spargere batteri fecali in giro? A parte che come ben sa la signora i batteri fecali sono essenzialmente Escherichia coli, e a meno che non te la metti negli occhi o in bocca o su ferite aperte non fa proprio niente, ma davvero pensa che uno che pratica lo scat dopo non si faccia manco la doccia? Una sciacquata e i pericolosissimi batteri fecali se ne sono andati. Per non parlare poi del pissing: a meno che non vi siano gravi (e di norma molto visibili) infezioni delle vie urinarie in corso, la pipì è completamente sterile, la puoi letteralmente usare per lavarci le ferite; il che significa che farsi urinare addosso è cento volte meno pericoloso, per dire, che farsi venire nella vagina. Chi fa pissing pesa sul sistema sanitario meno della signora.

Ti fa schifo la cosa? Sopravvivremo, ma ancora una volta non sono cazzi tuoi, e hai voglia a gridare che invece lo sono, non lo sono, punto. Poi che uno possa farsi anche i cazzi degli altri, e be’, quello purtroppo succede d continuo; c’è la vicina che spettegola su chi ti è venuto a trovare in casa, c’è la signora che ti vede per strada e spettegola su come ti sei vestito, c’è la signora che ti infila il sondino in culo e spettegola sulle condizioni del tuo colon. Dobbiamo farcene una ragione. Il punto è che l’idea di farsi i fatti propri è del tutto aliena a certe persone: devono sparare sentenze su tutto, incluso e soprattutto ciò che non conoscono. E magari si limitassero a quell’attività, che è già abbastanza dannosa; di solito si mettono pure offendere e a spargere pregiudizi e vere e proprie menzogne per danneggiare le persone.

Certo ognuno ha i suoi hobby, personalmente non vorrei giudicare la signora se lei si diverte pontificando sull’ano delle persone. Ma chi non vuole essere giudicato, disse qualcuno, non deve giudicare…

Ossequi.

 

[1] Rosenberger, J. G., et. al. Sexual behaviors and situational characteristics of most recent male-partnered sexual event among gay and bisexually identified men in the United States. Journal of Sexual Medicine. (2011); 8:3040–3050.

[2] McWherter, D.P. and Mattison, A.M. (1984). The Male Couple: How Relationships Develop. Englewood Cliffs, NJ: Prentice-Hall.

[3]Zazola-Licea, et al. “Sexual behavior patterns and HIV risks in bisexual men compared to exclusively heterosexual and homosexual men.” salud pública de méxico 45 (2003): S662-S671.

[4] Wei, C. et al “Preference for and maintenance of anal sex roles among men who have sex with men: Sociodemographic and behavioral correlates.” Archives of sexual behavior 40.4 (2011): 829-834





Psico(pato)logia dell’intellettuale di Sinistra

5 12 2016

Fino a tempi relativamente recenti ho fatto parte di una piccola realtà associativa che combatte certe battaglie politiche. Si è trattato della mia prima ed unica esperienza nel campo della politica in senso stretto, non mi considero un politico come vocazione: sono troppo intellettuale come inclinazione, e troppo “puro” dal punto di vista dei principi personali, per fare una cosa sozza come la politica.

Be’, come vedete, sono consapevole di quanto sia sozza la politica, lo sono sempre stato, dunque non sono rimasto sorpreso nel vedere la sozzura delle manovre politiche rivolte verso di me, né di quelle rivolte verso i miei avversari. Ciò che mi ha sorpreso è un’altra cosa.

In questa piccola realtà associativa, composta prevalentemente da intellettuali, facevamo delle battaglie politiche per certe cause contro certi avversari; dopotutto questa è la politica. E fra di noi ovviamente c’erano dei dissidi su come queste battaglie dovessero essere combattute; è politica anche questa. E ad un certo punto c’è stato uno scontro fra due fazioni che avevano idee diverse su come muoversi, e una delle due ne è uscita sconfitta. Anche questa è politica e in ciò non mi sono particolarmente sorpreso.

Ciò che mi sorprese, a suo tempo, fu il comportamento degli “sconfitti”.

Per prima cosa se ne andarono tutti sbattendo la porta, e nessuno seppe più niente di loro iniziative in favore di quella che era la nostra causa comune. Non parteciparono mai più alle nostre, non ne fecero neanche di autonome (quest’ultima cosa può essere anche comprensibile, ci vogliono mezzi e numeri per fare certe cose), semplicemente sparirono. Ho detto sparirono? No, scusate, non sparirono affatto: periodicamente si riaffacciarono, ma era ogni volta per dare contro a noi, anche in contesti in cui la nostra causa comune, che forse oramai dovrei virgolettare “causa comune”, sarebbe stata evidentemente danneggiata da quel battibecco inutile.

Una volta feci notare pubblicamente l’assurdità di questo comportamento, ovvero di seguire delle ripicche personali e azzuffarsi su questioni di lana caprina nel momento in cui c’è una causa comune molto più importante su cui si sta combattendo su cui si dovrebbe essere uniti, e ci sono degli avversari molto pericolosi che possono trarre vantaggio dalle nostre divisioni (in questo caso, era un vantaggio ben misero, ma indubbiamente possibile). Mi sentii rispondere che “confondevo me stesso con la causa” e che “essere contro di me non era essere contro la causa”.

Ma io non confondevo proprio niente. Una causa non è un’idea astratta che galleggia nell’iperuranio, è fatta di mosse e obbiettivi concreti. Semplicemente se io in quel momento sono l’unico ad avere i numeri, la forza e i mezzi per combattere per una certa causa, allora o stai con me e con la causa, oppure contro di me e contro la causa … O al massimo massimo sei completamente neutrale, il che in molti casi è comunque una forma di schieramento “contro”. Non è che io e i miei metodi siamo la causa, ma se in quel momento io sono l’unico che è in grado di portare avanti la causa, allora per combattere efficacemente per la causa ti tocca sopportare me e i miei metodi, se ci tieni un minimo.

Unità per una causa comune.
Mettere da parte le differenze per un obbiettivo più grande.
Ingoiare qualche rospo per conseguire qualche risultato.
Non parlo da persona che ha sempre vinto e costretto gli altri a ingoiare rospi, parlo da persona che spesso li ha dovuti ingoiare i rospi e quando è stato necessario lo ha fatto e lo fa… Solo che nessuno se ne accorge, perché appunto ingoio rospi anche grossi e sto zitto e disciplinato, se ciò serve a far funzionare bene il tutto.
Mi pare un discorso assolutamente sensato, perfino banale, quello che sto facendo; se per esempio vivessi in un mondo distopico in cui gli unici due partiti sono M5S e Lega Nord, metterei da parte i dissidi e mi schiererei col M5S. E se questo significasse dover obbedire a Grillo, lo farei. Certo, sarebbe una cosa fastidiosa e sofferta, ma al contempo una scelta ovvia di fronte ad una minaccia molto più pericolosa. Ripeto, questo tipo di discorso suona incredibilmente sensato alle mie orecchie, perfino banale. Ma il problema è che si appella ad un certo insieme di valori che per attecchire non devono essere soltanto compresi razionalmente, ma devono necessariamente essere sentiti al livello intimo nella loro importanza: unità, disciplina, rispetto delle regole, se necessario obbedienza al “capo”.

Questi, però, sono valori della destra che solo la destra apprezza. La sinistra non li conosce. E l’intellettuale che ama definirsi tale di solito ama anche definirsi di sinistra, dunque quei valori li ignora completamente.

“Non si sa se la sfortuna sia di destra, la sfiga è sempre di sinistra”, cantava Gaber.

Nessuno aveva rivelato a Gaber l’antica verità sulla Vita l’Universo e Tutto Quanto: non esiste la sfiga, nel senso di accanimento perverso e regolare della malasorte contro un certo soggetto. Può verificarsi qualche sequenza di eventi sfortunati, ma il fallimento, quando è regolare, continuo, così inevitabile da sapere di predestinazione, allora è immancabilmente indice di un problema strutturale. Gaber però questo problema non lo poteva vedere, proprio perché era un’intellettuale di sinistra; non scemo in assoluto, ma piagato da una stupidità selettiva che lo rende completamente incapace di comprendere unità, disciplina ed obbedienza come valori.

Purtroppo, breaking news: unità, disciplina e obbedienza sono ciò su cui si fonda ogni squadra che funziona, e nessuna battaglia, né guerra né campagna elettorale né partita di calcio, può essere vinta da una squadra che non sia coesa, disciplinata ed obbediente. Questo lo sa bene la destra: il governo più lungo della nostra storia è stato sotto Berlusconi, e non perché i suoi fossero particolarmente affini e si volessero un gran bene (spesso si odiavano a morte!), ma semplicemente perché ingoiavano i rospi, riconoscevano una leadership e obbedivano a quella leadership, anche odiandola.

Dal canto suo, se anche l’intellettuale di sinistra riuscisse a comprendere razionalmente, in astratto, l’importanza di questi valori, comunque non saprebbe poi concretizzarli. L’obbedienza, per esempio, è il fatto più problematico, perché significa “fai quello che ti viene detto anche, anzi, soprattutto quando non sei d’accordo”. Già egli non concettualizza quest’idea di abbassare il capo in astratto. Ma figurarsi, alla prima volta che gli si dirà di fare qualcosa con cui non è d’accordo al 100%, se sarà in grado di farlo. In quell’occasione l’intellettuale di sinistra si sentirà violato nella propria morale … o per meglio dire, ferito nel proprio ego: le cose si fanno come dice lui, oppure non si fanno, non gli sembrano possibili altre modalità: dopotutto, lui è intelligente, il più intelligente di tutti, quindi per forza le cose si devono fare come dice lui! Non potremo mica cedere sui principi, no?! Ovvero, non potrà mica cedere sul proprio ego!

La cosa che può sorprendere di questo atteggiamento, però, e che ogni giorno non finisce di sorprendere il sottoscritto, è la sua estensione sconfinata: per l’intellettuale di sinistra l’ego viene letteralmente prima di tutto, non v’è niente al di sopra di esso, e in una scala di priorità di sicuro sta molto, molto prima della grande causa per cui tanto idealisticamente dice di battersi; le due cose non possono neanche essere confrontate, siamo a questo punto. Sarà infatti dispostissimo a sabotarla, la propria causa, e senza un attimo di esitazione, se per salvarla dovesse sacrificare anche solo una punta del proprio ego, obbedire ad una cosa che gli viene detta senza discutere, accettare l’autorità di un capo o qualunque cosa di questo tipo: la scusa sarà che “ha dei principi cui rimanere fedele”. Sì. Sé stesso.

Nel mio caso, dopo anni ancora c’è gente che aspetta l’occasione per darmi addosso per questioni vecchie come il cucco senza curarsi minimamente delle conseguenze; dal canto mio, anche in me c’è qualcosa che non posso dimenticare e che mi ha colpito più profondamente, ed è l’assurdità di tutto questo che allora mi colpì come un mattone sul viso: mi capitò a suo tempo di essere trattato peggio dai sostenitori della mia stessa causa di come vengono normalmente trattati gli avversari; ciò non mi appare né meschino né immorale né ingiusto, mi pare solo stupido. L’irrazionalità della cosa è sfacciata e ridicola, è comprensibile solo in ottica psicologica, ma non logica perché non ha niente di logico. Per questo, mio caro Gaber, la sinistra è “sfigata”: perché è “intellettuale” come te, ha l’ego gonfio dell’intellettuale, come te, e non capisce che sta combattendo una battaglia grande e non potrebbe perdere tempo in demenziali lotte intestine; insomma perché perde più tempo a criticare la sinistra che a criticare la destra.

Ora guardate la Sinistraquellavera, che si è spesa tanto per affossare Renzi (probabilmente senza neanche riuscirci, perché senza di lui sono essenzialmente un branco di scimmie allo sbando). Ora che farà? Se le va bene, si ritroverà di nuovo controllata da Renzi fra non più di un anno, avrà fallito e si ritroverà contro un Renzi ancora potente e molto assetato di vendetta. Se le va male sarà riuscita nell’intento, ricandiderà un qualche sfigatissimo Bersani che non vincerà le elezioni e avremo un’Italia governata da Grillo. Tutti e due gli scenari sono tremendi come risultati per il PD, mettersi in una situazione del genere spontaneamente è un suicidio, celebrarla come una vittoria è disturbo psichiatrico.

Dunque Speranza, del PD, di che cazzo si gioisce? Che si gioisce D’Alema?

Prendi il più imbecille degli analfabeti dalla strada e digli che c’è uno che gioisce per una situazione lose/lose senza scampo come questa, e ci si è cacciato completamente da solo, volontariamente e scientemente. Digli che c’è un intellettuale, un cervellone, una mente fine, che vuole vedere trionfare la sinistra per il bene di questo paese, e per questo motivo ha fatto di tutto per affossare l’unico rappresentante della sinistra che abbia una qualche possibilità di vittoria; digli che c’è una persona veramente intelligente che ci tiene all’Italia e pensa che il populismo di Grillo e Salvini sia un pericoloso, ma ha votato in modo tale da avvantaggiare Grillo e Salvini. Il nostro analfabeta, il nostro imbecille, a sapere che esiste una persona del genere risponderà come il buon Rupert Sciamenna. E avrà ragione, perché anche se abbiamo immaginato di prendere un imbecille analfabeta, la realtà è che su certe specifiche questioni l’intellettuale di sinistra, l’intelligentone, quello che ha capito tutto, è più imbecille di qualsiasi imbecille, è semplicemente un ritardato grave che dovrebbe ricevere il sussidio dallo stato, essere messo sotto tutela e avere qualcuno che prenda le decisioni per lui.

Il brutto è che purtroppo l’unità pacifica non si può costruire senza il consenso, e questi poveri impediti non vogliono unità, perché hanno l’orticaria se sentono parlare di disciplina e danno di stomaco anche solo a sentire la parola obbedienza. Non è colpa loro, è un limite fisico, è come l’incapacità di vedere i colori o di comprendere le parole.
Dunque tenteranno costantemente di sabotare ogni successo che non sia stato ottenuto da loro e con i loro metodi, come appunto fa D’Alema … il problema però è che nessun successo politico durevole può essere ottenuto senza unità, disciplina ed obbedienza, il che riduce il loro agire ad un semplice e continuo sabotaggio e auto-sabotaggio. Quindi anche coloro che vogliono l’unità, e dunque sarebbero ben disposti a mettere da parte le differenze e ingoiare qualche rospo per ottenerla, si trovano costretti a risolvere prima un’assurda, selvaggia lotta interna. E solo se riesci a schiacciare la testa alla serpe che ti porti in seno, e in maniera definitiva, puoi pensare a liberarti della tigre che vorrebbe divorarti. Insomma si finisce con l’essere costretti a sprecarsi in ridicole lotte intestine senza alcun costrutto e che non si vorrebbe fare, mentre ci sarebbe da combattere e vincere una battaglia seria, con una posta in gioco vera e alta, all’esterno.

Uno scorpione una volta, dovendo attraversare un fiume, chiese ad una rana che passava di lì se non potesse traghettarlo dall’altra parte sul proprio dorso.

“Assolutamente no! Mi uccideresti a metà strada!”

“Perché dovrei farlo?”, rispose lo scorpione, “Se tu morissi io, non sapendo nuotare, annegherei a mia volta.”

La rana fu convinta dal ragionamento; prese lo scorpione sul dorso e iniziò a nuotare. A metà strada sentì un dolore alla schiena: lo scorpione l’aveva punta.

Mentre stavano entrambi per morire, la rana domandò allo scoprione:

“Ma perché l’hai fatto?!”

“Sono uno scorpione”, rispose lui, “è la mia natura”.

E diciamolo, la natura dello scorpione è di essere irrecuperabilmente scemo. E infatti muore come uno scemo.

Ossequi.





Miseria del Nazionalismo

17 11 2016
Ho detto più volte che l’ascesa dei nazionalisti di oggi ripercorre fedelmente le tappe del fascismo e del nazionalsocialismo.
Dopo attenta riflessione, con l’unica eccezione di Putin, mi devo smentire e ammettere di aver detto una sciocchezza. Non è così. I nazionalisti odierni hanno un’idea del ruolo della propria nazione nel mondo che è radicalmente diversa dall’idea che ne avevano Hitler, Mussolini o che oggi ne ha Putin.
Hitler sognava la supremazia della Germania, una Germania che conquista, che domina, che si espande, che gioca un ruolo centrale nella scacchiera globale. Hitler, Mussolini, Putin… tutti alimentati dalla Wille zur Macht, La Volontà di Potenza; tutti grandi uomini che volevano una nazione grande. Grandi uomini nel male, ma indubbiamente grandi. Grandi nazioni nel male, ma indubbiamente grandi.
La caratteristica dei nazionalisti odierni, Le Pen, Salvini, Trump, May, è la loro vergognosa, patetica piccolezza. Il nazionalismo di un Trump non aspira a controllare il pianeta, piuttosto aspira a chiudere le frontiere e far finta che non esista alcun pianeta.
Il nazionalismo del Novecento era espansivo e guardava al futuro della nazione, quello odierno è recessivo e guarda esclusivamente al passato, cerca di ricostruire un trascorso nostalgico: “Make America Great Again”. Quell'”Again” è il cuore di tutto: non rendiamo l’America grande, rendiamola grande di nuovo, come era un tempo.
Ovviamente, la grandezza passata dell’America è dovuta proprio al fatto che è sempre stata una nazione che si muove di continuo, che ha un ideale globale, che guarda sempre al futuro, che si espande sempre, che aspira continuamente alla potenza… come la Russia di Putin. Gli USA hanno sempre avuto un’ideale grandioso da esportare e far affermare in tutto il pianeta; è l’inseguimento di questo ideale che, nel bene e nel male, li ha resi grandi. Se l’America smette di giocare quel ruolo, se si chiude a riccio e inizia ad illudersi di poter pensare solo a sé stessa, potrà essere molte cose, ma di sicuro non potrà mai più essere grande.
Lungi dall’essere la cura o la reazione alla decadenza ideale ed estetica dell’Occidente, questi nazionalisti mentecatti ne sono il prodotto ultimo naturale. Sono meschini e vigliacchi piccolo-borghesi che non credono in niente, neanche in sé stessi, e vorrebbero guardare solo il proprio orticello mentre il resto del mondo va in fiamme. Hitler spaventava perché voleva dominare gli altri, portava avanti un’ideale di tipo guerriero; la Le Pen e la May sono guidate da un solo ideale supremo: un “facciamoci i fatti nostri” da Don Abbondio anni 2000, un ideale dunque irriducibilmente piccolo borghese.
Il nazionalismo è sempre frutto della paura, ma vi sono tre possibili reazioni fisiologiche alla paura: combatti, oppure fuggi, oppure ti fingi morto e aspetti che il pericolo passi.
Combattere richiede un nerbo che nessun leader europeo odierno possiede; lo possiedeva un leader americano, Hillary Clinton, ma è stata trombata, quindi oggi in Occidente non c’è nessuno che abbia le palle di combattere la paura. La seconda opzione più efficace è fuggire: se qualcosa ci fa paura nella direzione in cui ci stiamo muovendo, allora proviamo a cambiare direzione. Questo è quello che cercano di fare i leader delle forze democratiche europee; non hanno il nerbo per combattere per ciò in cui credono e allora rifuggono dal confronto. E infine c’è  la tanatosi: muoviamoci il meno possibile, blocchiamo ogni cambiamento, addirittura se possibile cerchiamo di tornare ad uno stato precedente, e aspettiamo che il pericolo passi. Questi ultimi sono i populisti degli anni 2000; quelli che sanno fare una sola cosa: cercare di fermare la storia.
Hitler ha iniziato una guerra mondiale per cercare di conquistare tutta l’Europa; la Le Pen non inizierebbe mai una guerra del genere, ma in compenso, se qualcuno minacciasse gli interessi francesi armi alla mano, si piegherebbe a novanta e si lascerebbe scopare nel culo come una puttana.
Ho sempre pensato che l’estrema destra europea fosse una reazione inadeguata e spropositata alla decadenza occidentale, una sua conseguenza nel senso di un opposto dialettico. Oggi mi sto rendendo conto sempre di più che non è neanche quello, non è in opposizione alla decadenza nemmeno nel senso di risposta dialettica e speculare ad essa. Piuttosto ne è l’apice assoluto e logica conclusione; i nazionalismi di oggi non rispondono alla crisi dei valori, essi sono la concretizzazione ultima della crisi dei valori; son ciò che resta quando non si crede più in nessun comandamento che non sia “fatti i cazzi tuoi”.
E forse è troppo tardi per impedire che un processo così lungo e massiccio si fermi…
Ossequi




Communicability in philosophical discourse

20 10 2016

(Tanto non lo manderò mai ad una rivista, tanto vale che lo pubblichi qui.

Avverto che è lungo, ma lo considero il fondamento del mio approccio al discorso filosofico e dunque non si può capire appieno praticamente niente di quello che scrivo se non si hanno ben chiari questi punti.

Si consideri inoltre che qui l’influenza di Wittgenstein ancora non si sente molto.

Un’ultima cosa: mi rendo conto che è scritto in un Inglese un po’ indigeribile. D’altro canto, quando faccio scienza penso in Inglese, ma quando faccio filosofia non posso che farla nella mia lingua madre, e tradurlo solo dopo… ciò è coerente con quanto leggerete fra poco.)

Dialogues and monologues

The problem of “otherness”, meaning the contrast between “me” and everything that poses itself immediately as “not-me”, is one of the critical points in philosophical debate: in fact, whenever the philosophical discourse is made object of a communication, be it verbal or written, it is by definition oriented to others, it has the other for its goal, and as such is naturally interested in “the other”. The great philosophers noted to general knowledge are considered great exactly because they were able to touch others, shake their minds in some way, and leave a mark in them. This centrality of the other in the discourse as communication, not just in philosophical discourse but in general, is unavoidable, since it constitutes the very intimate structure of the communicative project: to act on the non-self, to induce in it some changes.

The relation to the other develops itself through communication, it is communication, and for that reason otherness is not just one of the topics philosophy deals with in books or universities classrooms, but rather appears to be philosophy’s intimate and omnipresent fabric. If philosophical discourse is a discourse, one would say, it is a discourse for the others, and if it is for the others, it must have for subject something that concerns the others in some way.

Nevertheless it could be simplistic to think that, just since otherness is central to philosophy as the aim of its communication, philosophy had to develop in function of communication, or that it should be necessarily structured for communication. In fact the discourse (philosophical or not) is not necessarily the object of a communication: a discourse which is confabulation, dialogue with oneself, actually exists. This kind of discourse is not aimed at acting on the other, but rather moves toward an interior clarification for the person who is actually discussing with himself, and thus is a routine of personal reflection, an action oriented at the self, rather than at the not-self.

Discourses that are communicated and discourses that are confabulated in an internal monologue have a lot in common, even if less so than one could think at a first blush. It is proof of their similarity the fact that hybridization phenomena can happen between the two: I can make up a message using an intimate reflection and putting it in relation with other messages, vice-versa, I can start confabulating using a message I’ve heard which I “translate” into a reflection. Thus, an articulated sound, be it a single word or an entire discourse, can pass, at least theoretically, from a state of reflection (a part of an internal monologue) to one of communication (part of a spoken or written message), and vice-versa.

Nevertheless, if I try to examine the possibility of converting completely and effectively an internal monologue into a message, I am going to be met with great difficulties. If I need to create a message starting from an intimate reflection of mine, I can directly see what are the obstacles to overcome: on one side there is the stream of thoughts, that in its spontaneous flux tends naturally to carry me in the direction it prefers; on the other side, though, I need to maintain a certain order instead, with a view to communication. Thus, when I realize that the internal monologue is getting too far from the point I was to follow in the beginning, I am forced to put it back on the right track, reviewing the bonds between the concepts and fix thoughts on paper, so to restrain them from coming back again and again. I am not losing the thread, but nevertheless it is very easy for me to forget where it started in the first place, and if I weren’t to settle what I think as I go in some precise order, I would obtain nothing but an incomprehensible stream of consciousness; furthermore, all of the digressions and transgressions and intromissions of discourses that have passed through my mind would undoubtedly belong in the stream of reflection, and nevertheless won’t appear in the final communicative product, thus making it at fault of serious omissions.

“You can’t write the same way you think”, I have been told once at school; nowadays, I understand that a thought and a message are quite different, even if we admit they both are constituted by words.  The final communicative product is definitely not a simple transcription of the word sequence the way it formed in my mind, especially at the level of its structure and sequence: words follow one another in a very different way in reflection and communication, their distribution and the connections intertwining the different, temporally ordinate sections of the two kind of speech are substantially opposites. Internal monologue, in fact, is characterized by the absolute integration of its “parts”, for its ability to constitute a stream, and as such, its inability to be fragmented or deconstructed. If every thought of mine was written down on paper, it would not be a thought of mine anymore: after a few moments the original thought is dead, since its own typical structure resides in its continuous, vaguely haphazard reorganizing itself, in the repeating, re-chewing, re-ruminating that are peculiar to the internal monologue.

The nature of communicated messages is entirely different from the one of confabulation; the form does not change significantly with time, it can be divided in insulated and organized modules, and at the same time it has precisely delimited spaces and occasions for its fruition, which is, in the author’s intent, purely instrumental to a feedback. The issue of the incompatibility between internal monologue based on a “fluid” stream of consciousness and a verbal communication based on “static” finds roots in the bergsonian concept of duration, the “dureé” (Bergson, 1904); since the subjective time of consciousness is not a modular system, but a perfectly holistic one, and its extension is constituted by growth and mutation, the incompatibility between it and a communication made of a sequence of static signs is evident, and the possibility (or lack thereof) of a transmission of mind content from one consciousness to another has been object of a interesting line of philosophical inquire (Fell, 2009, Lukianova and Fell, 2015). But though the possibility and modality of a transmission of contents with duration through the use of crystallized signs has been thoroughly investigated, and we can say that it is indeed possible to convey some form of content and meaning through discourse, the question of what this content is about is pretty much open to discussion. No doubt it is possible to say something, albeit imperfectly; but what can this something be? If communication is not simply a pouring of ideas from one brain to another, we can expect some restriction to be imposed on what is possible to “say”. It is indeed an important matter, and deconstructionists, in particular, have been very attentive to the problem of meaning; in fact, we can find in the works of Derrida some themes that closely resemble the ones we are dealing with here. The decostructionist distinction between “speech” and “writing” looks akin to the one we made between internal monologues and communication. Internal monologue, in fact, has perfect meaning and is immediately “present” to the mind in the form of intuition, it has no extension in time, no “differànce”; if it acquires it, that is because it has been forced on it through an artificial enlargement of its confines. And this is exactly what all forms of communication try to do: expansion of presence in the objective time. Decostructionist criticism of the idea of “presence” of the meaning in speech is taken to the extreme consequence of seeing communicated contents as entirely autonomous from both their cause and their end, the interpretation, thus shattering the very basis of “signification”.
I won’t go nearly as far, indeed I will go in the opposite direction. Nevertheless, we shouldn’t be content with taking note of the different temporal extensions of soliloquy and communication, nor with considering the differences between the two as of a purely functional kind. By analyzing the structural, essentially formal differences between internal monologue and communication, it is in fact possible to become aware of how this differences unavoidably stop being just “formal”: in discourse it is never possible to operate a perfect scission between praxis and contents, since the very same form in which the content is expressed is going to mould its function and the subsequent action, the one it makes on itself (in reflection) or on the other (in communication). This means that, if we remain at the level of communication of the philosophical discourse, the other, who is the fulcrum around which the communicative praxis revolves, becomes necessarily an implicit or explicit theme of the message itself: one cannot simply speak to the other without seeing his words being moulded by the other, and the reflection itself being influenced in some way by the other, customized for him, with the theme of otherness becoming the very fabric of the content transmitted through the speech. Communication actually compels the discourse to be affected by the recipient of the message to a very profound extent. Speech itself, in fact, by its own nature is a reference to a generality, to a multiplicity that not only includes the other but puts me in parenthesis; in the philosophical discourse, as it can be read on a book or listened to in spoken words, the term “I” is a substantive, not a pronoun: it is not “me”, but “the I“, an absolute generality in which I, the speaker, wish to be included, and through which I try to accomplish an identity between me and the rest.

The obsessive attention towards the I, that is, towards the generality of other Is and not to the actual me, is intrinsic to the philosophical discourse as it is communicated, and is the reason of its intrinsic “uncertainty”: it compels me, the speaker, to relinquish myself and move towards the other, thus obliging me to leave the immediate certainties of the self and search for the consent of others. But once I’ve been decentralized and classified as an I among the many Is, the dimension of certainty ultimately becomes elusive to me.
In philosophical reflection I am always making an operation that includes some level of introspection; I am inside the process, I am the centre, the immovable reference, the absolute. To reach the very deep end of my soul may be a long way or a very short one, but once I get there I am arrived to my destination anyway: I found meaning; new proofs or demonstrations or any other deferral of signification are not needed, and no further doubts or confutations arise naturally. For that which is my depth relative to that instant, I can be content with my reflection. In a sense, even a six-year-old child can actually be the greatest philosopher, the moment he/she he has accomplished a full introspective journey.

This perfect and complete self-comprehension unavoidably breaks when my thought is made subject to an attempt of conversion to a message to be communicated to others: the fact that it is been translated in the times and modalities of communication, the fact that it does not concern anymore just me, but the I in general, is enough to make it “refutable” again. The fact that the entire “movie” of my internal monologue has been lost, leaving just few photograms of it behind, makes it substantially “weak”. The research for the absolute foundation of thought comes to its definitive completion in the moment of reflection, which in itself can be considered, for its modalities, perfect; but it is lost whenever I lose its cornerstone and absolute landmark, me: not “the I”, but I: precisely, I am its core. At this point, the shadow of refutability cannot be escaped in any way. My reflection was based on self-evidence, but self-evidence is about me, it is self-evident to me. To anyone else, self-evidence could be anything; you do not even need to think about a refutation of my self-evidence, you can be content with denying it.
You could do that in plain honesty, since for you It may not be an axiomatic self-evidence, but you could do that also out of intellectual dishonesty (it is evident to you too, but you do not want to admit it); in both cases, your denying of self-evidence alone is enough to refute it. Of course, your honesty or dishonesty in denying my self-evidence would make a difference to me and my beliefs, but it does not make a difference to the I; for what concerns the I this difference does not even exist: deconstructionism is a good example of how it is theoretically possible to bring on the verge of collapse every logic structure that has been put in words. The delusion of “absolute irrefutability” or “definitive evidence” in communicative contexts has to fall: if it is communicated, it is refutable; and even if it is not refutable, it can still be refused or denied a priori.

This realization seems to be able to easily lead the entire philosophical discipline to implosion: it is possible to deconstruct and refute/refuse any philosophical doctrine that has assumed the form of a communicated message, ironically, including the same statement that “it is possible to deconstruct ore refuse/refute any philosophical doctrine”; so, apparently, philosophy has to suicide itself in undecidability.

This “tragedy” resembles closely the one math has gone through following the demonstration of Gödel’s incompleteness theorems, and in fact Derrida himself proposed an analogy between the work of deconstructionism and Gödel’s in “La dissemination”, and this parallelism has already been explored from different points of views (Bates, 2005, Livingston, 2010). Nevertheless, in formal logic just as in metaphysical language, “the proof of the impossibility of the proof” is not able to stop, nor even to slow down, the progress of the discipline.

The reason for this resides in the particular kind of bond that exists between philosophical communication, which is deconstruction’s dialectical target, and philosophical reflection, which is at the very origin of philosophical discourse. Reflection goes on independently, human brain never gives a non-compute error, a perfect undecidability. My internal monologue, precisely since it is founded on my own absoluteness, it is referred to me, from me is born and in me is concluded. Since it is my work of self-clarification, it has a structure not logic in the conventional dia-logic sense, but logic in an interior sense and as such, in respect to the traditional meaning of “logic”, it is meta-logic. Refutations based on radical scepticism or deconstruction can’t strike down philosophical reflection, since it already includes them in the very same moment they are formulated, and elaborates them, and overcomes them.

Communication in time

Obviously, to insist that strongly on the untouchability and fullness of significance of philosophical reflection “to oneself” may look like an arguable exaggeration of that which Derrida calls “metaphysic of Presence”. It probably is, and I do not think that is detrimental to the theory; on the contrary, I would gladly push it to more extreme consequences: I believe, actually, that such an overturning of deconstruction is almost a dialectical necessity invoked in existence by deconstruction itself. Indeed, if it can be said that western philosophical discourse is centred on “Presence” and as such on the “self” in a certain sense, we must nevertheless recognize that it has always been centred on “Difference” and the “Other”, in a certain other sense.

In order to better explain why this is true, it is useful here to recall Theuth’s myth. To summarize, it is well true that in this narration Plato’s admonition is for the philosophy to be preserved in the pureness of the present which is present-to-itself (that is, in philosophical reflection as it unfolds itself in soliloquy). But we cannot  forget that Plato’s admonition is nevertheless transmitted in writing, that is, it is a crystallized communicated message, meant to be read. This is the reason why I am arguing that the alleged centrality of living thought, as it is expressed in soliloquy and put in metaphor as “orality”, is true only in a certain sense. Precisely, in the sense that, starting with Plato, it is said to be true in words. But on the other side it is proved, in fact, to be false, by the very actions of philosophers: philosophers write, or at least those whose thought system has arrived to us did or do so. Even when an author writes in the form of “soliloquy on paper”, he cannot but stay within the borders imposed by a mean that is structurally made for communication, and as far as it can imitate the appearance of the stream of consciousness, it can never rise to its same fluid and holistic completeness. Thus, western philosophy has always been prisoner to a declared, de iure, “phonocentrism”, and to an acted out, de facto, “graphocentrism”.

As it is been said before, in communication form moulds contents, and that is why the very allusion to presence got lost in the words of western philosophers, while terms as absolute, transcendence, universality and eternity resurfaced as protagonists of every debate; those could be regarded as attempts to expand presence beyond present, but in practice end up representing death of presence instead. We could well argue that presence is a fulcrum of western philosophical research just as far as it confronts “differànce” and searches for a synthesis. More than that: it can be said that probably the key problem of philosophy is not about presence, but about reconciling presence and “differànce“, which is a very different question.

Indeed, I would say that between presence and difference, the greatest de facto absent is actually presence, for the very fact that it is obsessively searched for in philosophical communication hints at its hidden, threatened condition. The threat resides in the always frustrated attempt to reduce the other to the self integrally, while at the same time keeping its otherness complete and intact by addressing him through the mean of communication, that puts my own thought in parenthesis. It is a trade-off, if I aim to reduce the other to me, to make him an object of my interior monologue, then his otherness can’t remain absolute; in some way, in some form, it has to become part of my universality, at least as an object of my consciousness; “I”, “me” and “mine” need to be the only pronouns to which I should refer if I am to speak to myself about otherness. Vice-versa, if I mean to reduce everything to communication, it is I and my philosophical reflection that must disappear from the discourse, while I speak to the other about my sameness.

This conflict is in my opinion well exposed by mean of the contrast between the “sensuous” and the “formal” impulsions described by Friedrich Schiller, who succeeded in giving maybe one of the most fitting pictures of the problem:

Der sinnliche Trieb bestimmend, macht der Sinn den Gesetzgeber, und unterdrückt die Welt die Person, so hört sie in demselben Verhältnis auf, Objekt zu sein, als sie Macht wird. Sobald der Mensch nur Inhalt der Zeit ist, so ist er nicht, und er hat folglich auch keinen Inhalt. Mit seiner Persönlichkeit ist auch sein Zustand aufgehoben, weil beides Wechselbegriffe sind – weil die Veränderung ein Beharrliches und die begrenzte Realität eine unendliche fordert. Wird der Formtrieb empfangend, das heißt, kommt die Denkkraft der Empfindung zuvor und unterschiebt die Person sich der Welt, so hört sie in demselben Verhältnis auf, selbständige Kraft und Subjekt zu sein, als sie sich in den Platz des Objekts drängt, weil das Beharrliche die Veränderung und die absolute Realität zu ihrer Verkündigung Schranken fordert. Sobald der Mensch nur Form ist, so hat er keine Form und mit dem Zustand ist folglich auch die Person aufgehoben. Mit einem Wort, nur, insofern er selbständig ist, ist Realität außer ihm, ist er empfänglich; nur, insofern er empfänglich ist, ist Realität in ihm, ist er eine denkende Kraft.[1](Schiller, 1847, pp.51-53)

This topic was reprised and further analyzed by Jung in his “Psychological Types”: there, the duality between sensuous impulsion and formal impulsion was translated in the one between extraversion and introversion, but the basic problem is the same: the philosopher works to reconcile two different tendencies of the human intellect, the one that “gives cases” (singular circumstances) and the one that “gives laws” (generalities). Discourses fixed in time, conceived to speak to others and share the objective world with them, against fluid, out-of-time thoughts and interior monologues, designed to find the absolute self-clarification thinkers need. One might say, the fundamental issue of all philosophy is about reconciliation of static communication and fluid intuition.

This reconciliation, as Schiller notices, is far than easy to accomplish, because of the very strong opposition between the two tendencies:

Wo beide Eigenschaften sich vereinigen, da wird der Mensch mit der höchsten Fülle von Dasein die höchste Selbständigkeit und Freiheit verbinden und, anstatt sich an die Welt zu verlieren, diese vielmehr mit der ganzen Unendlichkeit ihrer Erscheinungen in sich ziehen und der Einheit seiner Vernunft unterwerfen.

Dieses Verhältnis nun kann der Mensch umkehren und dadurch auf eine zweifache Weise seine Bestimmung verfehlen. Er kann die Intensität, welche die tätige Kraft erheischt, auf die leidende legen, durch den Stofftrieb dem Formtrieb vorgreifen und das empfangende Vermögen zum bestimmenden machen. Er kann die Extensität, welche der leidenden Kraft gebührt, der tätigen zuteilen, durch den Formtrieb dem Stofftrieb vorgreifen und dem empfangenden Vermögen das bestimmende unterschieben. In dem ersten Fall wird er nie er selbst, in dem zweiten wird er nie etwas anderes sein, mithin eben darum in beiden Fällen keines von beiden, folglich – null sein.[2]

(Schiller, 1847, p.50)

The interesting question, now, is: as far as we must be aware of the difficulties in finding a way for the progress of thought between two opposite tendencies, can it be said, in all honesty, that western philosophy has always chosen the way of presence, as deconstructionists seem to suggest?

Hardly so, in my opinion. Of course presence is not in communication, it cannot be there. We could say that many philosopher have tried to express presence in communication, but aside for every good intention they might have had, I’d rather say they ended up trying to erase presence from the discourse, setting themselves more and more against presence. Proof of that should be the deliberate and persistent detachment and inattention in respect to the present instant that we’ve seen in western philosophy since Plato.

With very few notable exceptions (Augustine, or in more recent times William James and Henri Bergson) in the words of philosophers the hinc et nunc is totally disregarded and replaced by the diffused aspiration towards universality of space and time. “N’y a et il n’y aura jamais que du present” (Derrida, 1969), Derrida wrote debating Husserl. I am not considering here the question if his intentions were of refuting a supposed mistake of the phenomenologist, or just making a nuance of wording or else. I shall just point out the syntactic contradiction implicit in such an expression: “present” has never been, nor ever will be; to apply tenses other than present to the present is in itself an act of distortion of the concept of present. Moods can be applied to present, duration can surely be applied to present but tenses cannot, the tense of present is present. Present is present and the very word “present” has meaning only if applied in the present. Communication is unable to expand present and presence, it rather erases it, and by the constant use of differànce western philosophy has been constantly denying the pre-eminence of present; that is the root, indeed, of philosophy’s (especially continental philosophy) obsession for history, for hermeneutics, for genealogies, hence for a past that is obstinately and undeniably seen by scholars as real, in fact, more real than present, and as such more real than the real itself. In spite of Derrida’s insistence on the pre-eminence of presence in the history of western philosophy, it can and it has be argued, for example by Luce Irigaray, that present is actually the great absent in western philospshy (Söderbäck, 2013).

And this makes totally sense, based on certain premises: indeed, if the present moment is considered, as Augustine of Hippo considers it, as the infinitesimal instant or infinitesimally short “segment” of the longer line that is historic time, and as such is thought to be of the same “quality” of historic time, then its minority descends automatically by the clear-cut reduction in its extension, and that which is said in the present is apprehended only when it is already gone into the past. Present is made of the same substance as past and future, but it is less, thus it is obviously less important. The vice in this modus cogitandi clearly resides in considering the “extension” of present time as of the same quality and the extension of the “non present” time, whereas present is not just a segment of historic time sharing with it the same extensional properties, rather it has a different “extension” as its own peculiar property, in the sense of bergsonian duration, as quality, not as quantity.

Clearly, giving the presence the importance it deserves needs some effort; especially, this task requires us to look at present as the foundational element a priori of the entire arc of historic time, that is, as an element that transcends history. Since present has a different quality from historic time extensions, past and future are available to it as representations, as consciousness data, while present is consciousness itself. We might say that present is like the time needed to write a story: it does not compare with the time in which the story develops. They both have an extension, of course, but the time in which the story happens and the one in which it is narrated are two essentially different things: I might need a year to write a story that lasts a day and vice-versa, the two magnitudes are not commensurable. Present is not projected towards the time of not presence, and man does not live the time of his non-presence, but rather has it as a representation in his consciousness.

If I wish to attack presence as such, first I need to treat it as non-presence; that is how the hiatus between speaking to oneself and listening to oneself is given a (false) extension expressed in terms of historic time. This way, the universality and generality natural to the word, which in soliloquy is pure availability of the meaning to presence, becomes a difference per se, as it would in fact be in historic time.

Truth is, instead, that there’s no interval in “time of consciousness” between the moment I speak to myself and the moment I listen to myself, it is only a posteriori, through the introduction of measure instruments, that I objectivize that duration turning it artificially in a succession of instants. There is no “time of consciousness” between the expression of the word to myself and the reference to its meaning, rather availability of meaning is instantaneous.

This radicality of presence is kind of elusive to most of philosophy, for the simple reason that if it is based on duration in the bergsonian sense, it eludes every attempt at a perfect communication. Of course it is clear to “me”, but it is not clear to “the I“. The very attempt to communicate it is at risk of not being taking seriously by readers: “I am immortal since I am” is a phrase most philosophers would avoid, but a poet or a writer may have better luck in finding words to express this concept. Jorge Luis Borges, for example, wrote ” Ser inmortal es baladí; menos el hombre, todas las criaturas lo son, pues ignoran la muerte; lo divino, lo terrible, lo incomprensible, es saberse inmortal”[3] (Borges, 2007).

The most surprising thing here is (or maybe it is not surprising at all, since opposites often come in contact) that it has often been argued that Derrida, the famous critic of the “metaphysics of presence”, is nothing more than rerun of Borges: Borges, the same man who got this close to putting in words absolute presence (Rodríguez Monegal, 1985).

Ironically, while the language of traditional philosophy in its search for a way to extend presence in historic time ends up hiding it, maybe the language of deconstruction, that namely aims at annihilating the notion of presence, turns out to be the linguistic instrument that gets closer to communicate it.

Language-power overturned

It follows naturally, from what has been told till now, that language analysts that are determined enough to dissect and point out all the defects and limits of a communicated message will easily succeed in demolishing it, for the simple reason that communication is not, in its foundation, a crude transmission of present contents of the reflection, and will fail in that respect.

The impression that communication could be just the vehicle for the contents of reflection is at the roots of a great deal of attention reserved to the semiosis as a process of mind-content sharing or transimission, and indeed there is an imperfect form of content transmission in communication. But communication is more fundamentally an act of social power that creates a behavioural modification in another individual, allowing me to have the desired feedback: in the same moment I try to write down my confabulation, what I am implicitly trying to do is not transmitting content (in)expressis verbis, but rather put the interlocutor in a mental state similar to mine, in the hope we will develop his own reflection, similar to mine. Hopefully, that will allow me to have some appreciated behavioural feedback, perhaps through empathy or some different mechanisms.

It won’t go unnoticed how little of the communication in general (I will let philosophical communication aside, for now) consists in fact of the attempt to transmit thought as it is in its complexity, and how much instead consists simply in the attempt to persuade others to behave in a certain way, if needed through hypocrisy; no wonder it is been told that “la semiotica è la disciplina che studia tutto ciò che può essere usato per mentire[4]” (Eco, 1975, p.17; author’s emphasis). I will agree with Foucault, here, about discourses being “des éléments ou des blocs tactiques dans le champ des rapports de force[5]” (Foucault, 1976, p.135): that is totally true in the field of discourses with purely communicative intents, where meaning is accessory and power is preeminent, but much less so in the field of internal monologues, where power becomes accessory and meaning acquires pre-eminence. Indeed, if we just want others to behave as we please, we don’t need them to be exactly in the same mental state as we are at all; on the contrary, we need them to be in a subordinate status. From an evolutionary point of view, the ability to lie is something that ensures a huge competitive advantage to its possessor, thus it is no surprise that it has been discovered and rediscovered multiple times in the history of life. On the other side, the competitive advantage granted to the liar is strictly dependent on the presumption that people don’t lie; if lies were the norm, no one would believe them. This is why language, an instrument that has the distinctive characteristic of being most apt to lie, is most often used in an attempt to tell the truth, that is, to put the other in the same mental state I am when I speak. Briefly, if I want people to behave as I wish, I must tell a few well placed lies, plus and a lot of truths to dissimulate them. But, clearly, if I had the certainty that all my lies would be believed, most of the time it would be much more advantageous to me to lie than to (try to) tell the truth.

Of course it can be argued that truth is not just a mean for the dissimulation of lies: truth also serves to create coordination and unity of intents between people, to create an understanding (Lukianova and Fell, 2015). And this is doubtlessly true when the discourse is functional, for example, to the coordination of actions: if I’m writing a recipe for a cake, I only want people to mix ingredients in such a way as to cook a good cake; the issue of the faithful transmission of a mental content that I feel as “true” is of secondary importance. But it becomes of the greatest relevance when we talk about science, or ethics, or philosophy in general.

Now it is peculiar that, for what concerns that particular type of discourse that is philosophical debate, the focus of the message is peculiarly shifted towards the attempt to transmit mind contents, that is, the focus is on introspection: philosophers care for truth more than anyone else, thus they are concerned with the problems pertaining to the transmission of the contents of their reflection more than anyone else. We may say that philosophy refuses hypocrisy. This particular care that philosophical discourses show for reflection is exactly what makes them “weak” in terms of expression of power, of their ability to “make others think like we want them to”. That continuous struggle to put others in the same mindset we are, through a refusal of hypocrisy, exposes the reflection that tries to “show itself” to all kind of destructive attacks. Indeed, it is not in the attempted introspective sincerity of philosophical discourse that an aware communicative intent is realized, since it is precisely in the act of lying that the original task of communication is fully accomplished, whereas in the (partial) honesty of the reflection that tries to show itself to the interlocutor this task is, in principle, betrayed.

The intrinsic weakness of the “honest” philosophical discourse cannot be escaped but, partially, by giving up on the goal of transmitting the content of consciousness as it is; but at the same time, this act exposes to the risk of falling in hypocrisy entirely, thus ending up in communicating something that is totally disconnected from reflection. And on the other side, hypocrisy itself is never totally pure either, since every pronounced word, in the first place, has been an instant of the stream of consciousness: while it will never show the movement, it still displays some kind of reminiscence of it.

There is not an autonomous third way other than the ingenuous attempt of exposition of consciousness on one side and hypocrisy on the other. But an hybrid approach is surely possible, indeed, this is the standard in philosophical discourse: that approach consists precisely in an attempt to fix reflection in a instant on paper, creating a dead “simulacrum” of it; the form used in this case, with which I dealt before en passant, is more or less the one of the soliloquy on paper. Compared to the modality of the purely manipulative discourse, that gives voluntarily a distorted picture of the author’s mind state, soliloquy on paper is willing to show “photograms” that are in some way representative of the “movie”, and in this sense wants to “transmit the idea”.

Being aware that an authentic transmission remains inaccessible, we acknowledge that even soliloquy on paper is to some extent hypocrite, since it is still not  the internal monologue we see when we are reading a message, but just fragments of it. Nevertheless, through those thought fragments the reader is able to expand his own interior monologue by including some contributions that reflect, in part, the state the author was in when he was writing. Form the point of view of me, the author, such an approach to communication represents an opening to confrontation with the other, and as such a way to put myself in a position of subordination to the other. Philosophical discourse, when arranged in this way, has the potential to overturn the power balance usually established in communication, to the point that he who opens himself to the world, by focusing on himself and communicating disperse fragments of his reflection for everyone to judge and refute, is actually surrendering to the world, whereas he who focuses his discourse on the other in reality wants the other, the world, to surrender to him.

In this sense philosophical discourse is the sincerest one, but the most fragile one too from a dialectic point of view; since it shows instead of hiding and simulating, it is very easy to refute. That is why the reader should not confront it with the idea of trying its robustness to the trickiest of criticisms, but rather always with a basic degree of receptivity and openness to the possibility of nourishing his own reflection. In this sense, philosophical literature is not to be received as a sum of ideas to be “understood”, but rather as an invitation to thought.

In this way philosophical discourse, giving up on the pretence of describing reality a priori, is nevertheless able to look at itself in the mirror, not impervious to change but able to assimilate it in its own becoming, bringing to completion that virtuous alliance between stability and change that represents the very basic impulsion that puts philosophy forward.

References

Bates, D. 2005. Crisis between the wars: Derrida and the origins of undecidability. Representations 90(90) 1-27.

Bergson, H. 1904. Essai sur les données immédiates de la conscience: Félix Alcan.

Borges, J.L. 2007. El Aleph: Emecé.

Derrida, J. 1969. La voix et le phénoméne. Philosophy 44(167) 77-79.

Eco, U. 1975. Trattato di semiotica generale. Bompiani, Milano 19827 246-248.

Fell, E. 2009. Beyond Bergson: the ontology of togetherness. Empedocles: European Journal for the Philosophy of Communication 1(1) 9-25.

Foucault, M. 1976. Histoire de la sexualité: La volonté de savoir: Gallimard.

Livingston, P. 2010. Derrida and Formal Logic: Formalising the Undecidable. Derrida Today 3(2) 221-239.

Lukianova, N. and Fell, E. 2015. Beyond meaning: Peirce’s interpretant as a meta-semiotic condition for communication. ESSACHESS–Journal for Communication Studies 8(1 (15)) 150-176.

Rodríguez Monegal, E. 1985. Borges & Derrida: Boticarios. Maldoror 21.

Schiller, F. 1847. Kleine Schriften vermischten Inhalts. Ueber die ästhetische Erziehung des Menschen. In einer Reihe von Briefen: Cotta.

Söderbäck, F. 2013. Being in the Present: Derrida and Irigaray on the Metaphysics of Presence. The Journal of Speculative Philosophy 27(3) 253-264.

[1] “if the sensuous impulsion becomes determining, if the senses become law−givers, and if the world stifles personality, he loses as object what he gains in force. It may be said of man that when he is only the contents of time, he is not and consequently he has no other contents. His condition is destroyed at the same time as his personality, because these are two correlative ideas, because change presupposes permanence, and a limited reality implies an infinite reality. If the formal impulsion becomes receptive, that is, if thought anticipates sensation, and the person substitutes itself in the place of the world, it loses as a subject and autonomous force what it gains as object, because immutability implies change, and that to manifest itself also absolute reality requires limits. As soon as man is only form, he has no form, and the personality vanishes with the condition. In a word, it is only inasmuch as he is spontaneous, autonomous, that there is reality out of him, that he is also receptive; and it is only inasmuch as he is receptive that there is reality in him that he is a thinking force”.

[2] “By the union of these two qualities man will associate the highest degree of self−spontaneity (autonomy) and of freedom with the fullest plenitude of existence and instead of abandoning himself to the world so as to get lost in it, he will rather absorb it in himself, with all the infinitude of its phenomena, and subject it to the unity of his reason.

But man can invert this relation, and thus fail in attaining his destination in two ways. He can hand over to the passive force the intensity demanded by the active force; he can encroach by material impulsion on the formal impulsion, and convert the receptive into the determining power. He can attribute to the active force the extensiveness belonging to the passive force, he can encroach by the formal impulsion on the material impulsion, and substitute the determining for the receptive power. In the former case, he will never be an Ego, a personality; in the second case, he will never be a Non−Ego, and hence in both cases he will be neither the one nor the other, consequently he will be nothing”.

[3] “There is nothing very remarkable about being immortal; with the exception of mankind, all creatures are immortal, for they know nothing of death. What is divine, terrible, and incomprehensible is to know oneself immortal”.

[4] “Semeiotic is the discipline studying whatever can be used to lie.

[5] “tactical elements or blocks operating in the field of force relations”





Io e la filosofia

14 10 2016

È un bel po’ che non pubblico niente sul blog. Le ragioni sono molteplici. Una di esse è che, molto prosaicamente, ho iniziato un nuovo lavoro che mi tiene molto impegnato. Un’altra è che la pressione politica sulle cause che mi sono più care, i.e. sperimentazione animale e diritti LGBT, si è considerevolmente abbassata. Circolano meno bufale, circolano meno accuse, circolano meno falsità. Quindi il carburante per i miei interventi di attualità è in gran parte andato bruciato.

Ma in teoria resterebbe sempre quella che è il focus principale del mio blog, ovvero la filosofia. E pur tuttavia, anche su quella non ho più molta voglia di scrivere. Voglio spiegare perché, e tirare un po’ le somme sul mio travagliato rapporto di odio e amore con questa disciplina.

Prima di tutto bisogna fare un chiarimento essenziale sul termine, come al solito. Di che parlo quando parlo di filosofia?

Diceva il saggio che è impossibile non filosofare, perché anche per decidere di non filosofare bisogna filosofare. In un certo senso del termine è vero. La riflessione profonda sulle cose, la meta-riflessione, è indispensabile in qualsiasi lavoro di intelletto. Qualche tempo addietro ho avuto uno scambio su questioni di statistica con un economista, che aveva completamente frainteso i risultati di un certo studio per via di un fraintendimento essenziale sul concetto di “causa”. Il tizio si inalberò parecchio alle mie critiche perché “filosofiche”, ma la verità è che aveva torto marcio proprio per ragioni non tanto scientifiche ma meta-scientifiche, che avevano a che fare con la sua interpretazione dei risultati scientifici. La verità è che uno statistico più di chiunque altro dovrebbe ragionare sul concetto di causa; basti pensare  che anche la scelta più importante che fa uno statistico quando imposta un’analisi è proprio se adottare una concezione della probabilità come fatto reale che riproduce la frequenza di un evento ipotetico (approccio frequentista) oppure una secondo la quale essa rappresenta la nostra confidenza in un certo risultato piuttosto che in un altro (approccio bayesiano). Non solo i due approcci sono filosoficamente diversi, ma questo si traduce anche in una differenza negli strumenti matematici utilizzati!
Tutto questo serve a dire che una riflessione di tipo filosofico non è una cosa rinunciabile per uno scienziato, e probabilmente non dovrebbe esserlo per nessun altro in via ideale.

Ma a parte questa meta-riflessione, questa riflessione profonda sui concetti, sulle parole e sui paradigmi, la filosofia è anche una disciplina accademica. Una cosa che si insegna e si produce nelle scuole e nelle università. Mentre il mio rapporto con il pensiero profondo non cambierà mai, perché per me il pensiero approfondito è naturale come il respiro, il rapporto con la disciplina negli anni si è molto deteriorato.

Un paio di anni fa, in piena crisi esistenziale post-dottorato, ero in cerca di una mia strada e non l’avevo ancora trovata nella statistica medica. Venne fuori che l’attività di laboratorio non mi piaceva e soprattutto non ci ero particolarmente portato, quindi iniziai a considerare carriere alternative, mettendo al primo posto nei miei conti questo fattore: doveva essere qualcosa in cui sono veramente bravo. Quindi qualcosa di più intellettuale e meno manuale del maneggiare topi e ratti.

Quasi in cima alla lista c’era, allora, la filosofia. Non ho mai avuto il cosiddetto “formal training” in filosofia, i.e. i testi di filosofia me li sono letti da solo. Ma chi mi legge sa cosa ne penso riguardo al cosiddetto formal training; e il fatto stesso che io appoggi la posizione secondo la quale non filosofare è impossibile dovrebbe portare alla nozione che, se tutti devono filosofare nella vita, allora tutti devono esserne in grado per natura, senza bisogno di studiare per questo. E d’altro canto non sono nuovo a ricevere attestazioni personali di stima da parte di accademici nel campo della filosofia, quindi il non avere il formal training tutto sommato lascia il tempo che trova; neanche Nietzsche e Husserl lo avevano. Pare che il mio pensiero sia piuttosto originale, e così tante volte mi son sentito dire “dovresti scriverci un libro” che, poco a poco, ho iniziato a carezzare l’idea che forse quello che dicevo potesse essere davvero innovativo e fare la differenza.

Mi son dato un’occhiata in giro per vedere quali fossero le possibili strade per la pubblicazione “seria” di qualche mio pensiero, ma presto ho iniziato a capire una cosa che avrebbe dovuto essere ovvia: avere un pensiero originale, ammesso che io l’abbia, non mi garantisce che gli altri lo vogliano ascoltare. Per pubblicare, dunque, non basta la qualità del prodotto, bisogna anche saperlo vendere e magari avere la spintarella giusta; è così in ambito scientifico, a maggior ragione deve essere così in ambito filosofico.

Ho iniziato allora a riflettere su certe cose. Il mio pensiero è sicuramente di qualità, specialmente al confronto con certe porcate glorificate che troviamo in giro … Ma ciò è sufficiente a garantirne il successo? In particolare, mi sono iniziato a chiedere se un pubblico che si slurpa tipi come Singer ritenendoli raffinati pensatori sia un pubblico in grado di apprezzare quello che scrivo io. Sapete, io non ritengo solo che Singer abbia torto; ritengo più o meno che sia un perfetto incompetente. Trovo difficile pensare che lo stesso pubblico che apprezza Singer possa apprezzare anche me.

Questo dubbio si andò materializzando sempre di più man mano che leggevo consigli su come pubblicare che sembravano, più che consigli su come fare buona filosofia, consigli su come scrivere roba vendibile. Cominciavo a pensare che questa strada non portasse proprio da nessuna parte. Infine, su uno di questi siti, un dispensatore di consigli per aspiranti filosofi scriveva una cosa del genere: “Potreste pensare che le vostre idee siano troppo originali e controcorrente per interessare ai filosofi accademici. Ma in questo caso non si spiega perché dovrebbe interessarvi pubblicare sulle loro riviste”.

Era abbastanza sarcastico, chiaramente, ma … Diamine, aveva ragione. Ma siamo sicuri che mi interessi davvero pubblicare su riviste di filosofia? Cioè, ripetiamolo: è gente che lecca i baffi leggendo Singer! Se stimo tanto poco Singer, come posso stimare la gente che lo pubblica ritenendolo un vate del pensiero? Ma mi interessa davvero il parere di queste persone su quello che dico? Fra l’altro anche in termini di diffusione non è che arrivi molto lontano se pubblico su Ethics, per dire; Singer ha influenzato la società molto di più con quel libello propagandistico diretto all’uomo della strada che è “Liberazione Animale” che con i suoi più raffinati (si fa per dire) testi accademici. Anche da una prospettiva proprio pratica, diffusione delle proprie idee, pubblicare su una rivista di filosofia non fa la differenza; probabilmente ho fatto la differenza molto di più con gli articoli su questo blog, a ben vedere.

Certo, resta però il fatto che io ho da dire qualcosa di originale, che probabilmente i lettori di quelle riviste non hanno mai sentito. Potrei comunque essere io quello che fa la differenza, dunque, o almeno che faccia una piccola differenza.

Ho accarezzato per un po’ questa idea: stimano tanto Singer solo perché non hanno letto di meglio. Che mi pareva incredibile a dirla tutta, anche perché non crediate: io non mi sono mai ritenuto particolarmente originale come pensatore, ho influenze molto chiare e rintracciabili nella storia del pensiero. E poi sono millenni che si fa filosofia parlando sempre delle stesse cose; molti si prendono perfino il lusso di far finta che la scienza non abbia cambiato assolutamente niente dal punto di vista filosofico, e continuano a usare gli stessi concetti di un Platone o un Aristotele. Che potrei pensare di dire io di nuovo, in ambito in cui è stato detto così tanto che si è iniziato ormai da tempo a riciclare roba trovata nel cassonetto? Be’, però qualcosina di originale io forse ce l’ho in testa lo stesso, quindi potrei fare la differenza in effetti.

Se non che, quest’estate ho letto le Ricerche Filosofiche di Wittgenstein. E ho scoperto che forse qualcosa di originale c’è ancora nel mio pensiero … ma ormai si tratta di dosi omeopatiche.

Prima di leggere quel santo libro, mi stavo già convincendo sempre più che la filosofia che io facevo non fosse altro che una produzione di anticorpi contro la cattiva filosofia fatta da altri. Nella mia vita di tutti i giorni non ho nessun bisogno di filosofia in sé e per sé. Anche la branca della filosofia che in teoria ha più ricadute pratiche, l’etica, l’ho scoperta avere ricadute nulle; la conclusione del mio filosofare incessante in etica è stata questa: non esistono risposte su cosa è giusto e sbagliato, anzi, non esistono il giusto e lo sbagliato; tutto ciò che si deve fare nella vita è conoscere il mondo esterno, sforzarsi di capire sé stessi, e infine fare delle “scommesse” comportandoci in un certo modo che sembra possa farci stare meglio con noi stessi, stando pronti a subire tutte le conseguenze positive delle nostre scelte in caso di vittoria o negative in caso di sconfitta.

Pensa bene a ciò che fai, valuta tutte le conseguenze, stai sintonizzato coi tuoi propri bisogni e desideri, infine conosci la realtà intorno a te. Introspezione per conoscere sé stessi, scienza per conoscere ciò che ci circonda. Questo è tutto ciò che serve; dove sarebbe lo spazio per la filosofia?

Certo, serve filosofia per sgombrare il campo dalle cattive filosofie, dai sofismi delle varie filosofie morali menzognere che sperano di somministrare il giusto e lo sbagliato in endovena. Quando uno mi dice che l’etica è minimizzare la sofferenza o roba così io so che non è vero perché so cos’è l’etica in effetti, per cui non casco nei vari sofismi dei filosofi. Ma dunque lo scopo della filosofia è solo difenderci dalla filosofia stessa?

Apparentemente sì. Non lo dico solo io, ma anche Wittgenstein: “la filosofia va protetta da sé stessa”. Tutta la cattiva filosofia nasce da usi del linguaggio che non tengono conto della sua vera funzione, che è esclusivamente pragmatica. Tutti i concetti della filosofia sono inganni, perché trattano pensieri e parole come se fossero enti ideali, mentre sono solo prassi; quando il linguaggio perde il suo contatto con la prassi, i.e. quando si inizia a parlare di essere, sostanza, eternità, idee platoniche, tutto va in fumo. La filosofia, in positivo, non serve a niente, serve solo come anticorpo contro sé stessa.

Ok, io sono in grado di difendermi dalle filosofie menzognere perché ho fatto tanta filosofia, ma a parte questo perché dovrei entrare in un sistema che produce filosofia? Non lo alimenterei facendo così?

Ma c’è di più. La maggior parte dei filosofi, secondo alcune statistiche, sono realisti morali, ovvero non pensano che cose come il giusto e lo sbagliato siano semplicemente convenzioni pratiche, ma sono convinti che abbiano davvero un referente ideale. Parliamo di maggioranze bulgare, peraltro. E anche se le mie opere non sono ancora in vendita da Feltrinelli, Wittgenstein è già uscito in libreria da un bel po’, quindi la domanda sorge spontanea: com’è che solo una risicata minoranza dei filosofi ha fatto tesoro della lezione di Wittgenstein?

Non è neanche una verità particolarmente complessa, a ben vedere; io c’ero già arrivato senza leggerlo, Wittgenstein. Ma tutta questa pletora di raffinati pensatori che Wittgenstein lo conoscono o dovrebbero conoscerlo, com’è che non si sono accorti di banalità come il fatto che usare parole come “giusto” e “sbagliato” non significa affatto che poi si riferiscano a qualcosa di concreto? Dopo l’uscita delle ricerche filosofiche, l’unica lezione obbligatoria dei corsi di filosofia dovrebbe essere Wittgenstein, e il resto andrebbe letto per interesse storico e letterario, ma nessuno potrebbe prenderlo sul serio come proposta filosofica.

Certo Wittgenstein è un autore recente, forse non ha avuto tempo di essere assimilato … Ma il punto è che già Wittgenstein è un anticorpo contro la cattiva filosofia, ma non è il primo.

La morale e la critica non sono propriamente oggetti dell’intelletto, quanto del gusto e del sentimento. La bellezza, sia morale che naturale, è piú propriamente sentita, che percepita con l’intelletto. O, se ragioniamo intorno ad essa e cerchiamo di stabilirne il criterio, consideriamo un fatto nuovo, cioè i gusti generali degli uomini, o qualche fatto del genere, che possa esser oggetto di ragionamento e di ricerca speculativa.

Quando scorriamo i libri di una biblioteca, persuasi di questi princípi, che cosa dobbiamo distruggere? Se ci viene alle mani qualche volume, per esempio di teologia o di metafisica scolastica, domandiamoci: Contiene qualche ragionamento astratto sulla quantità o sui numeri? No. Contiene qualche ragionamento sperimentale su questioni di fatto e di esistenza? No. E allora, gettiamolo nel fuoco, perché non contiene che sofisticherie ed inganni.

Questo è Hume. Non è l’altro ieri, il mondo filosofico non stava aspettando ansiosamente Wittgenstein, c’erano già stati altri Wittgenstein prima. Li aveva solo ignorati deliberatamente. Sono stati letti, e poi è stato fatto come se non avessero detto niente di significativo, un parere fra gli altri.

Credo di aver capito una questione importante, una verità dura e sgradevole: la filosofia il suo compito lo ha già espletato. Tutto quello che la filosofia poteva spiegare, lo ha già spiegato; poi ha passato il testimone alla scienza, e l’unico studio filosofico che dovrebbe interessarci oggi in senso positivo è la scienza stessa; non perché la filosofia sia tutta sbagliata, ma perché è quasi tutta sbagliata e l’unica parte giusta è quella che dice che tutto il resto è sbagliato e ci basta la scienza.

La ragione per cui in filosofia si continua a discutere, spesso di questioni così preistoriche e ridicole oggi che a sentirle viene semplicemente da prendersi a ceffoni, è che c’è una marea di filosofi che continuano a far finta di non avere mai sentito parlare di Hume, Wittgenstein e vari altri. Arriva uno Hume, o un Kant, mette tutto in chiaro e dimostra che fare metafisica è inutile …  e pochi anni dopo arriva un Hegel e ricomincia a sconvolgere tutto e a fare metafisica.

E c’è un altro effetto terrificante: quelli come Hegel hanno necessità di rimettere in discussione sistemi filosofici che tutto sommato, se letti nel rispetto del principio di carità, non necessitavano affatto di essere rimessi in discussione. Il sistema di Kant per esempio non era perfetto, ma già l’approccio di Husserl è molto più solido, e Husserl non ha fatto altro che delle precisazioni su Kant in sostanza. Le conclusioni pratiche di Kant erano, in sintesi estrema, che i quesiti metafisici sono tutti indecidibili e non si può che discuterne in maniera inconcludente per sempre, e dunque occorre concentrarsi più che altro sulla scienza perché quella invece progredisce chiaramente.

A sostegno di questa conclusione, Kant mise in gioco un apparato imponente, forse più imponente di qualsiasi suo predecessore. Per demolire un apparato così imponente, una sola arma era possibile. La confusione.

Con Hegel inizia l’era della filosofia incomprensibile. Il linguaggio convoluto e pieno di tecnicismi prevalentemente inutili non è una costante della filosofia, come alcuni potrebbero essere portati a pensare. S e leggiamo Hume o Cartesio troviamo una prosa snella ed elegante, perfettamente comprensibile. Con Kant iniziamo a trovare qualche difficoltà, ma è con Hegel che iniziamo a sbattere la testa contro il muro. In Hegel la confusione è niente di meno che un’arma. Hegel non scrive male perché non sapesse scrivere bene; men che meno scrive male perché fosse impossibile scrivere meglio, come mostra per esempio qui Dario Berti. Scrive male perché vuole scrivere male, perché gli serve per creare la confusione. Hegel ha bisogno di usare parole con un significato così strano da non avere più significato, e lo fa perché così crea il caos e, nel caos, può raccontarti qualsiasi stronzata facendola sembrare ragionevole.
Ricordo un passaggio nella scienza della Logica in cui diceva che gli scolastici sbagliavano a voler dimostrare l’esistenza di Dio perché “l’esistenza è un attributo insufficiente per Dio”. Quando lessi questa cosa rimasi a bocca aperta; non vuol dire chiaramente niente. Ci possono essere cose esistenti, cose inesistenti, forse perfino cose che sono a metà fra le due … ma di sicuro non c’è niente che sia “più che esistente”. Oltre al concetto già meno semplice di quanto possa sembrare dell’esistenza, Hegel ne inventa un altro, una specie di iper-esistenza, che questa volta è chiaramente privo di significato. Heidegger, un altro campione della confusione e dello scrivere di merda, finisce con l’inventare termini nuovi o comunque usare termini vecchi in maniera nuova e incomprensibile, come il “Dasein” e mille altre parole così assurde che nelle traduzioni italiane mettono in parentesi l’originale tedesco. Il Dasein non è traducibile, invero, ma non perché sia un termine incredibilmente complesso, bensì perché non ha significato oppure se ce l’ha è banale, ma detto in quel modo sembra incredibilmente complesso. Vi accorgerete che mentre i filosofi più concreti e aggiornati sui progressi della scienza sono ammirevolmente chiari e comprensibili, i “guastafeste” sono sempre più assurdi e contorti. Questo è perché con ogni passaggio di costruzione e distruzione il costruttore impara a farsi sempre più chiaro e comunica sempre meglio, e di conseguenza il distruttore deve riuscire a confondere le idee sempre meglio! Pensate che Derrida sia incomprensibile? La palla di cristallo mi dice che verranno fuori filosofi molto più assurdi e incomprensibili di Derrida nei prossimi tempi!

Dunque tutta la buona filosofia serve solo a proteggerci da queste sofisticherie, e la cosa peggiore è che è pieno di sofisti come Hegel e Heidegger che usano la confusione di proposito; e per ogni Wittgenstein che si sforza di chiarire c’è sempre un Derrida o chissà chi che cerca di creare confusione. E, sottolineo ancora una volta, lo fa di proposito. Non vuole essere chiaro, vuole confondere perché è quello che serve la sua agenda.

Ora, in ambito scientifico esistono sicuramente rivalità professionali, ma nel complesso la scienza è un’opera in cui l’elemento centrale è la costruzione di un qualcosa. In filosofia la maggior parte del tempo è passato in una lotta distruttiva fine a sé stessa e senza regole, che come tale può andare avanti per sempre senza smuovere le cose di un centimetro.

In uno dei miei articoli di filosofia che sono rimasti nascosti nel mio cassetto, “rispondevo” a Derrida spiegando come il problema del senso e del significato nei discorsi sia legato a due dimensioni intersoggettive: il potere e l’apertura.

Mi spiego: nel discorso scientifico abbiamo una specie di gioco cooperativo, il cui funzionamento è esemplificato dal processo della peer review: ci sono delle regole nella scienza, secondo queste regole rigide e ben note alcuni argomenti sono validi e altri no. Dunque basta gettare una tesi nella fossa dei leoni piena di pubblici ministeri che tentino di ucciderla, e se nel nome delle regole di quel gioco essa sopravvive allora diventa accettata come dato di fatto. Attraverso la competizione spietata, ma onesta, improntata alla chiarezza e al rispetto delle regole, emerge il migliore

Quando si legge o ascolta un argomento filosofico, però, le precise regole codificate del dibattito vengono meno; se non vi sono regole e tutti cercano di uccidersi a vicenda nessuno può vincere. Per esempio, tentare di distruggere la filosofia di un avversario appellandosi al fatto che i significati delle parole sono ambigui, quando invece nel mio caso sono definiti con estrema chiarezza e concretezza, non è onesto; certo, tutte le parole hanno margini di ambiguità (vedasi Wittgenstein), ma questo non impedisce il dibattito. In ambito scientifico non sarebbe possibile attaccare un avversario mettendo in questione l’intero suo codice semantico sulla base di una generale “ambiguità del linguaggio in quanto linguaggio”. In filosofia si può fare, si può mettere in dubbio tutto, dire tutto e il contrario di tutto! È una specie di ammucchiata selvaggia senza alcun significato o scopo.
Ci sono solo due modi per produrre progresso in un contesto come questo: uno è il potere; per esempio se io posso uccidere o imprigionare, intendo proprio fisicamente, i miei oppositori, allora ho vinto a tavolino; non ci sono regole condivise ma io impongo le mie con la mia forza fisica, con la mia capacità di modificare il mondo fisico. L’altro è l’apertura: se mi metto a cercare i punti deboli del discorso del mio avversario li troverò, perché mi basta creare il caos totale e mettere in dubbio anche le questioni più banali e immediate, come fa per esempio Derrida, il tavolo si rovescia e non vince nessuno. Ma se io invece di cercare punti deboli mi “apro” alla comprensione cercando un terreno comune di discussione e eventualmente, poi, anche di dibattito, allora insieme si può costruire qualcosa.

La scienza progredisce essenzialmente grazie ad una declinazione del potere: la scienza mi dà il potere di far volare gli arei, il potere di debellare la poliomelite, il potere di scrivere al computer. Questo potere è la sua legittimazione ultima e invincibile perché non esiste potere più grande di quello dato dalla scienza: se non ne rispetti le regole, gli aerei non volano, e tutti vogliono che gli aerei volino; quindi le regole si impongono da sé, in un certo senso.
In filosofia, d’altro canto, il potere non c’è perché essa non serve a nulla di pratico. C’è dunque solo un altro modo per costruire il progresso, l’apertura. Non possiamo costringere i guastafeste a rispettare delle regole, ma possiamo chiederglielo gentilmente e sperare che lo facciano. Ma il problema è che questo sistema basato sull’apertura non funzionerà mai, perché c’è sempre qualcuno che a questo gioco perderebbe e dunque ha tutto l’interesse a buttare in aria il tavolo. Le regole dovrebbero essere decise prima del dibattito, perché durante il dibattito ciascuno è interessato solo alla vittoria.
L’animosità eccessiva del dibattito, gli interessi sovrapposti, le ideologie e le agende politiche sono una forza distruttrice in grado di inquinare perfino il ben più rigoroso dibattito scientifico. Pensate cosa può accadere in quelle filosofico, che è senza regole!

Be’, esattamente quello che succede tutti i giorni in filosofia. Circa 150 anni fa veniva pubblicato l’Origine della Specie, ma ancora oggi ci sono in giro aristotelici che parlano di teleologia negli organismi viventi. Se le cose stanno in questo modo, allora è chiaro che la filosofia non può arrivare da nessuna parte, perché c’è qualcuno, o meglio molti, che non vogliono che arrivi da nessuna parte.

Allora il punto è: io che cosa ci posso fare in questo sistema? Supponiamo che io sia davvero un pensatore molto originale che ha qualcosa di veramente importante da dire, come Hume o Kant (sul che avanzerei anche dei dubbi; è vero che credo di essere meglio di un Singer, ma non è che ci voglia molto per quello, questo non mi rende automaticamente uno Hume). A che serve che io lo pubblichi magari su una rivista di importanza internazionale? Fra dieci anni viene fuori un qualche coglione che inizia ad arzigogolare su quello che dico, a sostenere che nel mio uso dei termini sono contenute metafore metafisiche che lo invalidano, o che il mio concetto di esistenza è insufficiente perché c’è una super-iper-duper-esistenza possibile, o che niente di tutto ciò che dico ha senso perché siamo solo i sogni di Dio o chissà che altra minchiate … E non ci sarà nessun arbitro a richiamarlo all’ordine e aspazzar via con un cartellino rosso tutte queste stronzate … allora a che sarà servito il tutto? Avrò solo gettato nel già altissimo mucchio altre pagine inutili; forse saranno di buona qualità, ma verranno comunque sommerse in una montagna di merda, indistinguibili dalla merda. Quello che scrivo su un articolo scientifico probabilmente un giorno sarà superato, ma quando sarà superato ci saremo almeno mossi in avanti verso qualcosa di meglio, mentre in filosofia dopo che il mio pensiero sarà stato affondato in una marea di robaccia, ci troveremo esattamente al punto di partenza: derridiani di qua, tomisti di qua, hegeliani di lì … perdita di tempo totale insomma.

Ed eccoci arrivati ad oggi. Ho sempre amato la filosofia perché amo il pensiero, e dunque amo filosofare. Ma la filosofia come disciplina di studio, dopo tutte queste realizzazioni, ho iniziato sinceramente ad odiarla. Credo di avere già detto la massima parte di quello che potevo dire in questo campo; nel mio piccolo avrò rotto le palle a un po’ di sofisti, soprattutto nel mondo antispecista, ma non è che ciò mi porti in qualche posto particolare, e per fortuna non ho bisogno di pubblicare su Ethics per mangiare. Quindi perché continuare a scrivere di filosofia?

Intendiamoci, forse continuerò a farlo sporadicamente; dopotutto il confine fra il filosofare inteso come esercizio del pensiero e il filosofare inteso come prestarsi alla diabolica spirale di inconcludenza della filosofia accademica spesso sfumano gli uni negli altri, e ci sono ottimi filosofi che impiegano preziose energie nel tentativo di tenere a bada le astuzie e i sofismi degli imbonitori. Ma il mio parere sulla filosofia è talmente scaduto che non credo mi dirò più “filosofo”, seppur dilettante; trovo che questo titolo non sia più un onore, ma ormai sia diventato quasi uno sfregio, non so che farmene. Meglio restare scienziato, fare qualcosa che porti in qualche luogo, che faccia la differenza per le generazioni future.

Non credo che la relazione d’amore fra me e Madame Philosophie possa continuare. Possiamo restare amici? Vedo difficile anche questa. Però possiamo restare in rapporti cordiali, chi lo sa…

Ossequi





Piccardo, le unioni civili e la poligamia

7 08 2016
Perché nessuno ha capito il senso delle affermazioni di Piccardo?
Ma vi pare davvero che un personaggio così esposto chiederebbe la poligamia in Italia? Con che possibilità? Al massimo potrebbe inasprire il clima di odio verso i musulmani, ma di sicuro non può ottenere il riconoscimento che dichiara di volere.
Ma davvero non si capisce il suo intento? Non avete seguito un minimo le strategie comunicative di Gianfranco Amato, Costanza Miriano e gang, abbastanza da aver imparato come si comporta un integralista religioso?
Facciamo un ripassino: Amato e Miriano sono effettivamente dei fanatici religiosi cui piacerebbe mandare i gay in carcere, vietare aborto e divorzio eccetera. Ma non la mettono mai giù in quel modo (se non in quei momenti in cui “gli scappa” di dire quello che pensano davvero), perché sanno che metterla in quel modo è una battaglia persa.
Per capire la strategia degli integralisti religiosi bisogna ricordare l’impagabile Salvemini:
“La realtà è che quando un clericale usa la parola libertà intende la libertà dei soli clericali (chiamata libertà della Chiesa) e non le libertà di tutti. Domandano le loro libertà a noi laicisti in nome dei principi nostri, e negano le libertà altrui in nome dei principi loro.”
L’integralista religioso non è stupido; ciò che fa va analizzato considerando il suo comportamento come altamente strategico: sta buono, mantiene un basso profilo, osserva in silenzioso disprezzo la società liberale e democratica, e attende il suo primo spiraglio di debolezza in cui infilarsi per aggredirla. Conosce tutti i bug del sistema democratico soprattutto per quanto riguarda la comunicazione, ed è sempre pronto a sfruttarli a proprio vantaggio.
I fondamentalisti, cattolici o islamici che siano, sanno che non possono ridurre la libertà di espressione dei loro nemici invocando il potere della censura, perché nella società occidentale quel potere è molto ridotto e spesso non è più dalla loro parte, dunque rovesciano la cosa e la pongono come una questione di “libertà di espressione” e “libertà di educazione”. Loro chiedono la libertà di odiare gli LGBT, la libertà di discriminarli, la libertà di propagandare quell’odio ovunque riescano senza nessun argine.
Il fatto che pongano la questione come una questione di libertà e democrazia non deve trarci in inganno, non deve essere scambiato neanche per un momento come il frutto di un sincero credo nella democrazia e nel pluralismo; quello che cercano di fare è semplicemente sfruttare le superficiali contraddizioni del sistema democratico e liberale con l’intento di farlo collassare, esattamente come dice Salvemini.
Una di queste contraddizioni è che la società aperta deve difendersi dai suoi nemici, dunque deve reprimere in varia misura coloro che vorrebbero distruggerla. Dunque i principi di libera espressione, libera educazione, libera stampa libero movimento etc. incontrano un limite nel momento in cui vengano usati proprio per limitare la libertà altrui. Dunque la società aperta può essere aperta solo fino ad un certo punto e i suoi principi hanno una validità per forza di cose limitata; questo limite è complesso, sfumato, difficile da tracciare; dunque chi vuole danneggiare la società aperta vi vede un’immediata debolezza, una presunta “incoerenza” da denunciare, un’area di cedimento, di potenziale confusione filosofica e culturale in cui insediarsi per far danni.
Quando la Miriano chiede libertà di espressione in realtà si sta muovendo strategicamente in due direzioni: la prima, si sta creando uno spazio di manovra per coltivare e diffondere idee repressive e totalitaristiche al sicuro dal giusto ostracismo cui sarebbe sottoposta altrimenti; la seconda, sta cercando di scatenare un senso di schizofrenia, confusione e contraddizione sui principi liberali. È come se dicesse “guardate: i vostri stessi principi sono quelli che permettono a me, che sono contro quei principi, di esprimermi contro di essi. Come fate a supportare una cosa così ipocrita e assurda? Appoggiate piuttosto il mio sincero e coerente totalitarismo teocratico!”
Finito il ripasso, torniamo a Piccardo. Non pensate neanche per un momento che Piccardo sia meno integralista o più scemo di Miriano ed Amato perché è musulmano, ragiona esattamente allo stesso modo: non sta richiedendo un diritto civile, piuttosto si sta ricavando uno spazio di manovra per organizzare una controffensiva contro i diritti civili, e al contempo fa la prima mossa di questa controffensiva: denuncia il sistema democratico dello stato di diritto come debole ed incoerente.
Non era una difesa della poligamia, la sua, quella avete più probabilità di sentirla a qualche pride; era un attacco alla comunità LGBT. E infatti un sacco di omofobi subito hanno colto l’assist e hanno ripreso in mano il loro vecchio argomento del pendio scivoloso… la frase di Piccardo serviva proprio a dargli questo assist. E lasciatemelo dire, è del tutto evidente che sia così anche dalla forma in cui l’argomento è stato posto!
“Io e milioni di persone non condividiamo la relazione omosex e tuttavia essa è lecita e ne rispettiamo gli attori. Ora lo Stato regolamenti anche il matrimonio plurimo”
Questo è chiaramente e inequivocabilmente un attacco omofobico in tutto e per tutto!
E dando spazio alle sue ridicolaggini lo si aiuta. Non che possa fare molto danno, beninteso, ma sarebbe meglio evitarlo.
Ossequi.