Il COVID-19 e la sinistra allo specchio del Male

24 01 2021

L’innamoramento della Sinistra per i lockdown – e più duri sono meglio è – può sembrare difficile da spiegarsi in un’ottica di storia del pensiero politico. Dopotutto, il virus dal punto di vista socioeconomico è assolutamente egalitario, è una forza biologica, non fa differenze di classe sociale. Viceversa, i lockdown colpiscono in modo sproporzionato i ceti medi e bassi, insomma, i poveri: darwinismo sociale allo stato puro, dunque.

Ma questo fraintendimento deriva dall’identificazione del pensiero di sinistra con il pensiero marxista, con la sua enfasi sui rapporti di produzione e le classi sociali. La realtà è però che il pensiero di sinistra è, in essenza, “luciferiano”, non marxista.
Per pensiero “luciferiano” intendo quel pensiero che ritiene che l’uomo sia in grado di sostituirsi a Dio e di fare il lavoro di Dio meglio di lui. “Dio” qui è solo una parola che si riferisce a quell’insieme di norme e di fatti che regolano l’andamento del cosmo, all’ordine naturale, se vogliamo.

Il pensiero di destra è storicamente rispettoso di Dio, ovvero dell’ordine naturale, spesso fino al punto di negare il diritto dell’uomo a migliorare la propria esistenza a dispetto dello stato “naturale” delle cose. La destra è quella che dice che cambiare l’ordine sociale è un crimine contro Dio, è quella che dice che lo status quo è giustificato dal diritto divino; per essa vi è nel modo in cui le cose vanno “naturalmente” un’intrinseca saggezza, e lotta per mantenerlo – anche in quei casi in cui esso sia ampiamente perfettibile.
La sinistra invece è quella forza che vuole sovvertire l’ordine delle cose, è una forza che agisce “contro-natura”, che vuole sostituirsi a Dio e ritiene in effetti di poter fare meglio di lui. Come Lucifero, appunto – e per questo ho detto “luciferiano”, e non “satanista”. Essa lotta per sovvertire l’ordine naturale delle cose e creare il Paradiso in Terra.
Attenzione: tutto ciò non va inteso come indicativo di una tendenza della sinistra verso il “male”. Ripeto: non ho parlato di satanismo, ma di luciferanesimo. La sinistra non solo non è incline al male, ma è incline al bene molto più della destra. La destra conosce e riconosce l’esistenza del male, o se preferiamo delll’oscurità, nel mondo. Sa che il mondo ha pestilenza, carestia, guerra e morte, i Cavalieri dell’Apocalisse. Ma per la destra queste cose hanno un ruolo nell’economia del cosmo, una funzione assegnata dalla saggezza di Dio o comunque dall’ordine della natura. Sì, nel Paradiso non ci saranno sofferenze di alcun tipo… ma il Paradiso è in cielo, non in terra. La Terra è il regno di pestilenza, carestia, guerra e morte. Non dobbiamo ingannarci sulla natura oscura e tragica dei quattro cavalieri, ma anche nella loro oscurità e tragedia sono forze “sane”, sono da accettarsi. Non così per la sinistra, la sinistra le vuole annientare e danzare sui loro cadaveri. Sì, tutte e quattro, perfino la morte, l’attimo definente del vissuto umano, nel lungo termine il pensiero luciferiano vuole annientarla. La sinistra vuole annientare il Male ovunque esso si annidi e con qualunque mezzo, lo vuole così tanto che è insoddisfatta del lavoro fatto da Dio in proposito, e in questo senso ha una tendenza al Bene molto superiore a quella della destra.

Beninteso: l’ordine naturale di cui sto parlando qui non è il fatto fisico irriducibile, la Natura così come necessità ordina che vada. Quello di cui parlo è principalmente qualcosa di percepito, un avatar dello status quo, delle “cose così come sono”; non stiamo parlando di ciò che effettivamente è irriducibile e necessario, ma di ciò che viene percepito o meno come tale: le cose che sono come sono perché così devono essere, che vanno come vanno perché così è giusto che vadano. Poi ci sono cose che sono così come sono perché non possono essere altrimenti, le vere leggi naturali, e altre che sono così perché così sono state impostate dalla società e sono modificabili.

Tuttavia, dal punto di vista psicologico, possono essere molto difficili da distinguere, e in effetti il problema è proprio quello: che la destra scambia alcune mere consuetudini e costrutti sociali per immutabili e sacre leggi del cosmo, mentre la sinistra spesso scambia le sacre ed immutabili leggi del cosmo per mere consuetudini e costrutti sociali. Abbiamo fatto su questo blog molti esempio del primo caso; per esempio la destra è tipicamente convinta che i bambini debbano essere cresciuti da due genitori di sesso opposto perché “così è naturale”, ma in realtà stanno parlando semplicemente di una consuetudine, non di una necessità. Il principio implicito è che “se le cose sono così come sono, c’è sicuramente un buon motivo e vanno mantenute così.” Questo tipo di ragionamento è chiaramente difettoso: non sempre il motivo per cui le cose sono così come sono è davvero buono, e anche in casi in cui lo sia stato in passato, magari oggi è sorpassato.
Ma della destra questo blog ha parlato tanto; il problema della sinistra, invece, è che non rispetta le ragioni preesistenti di un certo status quo, le quali non sempre sono buone e valide, ma in moltissimi casi sì: un buon motivo di essere ce l’hanno. Inoltre, la sinistra ha un tendenza a non riconoscere l’esistenza di dati naturali irriducibili che limitano la sua azione. Laddove il pensiero cristiano della destra è caratterizzato dal senso del timor di Dio, il pensiero luciferiano è caratterizzato dall’orgoglio, dalla hybris, la tracotanza. Va da sé, però, che se nella vita è importante avere un po’ di orgoglio, è anche importante saper riconoscere i propri limiti, perché chi ha troppo orgoglio può far male a sé stesso e agli altri…

Il marxismo è una delle declinazioni di questo pensiero luciferiano: la specie umana può con le proprie forze sovvertire completamente l’ordine sociale, e con ciò s’intende ogni ordine sociale, e costruirne uno nuovo, giusto e perfetto, un Paradiso. Nel caso del marxismo, l’ordine da sovvertire sta nel modo in cui è fatta la società, che abbiamo costruito noi stessi, e quindi l’obbiettivo sembra immediatamente a portata di mano… l’ostacolo insormontabile qui è la famosa “natura umana”, la cui esistenza infatti la sinistra tendenzialmente nega.
Ma il marxismo è solo una forma di pensiero luciferiano. Il suo principio resta che l’uomo può, e dunque anche deve, creare il Paradiso in terra e annientare il Male. Nel caso della pandemia la declinazione del pensiero luciferiano è la seguente: l’uomo può annientare il Male, in questo caso la pandemia, e dunque deve anche, e deve fare tutto quanto in suo potere allo scopo.

L’innamoramento della sinistra per una metodica di lotta che in termini economici è l’apoteosi del darwinismo sociale, una specie di nazismo economico a ben vedere, non sorprende se ci si ricorda che la persona di sinistra ha spesso come imperativo di creare il Paradiso in Terra, deve farlo a qualunque costo e rispetto a questo obbiettivo le forze che si oppongono, siano esse naturali o sociali, sono tutte ostacoli da spazzare via.
E quale minaccia peggiore al Paradiso in Terra di una catastrofe naturale…? In un certo senso le catastrofi naturali sono inammissibili nel pensiero luciferiano più puro, perché sono un tentativo di quel dannato Dio di rimetterci in catene. Come disse un commentatore che lessi su facebook e di cui non ricordo il nome, “per la sinistra le pandemie sono costrutti sociali particolarmente reazionari”. La sinistra ha deciso di ignorare completamente il dato di fatto scientifico, quello per cui una pandemia per la quale non hai un vaccino non è un fenomeno contenibile con strumenti umani, e sta ancora ignorando completamente i limiti di sostenibilità sociale ed economica di uno stato di blocco prolungato di tutta la vita del continente – anche questo un fattore che non dipende minimamente da fattori sociali, da politiche, da interventi, ma è un semplice “fatto”, un elemento dell’ordine delle cose: una società deve produrre per vivere.

Il minimo comune denominatore del dibattito europeo – inesistente, in realtà – sulle misure contro il coronavirus è l’eliminazione dal discorso del dato biologico irriducibile. Anche nei rari casi che qualche voce critica verso la gestione di Conte e dei suoi si elevi, che cosa dice quella voce? Che potevano fare meglio, che potevamo avere meno morti, con una gestione migliore (magari, perché no, con un lockdown più duro e lungo ancora! Ci piacciono le cose dure e lunghe).
E si vanno a dissezionare le mortalità di tutti i paesi del mondo, scrutando quei numeri enigmatici, di complessità infinita, determinati da migliaia di variabili regionali diverse, li si viviseziona fino alla terza cifra decimale, alla ricerca di null’altro che dei segni che una politica abbia funzionato meglio o peggio di altre. Il tutto come se la pandemia fosse, appunto, un semplice fatto sociale e politico che obbedisce ai DPCM, e non un fenomeno biologico che obbedisce alle leggi della fisica e della chimica. Il dato biologico è lì soltanto per essere trasceso, controllato, imbrigliato. E generalmente la persona di sinistra termina la sua vivisezione dei numeri della pandemia concludendo, colma di ammirazione, che la Cina, sanguinaria dittatura dalla matrice comunista ed esecuzione capitalista, è il paese migliore del mondo, perché col ferro, col fuoco e col sangue, essa ha trionfato sulla biologia stessa. Ha sconfitto il virus, e ha così dimostrato l’inesistenza di un ordine naturale, o che se esiste noi possiamo fotterlo.

Marxismo presente solo in tracce, qui, come la frutta a guscio sulle etichette degli alimenti. Ma la sinistra è in grado di levare critiche ai governi anche sul piano economico… per esempio rimprovera al governo la povertà dei ristori e il ritardo a fornirli. Ovviamente non c’è ristoro che possa compensare un piccolo imprenditore o negoziante di due anni di inattività forzata; dopotutto i soldi sono solo una misura convenzionale della nostra capacità di produrre, e se tu non stai producendo i soldi diventano carta igienica. I ristori servono a rendere un po’ meno cataclismico il lockdown, ma il lockdown resta sempre un cataclisma, e se una persona non lavora per due anni non è con una mancetta di due lire che la rimetterai in carreggiata. Ma dopotutto, se si può rivoltarsi contro la biologia e trascenderla, ed è la definizione stessa di “ordine naturale”, figurarsi se non ci si può rivoltare contro l’economia.

E nel caso della pandemia, la declinazione marxista del luciferianesimo, che si rivoltava verso la natura umana e le strutture sociali che ne derivano, come appunto l’economia, è stata “sorpassata” da una rivolta molto più vasta e radicale contro la natura tout court, contro la biologia, contro i virus, contro la costituzione dei nostri organismi, i nostri corpi, le cellule del nostro sangue. Sotto accusa non è più solo il modo in cui vendiamo e compriamo e produciamo e ci procuriamo il cibo; ora è sotto accusa il modo in cui respiriamo, il modo in cui facciamo sesso, il modo in cui frequentiamo le persone e abbiamo una vita sociale, il modo in cui camminiamo, l’uscire di casa, il godere del sole e dell’aria. L’uomo è questa scimmia sociale evolutasi nella savana, fatta per correre, cacciare, raccogliere, e poi giocare coi suoi simili, farci sesso, baciarli, abbracciarli… questo è il dato biologico umano. Ovviamente virus, batteri, parassiti, non fanno che sfruttare la nostra biologia contro di noi, è il loro modo intimo di funzionamento… Sono, in un certo senso, parte di noi. Certo non possiamo bandirli senza in qualche misura lasciarci alle spalle la nostra biologica umanità.

E questo è il nuovo obbiettivo. Il 2020 ha formalizzato un progetto globale di “riforma biologica” dell’essere umano, il primo della storia. Dopo aver tentato di bandire la guerra e la carestia, e per inciso senza neanche esserci riusciti, già ci sentiamo pronti a fare il passo successivo: bandire la pestilenza – e in futuro, la morte. Questo è l’apice della rivolta luciferiana.

Una ribellione ha semplicemente assorbito e cancellato l’altra.





La coperta corta di Malthus

9 12 2020

Cosa ci insegna la crisi del Coronavirus?

Che insieme, unito, il paese può affrontare ogni minaccia?

Nah. Più che altro ci insegna tutta una serie di orrende verità su come funziona la psiche umana e in particolare la psiche dell’occidentale del 2000.

Ma più ancora, pone una lapide su tutti i sogni più sfrenati di ecologisti e malthusiani.

Ma facciamo un passo indietro, di un annetto, quando l’argomento caldo (no pun intended) era il riscaldamento globale. Quando Greta Thunberg gridava appassionatamente che questi governanti le hanno rubato il futuro. Ma sono davvero stati loro? Cos’era questo futuro?

Il modello di sviluppo della società industriale, che sia esso socialista o capitalista non ha in realtà la minima importanza, si basa su una capacità dell’uomo di sfruttare le risorse ambientali che non ha precedenti storici prima del Novecento. Razziando cieli, mari e terre l’umanità ha iniziato a produrre quanto basta a soddisfare ogni suo bisogno e anche ogni suo capriccio, in effetti. E questa incredibile, inedita prosperità ci piace, non vogliamo rinunciarvi.

Gli ecologisti, infatti, ci dicono che dovremmo dare un taglio a tutto questo lusso, che non è sostenibile. Che presto non potremo più permettercelo, perché il riscaldamento globale distruggerà anche l’economia e il nostro stile di vita etc.

La soluzione proposta dagli ecologisti sembra essere: dobbiamo dare un taglio al nostro stile di vita ORA, altrimenti dovremo farlo DOPO.

Curiosamente questo argomento per cui dovremmo vivere da malati per morire sani non convince tanta gente. Qualcuno nota che, se dovessimo davvero dare un taglio drastico all’uso dei combustibili fossili, i paesi in via di sviluppo e quelli del terzo mondo sarebbero condannati a restare per sempre in miseria, e a parte che valli a convincere, forse non sarebbe neanche moralmente corretto convincerli a fare una cosa del genere.

Cioè, il punto è che noi vogliamo mantenere la prosperità in cui viviamo, e anche dell’ambiente ci interessa solo nella misura in cui ci è garantita la prosperità; non serva a nulla salvare l’ambiente senza la prosperità.

Purtroppo, però, la prosperità è una condizione per certi versi “innaturale”. La biologia dei viventi è adattata per farli abitare in uno stato di costante scarsità di risorse. Gli animali mangiano e bevono ogni volta che possono, non si mettono a dieta, e questo perché il cibo scarseggia sempre ed è faticoso procurarselo. E noi umani non siamo diversi, non siamo fatti per essere frugali, e difatti soffriamo delle cosiddette “malattie del benessere”, malattie collegate ad una sovrabbondanza di risorse che nuoce alla nostra stessa fisiologia. Quando ci troviamo in condizioni di prosperità noi non facciamo altro che mangiare di più, di solito, almeno finché il cibo non finisca.

Gli ecologisti suggeriscono invece di mettersi a dieta, onde preservare la prosperità, si direbbe; temono che le risorse finiscano e l’abbondanza cessi. Ma il punto è che qui si sta nuotando contro la biologia stessa: le popolazioni crescono e consumano all’infinito, non si mettono a dieta; non lo fanno i conigli e non lo fanno neanche gli umani. E anche se ci mettessimo “a dieta” e consumassimo molto di meno, continueremmo comunque a riprodurci e ad aumentare di numero. Se consumiamo la metà, ma diventiamo il doppio, non abbiamo fatto un gran progresso. Il problema è il seguente: la crescita di una popolazione è limitata soltanto dalla quantità di risorse. L’esplosione demografica è una conseguenza del benessere, non si sarebbe verificata senza sovabbondanza di risorse. Ma proprio per questo è destinata a “mangiarsi” quelle risorse e ad esaurire quella stessa sovrabbondanza. La crescita di una popolazione si ferma quando sono finite le risorse per crescere, a quel punto raggiungerà un equilibrio stabile. E così faremo anche noi.

E infatti gli ecologisti più sgamati digievolvono e diventano malthusiani, e questa è già una prospettiva più interessante – di cui sarà bello scoprire i limiti intrinseci.

Dunque, la popolazione crescerà fino ad un momento in cui l’ambiente non la reggerà più. Nel concreto: la finiremo di crescere quando i neonati ricominceranno a morire di fame o malattie. Non ha molto senso chiedere alla gente di rinunciare all’abbondanza ora per non dovervi rinunciare comunque dopo, no? Inoltre, se la popolazione continua a crescere, quegli sforzi si riveleranno comunque inutili.

E qui arrivano i malthusiani che trovano la soluzione perfetta: “e se facessimo meno figli?”

C’è del genio in quest’idea. Fare dodici figli non è una necessità per nessuno oggigiorno, né un desiderio. È preferibile averne due o tre, addirittura uno solo. Ora, se la popolazione smetterà di crescere o addirittura diminuirà perché facciamo meno figli, noi avremo trovato il modo di mantenere in eterno la prosperità: la nostra “dieta demografica”. Per far ciò basterebbe che ci mantenessimo sul tasso di sostituzione di 2 figli per donna: se ogni donna fa due figli la popolazione non cresce. In realtà, però, la vita media si allunga, quindi anche con due figli per donna in media la popolazione crescerà. Bisogna scendere sotto il tasso di sostituzione. Ma anche quello è perfettamente fattibile e ci stiamo già arrivando.

Quindi abbiamo la soluzione: un po’ di Malthus, facciamo meno figli, poi un po’ di Greta, andiamo di meno in aereo… e vivremo per sempre nell’abbondanza.

Be’… forse.

In realtà la vita ha un carattere ciclico, è nella sua struttura base: nascita, crescita, riproduzione e morte. Un sistema in equilibrio. Noi vogliamo andare a sopprimerne una parte: vogliamo bloccare le nascite. In sostanza, stiamo andando a mettere un tappo al flusso. Al contempo, però la vita media continua ad allungarsi. Supponendo che le dimensioni della popolazione rimangano sempre le stesse, il tappo alle nascite ridurrà via via la percentuale dei giovani e causerà un accumulo di anziani.

E non è bello tutto ciò? Dopotutto, cos’è l’anzianità se non il più grande lusso che l’umanità si concede? Il gatto che non si può riprodurre e che non ci vede più abbastanza bene da catturare prede muore. L’umano invece lo facciamo sopravvivere, lo manterranno coloro che invece sono ancora abbastanza in forze. Ciò è reso possibile dalla medicina, ma c’è anche un patto intergenerazionale a garanzia di questo meccanismo. Purtroppo, questo patto si basa sulla natura ciclica del processo: ci saranno sempre un tot di giovani che possano mantenere gli anziani, e di solito i giovani sono più numerosi degli anziani. È un modello basato sulla crescita, funziona finché la popolazione cresce. E noi, in un modo o nell’altro, vogliamo bloccare la crescita; il fatto che la blocchiamo ad uno stadio solo non serve a niente se poi da un altro lato la crescita continua uguale a prima. Anzi, la situazione rischia perfino di peggiorare: i giovani presto o tardi non potranno più mantenere gli anziani.

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L’enfasi qui deve essere posta su una comprensione fondamentale del fenomeno della vita in generale e dell’esistenza umana in particolare. Di nuovo: nascita, crescita, riproduzione e morte. Il ciclo funziona perché ci sono tutte e devono essere in equilibrio.

Fare meno figli sembrerebbe in sé una buona idea, ma andrebbe aggiustata in qualche maniera, e sappiamo tutti cos’è che riequilibra questo sistema: si tratta della fase successiva-precedente del ciclo, la morte.

Se vogliamo fare una rigida dieta demografica che ci permette di mantenerci in salute senza abbuffarci troppo di risorse esaurendole, non basta fare meno figli: occorre anche morire un po’ di più.

Ma mentre l’idea di non fare figli, e quindi di suicidarsi demograficamente, è sorprendentemente accettabile per le persone, nonostante conduca di fatto alla morte della civiltà e sia a tutti gli effetti anti-vitale, quella magari di non insistere a prolungare a tutti i costi le vite fino a 150 anni è molto meno digeribile. Non si riesce a vedere in questa tendenza psicologica altro che l’effetto di un estremo egoismo ed egocentrismo generalizzato, per cui è concepibile la morte della società, che sopraggiunge se non si fanno figli, ma non è concepibile la mia che sopraggiunge perché ho 97 anni.

E qui il COVID-19 ci ha aiutato a capire delle cose in più. In particolare, ci ha aiutato a capire quanto cazzo è corta questa coperta demografica che tiriamo da tutti i lati e da cui dipende la sopravvivenza della civiltà.

Si è presentata una nuova malattia che per le sue caratteristiche epidemiologiche è sostanzialmente una piaga per gli anziani. Governo e media si sono dati con tutte le proprie energie a enfatizzare gli sparuti casi di under 40 che ne sono morti, ma il fatto irriducibile è che anche all’apice della crisi la media dell’età dei decessi è stata 80 anni. Tant’è che una delle ragioni per cui ne sono stati colpiti tanto severamente Europa e USA è l’elevata età media. Che sfortuna, che viviamo così tanto! Siamo piagati dalla nostra longevità. Se solo avessimo meno benessere, non avremmo il COVID-19!

Ovviamente c’erano vari modi di affrontare questo problema, e qui c’era da porsi una domanda interessante dal punto di vista psicologico e filosofico. È arrivata una catastrofe naturale che colpisce specificamente gli anziani. È una catastrofe naturale, non è che l’abbiamo creata noi, è semplicemente arrivata. E siamo una società che inizia a soffrire pesantemente degli squilibri causati dalla propria stessa opulenza. Uno di questi squilibri è, banalmente, il fatto che si viva decisamente troppo a lungo.

Ora, ogni catastrofe è una catastrofe e catastrofe va chiamata, nessuno le mette il tappeto rosso davanti. Ed è ovvio che si dovesse fare qualcosa per limitare i danni, questo non è in discussione.

La questione però è… quanto? Perché dopotutto questo sistema biologico, il coronavirus, ha caratteristiche che dal punto di vista ecosistemico lo rendono quasi necessario: la vita che si accorcia un po’ per cause naturali. Nell’ottica del funzionamento del sistema umanità, un evento di questo tipo sta tutto in un equilibrio naturale e perfino sano: accorciando la vita di pochi anni si consuma tutti di meno, il sistema pensionistico si alleggerisce, ci sono più risorse per tutti, la percentuale di popolazione attiva aumenta.

Attenzione, qui non sto dicendo che sia una cosa “bella”. Dopotutto, forse che la morte è una cosa bella, cui tutti andiamo incontro con danze e canti? No, la morte è una tragedia. Ma è al contempo una forza di equilibrio, un necessario sistema regolatore della vita, ne abbiamo bisogno. E qui non si è parlato di fare stermini sistematici di anziani come nelle distopie di fantascienza, non stiamo parlando di una crudele e sistematica azione umana. Stiamo parlando di una catastrofe naturale e di come gestirla.

Ora, nel momento in cui si doveva fronteggiare questo evento così estremo ma al contempo così “sano” rispetto alla situazione attuale, cosa si è deciso di fare? Qualcosa, ovvio; naturale che si sarebbe fatto “qualcosa”… ma fino a che punto ci si poteva spingere? Quanto eravamo disposti a fare per combattere questo meccanismo?

La risposta è stata una, unanime e semplice: TUTTO.

Ogni cosa che rientrasse nell’immaginazione umana doveva essere fatta per impedire che questo specifico meccanismo regolativo facesse ciò per cui esiste, i.e., accorciare le vite. Si sono sacrificate la libertà, l’economia, la socialità, la salute mentale… quando è arrivato il momento di decidere quale spazio lasciare ad un meccanismo naturale di regolazione della vita, la risposta è stata: NESSUNO.

Per contro, nessuno ha mai parlato di favorirlo, non si è mai parlato di spargerlo… Magari si è ventilata l’idea di avere verso di esso dei margini di tolleranza. Ma la risposta non è cambiata: margini ZERO, tolleranza ZERO, siamo disposti a fare TUTTO.

Quindi se ci chiediamo cosa è disposta a fare l’umanità per affrontare i problemi strutturali che minacciano la prosperità in cui vive, ora sappiamo che non è in grado nemmeno di muoversi in termini di “inazione”. Non solo non è disposta a ridurre attivamente la propria crescita, ma non è disposta nemmeno a lasciare che un meccanismo naturale di regolazione delle popolazioni abbia dei margini, ancorché ridotti, di azione per farlo lui.

Purtroppo per iniziare a pensare ad una decrescita da qualche parte qualche rinuncia va fatta, e non parliamo di cazzate tipo mangiare meno carne… parliamo di meno vite che appesantiscono il sistema. Qualche parte questa coperta non riesce a coprirla.

Dunque, questa società vuole conservare la propria prosperità, non è disposta a rinunciare al benessere materiale, e non è disposta neanche a tollerare che minime alterazioni possano sopraggiungere attraverso cause esterne a riassestarne la demografia in senso decrementale. Insomma, non è capace di nessuna decrescita di nessun tipo. Vuole crescere, crescere, e crescere: consumare sempre di più, bruciare sempre di più, vivere sempre di più, e niente su questo o altri mondi potrà anche solo permettersi di rallentare questa corsa. Se proprio, è disposta a fare meno figli, che di tutte le cose che poteva fare è quella meno efficace e nel lungo termine può perfino aggravare le cose.

Ecco quant’è corta la coperta di Malthus. Ecco quanto è fallimentare l’ideologia ecologista. Per quanto furbi noi umani riteniamo di essere, non possiamo eludere le trappole della nostra stessa natura. No, non ci metteremo MAI a dieta demografica. Non decideremo MAI di produrre e consumare di meno.

Noi consumeremo tutto fino quando non lo avremo finito, e poi moriremo di fame. E vivremo sempre più a lungo fino a quando la società non potrà più sostenere il sistema sanitario e pensionistico e moriremo per quello.

Non c’è nessuna soluzione dolce, nessun compromesso moderato, nessuna decrescita felice.

Ci sarà solo una decrescita molto, molto infelice.





“Tutto è politica”, o della pesantezza.

15 08 2020

Quanti di voi conoscono Anita Sarkeesian?

Credo tutti coloro che siano familiari con la politica statunitense e siano assidui frequentatori di Youtube. Anita Sarkeesian è una youtuber femminista che rientra in quello che alcuni chiamano ‘leftube’, un gruppo informalmente definito di youtuber che si identificano come progressisti e pubblicano contenuti di area progressista. Anita Sarkeesian, in particolare, è una teorica femminista che si occupa molto di media, diventata famosa soprattutto per una serie di video sulla rappresentazione della donna nei videogiochi, nella quale individua tropi sessisti in vari videogame e ne critica la rappresentazione femminile.

È anche una specie di Laura Boldrini anglosassone, ovverosia il personaggio più odiato e attaccato in tutti i modi possibili dalla destra.

Di primo acchito, questo accanimento pazzesco, di una violenza incredibile ed inaccettabile, è difficile a spiegarsi. In genere, quando uno viene molto attaccato, lo attribuisce all’essere un personaggio incredibilmente scomodo e rivoluzionario: vedi i vari Povia e Fusaro, che si ritengono attaccati perché così rivoluzionari e disturbanti. Non è quasi mai quella la vera ragione, e anzi più spesso è perché effettivamente dicono delle stronzate.

Ma anche se accettassimo questo criterio e volessimo applicare questo metro ad altri youtuber del leftube, scopriremmo che ce ne sono di più ‘scomodi’ di Anita, sia che trattano altri argomenti, come per esempio Natalie Wynn, e sia che trattano i suoi stessi argomenti o molto simili, come Lindsay Ellis; l’efficacia di Wynn ed Ellis è indiscutibile, la prima addirittura è stata spesso ripresa dai media come ‘la youtuber che de-radicalizza i giovani di destra’, una specie di spina nel fianco irriducibile per la destra, insomma. Perché la destra non dedica lo stesso livello di attenzione e odio a Natalie Wynn, ben più ‘pericolosa’ per loro di Anita Sarkeesian e dei suoi videogame?

La ragione è semplice: Natalie Wynn e Lindsay Ellis non commettono gli stessi errori di Anita.

Perché qui spiegherò che Anita Sarkeesian ha in effetti commesso ovvi errori che hanno avuto un ovvio effetto sulla sua figura: da un lato l’hanno resa particolarmente odiata, ma dall’altro l’hanno anche resa un bersaglio facilissimo per gli attacchi della destra. Cocktail esplosivo.

Questo esercizio sarà irritante per alcuni, perché ci obbligherà a immedesimarci nell’uomo di destra, o se preferiamo nell’uomo non-di-sinistra, per comprenderlo meglio. Il rischio quando si comprende qualcuno è di diventare comprensivi, di scoprire che magari non ha ‘ragione’, però comunque ha ‘delle ragioni’. Raccapricciante, eh? Ma secondo me non è così grave. Si può dissentire con qualcuno anche comprendendone le ragioni, e a volte sono valide.

Dunque, per capire cosa irrita tanto della Sarkeesian dobbiamo guardare di che temi tratta, come li tratta e con che toni. Il tema è il sessismo nei videogiochi. Il mezzo di comunicazione sono videosaggi su YouTube. Il tono è in parte accademico, ma è anche estremamente polemico, politico, molto serio e serioso.

Questo è il cocktail esplosivo.

Cominciamo dall’oggetto, i videogiochi. Cosa sono i videogiochi? A cosa servono? Per chi e per che funzione sono stati creati?

Risposta facilissima: i videogiochi sono un gioco, ovvero una simulazione di scenari e situazioni che produca svago e leggerezza. In sé stessi, sono una cosa del tutto innocente. Ho avuto una giornata dura al lavoro, qualche screzio col capo, ho dovuto pagare le tasse, che giornata di merda… lasciami staccare un po’ la mente con un videogioco: mi stravacco, joystick in mano, il mio momento. Il mio momento sacro.

Il videogioco nella sua essenza fondamentale è un semplice passatempo innocente attraverso il quale il giocatore vive una piccola fantasia ed utilizza il cervello in modo divertente. Il videogame in sé non nuoce a nessuno, neppure quando rappresenta atti di violenza estrema, perché è tutto confinato nella dimensione ludica e simulata. Certo, periodicamente viene fuori il Trump di turno che dice che la sparatoria è colpa del videogioco, ma chiaramente non è vero, sono solo rompicoglioni moralisti. Il videogioco è solo un gioco: un passatempo innocente che garantisce un momento di leggerezza.

Certo, può essere che questa fantasia, in sé, non sia considerabile ‘innocente’. Cioè, una fantasia di stupro è una fantasia che si può trovare discutibile, così come una fantasia di omicidio… ma anche così, l’essenza del videogioco è di fantasia innocente che non vuole sfociare in nessuna attuazione. Il videogioco resta, nella sua essenza, un momento di svago e di leggerezza. E i momenti di svago e di leggerezza sono importanti, anzi, fondamentali, per tutti. Sacri, oserei dire.

Se non che, mentre uno sta giocando tranquillo tranquillo a fare il principe muscoloso che salva la principessa indifesa, gli arriva Anita Sarkeesian a profanare il tempio e fa: “COSA STATE FANDO, STIRPE DEGENERESCIÒN?! (cit.)” e inizia a dissezionare quel passatempo, quella fantasia, e manco a dirlo, lo trova pieno zeppo di peccati, di oscurità, di perdizione. E allora con la matitina rossa evidenzia tutto, ma tutto-tutto, al punto che è quasi inevitabile che il povero videogiocatore, che voleva solo divertirsi, inizi a sentirsi messo sotto processo, e conseguentemente si incazzi.

Ecco qua: siamo già al nucleo della questione. Anita Sarkeesian si mette nel ruolo della moralista rompiballe, che prende un tuo divertimento innocente e inizia a usarlo per metterti sotto processo. È forse il ruolo più odioso che esista. Se uno ha un attimo di onestà intellettuale, capisce subito che basterebbe quello a farla odiare.

Anita Sarkeesian. Se avete voglia di una serata in cui si beva poco, mettete un suo video e fate un gioco in cui si beve ogni volta che fa un sorriso.

Ora, alcuni diranno che tutto ciò non conta, perché le critiche di Anita sono corrette. E qui occorre dire che, sì, in molti casi – non tutti – lo sono, corrette. Dopotutto, i videogiochi sono tradizionalmente considerati un passatempo prettamente maschile, quindi la loro offerta cercherà di sedurre la mente maschile, e quindi sì, ha ragione Anita: spesso sono ‘male fantasies’, fantasie di potere maschili all’interno delle quali la donna passa in secondo piano (è il premio per l’eroe, la donzella da salvare, il personaggio ausiliario etc).

Tutto vero.
Ma non è quello il punto, perché la funzione del videogioco non è quella di dare una rappresentazione politica della donna, e nemmeno di degradarla di proposito. I videogiochi sono giochi, passatempi innocenti, momenti di leggerezza; per carità, possono pure contenere una rappresentazione della donna non particolarmente progressista, ma questo non significa che chi li usa sia una brutta persona per questo, o che sia maschilista. Se io uso il tropo della principessa indifesa per divertirmi questo non fa di me un sessista, ovviamente.

Inoltre, in generale, molte critiche sollevate riguardano l’abuso di certi tropi o certi schemi che in sé non sono sbagliati, ma derivano la propria problematicità dall’abuso, dal contesto più ampio in cui sono inseriti… insomma da una serie di questioni così ampie da risultare impalpabili. Mi si vuol dire, per esempio, che ogni singola principessa in pericolo salvata da un uomo è un’idea sessista? Le donne non possono essere in pericolo ed essere salvate dagli uomini? Ovvio che possono; nessuno, nemmeno Anita, negherebbe questo. Il problema semmai è l’abuso di quello schema, la sua ripetizione infinita che lo trasforma in stereotipo, il fatto che l’inverso – uomo salvato da donna – capiti molto di meno, eccetera. Ma d’altro canto, se il problema è un pattern generale nell’uso del tropo, andare ad accusare ogni singola applicazione del tropo di essere sessista è un’accusa naturalmente vaga, impossibile da provare e facile da respingere.

Ok, mettiamo che io ho scritto una storia in cui c’è una principessa in pericolo: puoi accusarmi di sessismo, se vuoi… ma su cosa si fonda, questa accusa? La principessa in pericolo non è sessista in sé, lo è solo in un vago, ampissimo contesto, intesa dentro un trend mediatico. In sé, tanto la produzione quanto la fruizione di quella narrazione non può essere credibilmente definita sessista, e io potrò sempre difendermi dicendo che “è solo una storia”, un passatempo innocente, e sei solo tu a darne lettura sessista. E checché ne dicano i simpatizzanti di Anita, sarebbe una difesa validissima: puoi dare una lettura politica della questione, ma di per sé questa non è una questione politica, perché la politica non è innocente, non è un passatempo, non è priva di conseguenze… Non è un gioco. E i videogiochi, invece, sì.

La politica, difatti, è PESANTE. La politica è quella cosa che annoia morte i bambini. E quando giochiamo, non stiamo invece cercando proprio di fare un po’ i bambini in santa pace? Non vogliamo assolutamente vedere politica nei videogiochi, di suo, se non al massimo inserita sottilmente come una pillola amara in un cucchiaino di zucchero. Se ce n’è, non vogliamo manco accorgercene.

Ed ecco Anita che invece ci infila la politica, e lo fa in modo esplicito e diretto e anche polemico.

Ma che rottura di cazzo.

È PESANTE.

Ma ecco che altri arriveranno altri a puntualizzare pure loro: “ma certo, nei videogiochi c’è la politica! La politica è ovunque! Tutto è politica!”

Poveri noi! Non potremo mai, un attimo della nostra intera esistenza, sfuggire al cacamento di cazzo di pensare al faccione di Salvini o alla ‘s’ di Zingaretti?! Per favore uccidetemi ora, risparmiatemi la sofferenza!

Ragazzi, principio aristotelico: più una definizione è ampia, e più è vaga. Se dici che ‘tutto è politica’ tu hai svuotato la parola ‘politica’ di ogni significato, non sei più manco in grado di dire cosa sia la politica, visto che non sai dire cosa non sia. Certo in un certo senso molto, mooolto lato, così lato da essere inutile, tutto è politica, e ogni nostro gesto ha un sia pur lieve peso politico. Ok, indubbiamente la rappresentazione della donna nei videogiochi ha un peso politico in senso lato, e non si può negare che se in ogni cazzo di videogioco che esiste la donna è rappresentata come donzella in pericolo chiaramente ciò riflette un attitudine generale verso la donna, e potrebbe essere una forma di rinforzo, sottile, impalpabile, di quel tipo di attitudine. In senso dunque molto vago, molto complesso e molto leggero, abbiamo un tema politico. Ma questo non basta a fare di questo discorso un tema politico in senso stretto. Stiamo sempre parlando di giocattoli, alla fine, rilassiamoci un po’, ogni tanto.

In generale esistono questioni strettamente politiche, che concernono la gestione dello stato, le leggi e la società civile, e poi ci sono questioni che non sono strettamente politiche. Anche queste ultime avranno un sottile sotto-testo politico, ma da qui a dire che sono propriamente, a tutti gli effetti, temi politici, e che vadano trattati come tali, ce ne passa.

No, non tutto è politica, e no, i videogiochi non sono un tema politico; certo possono essere un tema che in qualche modo è influenzato dalla politica, questo sì… Ma ciò non basta a mettere sul banco degli imputati centinaia di produttori di videogame e milioni di videogiocatori e dire/suggerire che siano sottilmente sessisti e animati da chissà quale malizia.

E forse non è questo ciò che Anita intende, mi si dirà. Forse Anita non vuole dire che ci sia un crimine, un peccato intrinseco in questi mezzi; forse non vuole dire che ci sia qualcosa di sbagliato a goderseli in leggerezza, forse non vuole mettere sotto accusa tutti i gamer maschi della terra. Forse vuole solo serenamente invitare alla riflessione su un certo tema. In effetti, a parole, lei dichiara esattamente di voler fare quello…

Ma i fatti vincono sulle parole. Se l’intento non è quello del moralista che fa il predicozzo, perché usare il format del moralista che fa il predicozzo? Perché quel mezzo? E perché quei toni polemici?

Poteva scrivere un articolo su un giornale di sociologia, invece che dare in pasto tutto alle belve di YouTube. Oppure poteva semplicemente essere più leggera, simpatica e meno ‘aggressiva’. Io non dico che di sessismo nei videogiochi non se ne debba parlare, ma magari non è il caso di presentarla come un’epica battaglia del bene contro il male e parlarne come un telepredicatore parla dei gay. L’idea non dovrebbe essere cercare gravissime colpe nei videogame, semmai riflettere su come anche in un passatempo innocente possano passare dei messaggi problematici, cui è opportuno prestare attenzione. È diverso da ciò che fa la Sarkeesian, è diverso da quella sorta di inquisizione videoludica.

In questo senso il confronto con Natalie Wynn e Lindsay Ellis è particolarmente impietoso. Natalie Wynn più che di media parla di politica tosta, fa video spesso lunghi più di un’ora su temi molto pesanti… eppure fa anche molto ridere, è ironica ed autoironica. E invece la Sarkeesian, che sta parlando di videogiochi, riesce solo ad usare quel tono da predicatore? Mai una cazzo di battuta, mai un sorriso, come stesse parlando della pandemia di coronavirus? Lindsay Ellis parla di solito di cinema, e molti dei suoi video sono di una pesantezza politica impressionante nei contenuti, oltre che a modo loro anche aggressivi: ha pubblicato, per esempio, una serie di video sul cinema di Michael Bay in cui ne ha dissezionato il maschilismo impietosamente. Oserei dire che ha distrutto Michael Bay e il suo cinema come pochi altri. Ma anche qui: l’ironia è dappertutto, e comunque l’inquadramento dei suoi video non è “adesso vi spiego il maschilismo di Michael Bay”; quei video sono presentati come semplici analisi del suo cinema, sono tecnicamente impeccabili, appassionanti, e solo quando li vedi scopri una cosa che forse non avevi notato prima: che Michael Bay è un cazzo di maschilista tossico impressionante, oltre che un regista di merda. A Lindsay Ellis non serve fare il predicozzo perché il messaggio arrivi. Tratta un tema abbastanza leggero, il cinema, con un approccio molto politico ma che rispecchia quella fondamentale leggerezza. Nei toni, Natalie Wynn addirittura riesce ad invertire il metodo di Anita: prende un tema pesante e lo alleggerisce, senza nulla togliere alla serietà del contenuto.

Anita Sarkeesian, dal canto suo, prende un tema leggero e non particolarmente rilevante per la società e lo appesantisce all’inverosimile con tonnellate di politica. Ma la politica è come un spezia molto forte: può insaporire un piatto, ma se copre tutto il resto è difficile che sarà ingoiata. Specie quando uno aveva ordinato un piatto in cui normalmente non ce n’è.

L’approccio di Wynn ed Ellis ottiene, chiaramente, tutta una serie di risultati che Anita col suo non può ottenere (e ottiene, anzi, l’opposto): accattivare lo spettatore, non farlo mai sentire sotto processo, e soprattutto farlo spesso ridere. In sostanza gli dà LEGGEREZZA.

Non ultimo, la leggerezza disarma anche i critici, perché l’autoironia è uno scudo molto potente contro le aggressioni verbali; Anita quando deve difendersi può solo indignarsi e dipingersi come vittima, ed è abbastanza evidente che si tratti di un atteggiamento che non scoraggia nessuno dall’attaccarla.

Certo, se l’idea è che un buon video ‘politico’ sia un video che fa incazzare un sacco di gente e ti trasforma in una delle persone più odiate del web, suppongo che Anita Sarkeesian sia un genio impareggiabile della politica. Io credo però che la comunicazione efficace non sia provocazione gratuita, e che debba essere capace innanzitutto di far passare il messaggio a tutti; e se non vogliamo esagerare e dire che deve convertire anche i nemici, dovrebbe almeno riuscire ad accattivarsi gli indecisi. Invece, un appassionato di videogiochi che non sia già politicamente schierato in modo favorevole si sentirà subito accusato da Anita, sarà sulla difensiva… potenzialmente, insomma, Anita si sta creando un nemico. Regola numero una della comunicazione persuasiva: mai mettere l’interlocutore sulla difensiva. Puoi essere aggressivo in quello che dici, ma NON contro colui che vuoi convincere, o non lo convincerai mai.

Il problema è che per molti quel modo di fare lì è invece un modello. Di questi tempi l’ho riscontrato molto proprio verso la mia persona. È risaputo, credo, che io non sono strettamente di sinistra, sono più un centrista, e ci sono tutta una serie di battaglie ‘di sinistra’ che non condivido. Per esempio, ho scritto a lungo sulla questione dell’abbattimento di statue storiche, e sono intervenuto abbondantemente sulla questione del presunto sessismo nella lingua italiana.Non voglio certo tornare qui su questi argomenti; mi preme però sottolineare che sono questioni, nel concreto, molto marginali. Il problema razziale in USA non sono le statue: sono la povertà, la violenza sistemica, il pregiudizio diffuso etc. Il problema del sessismo in Italia non è dire ‘il sindaco Raggi’ invece de ‘la sindaca Raggi’: è il problema dell’obiezione di coscienza all’aborto, dei congedi di maternità e paternità, etc.

Ammettiamo pure che su queste questioni, statue, grammatica, io mi sbagli – e non mi sbaglio. Anche così, si tratta di temi sostanzialmente leggeri, e leggera e conciliante dovrebbe essere la discussione a riguardo. È ridicolo che mi si dia di razzista perché sono contrario ad abbattere statue ultracentenarie, e di maschilista perché trovo una certa forma linguistica più elegante e filosoficamente più propria. Queste sono questioni che hanno sicuramente una dose di politica, ma prevalentemente riguardano altro. La storia delle statue riguardo il rapporto personale con la storia, il modo in cui si elabora il passato, e anche la nostra relazione con l’espressione artistica e architettonica; non deve avere per forza avere a che fare col razzismo, e nella maggior parte dei casi non ne ha affatto.

Ma niente: carichiamolo di politica fino a scoppiare. Ancora più ridicolo il discorso sulla grammatica, che anche se volessimo ammettere risenta del sessismo, rappresenterebbe al più una lontanissima conseguenza di un sistema sessista, e non certo una causa o un fattore adiuvante.

Altro esempio interessante sono state le ‘gaffe’ fatte da George RR Martin alla presentazione degli Hugo Awards; se volete studiarvi meglio la vicenda potete googlarla, ma in estrema sintesi l’accusa rivolta allo scrittore è stata di non aver messo abbastanza politica nei propri discorsi, e di aver nominato certi autori – mostri sacri della letteratura di genere, come Lovecraft e Campbell – senza far menzione del loro razzismo. Si dà il caso, però, che si stesse solo parlando di narrativa di fantascienza, e il loro razzismo non fosse in questo senso minimamente rilevante: quello è solo intrattenimento, non è politica. Sì, certo, ‘tutto è politica’, in senso lato, ma no, non tutto è politica in senso proprio, e la narrativa di fantascienza non è un fatto politico. Non finché non lo si faccia diventare politico di proposito, e dunque conflittuale, e dunque caldo, e dunque terreno di battaglie, e dunque ci si è fottuti la possibilità di fare simpatia e magari persuadere qualcuno.

Oh, perdonatemi tanto, io onestamente vorrei poter passare qualche momento della mia infelice esistenza SENZA PENSARE ALLA POLITICA. Qualche momento in cui posso svagarmi senza dover pensare a tasse, sanità, istruzione, migranti, condizione della donna, l’omofobia, come stanno i polli negli allevamenti, gli alberi dell’Amazzonia, i gorilla. Sì, tutti problemi più o meno seri, ma non posso pensarci tutto il santo giorno e in qualsiasi momento. Giusto qualche istante isolato di pausa, magari davanti ad un videogioco, o un libro di fantascienza. Mi è concesso?

Molti rispondono ‘no’. “Tutto è politica”.

Mi pare già di risentire Gaber… io direi che il culatello è di destra, la mortadella è di sinistra, se la cioccolata svizzera è di destra, la nutella è ancora di sinistra”… e soprattutto: “tutti i film che fanno oggi son di destra, se annoiano son di sinistra”. Non credo sia strettamente necessario che tutti i film di sinistra debbano annoiare, però. Non penso sia una necessità tematica. Credo piuttosto che sia uno stile comunicativo tossico scelto di proposito da alcuni comunicatori di sinistra, di cui Anita Sarkeesian è il prototipo.

Ma il problema è che poiché fra i motivi per cui la politica è ‘pesante’ c’è il conflitto continuo al suo interno, dire che ‘tutto è politica’ ci autorizza ad un conflitto continuo, a vedere ovunque nemici. E un nemico, dal punto di vista mentale, non è una minaccia, paradossalmente. Cioè, se io Alberto sono semplicemente un razzista subconscio, allora niente di ciò che dico sulla questione delle statue storiche è meritevole di ascolto da parte di uno di sinistra, che dunque non si deve trovare a mettere in discussione le proprie convinzioni confrontandosi con me. Dopotutto, il mio discorso sulle statue storiche è solo razzismo rielaborato, e questo nonostante io non abbia mai dato alcun segno di razzismo fuori da questo – e la mia collezione di black, gay and jew jokes – e anzi abbia scritto più volte, anche su questo blog, pezzi molto elaborati contro il razzismo. Se anche solo si ammette che forse ho delle buone motivazioni per dire ciò che dico, e che non sono politiche, allora parte il rischio che dicevo sopra: si rischia di diventare comprensivi nei miei confronti. E questo è un esercizio sfibrante per l’ego, un’autentica minaccia esistenziale.

Da qui la narrazione, di gran lunga favorita, per cui si preferisce pensare che chi nega che questi conflitti siano così centrali per l’esistenza e che siano a così alto contenuto politico sia, semplicemente, un avversario politico. E se lo stiamo facendo incazzare tanto… MEGLIO, CAZZO! Cioè, raga’, vuol dire che stiamo proprio facendo un lavoro fenomenale! Forse che un buon discorso politico non deve fare incazzare i nostri nemici politici?!

Magari sì.

Ma non dovrebbe fare incazzare anche gli amici.

Ossequi.





Il Grande Assente

6 07 2020

Voglio tornare ancora una volta sulla questione delle statue abbattute. Giuro, l’ultima. Per commentare questo articolo, che in tanti mi hanno segnalato, e che ho trovato sorprendente.

Perché sorprendente? Be’, l’autrice ci ha messo dell’olio di gomito, e degli argomenti anche interessanti… e tuttavia il risultato è bislacco a dir poco. In teoria vorrebbe rispondere agli argomenti ricorrenti contro l’abbattimento delle statue… e sempre in teoria, lo fa, finendo col definirli “fuffa”. Ma, qui è il fatto sorprendente: le risposte non sono mai una vera demolizione dell’argomento. Al contrario, in tutte quante deve riconoscere che ci sono delle basi valide sotto quel discorso, dovendo per forza concludere in più punti che il discorso iconoclasta comunque è pericoloso e va tenuto sotto controllo…

MA…

Ma per quanto gli argomenti siano validi, non sono validi in questo caso qui; per quanto l’iconoclastia sia pericolosa, non è pericolosa in questo caso qui. In altri casi, magari, che chissà dove staranno mai… ma in quelli attuali? No way! Sin qui è tutto perfetto, impeccabile, proprio.

Questa confidenza non sembra avere spiegazioni razionali, visto che una volta che hai abbattuta una statua vecchia di 125 anni di un uomo morto 300 anni fa perché era razzista, non si vede molto quale possa essere il freno storico o morale a distruggere tutte le statue d’Europa. Men che meno si spiega come faccia ogni volta l’autrice a riconoscere che l’argomento è valido, e poi alla fine dedurre comunque che “in questo caso” è fuffa.

Di certo gioca un ruolo la convinzione, taciuta o palese, che tutti questi argomenti in realtà siano scuse per il razzismo e per il conservatorismo politico. Dopotutto, siamo tutti razzisti, no? Tutto è razzismo! E siamo tutti politicamente parziali, no? Tutto è politica!

… Come dire che niente lo è, nevvero?

Ma c’è una ragione per cui l’autrice di quel pezzo si impantana in questo vicolo cieco retorico e non può uscirne. Perché c’è un tema, un argomento specifico, che nel suo scritto manca… e la sua mancanza si sente. Si sente perché dovrebbe esserne il protagonista, ma lei non può mai nominarlo come tale, e allora continua a evocarlo, e toccarlo tangenzialmente, a sfiorarlo… ci si intrattiene sulla soglia, ma senza mai invitarlo a entrare.

E qual è, questo grande assente?

Ovviamente l’argomento centrale nella questione delle statue è la Storia, ma non è lei l’assente di cui parlo. Domanda da un milione di dollari: di che materiale è fatta la Storia umana? Forse di vicende umane?

Ok, sentiamo: se io dico “gli umani si riproducono tramite fecondazione della donna da parte dell’uomo”, questa è un’affermazione storica?

No. È un’affermazione biologica: descrive un dato fisso, un tratto immutabile della natura umana. Certo, alla luce di Darwin possiamo dire che anche i dati biologici hanno una dimensione storica; ma i tempi dell’evoluzione sono così dilatati che possiamo considerare la maggior parte dei dati biologici come “funzionalmente eterni”. Il dato biologico è fisso, non cambia, è sempre e stato e sempre sarà.

Viceversa, se dico “nel 1924 uccisero Matteotti” la situazione è cambiata: questo evento è specifico, si è verificato una volta come conseguenza di una serie di cause antecedenti, ha causato a sua volta altri eventi, e non si riverificherà mai più. Si inserisce in una sequenza direzionata di eventi determinati da legami di causa ed effetto.

Il Tempo.

Don't Hug Me I'm Scared 2: Time (2014)

Il Tempo è il protagonista indiscusso della Storia, la Storia è FATTA di Tempo. È lui il nostro grande assente.

E a sua volta che caratteristiche ha, il tempo?

Non è posto questo per approfondimenti filosofici eccessivi, ma in generale si concorda tutti, oltre che sulla direzionalità del tempo, che è il suo tratto fondamentale, in una sua divisione tripartita in una sfera che non esiste ancora ed fatta di possibilità infinite, il futuro, una di estensione imprecisata che è vissuta nel momento, il presente, e infine una dimensione che è immota, cristallizzata nella memoria ed ormai impossibile da modificare, il passato.

Si concorda anche, in generale, che le tre sfere così distinte debbano essere trattate in modo diverso.

Quasi sempre.

Non negli USA.

Nasce negli USA questa diatriba idiota sulle statue, cosa che non mi sorprende neanche un po’: sono un paese che di Storia innanzitutto ne ha poca, e quella che ha è dannatamente noiosa. Hanno avuto una guerra civile 150 anni fa, dopodiché la guerra l’hanno sempre esportata senza mai trovarsela in casa. A noi può sembrare assurdo che ancora si accapiglino su fatti di un’epoca in cui noi stavamo facendo l’Unità d’Italia, ma si consideri che noi abbiamo avuto in mezzo una dittatura e due guerre mondiali, loro in buona sostanza niente. Oltre a ciò, gli USA sono forse il paese del mondo in cui minor presa ha avuto l’hegelismo, e conseguentemente un paese in cui lo storicismo non ha mai preso piede.

Dunque, gli USA non hanno troppo il senso della suddivisione tripartita fra passato, presente e futuro. Fra 150 anni probabilmente li troveremo ancora infervorati sulla guerra civile esattamente come lo sono oggi.

Noialtri, però, di solito pensiamo che il tempo arrivi, diventi presente per un po’, ed in questa finestra noi combattiamo le nostre battaglie politiche, e dopo un altro po’ passi nella “Storia”, che è fissa lì e va solo studiata e capita. E così il tempo prende tutte le cose umane e le muta fino a renderle irriconoscibili: gli oggetti, le dottrine, le morali, i testi… niente può sfuggire al suo effetto.

Ma la nostra autrice ha deciso che il Tempo non ha effetto… o al massimo ce l’ha solo come dice lei.

Per esempio, il Tempo ha un effetto sulla società, e quindi la visione che ha piazzato la statua sul piedistallo è diventata obsoleta. Quindi, ABBATTEREEEEE!

Quello che sembra sfuggirle, però, è che i simboli e i significanti sono anch’essi soggetti al Tempo. Non è che tutto il mondo è andato avanti e invece il significato di quelle statue è rimasto fermo – donde la necessità di abbatterle per “aggiornamento”.

Io in soggiorno ho una vecchia macchina da cucire Singer. Che cos’è? A cosa serve? A cucire?
Non v’è dubbio alcuno che chi l’ha inventata volesse proprio usarla per cucire. Tutta la sua struttura porta le tracce del progetto originario, e in effetti volendo si potrebbe ancora usarla per cucire, e, certo, ci sarà anche chi la usa per cucire e ci fa dei graziosi video ASMR su youtube. Ma la macchina da cucire che sta nel mio soggiorno non serve a quello, nessuno la usa per quello. È lì per bellezza, fa arredo. E il fascino che ha essa lo ricava dalla sua capacità di evocare il passato, di dare un senso di storia, di permanenza delle cose… Non dal fatto che si usi per cucire, cosa che nessuno fa più.

Di certo la statua di uno schiavista può essere anche vista come una celebrazione della schiavitù. Ma non è una celebrazione della schiavitù, non ha quella proprietà intrinseca, è una cosa che gli viene appiccicata sopra. La nostra autrice fa una lodevole analisi del ruolo che svolgevano i monumenti nella volontà dei loro creatori, e che volendo potrebbero svolgere anche oggi. Potrebbero. Ma non sono affatto obbligati, ed anzi si può senz’altro sostenere che nella maggior parte dei casi non lo fanno, perché… è passato Tempo. Il cazzo di TEMPO. Anche le statue che avevano un significato politico lo perdono, passati un tot di anni. Ah, ma giusto “ogni statua è politica” … yeah, ok. Vuol dire che nessuna lo è. Più realisticamente: alcune statue, costruite da poco, sono politiche; altre, vecchie, non lo sono più. Perché non sono più attuali, perché è passato TEMPO.

Ma niente, non può lei ammettere che il Tempo in questo discorso abbia un ruolo, altrimenti dovrebbe ammettere che questa diatriba è una colossale minchiata. Particolarmente rivelatrici sono le otto-righe-otto che dedica alla questione delle piramidi, irrilevanti perché i faraoni sono tutti morti (corsivo suo). Ah, certo, perché Edward Colston invece è vivo e gioca a golf con Elvis Presley e Robert Lee.

Sì, è vero, sono tutti morti i faraoni. Come sono tutti morti gli schiavisti, e gli schiavi, e i loro nipoti, pronipoti, pro-pronipoti. La statua di Colston fu eretta quasi due secoli dopo la sua morte, e ne è passato un altro prima che decidessimo che era cattivo e andava abbattuta. Duecentonovantanove anni; cazzo, potevano aspettarne un altro, almeno facevano cifra tonda. E non solo: la statua di Colston fu eretta nel 1895; la tratta degli schiavi in UK era stata vietata nel 1807, quasi un secolo prima; e durante quello specifico secolo il Regno Unito fu anche particolarmente attivo contro la tratta, dando carta bianca a navi che si occupassero attivamente di intercettare e sequestrare i vascelli dei mercanti di schiavi (forse gli Inglesi si sarebbero risparmiati lo sforzo, se avessero immaginato che essere stati la prima civiltà della storia a combattere attivamente lo schiavismo sarebbe stato ripagato col rinfacciargli che “alcuni” inglesi fossero schiavisti). La verità è che il tema dello schiavismo in UK era già obsoleto nel 1895. Oggi? Pagliaccesco. Certo, il razzismo non è un tema obsoleto, ma se dobbiamo abbattere tutte le statue di razzisti non resta in piedi manco una cazzo di madonnina agli angoli delle strade.

La verità è molto semplice, non ci vogliono tanti sofismi: nessuno se la prende con le piramidi perché su di esse è passato il TEMPO. E il tempo travolge i significati, riscrive il senso. Ma se si ammette che il tempo cambi i significati, allora ci si deve confrontare anche con la disturbante ovvietà del fatto che nella maggior parte dei casi queste vecchie statue non significano più niente di tutte le nefandezze che sono loro attribuite, neanche in quei casi in cui davvero, in origine, lo significavano. In compenso, il tempo ha fatto acquisire loro il valore di testimonianza storica, nel nome del quale sarebbero da preservare.

Ma il grande assente fa sentire la sua assenza anche altrove, come nel buffo discorso sulla statua di Montanelli. La Sinistra, che mai ha tollerato l’esistenza di un intellettuale di Destra che godesse di un certo prestigio, un paio di decadi dopo la morte di Montanelli si è gettata contro la sua statua, sfruttando l’ondata iconoclasta… Ma la cosa buffa qui è: nessuno degli argomenti “storici” si applica alla statua di Montanelli.  Quella statua è più giovane di me, non esiste un criterio secondo il quale si possa definirla “storica”. Ben venga discuterla nel suo merito di opera celebrativa, dico io, perché non è un pezzo di storia, è un pezzo di attualità: è stata messa lì per celebrare, e lo sta facendo anche oggi. Contrariamente alla statua di Colston.

Quindi sì, sorpresa! Io sono del tutto favorevole ad una discussione sulla statua di Montanelli. E non dovrebbe sorprendere nessuno, visto che io tengo conto del Tempo.

Ma se il tempo non lo tieni in considerazione, allora non potrai cogliere alcuna significativa differenza fra Montanelli, Edward Colston, il generale Lee e Cheope. Venti anni sono diversi da centoventicinque e hanno un impatto diverso sulle cose; diverso è il nostro livello di coinvolgimento, la nostra distanza, la nostra consapevolezza… ma se uno si rifiuta di vederlo allora ieri è uguale a tre secoli fa che è uguale a tre millenni fa.

E su questa scia si deve ovviamente proseguire con le statue dei nazisti, che sono statue sì abbattute… ma subito dopo la caduta del regime, quando ancora erano attuali e avevano un significato ben preciso. Ancora una volta, da questo discorso manca completamente Lui. Ho sentito più volte parlare di “storia viva” per riferirsi a queste “mosse” da ribbbbelli con cui si buttano giù le statue, come se la storia passata e la storia presente potessero essere trattate allo stesso modo. Ma la Storia non è “viva”, è passata; se è viva si chiama “attualità”. Noi consideriamo “storico” ciò che ormai è stato consegnato alla memoria, da cui abbiamo quella distanza necessaria per poterlo comprendere con una certa oggettività. Quella che viviamo oggi sarà storia domani, non oggi. Addirittura, lessi da qualche parte qualcuno dire spregiativamente che la mia visione equivale a vedere la storia come se fosse “una cartolina”… Ma perché, che cosa si vorrebbe che fosse una roba successa trecento anni fa? Il nostro pulsante vissuto quotidiano? È esattamente “una cartolina”: una cosa ferma, lì, di cui noi abbiamo le tracce, che noi guardiamo e studiamo per cercare di comprendere meglio il presente, ma che non abbiamo il potere di modificare. Se no non è Storia, è attualità.

Ma, certo, se il Tempo non è un fattore in gioco, allora non ha neanche troppo senso ripercorrerne in modo ordinato il filo sino ad oggi. E suppongo allora si possa anche mancare di capire in che cosa consista l’esperienza della storia. Rifiutandosi di applicare il principio di carità, e in realtà andando borderline nello strawman, la nostra autrice liquida l’affermazione secondo cui distruggere le statue equivarrebbe a cancellare la storia, perché “la storia sta sui libri e nei musei”. Seriously…? Ma è ovvio che nessuno sostenga che senza la statua di Colston l’informazione su Colston andrà perduta nella polvere dei secoli. Su Wikipedia la trovi ancora la sua storia; finché un dittatore non la farà cancellare in venti secondi, resterà senz’altro registrata su un server da qualche parte. Il punto non è l’informazione sulla storia, è l’esperienza della storia, la connessione del presente con il passato attraverso il vissuto sensoriale. Quando perdiamo una di queste statue perdiamo un’occasione di contatto con la Storia. È questo quello che si intende quando si dice che si “cancella la storia”; sono sicuro che Wikipedia resterà al suo posto anche senza statue, ma avremo perso un oggetto concreto, un segno tangibile. Non ci serve certo che Auschwitz resti in piedi per ricordarci della Shoah, no? E se è per questo, Auschwitz se “celebra” qualcosa celebra proprio la Shoah. Eppure vogliamo tutti che resti in piedi, e gli unici che hanno cercato di abbatterlo sono stati proprio… i nazisti. Ma come mai?

Ma, ancora una volta il problema è che non c’è il fattore Tempo, qui. Ovvero non si riconosce che il tempo conferisca alle cose valore storico, perché si rinnega che il tempo abbia effetto sulle cose. E continuiamo a girare in cerchio su questi argomenti come mosconi senza un’ala.

E in realtà basterebbe proprio gridare che l’imperatore è nudo e il Tempo è una cosa che esiste, per rendere quasi tutto l’articolo… come dire… fuffoso?

Ma ci sono anche un altro paio di cose su cui voglio fare riflessione, e in particolare la nozione un po’ girotondina che una protesta debba per forza dare fastidio (mentre glisserò sulla retorica del white privilege; non ci bastava importare il razzismo stile USA, dobbiamo sorbirci pure l’anti-razzismo stile USA…).

Ora, io capisco che vuoi dare fastidio ai poliziotti, visto il tema della protesta. Non vedo perché devi dare fastidio gratuitamente a me, che non sono razzista.

Lo so, lo so… “siamo tutti razzisti”! Again: vorrebbe dire che non lo è nessuno. Concretamente e realisticamente: nessuno di noi è completamente immune a pregiudizi, ma molti di noi non vivono la propria vita sulla base di idee e principi razzisti e non appoggiano politiche discriminatorie. Dunque, non vedo che gusto particolare ci sia, o che risultato specifico si consegua, a “turbare la mia coscienza”, quando io non sono fra i razzisti. Non mi sentirò razzista solo perché rispetto la storia europea, e abbattere una di quelle statue non salverà nemmeno una vita che sia una, o vi assicuro che lo appoggerei. In compenso ovviamente questa cosa mi ha reso il movimento BLM molto meno simpatico. È un po’ una cifra della Sinistra quella di respingere il più possibile potenziali alleati nel campo dei nemici… ma io non posso accettare che mi si costringa a scegliere fra la solidarietà alla causa antirazzista e il mio apprezzamento per la Storia europea. E se qualcuno proverà a obbligarmi a farlo, sceglierò come io ritengo di fare… ma chi mi sta operando questa violenza parte già un bel po’ svantaggiato.

No, abbattere statue non aiuta nessuno. No, il mio vivere la mia vita in pace non sottrae nessun diritto a nessuno. No, il fatto che uno stia male per la sua condizione non significa che io debba accettare tutto quello che fa come sacrosanto, se no anche gli incel stanno male, come la mettiamo? E infine, se davvero non dovremmo concentrarci tanto su queste statue perché i problemi veri sono altri… Fantastico! Non posso che apprezzare questa forma di benaltrismo reverse (come se non fosse iniziato proprio in seno alla Sinistra Americana, questo discorso ridicolo), e demandare però che sia seguita con coerenza.

Visto che i problemi sono altri – e per me non sono “altri”, sono “altri” ma anche “questi”, anche il nostro rapporto con la storia è un problema – fatemi sentire la frasetta: “hai ragione sulle statue”… no, dai, sto chiedendo troppo… facciamo: “il tuo punto di vista sulle statue è legittimo e rispettabile”, e questa contesa sarà finita all’istante.

Anche perché dopo aver visto uno di sinistra abbandonare un pochino la pretesa di superiorità morale assoluta avrò visto tutto ciò che la vita aveva da offrire, e andrò a suicidarmi in modo spettacolare.

Ossequi.





La decadenza

29 06 2020

“Oh, è furbo, questo Disney! Lo ammetto dal profondo della mia misantropia. Fai piangere un coniglietto, rivela un cuore di pietà dietro il guscio di una tartaruga, inventati una buona azione per la vipera e pensieri gentili per l’ermellino, e hai in mano la chiave del cuore dell’uomo moderno. E Disney lo sa. Al cuore del suo segreto c’è un’espansione del mondo animale con una corrispondente deflazione di ogni valore umano. C’è un profondo cinismo alla radice del suo, come di tutto, il sentimentalismo.”

P.L. Travers

Tempo addietro lessi un articolo di filosofia morale bellissimo, dove per “bellissimo” si deve intendere “la Convenzione di Ginevra avrebbe dovuto vietare la scrittura di merda simile”, in cui si sostenevano le basi giuridiche secondo cui non dovremmo sperimentare sugli animali in generale e sui primati in particolare.
L’argomento, che nella sua perversione non faceva una grinza, era: poiché i primati non umani non hanno le facoltà mentali necessarie a esprimere consenso a procedure sperimentali, esattamente come bambini o persone con disabilità psichica, per i quali presupponiamo che non vi sia consenso, dovremmo presumere anche per loro che il consenso non ci sia.

Ovviamente si omette qui tutta una serie di dettagliucci su come i rapporti interspecie non siano assimilabili ai rapporti intraspecie… tuttavia, in un certo senso il discorso funziona.
Dal mio punto di vista, se abbiamo di fronte una specie diversa da quella umana che non è capace di dialogare con noi nei termini di consenso, dissenso e ragionamento morale, siamo autorizzati a dettare noi le regole morali di quel rapporto: è il vantaggio che ci viene dall’essere capaci di pensiero astratto ed etica.
Ma se noi pensiamo, invece, che non debba esserci alcun privilegio o vantaggio collegato al ragionamento morale e al pensiero astratto… allora, be’, ovvio: dobbiamo presumere il dissenso.
Questo però ha delle conseguenze interessanti quanto paradossali. Difatti viene fuori che io sono autorizzato a sperimentare sugli umani, anche in modo potenzialmente rischioso, a certe condizioni (il consenso su tutte)… mentre non posso sperimentare sugli animali a nessuna condizione.
Insomma l’animale è molto più tutelato dell’umano. Chi fa sperimentazione sugli animali in Italia sa che per certi aspetti è già così.

Il pensiero morale corrente, che però va un po’ a scemare come presa, sarebbe fondato sul concetto di equità: io ti tratto come mi aspetto di essere trattato. Diritti e responsabilità vanno di pari passo, e la famosa distinzione fra “agenti morali” e “pazienti morali” è nella sua struttura fondamentale completamente campata in aria: possono esistere soggetti che hanno tutele specifiche pur non avendo i corrispettivi doveri, ma il framework che va ad inquadrare il discorso morale è che diritti e doveri vadano in parallelo. I famosi “casi marginali” sono appunto casi marginali: effetti collaterali che non fanno la struttura del metodo del ragionamento morale.
C’è anche una ragione pratica per questo, ed è proprio quella espressa qui sopra: se essere “creature morali” significa avere tantissimi doveri e nessun diritto aggiuntivo, allora automaticamente essere “morale” mi porrà in svantaggio. Se io decidessi che nella mia vita mai e poi mai posso fare del male ad un animale per il mio tornaconto… be’, prima o poi un animale mangerà me, visto che lui non ha letto Peter Singer.
Mark Twain – vegetariano e animalista, non a caso – espresse questo concetto esplicitamente in The Mysterious Stranger, dove abbiamo uno sciocco prete che elogia il pensiero morale dell’uomo, mentre un angelo, di intelletto superiore e molto più sgamato, lo identifica subito per quello che è: una grandissima fregatura, un lose-lose totale, una cosa che ti pone al di sotto dei vermi, al di sotto delle piante, dei batteri, perfino al di sotto dei sassi. La capacità dell’uomo di pensare in senso morale è per l’uomo un disastro totale. Dopotutto, se l’uomo vuole sopravvivere deve autorizzare sé stesso a comportarsi peggio dei sassi e delle piante, deve concedersi la possibilità di sopraffare, di conquistare.

Ovviamente, la realtà storica-evolutiva è che la morale si è evoluta esattamente come un adattamento della specie, che proprio in quanto selezionatosi positivamente, dà un vantaggio evolutivo alla specie sopra le altre. Noi siamo costruiti per essere morali, come specie, ma questo perché la cosa ci dà dei vantaggi; se fosse solo una fregatura colossale non l’avremmo sviluppata.

La dottrina antropocentrica si è sviluppata innanzitutto per permettere all’uomo sopravvivenza & successo: se l’uomo non pensa prima a sé stesso, non lo aiuterà di certo nessun altro animale, né alcuna pianta o sasso. Il diritto umano di sopraffare l’animale equivale al diritto di Homo sapiens di esistere come specie e di portare avanti il proprio compito biologico. E più in generale, non viviamo in un mondo cruelty-free: anche all’interno della nostra specie si verificano i conflitti, e la capacità di prevalere, di sopraffare, è una dote essenziale, che dovrebbe stare sempre molto in alto nella scala dei valori. Per inciso, trattasi della dote peculiare del maschio: il corpo del maschio è un corpo fisicamente adatto a usare la forza per prevalere, e questa dote è stata a lungo premiata dalla civiltà.

Ovviamente c’è tutto un universo post-modernista coscienziosamente dedito a dimostrare l’indimostrabile: che che la natura umana sia infinitamente malleabile e interamente costrutto sociale, e dunque per esempio anche il nostro “mangiar carne”, il nostro gusto per la caccia, il piacere della lotta, l’istinto della gerarchia… cose che hanno fatto parte della specie umana da quando esiste, sono un costrutto sociale. Di certo c’è molto nella natura umana di costruito socialmente e storicamente… ma non TUTTO. Per quanto costoro possano sistematicamente accecare sé stessi a riguardo, l’uomo è, prima ancora che una creatura sociale e storica, un ente biologico inserito in un macrosistema biologico; ha da obbedire alle leggi della sua natura biologica. E la biologia reclama che per avere il successo biologico – che è sopravvivenza – occorre conquistarselo all’interno di un ambiente ostile. Da questa particolare dottrina, quella secondo la quale il cardine primo della nostra morale è che dobbiamo sopravvivere, è disceso tutto uno schema di valori “tradizionali” che, effettivamente, coerentemente con i j’accuse dei postmodernisti ha sempre piazzato il maschio bianco (più correttamente, il maschio della cultura cui ci si sta riferendo, che non è affatto sempre bianco), e io aggiungo il maschio bianco adulto, all’apice, e l’animale come fanalino di coda, con in mezzo donne, bambini ambosessi, disabili psichici, “razze inferiori” eccetera.

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Bello, eh? Peccato che, a destra, qualcuno dovrà spiegare alle meduse che non devono pungerci, ai topi che non devono infestare le nostre abitazioni, e in generale bisognerà convincere tutti quanti a spostarsi quando abbiamo bisogno di costruire una casa…

Al netto dei fraintendimenti sui fatti, sui quali ovviamente la nostra consapevolezza si evolve con la storia (come la convinzione che le donne non possano essere razionali, o i neri siano incapaci di una propria cultura), i valori più o meno sono rimasti sempre quelli e sono valori di sopravvivenza. Non è che sopravvivere oggi sia sostanzialmente diverso dal farlo nel 1200. Cambiano alcune strategie, la forza fisica non è più importante come un tempo (donde la parità dei sessi) ma il punto è sempre mangiare-crescere-riprodursi. In cima alla scala, nella stanza dei bottoni, ci sta quello che è più capace di conquistare la realtà, quello (ritenuto) più forte e più intelligente.
E fintanto che permanga l’idea che la nostra specie debba sopravvivere, questa cosa non può cambiare: dovrà sempre essere quello più forte e più intelligente a comandare, con tutti gli onori ed oneri connessi. E non intendo, ovviamente, che dovrà essere sempre il maschio bianco adulto in cima alla scala… ma sicuramente dovrà essere sempre quello che in quel momento è più forte, più intelligente e più atto a prendere le decisioni.

Ma il punto è che oggi è proprio quel principio che si debba sopravvivere, ad essere messo in questione.

La rivoluzione valoriale che si sta verificando in Occidente sta nella sovversione di quella scala che poneva il più forte e intelligente in cima. Teoricamente, il principio ispiratore di questo nuovo schema di valori sarebbe stabilire un nuovo schema gerarchico orientato alla parità (vedi immagine sopra). Ma, per cominciare, uno schema gerarchico orientato alla parità non esiste, c’è sempre un primus inter pares. Secondo: demolendo sistematicamente e senza pietà tutti quei valori che hanno posto originariamente il maschio bianco adulto nella sua posizione privilegiata, non si ottiene certo la parità, bensì un’inversione.
Il maschio bianco si era preso onori ed oneri. Non gliel’aveva chiesto nessuno? Forse, ma resta il fatto che se adesso gli togli tutti gli onori e gli lasci solo gli oneri allora vuol dire che lo vuoi semplicemente annientare. Nessuna creatura che abbia tutti gli obblighi morali e nessuno dei diritti morali può sopravvivere, perché tutti ne prenderanno e nessuno gli darà.
Nella schema dei valori che sta prendendo piede oggi la scala e sovvertita, ma ovviamente non è scomparsa. Prima il maschio bianco adulto era in cima e l’animale fanalino di coda; adesso l’animale sta in cima: sacro, innocente, puro, intoccabile, anche quando ti sbrana – dopotutto, non ha quella gran sòla del senso morale, è “innocente”, quindi può fare il cazzo che vuole. Seguono i bambini, che essendo meno intelligenti e razionali ovviamente sono la massima espressione dell’umano – e peccato che debbano crescere e corrompersi, ma per fortuna ci vuole tantissimo e infatti s’è deciso che si può restare bambini un po’ quanto si vuole, pure fino a 18 anni: più si resta innocenti, meglio è. Poi arrivano alcune tribù isolazioniste piazzate ai quattro angoli del globo (innocenti e puri anche loro, pure se ti squartano vivo, perché anche loro non hanno quella gran sòla del senso morale occidentale), molto più giù iniziano ad arrivare le “minoranze oppresse”, che non sono più addossate del gravoso compito di dimostrare che meritano di stare in cima alla scala, ovvero dimostrare forza ed intelligenza, bensì si trovano piazzate tanto più in alto quanto meno forza ed intelligenza si sforzino di dimostrare.
Non è cambiato il posizionamento dei soggetti lungo la scala… o meglio, sì, è cambiato anche quello, e questo sarebbe anche positivo – le donne e le “razze inferiori” avrebbero chiaramente salito dei gradini. Ma il punto è che è cambiato anche com’è fatta la scala. Non si chiede più alle donne o agli africani di salire il gradino e entrare nella stanza dei bottoni (anche perché hanno già dimostrato di saperlo fare), si demanda piuttosto l’inversione totale del quadro di valori. Ma chi cazzo vorrà più prendersela la sòla si fare quello “col senso morale”, lo sfigato che ha doveri verso tutti, se non può prendersene anche qualche vantaggio? Vorrei notare che essere “morali” richiede un notevole sforzo; il premio è stare in cima alla scala. Ma se la ricompensa invece consiste nel finire più in basso di tutti, al punto che la tua vita diventa più sacrificabile di quella di un animale… Perché mai dovremmo farlo? Molto più semplice fare l’animale, o il selvaggio, o qualunque altra cosa… l’innocente: tutti i diritti, zero obblighi. Quindi parte la gara a chi arriva ultimo: a chi è più debole e stupido. Perché alla fine essere “innocente” significa solo mancare di comprensione, di intelligenza, di esperienza. Questo è ciò che stiamo glorificando.

La rilettura della storia occidentale cui stiamo assistendo è un passo di questo processo nichilistico. A seguito della riscrittura dei valori, ogni conquista storica viene necessariamente trasformata in una vergogna per cui cospargersi il capo di cenere, in quanto ogni conquista storica, per dirla con Nietzsche, come ogni cosa grande sulla Terra è stata bagnata lungamente e in profondità nel sangue. Dopotutto, le conquiste sono tutte, appunto, conquiste, il frutto dell’atto del conquistare. La tecnologia ci permette di stare meglio che in passato, ma sempre al prezzo di inquinare e consumare risorse, quindi il nostro benessere tecnologico è nettamente “rubato” ad altre specie, quando non direttamente ad altri popoli. Il divieto a celebrare i nostri atti di sopraffazione, o anche solo semplicemente accettarli senza celebrarli, con esso l’annesso obbligo di rinnegarli tutti e sputarci sopra, diventa divieto di essere orgogliosi delle nostre conquiste e obbligo anzi di rinnegarle e sputarvi sopra.

La mia previsione è che siamo solo all’inizio di questo processo, e non mi sforzerò di inventare nomi eccentrici per definirlo, visto che si chiama “decadenza”. Nietzsche ne aveva già intuiti i capisaldi, ma si fece prendere dalla sua foga irrazionalista, finendo di fatto anche lui nella glorificazione della natura animale sulle caratteristiche propriamente umane. Ma suppongo almeno lui sapesse che gli animali sono generalmente feroci, e che lo stato di “innocenza” altro non è che uno stato ferale, di ferocia; la nostra generazione invece è educata da Disney, lei non lo sa: vede nell’animalità una dimensione di purezza infantile di gran lunga preferibile ai tormenti dell’età adulta, con quel suo scomodissimo “senso morale”, con obblighi che diventano sempre più numerosi e privilegi che tendono sempre più allo zero.

La domanda interessante è dove e quando questo processo si fermerà. In generale l’elemento che frena la decadenza è l’istinto vitale, il bisogno di sopravvivere, che è bisogno di sopraffare. Probabilmente si fermerà nel momento in cui sarà messa in questione la nostra sopravvivenza.

Ossequi





Per comprendere.

22 06 2020

L’atto del “giudicare” e quello del “comprendere” sono sempre separati e, oserei direi, incompatibili. Lo psicoterapeuta che ascolta le tue confessioni si astiene dal giudicare, per quanto può, perché ciò gli precluderebbe di capire. L’antropologo che studia i costumi di una piccola tribù del Sudamerica probabilmente giudicherebbe quei culti animistici delle stupide superstizioni, ma se lo facesse si precluderebbe di capire quei culti.

Il problema è il libero arbitrio: quando tu sei dentro una situazione la tua prospettiva limitata ti porta ad esercitare la scelta ed il giudizio. È vero, sei soggetto al principio di causa ed effetto, tecnicamente non hai scelta alcuna… ma come un pupazzo mosso dai fili, non puoi certo pretendere di vedere i fili, non puoi vedere le cause del tuo stesso comportamento ed oltrepassarle: puoi soltanto continuare lo spettacolo facendo “come se” i fili non esistessero. Ed è qui che si esercita l’atto del giudizio.

D’altro canto, nel momento in cui tu sia “fuori” dallo spettacolo, comodamente seduto in platea, allora puoi anche vedere i fili… be’, ovviamente, non i tuoi fili, quelli non puoi mai vederli, ma i fili degli altri sì. Inizi a comprendere come funziona quel fenomeno. Ma questo comprendere ti preclude il giudizio, perché da un lato lo rende inutile agli atti pratici – non sei parte dello spettacolo, non puoi intervenire, e a che serve dare giudizi se essi non possono orientare l’azione? – ma dall’altro, in effetti, lo rende anche futile in senso intellettuale: se vedi i fili, allora sai anche che nessuno di quei pupazzi si muove di propria volontà, sono solo marionette. Non vedrai dipanarsi dinanzi a te una serie di scelte e comportamenti da giudicare, ma solo una serie di cause e di effetti da analizzare.

In un certo senso la dimensione della scelta rappresenta un “buco” nella nostra comprensione dei sistemi di causa ed effetto. Quando non riusciamo a spiegare un fenomeno sociale nei termini dei suoi determinanti storici, allora facciamo intervenire il fattore imponderabile: la “scelta”, la spontanea deliberazione dell’individuo. E non è certo sbagliato tout-court parlare di scelta e di responsabilità in questi casi. In effetti, non è mai sbagliato a priori farlo… ma il problema è che giudizio morale e comprensione scientifica di un fenomeno sono mutualmente esclusivi: quanto più interviene l’uno, tanto più si ritira l’altra. Se si vuole farli entrambi si può tentare solo in momenti distinti, ma mai andrebbero mescolati o sovrapposti. Se introduci giudizio morale, allora hai rinunciato alla comprensione scientifica. Non a caso Nietzsche, uno dei più accesi critici del concetto di libero arbitrio, sottolineò come il fine stesso del concetto di libero arbitrio sia permettere di giudicare e punire, due atti che non hanno senso nel momento in cui esso invece sia stato superato.

Ora, il corrente discorso sul giudizio storico su alcune figure (o più che altro sui simboli ad esse associate, che di storico hanno ben poco, e mi riferisco ovviamente al dibattito sui monumenti di ‘razzisti’ che si vuole abbattere) è nato, non a caso, in un paese che di storia praticamente non ne ha – gli USA – e dove tutti vorrebbero essere al tempo stesso attori – pupazzi – sul palcoscenico storico (coinvolti ed attivi) e anche spettatori (superiori, neutrali, dotati di superiore coscienza). Che ovviamente non si può fare, perché il fulcro del ragionamento storico è che tu ad un certo punto raggiunga un livello di estraneità ai fatti e di completezza delle conoscenze tale che il giudizio morale diventa superfluo, inappropriato. Quando vedi la statua dello schiavista non dovresti più vedere una persona che ha fatto delle scelte immorali, o almeno: quell’aspetto dovrebbe diventare del tutto secondario. Dovresti invece vedere innanzitutto un prodotto di quel periodo storico. Giudicarlo non ha più senso, perché ormai sei in una posizione in cui comprendi il fenomeno storico dello schiavismo. Comprendere vs. giudicare.

Mi piace fare l’esempio di Hegel, perché lo odio (lo giudico male). Ecco cosa scriveva sugli africani:

Nella sua unità indistinta, compressa, l’africano non è ancora giunto alla distinzione fra sé stesso considerato ora come individuo ora come universalità essenziale, onde gli manca qualsiasi nozione di un’essenza assoluta, diversa e superiore rispetto all’esistenza individuale. Come già abbiamo detto, il negro incarna l’uomo allo stato di natura in tutta la sua selvatichezza e sfrenatezza. Se vogliamo farci di lui un’idea corretta, dobbiamo fare astrazione da qualsiasi nozione di rispetto, di morale, da tutto ciò che va sotto il nome di sentimento: in questo carattere non possiamo trovare nulla che contenga anche soltanto un’eco di umanità. Le relazioni circostanziate dei missionari confermano in pieno la nostra asserzione e sembra che solo il maomettismo sia ancora capace di avvicinare in qualche modo i negri alla cultura.

Be’, molto razzista. Ma veramente tanto. Tuttavia, per quanto io odi Hegel… era davvero una persona così cattiva? Sicuramente c’era gente meno razzista di lui, in giro, ma probabilmente non erano in molti. Hegel avvalora ciò che dice sulla base dei resoconti che riceve dai missionari, i quali a propria volta filtrano le proprie esperienze attraverso la propria cultura e i propri valori, ed evidentemente in quella fase storica vi era in Germania una certa idea ben precisa di cosa fosse la cultura, e di cosa fosse il senso di ‘umanità’. Chiedere ad Hegel di ergersi titanico sopra questa cultura in cui è nato e cresciuto è una grossa, grossa pretesa. Sì, Hegel era razzista… ma probabilmente non aveva tutte queste alternative.

Dunque, dobbiamo perdonarlo? Il passare del tempo forse scagiona, o assolve gli uomini del proprio tempo? Magari no, ma sicuramente fa intervenire la prescrizione: se dichiari dall’alto della tua coscienza sociale (e storica, e qui in USA arrivano le note dolenti) che sei superiore ad una certa epoca passata, allora devi anche astenerti dal giudizio morale; o quanto meno riuscire a tenere separato il momento del giudizio da quello della comprensione. Non dovrebbe importarmi più di tanto dare di razzista ad Hegel, dovrebbe importarmi comprendere come il razzismo di Hegel sia venuto in essere, come quell’epoca storica avesse sviluppato quel fenomeno. In ogni caso, mai e poi mai si può condannare un uomo del passato senza tener conto di come e dove è cresciuto; sarebbe risibile come fare il processo ad una marionetta: se proprio proprio, guardiamo al manovratore.

E infatti qui si arriva alla deriva più temuta: condannare un uomo senza tener conto del contesto storico che l’ha prodotto è stupido quanto processare una marionetta. Ma si può pensare, certo, di condannare il marionettista… ovvero un’intera epoca storica.

Questo è fattibile. Non ha senso che degli americani di oggi si imbarazzino e si sentano coinvolti quando qualcuno gli rivela che fra i loro antenati c’erano degli schiavisti. E lo fanno, perché gli americani hanno una cultura fortemente antistorica e non riescono a guardare al proprio passato con lo sguardo neutro di chi comprende: devono per forza giudicare.

Però ha senso dire che quell’epoca “è stata brutta” in senso morale. Diciamo che il XIX secolo è stata ‘un’epoca brutta’, perché c’era lo schiavismo, il colonialismo eccetera. Questo è senz’altro meno demenziale che prendere un singolo individuo nato e cresciuto nel XIX secolo e dire che era ‘razzista’. Parlare di un’epoca razzista ha più senso: erano tutti razzisti, e dunque tutti persone di merda.

E tuttavia le conseguenze filosofiche di questo approccio sono allarmanti a dir poco, perché un’epoca non ha inizio o fine, e tutte le epoche sono collegate fra di loro, in tal modo che se ne condanni una sarai costretto a condannarle tutte. Se condanni l’800 devi condannare anche il ‘600, ma ovviamente se condanni tutto il ‘600 o tutto l’800 devi condannare anche tutto il sistema di scambi commerciali le navigazioni, le scoperte, le spedizioni per mappare zone del globo inesplorate, la creazione di nuovi canali di comunicazione, nuove tecnologie, nuovi modi di alimentarsi. E dovrai andare anche più indietro, dovrai condannare la scoperta dell’America… e la corona Spagnola, ma anche quella Inglese…. spoiler: questa catena non avrà mai fine. Tutto il nostro mondo si trasformerà ai nostri occhi in ‘un’unica massa dannata’, come diceva Sant’Agostino. Niente di buono è mai stato fatto, perfino lo stesso ideale del progresso sarà falsificato, perché il progresso è un accadimento storico che deve tenere memoria dei passaggi che lo costituiscono, e qui sono tutti rinnegati come ‘errori’.

La Storia sarà allora diventata soltanto un lunghissimo elenco di mostruosità ed errori, una cosa da cancellare e dimenticare il prima possibile, o quanto meno da passare periodicamente in lavanderia per smacchiarla.

Ma questo significa che la Storia come disciplina non avrà più ragion di esistere. Che ciò non preoccupi nessuno è fattore preoccupante in sé.

Ossequi.





History does not matter

13 06 2020

Il movimento Black Lives Matter avanza molte rivendicazioni e porta avanti una serie di battaglie importanti, soprattutto nel contesto USA. Battaglie politiche, serie, che riguardano dove vanno i soldi, chi è autorizzato a far cosa, e quindi chi vive e chi muore di conseguenza.

Rispetto a questo, l’episodio della distruzione della statua di Edward Colston a Bristol dovrebbe essere un dettaglio del tutto insignificante.

Ma è inutile negarlo, non lo è. Per me sicuramente non lo è stato; l’ho trovato un gesto molto offensivo. E potrei pensare che sia una cosa che riguarda solo me che gli do troppa importanza… non fosse che chi difende quel gesto lo difende con le unghie e con i denti, come se fosse effettivamente un momento chiave della storia del movimento (movimento nato e cresciuto in USA in risposta a specifiche problematiche USA; vabbe’…).

Quindi quello è un nervo scoperto. Lo è a Destra, lo è anche a Sinistra. Ma per quale ragione? Alla fine è una statua fra mille statue simili in Europa.

Be’, ma per il razzismo, ovviamente! O almeno, questa è la risposta che vi daranno i sostenitori: se non sei d’accordo con l’abbattimento, l’unica spiegazione è che tu sia una fascista e un razzista.

Edward Colston statue: Where was the Bristol monument and what ...

Personalmente non sono fascista e non credo di essere razzista, anche se dovrò prima o poi decidermi a farmi rilasciare un Certificato Ufficiale di Non-Razzismo da qualche afroamericano – a quanto pare puoi dire di non essere razzista solo se te lo conferma uno con la pelle scura. Ma penso che per il momento possiamo usare come ipotesi di lavoro che io non sia razzista, o almeno non più di quanto qualunque essere umano della Terra lo sia… E questo senza contare il mio superpotere: essendo gay, sono parte di una Minoranza Oppressa®. Quindi, non sono un fascista razzista. Eppure, l’abbattimento di quella statua mi leviga i nervi, almeno tanto quanto suscita le eiaculazioni dei vari Rivoluzionari. La ragione non è – ovviamente – il razzismo o il fascismo.

Ma, ciò nonostante, non si può negarlo: a questo punto è un tema politico, e anche uno sensibile.  

Quello che ho tentato a più riprese di spiegare ad amici e conoscenti in questi giorni, spesso purtroppo fallendo, è che chiaramente non ho nessun interesse particolare per quella specifica statua. Ma quella era una statua di 125 anni, su un uomo vissuto 299 anni addietro. Il che significa che era una testimonianza storica, e dunque, indipendentemente dai suoi specifici contenuti e funzioni originari, assume un valore specifico dovuto al fatto che è MEMORIA.

Su questo punto ci si è scatenati a sofisticheggiare: “la storia va ricordata sui libri e sui musei, non nelle piazze”… un par di palle, la storia la si ricorda ovunque ve ne siano i segni tangibili; la storia è anche nelle piazze, per le strade, nei parchi, nelle chiese, nelle moschee. I marmi che l’Inghilterra ha letteralmente rubato dal Partenone ed esposto al British Museum… secondo voi è la stessa cosa vederli nel museo, piuttosto che nella loro sede originale? E comunque la statua di Colston l’hanno gettata nel fiume, non messa in un museo. “Anche averla abbattuta è un gesto storico!”; ah sì? Perché lo decidi tu? Un gesto diventa storico quando passa la storia, è il TEMPO a renderlo storico, non puoi decidere che il tuo gesto è storico MENTRE lo stai facendo. Allora se vado a decapitare il David e metto al posto della testa un dildo? Magari fra cento anni sarà ricordata come un’opera d’arte ben superiore al David stesso e saranno lieti che lo abbia fatto: ORA, è solo vandalismo.

Quindi inutile girarci intorno: il gesto è consistito nell’annientamento totale di un pezzo di storia. Se poi fra cento anni penseranno che sia stato un gesto storico a sua volta, staremo a vederlo, ai posteri la sentenza. ORA è stato quello, una testimonianza storica distrutta. E ad alcuni sta bene, per altri, come me, è gravemente offensivo.

Dicevo, non è un problema di razzismo, ma è chiaramente un problema politico: riguarda il nostro rapporto con la storia. In generale, che se ne rendano conto o meno, coloro che difendono il gesto riaffermano una priorità totale del significato attuale e contingente dell’atto rispetto al valore storico dell’oggetto. Era un pezzo di storia, ma sostanzialmente non gliene importa che lo fosse, perché gli interessa di più quello che significava qui, nell’attualità – un significato, peraltro, che gli avevano attribuito loro. Questo argomento viene declinato in molte forme che paiono diverse, ma la più tipica è: “ma la storia cambia di continuo”… sì, certo, ma sapete come si chiama la storia nel momento in cui cambia? Attualità. Cioè l’esatto opposto di storia. La storia passata è passata, ergo, non cambia più: è fissa, lì, come souvenir, come monito. E il dato resta: il fatto che fosse storia non è ritenuto importante da chi ha compiuto il gesto o lo difende, per loro conta ciò che quel monumento è (era) adesso: la statua di una persona che agli occhi di un contemporaneo ha fatto cose moralmente riprovevoli.
Per me invece quello era soprattutto un segno tangibile della nostra storia: in Europa ve ne sono ovunque, ma, se ragioniamo che possiamo immolarli sull’altare della morale odierna, in pochi anni non ne resteranno in piedi molti.

Insomma, due modi diversi di rapportarsi al passato: da un lato “è roba andata e si può bruciarlo senza problemi”; dall’altro “ha un valore intrinseco anche solo in quanto passato”.

Dicevo che è un conflitto politico, ed in effetti questa differenza di vedute è una delle più grandi divisioni politiche della nostra epoca, e di tutte le epoche. Generalmente, andando da “conservatore” a “rivoluzionario” troverai quelli che il passato lo venerano al punto di puntare a ricrearlo oggi, quelli che lo rispettano senza venerarlo, quelli che neanche lo rispettano e sono disposti a buttarlo nel fiume.

La dialettica fra il conservatore che ama il passato e il rivoluzionario che lo odia è perenne e non è risolvibile, e per questo non può essere risolto il conflitto. Sostanzialmente è irriducibile, e di fatto l’amore per il passato è un tratto costitutivo del conservatorismo. Dopotutto, voler conservare una cosa com’è è per forza un desiderio “conservatore”, e sarà conservatore pure colui che pensa che la Divina Commedia vada insegnata nelle scuole, se lo paragoni a quelli che dicono che andrebbe censurata perché razzista ed omofobica (sì, esistono). Certo, questa è la forma di conservatorismo più blanda e all’acqua di rose: non è che voglio bruciare ebrei, non è che voglio possedere schiavi: voglio solo qualcosa che mi ricordi di un uomo che ha contribuito a costruire una città. Non dovrebbe essere tanto grave.

Ma… ecco il punto: io, che salvo certificati non sono né razzista né fascista, per questa faccenda mi son sentito dare di fascista da varie persone. Altri invece non mi hanno dato di fascista ma hanno, de facto, sminuito o ridicolizzato le mie preoccupazioni: “il passato è fatto per essere superato, ma che ti importa era solo una statua, se è uno schiavista se l’è meritato”… Nessuna di queste rispostone argutissime affronta lo snodo centrale, e cioè il mio diritto ad avere un certo rapporto intimo col passato dell’Europa. Se proprio vuoi prendere di petto le mie preoccupazioni, prova a rassicurarmi: elenca tutte le ragioni per cui quella statua sarà la prima e l’ultima; spiegami perché ora non procederemo ad abbattere migliaia di monumenti in tutte Europa. Invece i discorsi sono più sul tono “questo è solo l’inizio”. 

Suppongo che ci sia in me e nel mio rispetto per la nostra storia un’ombra di conservatorismo. Forse se pensassi, come alcuni pensatori di Sinistra, che la storia d’Europa sia soltanto un lungo elenco di mostruosità, crimini ed errori, allora anche io propenderei per distruggerla… e conseguentemente per distruggere l’Europa. Ma fortunatamente non mi sono mai considerato persona di Sinistra, e non intendo iniziare proprio oggi che la Sinistra compie un gesto ai miei occhi particolarmente odioso e lo fa senza neanche riconoscere il mio diritto ad esserne disturbato. Quindi ok, mea culpa: suppongo che un pizzico di conservatorismo ci sia, nella mia deferenza verso la storia. Ma ecco il punto: non è che essere conservatori sia vietato. Essere fascisti, teoricamente, sarebbe vietato. Essere conservatori, per fortuna, no; tutt’altro: è un diritto umano fondamentale, oserei dire.

Riuscite a immaginare una forma di conservatorismo più blanda ed innocua che voler mantenere al proprio posto delle vecchie statue? Ecco: neanche quello è ammissibile. Devi essere disposto a bruciare tutto. Se no vuol dire che sei un fascista che venera il passato e non è capace di guardare al futuro (potrei guardare al futuro anche con un occhio al passato, trovate? No, eh?).

Dunque, occorre registrare che c’è una parte della Sinistra che ritiene il conservatorismo tout-court illegittimo, perfino nella sua forma più blanda, umana, innocente. Dietro il tuo desiderio di non abbattere memoria storica si nasconde il tuo desiderio di bruciare ebrei nei forni. Un bel salto logico, ma per alcuni accade molto naturalmente. E dunque il conservatorismo non è un interlocutore, e nemmeno un rivale: ma un male assoluto da eradicare dall’universo.

Ma questo punto vorrei porre una domanda: se la Sinistra, o almeno una parte cospicua di essa, punta chiaramente ad annientare finanche la sola possibilità di essere di Destra, e lo fa anche vedere così apertamente… Se poi la Destra tenta di sopprimere la Sinistra, quella è violenza gratuita… o è autodifesa?

Ossequi.





Gualtiero Cannarsi e il letteralismo biblico

14 05 2020

 

Che strana accoppiata nel titolo, eh? Che cosa c’entra Gualtiero Cannarsi, colpevole solo di essere il peggior traduttore (adattatore? Boh) di tutta la storia dell’umanità, con quella corrente del protestantesimo che predica il libero esame del testo biblico, ma solo interpretato in maniera letterale?

Gualtiero Cannarsi - Wikipedia

la tua sensualità non ti proteggerà dalle mie critiche!

Per cominciare, hanno in comune che entrambi si fanno portatori della filosofia del linguaggio più scadente che sia possibile concepire. Entrambi ti forzano addosso questa loro filosofia del linguaggio con tutti gli strumenti che possiedono, facendo in modo che sia difficile o impossibile ignorarli. Entrambi sono convinti che la loro via sia quella giusta, così tanto che se a te non piace sei in torto tu, e comunque t’attacchi al cazzo. Entrambi sono simpatici quanto una medusa nei boxer. Ed entrambi sembra che ci toccherà sorbirceli ancora a lungo. Ma soprattutto: nessuno dei due si rende conto di star adottando una specifica, e piuttosto ardita, filosofia del linguaggio, e di startela forzando addosso: entrambi dicono “io non c’entro niente, è il testo che dice questo, sono gli altri che lo travisano…”.

Ma stiamo su Cannarsi, per il momento. Come lavora, esattamente, Cannarsi? Mi direte tutti: “col culo”, e io dirò, sì, certo, lavora male. Dal punto di vista dell’etica professionale siamo sul livello del chirurgo pazzo di Human Centipede. Ma intendo, che principi ispirano il suo lavoro?

Secondo me ci sono due citazioni che ci fanno capire come (s)ragiona Cannarsi.

La prima è quando giustificò l’incomprensibilità delle sue traduzioni con “è pur sempre una lingua straniera” (perdonatemi, non riesco a trovare la fonte, ma mi rimase impresso).

What's your “Low-code face”? - Dominique Fish - Medium

Ehm… No! Il Giapponese è una lingua straniera. La traduzione in Italiano non è più una lingua straniera, è lingua Italiana. E tu sei pagato per tradurre in Italiano, e quindi devi scrivere un bell’Italiano. Se avevo voglia di spremermi le meningi per decifrare un idioma incomprensibile facevo un corso di Giapponese. Invece pago te perché tu traduca. È il tuo lavoro. Pare un pasticcere che, dopo avergli ordinato una meringata alle fragole, ti porti a tavola dei bianchi d’uovo, dello zucchero e delle fragole e ti dica “eh, mica è un piatto facile da fare, ci vuole un po’ di sforzo”… Non fosse che tu sei pagato esattamente per evitarmi lo sforzo.

Ma il passaggio seguente è molto più illuminante:

«[…] credo che la sensazione che i miei adattamenti siano “riconoscibili” derivi dal fatto che spesso altri adattamenti cinetelevisivi di opere straniere sono banalmente “italianizzati”, e non mostrano quindi la loro prima, comune radice culturale di provenienza. […] questa riconoscibilità non è dovuta a un mio stile personale che sovrappongo alle opere altrui e straniere, no, tutto il contrario».

Wow. È così tanto sbagliata questa cosa. Non si sa dove iniziare. E allora, inizierò da lontanissimo. Dagli anni duemila, in cui un giovane Alberto, appena affacciatosi ad internet, frequentava un gruppo di amici in MySpace coi quali intavolava dibattiti, principalmente sul tema della religione.

In quel gruppo vi erano tre fazioni in costante battibecco: atei, integralisti cattolici, e i peggiori di tutti, gli integralisti evangelici. Questi ultimi fornivano un campionario di stupidate che a ripensarci ancora mi viene da tirarmi via i capelli… Comunque, questi ultimi erano letteralisti biblici, ovvero convinti letteralmente dell’infallibilità della Bibbia. Quello che c’è scritto nella Bibbia era tutto vero, punto, e alla lettera. Tutto. Sì, anche le cose palesemente non vere. Per loro non c’era nulla di interpretato, figurativo, allegorico… nono, tutto esattamente com’è scritto. Dice che le cavallette hanno quattro zampe? Sì, hanno quattro zampe. Dice che il mondo ha seimila anni? Ita est.

Il problema, però, è che se vi andate a leggere qualsiasi traduzione della Bibbia, vi troverete cose ovviamente non vere. Come conciliare questo con l’infallibilità?

E qui ci viene in soccorso il professor Valla, noto al web come “il professor Testoh” perché nei suoi video spiegava che nessun errore della Bibbia era in realtà un errore, e lo faceva richiamandosi continuamente al TESTO originale e giustificando gli errori come semplici problemi di traduzione.

Questo trucchetto non funzionava sempre, perché alcune cose che la Bibbia dice o che se ne ricavano, tipo l’età della Terra, o alcuni resoconti storici, sono completamente campati in aria e non si possono giustificare con giochetti filologici. Ma in certi casi in un certo senso la cosa funzionava… In un certo senso. Per esempio: una volta io feci notare che la Bibbia chiama le lepri “ruminanti”, ma le lepri non sono ruminanti. Una delle mie conoscenze evangeliche mi sfidò letteralmente a porre questo problema direttamente a Valla. Non mi conosceva abbastanza e aveva evidentemente scambiato il fatto che io sia un po’ timido e sulle mie con un timore del confronto. Ma se mi sfidi non mi tiro indietro… e allora ho scritto la cosa a Valla. E indovinate: niente paura, aveva la soluzione! Il termine originale, credo ebraico, per “ruminare” voleva dire semplicemente “riportare su” il cibo; e le lepri effettivamente rimangiano le proprie feci per digerirle di nuovo, quindi “riportano su” il cibo.

Meraviglioso. Ok, non c’è dubbio: il redattore del testo sicuramente intendeva quello, e non che le lepri fossero mucche. Un punto per il professor Testo, qua: il TESTO originale non commetteva un errore così grossolano.

Ma c’è un piccino piccino sebbene cruciale dettaglino: il testo originale è scritto in ebraico antico. Non c’è tutta ‘sta gente in giro che sappia l’ebraico. Quindi il professore ritiene che il TESTO sia perfetto, e ammettiamolo pure… ma praticamente nessuno può avere accesso a quella perfezione, perché nessuno lo capisce, quel testo. A noi poveracci plebei che non abbiamo dedicato la vita a studiare Ebraico, Greco ed Aramaico, la perfezione del testo è irrimediabilmente preclusa. Siamo costretti ad affidarci alle traduzioni, e le traduzioni, a occhio e croce, possono arrivare perfino a confondere le lepri con le mucche.

Questo è un problema ovvio: la Bibbia contiene un messaggio che deve appartenere a tutti. Eppure, mi si dice qui, appartiene invece solo ad una ristrettissima minoranza che capisce di lingue antiche. Gli altri? S’attaccano al cazzo.

Certo, si potrebbe sostenere che la verità della Bibbia non sia letterale, e allora questo problema non esiste più. Se non è letterale, allora non ci frega niente se son lepri o conigli o mucche, si mangiano la cacca o le unghie o le lumache à la bourguignonne, perché non è quello il punto. Ma se è letterale, allora la traduzione diventa un problema, un problema grave. Perché la traduzione interpone un filtro fra me e il testo, e quel filtro, dice il professor Valla, è un filtro che deteriora, che inquina, che corrompe, che ci nasconde l’aurea perfezione dell’originale. Il testo originale è perfetto, la traduzione invece è inaffidabile.

La venerazione dei letteralisti per il testo originale presuppone che vi sia in esso un ineffabile qualcosa, che sta nella sequenza stessa dei grafemi e dei fonemi, e che va al di là della nozione di significato. Il testo vive di vita proprio, non è un semplice schema di senso. C’è qualcos’altro.

Ora, ci sono due approcci filosofici sensati e coerenti ad un testo sacro:

Il primo è quello non-letteralista, che allora dirà che il punto non è tanto quello che c’è scritto alla lettera, con che parole esatte è scritto, in che ordine sono messe le parole; quanto il modo in cui esso in ogni epoca, in ogni luogo, in ogni contesto culturale riesce a parlare con le persone, ad interfacciarsi con loro. Costoro cercheranno di tradurre il testo nel modo migliore possibile cercando di renderlo decrittabile dalla lingua/cultura di arrivo, e senza fissarsi troppo su lepri e mucche e quanta cacca mangino a colazione.

Il secondo è quello letteralista stretto, usato dai musulmani. Il testo è perfetto è puro nella sua lingua originale, vi è in esso qualcosa, nella sua composizione specifica, nella sua sonorità, che è quasi magico. Se è così, non si può tradurlo, non si deve tradurlo. I musulmani, come i letteralisti biblici, credono nella perfezione del Corano, ma sono più coerenti e lo ritengono dunque anche intraducibile: esso è stato dettato da Dio in quel modo, con quelle parole, messe in quell’ordine, con quella sintassi; non puoi tradurlo, lo stai già “sporcando” nel tradurlo. Discutibile, ma almeno questi non fanno danni.

Questi sono i due approcci sensati, ho detto. Ma poi ci sono quelli non sensati, per esempio quello dei letteralisti cristiani: dire che il testo originale è perfetto e infallibile, eppure noi dobbiamo accontentarci lo stesso di una traduzione e far finta che sia infallibile pure quella, nonostante chiaramente non lo sia. Io non lo conosco l’Ebraico, dunque mi si chiede di aver fede non tanto nella Bibbia, che è perfetta, ma nella traduzione di Valla. Be’, magari posso credere nella Bibbia ma non voler affidare la mia vita a Valla, eh?

Non penso sia un problema tornare a Cannarsi, ora, vero? La connessione mi pare chiara: Cannarsi è chiaramente un letteralista cristiano applicato agli anime (sono orgoglioso di essere riuscito a mettere tanto disagggio in una sola frase). Egli è religiosamente convinto che nella lingua Giapponese vi sia di più che uno schema di significato, un rimando delle parole alle cose e delle parole ad altre parole. Nel testo giapponese vi è, sembra credere, il Giappone stesso. L’anime è giapponese, e tradurlo in Italiano è già di suo una porcheria, una cosa zozza, vergognosa, sacrilega. “Italianizzare”… BLEAH! CACCHI CACCHIIII SCHIFOOO!

Il primo problema in ciò è che, esattamente come Valla, ha torto proprio nel suo approccio. Nel senso, ogni lingua è espressione di una cultura, per cui l’atto della traduzione naturalmente altera, come dice il poeta vate, “la loro prima, comune radice culturale di provenienza”. Ma qualsiasi testo deve passare attraverso un passo intermedio interpretativo; l’atto stesso del leggere è un atto interpretativo. Se io imparassi il Giapponese, così da poter finalmente essere iniziato alla sapienza segreta degli anime dello Studio Ghibli, non sarei mica per questo diventato giapponese: sarei comunque solo un italiano che ha imparato il Giapponese, come Cannarsi; e come Cannarsi anche io, leggendo il testo originale, andrei a sovrapporre ad esso le mie categorie culturali ed anche personali, che sono quelle di un italiano. E d’altro canto, non sono forse questo, gli adattamenti di Cannarsi, ovvero una lingua inventata da Cannarsi? Quello non è una resa fedele del Giapponese, ovvero “il modo in cui suona il Giapponese ad un giapponese”, ma semplicemente “il modo in cui suona il Giapponese ad un italiano”: strambo, alieno, contorto, a tratti semplicemente sbagliato. A meno di pensare che il Giapponese sia una lingua innatamente aliena, stramba, contorta e perfino sbagliata, quello che ci sta passando non è “il Giapponese”, bensì “il Giapponese come appare a Cannarsi”… ovvero come appare ad un Italiano che, ad occhio e croce, avrebbe voluto nascere giapponese, e allora cerca di imitare i giapponesi, ovviamente fallendo e sembrando ancora più provinciale.

Non sorprende che nel mondo di Valla e Cannarsi i soggetti che vengono dipinti come più mostruosi siano i traduttori. Il loro ruolo è esattamente quello di rendere un testo proveniente da un’altra cultura ed espresso in un’altra lingua decrittabile dall’italiano contemporaneo. Il lavoro del traduttore è fondamentale, perché prende un testo inaccessibile a molti e lo rende accessibile. Eppure, nel mondo di Valla e Cannarsi, i traduttori paiono una setta segreta, una cricca di criminali ed imbroglioni senza scrupoli dediti all’offuscamento della Verità e alla corruzione del testo.  Dietro traduzioni in Italiano italianizzate (ragazzi, scoop del giorno: le traduzioni in Italiano sono italianizzate; PLOT TWIST) il satanico traduttore obnubila la perfezione dell’originale. D’altro canto, se il testo è perfetto solo nell’originale, e ogni traduzione è una corruzione, bisogna tradurre il meno possibile.

Questo è un problema naturale che sorge laddove si affermi che il “testo puro” è quello perfetto cui dobbiamo riferirci: che non esiste un “testo puro”, il testo viene filtrato all’atto stesso dell’intendere. Intendere vuol dire interpretare; Valla e Cannarsi non interpretano meno degli altri, non sono semplici messaggeri investiti dal testo, dei fili conduttori vuoti: sono filtri, contenitori che danno forma al contenuto. Perché nel testo originale potrà pure essere contenuto il Giappone stesso (e non è così), ma alla fine passa sempre attraverso gli occhi e il cervello degli italiani, che lo leggeranno come lo legge un Italiano. E non può essere altrimenti, perché c’è sempre un medium fra l’intento autoriale e la ricezione del pubblico, essa non è mai “pura”.

Certo, anche i musulmani credono che il testo puro sia perfetto, ma almeno loro ci mettono in gioco il prodigioso, il magico: il Corano è perfetto perché c’è qualcosa di miracoloso in esso che lo rende perfetto solo nella sua lingua originale. Nell’atto di leggerlo, in quella esatta sequenza di suoni, come fosse una formula magica il miracolo si produce e ri-produce. Ma che miracolo si produce nel testo Giapponese di Evangelion? Non credo che sia stato dettato direttamente dal labbro di Allah per essere trasmesso inadulterato.

Ed è qui infatti che la filosofia di Cannarsi si rivela non solo sbagliata, ma anche profondamente incoerente. Perché se davvero Cannarsi ritenesse che il modo esatto in cui la lingua Giapponese compone i dialoghi conferisca ad essi qualche ineffabile proprietà, fino a contenere il Giappone stesso, allora non dovrebbe tradurre affatto. Tradurlo è già averlo inquinato. Dopotutto, tradurre dal Giapponese all’Italiano che cos’è, se non una *GASP* italianizzazione del Giapponese? Non andrebbe fatta. Perché il problema è che puoi anche pensare che tradurre il Giapponese in un Italiano comprensibile, ovvero adattare, non sia possibile, ma l’atto di produrre un adattamento presuppone quella possibilità. Se non ci credi, se pensi che adattare possa produrre soltanto quelle assurde porcate, allora non c’è ragione che tu lo faccia. Speriamo davvero che Gualtiero si renda conto di quanto sacrilego è l’atto che sta compiendo cercando di rendere il Giapponese in Italiano, e decida di fare qualcos’altro nella vita, e si intende, letteralmente qualunque altra cosa (lo vedrei bene a tradurre Bibbie, nessuno ci capirebbe più un cazzo e sarebbe la fine dell’integralismo religioso in Italia).

Ma purtroppo qui c’è un problema ulteriore, e cioè che Cannarsi, come i letteralisti, non sembra rendersi conto di cosa sta facendo, e il suo modo di presentare con nonchalance il suo operato, come se fosse un approccio naturale all’adattamento di opere straniere, rivela un’insipienza filosofica da far rivoltare Eco nella tomba. Cannarsi è un credente, convinto che esista un “testo puro”, un inadulterato qualcosa nascosto fra gli ideogrammi. E lui, lui ha avuto accesso a quel segreto qualcosa. Lui solo è stato illuminato e deve “condurlo” a te… Peraltro non si sa perché proprio lui dovrebbe essere l’illuminato, visto che non è neanche giapponese. Il filtro che egli pone fra gli utenti e l’originale è pesantissimo (e perciò riconoscibile), ma lui non lo vede; non capisce che egli non è affatto invisibile, che nessun traduttore è invisibile e che lui lo è meno ancora. Cannarsi si vede perché ci si è messo tutto, lì dentro, in modo quasi impudico, perché nelle sue traduzione si mette completamente a nudo. Non si rende conto che il suo tentativo di essere invisibile in realtà non fa altro che sottolineare maniacalmente, ossessivamente il suo modo di essere e di pensare. Come sono le sue traduzioni? Ossessive. Puntigliose. Elitiste. Ampollose. Ottuse. Si credono raffinate ed intellettuali quando sono solo ridicole. E le sue traduzioni sono le sue e ci parlano di lui, come le mie traduzioni sono le mie e parlano di me, come le traduzioni di chiunque sono le sue traduzioni e parlano di lui/lei. Ma dalle mie traduzioni, ve lo assicuro, capireste molto di meno su di me, di quanto quelle di Cannarsi ci raccontano di lui.

La mia tesi è che Cannarsi tutto ciò non lo capisca, e che quindi sia in difetto di acume, e non di buona fede. Beninteso, potrebbero mancargli entrambi, o solo la buona fede. È senz’altro possibile che lui in realtà sappia benissimo cosa sta facendo, ovvero che sappia benissimo che le sue traduzioni sono pagliaccesche e impossibili da fruire, ma che lui le usi lo stesso proprio perché vuol portare avanti un punto filosofico: che le lingue siano intraducibili (forse tutte, forse solo il Giapponese perché è quello che piace a lui), e che tradurle sia peccaminoso. E allora crea delle traduzioni volontariamente inutilizzabili per portare avanti questa teoria.

Ciò farebbe di lui un Marcel Duchamp che fa i baffi alla Gioconda, un ardito artista dada che profana l’arte per fare altra arte (sia pur con la differenza che Duchamp non ha davvero rovinato la Gioconda, mentre Cannarsi rovina davvero le opere che adatta).

Sarà forse, Cannarsi, un simile genio?

Ascolto un rigo di dialogo tradotto da lui.

“Papà, che stanotte si va a prendere in prestito era promesso, eh!”

No. Decisamente no.

 

 

Ossequi.





Precisazioni sulla pedofilia.

12 05 2020

Con tutta calma, soltanto con un anno di ritardo, mi accorgo che un mio ormai vecchio articolo ha ricevuto una risposta.

La risposta si impernia su un paio di argomenti, uno secondo me l’avevo già affrontato in prima battuta, l’altro però merita un approfondimento.

Nel mio primo articolo davo una risposta alla domanda se Montanelli, che aveva sposato una dodicenne in Africa ai tempi del fascismo, potesse essere accusato di pedofilia. A questa domanda cercavo di rispondere espungendo dalla questione i giudizi morali, che non mi interessavano allora e non mi interessano adesso.

La risposta era e resta no, perché se ci appelliamo alla biologia l’età adulta la femmina la raggiunge col menarca, e quindi a dodici anni probabilmente c’era già arrivata; mentre se ci appelliamo alla cultura, be’… allora, dipende dalla cultura, ovvio.

La questione a cui i miei critici si sono appellati, però, era una terza, che non era né biologia né cultura: la psicologia. Nel mio articolo avevo infatti precisato che, chiaramente, non c’è garanzia che una dodicenne sia psicologicamente adulta e psicologicamente pronta per il sesso. In questo spiraglio si è insinuato il mio critico, addossando a me l’onere di provare che matura la ragazzina lo fosse: una classica prova, questa, impossibile da fornire.

Forse avrei dovuto precisare che, come non vi è prova che una ragazza dodicenne sia psicologicamente matura per il sesso, non v’è prova che lo sia una quattordicenne (in Italia l’età del consenso è quattrodici anni); eppure in Italia far sesso con una quattordicenne è perfettamente legale. Però, è vero, a quattordici anni è legale solo a patto che non intercorrano rapporti di potere in favore del partner più anziano, invece col caso Montanelli ci rientreremmo… Quindi preveniamo questa obiezione e sottolineiamo che non cambia molto se quel limite lo spostiamo di altri due anni, e arriviamo ai sedici: che garanzia c’è che una sedicenne sia psicologicamente matura per il sesso? O una ventenne? O una trentenne? Si può essere immaturi sempre.

Quando noi stabiliamo delle norme legali e cliniche che vanno a definire i confini dell’infanzia e quindi della pedofilia, noi non presumiamo certo che calzeranno a pennello su ogni singolo caso; di più: sappiamo per certo che non sarà così. Sappiamo per certo che in Italia ci sono dodicenni che sono sessualmente attive e disinibite, e venticinquenni che ancora non sanno manco che forma abbia il pene. Il punto non è avere quella certezza, il punto è stabilire una convenzione.

Forse i più ignorano che in Italia non esiste un “reato di pedofilia”; esiste solo il reato di violenza sessuale su minore. Il legislatore, per una volta lavorando bene, non si è voluto mettere a discutere categorie cliniche, e si è limitato a fissare, convenzionalmente, ripeto: convenzionalmente, una linea sotto la quale noi presumiamo che non si sia capaci di formulare un consenso valido ad un atto sessuale. Ma è solo un’assunzione e una presunzione.

La psichiatria è più sfumata a riguardo, può cogliere aspetti più fini della questione. La pedofilia è definita come l’attrazione per il bambino o la bambina prepuberi. È una definizione chiara? Be’, fisiologicamente lo è: menarca, again. Ma possiamo aggiungere strati su strati di interpretazioni, qui. Parleremo di maturità psicologica… e come la definisci? E qui inizia il gioco delle definizioni: allarghi, stringi, allunghi, stagliuzzi, incolli le definizioni di infanzia, rapporto sessuale e pedofilia, e ottieni quello che vuoi. Allora sarà “di tipo pedofilico” il rapporto fondato sull’abuso di fiducia da parte del partner più maturo, fondato sulla violazione dell’innocenza, sulla violenza fisica o psicologica, sul dominio… ma, ragazzi, possiamo anche appiccicare tutte ‘ste cose alla pedofilia, ma non possiamo lasciarci trasportare a definire “pedofilo” qualsiasi stupro o violenza sessuale; quella lì è un’altra questione: ogni atto pedofilo è stupro, ma non ogni stupro è pedofilo. La pedofilia richiede attrazione per il bambino, quindi, se vogliamo definire il pedofilo come categoria dobbiamo per forza definire il bambino come categoria, e questo significa che o andiamo a entrare nei dettagli del caso specifico (i.e. parliamo con Fatima, guardiamo le sue foto etc.), o ci adeguiamo alla biologia, che ci dà una risposta ben chiara, oppure dobbiamo appellarci ad una qualche convenzione socio-culturale. Affermare che Montanelli dovesse per forza usare la nostra convenzione, quando si trovava immerso in una completamente diversa e l’altra persona ne faceva parte, mi pare uno sterile esercizio moralista; a meno di sostenere che la nostra convenzione sia per forza migliore (spoiler: non lo è; ed è anche abbastanza ipocrita).

Certo, magari Fatima, se questo era il suo nome, fisicamente aveva tratti immaturi; magari non aveva ancora il senso, magari non aveva il pelo pubico, non aveva i fianchi formosi, e magari Montanelli era attratto proprio da questo. Effettivamente ciò configurerebbe la presenza in lui di gusti pedofilici. Se qualcuno mi fa vedere foto della ragazza che provino ciò, ammetterò che probabilmente Montanelli aveva anche un lato pedofilico (che comunque è diverso dal dire che “era pedofilo”, leggere il DSM su questo).

La questione, poi, se Montanelli abbia fatto bene a prestarsi a quella roba… Ho detto sin dall’inizio che non mi interessava come questione, ma se proprio mi si vuole trascinarci, no, secondo me non ha fatto bene; si trattava comunque di una pratica molto sessista e per molti versi barbarica: la ragazza dopo essere “appartenuta” ad Indro cambiò marito altre due volte, come un oggetto. Tratta di esseri umani. Ma non vedo perché avrebbe dovuto essere una cosa meno brutta se di anni ne avesse avuti quattordici o sedici: è sempre tratta di esseri umani. La domanda qui non è se stiamo parlando di schiavitù, tratta di esseri umani, violenza sulle donne; la questione è se stiamo parlando di pedofilia, e la risposta, sulla base di ciò che sappiamo, dev’essere per forza: no. E la difesa di Montanelli, che “in Etiopia si usava così”, è solidissima: se in Etiopia a dodici anni sei già considerata adulta, e tu ti trovi in Etiopia, hai pieno diritto di appellarti a quella convenzione lì, che è buona quanto qualsiasi altra convenzione.

Si può anche tirare in gioco la maturità psicologica, quando si parla di consenso in quel caso specifico, quando siamo in grado di entrare nell’ordito sottile di quel caso specifico. Io non lo so se quella specifica dodicenne era psicologicamente pronta per il sesso, non sono nella sua testa; come non sono nella testa di tutte le sedicenni o delle trentenni o delle ottantenni per sapere se sono pronte: sono solo nella mia, di testa. Posso presumere che non fosse matura? Ok… Perché mai dovrei presumere una cosa del genere? Stiamo parlando di una società in cui l’uso è quello, a dodici anni ci si sposa, e le ragazzine saranno dunque preparate sin da bambine a quell’esperienza. Io non posso fare l’assunzione che non fosse pronta, e poi chiedere a chi pensa che lo dovesse essere di provarmi che ho torto, non funziona così.

Ma soprattutto, quando nell’altro articolo citavo il risibile caso di Bennett e Argento, volevo sottolineare quali sono i pericoli di questo ragionamento. Io vado ad assumere che un’intera fascia di popolazione, che in California è tutta quella sotto i diciotto anni, che è sessualmente attiva o attivissima, non possa formulare consenso, e vado ad accusare di pedofilia chiunque violi l’innocenza delle nostre diciottenni tettone e dei nostri twink pompinari (perdonatemi il linguaggio, credo che renda l’idea)… che peraltro spesso sono sessualmente molto desiderabili, specialmente le donne. Così si crea un autentico mostro giudiziario e morale che può facilmente sfuggire al controllo, e il caso Argento dimostra che le donne non sono immuni ad esserne addentate. Ciò è reso possibile proprio dall’abitudine di usare alla leggera una categoria, quella della pedofilia, che è invece pesante come un macigno e come tutti i macigni andrebbe maneggiata con molta cautela.

Che “una dodicenne è una bambina in tutto il mondo” è cosa semplicemente non vera; non è vera per la biologia, non è vera per la sociologia, e neanche per la psicologia, che invece potrà discernere specificamente le dodicenni che possono essere considerate bambine e quelle che invece sono da considerarsi mature. E tacciare di pedofilo uno solo perché è andato con una dodicenne è un uso improprio, e pericoloso, di un termine clinico che richiede di essere rigorosamente individuato per essere utilizzato.

E questo qualunque cosa si voglia pensare di Montanelli.

 

Ossequi.

 

 





La Curva

28 04 2020

la curva

Nelly fu svegliata dal motivetto calmante della sveglia (suoneria “nuvole”) e dalla cordiale voce maschile che vi si accompagnava.

 

Buongiorno, Amici! Oggi la Curva è all’1,739%. LifeCalc dichiara che questo è un: giorno medio. L’aderenza è: medio-alta. La temperatura di 25 C° permette le uscite. Vi sono concesse oggi: quattro ore e mezza di aria. Abbiate una buona giornata, e ricordate: aiutate gli Amici, aiutate la Curva!

 

Nelly si stropicciò gli occhi e abbozzò un sorriso. 1,7% non era affatto un granché, ma nell’ultima settimana non si era schiodata dal -0,3%, circa. Era decisamente un ottimo segnale. Probabilmente era per via delle nuove indicazioni sul ritmo del passo, avevano funzionato.

Andò in bagno e si guardò allo specchio. Si era svegliata particolarmente in disordine. Passò un dito sul sensore accanto allo specchio, pregando con tutto il cuore che avrebbe potuto aggiustarsi un po’ meglio prima di uscire.

 

Buongiorno, Amica! La Curva è all’1,738%. Per il suo profilo, è ammesso: lavare il viso; lavare le ascelle; lavare le parti intime. È obbligatorio: lavarsi i denti; lavarsi le mani. È suggerito: usare il collutorio; passare il filo; detergere le orecchie.  Badate alla vostra igiene personale, e ricordate: aiutate gli Amici, aiutate la Curva!

 

Dannazione, pensò Nelly; e pettinarsi?

Le indicazioni generali erano che, laddove qualcosa non era negli ammessi, allora doveva considerarsi fra i vietati. Tuttavia, la lista degli ammessi non poteva mai essere del tutto esaustiva, per cui ci si garantiva un minimo di libertà. Rischiare o non rischiare?

Avrebbe dovuto saperlo. Era per questo che si andava a lezione di Scoliologia, per cogliere queste sfumature di influenza della curva.

Decise di non rischiare. Non si sarebbe pettinata. I più facevano così; nessuno voleva correre il rischio di far abbassare la Curva o essere beccato in violazione. E poi, in realtà, era quasi impossibile rispettare la curva strettamente quanto richiesto. Lontano dai droni di sorveglianza, le piccole infrazioni erano numerose. Numerose, ma pericolose: facevano abbassare la Curva, anche se si poteva decidere di ignorarlo.

Ma oggi era un giorno speciale. Se la Curva lo avesse permesso, avrebbero seguito un intervento speciale di Viktor Saarinen, Nobel per le medicina per aver diretto il gruppo di ricerca che aveva dato vita a LifeCalc. 1.7% era senz’altro accettabile per questo. Le sarebbe davvero piaciuto essere pettinata.

Si lavò e scelse i vestiti; i colori indicati da LifeCalc per quel giorno erano il blu, il verde, il nero. Optò per un verde foglia che tendeva un po’ al giallo, ma in teoria doveva rientrare nei parametri per la curva. Si stava appena spogliando quando il suo occhio calò su un paio di mutandine rosa che facevano capolino da un cassetto. Rosa in un giorno di blu, verde e nero. Sarebbe stata un’infrazione chiarissima. Ma per quel giorno avrebbe voluto vedere Andrea, e probabilmente era possibile… Certo, più tardi avrebbe dovuto consultare LifeCalc per scoprire se sarebbe stato ammesso averci contatti fisici. Ma Andrea adorava quelle mutandine. E, be’, nessuno poteva sapere il colore delle sue mutandine: i droni non erano così raffinati.

Oh, al diavolo. Indossò le mutandine rosa.

La giornata fuori era primaverile, le vie ordinate e quasi vuote, pulite come sempre; decisamente una bella giornata, almeno per quanto una giornata all’1,7% potesse esserlo, e Nelly voleva sfruttare le sue quattro ore e mezza il più possibile. Ma prima, il rendez-vous con Saarinen.

L’aula magna della scuola era piena al massimo della sua capacità, almeno settante persone erano presenti. Trovò il posto assegnatole usando la apposita app e si accomodò sulla liscia panca di legno. Il suo sguardo si alzò verso le immagini dei due proiettori; una, ovviamente, era la curva del giorno: mostrava le oscillazioni fino alla quinta cifra decimale. L’altra era quella dove sarebbe apparso Saarinen. E lo fece rapidamente; non vi furono ritardi, né interventi di presentazione, non erano certo necessari.

L’immagine sullo schermo era di un uomo elegantemente vestito in una giacca beige, accomodata su una poltrona di un ufficio riccamente arredato. Ovviamente era pasciuto e in salute; aveva un viso ben rasato, il capo un po’ stempiato e qualche ruga appariva sulla pelle del collo e intorno agli occhi; in generale si poteva dire che dimostrasse un po’ di meno dei suoi centoquattordici anni. Rivolse agli studenti nella sala un sorriso cordiale.

“Quanti bei giovani!” Esclamò l’uomo. “Sono così lieto di vedervi. Sani, belli e desiderosi di apprendere, con piena dedizione alla Curva. Mi ricordate me alla vostra età… solo che quando avevo la vostra età la Curva ancora non c’era!”

Qualcuno ridacchiò.

“Non sapete che piacere sia, per me, fare ogni tanto questi incontri con gli studenti. Voi tutti diverrete un giorno dei professionisti della scoliologia, e malgrado possa sembrare che ci siano questioni più importanti cui dedicare il mio tempo, la Curva mostra senza dubbio che queste mie discussioni con gli studenti le giovano. Ora, non voglio certo tediarvi con i dettagli matematici o computazionali del funzionamento del mio adorato LifeCalc, che da tempo sfuggono anche al sottoscritto, né illustrarvi i noiosissimi principi base della scoliologia, che avrete tutto il tempo di studiare più avanti. Quello che mi preme, qui, è farvi capire l’importanza di quello che state facendo, e l’impatto che avrà sulla vita delle persone.”

Fece una piccola pausa, come ad assicurarsi che le sue parole fossero state adeguatamente pesate.

“Quello che vi dirò ora, probabilmente, già lo saprete; eppure, credo non si debba mai dare per scontato ciò che abbiamo, e tornare a riflettere su come funziona la Curva aiuta a seguirla con rinnovata dedizione.
Voi non potete certo ricordare i miei tempi, ma aver presente come fosse la vita prima della Curva vi farebbe bene. Sapete bene che una volta non c’era LifeCalc, e quello che succedeva era che la gente, semplicemente, moriva. Sì, molti di voi fanno facce costernate, eppure per millenni di storia umana la gente è morta così, accidentalmente, spesso senza avere raggiunto neanche la cosiddetta ‘vecchiaia’. La morte era un accadimento tremendo che si poteva verificare nella vita di chiunque, abbattendola. Un giorno passeggiavi, amavi, sognavi; il giorno dopo avevi una malattia, o un incidente, e non eri più vivo. Non eri più. Perdevi l’attributo dell’esistenza.

La morte era uno scherzo crudele, ragazzi miei. Qualcuno si spinge ad affermare che esista ancora, ma su questo torneremo; per ora il punto è che per millenni non ci sono stati gli strumenti necessari a capire davvero la vita, e dunque la morte, e per pensare di poterla mettere in scacco. La morte si appoggiava ad un milione di piccolissime variabili sociali ed individuali impossibili da controllare. Il ‘caso’, lo chiamavano. Chi poteva controllare un incidente d’auto, o una mutazione casuale nel genoma?

Ricordo la morte di mia madre. A quei tempi esisteva il cancro, forse ne avete sentito parlare, forse no; e lei ne fu stroncata a soli ottantaquattro anni. Sì, ora voi fate facce sconcertate, ma vi assicuro che morire a quell’età, ai miei tempi, era considerato quasi normale. Una cosa che andava accettata. Tragicomico, a ripensarci. Mia madre non aveva più un capello in testa ed espettorava sangue. Le sue mani artigliavano le lenzuola mentre se ne andava. Non voleva morire. Nessuno vuole morire. Nessuno dovrebbe morire. La più grande ingiustizia dell’esistenza, la morte, e a quei tempi si diceva che andava ‘accettata’. Accettare la morte, vi rendete conto? Un comportamento criminale, oggi rabbrividiamo a pensarci.

Una volta si diceva che la morte giocasse a scacchi con noi, e fosse destinata a vincere sempre. E noi avremmo dovuto accettarlo supinamente? Lasciarla vincere? No: noi abbiamo la scienza, non siamo obbligati a subire la morte. Noi possiamo trionfare sulla morte, ella non dovrebbe mai averla vinta. Noi non dobbiamo cederle un centimetro di terreno. Fu questa grande ingiustizia, quella che mi portò via mia madre, che mi spinse a dedicarmi alla biosorveglianza, e in seguito a fondare la scoliologia e a dare vita a LifeCalc. Quindi forse tutto ciò è stato per una ragione, col senno di poi.

Di certo tutti sapete come funziona LifeCalc: alimentandosi da un raffinato e capillare sistema di biosorveglianza che monitora strettamente i parametri vitali dell’intera popolazione mondiale, LifeCalc raccoglie tutti i dati sulle vite, e sulle morti, e sullo stato di salute dell’intera umanità, ed elabora quello che noi chiamiamo l’Indice di Vitalità Comprensivo, l’IViC, che voi tutti conoscete e che altro non è che una misura di quanto la gente vive a lungo e in salute; dopodiché modifica automaticamente le sue indicazioni ai governi e alla popolazione in modo da controllarne l’andamento e far sì che non scenda mai sotto certi livelli di guardia. La Curva, che voi tutti vedete accanto a me, mostra in tempo reale cosa succede all’IViC e si modifica istante per istante sulla base di ogni singola nostra azione, incluso il nostro parlare in questo momento. E, a proposito, siamo saliti a 1,740%, quindi direi che stiamo facendo bene in questa lezione!”

Qualche risata nel pubblico.

“Ma controllare l’IViC è una cosa che sarebbe stata possibile anche ad altri calcolatori, meno raffinati. LifeCalc non è solo un calcolatore, ma è un sistema di intelligenza artificiale, ergo, esso impara. Inizialmente pensavamo che LifeCalc avrebbe potuto solo dare indicazioni ai governi riguardo all’alimentazione, al movimento, all’aria che respiriamo e all’organizzazione dei sistemi sanitari. Ma questo era niente più che un limite umano delle nostre menti, che riescono a processare solo un infinitesimo di ciò che LifeCalc può elaborare. La sua IA ha presto iniziato a identificare un numero sconfinato di variabili che influenzavano l’IViC che noi non avremmo mai potuto immaginare: il modo in cui ci si veste, il ritmo a cui si cammina, quanto e come ci si lava, quanto si fa sesso, in che posizioni, quanta luce si prende, quanta aria, quanto caldo e quanto freddo, quali hobby è sano coltivare e quali invece accorciano la tua vita. Letteralmente ogni decisione della nostra vita è una di vita o di morte; noi non ce ne saremmo mai resi conto da soli, ma LifeCalc ce lo mostra e ricorda costantemente. Grazie a LifeCalc non vi sono più incidenti, non vi sono più malattie, non vi sono più tragedie. E non solo: ci ha alleggerito anche della responsabilità di dover prendere decisioni che potrebbero ucciderci; LifeCalc si prende cura di noi. Ha reso la vita di tutti più comoda, più sicura, e soprattutto più lunga.

Se in passato gli esperti hanno soppiantato l’antica pratica della politica sopprimendo ogni mediazione fra sé stessi e la gente, e iniziando quella che ricordiamo come la Tecnarchia, oggi gli esperti fanno solo da mediatori fra la gente e LifeCalc; si tratta della famosa scoliologia, la scienza che studia come applicare le direttive di LifeCalc per ottenere il miglior controllo possibile della Curva. E tuttavia, come molti di voi ben sapete, questa mediazione già oggi è sempre meno necessaria. Il ruolo dei Tecnici di Governo è già ora solo quello di ritoccare le impostazioni di LifeCalc di quando in quando sulla base di alcune variabili comportamentali, e migliorarne per quanto possibile l’infrastruttura hardware, ma anche questo contributo sarà, un giorno non lontano, rimosso del tutto, e anche i Tecnici di Governo saranno diventati inutili: saremo governati direttamente da LifeCalc, non dovremo far altro che seguire la Curva: laddove finisce la Tecnarchia, inizia la Scoliarchia. Voi tutti, giovani, studiate la scoliologia con giusta dedizione, eppure, come dico da anni, il fine della scoliologia è la fine della scoliologia: la scoliologia raggiunge il suo apice rendendo gli scoliologi inutili. In futuro, non vi sarà altro che la volenterosa e serena collaborazione dei cittadini alla crescita dell’IViC e al controllo della Curva. Essa permetterà un’organizzazione sempre più fine ed efficace delle nostre vite. Al contrario dei nostri antenati, noi vivremo; ancora, e ancora, e ancora.

E qui voglio rispondere ad alcune delle obiezioni che i detrattori della Curva a volte tirano fuori, irresponsabilmente noncuranti del fatto che dubitare della Curva non fa altro che far abbassare la Curva stessa. ‘Ma la morte c’è ancora!”, dicono costoro, i catastrofisti di professione, i nemici dell’umanità travestiti da umanisti.

È vero, la morte rimane; non siamo ancora riusciti a superare la durata di vita di centoquarantadue anni. La morte riesce ancora a darci scacco matto. Ma non importa.

Jorge Luis Borge scrisse che ‘essere immortali è cosa da poco; eccetto l’uomo, tutte le creature lo sono, giacché ignorano la morte.’

Ecco, la morte per noi ora esiste soltanto al modo stesso in cui esistono le galassie lontane: possiamo guardarle, sappiamo che subiamo la loro gravità, ma è talmente infinitesimale il loro effetto che di fatto non sono più parte della nostra vita. Possiamo dimenticarcene. Quanti di voi possono dire di aver sperimentato la vicinanza della morte, o di aver temuto di morire? Nessuno, chiaro, tutto ormai è sotto controllo. La morte era un imprevisto, ma ora non vi sono più imprevisti: tutto è ritmato, organizzato, ottimizzato per portarci alla vita più lunga possibile.

LifeCalc ci ha permesso anche di gestire tutti i problemi che erano stati sollevati dai disfattisti: il controllo rigido delle nascite ha permesso di non dovere più avere a che fare con le limitazioni nelle risorse che temevano i malthusiani, si fanno solo tanti figli quanto appropriato per garantire loro una vita lunga e in salute, e solo chi è in grado di crescere dei figli è autorizzato ad averne. E quando ci si sente pronti ad andarsene, rimane l’istituzione dello Spegnimento: l’industria eutanasica è diventata un mercato fiorente, e i simulatori mentali permettono di andarsene senza neanche rendersene conto.

Noi abbiamo scacciato la morte, l’abbiamo esorcizzata e ricacciata nell’oscurità da cui proviene. La religione nasceva dalla paura della morte, ma ora la morte è troppo lontana per farci paura, e così anche la religione è finita. Il furto, la guerra, tutti generati dalla paura della morte, ma ora ella è lontana. Non possiamo darle ‘scacco matto’, ma abbiamo impattato la partita: lei non può più muovere i suoi pezzi, è in stallo perenne. E per noi, i ‘mortali’, questa è già la vittoria.

E voi, voi siete coloro che vivranno per vedere il giorno in cui le daremo scacco matto. Mai più la sua ingiustizia ci renderà schiavi, se solo collaboreremo con la Curva. Molte ulteriori misure possono essere prese per migliorare la Curva e far vivere la gente più a lungo, e su molti ritardi in questo senso purtroppo sono colpevoli lo stato e i suoi tentennamenti. Per esempio, da anni io suggerisco una stretta decisa sulla deleteria abitudine di alcuni di scegliersi da soli i partner.”

Nelly arrossì vistosamente. Sperò che nessuno lo notasse.

“Si tratta di un vizio che da solo costa migliaia, e dico, migliaia di vite ogni anno in tutto il mondo; è tutto scoliologicamente dimostrato, è Scienza. Eppure, i Tecnici di Governo continuano ad assecondare questo puerile malcostume rifiutandosi di vietarlo. Dobbiamo prendere atto che molti ancora ritengono che il diritto di avere rapporti sentimentali con chi si vuole possa costare anche delle vite umane.”

Nelly abbassò lo sguardo.

“Ma ditemi voi a cosa serve potersi scegliere il partner, se poi si muore? Se poi si deve vomitare sangue per mesi su un letto di ospedale e quindi svanire, diventare nulla? No, signori, vivere, quella è la priorità; ma senza la piena collaborazione di tutti la Curva non crescerà e la nostra vita finirà, e questo è ciò che tutti dobbiamo capire ed evitare. Ed è questo il futuro lavoro degli scoliologi: trovare il modo per ottenere la massima aderenza di tutta la popolazione al controllo della Curva. Fare in modo che tutti capiscano che la Curva è vita, che la Curva è priorità assoluta. E un giorno, quella Curva schizzerà in alto verso l’infinito, accompagnandoci con lei all’Eternità…

Grazie a tutti.”

Applausi scroscianti.

 

 

Il presidente sfogliò nervosamente il rapporto con le dita ossute. Un uomo grasso con le dita magrissime. Un contrasto che Helmut aveva sempre trovato strano quanto affascinante. Ma la situazione non lasciava molto spazio a queste riflessioni.

Il presidente posò i fogli spillati con un gesto nervoso.

“Non ci capisco niente.” Disse. “Non sono bravo con questo tipo di conti; LifeCalc fa queste cose molto meglio di me. Mi riassuma che significa.”

Helmut si torturò le mani sotto la scrivania mentre parlava:

“È Epimeteo, signore. Lo hanno monitorato strettamente negli ultimi due mesi, pensavamo che non avrebbe colpito la Terra. Invece adesso si prevede un potenziale impatto la settimana prossima.”

“Potenziale?” Domandò il presidente; “potenziale quanto?”

“61%.”

Il presidente si massaggiò il mento paffuto con aria pensosa.

“Che conseguenze può avere?”

“Quelle chiarite nell’allegato A. Non c’è tempo per fare evacuazioni, e comunque non si possono evacuare intere nazioni. Ci aspettiamo qualche decina di milioni di morti, nell’immediato, e nel lungo termine…”

“…Decine di milioni, ha detto?!” Lo interruppe il presidente. “Non è ammissibile!”

“È un asteroide, signore. Ed è piuttosto grosso e veloce.”

L’uomo si agitò nervosamente sulla poltroncina.

“E che cosa vorrebbe da me? Perché mi porta questi dati?”

“Signore, bisogna preparare un piano di reazione, questo potrebbe essere un disastro incalcolabile.”

“Disastro, può essere. Di incalcolabile, però, non c’è niente”, obbiettò il presidente. “LifeCalc sa di tutto ciò?”

Helmut scosse la testa.

“Non ha strumenti di rilevazione astronomica, non abbiamo mai pensato fossero realmente necessari.”

“Informatelo, allora, che state aspettando?”

Helmut aggrottò la fronte.

“Signore, se informiamo LifeCalc la curva scenderà e la gente entrerà nel panico; inoltre, LifeCalc non è progettato per affrontare un disastro di questa portata, non ha gli strumenti per…”

“Per prima cosa, la Curva scenderà solo pochi minuti prima dell’impatto, se ci sarà. Quanto agli strumenti, li avrà. Imparerà, è un’intelligenza artificiale, serve a questo. E comunque è l’unico mezzo cui possiamo affidarci ora. Non mi chiederà mica di prendermi la responsabilità di decidere cosa va fatto senza consultare LifeCalc, spero.”

“Presidente”, obbiettò Helmut, pacato; “LifeCalc può solo bilanciare la Curva, non può impedire un impatto meteoritico. E non ci saranno solo i morti nell’immediato, stravolgerà il clima, le conseguenze potrebbero durare secoli; dobbiamo pensare al futuro, a quello che succederà dopo…”

“Dopo?!” Esclamò, il presidente, con aria molto irritata. “Che diavolo è il dopo?! Non ce l’ha una vita adesso, lei, da avere tempo di pensare a una cosa che non esiste ancora? Non c’è nessun ‘dopo’, signor Helmut, e non siamo tenuti a pensarci. LifeCalc penserà a prolungare le nostre vite qui e ora.”

“Signore, rischiamo un disastro immane se non agiamo in modo ponderato, i nostri figli…”

Figli, signor Helmut?!” Il presidente balzò in piedi, stavolta infuriato e tutto rosso in faccia. “Ma certo, perché non anche i nipoti, dato che ci siamo?! Lei non ha figli, signor Helmut. LifeCalc le ha forse assegnato compiti riproduttivi? Non mi pare, e conoscendo i parametri di LifeCalc come li conosco io, non ne affiderà mai a uno come lei. Figli… Lei sta troppo con la testa fra asteroidi e buchi neri, e si è scordato della Terra e di come funziona: i figli sono l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno, ora come ora. LifeCalc non avvia piani riproduttivi da sette anni, e non lo farà per almeno altri sette. E sa perché? Sì, che lo sa, le basterebbe guardare bene la Curva, ma lasci che glielo spieghi io: i figli sono per chi muore e ha paura di lasciare il vuoto dietro di sé. Ma io non intendo morire o lasciare che la popolazione che LifeCalc mi ha dato in gestione muoia, men che meno per uno stupido sasso spaziale! Noi non abbiamo doveri verso figli ipotetici, verso chi non esiste, ne abbiamo solo verso chi esiste oggi! Ed essi si esercitano attraverso un unico imperativo, un solo dovere, totale e categorico: quello verso la Curva. Inserisca immediatamente i dati che ha dato a me dentro LifeCalc. Ci penserà lui a risolvere questo problema, come li ha sempre risolti tutti. Prenderà misure adeguate e calcolate, e noi le eseguiremo. Questo è il nostro dovere, è questo che fa un buon tecnico di governo. Ora se ne vada.”

Helmut tacque, abbassò lo sguardo e raccolse i suoi fogli, quindi si alzò in piedi e si diresse verso la porta. Ma la voce irata del presidente risuonò ancora alle sue spalle.

“Ecco! Dannazione! Guardi, ha già fatto danni!”

Helmut si voltò verso di lui, quindi seguì il suo dito, puntato verso lo schermo a parete su cui scorrevano i grafici sull’IViC. I tecnici di governo, ovviamente, disponevano di strumenti analitici molto più raffinati, capaci di cogliere fluttuazioni nella Curva al livello della quindicesima cifra significativa. E uno dei grafici mostrava una fluttuazione appena pochi secondi prima.

“Una fluttuazione.” Disse il presidente, la voce gelida. “Un’inutile, stupida fluttuazione. Probabilmente questa inutile discussione in cui mi ha trascinato ha parte della responsabilità. Da qualche parte la vita di qualcuno si è accorciata, per causa sua. Ma a lei non importa la vita umana, suppongo che lei dovrà pensare ai figli, che non ha, e ai suoi sassi spaziali. Sparisca, ora.”

Helmut abbandono l’ufficio.

 

“Guarda quel tipo”, disse Andrea, facendo un cenno col mento all’indirizzo di un distinto signore in tuta refrigerante scura, che si era appena accomodato su una panchina pochi metri più in là della loro.

Nelly lo esaminò discretamente ma con cura, senza capire su cosa il fidanzato volesse attirare l’attenzione.

“Sì? Che ha?” Si decise a domandare, alla fine.

Andrea parlò storcendo le labbra, e con tono scocciato.

“Ti pare nero, quel completo? È marrone, Nelly. Oggi era permesso il nero, non il marrone. Non sono la stessa cosa.”

Lei osservò ancora meglio il signore. A lei quel vestito pareva proprio nero. Ma forse dipendeva un po’ dalla luce.

“Spero che i droni se ne accorgano e gli facciano passare un brutto quarto d’ora”, disse Andrea.

Nelly chinò il capo da un lato e disse:

“Be’, non mi pare troppo diverso dal nero, quel colore lì, onestamente. Non ti facevo così rigido… Cavolo, sei anche iscritto ai Flessibilisti Globali…”

“Nelly”, replicò lui, tutto serio; “sono flessibilista, ma non sono un irresponsabile; prima di tutto bisogna guardare la Curva. In un altro momento avrei potuto accettare anche quel marrone, forse… ma non dopo una settimana che l’IViC sta sotto lo zero. Nelly, l’IViC non è un gioco, è gente che vive o che muore, la situazione non è buona. Se LifeCalc indica che bisogna scegliere il nero non è uno scherzo, vuol dire che salverà delle vite. E quello va in giro vestito di marrone, spacciandolo per nero e pensando di prenderci tutti per scemi.”

“Sì, questo lo capisco…” rispose Nelly, un po’ a disagio: non amava i conflitti, e notoriamente erano una grossa causa di fluttuazioni dell’IViC, quindi voleva evitarli il più possibile “… però, alla fine è un uomo solo, e quel colore sembra proprio nero…”

“Nelly, se iniziamo a ragionare così finisce che si torna a vestirsi ciascuno come gli pare, ed è un disastro. Prima di tutto viene la salute, la vita; prima di tutto viene la Curva. Flessibilisti, ok; assassini, no. Io non servo la morte, Nelly. È una cosa brutta, la morte. Anche se forse questo tu non lo puoi capire, perché tu non l’hai mai vista.”

Nelly stava per replicare qualcosa, ma su questo punto non poteva ribattere. DI certo nella sua vita c’erano stati alcuni Spegnimenti, ma la morte cosiddetta ‘naturale’ era un’eventualità così rara che quasi nessuno ne vedeva. Lei non l’aveva mai vista e contava di non vederla mai. Era già strano abbastanza che Andrea ne avesse vista una, e lo avesse tanto turbato. Pensò che forse gli avrebbe dato semplicemente ragione e troncato lì il conflitto, prima di rischiare di turbare la Curva. Aprì bocca per farlo, ma si fermò notando l’espressione sul viso di Andrea. Da un momento all’altro il suo viso era sbiancato, e guardava verso l’alto con occhi tondi come monete, senza sbattere le palpebre.

Alzò anche lei lo sguardo, sul tabellone della Curva. E sentì un tonfo al cuore anche lei.

Stava scendendo in picchiata. Era a -17%.

“Non… non è possibile!” Disse Nelly, la voce che le tremava. “Il tabellone deve essere rotto! Non siamo mai scesi sotto il -5%, mai!”

Ma Andrea aveva già tirato fuori il suo biosorvegliatore portatile per controllare: il piccolo schermo diceva la stessa cosa. Ora, però, era -25%. Nelly si frugò rapidamente nella borsetta e tirò fuori il proprio: identico responso.

“Andrea… che sta succedendo?! Che abbiamo fatto?! Perché la Curva sta scendendo?!” Esclamò, la voce che le diventava stridula senza volerlo.

Andrea fissava la Curva, ormai sotto il -30%, mentre scendeva ancora, e ancora.

“Andrea… ho paura! Non voglio morire!” fece Nelly, cercando la sua mano con la propria, ma non appena la sfiorò lui si ritrasse di scatto e balzò in piedi, come se avesse toccato un serpente velenoso.

Ma sei scema?! Non mi toccare mai più! Lo sapevo, lo sapevo io, non stiamo seguendo abbastanza la Curva, e ora ci punisce! Tu e le tue stupidaggini…” La guardò come si guarda una zecca sul pavimento. “Scegliersi il partner… non avrei mai dovuto assecondarti in questa stronzata, è stata tutta una tua idea, ma ti denuncerò, dirò a tutti che è stata colpa tua, lo sapranno che l’assassina sei tu, tu, non io!”

Il cuore di Nelly, se possibile, sprofondò ancora. Sentì il mondo che si ritraeva da lei. Tutto ciò che sino a un attimo prima era confortante, piacevole e comodo, ora diventava freddo ed ostile. E lei… lei aveva messo quelle stupide mutandine rosa.

Sono stata io… Li sto uccidendo io…

SI sentì intontita, il mondo le appariva ovattato e lattiginoso, i suoni distorti, come provenienti da lontano. Il respiro le mancava e sentì di stare per svenire.

E anche lui! È colpa sua, quello stronzo, marrone come gli stronzi come lui!

Andrea si stava avventando sull’uomo in marrone. Dei passanti andarono a dargli manforte, probabilmente senza neanche capire perché. Nelly registrava appena quegli eventi. I suoi occhi tornarono in alto, sulla Curva. -280%.

L’atmosfera si faceva calda, come il magma, e dello stesso colore. Le cime degli alberi del parco presero fuoco. Poi una grande ombra. Un grande tuono.

 

Buongiorno, Amici! Oggi la Curva è al -7980%. Questo è considerato un giorno: molto negativo. L’aderenza è considerata: molto bassa. La temperatura di 1800 C° impone di non uscire. Abbiate una buona giornata, e ricordate: aiutate gli Amici, aiutate la Curva!

 

 

In un altro luogo, in una stanza buia, una vecchia donna allungò una mano rinsecchita verso una scacchiera e mosse in avanti un pedone del nero.

“Scacco matto.”