Piccardo, le unioni civili e la poligamia

7 08 2016
Perché nessuno ha capito il senso delle affermazioni di Piccardo?
Ma vi pare davvero che un personaggio così esposto chiederebbe la poligamia in Italia? Con che possibilità? Al massimo potrebbe inasprire il clima di odio verso i musulmani, ma di sicuro non può ottenere il riconoscimento che dichiara di volere.
Ma davvero non si capisce il suo intento? Non avete seguito un minimo le strategie comunicative di Gianfranco Amato, Costanza Miriano e gang, abbastanza da aver imparato come si comporta un integralista religioso?
Facciamo un ripassino: Amato e Miriano sono effettivamente dei fanatici religiosi cui piacerebbe mandare i gay in carcere, vietare aborto e divorzio eccetera. Ma non la mettono mai giù in quel modo (se non in quei momenti in cui “gli scappa” di dire quello che pensano davvero), perché sanno che metterla in quel modo è una battaglia persa.
Per capire la strategia degli integralisti religiosi bisogna ricordare l’impagabile Salvemini:
“La realtà è che quando un clericale usa la parola libertà intende la libertà dei soli clericali (chiamata libertà della Chiesa) e non le libertà di tutti. Domandano le loro libertà a noi laicisti in nome dei principi nostri, e negano le libertà altrui in nome dei principi loro.”
L’integralista religioso non è stupido; ciò che fa va analizzato considerando il suo comportamento come altamente strategico: sta buono, mantiene un basso profilo, osserva in silenzioso disprezzo la società liberale e democratica, e attende il suo primo spiraglio di debolezza in cui infilarsi per aggredirla. Conosce tutti i bug del sistema democratico soprattutto per quanto riguarda la comunicazione, ed è sempre pronto a sfruttarli a proprio vantaggio.
I fondamentalisti, cattolici o islamici che siano, sanno che non possono ridurre la libertà di espressione dei loro nemici invocando il potere della censura, perché nella società occidentale quel potere è molto ridotto e spesso non è più dalla loro parte, dunque rovesciano la cosa e la pongono come una questione di “libertà di espressione” e “libertà di educazione”. Loro chiedono la libertà di odiare gli LGBT, la libertà di discriminarli, la libertà di propagandare quell’odio ovunque riescano senza nessun argine.
Il fatto che pongano la questione come una questione di libertà e democrazia non deve trarci in inganno, non deve essere scambiato neanche per un momento come il frutto di un sincero credo nella democrazia e nel pluralismo; quello che cercano di fare è semplicemente sfruttare le superficiali contraddizioni del sistema democratico e liberale con l’intento di farlo collassare, esattamente come dice Salvemini.
Una di queste contraddizioni è che la società aperta deve difendersi dai suoi nemici, dunque deve reprimere in varia misura coloro che vorrebbero distruggerla. Dunque i principi di libera espressione, libera educazione, libera stampa libero movimento etc. incontrano un limite nel momento in cui vengano usati proprio per limitare la libertà altrui. Dunque la società aperta può essere aperta solo fino ad un certo punto e i suoi principi hanno una validità per forza di cose limitata; questo limite è complesso, sfumato, difficile da tracciare; dunque chi vuole danneggiare la società aperta vi vede un’immediata debolezza, una presunta “incoerenza” da denunciare, un’area di cedimento, di potenziale confusione filosofica e culturale in cui insediarsi per far danni.
Quando la Miriano chiede libertà di espressione in realtà si sta muovendo strategicamente in due direzioni: la prima, si sta creando uno spazio di manovra per coltivare e diffondere idee repressive e totalitaristiche al sicuro dal giusto ostracismo cui sarebbe sottoposta altrimenti; la seconda, sta cercando di scatenare un senso di schizofrenia, confusione e contraddizione sui principi liberali. È come se dicesse “guardate: i vostri stessi principi sono quelli che permettono a me, che sono contro quei principi, di esprimermi contro di essi. Come fate a supportare una cosa così ipocrita e assurda? Appoggiate piuttosto il mio sincero e coerente totalitarismo teocratico!”
Finito il ripasso, torniamo a Piccardo. Non pensate neanche per un momento che Piccardo sia meno integralista o più scemo di Miriano ed Amato perché è musulmano, ragiona esattamente allo stesso modo: non sta richiedendo un diritto civile, piuttosto si sta ricavando uno spazio di manovra per organizzare una controffensiva contro i diritti civili, e al contempo fa la prima mossa di questa controffensiva: denuncia il sistema democratico dello stato di diritto come debole ed incoerente.
Non era una difesa della poligamia, la sua, quella avete più probabilità di sentirla a qualche pride; era un attacco alla comunità LGBT. E infatti un sacco di omofobi subito hanno colto l’assist e hanno ripreso in mano il loro vecchio argomento del pendio scivoloso… la frase di Piccardo serviva proprio a dargli questo assist. E lasciatemelo dire, è del tutto evidente che sia così anche dalla forma in cui l’argomento è stato posto!
“Io e milioni di persone non condividiamo la relazione omosex e tuttavia essa è lecita e ne rispettiamo gli attori. Ora lo Stato regolamenti anche il matrimonio plurimo”
Questo è chiaramente e inequivocabilmente un attacco omofobico in tutto e per tutto!
E dando spazio alle sue ridicolaggini lo si aiuta. Non che possa fare molto danno, beninteso, ma sarebbe meglio evitarlo.
Ossequi.




Razionali, razionalisti?

10 07 2016

 

Il sito dell’UCCR, “Unione Cristiani Cattolici Razionali” è uno dei miei bersagli preferiti, lo trovo troppo divertente, seppure mi faccia in contemporanea un po’… come dirlo … Mi faccia un po’ senso, ecco. Ma non sono l’unico a trovarlo divertente, soprattutto per via dell’ovvio ossimoro di dichiararsi “razionali” e poi metter su un sito che è fra le dieci maggiori repository italiane di bufale, fallacie logiche e nonsense.

Fa sorridere anche pensare al fatto che il nome vorrebbe rappresentare uno spoof, una presa in giro, dell’UAAR, Unione Atei Agnostici Razionalisti. Gli UAAR si ritengono razionali, sì, ma anche razionalisti. Con il loro nome gli UCCR accusano delicatamente ma inequivocabilmente gli UAAR di essere razionalisti, cosa molto brutta e cattiva, ma non razionali come sarebbero  loro.

Ora, non staremo qui a sottolineare di fronte al mio pubblico, che generalmente ha una certa cultura ed intelligenza, l’ovvietà che l’UCCR non è razionale in nessun senso del termine (seppur del termine “razionale” torneremo a discettare). Piuttosto vorrei discutere due aspetti che non sono altrettanto ovvi: possiamo dire che l’UAAR sia razionalista, e che l’UCCR invece non lo sia?

La risposta a questa domanda è secondo me tutt’altro che scontata. Diciamo che l’appellativo di essere “razionale” piace un po’ a tutti; è molto neutro e sembra un complimento, tutti vogliono definirsi razionali; gli atei di ferro dell’UAAR però ci tengono a definirsi razionalisti, mentre gli integralisti cattolici dell’UCCR ci tengono a prendere le distanze da quella definizione.

Come spesso facciamo su queste pagine, partiamo da questo spunto per un discorso di respiro molto più ampio. Da questa dicotomia comunicativa fra UAAR e UCCR possiamo infatti provare a desumere una vulgata, un luogo comune, un’idea o un quadro di pensiero così diffuso da essere dato quasi per scontato nel pensiero moderno.  Cerchiamo di desumere, insomma, cosa dice quella che gli integralisti religiosi amano chiamare la “cultura dominante” (onde potersi vantare di non farne parte), e poi valutiamo se questa diffusa idea sia effettivamente fondata.

Tutti vogliono essere razionali, dato che tutto sommato non significa niente di preciso. Gli UCCR mandano affanculo tutta la comunità scientifica mondiale ma ancora si fregiano del titolo; stanti così le cose è evidente che lo usano più o meno come sinonimo di “furbo e intelligente dal mio punto di vista” e nulla di più. “Razionalisti” dovrebbe voler dire qualcosa di più preciso, ovvero un affidarsi in maniera preponderante allo strumento della ragione, un credo stentoreo nell’ordine razionale del mondo e nella capacità della mente umana di penetrarne il disegno in maniera completa. Ovviamente, lo strumento principe della ragione è la scienza, dunque il razionalista in teoria è anche uno che crede con fermezza nel metodo scientifico. L’ateo è naturalmente razionalista, o incline ad esserlo? E il credente, il credente è naturalmente irrazionalista o incline ad esserlo?

La vulgata comune è che sì, è così. Perfino gli UCCR, il cui lavoro consiste praticamente per intero nell’usare giochi di prestigio per cercare di far passare l’idea che la scienza sia sempre dalla loro, non ritengono di essere razionalisti. Avvertono, come tutti, la sensazione che “ragione e fede sono cose separate”.

Ecco la vulgata, ecco il luogo comune indistruttibile; il pensiero che ti fa fare gli applausoni se lo dici in un talk show serale, insomma. Sicuramente il credere in Dio e il credere nella ragione e nella scienza sono cose separate che procedono su sentieri separati e trattano oggetti di ricerca separati.

È a partire da questo assunto che praticamente tutti i discorsi su religione e ragione vengono affrontati oggidì. Ci sono minoranze di “incompatibilisti” più o meno radicali, convinti che fede e ragione, approcci separati e diversi l’uno dall’altro, si litighino un campo che dovrebbe appartenere ad una sola delle due. Il sottoscritto è un incompatibilista ateo, ad esempio: la scienza è ciò che serve, non c’è spazio per la fede. Gli integralisti protestanti di stampo americano, come i loro epigoni italiani aderenti di solito alle chiese pentecostali, sono invece incompatibilisti credenti: la Bibbia ci spiega il mondo, non c’è spazio per la satanica scienza. Ma a parte questi casi, più di frequente abbiamo a che fare con compatibilisti che affermano che sì, scienza e fede sono cose separate, ma che proprio in virtù della separazione possono convivere pacificamente. Dunque io credo nella creazione MA ANCHE nell’evoluzione. Credo nella morale sessuale cattolica, MA ANCHE nella coppia omosessuale.
I compatibilisti, in qualche modo, cercano sempre di tenere il piede in due scarpe. Alcuni lo fanno saltellando da una scarpa all’altra, come ad esempio Renzi e Vendola in politica, o come Vattimo in filosofia. Altri indossano la scarpa della razionalità sulla testa a mo’ di cappello e vogliono definirsi ancora razionali, come appunto l’UCCR; altri ancora fanno la stessa cosa con la scarpa della religione ma definendosi ancora credenti o quanto meno neutrali, come ad esempio molti nel CICAP.

Ci sono mille contraddizioni particolari nell’approccio compatibilista, andare ad elencare casi specifici è sparare sulla Croce Rossa, e la gente non mi legge per sentirsi dire banalità del tipo “ma che cattolico sei se sei a favore dell’aborto?” o “ma che razionale sei se ogni volta che la scienza non è d’accordo con te la scarichi nel cesso?”
Il mio punto non è il modo in cui questi attriti fra fede e ragione sono affrontati oppure svergognatamente negati; il punto è che tutti sono d’accordo che fede e ragione siano cose separate. Tutta la discussione che segue è una semplice disputa territoriale: dove si applica la fede, e dove la ragione? L’UCCR non vuole dirsi razionalista perché è convinto che ci siano ambiti su cui la ragione reclama territorio che però vanno consegnati alla fede (nel caso specifico, praticamente tutti). L’UAAR vuole dirsi razionalista perché ritiene che sia la fede che reclama spazi non suoi (anche qui, praticamente tutti).

Ma se invece fede e ragione fossero la medesima cosa? Se essere razionalisti ed essere fideisti fossero tutto sommato sinonimi, o al massimo modi diversi di guardare allo stesso approccio filosofico? Qualcuno l’ha mai considerata questa possibilità?

Sì: nel Medioevo, TUTTI. Nel Medioevo, era QUESTA la vulgata: ragione e fede sfumano l’una nell’altra, non v’è cesura né disputa territoriale alcuna.

Una delle argomentazioni più idiote usate dai credenti per sostenere che la scienza sia dalla loro anche quando non lo è è copiare-incollare un elenco di famosi scienziati credenti che gira in rete da anni, e probabilmente continuerà a girare sempre uguale anni dopo la mia morte: “visto quanti scienziati credenti? È perché non è vero che la scienza contraddice la fede”. L’argomento è chiaramente demenziale per una serie di ragioni, prima fra tutte il fatto che nella lista ci sono prevalentemente scienziati vissuti secoli fa in un mondo, quello della scienza, in cui sei le tue posizioni diventano già obsolete dopo un anno da quando sono state espresse; ma ancora più demenziale è la risposta che danno di solito gli atei a questo demenziale argomento:  “erano credenti solo perché se no lì  bruciavano!”

Chiariamoci: è vero, non conveniva a chi avesse la pelle sensibile al fuoco dichiararsi atei nel ‘600, per dire. Ma chi dica che gli scienziati del passato erano credenti solo perché costretti è uno che non ha letto niente di quello che costoro hanno scritto.

Farò un esempio per tutti; prendiamo Cartesio, da molti considerato iniziatore del razionalismo e fra le altre cose grandissimo matematico. Cartesio era un gran paraculo che non pubblicava niente senza essere sicuro al 100% di non rischiare l’Inquisizione; quindi sì, è vero che era in qualche misura costretto. Però, leggetelo tutto. Il sistema di Cartesio dipende da Dio per funzionare. Seppure Pascal “accusasse” Cartesio di aver costruito un sistema che poteva fare a meno di Dio eccetto “per fargli dare un colpetto per far iniziare a muovere il mondo”, quest’accusa è ingiusta a leggerla oggi. È vero che l’universo di Cartesio è meccanicista e può sembrare che non abbia bisogno di Dio per andare avanti, ma se guardiamo con più attenzione vediamo che Dio è la toppa che Cartesio mette su tutti i buchi del suo sistema, che altrimenti lo farebbero crollare. L’esistenza del mondo esterno, che Cartesio aveva sottoposto al suo dubbio iperbolico, viene salvata attraverso il ricorso a Dio: la garanzia che il mondo esiste è Dio; senza Dio Cartesio è impantanato come una zanzara sulla carta moschicida.

Dunque si mette diligentemente all’opera e prova logicamente l’esistenza di Dio. Come avevano fatto quasi tutti i filosofi prima di lui, peraltro!

Di prove dell’esistenza di Dio oggi non si parla più, e quando se ne parla vanno per la maggiore i miracoli. Dal punto di vista filosofico ciò è buffo, perché i miracoli per definizione non provano niente e infatti i razionali filosofi medioevali usavano un armamentario argomentativo molto più raffinato. Tuttavia è comprensibile se si ricorda la vulgata odierna su fede e scienza: la prova è un concetto scientifico, ricordiamoci che oggi fede e scienza sono considerate rigidamente separate, dunque non si può e non si deve tentare di dar prova di Dio; anche perché se sottoponi Dio al processo della prova lo sottoponi anche al rischio, o meglio alla certezza, della controprova. Per questo oggi i credenti citano prevalentemente i miracoli, ovvero non cercano di provare qualcosa di positivo muovendosi all’interno del pensiero scientifico e razionale, ma piuttosto di scardinare la logica scientifica ed il concetto stesso di prova attraverso l’eccezionale. Per la ragione, che si sforza disperatamente di dare al mondo delle regole, le eccezioni, le imprecisioni, le fluttuazioni, sono una minaccia, un’elemento di caos; ed è lì, in quello spazio pertinente al non-razionale, che i credenti cercano di ritagliare il proprio spazio in opposizione alla ragione, nella posa dichiarata o velata del nemico della ragione.
Ma questo atteggiamento, almeno da parte dei credenti un po’ più intellettualoidi, è abbastanza giovane in senso storico. Non dimentichiamoci che c’è stato un tempo in cui tutti i filosofi, che erano spesso anche scienziati  e comunque i massimi intellettuali del tempo, citavano prove positive e logiche dell’esistenza di Dio. Una di esse, quella ontologica, è semplicemente e palesemente ridicola e ammetto che mi sorprende che qualcuno possa averla seguita davvero anche solo per un momento …  Ma le altre, e mi riferisco soprattutto alla prova cosmologica della “causa prima” e quella fisico-teologica basata sull’ordine razionale del mondo, avevano una logica abbastanza stringente, specialmente la seconda.

Ora, non possiamo accusare Cartesio di essere ateo, quando infilava Dio pure nell’insalata. Nemmeno possiamo accusarlo di essere un irrazionalista: è considerato il padre del razionalismo! E nemmeno possiamo fare quello che piacerebbe ad alcuni credenti, ovvero riconoscergli di essere riuscito a conciliare l’inconciliabilità fra fede e ragione, perché sanno anche le capre che il suo sistema filosofico di fatto era un colabrodo. Il punto è un altro, e cioè che Cartesio non vedeva ancora alcuna distinzione netta fra fede e ragione; sfumavano l’una nell’altra. Cartesio risolveva i problemi logici del suo sistema invocando Dio, e il suo sistema a sua volta provava l’esistenza di Dio. Non stava cercando di conciliare fede e scienza, erano già unite nel momento in cui il sistema era stato concepito. Be’, certo, i gemellini monozigotici stavano iniziando a separarsi in quel periodo, Cartesio probabilmente lo stava vedendo ed è forse l’ultimo che tenterà seriamente di tenerli insieme come succedeva ai bei vecchi tempi. Ma nel suo sistema sono ancora uniti.

Il chirurgo che li separerà per sempre ha, ai miei occhi, il nome di Blaise Pascal. Oggi uno degli idoli dei credenti e di tanti compatibilisti, è forse l’iniziatore, o comunque uno degli avvocati più convinti, del luogo comune di cui dicevo: scienza e fede sono separate. La ragione è sovrana su questioni di ragione, ma deve riconoscere che “ci sono infinite cose al di là di essa”. Su queste cose regna invece la fede, ma attenzione, anche lei non è autorizzata a sconfinare! Il moto dei fluidi lo decide sempre la ragione!
Quali siano le questioni di scienza e quali quelle di fede a questo punto è disputa territoriale, e su questo argomento ci stiamo ammazzando a vicenda ancora oggi, ma è ormai chiaro che sono cose diverse e trattano di cose diverse. La scienza ha un suo regno e la fede ne ha un altro.

Ora guardiamo questi due soggetti: l’ultimo ad essere convinto che scienza e fede fossero una cosa sola, e il primo a dire che non è così. Guardiamoli dal punto di vista psicologico.

Domandiamoci: sono razionali?

Come tutti gli esseri umani, sono razionali a corrente alternata, ma fintanto che non avremo chiarito meglio il termine “razionale” riconosceremo loro che, a parte qualche cazzata come alcune prove dell’esistenza di Dio di Cartesio e la scommessa di Pascal, erano due cervelli abbastanza rigorosi.

Sono razionalisti?

Cartesio di sicuro, ma Pascal molto di meno. Entrambi credono che il mondo abbia un ordine razionale che può essere penetrato dalla mente umana; hanno una fiducia fortissima nella ragione, ma è solo Cartesio ad essere convinto che vi sia ragione ovunque e che essa sfumi naturalmente e comodamente nella fede. E razionalisti quasi come Cartesio erano anche tutti i filosofi cristiani medievali che prima di lui avevano tentato di provare l’esistenza di Dio; non sempre erano razionali, ma sempre erano razionalisti. Anche Anselmo quando scriveva quella robaccia ridicola della prova ontologica lo faceva evidentemente con una fiducia grandissima nel potere della ragione (forse non infinita, diciamo, quello no, ma quella penso neanche Dawkins ce l’abbia). Il famoso “intellego ut credam“, è il motto; ragiono per credere, il ragionamento mi porta naturalmente a credere. E la ragione sembrava indicare inequivocabilmente che Dio c‘era; anche perché se no come spieghiamo il fatto che ci sia questo unico mondo al centro dell’universo intorno al quale tutto gira? Come la spieghiamo l’esistenza della vita e la differenzazione della specie, senza Darwin? Dio è una soluzione abbastanza ragionevole, se proprio ci serve una spiegazione per tutto.

Ma ci serve proprio una spiegazione per tutto?

Nel loro rigido razionalismo, i filosofi medioevali erano alla ricerca continua di una spiegazione per tutto; non riuscivano a fare a meno di una spiegazione.

Questo è un punto importante all’interno del razionalismo, e va spiegato. Prendete la prova della Causa Prima sull’esistenza di Dio; la conoscete, no? Poiché ogni cosa ha una causa, la catena delle cause degli eventi andrebbe naturalmente all’indietro all’infinito; ma ciò è inaccettabile, allora è necessario postulare una causa prima incausata, Dio.
Il difetto di questa prova è evidente: se postuliamo una causa incausata stiamo semplicemente contraddicendo la premessa principale, e cioè che ogni cosa debba avere una causa; e se non è vero che tutto deve avere una causa, allora posso anche decidere che il mondo è iniziato in una grande esplosione senza nessuna causa. “Ma come? E il Big Bang cosa l’ha causato?” è una domanda legittima e naturale, ma non più e non meno legittima e naturale di “e Dio chi l’ha creato?”

Attraverso la questione della causa prima ci rendiamo conto, semplicemente, che ci sono quesiti indecidibili, domande che non hanno una soluzione, fatti che non ce l’hanno una spiegazione. Non a caso, si tratta di una delle aporie sottolineate da Kant: tanto “esiste una causa prima” quanto “non esiste una causa prima” sono soluzioni inaccettabili al problema della regressione infinita delle cause.

E Kant era proprio un nome che bisognava fare a questo punto, perché se Cartesio è l’ultimo vero razionalista puro, Kant è il primo esponente di un razionalismo nuovo, quello cui si rifanno coloro che si definiscono razionalisti oggi. Un razionalismo basato sulla critica della ragione alla ragione stessa. Il kantismo è la ragione che critica sé stessa e si riconosce limitata, e accetta in qualche misura di stare dentro ai propri limiti. È finita l’era della ragione assoluta, la ragione che ordina ogni cosa e che deve spiegare ogni cosa, ed è così ossessionata dal dover spiegare tutto che è pronta anche a spiegarlo male … per esempio rispondendo “l’ha fatto Dio” ogni volta che è in difficoltà.

Il sistema kantiano è filosoficamente molto problematico; ciò nonostante, Kant è oggi probabilmente il filosofo più amato dagli scienziati, perché il suo approccio è lo stesso dello scienziato: navighiamo a vista, lavoriamo per spiegare quello che riusciamo a spiegare, ma non illudiamoci di riuscire a soddisfare mai la ricerca infinita della ragione; lo scienziato vive per le domande molto più che per le risposte. È questa la ragione per cui quando sento dire che “la scienza non può spiegare tutto” come argomento in favore dell’irrazionalismo, sorrido sempre: tutti gli scienziati sanno che la scienza non può spiegare tutto, non foss’altro che perché non vivremmo abbastanza da riuscirci; il senso della scienza non è tanto spiegare tutto, quanto provarci sempre.

Dunque la ragione che sta dietro alla scienza moderna non è una ragione onnipotente, assoluta e onnicomprensiva. Quel tipo di ragione che vuole assolutezza a tutti i costi non può che, in pieno spirito hegeliano, degenerare nel suo perfetto contrario: irrazionalità.

Il che ci conduce finalmente a quella che è la mia risposta al quesito iniziale sul razionalità e razionalismo. Uno scienziato ateo, oggi, forse non dovrebbe dirsi razionalista, perché se ha fatto i compiti a casa di filosofia dovrebbe sapere che la ragione è uno strumento intrinsecamente limitato utilizzato da esseri intrinsecamente limitati per riuscire a gestire meglio le loro vite intrinsecamente limitate. Se il razionalismo è la fiducia senza confini nella ragione che tutto inquadra, tutto spiega e tutto fa funzionare a puntino come un meraviglioso orologio cosmico, uno scienziato ateo non può dirsi razionalista, in senso filosofico. Dovrebbe invece dirsi razionale.

Ma parliamone, adesso, del termine “razionale”, che finora abbiamo lasciato abbastanza in ombra. Ho detto prima che si tratta di una generica denotazione di cui la gente piace vantarsi, come “bello”, “intelligente”, “simpatico”. Son tutti termini che a conti fatti indicano qualcosa di molto vago. Ma si può dare un significato più preciso al termine?

Penso di sì, ma mentre al termine “razionalismo” possiamo dare una collocazione di tipo filosofico, il termine “razionalità” dobbiamo calarlo in un contesto psicologico; non è una posizione filosofica ma un atteggiamento della persona. Io intendo la razionalità come l’uso corretto e circostanziato della ragione all’interno dei suoi ambiti; insomma, quello che ispira il criticismo e il metodo scientifico. E alla base del criticismo c’è proprio il ridimensionamento della fiducia nella ragione; come diceva Pascal, la ragione deve riconoscere che ci sono cose al di là di essa. Quindi direi che in questo senso il razionalismo, che invece vuole sottomettere tutto alla ragione, non può essere razionale.

Ma attenzione, non può esserlo neanche l’irrazionalismo.

Torniamo a Pascal. Lasciamo stare per un momento il Pascal filosofico, e guardiamo al Pascal psicologico, che è praticamente il paradigma psicologico dello “scienziato credente” e delle sue contraddizioni, tormenti e a volte del suo infantilismo. Pascal ci diceva che al di là della ragione ci sono molte cose. Quasi tutte, potrei aggiungere io che su quel punto sono d’accordo; la ragione si può applicare in maniera parziale a molti problemi, ma forse non può risolverne in maniera completa nemmeno uno. Quindi ok, ci sono confini ben precisi alle potenzialità e all’uso della ragione. Ma al di là della ragione cosa c’è?

C’è il caos, c’è il dionisiaco, c’è il movimento incessante e incontrollabile della vita e delle passioni. Questo è ciò che c’è al di là della ragione. Lasciare la ragione significa scendere a patti con quel po’ di follia che attraversa come un filo invisibile tutto l’esistente. Ma Pascal non intendeva questo: al di là dell’ordine razionale basato sulla scienza, egli vedeva l’ordine religioso basato sulla fede. Un ordine non meno rigoroso, e anzi più rigoroso; non meno pervasivo, e anzi più pervasivo; non meno pretenzioso, ed anzi più pretenzioso; un ordine basato sulla rigidità del dogma, sulla gerarchia della Chiesa, sulla fissità dei testi Sacri, sul rigore dei documenti conciliari, sulla punizione attiva dei dissidenti.
Pascal il caos non lo tollerava proprio. Lo vedeva, certo che lo vedeva, mica era scemo; una persona così ossessionata dall’ordine non può fare a meno di vedere se c’è qualcosa di così fuori posto come “una canna che pensa”. Ma una persona così ossessionata dall’ordine non può neanche vedere qualcosa di così fuori posto senza andare subito a raccoglierla, piegarla per bene e infilarla in un cassetto. Ed è quello che ha fatto lui.

Proprio nella famosa scommessa emerge nella forma più chiara il tentativo di Pascal di costruire un argine all’ignoto e al caos come obbiettivo primario: la sua priorità è niente di meno e niente di più che trovare un modus operandi che massimizzi una funzione di profitto; una formula vincente per l’esistenza. Pascal non tenta di applicare a tutto la ragione strictu sensu, e in questo si differenzia da Cartesio. Ma, esattamente come Cartesio, vuole applicare a tutto un ordine gestibile.

Attenzione, ovviamente ordine e ragione sono cose diverse in senso logico; ma spesso vengono scambiate nel discorso. Per esempio, come spiegavo qui, quelli che si scagliano contro il “gender” dicono di farlo in nome della ragione, ma in realtà agiscono bellamente contro la ragione, e piuttosto sotto la spinta della brama di un certo ordine costituito riguardo ai ruoli di genere che oggi non è affatto razionale; e molti ambienti “progressisti” che si scagliano contro la scienza in realtà la scambiano semplicemente con un ordine costituito che non amano, nello specifico, l’ordine capitalistico. Questo accade perché, in senso psicologico, la ragione è una forma di ordine, o forse potremmo addirittura dire che è la forma d’ordine per eccellenza. La ragione è lo strumento principale che rende il cosmo prevedibile e gestibile. Chi è mosso da amore per la ragione di solito ama anche l’ordine (e mi ci metto dentro anche io), e viceversa di solito chi odia la ragione odia anche l’ordine. Ma non è regola assoluta; anzi, addirittura è perfettamente normale aspettarsi che l’amore eccessivo dell’ordine finisca col diventare irrazionale.

Pascal voleva mettere tutto in ordine; resosi conto che non poteva farlo con la sola ragione, allora la completò con la fede. È condivisa fra Cartesio e Pascal un’autentica “ossessione razionalizzante”, ovvero un’ossessione non tanto per la ragione ma per l’ordine che essa porta con sé; un’ossessione che è molto comune fra i filosofi anche oggi, in particolare fra quelli di scuola analitica. E all’apice dell’evoluzione di questa figura psicologica del “filosofo razionalizzante” sta Kierkegaard. In lui l’ossessione per trovare un ordine si rovescia, dialetticamente, nel suo perfetto contrario: gettare alle ortiche ogni ordine e abbracciare l’assurdità. La contraddizione è reale e insanabile in senso logico ma, in senso psicologico, fila magnificamente: nella mente di Kierkegaard la razionalità più totale è distruggere la ragione: gli estremi alla fine si toccano. O tutto è ragione o niente lo è; e il motto non è più “intellego ut credam“, bensì “credo quia absurdum“, credo perché è assurdo. In Kierkegaard è rimarchevole che ciò si verifichi all’interno di un quadro di assoluta consapevolezza, qualcosa che troveremo poi anche in Nietzsche, un altro, questa volta ateo, che passò dal venerare la ragione al gettarla alle ortiche. Ma nella maggior parte dei filosofi odierni lo scambio fra ragione assoluta e irragionevolezza assoluta si verifica silenziosamente, e in questo silenzio si nasconde il suo pericolo, poiché nella ricerca degli “assoluti” riposa il germe della distruzione di ogni adeguazione fra pensiero e realtà.

Come ci si può salvare da questo pericolo costante?

Be’, la risposta è una specie di uovo di colombo al contrario: facilissima da spiegare, difficilissima da mettere in atto.

Bisogna fare gli equilibristi: camminare sempre in bilico sul muretto che separa il caos delle cose dall’ordine dei pensieri, guardando e ponderando ogni passo, sempre pronti a tornare indietro e a correggere il tiro.

Questa non è nient’altro che la pratica giornaliera della vita, il gioco cui tutti quanti già giochiamo, volenti o nolenti. Un gioco incredibilmente difficile, basato tanto su ragionevoli scommesse quanto su imprevedibili colpi di fortuna e sfortuna; un gioco in cui siamo giocatori quanto pedine, che spesso controlliamo ma che altrettanto spesso non controlliamo.

Credo che la maggior parte dei filosofi anche odierni, come Cartesio e Pascal, lavorino incessantemente più che altro per cercare di trovare la formula vittoriosa, il trucco, il cheat, il codice segreto da infilare nel gioco che permetta di evitare di dover pensare ogni mossa con tanta fatica, di dover passare ogni momento a cercare di comprendere e gestire l’incomprensibile che abbiamo sia dentro che fuori, e infine di prendersi la responsabilità dei successi e dei fallimenti collegati alle proprie scelte.

“Cosa è morale?”; ecco una tipica domanda dei filosofi.

“Dipende da un milione di fattori: da ciò che vuoi, da ciò che senti, da chi sta intorno a te, dalle circostanze esterne e dalle circostanze interne; insomma da così tante cose che di solito è impossibile definire in maniera univoca il comportamento moralmente giusto.”; ed ecco, questa era la risposta corretta.

Ma ammettiamolo, sono molto più semplici da mettere in atto risposte tipo “è il comportamento che tu vorresti vedere divenire legge universale”, o “è il comportamento che minimizza la sofferenza complessiva” oppure ancora “è quello che dice la Chiesa”. Per quanto tutte queste risposte richiedano comunque un certo sforzo di “calcolo” dietro (legge universale in che senso? E come si misura la sofferenza? E la Chiesa, ma quale delle tante, e quale delle tante anime interne ad essa?), hanno comunque ristretto il numero di variabili da analizzare da “innumerevoli” a “numerabili”. Che, seppure a scapito della correttezza, risparmia un sacco di tempo. E in ciò, e solo in ciò, sta l’attrattiva ineliminabile di queste risposte-trucchetto.
Mentre di forma ti chiedono di usare in qualche modo la ragione per trovare le risposte che vuoi nella vita, di fatto ti  chiedono in realtà di usarla a regime minimo. E anche quando ti dicono, se te lo dicono, “ci sono cose al di là della ragione”, in realtà non si riferiscono al caos e all’imprevedibilità dell’esistenza e alla necessità di accettarli, no. Si riferiscono a fattori numerabili, ordinati, ordinabili e gestibili attraverso un utilizzo minimo delle nostre facoltà. La scommessa di Pascal: risolvere l’esistenza dell’uomo in dieci righe e un’equazione.

Se questa è la razionalità, il mio consiglio è di lasciarla perdere: siate irrazionali.

 

Ossequi.

 

 

 

 

 

 





L'”avvocata” e altre parole che non mi piacciono

27 06 2016
Tempo addietro leggevo un articolo di una femminista che lamentava come, nei sondaggi, anche intervistati che si identificavano pienamente con tutte le battaglie femministe rifiutavano la denotazione di femminista. La ragione, diceva l’autore in soldoni, è che laggente sono scemi e non capiscono cosa significa femminismo.
No, la ragione vera è che la gente si rompe i coglioni di leggere cose come questa virgolettata qui sotto. Il tema è l’uso di certe forme femminili che tendono a suonare stonate nella popolazione, come ministra, sindaca, avvocata (brrr), chimica, fisica.
 “continuare a escludere dall’uso le forme femminili è di fatto discriminatorio, perché questa scelta non si fonda su ragioni linguistiche, ma nasconde un pregiudizio. È come affermare, indirettamente, che determinati ruoli rimangono una prerogativa maschile”.
L’articolo originale è qui.
Dunque, in sintesi, se a me “avvocata” fa cagare sangue è perché ho un pregiudizio sessista contro le avvocate donne. E’ da notare, però, che nella frase predente ho scritto “avvocate”, letteralmente senza accorgermene lì per lì. Dunque “avvocate” mi piace, ma “avvocata” no. Ricordiamocelo per più tardi.
Ora, ovviamente, se parliamo di sessismo inconscio, così inconscio che non si vede mai se non quando dico “giovane avvocatessa” invece di “giovane avvocata”, la sua esistenza è qualcosa di infalsificabile. Posso affannarmi a cercare di dimostrare che non ho pregiudizi contro le avvocate, ma si potrà sempre dire che sotto sotto, al livello impercettibile ci sono (povero Popper).
Sono disarmato di fronte a questo tipo di accusa, un sessismo così inconscio potrebbe teoricamente essere dentro di me, seppur la sua esistenza o inesistenza mi pare di ben poco rilievo pratico se si limita al fatto che non dico “avvocata”. Tuttavia, questo me lo si deve riconoscere, se questo sessismo sottile esiste in me, è un sessismo stranissimo.
Non ho nessun problema a parlare di avvocate, al punto che mi “sfugge” nel discorso. Avvocata invece al momento mi fa l’effetto di un chiodo fra le palle. Quindi le avvocate mi piacciono solo se sono tante? Non assumerei un’avvocatessa, però ne assumerei due?
Personalmente mi viene molto naturale, parlando di ricercatrici nel settore chimico, parlare di chimiche; e curiosamente mi suona bene anche al singolare, “una chimica”. Ma “ingegnera chimica” mi fa venire il cagotto. Dunque, stando al ragionamento di cui sopra, io ho dei pregiudizi nascosti contro gli ingegneri chimici donna ma contro le ricercatrici che si occupano di chimica invece no; nonostante nella mia testa abbiano tutt’e due a che fare con roba che puzza e scambia elettroni e indossino tutt’e due occhialoni protettivi. Che altro, vediamo… ah, sì, non avrei nessun problema ad avere un’idraulica donna; strano, non mi sembrava un lavoro tradizionale da donne; se devo immaginarmi una donna avvocato mi viene molto più facile che a immaginarmene una idraulico; ma a quanto pare il pregiudizio vero ce l’ho contro le avvocatesse, non contro le idrauliche; e questo nonostante debba ammettere che una donna vestita da idraulico un po’ in testa mi stoni, al livello subconscio. Vuoi mettere una donna in salopette e abiti sporchi con un’elegante signora in tailleur? Credo di essere una delle dieci persone al mondo più lontane dai pregiudizi sessisti, ma devo ammettere che l’idraulica in salopette mi causa un impercettibile senso di stonatura che non mi causa la donna avvocato in tailleur. Se un sottilissimo pregiudizio ce l’ho, sarà contro le donne idraulico, non contro le avvocate. Avrei problemi ad avere una ministra, invece, a quanto pare. Non sono sicuro se avrei problemi ad averne più d’una però, perché ministre mi suona già più carino.
Ok, basta con le stronzate, è evidente che non può logicamente esserci un pregiudizio culturale alla base di un pattern così caotico e insensato. Dicono che escludere certe forme del femminile non ha senso; nell’articolo sopra si cita ad esempio l'”avvocata nostra” nel Salve Regina (trascurando il fatto che le preghiere generalmente non rappresentano una forma di linguaggio colloquiale, ma piuttosto un registro arcaico e altamente formale), dicendo che se ha senso nella preghiera non si vede perché non dovrebbe averli in tribunale.
A parte che ci sono ottime ragioni per aspettarsi registri diversi se sei un cristiano che supplica quella che per te è la figura più sacra dopo la Trinità in una preghiera preformulata, piuttosto che se stai facendo due chiacchiere con gli amici … posso benissimo riconoscere all’autrice della frase almeno un punto importante: non c’è nessun senso in questa scelta! Come non c’è nessun senso nel fatto che io parli indifferentemente di avvocate o avvocatesse, ma mai di un’avvocata. E’ semplicemente la gradevolezza interamente soggettiva del suono a determinare le mie preferenze linguistiche, così come quelle di chiunque altro. O forse altri fattori soggettivi che intervengono di volta in volta; magari, dico magari, nel mio caso non ho problemi a parlare di idraulica proprio perché ho dei pregiudizi contro l’idraulico donna, e allora sottolineo il fatto che è donna con una -a in desinenza proprio per la “stranezza” dell’idea, cosa che non sento il bisogno di fare quando invece parlo di un avvocato donna come di un’avvocatessa o semplicemente di un avvocato; magari proprio perché in quel ruolo lì una donna mi pare perfettamente intercambiabile ad un uomo non la declino al femminile. Non dico che sia così, ma guardandomi dentro è una possibilità ragionevole, sicuramente più sensata che pensare che abbia pregiudizi contro le avvocate donne. In ogni caso non sono io a volere trovare una logica particolare dietro l’uso di queste parole e addirittura una discriminazione più o meno volontaria.
Quando dico “avvocatessa” o “avvocato” per parlare di donne sono completamente innocente di sessismo. Forse non lo sono del tutto quando parlo di un’idraulica, invece. Tuttavia mi tocca sentirmi dire da certe femministe che siccome non dico “avvocata” allora sotto sotto sono un po’ sessista. Perdonate se mi viene da mandarla un po’ affanculo una persona che mi lancia accuse del genere completamente ad mentulam canis?
Sì, sono sicuro che lo capite tutti. E allora forse prima di andare a dire che la gente è scema e non capisce il significato della parola femminismo o di essere piena di pregiudizi sotterranei ma così sotterranei che non si vedono se non quando si parla di cazzate di nessun rilievo pratico, sarebbe il caso di rivedere certe questioni di immagine interne al femminismo, guardarsi un attimino allo specchio prima di lanciare accuse all’esterno, insomma.
Perché alla fine su questo aspetto, come su quello dell’asterisco di cui parlai in un articolo ormai vecchio, la mia idea è che si tratti di questioni e battaglie assolutamente idiote che però fanno danni collaterali in termini di immagine del movimento.
Per me i problemi sono ben altri. E attenzione, non lo dico come gli omofobi che parlano dei matrimoni gay, che dicono che non bisogna farli perché ci sono problemi più importanti e poi paralizzano il parlamento tre mesi a lavorare su una cosa che si poteva risolvere in una settimana, dimostrando che invece per loro i problemi sono proprio quelli e non “ben altri”.
Io dico che sono davvero ben altri, io dico che “avvocata” o “avvocatessa” non è proprio un problema di sessismo. E sono così convinto che i problemi siano ben altri, che tutto sommato sono disposto perfino a cedere e usare “avvocata”, se proprio una mi dice che ci soffre così atrocemente a sentirsi chiamare avvocatessa. Non riuscirete a convincermi, mi spiace, che questa questione è degna di essere annoverata fra i “problemi delle donne in Italia”; ma se proprio vogliamo ostinarci a trattarla come tale, dobbiamo aspettarci un certo tipo di reazioni nella gente che sono del tutto ragionevoli e normali.
Per la precisione, dobbiamo aspettarci che la gente si faccia l’impressione che le donne in Italia non abbiano problemi veri e seri di cui occuparsi, e per questo pensino a ‘ste minchiate qua, e che le femministe e i femministi godano a cercare di vedere maschilismo e discriminazione anche dove chiaramente non ce ne sta per il gusto di fare le vittime.
Queste false impressioni (almeno, la prima è falsa, sulla secondo inizio a nutrir dubbi), contrariamente a sciocchezze come l’uso di avvocatessa in luogo di avvocata, danneggiano veramente la condizione delle donne nel nostro paese nonché l’immagine del movimento femminista. Che poi, diciamolo, per quanto riguarda l’immagine del movimento femminista in realtà me ne sbatto anche un po’ il cazzo, ma confesso che, in un paese pieno di donne maltrattate e spesso non protette adeguatamente dalla legge, in un paese dove il sesso femminile è ancora assurdamente sottorappresentato in politica, in un paese in cui l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza è messo in forse da una legge ridicola sull’obiezione di coscienza, e potrei continuare a elencare problemi femminili come tutti ben sappiamo, sentirmi dire che esiste il problema del maschilismo nell’avvocatessa… ecco, devo dirlo, mi pare perfino irrispettoso verso i problemi seri.

Sono sicuro che mi perdoneranno per questo mio limite tutte le avvocate che hanno tentato il suicidio per l’onta di essere state chiamate avvocato. Cercate di capirmi, ho il pene; sono disposto ad assecondarvi se me lo chiedete ma purtroppo questo genere di assurde sofferenze non le posso comprendere appieno. Posso capirne altre, magari, ma sull’avvocata avete beccato il mio limite di empatia.

 

Ossequi.




La disgustosa retorica della giustizia cosmica

14 06 2016

La retorica sui figli e quella sull’amore hanno in comune una caratteristica essenziale e particolarmente odiosa: sono costruite per dare legittimazione piena a delle ingiustizie.

Mi concentrerò qui sulla disgustosa retorica sui figli, prevalentemente di matrice cattolica: essenzialmente questi bravi genitori cattolici non perdono mai occasione per esaltare che fantastica esperienza sia avere dei figli. Da parte di chi figli non ne ha, ci sono due possibili risposte ragionevoli a questo tipo di retorica:

La prima: “non sono d’accordo, non credo che i figli siano un’esperienza così bella e importante”.

La seconda: “sono d’accordo, infatti anche io che biologicamente non posso averne desidero avere figli”.

Entrambe le risposte incontrano reazioni di rabbia estrema da parte di questi bravi genitori. Perché?

Perché essi non solo vogliono esibire i figli come la cosa più bella del mondo, ma anche essere invidiati per questo; e perfino vogliono il riconoscimento che il loro avere questo privilegio sia GIUSTO. Un discorso simile vale con le relazioni: chi le ha vuole che gli sia riconosciuto che se l’è pure MERITATE e dunque che, implicitamente, chi non le ha è perché non se l’è meritate. Vogliono, insomma, non solo godersi le fortune, ma anche sentirsi dire che dietro quelle fortune non c’è il vuoto agire del caso, ma l’azione di un’occulta giustizia cosmica sottostante.

Nella retorica omofobica contro l’omogenitorialità questo elemento è onnipresente; qualche tempo addietro assistetti al comizio di un politico che aprì la discussione parlando dei suoi figli e di quanto rendessero la sua vita gioiosa, informazione assolutamente non richiesta, e poi proseguì con la bordata contro la legge Cirinnà che trasformava i figli in un “diritto”.

Ma che discorsi sono? Se avere figli è una cosa bella, perché non assicurare questa gioia a più persone possibili, fermo restando che dimostrino di essere adeguate al compito genitoriale? Se è una cosa così bella e così importante da farti ritenere opportuno parlare dei tuoi figli in un comizio politico che non c’entra niente, perché non sforzarsi di farne un diritto per tutti? Se è una cosa così bella e importante, allora andrebbe condivisa!

Non è che potere avere figli biologicamente significhi essere persone particolarmente meritevoli di questo “privilegio”. Non è automaticamente giusto che chi può avere figli biologicamente li abbia, e non è automaticamente giusto che chi non può non li abbia. Per fare un figlio ci vogliono uno spermatozoo, un ovulo e un utero; non richiede particolari meriti personali avere un figlio biologico, infatti anche i personaggi più disagiati ed indegni hanno dei figli. E’ evidente che se Josef Fritzl ha avuto figli avere un figlio non certifica una tua particolare grandiosità. Analogamente, se Adolf Hitler aveva una partner, è evidente che non si richiedono speciali doti umane per avere una relazione. Chi ha un figlio o una moglie non ha niente di meglio degli altri, non sono cose che certifichino il favore di Dio nei confronti dei suoi Prediletti e dei Giusti. Significano solo avere avuto culo (o sfiga, a seconda dei punti di vista).

Non c’è un cazzo da esibire né un cazzo da vantarsene, ma se proprio vuoi esibire e vantarti, allora le risposte naturali degli altri sono quelle due che scrivevo prima: gente che non ti caga di striscio perché non condivide la tua scala di valori, oppure gente che la condivide e conseguentemente avverte un senso d’ingiustizia. E a dirla tutta dovresti avvertirlo anche tu, se il punto non fosse, come invece è, causare invidia. Perché che un pazzo come Fritzl abbia avuto figli mentre un sacco di ottimi genitori non ci riescono è chiaramente un’ingiustizia di scala cosmica. Quello che assolutamente non ci si può aspettare e non si può chiedere è quello che questi soggetti vorrebbero invece sentirsi dire: “effettivamente i figli sono la cosa più bella e importante della vita; ma io mi rassegno senza batter ciglio a non averne perché se tu li hai e io no sicuramente è perché sei migliore di me e Dio ti favorisce”.

Relazioni e genitorialità vengono avvolti in un manto di romanticismo e irrazionalità per una ragione ben precisa, e si capisce facilmente qual è se si pensa a tutte quelle retoriche che vengono costruite per giustificare altre forme di “ingiustizia”: la retorica del lavoro duro che permette di raggiungere qualsiasi obbiettivo, per esempio, che è strettamente funzionale a giustificare la ricchezza agli occhi della povertà; o la retorica del voto democratico come giudizio definitivo di valore morale e politico, che è strettamente funzionale a giustificare il dominio di chi vince di volta in volta le elezioni.

La fortuna è cieca e ingiusta; la fortuna di qualcuno è il complemento naturale della sfortuna di qualcun altro, e dunque la sua stessa esistenza confuta il concetto di una giustizia universale. Chi non ha avuto fortuna naturalmente si adopererà per cercare di cambiare le cose e, se non ci riuscirà, accetterà la cosa, che però è ben diverso dal trovarla “giusta” e dal riconoscere che siamo nel migliore dei mondi possibili. Il fortunato, invece, potrebbe accontentarsi di gioire della propria fortuna e basta; ma se si fermasse a rifletterci sopra potrebbe perfino, all’estremo, sentirsi un po’ in colpa a causa della propria fortuna. Un rischio che non vuole correre, per questo costruisce una retorica della giustizia cosmica per cui tutto ciò di buono che gli è capitato se l’è meritato e gliel’ha voluto mandare Dio. E tu devi riconoscere che ciò che a lui è capitato e a te no è una cosa fantastica che più bella non ce n’è, ma senza mettere in discussione la saggia giustizia cosmica che a lui l’ha data e a te no. Conveniente, per lui.

In effetti, dal suo punto di vista, quest’operazione ha perfettamente senso. Sono gli altri che non dovrebbero permetterla in silenzio…

 

Ossequi





Puttanate sul rapporto prenatale

5 05 2016

 

L’argomento è un po’ passato di moda ora che le unioni civili sono praticamente state approvate e, conseguentemente, gli omofobi hanno completamente dimenticato l’abbbominioh dell’ “utero in affitto”; tuttavia le stronzate sono come le buste di plastica: dopo che le immetti nell’ambiente restano in circolazione per diecimila anni. Ho pensato dunque che fosse il momento per fare un po’ di debunking serio sulla questione del cosiddetto rapporto prenatale.

Presentiamo il problema, per cominciare. Sappiamo che l’integralismo cattolico, con abile mossa, è riuscito a trasformare il dibattito sulla stepchild adoption a coppie omosessuali in un dibattito sulla gestazione per altri a pagamento. Sul tema ho già scritto in passato, ma non ho mai preso l’argomento dal punto di vista strettamente scientifico, nonostante su questa cosa abbiamo visto mettere in giro le peggio stronzate, anche da parte di presunti scienziati. Perfino un tele-psichiatra di cui non ricordo il nome (definisco tele-psichiatra uno psichiatra di dubbissima competenza che è reso famoso solo dalle comparsate in TV) andò ad un dibattito sulle unioni civili in TV con Monica Cirinnà a sostenere una cosa tipo che “il rapporto prenatale fra madre e figlio è un legame innegabile e indistruttibile la cui recisione danneggia inevitabilmente entrambi”, affermando che si trattasse di indiscutibile evidenza scientifica. Per non parlare poi degli esperti scientifici prêt-à-porter come la Tatangelo, che scrisse su facebook che il legame prenatale fra madre e figlio è una realtà indiscutibile per confermare la quale non c’è bisogno della scienza, lo si sa “per istinto”.
È quello che dicono tutti gli ignoranti che vogliono avere opinioni forti senza prendersi il disturbo di studiare seriamente quello di cui parlano; si inventano che non c’è bisogno di studiarlo perché hanno la Scienza Infusa.

Ora, non ho scelto il titolo a caso: tutta questa storia del legame indistruttibile fra madre e figlio prima della nascita è una PUTTANATA. Non è vero proprio PER NIENTE.

Chiariamo ovviamente che, indiscutibilmente, una madre che aspetti un figlio desiderato fa della gravidanza l’oggetto di un forte investimento emotivo, tale che essa diventa nella sua vita un’esperienza carica di molti significati romantici. Il fenomeno in questione, che in Italiano viene spesso chiamato attaccamento prenatale e in Inglese viene chiamato Maternal-Fetal Attachment (MFA), è studiato, conosciuto e effettivamente si verifica nelle madri che si identificano fortemente nella propria maternità.

Nulla voglio togliere alla profondità e alla bellezza di questa esperienza EMOTIVA. Ma si tratta di un’esperienza emotiva e va ben distinta dalla biologia sottostante.

Un primo passo per rendersi conto di quanto poco il fenomeno abbia a che fare con la biologia è leggere l’esperienza di una madre surrogata. Vediamo cosa dice qui, per esempio:

In questo momento sto aspettando i gemelli di una coppia tedesca che nasceranno tra sei mesi. È la quarta volta che ospito nel mio ventre i figli di chi non può partorirne. Oltre a quello di mio figlio, nove anni fa, ho avuto altri tre parti: due singoli e uno gemellare. Con questo fanno quattro. E io mi ricordo solo quello in cui è nato il mio bambino: un vero e proprio salto nel buio, in cui non sapevo minimamente cosa fare né come avrebbe reagito il mio corpo. Dopo dodici ore di travaglio, molta ansia e preoccupazione, avere in braccio mio figlio è stata una delle emozioni più forti che abbia mai provato. Con gli altri parti è tutta un’altra cosa: so già cosa fare, so come reagisce il mio corpo. Ed è molto più facile perché so cosa accade.

Durante le gravidanze che faccio per gli altri genitori non penso mai: “Questo figlio è mio, me lo tengo”, perché so dal primo momento che non lo crescerò, che lo partorirò e poi lo darò ai suoi genitori. So che porto avanti la gravidanza per altri. Anche adesso, quando sento i gemelli muoversi, quando ho le nausee e mi duole la schiena, non si crea quel legame materno che ho avuto fino da subito con mio figlio. Certo sto attenta a cosa mangio e mi tengo curata ma mi dico: “Ci sono due persone che si prenderanno cura di lui, è per loro che lo faccio”.

Lo voglio ribadire: io ho un solo figlio, la più grande gioia della mia vita. Gli altri che ho messo al mondo sono i figli di qualcun altro. Non mi ricordo né il giorno in cui sono nati né se erano maschi o femmine, nemmeno quanto pesavano. Non mi interessava e non mi interessa. Questi bambini non hanno niente di me, non hanno il mio dna, non verranno educati da me. Io li ho solo partoriti, ho aiutato chi naturalmente non lo poteva fare. E aver visto gli occhi pieni di gioia delle mamme e dei papà ai quali li ho consegnati è una delle cose che mi rende felice e serena. Per me mio figlio è così importante: perché non aiutare gli altri ad averne? Cosa c’è di male?

Questo passo rende benissimo il fulcro del concetto attraverso la testimonianza: la madre surrogata di cui si parla qui ha sperimentato l’MFA quando attendeva il SUO bambino, ma non lo sperimenta mai quando fa la surrogata. Questo accade perché è una specie di madre degenere e pazza, un titolo questo che l’integralismo e le mamme sentimentalone alla Tatangelo dispensano con incredibile facilità?

No. Semplicemente perché non è la madre. È solo la madre surrogata, porta solo avanti la gravidanza, svolge il processo biologico E BASTA, conseguentemente non sviluppa nessun legame emotivo col feto.

Ho deciso di partire dalla testimonianza presente per capire di che si sta parlando, ma in realtà il mio punto è una questione ben nota a psicologi e psichiatri, anche se forse non è molto nota a tele-psicologi e tele-psichiatri che non hanno tempo per studiare perché devono passare le ore a farsi truccare per apparire belli alle telecamere: l’MFA è un fenomeno esclusivamente psicologico-sociale, che ha a che fare con l’identificazione della gestante nel ruolo di genitrice.angry

In questo articolo viene fornita una presentazione breve del fenomeno, che però basterebbe da sola a smentire tutte le leggende sull’argomento. Certo, un tele-psichiatra non ha tempo di leggere neanche un trafiletto prima di andare a sproloquiare davanti all’obbiettivo e a ‘sto punto dubito che conosca l’Inglese, ma noi ce l’abbiamo il tempo e per chi non sapesse l’Inglese fornirò gentilmente una traduzione dei segmenti più significativi:

Maternal-fetal attachment (MFA) is a term used to describe the relationship between a pregnant woman and her fetus. Qualitative descriptions of maternal attitudes and adaptation to pregnancy indicate that MFA is based on cognitive representations of the fetus. These may include imagined scenarios between mother and child, as well as a mother’s attribution of physical and emotional characteristics to the fetus.1 MFA is manifested in behaviors that demonstrate care and commitment to the fetus and include nurturance (eating well, abstaining from harmful substances, such as alcohol), comforting (stroking the belly), and physical preparation (buying baby clothes and equipment).

Traduzione:

Attaccamento materno-fetale (MFA) è un’espressione usata per descrivere la relazione fra una donna incinta e il suo feto. Descrizioni qualitative degli atteggiamenti materni e dell’adattamento alla gravidanza indicano che l’MFA è basato su rappresentazioni cognitive del feto. Queste possono includere scenari immaginari fra madre e bambino, così come l’attribuzione al feto di caratteristiche fisiche o caratteriali da parte della madre. L’MFA si manifesta in comportamenti che dimostrano attenzione e preoccupazione per il feto e includano cura fisica (mangiare bene, astenersi dal consumo di sostanze dannose come l’alcol), conforto (accarezzare il ventre), e preparazione fisica (comprare vestitini ed accessori per il bambino.(enfasi mia)

Ho sottolineato “rappresentazioni cognitive del feto” perché quell’espressione è la chiave per comprendere il fenomeno. La madre non conosce il feto, e il feto non conosce la madre. Non si sono mai visti né sentiti, hanno soltanto un rapporto di natura biologica. Tuttavia, se la madre desidera quel bambino e si sente madre, inizia normalmente a calarsi nel ruolo della madre molto prima di partorire, e inizia a vedere nel feto un bambino autentico anche se ancora non lo è. L’attaccamento materno-fetale, insomma, non rispecchia il legame biologico fra madre e feto, bensì l’investimento emotivo della madre nei confronti del bambino che nascerà, nonché il proprio progressivo calarsi nel ruolo genitoriale.

La Tatangelo a quanto pare crede che essere madre le infonda una sapienza millenaria che non ha bisogno di conferme scientifiche. Dubito che una simile cristallina illuminazione divina possa essere messa in crisi da una cosa fragile come i fatti, ma si può facilmente dimostrare che questo fenomeno magico, eterno e inscritto nella natura umana di cui lei in quanto madre ignorante sa “per istinto” ha invece un preciso sviluppo storico.

The concept of MFA is relatively new and has not been well studied or defined. Inquiry into a woman’s psychological reaction and adjustment during pregnancy began in the 1970s. Prior to that time, there are few scientific data available on women’s thoughts or feelings about their pregnancies. Historical and literary accounts of women’s experiences in childbirth prior to the 20th century reveal that women were primarily concerned with enduring and surviving pregnancy. Letters written by women in the 19th century show evidence of maternal projections about the expected child as well as feelings of loss from a miscarriage or infant death. Writings of their own physical suffering and fear of death were more common.

The declining mortality rate and technological developments in western nations over the past 30 to 40 years have changed conceptions about pregnancy and the fetus. Women can detect pregnancy earlier and are able to view high-resolution images of their fetus at earlier dates. This knowledge may serve to allow women to adopt optimal health practices earlier.

Traduzione:

Il concetto di MFA è relativamente nuovo e non è stato ben studiato e definito. Indagini sulla reazione psicologica e sull’adattamento della madre durante la gravidanza sono iniziate negli anni ’70. Prima di allora, ci sono pochi dati disponibili riguardo ai pensieri e alle emozioni delle donne durante le gravidanze. Resoconti storici e letterari sulla maternità prima del 20° secolo rivelano che la prima preoccupazione delle donne era resistere e sopravvivere alla gravidanza. Lettere scritte da donne nel 19° secolo mostrano prove di proiezioni mentali sul bambino atteso così come sensazioni di lutto e perdita in seguito all’aborto. Tuttavia sono più frequenti resoconti riguardo alle proprie stesse sofferenze fisiche e alla paura della morte.

Il declino nel tasso di mortalità e lo sviluppo tecnologico nelle nazioni occidentali negli ultimi 30-40 anni hanno cambiato il modo in cui gravidanza e feto sono concepiti. Le donne possono scoprire di essere incinte più rapidamente e sono in grado di vedere immagini ad alta risoluzione del proprio feto più precocemente. Questa conoscenza può servire per permettere alle donne di adottare pratiche igieniche ottimali in anticipo.

Insomma, l’MFA è un fenomeno che si verifica solo quando la madre sa di essere incinta e solo quando non si pone il problema, ben più pressante, di sopravvivere alla gravidanza.

Ma d’altro canto, davvero non ci aspettiamo che le cose vadano in questo modo? Come fa una donna ad affezionarsi al feto se non sa di stare portando un feto? Deve almeno accorgersi di essere incinta per poter provare attaccamento per il feto! Eppure sappiamo che si può essere incinte senza accorgersene molto molto a lungo, perfino fino al parto in certi casi. Come diavolo si forma questo legame magico e spirituale fra madre e figlio se la madre non sa di avere un figlio? E se poi pensiamo alle civiltà antiche, come quella greca classica, presso la quale i neonati talora venivano “esposti” ovvero abbandonati a morire, diventa chiaro che se le madri non tenevano in considerazione la vita del bambino già nato, allora non tenevano in considerazione neanche quella del feto.

A ciò si aggiunge l’evidenza aneddotica che abbiamo sulle madri surrogate: nel caso della gestazione per altri non si verifica attaccamento materno fetale, perché la madre non si sente madre e dunque non fantastica su come sarà il suo rapporto col bambino, come se lo crescerà, che vestiti gli metterà etc.

Se ci si ferma un attimo a ragionare su queste cose, vediamo che in realtà quello che osserviamo è esattamente quello che dovremmo aspettarci: la madre si affeziona al feto solo se sa che diventerà il suo bambino; perché dovrebbe, altrimenti? Non l’ha mai “visto” e conosciuto veramente come persona, non c’è ragione per cui debba affezionarcisi; può affezionarsi soltanto all’idea che si fa della futura persona. Se non si fa nessuna idea a riguardo, non c’è nulla a cui possa affezionarsi.

Quindi è vero che la madre può stabilire una forma di attaccamento prenatale, ma si tratta di un fenomeno esclusivamente psicologico legato all’immaginario materno, e non si verifica in una madre surrogata.
Mi aspetterei, invece, che si verificasse nella madre vera e probabilmente anche nel padre/nei padri, anche se non lo stanno portano in grembo loro; ma mi pare che questo tipo di fenomeno non sia ancora stato oggetto di studi adeguati.

E vorrei sottolineare che non c’è assolutamente niente di male a non affezionarsi a un feto se si sa che non è il proprio futuro figlio, è del tutto normale e non danneggia nessuno, esattamente come è del tutto normale e non danneggia nessuno affezionarcisi se si sa che è il proprio.

Ma se provassimo a invertire il discorso? Il feto si affeziona alla madre mentre è nell’utero, invece?

Altra sciocchezza. Per i due terzi della gravidanza il feto non ha sistema nervoso o lo ha del tutto rudimentale, al punto che la legge permette di abortirlo, quindi possiamo escludere che in questa fase il feto sviluppi alcunché.

E dopo? Dopo il feto non vede mai la madre e non sente mai la madre, quindi come fa ad affezionarcisi? L’unico contatto che ha con la madre dal punto di vista sensoriale sono le stimolazioni tattili dell’utero e l’odore del liquido amniotico.

Le stimolazioni tattili sono del tutto anonime, non c’è modo che il feto possa affezionarsi alla madre sulla base delle stimolazioni tattili dell’utero. Ma l’odore del liquido amniotico?

Anche quello non è personalizzato, o per lo meno, non lo è a sufficienza da permettere di riconoscere la madre. Il liquido amniotico ha un odore molto simile a quello del latte materno, per cui il neonato è immediatamente attratto dal latte umano, ma non è particolarmente attratto, in prima battuta, da quello di sua madre; qualsiasi latte materno lo attrarrà, appena nato. Imparerà presto a riconoscere i peculiari odore e sapore del latte di sua madre, ma questo non accadrà fino al sesto giorno dopo la nascita, o al più presto al quarto (Macfarlane, 1975; Mizuno, Mizuno, Shinohara, & Noda, 2004). Va da sé che se tre giorni dopo la nascita ancora non sa distinguere il latte materno da quello di un’altra donna, vuol dire che l’odore della madre non lo conosce neanche prima della nascita.

Certo, il neonato impara a riconoscere la madre presto, ma di sicuro non prima di uscire dall’utero; non l’ha mai vista né sentita prima di allora. E anche quando inizia a riconoscerla, non è che la cosa cambi molto; ovvio, si abitua a quel particolare soggetto accudente, ma questo non significa che non possa, eventualmente, disabituarcisi e abituarsi ad un altro se la madre venisse sostituita. Sono fenomeni biologici, non c’è niente di magico nel rapporto fra madre e neonato, anche se la gente tende a caricare il fenomeno di significati astratti e romantici.

Ora vorrei rispondere ad un’ultima questione che ho visto sollevare da parte di ambienti integralisti, ovvero un argomento che usa la sperimentazione animale. Questo mi punge sul vivo, per motivi che immaginerete … In particolare, ho visto qualcuno usare come “prova” di presunti danni che l’utero in affitto causerebbe al bambino gli esperimenti di deprivazione materna sui roditori.

Negli esperimenti di deprivazione materna, infatti, si è osservato che i roditori soggetti al protocollo in questione da adulti sviluppano ipersensibilità allo stress, deficit cognitivi, aggressività e via con altre spiacevolezze.

Questo argomento mi diverte molto perché si dà il caso che metà della mia tesi di dottorato l’abbia fatta sulla deprivazione materna nei roditori, e se Dio vorrà un giorno vedrò anche una pubblicazione con su il mio nome a riguardo.

Ora, io ovviamente non sosterrò che non si possano traslare i risultati ottenuti su animali nell’uomo, anche perché se no non avrei fatto quel tipo di lavoro in principio. Tuttavia la cosa va fatta con un minimo di ragionamento e sulla base di una conoscenza approfondita, e sottolineo APPROFONDITA, del modello e dei protocolli di cui si sta parlando; non a cazzo di cane appiccicando insieme qualche frase carpita qua e là dagli abstract dei paper.

Il bambino partorito da una gestante per altri, dopo la nascita, viene affidato subito alla coppia genitoriale che si occuperà, presumibilmente con adeguata cura, di tutti i suoi bisogni fisici e psicologici. Questa situazione non ha niente, ma proprio NIENTE a che vedere col protocollo di separazione materna usato sui roditori, oserei dire che è l’esatto opposto di quella che vediamo nel protocollo di separazione materna. Il protocollo in questione io l’ho visto mettere in pratica durante il mio soggiorno estero, anche se per fortuna nessuno mi ha mai domandato di praticarlo io, e devo dire che è abbastanza “cattivo” da far incazzare a morte qualunque animalista. Il protocollo in questione prevede che, a partire dal secondo giorno dopo la nascita (nel primo giorno il protocollo non si pratica o si pratica in forma attenuata per periodi più brevi), i topi neonati vengano presi singolarmente, separati dalla madre e messi in una gabbia a parte per un periodo minimo di tre ore. È importante che il periodo sia lungo, perché separazioni brevi, nell’ordine dei quindici minuti, hanno invece un effetto positivo sullo sviluppo del topo, e infatti quel tipo di protocollo non è chiamato separazione materna ma neonatal handling, manipolazione neonatale, proprio perché ha effetti addirittura opposti.

Per capire cosa significhi un tipo di protocollo come la separazione materna in termini di impatto sullo sviluppo dell’animale bisogna conoscere la fisiologia del topo e capire in cosa si differenzia da quella dell’uomo.

Il topo, specialmente il topo neonato, è un animale piccolo. La fisiologia del topo si comprende solo se lo si osserva tenendo conto che è un animale piccolo, mentre noi siamo animali piuttosto grossi. Un tipico slogan degli animalisti contro la sperimentazione animale è “non siamo topi di 70 Kg”… Be’, a dirla tutta se i topi pesassero 70 Kg la differenza fisiologica più significativa fra noi e loro sarebbe svanita.
Se il topo è un animale piccolo, il topo neonato è un animale minuscolo. Minuscolo significa un rapporto superficie/volume altissimo. Un rapporto superficie/volume altissimo vuol dire fortissima dispersione di calore. Il che a sua volta significa altre due cose: che il topo neonato ha bisogno di essere scaldato continuamente dal corpo della madre e dei fratelli e che ha bisogno di mangiare spessissimo perché ha un forte bisogno di calorie. Insomma, per il cucciolo di topo la termoregolazione è forse la più importante esigenza fisiologica. Dunque una separazione di tre ore dalla madre, per un topo neonato, non significa aver rotto una specie di magico rapporto spirituale, ma qualcosa di molto più prosaico: significa non soddisfare la sua principale esigenza fisiologica, i.e., significa fargli soffrire il freddo e la fame. Inoltre, esattamente come i neonati umani, il topino ha bisogno anche di stimolazione tattile, che ha effetti molto benefici sullo sviluppo del sistema nervoso centrale (insomma va coccolato un po’) e ovviamente va tenuto pulito quando orina o defeca.  Per poter rendere il paragone con un umano sensato, bisognerebbe togliere il bambino alla madre per qualcosa come dodici ore, metterlo nudo sul balcone in autunno inoltrato e per tutto questo periodo non pulirlo, non toccarlo, fottersene completamente di lui insomma. Aggiungiamo che nel protocollo di separazione materna si usa spesso anche fare al topino delle piccolissime iniezioni di soluzione fisiologica. Piccole, ma comunque dolorose, considerando le dimensioni dell’animale. Quindi diciamo che il nostro neonato ogni tanto bisogna anche andare a prenderlo a ceffoni perché grida troppo.

Esistono situazioni in cui i neonati umani sono trattati così? Sì, esistono. E esistono anche situazioni meno estreme in cui il paragone fra separazione materna nel roditore e il trattamento ricevuto dal neonato umano può comunque reggere. Ma paragonare un protocollo barbaro come la separazione materna nel roditore a quello che succede quando un neonato passa dalla madre surrogata nelle mani della coppia genitoriale è di un’idiozia offensiva; il neonato in questione verrà trattato benissimo e vedrà tutti i propri bisogni soddisfatti, il protocollo di separazione materna serve a riprodurre situazioni di maltrattamento grave.

Questo particolare caso di fraintendimento mi permette di ribadire un consiglio dato in altre sedi a chi voglia interessarsi di scienza: se non siete addetti ai lavori, è inutile che leggete e citate pubblicazioni scientifiche, perché verosimilmente capirete fischi per fiaschi, come fanno quelli che mi citano gli studi di separazione materna come argomento contro la gestazione per altri. Piuttosto parlate con qualcuno che ne capisca della questione e fatevi spiegare le cose da lui, vi farete un’idea di più chiara.

Ciò detto, se proprio vogliamo fare un paragone coi roditori, vorrei ricordare che le mamme topo allevano i cuccioli tipicamente in comune e il maschio viene di solito allontanato proprio perché è una minaccia per la prole. Quindi si direbbe che per i topini l’ambiente di crescita ideale sia … La coppia lesbica!

Quindi, ricapitolando:

Non è vero che l’attaccamento fetale è un legame di natura fisiologica. Si tratta al contrario di un fenomeno psicologico che riflette l’adattamento della gestante al futuro ruolo di madre.

Non è vero che si verifica sempre e che è geograficamente e storicamente ubiquitario. Nella sua forma attuale, esiste sì e no da un cinquantennio.

Non è vero che anche le madri surrogate provano l’MFA.

L’MFA comunque riguarda la madre, non il bambino; il bambino inizia a riconoscere la madre solo dal quarto-quinto giorno di vita in poi.

Non è vero, infine, che gli studi su animali confermino la presenza di un rapporto magico fra madre biologica e figlio.

 

Spero di aver fatto un servizio di informazione utile e spero che questi dati contribuiscano ad arginare lo spargersi di melensi luoghi comuni e disinformazione sull’argomento.

 

Ossequi.

 

 

Macfarlane, A. (1975). Olfaction in the development of social preferences in the human neonate. Ciba Found Symp(33), 103-117.

Mizuno, K., Mizuno, N., Shinohara, T., & Noda, M. (2004). Mother-infant skin-to-skin contact after delivery results in early recognition of own mother’s milk odour. Acta Paediatr, 93(12), 1640-1645.





Alcuni chiarimenti sul fondamentalismo religioso italiano

25 01 2016

Spesso leggo, da parte di chi critica i fondamentalisti religiosi che fanno capo a Sentinelle in Piedi e Manif Pour Tous, una serie di argomenti che hanno significato se esposti a gente esterna al movimento stesso, ma che scivolano completamente addosso ai diretti interessati. Non dico che tali critiche non vadano usate, anzi, sono assolutamente valide in linea generale. Ma bisogna capire perché per loro non funzionano, perché serve a capire come pensano. Quindi chiariamo alcuni assunti silenziosi, o a volte anche non silenziosi, di questo movimento che oggi “difende la famiglia”. Cominciamo da quello più importante:

Non è un movimento in difesa delle famiglie, ma “Della Famiglia”.

Il popolo del family day non ha mai fatto nessuna battaglia politica per portare beneficio concreto alle famiglie, tradizionali o non tradizionali che siano. Nel 2007 fecero “la mossa” di raccogliere le firme per una proposta di aiuto alle famiglie, che di fatto però era una vera cazzata e cadde nel vuoto, perché lo scopo dell’evento non era l’aiuto alle famiglie, ma la lotta ai DI.CO.
Ma come, penserete; com’è possibile che si disinteressino completamente di politiche della famiglia? E invece è esattamente quello che c’è da aspettarsi. Non sono le famiglie concrete ciò che essi lottano per difendere; oserei dire che non gliene fotte una sega delle singole famiglie, o perfino che essi vanno attivamente contro le famiglie concrete. Lottano per difendere l’idea della Famiglia (con la maiuscola per distinguerla). Ciò che gli preme è esclusivamente questo: preservare un’ideale eterno di Famiglia con certe caratteristiche. Si vede nel loro logo: un padre, una madre, un figlio maschio, una figlia. La simmetria, l’ordine. È solo idea.
È ciò che vogliono difendere, l’idea e nient’altro. E per difendere l’idea platonica, si possono anche ignorare o addirittura affossare deliberatamente le singole, imperfette realtà familiari reali, che di essa sono solo un’imitazione, per di più malriuscita.
Può sembrare assurdo un simile baccano per difendere una vuota immagine astratta, tanto più alla luce del fatto che l’idea di famiglia di cui parlano in realtà è vecchia di non più di qualche decennio, altro che eterna e divina. Ma è così che ragionano i platonici, e come disse Nietzsche, il Cristianesimo è platonismo “per il popolo”. Il che ci porta a comprendere il punto successivo:

Il movimento non è interessato a “vincere” la battaglia.

Ok, il movimento favoleggia di vincere la crociata e di portarci tutti in un nuovo medioevo. Ma favoleggiare qualcosa non significa che poi ce lo si ponga come obbiettivo concreto; non possono “vincere”, e lo sanno benissimo. Ma è la lotta che li galvanizza, e perfino un certo masochistico desiderio di perderla, la lotta.
Il paragone migliore che mi viene in mente è, non me ne vogliano i miei concittadini, con i tifosi del Catanzaro. Il Catanzaro è stata una grande squadra di calcio, che giocava in serie A. Molto, molto tempo fa. Oggi è una squadretta di serie C2 che festeggia quando passa in C1. Ma aveste un’idea di quanti sono i suoi tifosi!
Ma perché tifare con tanta passione per una squadra che obbiettivamente dà così poche soddisfazioni?
Per la gloria. Solo per la gloria. Il concetto è quello del “molti nemici, molto onore”: tifare per una causa persa attribuisce al proprio ego un certo qual senso di grandiosità.
Io mi scoccio sempre parecchio ai Pride, eviterei di andarci, potendo; ci vado per dovere, perché è una lotta che mi riguarda … ma essenzialmente io mi eviterei di lottare e, se potessi avere ciò di cui ho bisogno senza sforzo, lo preferirei. Per questo ho bisogno di successi come l’aria, è per i successi che mi batto, sono la mia ragione. E una volta avutili, potrei fermarmi. Il cattofascista, che ha il prototipo nel forzanuovista, ragiona diversamente: è proprio la lotta che lo eccita, e si è scelto la squadra perdente proprio perché quando tanto perdi sempre, ti puoi concentrare di più sul brivido della lotta.
Come un tifoso, alla fine non saprebbe che farsene se vincesse davvero; ricordate che per alcuni anni la Ferrari fece delle macchine così straordinarie che vinceva praticamente in tutti i circuiti di formula uno? In quel periodo la trovai noiosissima e smisi di seguire quello sport, e come me fecero tanti altri. Quante emozioni, invece, quando la McLaren ci teneva testa! Che scossa di rabbia, quando alla fine ci ha pure battuti, e di parecchio!
Io mi rompo i coglioni a fare le manifestazioni per i miei diritti; vorrei averli e basta, come tutti gli altri. Il fondamentalista cattolico invece lotta per la lotta, e se vincesse si spomperebbe come uno pneumatico bucato.
Se cercate una metafora più colta, un noto attivista gay italiano che ho avuto l’onore di conoscere (cui darò credito se me lo domanderà), ha paragonato la battaglia dei fondamentalisti a quella degli ebrei di Masada.
Si racconta che piuttosto che consegnare la città, essi si fossero suicidati ammazzandosi tutti a vicenda. Fino all’ultimo uomo, bambini inclusi.
Quanto onore.
Chissà se i bambini erano d’accordo.

I fondamentalisti della Famiglia non danno alcun valore alla coerenza.

Alessandra Mussolini, col marito che ha vissuto quella roba lì. Maurizio Gasparri con le sue ben note abitudini notturne. Formigoni col suo coinquilino. Il divorziato e risposato Adinolfi. Sgarbi: basta il nome. A suo tempo, perfino Berlusconi! Questi membri eccellenti del popolo del family day nel 2007. Ci rendiamo conto?! Impresentabili, non è vero? Offensivo che pontifichino di famiglia, incoerente, buffonesco!
Sì, per noi. Per loro no. Ricordate cosa abbiamo detto prima? Non è una lotta per le famiglie reali, è una lotta per La Famiglia. Un’idea, una divinità. È perfettamente normale che le famiglie reali facciano schifo, o addirittura che ci si presenti gente che una famiglia non ce l’ha, vuoi perché omosessuale o perché puttaniere o perché, come tanti altri, un matrimonio l’ha avuto ma è naufragato. Ma queste non sono l’idea di Famiglia, l’idea di Famiglia è pura ed eterna. Non ci viene chiesto di eguagliarla, perché è impossibile! Ci viene solo chiesto di riconoscerne la divinità. È tipicamente cattolico, come modo di pensare: non importa peccare o non peccare, ciò che conta è confessarsi, ovvero fare il gesto di sottomissione alla Chiesa.
Mi spingo a dire questo: per il fondamentalista cattolico, se hai una famiglia sfasciata, o sei gay o puttaniere, e vai comunque al family day, è meglio! Tanto di più vale il tuo gesto di sottomissione!
Ancora una volta: per noi il fatto che le famiglie siano tante imperfette e problematiche ci pone la questione delle alternative cui si possa accedere, e ci fa legittimamente dubitare di questa santità e di questa perfezione attribuita al concetto di famiglia. Per loro è solo la conferma ulteriore che la Famiglia, come idea,  è perfetta. Il confronto con lo schifo che vediamo nella realtà la fa solo splendere di più per contrasto.
Un riassunto efficace del loro punto di vista è nella seguente disuguaglianza:

Idea > Fatti

Non hanno nessuna posta in gioco concreta in questa battaglia.

Facciamo un altro confronto. Dunque, se non passa il ddl Cirinnà, per me sorgono alcuni problemi. Nel senso, potrei sperare che più in là passi un progetto anche migliore, e verosimilmente accadrà, e per ora posso aspettare; ma posso correre il rischio di arrivare un giorno a ritrovarmi legato lavorativamente, e forse anche emotivamente, ad un paese in cui non potrei vedere tutelata la mia relazione, e nemmeno avere dei figli, se un giorno dovessi desiderarne (come spesso accade raggiunta una certa età)?
Questi sono problemi cui è meglio pensare in anticipo. Se i miei diritti non mi vengono concessi, io faccio meglio a iniziare a pensare già da ora di lasciare l’Italia, definitivamente stavolta. Un bel problema. Forse non il più grosso problema del mondo, ma è un problema concreto; e io sono un ricercatore, una persona fortunatamente molto sveglia, con un’ottima conoscenza dell’Inglese e un CV abbastanza appetitoso. Se fossi un povero operaio cassaintegrato con la licenza media, che farei?
Questi sono i problemi della comunità LGBT. Sono grossi? Sono piccoli? Non importa l’entità, per ora: sicuramente ci sono problemi e sono reali.
Se invece il ddl Cirinnà passa, che problemi concreti dovranno affrontare i suoi oppositori, che tanto ci si affannano contro?
Nessuno. Neanche minimo. È obbiettivo e indiscutibile che la loro vita non cambierebbe di una virgola.
Questa è la ragione per cui si formula contro di loro l’argomento, valido, “ma a te che ti cambia se i gay si sposano?”; perché la risposta non può che essere “niente”.
Ma ancora una volta, ricordiamo la disuguaglianza:

Idea > Fatti

Di fatto non gli cambia niente. Ma se immaginaste quali spettri mostruosi si agitano nella loro mente, capireste, anche se non giustifichereste ovviamente, ogni cosa che fanno. Nella loro testa si sta violando un’idea sacra, e le idee sono più importanti dei fatti, teniamolo sempre presente.

Sono spinti dal narcisismo

Questo argomento lo conosco molto bene, perché sono stato adolescente. E ora non lo sono più. E mi ricordo com’era esserlo. Sono tre cose che è abbastanza raro trovare tutte insieme nella stessa persona.
Voi pensate, lettori miei, specialmente LGBT, che la cosa peggiore che possiamo fare ad un omofobo sia isolarlo, farlo sentire escluso e non accettato. Lo pensate perché è quello che hanno fatto a voi, perché vi hanno escluso contro la vostra volontà. Ma non è quello che sente un fondamentalista religioso, almeno non qui in occidente.
Pensate a come eravate da adolescenti. Vi ribellavate, giusto? Sì, lo facevate, lo fanno tutti gli adolescenti . Ma che cos’è la ribellione adolescenziale? Pensiamoci un attimo, pensiamo al caso classico: i genitori ti dicono “che brutti i piercing”. Immediatamente senti una voglia strana di mettere il piercing. A che serve? Solo ed esclusivamente a dire ai genitori “io non ti appartengo, non sono un prolungamento di te, ma un’entità autonoma!”; insomma serve a costruire un’identità propria. La verità, però,  è che fare esattamente il contrario di quello che ti dicono i genitori è ancora una forma di dipendenza da loro. Non hai un’identità, se fai così, sei solo uno che si sta sforzando di averla. E infatti appena sarai con i tuoi amici, farai quasi tutto quello che fanno loro: mentre coi genitori sei un ribelle, col “branco” dei tuoi pari sarai plastilina.
Questo può accadere anche al contrario: nel mio caso personale, non sentivo ribellione verso i genitori. Mi premeva molto, al contrario, distinguermi dai miei coetanei … ma nel fare ciò, mi appiattivo dall’altro lato, sui miei genitori. Questo, signori, è il narcisismo degli adolescenti, persone che ancora non hanno un’identità propria, e allora si puntellano attraverso il meccanismo dicotomico della ribellione/omologazione. Ribellarsi da un lato per affermare in negativo “io non sono un semplice prolungamento di un’altra entità”, appiattirsi dall’altro, perché di fatto ancora non hai niente di preciso da affermare in positivo. Le due cose vanno sempre insieme. E si chiamano “narcisismo”.
L’affermare la differenza fra sé è il prossimo è un momento essenziale nella costruzione dell’identità, ma nell’adulto non può essere il narcisismo l’unica funzione a sostenere in piedi un’identità, così com’è nell’adolescente. Dall’adulto ci si aspetta che superi il narcisismo e diventi sé stesso, ovvero una persona che sa cosa vuole e vuole essere come individuo,  e non ragiona in termini di ribellione/omologazione.
Ora leggete un po’ di articoli dei siti dei fondamentalisti. “Noi non ci omologhiamo”, “noi ci ribelliamo”, “noi siamo contro il politicamente corretto”, “noi siamo gli ultimi difensori della verità e non ci piegheremo”… E frattanto vanno lì in manifestazione, vestiti tutti con le stesse magliette, a dire le stesse cose, a ripetere gli stessi slogan, a informarsi sempre sugli stessi siti senza neanche un’esitazione, bevendosi anche le peggiori bufale senza l’ombra del pensiero critico. L’unico modo per questi tizi di mandare il messaggio in maniera più chiara sarebbe stato dirlo esplicitamente: “siamo ancora in fase di ribellione adolescenziale”.

Guardate per esempio l’immagine qui sotto.
Termini come “cultura dominante” e “ideologia dominante” sono ovunque negli scritti degli integralisti cattolici e in generale dei militanti d’estrema destra. Essi sottolineano l’orgoglio narcisistico che provano nel sentirsi “ribelli”.
Ovviamente il commento in questione non ha senso; il ruolo dell’intellettuale non è farsi il figo atteggiandosi a controcorrente, non è fare il bastian contrario né l’omologato, non è né ribellarsi né sottometters; il compito dell’intellettuale è semplicemente stare dalla parte giusta, come dovrebbero fare tutti; ma un narcisista non può mai evitare di vantarsi del proprio essere, o piuttosto sentirsi, unico e speciale, e stare dalla parte giusta non rende speciali quanto stare da quella ribbbelle.

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E posso conceder loro che effettivamente si sono schierati dalla parte che perde, dalla parte antistorica, e che questo indubbiamente il mette in conflitto con tutta una serie di autorità, in particolare con quelle scientifiche. Ma è anche un gesto di sottomissione assoluta a tutta un’altra serie di autorità, molto più severe e cattive (la lobby cattolica). In questa ribellione non c’è niente della grandiosità e dell’eroismo che essi ci vedono: non sono eroici e grandiosi più del ragazzino che si mette il piercing per sentirsi unico e speciale, ben sapendo che in realtà c’è un oceano di ragazzini che mettono il piercing, e sono tutti mediamente instupiditi dagli ormoni. Si “ribellano” a tutte le autorità scientifiche del pianeta, accusano di corruzione e idiozia intellettuali di rilevanza mondiale, tacciano di incompetenti i più grandi giuristi del paese e danno di barbari a nazioni come la Francia o la Gran Bretagna… e poi sbavano come lumache davanti a quei quattro mentecatti che salgono sul palco al family day, a commedianti sfacciati come Adinolfi e a quell’altro grande attore di Putin e alle sue leggi anti-gay. Uno che si comporta così non è un eroe ribelle come gli piace sentirsi, è solo un babbeo con la maturità emotiva di un tredicenne e probabilmente gli stessi calli alla mano destra.
Certo, isolare questi babbei è spesso necessario: i narcisisti sono persone che generalmente fanno danni finché non le hai estromesse dalla tua vita, con le buone o con le cattive. Ma non pensiate che il fatto di metterli in minoranza, farli sentire strani o pazzoidi possa scalfirli in senso psicologico: insistere su questo aspetto, anzi, porta a un’iperattivazione della funzione narcisistica. Il meccanismo di difesa che si attiva è il seguente “mi insultano, mi isolano e mi odiano, proprio perché sanno che io ho ragione e loro torto”.
Se si vuol dire qualcosa che abbia effetto su uno che ha un meccanismo di difesa di questo tipo, bisogna agire in altro modo. Pensate a qual è la cosa che vi dava più fastidio quando eravate adolescenti e giocavate a fare i “ribbbelli”; quella che vi faceva imbufalire. Sì, quella lì, sapete tutti qual è. Quella è la cosa che manda fuori dai gangheri anche i fondamentalisti religiosi, perché ferisce il loro narcisismo.

 

Ricapitoliamo, dunque, quali argomenti non ha senso usare con loro, anche se sono di per sé stessi assolutamente validi:

“Sei bugiardo: dici di difendere la famiglia, ma in realtà per la famiglia non fai niente”.

“Sei incoerente: manifesti a favore della famiglia quando tuo marito sfrutta la prostituzione minorile”.

“Ma perché ce l’hai contro le unioni civili/matrimonio gay? A te non toglie niente!”

“Ma guarda che sei rimasto l’unico fesso a pensarla così, tutto il mondo civile si sta adeguando ormai”.

 

Quali saranno invece gli argomenti che funzionano?

Be’… divertitevi a scoprirlo da soli!

 

Ossequi





Ai senatori “malpancisti”

16 01 2016
E’ sorta una reazione abbastanza indignata, da parte di alcuni, contro i giornalisti di gay.it che hanno pubblicato una lista coi nomi e cognomi dei senatori “malpancisti” che vorrebbero far naufragare la legge sulle unioni civili. L’accusa di aver steso una lista di proscrizione e di usare metodi squadristici (vedi ad es. La Repubblica).
Ora, l’accusa di squadrismo, ovviamente, è sbagliata, perché nessuno di questi senatori avrà un danno alla propria vita peggiore di un’e-mail un po’ intasata per un giorno; i fascisti facevano tutt’altro ed è offensivo anche solo fare il paragone. Per come la vedo io quella di gay.it è solo un’iniziativa informativa, e una giusta nel merito se non nel metodo, perché io devo sapere chi è che vota contro di me in Parlamento.
Vero è, però, che questo tipo di metodi non sono utilizzati molto di frequente nel dibattito politico (intendiamoci, sono utilizzati, ma non di frequente e di solito in forma un po’ diversa). Perché gli LGBT vi fanno ricorso in casi come questo?
Io credo che molti “esterni” non riescano a capire perché i gay hanno questo tipo di reazioni. Al di là del fatto che siano adeguate al raggiungimento dei risultati politici o che non lo siano, sono sicuramente adeguate alle esigenze della comunità omosessuale.
Una volta le storie di omosessuali nei film e nella fiction erano rare ed erano solo storie tragiche… ma rispecchiavano bene quello che accadeva a moltissimi omosessuali. Oggi finalmente le storie gay nella fiction sono più frequenti e meno tragiche, e a volte anche molto positive, e ciò è fantastico. Ma l’effetto collaterale di ciò è questo: che molti eterosessuali finiscono col convincersi che improvvisamente i gay stiano benissimo, che siano ricchi, accettati da tutti, spensierati ed allegri.
Non è così. La vita di molti, probabilmente della maggioranza dei gay italiani è ancora difficile o difficilissima: affrontiamo da piccoli odio, bullismo e discriminazione. Fin dalla più tenera età ci viene detto che siamo diversi, che siamo difettati, che non siamo in grado di provare vero amore, che non possiamo crescere dei figli, che non possiamo avere una vita normale. Dire ai genitori del nostro orientamento sessuale è difficile e spesso doloroso; difficile prevedere come reagiranno e che ripercussioni potrà avere la cosa. Il percorso di accettazione, quando c’è, è lungo e complesso per tutti. E infine, la discriminazione di stato, che completa il quadro di difficoltà in cui siamo calati e non solo: vi appone sopra il sigillo di approvazione. Avevano ragione, quelli che ci dicevano tutte quelle cose orrende, lo stato dà loro ragione!
La vita degli omosessuali in Italia è ancora molto, molto difficile, anche se meno che in passato per fortuna. La questione dei diritti non è dunque una semplice richiesta politica, è anche l’urlo di protesta di chi troppo a lungo è stato schiacciato. Gli eterosessuali non si devono mai chiedere come reagiranno i genitori al loro essere omosessuali, né devono fantasticare di fughe all’estero per potersi costruire una famiglia, né devono porsi il problema di come potrebbero reagire parenti, amici o datori di lavoro sapendo che sono eterosessuali. Tutti questi sono problemi estremamente seri per il loro duplice valore di immediatezza pratica (io se voglio sposarmi non posso, sic et simpliciter) e di peso psicologico.
Dunque questi “malpancisti”, agli occhi di molti eterosessuali colpevoli soltanto di “idee diverse”, in realtà verso noi LGBT sono colpevoli di crearci autentiche difficoltà, autentica sofferenza, autentica discriminazione. Giocano letteralmente sulle nostre vite, danneggiano attivamente e direttamente le nostre vite. Incazzarcisi per noi è davvero il minimo. Se qualcuno dentro di sé in questo momento li stesse odiando, lo capirei, è una reazione brutta ma drammaticamente umana.
Non è un caso che una delle iniziative più apprezzate anche dagli etero per la simpatia e la serenità con cui è stata presentata sia stata quella di Giampietro Belotti, il “nazista dell’Illinois”. Che non ringrazieremo mai abbastanza, e che è etero. Proprio il fatto di essere eterosessuale gli ha permesso di fare una cosa che a noi LGBT viene talvolta difficile: scherzare sulla situazione. I nostri problemi sono seri e tendiamo a prenderli sul serio. Forse non sempre premia strategicamente, ma non si può dire che non sia una reazione normale.
Ribadisco che l’accusa di squadrismo è del tutto campata in aria, lo squadrismo non è quello. Tuttavia posso capire che dall’esterno la reazione molto forte che abbiamo ai pregiudizi omofobici possa non essere immediatamente comprensibile.
Ed è a questo punto che tocca anche un po’ a voi lettori… sì, anche a voi, signori “malpancisti”, fare lo sforzo di capire noi: la discriminazione e la violenza, sia fisica che psicologica, per noi non sono una questione ideologica, ma la realtà sofferta della nostra vita. Le nostre reazioni ad essa non possono che rispecchiare ciò.
Ossequi







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