Trans-età?

5 05 2019

Provocazione bipartisan: se è possibile essere transessuali, è possibile essere trans-età? Cioè, è possibile chiedere e ottenere di cambiare l’età che c’è sui documenti, riallineandola a dati differenti rispetto alla semplice data di nascita?
Un tema del genere suona come una reductio ad absurdum contro le istanze della comunità trans, e dunque può essere fastidioso affrontarlo in quell’area. D’altro canto, proporre una cosa del genere in tutta serietà è sicuramente in grado di triggerare, invece, i conservatori. Forse che riusciamo nell’impresa di scontentarli tutti? Senz’altro si può tentare.

In realtà questo discorso potrebbe invece essere un ottimo esercizio di riconciliazione, utile a capire i punti di vista dell’una e dell’altra parte sul tema. E, sì, c’è bisogno di “riconciliazione”; non nel senso di riappacificazione o di compromesso, beninteso, ma di comprensione reciproca: è importante capire il punto di vista degli altri anche laddove non concordiamo con esso, e perfino quando lo riteniamo illegittimo.
Dunque, andiamo avanti con la provocazione e riflettiamoci un secondo: che cos’è l'”età”?
Strettamente definita, è la differenza fra la data di oggi, generalmente arrotondata all’anno, e la nostra data di nascita.
Se la definiamo così strettamente, e attenzione, è del tutto sensato definirla così strettamente (dopotutto, questa è una cosa che i conservatori tendono a non recepire, le definizioni sono solo una convenzione e sono la cosa più semplice da modificare se uno vuole), è del tutto impossibile sostenere che qualcuno possa chiedere di farsene assegnare una differente da quella vera, perché è un semplice dato di fatto.
Ma, come accennavo, non siamo costretti a definirla così strettamente, anche se sembra proprio un percorso obbligato farlo. Quando infatti pensiamo a che cos’è l’età nella nostra vita di tutti i giorni, come ci contraddistingue, in che forme ci identifica e concretamente influisce sulla nostra vita, la data di nascita in sé non dice molto. Voi forse sapete quanti anni ho? E diciamolo: vi serve tanto, saperlo?
Di certo usiamo l’età per dedurre tante cose di una persona… Ma la maggior parte di esse non sono affatto legate all’età nel senso oggettivo di -differenza di date-. La usiamo piuttosto per dedurre altre cose. Per esempio, sulla base dell’età cerchiamo di dedurre lo stato di salute di una persona, la sua maturità intellettuale, la sua maturità emotiva, la sua esperienza di vita, e in mancanza di riscontri fisici anche la sua avvenenza fisica.
Il legame fra tutte queste cose e l’età esiste, ma non è affatto così stretto. Abbiamo cinquantenni idioti, che non hanno mai letto un libro in vita propria e magari sono ubriaconi perenni, e diciottenni colti, responsabili, idealmente pronti a mettere su famiglia. Così come settantenni che hanno ancora almeno una quindicina d’anni davanti a sé e trentenni obesi patologici che potrebbero averne di meno.
Certo, ci sono dei limiti a tutto ciò. Una bambina di nove anni non può essere fertile e matura per un matrimonio. Una novantenne non può avviare un mutuo ventennale o partorire un figlio (al netto di Guinness dei primati). Non stiamo dicendo, dunque, che il tempo trascorso su questa terra, dato oggettivo, sia privo di influenza. Come ovviamente non lo è il sesso biologico di un individuo; una donna trans può fare la vaginoplastica e può crescerle il seno, ma partorire non può di sicuro. Quello specifico dato biologico influisce sulle nostre vite in maniera inevitabile, non può essere cancellato, e in realtà generalmente nessuno vuole cancellarlo. Quello che sto dicendo è, però, che l’età non influisce così tanto, di per sé. Più spesso è un proxy attraverso il quale cerchiamo di indovinare, spesso fallendo, informazioni veramente rilevanti sull’altro.

Ora prendiamo un individuo che magari ha sessant’anni, ma ha sempre praticato sport e condotto una vita molto sana ed è stato baciato dalla genetica, per cui di fatto è come se ne avesse una quindicina di meno ed ha anche un’aspettativa di vita sopra la media. Sarebbe davvero così insensato se volesse essere trattato come un quarantacinquenne? E mettiamo che un trentacinquenne appena entrato, piuttosto tardivamente, nel mercato del lavoro, debba questo “ritardo” a problemi oggettivi, come disturbi seri di salute o roba simile, ma di fatto abbia tutta la tempra e la voglia di fare uno con dieci anni di meno. Sarebbe assurda da parte sua la richiesta di essere trattato come un venticinquenne?
La risposta ovviamente è no. Sono richieste sensate. Così sensate che il più delle volte è naturale accontentarli, in questi casi, e possiamo perfino scordarci quale sia la loro data di nascita. Sui siti d’incontri a cui sono iscritto io mi tolgo sempre due o tre anni, posso permettermelo e dirò la verità: non mi sento particolarmente bugiardo o truffaldino nel farlo; potrei benissimo avere tre anni di meno a guardarmi… ma magari anche di più, eh. Sono un trans-età!

Se seguiamo il ragionamento in tutta onestà intellettuale, dobbiamo riconoscere che l’età “vera”, ovvero la data di nascita, tutta questa importanza non ce l’ha nella vita di tutti i giorni e spesso noi stessi ci comportiamo tutti come dei trans-età, volendo essere visti e trattati sulla base dell’età che ci sentiamo e mostriamo, piuttosto che sulla base di un numerino del cazzo che sta sulla carta d’identità; non solo, spesso facciamo anche operazioni chirurgiche e trattamenti farmacologici per adattare il nostro corpo all’età che sentiamo di meritare.
Essere “trans-età” è possibile e sensato esattamente quanto lo è essere transessuali. La differenza è solo che nessuno sarebbe disposto a cambiarti l’età sulla carta d’identità… e che comunque l’età cambia negli anni, mentre l’identità di genere no, per cui nessuno solleva un problema sociale di trans-ageismo.
Non voglio certo sollevarlo io, in effetti; quello che voglio dire è semplicemente che, come richiesta, quella di farsi dare dalla società un’altra età rispetto a quella che si ha, non è così assurda e insensata come potrebbe sembrare.

Dall’altra parte, però… e qui si richiede uno sforzo di comprensione da parte dei progressisti… che suoni insensata è perfettamente normale. In effetti suona insensata quasi a chiunque. “Ma come, ma che cazzata è, l’età è un dato oggettuale, non possiamo giocarci così!”
E se abbiamo seguito bene il discorso sinora sappiamo bene che il punto non è l’oggettività dell’età come dato, quanto il fatto che sotto quel numerino vengono riassunti tutta una serie di tratti identitari che travalicano il numerino stesso. Sulla base di quel numerino la gente presumerà come mi vesto, cosa mi piace fare nella vita, quanto e come camperò, le mie priorità nella vita. Io non potrei mai volere che gli altri mi riconoscano una data di nascita diversa, perché quella è la data; ma potrei volere che gli altri non mi imprigionino in quel numero permettendogli di determinare interamente la mia immagine di me. Come i transessuali distinguono fra il sesso biologico, immutabile, e l’identità di genere, più flessibile, potremmo tranquillamente distinguere un’età temporale, oggettiva, e una serie di età definite diversamente, come l’età ossea o l’età mentale… concetti che peraltro già usiamo correntemente.

Tuttavia è necessario capire che vi sarebbero resistenze a questo tipo di mutamento, e sono resistenze comprensibili. Come dicevo prima, l’età che effettivamente ho non dice chi sono… ma comunque non può non condizionare vari aspetti della mia vita. E siamo abituati a parlare di età pensando al dato oggettivo, la differenza fra due date. Se da un giorno all’altro inizio a parlare di “età” cambiando il riferimento e pretendendo di scindere il dato oggettuale da tutti gli altri aspetti di cui parlavo… ragazzi, gli altri non ci si possono abituare subito, non è una pretesa razionale che lo facciano. Specialmente se si considera che le nuove categorie non vanno a prendere dei “posti vacanti”, bensì occupano posizioni già prese nel linguaggio: anche l’età ossea e quella mentale si misureranno in anni, anche se in effetti non sono veri “anni” quelli che misurano, ed è quindi abbastanza ovvio che chi è abituato a pensare in termini degli anni che effettivamente ho in termini di date percepisca l’introduzione di nuove categorie come un tentativo di rimpiazzare quelle vecchie.
Insomma, magari a me interessa, per le mie ragioni, sapere esattamente quand’è nato l’altro, e non qual è la sua età ossea o mentale. E mi trovo invece a dovermela giostrare fra tutta una serie di enumerazioni che mi interessano di meno.

Il problema della distinzione fra identità di genere e sesso biologico, al netto della transfobia e della malizia di chi non vuole proprio capire, è solo uno: che i termini “uomo” e “donna” non sono tabula rasa, sono stati usati per millenni in riferimento biunivoco al sesso biologico. Usarli ora in maniera distinta da esso, per parlare di una cosa che invece è distinta da esso, genera resistenze e problematiche.
… Ed è davvero così distinta? Anche quello è argomento di discussione; la transessualità spesso porta a voler assumere tratti somatici che sono tipici di un certo sesso (non “genere”, ma “sesso”). Dunque la ridefinizione dei termini va effettivamente ad occupare uno spot già preso e occupato militarmente con quindici carriarmatini, e la richiesta da parte di chi c’era prima di non esserne scalzato ha un senso. Che non significa che vada accolta, ma ha un senso, si può capire abbastanza da dove viene e che funzioni ha.

Per brutto che possa sembrare dirlo, io credo che la ragione principale per cui le preoccupazioni dei conservatori sono fuori luogo sia la marginalità numerica del transessualismo. Per dire, la classica obiezione omofobica che “se tutta l’umanità fosse gay ci estingueremmo” non ha senso, fra le altre cose, perché i gay se lo desiderano possono anche avere figli, ma principalmente perché i gay sono più o meno il 5% della popolazione e non è mica vero che crescano fino ad invadere il mondo: son sempre quelli. Anche se fossimo tutti preti ci estingueremmo, ma il punto è che non siamo chiamati ad essere tutti preti.

La preoccupazione specifica dei conservatori, quella di vedersi “scippate” le categorie del sesso biologico vedendole sostituite con quelle dell’identità di genere, si esprime nel termine molto offensivo che usano per definire le donne trans: “traps”, trappole, persone che ti traggono in inganno “fingendosi” donne quando invece sono “uomini”. Hanno insomma il terrore di vedersi sostituite le donne biologiche da donne trans. Paradossalmente non è una paura del tutto insensata, in via astratta. Si intende: io uomo etero posso non avere nulla contro le donne trans ma non avere voglia di iniziare rapporti con loro per questa o quella ragione; magari per motivi del tutto sensati come il desiderio di avere figli biologici con la partner. Mi sentirò dunque più a mio agio sapendo che posso approcciare qualunque donna nel locale con la ragionevole certezza che corrisponda a quella mia aspettativa. Messa così è abbastanza ragionevole, no?

Ma i transessuali sono tipo uno su diecimila persone. Quindi sì, se una donna transessuale si “confonde” con una donna biologica non mette a rischio la tua sicurezza che in quel locale quella che ti piace possa anche partorire. Non più di quanto la metta al rischio il fatto che potrebbe essere semplicemente sterile. Certo se fossero il 50% della popolazione, ecco, lì il problema si potrebbe porre legittimamente. Quella dei conservatori è una preoccupazione che potrebbe essere compresa e contestualizzata e neutralizzata, ma che più spesso viene ingigantita e prende la forma della fobia, con tutta l’aggressività e l’irrazionalità che ne consegue. Ed ecco dunque che si immaginano un futuro prossimo in cui non esistono più donne biologiche e loro non possono più avere figli e sono costretti ad accoppiarsi per forza con “donne col pisello”…

Pensare a queste cose solleva riflessioni molto interessanti, per esempio il paradosso apparente per cui una certa situazione può essere normalizzata solo in virtù della propria marginalità ed eccezionalità. Omosessualità e transessualità sono normali e sane perché sono marginali, numericamente. Se non fossero marginali non sarebbero sane, o quanto meno, dovrebbero essere ripensate e integrate in modo diverso nel tessuto sociale. A pensarci, ciò non è così strano: abbiamo tutti bisogno di chirurghi e di operai e di manager, ma se fossero tutti chirurghi chi costruirebbe i palazzi, se fossimo tutti operai chi farebbe il manager, se fossero tutti manager chi aprirebbe la pancia alla gente?

C’è un elemento di irriducibile diversità nell’essere LGBT. Questo va accettato e secondo me si digerisce facilmente. Ora si tratta di capire cosa farne.

 

Ossequi.





Fissazione anale

16 01 2017

La signora Silvana De Mari (tecnicamente sarebbe dottoressa, ma a mio avviso costei è già tanto se la chiamo signora) è recentemente assurta agli onori della cronaca grazie ad una sua straordinaria capacità personale: quella di produrre stronzate in quantità tale che, se inventassero un motore che funziona a stronzate, con un giorno di lavoro sarebbe in grado di provvedere al fabbisogno energetico della Cina per il prossimo cinquantennio.

Intendiamoci, secondo me le stronzate sono una forma d’arte, specie quando raggiungono espressioni così divine. Ma è difficile guadagnarsi da vivere con l’arte, sarà per questo che la De Mari si guadagna da vivere come endoscopista, ovvero infila sonde nel culo alla gente. Non so come se la cavi da endoscopista, probabilmente bene visto che da ciò che dice sembra trasparire una passione sconfinata per gli ani altrui e per le loro vicende; ma sono sicuro che con la produzione di stronzate se la cava pure meglio.

Il punto, pur non mettendo in dubbio le doti personali di cazzara della signora, è che purtroppo occorre dire che di stronzate l’umanità è sempre in surplus, quindi la nostra non ha davvero niente di particolare per cui dovrebbe meritare la nostra attenzione; è vero però che sta avendo i suoi, dolorosissimi per noi dotati di neuroni, quindici minuti di celebrità, quindi possiamo usarla come spunto per fare un pochino di informazione come si deve.

Dunque, se dovessi riassumere i contenuti della sparata media della De Mari in una serie di parole chiave, esse sarebbero: ano, feci, retto, colon, fisting. Praticamente non fa altro che parlare delle cavità anali del prossimo. Vabbe’, io faccio statistica di lavoro, parlo spesso di statistica, ma non ne parlo sempre, questa pare proprio ossessionata.
Certo non è l’unica appassionata di sesso anale (come argomento intendo, ma che avete capito?!) che troviamo nel mondo ultracattolico e in generale omofobico. Avete mai sentito termini come “culattone” e “culo” o “buco” per riferirsi agli omosessuali? Addirittura in quegli ambienti lì si continua a parlare di “sodomia” come sinonimo di omosessualità, non è una sorpresa.

Problema principale: è un’identità semplicemente FALSA.

Io per primo sono omosessuale al 100%, ma quando iniziavo a scoprirmi una delle mie preoccupazioni era che, oltre a non essere etero, e quindi non rientrante nelle aspettative sociali sugli etero, pareva che non rientrassi neanche in quelle sugli omosessuali. Non avevo mai fatto nessuna fantasia sul sesso anale; non mi interessava l’idea di penetrare un altro maschio, men che meno mi interessava l’idea di esserne penetrato: sempre odiato anche solo le supposte. “Ma se sei gay, prima o poi ti toccherà farlo il sesso anale”, mi diceva una vocina interiore. Come tanti, anche io avevo interiorizzato gli stessi stereotipi su di me: essendo gay, devo fare sesso anale, anzi, addirittura, essere gay=fare sesso anale.

1hrsqnNon che non ci abbia mai provato, a farlo, o che non abbia raggiunto una certa apertura mentale (purtroppo solo mentale e non anale) a riguardo, nel tempo. Una volta l’ho anche fatto, da attivo. L’ho trovato noiosissimo. Probabilmente, come in tutte le pratiche sessuali, il divertimento dipende anche da chi c’è dall’altra parte, perché contrariamente a quello che continua a ripetere la signora, forse per auto-convincersene, il sesso omosessuale come tutto il sesso si fa in due, è un atto eterodiretto, è un rapporto. Ho incontrato persone con cui quel rapporto ha funzionato, e altre con cui non ha funzionato; la mia unica esperienza anale rientrò nella seconda fattispecie, probabilmente con un’altra persona sarebbe andata meglio.

Comunque, fra una cosa e l’altra, non ho più fatto sesso anale per vari anni. In compenso ho avuto altri rapporti sessuali veramente fantastici. A sentire la signora mi sa che non sono manco omosessuale, visto che sembra non concepire proprio la differenza fra sessualità anale e omosessualità.

Ma sarò io una mosca bianca? Sono l’unico gay al mondo che sta benissimo senza sesso anale e non lo cerca e non lo pratica?

Io ne ho conosciuto e conosco parecchi così. Quindi sicuramente non sono un alieno, si tratta anzi di una cosa estremamente comune.

Quanto comune?

Vi prego, se la De Mari o il suo tutore legale stanno leggendo tengano pronti i Sali per rianimarla: secondo uno studio del 2011, circa il 62% dei maschi omosessuali non pratica mai il sesso anale[1]!

[Piccolo edit: mi è stato fatto notare che lo studio di Rosenberg non si riferisce al sesso anale mai fatto in tutta la vita, ma solo al rapporto più recente. Non prova dunque che la maggioranza dei maschi omosessuali non lo pratichi mai; quello che prova è solo che il 62% dei maschi omosessuali non lo considera una pratica sessuale irrinunciabile e, verosimilmente, non lo pratica con regolarità. A posteriori, pareva in effetti una percentuale troppo alta; per esempio io stesso, che non pratico il sesso anale, una volta nella vita l’ho provato, quindi è logico pensare che quelli che lo hanno fatto “almeno una volta” siano parecchio numerosi, al punto anche di sovrastimare moltissimo il numero di coloro che poi lo praticano di fatto con regolarità.
Altri studi suggeriscono che la percentuale dei maschi omosessuali che non praticano sesso anale sia di uno su quattro o uno su tre [2,3,4]. Chiaramente si tratta comunque di una percentuale enorme e sufficiente da sé a sfatare il mito secondo cui omosessualità = sesso anale.]

Parliamo di omosessuali casti che non praticano mai sesso? No, perché il 72% pratica invece il sesso orale, quindi il quadro più ragionevole è che almeno metà dei maschi omosessuali sessualmente attivi non pratichi il sesso anale (delle lesbiche non parliamo nemmeno, perché come tutti sanno le lesbiche per l’integralista cattolico non sono vere omosessuali, ma sospetto che non pratichino il sesso anale neanche loro).

Il confronto con gli eterosessuali ha risultati ancora più impietosi, perché stando ad altri dati che non presento gli eterosessuali praticano il sesso anale perfino di più degli omosessuali. Ma lasciamo da parte il confronto, i confronti sono sempre difficili da fare e da interpretare; già il crudo dato è sufficiente: se almeno un omosessuale sessualmente attivo su due non pratica il sesso anale significa che l’uguaglianza sodomia=omosessualità è pura fantasia.

Quando una fantasia diventa stereotipo, a mio avviso, è sempre d’uopo domandarsi il perché, e io credo che la ragione sia l’approccio eteronormativo alla sessualità omosessuale, non a caso solo a quella maschile perché si presta particolarmente. Molti, sia eterosessuali che omosessuali, tendono a vedere la sessualità omoerotica come una specie di “imitazione” di quella eterosessuale. La sessualità eterosessuale, a propria volta, è piagata dal cancro cattolico prima e psicanalitico dopo che la ha codificata secondo il vecchio paradigma della genitalità: il sesso è la pratica riproduttiva.

Questa visione è vecchia come il cucco e oggi non ha più alcuna base scientifica. Ovviamente il sesso può avere una funzione riproduttiva, ma nei primati superiori ha anche una funzione sociale e ricreativa. Senza contare che, ovviamente, il fatto che ci sia una teleonomia evolutiva in una certa struttura o comportamento non vuol dire affatto che vi sia in esso un’intenzionalità, ovvero una finalità, ovvero una normatività. Ma quando parliamo di soggetti come la De Mari dobbiamo ricordarci che abbiamo a che fare con gente che o non ha capito l’evoluzione oppure la rigetta o più di frequente entrambe le cose, quindi si capisce perché continuiamo a sentire ‘ste stronzate su “a cosa serve il sesso”, “per cosa dovrebbe essere usato il sesso” e “cosa vuole la natura” (che, non essendo una persona, non ha volontà e non vuole proprio niente).

Insomma, se il sesso vero è la penetrazione vaginale e solo quella, e il resto sono una specie di imitazioni, be’, allora viene spontaneo pensare al sesso anale come la cosa che ci si avvicina di più. L’ano è vicino a dove sta la vagina, la posizione in cui si fa l’amplesso è molto simile, il movimento durante l’atto, “la monta”, pure è qualcosa di ubiquitario fra tutti i mammiferi… e infatti molti di loro praticano anche il sesso anale omosessuale, per inciso.  Dunque si spiega la fissazione di molti omofobi contro il sesso anale, e la loro cecità a tutte le altre forme in cui si esprime la sessualità omosessuale, che peraltro sono anch’esse in gran parte sovrapponibili a quello che fanno gli eterosessuali. E da qui viene anche l’esclusione delle lesbiche da qualsiasi considerazione: se non c’è la penetrazione, non c’è  il sesso!

E invece c’è eccome.

Beninteso, io non ho assolutamente niente contro il sesso anale, infatti penso che prima o poi lo rifarò, se troverò la persona giusta con cui provare di nuovo. Ma quello che mi preme sottolineare è quanto queste persone che si improvvisano esperti di omosessualità perché hanno infilato sondini nel culo alla gente siano semplicemente ignoranti che non sanno niente di omosessualità, e probabilmente molto poco di sessualità in generale: una percentuale enorme, se non la maggior parte, degli omosessuali, non fa sesso anale, o quanto meno non lo fa regolarmente. Scendi per strada, vai a conoscere un po’ di omosessuali, possibilmente non solo quelli cui hai infilato roba nel retto, e ti fai un’idea vera. E magari, ma FORSE EH, leggere anche qualche studio sull’argomento può aiutare. Capisco che il Catechismo dice già tutto quello che serve nella vita, ma se uno vuole capirne qualcosa di pompini e inculate forse il Catechismo della Chiesa Cattolica non dovrebbe essere il testo di riferimento.

Ovviamente poi uno stereotipo tira l’altro, dallo stereotipo che gli omosessuali scopano tutti in culo poi ne discendono vari altri. La De Mari per esempio pare molto scandalizzata dal fatto che sui siti gay si parli anche di pratiche sessuali molto non convenzionali, come il fisting, il pissing, lo scat; mi pare di capire che sia entrata in contatto perfino con la masturbazione uretrale (se non sapete cos’è non la cercate, io se potessi vorrei tornare indietro e non saperlo XD). Lo stereotipo qui è che i gay facciano tutte le peggio “schifezze”.

Non è vero. Certo uno stereotipo mediamente vero sul mondo gay c’è: siamo un pochino più aperti a parlare di sesso. È anche una necessità, visto che dobbiamo difenderci da HIV, ma un po’ discende secondo me dal fatto che un omosessuale nella propria vita si trova necessariamente a dover problematizzare e esteriorizzare la propria sessualità, mentre un eterosessuale può il più delle volte lasciarla un po’ dietro le quinte. Quindi a noi omosessuali i giochi sessuali con feci e urina fanno in media schifo come in media agli etero, ma siamo probabilmente, sempre in media, un po’ più spigliati a parlarne. Siamo anche più disinvolti a praticarli? Non saprei, forse un po’ sì, sempre in media ovviamente. Questo non significa certo che tutte le pratiche di cui parliamo siano comuni; ho conosciuto tanti, e aiutatemi a dire taaanti gay, con alcuni ho parlato anche di questioni piuttosto intime concernenti la sessualità. Non ho mai incontrato nessuno che praticasse scat o pissing (ripensandoci, ne ho conosciuto uno… ma per converso ho conosciuto anche un’eterosessuale cui piaceva, e considerando che con gli eterosessuali parlo di sesso molto di meno che coi gay, è significativo che ne abbia comunque trovato uno cui piace il pissing, si vede che non è così raro). Non è una cosa comune, ovviamente. Sappiamo per certo, d’altro canto, che gli eterosessuali lo fanno, seppur anch’essi molto molto di rado …“Two girls one cup”, mai sentito? Regista eterosessualissimo, signori miei.

Ma c’è un altro passo avanti che dobbiamo fare nel discorso, e cioè sottolineare come, se anche tutti gli omosessuali facessero scat e pissing, non sarebbero cazzi che riguardano la De Mari.

Il problema nel fare questo passo è la famosa incomunicabilità, un meccanismo di blocco mentale. Se una ti dice una cosa così:

A te cosa ti cambia se loro sono contenti? Mi cambia perché due tizi o tre che si tirano le feci addosso e che lo scrivono stanno profanando la loro umanità e la mia, stanno spargendo batteri fecali in giro, se hanno fatto il fisting dovrò curargli l’incontinenza fecale a spese de sistema sanitario loro hanno il diritto di farlo e io ho il diritto di affermare, scrivere, che lo trovo immondo.

Io non sono in grado di risponderle, perché per me questa cosa non ha alcun senso, non c’è comunicazione fra un cervello che funziona come il mio e uno che funziona (?) come il suo. Tralasciamo per un momento il discorso del Sistema Sanitario che è chiaramente pretestuoso, ma mi spiegate come faccio a “profanare l’umanità” della De Mari se una sera mi chiudo in camera mia e decido di fare qualcosa anche di, diciamolo, abbastanza disgustoso, come spalmarmi addosso le feci? Non le cambia proprio niente, non sono cazzi suoi e punto. Lei non avrebbe neppure alcun modo di sapere che lo sto facendo. Potrebbe benissimo conoscere eterosessuali che lo fanno, ma ovviamente lei non lo sa perché non glielo vanno a dire e non ha modo di saperlo. Che lei si senta violata da quello che due adulti consenzienti fanno a casa loro è un problema psicologico solo suo, non certo degli altri.

L’incomunicabilità fra persone come me persone come la De Mari è fondamentale, perché abbiamo di fronte una persona che giudica con una facilità sconcertante. Mi fa quasi paura. Io non avverto questa necessità di dare giudizi etici su tutto, esistono sfere del privato in cui non c’è niente da giudicare, e quello che fanno due adulti consenzienti in camera loro rientra nella fattispecie. Ti fa schifo l’idea dello scat? Se vuoi saperlo fa schifo anche a me, e molto; credo nessuna forza su questa terra potrebbe convincermi a praticarlo. Ma questo non ha alcuna rilevanza, nulla toglie alla dignità e al valore in quanto persone di chi invece lo trova divertente. Lo so che dire ad un ipercattolico che in certi casi ci può anche fare i cazzi propri e astenersi dal giudicare è veramente un’esagerazione (nonostante qualcuno la cui opinione essi dicono di tenere in alta considerazione sconsigliasse caldamente di dare troppi giudizi …), ma è così.

E per quanto riguarda le spese sanitarie… suvvia! La carne! Il prosciutto! È cancerogeno, è stato dimostrato. E allora? Spero che la De Mari non sia anche vegana, non sarà una di quelle che dicono che non dobbiamo mangiare prosciutto perché se poi ci viene il cancro pesiamo sul SSN, mi auguro. Il fisting è ovviamente una pratica poco salutare, oltre che molto poco comune, ma ci sono un sacco di cose poco salutari che si fanno perché le si trova piacevoli; quindi no, non sono fatti suoi se una coppia pratica il fisting. Il discorso poi diventa pazzesco se cerchiamo di applicarlo a tutte le cose che ha detto. Spargere batteri fecali in giro? A parte che come ben sa la signora i batteri fecali sono essenzialmente Escherichia coli, e a meno che non te la metti negli occhi o in bocca o su ferite aperte non fa proprio niente, ma davvero pensa che uno che pratica lo scat dopo non si faccia manco la doccia? Una sciacquata e i pericolosissimi batteri fecali se ne sono andati. Per non parlare poi del pissing: a meno che non vi siano gravi (e di norma molto visibili) infezioni delle vie urinarie in corso, la pipì è completamente sterile, la puoi letteralmente usare per lavarci le ferite; il che significa che farsi urinare addosso è cento volte meno pericoloso, per dire, che farsi venire nella vagina. Chi fa pissing pesa sul sistema sanitario meno della signora.

Ti fa schifo la cosa? Sopravvivremo, ma ancora una volta non sono cazzi tuoi, e hai voglia a gridare che invece lo sono, non lo sono, punto. Poi che uno possa farsi anche i cazzi degli altri, e be’, quello purtroppo succede d continuo; c’è la vicina che spettegola su chi ti è venuto a trovare in casa, c’è la signora che ti vede per strada e spettegola su come ti sei vestito, c’è la signora che ti infila il sondino in culo e spettegola sulle condizioni del tuo colon. Dobbiamo farcene una ragione. Il punto è che l’idea di farsi i fatti propri è del tutto aliena a certe persone: devono sparare sentenze su tutto, incluso e soprattutto ciò che non conoscono. E magari si limitassero a quell’attività, che è già abbastanza dannosa; di solito si mettono pure offendere e a spargere pregiudizi e vere e proprie menzogne per danneggiare le persone.

Certo ognuno ha i suoi hobby, personalmente non vorrei giudicare la signora se lei si diverte pontificando sull’ano delle persone. Ma chi non vuole essere giudicato, disse qualcuno, non deve giudicare…

Ossequi.

 

[1] Rosenberger, J. G., et. al. Sexual behaviors and situational characteristics of most recent male-partnered sexual event among gay and bisexually identified men in the United States. Journal of Sexual Medicine. (2011); 8:3040–3050.

[2] McWherter, D.P. and Mattison, A.M. (1984). The Male Couple: How Relationships Develop. Englewood Cliffs, NJ: Prentice-Hall.

[3]Zazola-Licea, et al. “Sexual behavior patterns and HIV risks in bisexual men compared to exclusively heterosexual and homosexual men.” salud pública de méxico 45 (2003): S662-S671.

[4] Wei, C. et al “Preference for and maintenance of anal sex roles among men who have sex with men: Sociodemographic and behavioral correlates.” Archives of sexual behavior 40.4 (2011): 829-834





Piccardo, le unioni civili e la poligamia

7 08 2016
Perché nessuno ha capito il senso delle affermazioni di Piccardo?
Ma vi pare davvero che un personaggio così esposto chiederebbe la poligamia in Italia? Con che possibilità? Al massimo potrebbe inasprire il clima di odio verso i musulmani, ma di sicuro non può ottenere il riconoscimento che dichiara di volere.
Ma davvero non si capisce il suo intento? Non avete seguito un minimo le strategie comunicative di Gianfranco Amato, Costanza Miriano e gang, abbastanza da aver imparato come si comporta un integralista religioso?
Facciamo un ripassino: Amato e Miriano sono effettivamente dei fanatici religiosi cui piacerebbe mandare i gay in carcere, vietare aborto e divorzio eccetera. Ma non la mettono mai giù in quel modo (se non in quei momenti in cui “gli scappa” di dire quello che pensano davvero), perché sanno che metterla in quel modo è una battaglia persa.
Per capire la strategia degli integralisti religiosi bisogna ricordare l’impagabile Salvemini:
“La realtà è che quando un clericale usa la parola libertà intende la libertà dei soli clericali (chiamata libertà della Chiesa) e non le libertà di tutti. Domandano le loro libertà a noi laicisti in nome dei principi nostri, e negano le libertà altrui in nome dei principi loro.”
L’integralista religioso non è stupido; ciò che fa va analizzato considerando il suo comportamento come altamente strategico: sta buono, mantiene un basso profilo, osserva in silenzioso disprezzo la società liberale e democratica, e attende il suo primo spiraglio di debolezza in cui infilarsi per aggredirla. Conosce tutti i bug del sistema democratico soprattutto per quanto riguarda la comunicazione, ed è sempre pronto a sfruttarli a proprio vantaggio.
I fondamentalisti, cattolici o islamici che siano, sanno che non possono ridurre la libertà di espressione dei loro nemici invocando il potere della censura, perché nella società occidentale quel potere è molto ridotto e spesso non è più dalla loro parte, dunque rovesciano la cosa e la pongono come una questione di “libertà di espressione” e “libertà di educazione”. Loro chiedono la libertà di odiare gli LGBT, la libertà di discriminarli, la libertà di propagandare quell’odio ovunque riescano senza nessun argine.
Il fatto che pongano la questione come una questione di libertà e democrazia non deve trarci in inganno, non deve essere scambiato neanche per un momento come il frutto di un sincero credo nella democrazia e nel pluralismo; quello che cercano di fare è semplicemente sfruttare le superficiali contraddizioni del sistema democratico e liberale con l’intento di farlo collassare, esattamente come dice Salvemini.
Una di queste contraddizioni è che la società aperta deve difendersi dai suoi nemici, dunque deve reprimere in varia misura coloro che vorrebbero distruggerla. Dunque i principi di libera espressione, libera educazione, libera stampa libero movimento etc. incontrano un limite nel momento in cui vengano usati proprio per limitare la libertà altrui. Dunque la società aperta può essere aperta solo fino ad un certo punto e i suoi principi hanno una validità per forza di cose limitata; questo limite è complesso, sfumato, difficile da tracciare; dunque chi vuole danneggiare la società aperta vi vede un’immediata debolezza, una presunta “incoerenza” da denunciare, un’area di cedimento, di potenziale confusione filosofica e culturale in cui insediarsi per far danni.
Quando la Miriano chiede libertà di espressione in realtà si sta muovendo strategicamente in due direzioni: la prima, si sta creando uno spazio di manovra per coltivare e diffondere idee repressive e totalitaristiche al sicuro dal giusto ostracismo cui sarebbe sottoposta altrimenti; la seconda, sta cercando di scatenare un senso di schizofrenia, confusione e contraddizione sui principi liberali. È come se dicesse “guardate: i vostri stessi principi sono quelli che permettono a me, che sono contro quei principi, di esprimermi contro di essi. Come fate a supportare una cosa così ipocrita e assurda? Appoggiate piuttosto il mio sincero e coerente totalitarismo teocratico!”
Finito il ripasso, torniamo a Piccardo. Non pensate neanche per un momento che Piccardo sia meno integralista o più scemo di Miriano ed Amato perché è musulmano, ragiona esattamente allo stesso modo: non sta richiedendo un diritto civile, piuttosto si sta ricavando uno spazio di manovra per organizzare una controffensiva contro i diritti civili, e al contempo fa la prima mossa di questa controffensiva: denuncia il sistema democratico dello stato di diritto come debole ed incoerente.
Non era una difesa della poligamia, la sua, quella avete più probabilità di sentirla a qualche pride; era un attacco alla comunità LGBT. E infatti un sacco di omofobi subito hanno colto l’assist e hanno ripreso in mano il loro vecchio argomento del pendio scivoloso… la frase di Piccardo serviva proprio a dargli questo assist. E lasciatemelo dire, è del tutto evidente che sia così anche dalla forma in cui l’argomento è stato posto!
“Io e milioni di persone non condividiamo la relazione omosex e tuttavia essa è lecita e ne rispettiamo gli attori. Ora lo Stato regolamenti anche il matrimonio plurimo”
Questo è chiaramente e inequivocabilmente un attacco omofobico in tutto e per tutto!
E dando spazio alle sue ridicolaggini lo si aiuta. Non che possa fare molto danno, beninteso, ma sarebbe meglio evitarlo.
Ossequi.




La disgustosa retorica della giustizia cosmica

14 06 2016

La retorica sui figli e quella sull’amore hanno in comune una caratteristica essenziale e particolarmente odiosa: sono costruite per dare legittimazione piena a delle ingiustizie.

Mi concentrerò qui sulla disgustosa retorica sui figli, prevalentemente di matrice cattolica: essenzialmente questi bravi genitori cattolici non perdono mai occasione per esaltare che fantastica esperienza sia avere dei figli. Da parte di chi figli non ne ha, ci sono due possibili risposte ragionevoli a questo tipo di retorica:

La prima: “non sono d’accordo, non credo che i figli siano un’esperienza così bella e importante”.

La seconda: “sono d’accordo, infatti anche io che biologicamente non posso averne desidero avere figli”.

Entrambe le risposte incontrano reazioni di rabbia estrema da parte di questi bravi genitori. Perché?

Perché essi non solo vogliono esibire i figli come la cosa più bella del mondo, ma anche essere invidiati per questo; e perfino vogliono il riconoscimento che il loro avere questo privilegio sia GIUSTO. Un discorso simile vale con le relazioni: chi le ha vuole che gli sia riconosciuto che se l’è pure MERITATE e dunque che, implicitamente, chi non le ha è perché non se l’è meritate. Vogliono, insomma, non solo godersi le fortune, ma anche sentirsi dire che dietro quelle fortune non c’è il vuoto agire del caso, ma l’azione di un’occulta giustizia cosmica sottostante.

Nella retorica omofobica contro l’omogenitorialità questo elemento è onnipresente; qualche tempo addietro assistetti al comizio di un politico che aprì la discussione parlando dei suoi figli e di quanto rendessero la sua vita gioiosa, informazione assolutamente non richiesta, e poi proseguì con la bordata contro la legge Cirinnà che trasformava i figli in un “diritto”.

Ma che discorsi sono? Se avere figli è una cosa bella, perché non assicurare questa gioia a più persone possibili, fermo restando che dimostrino di essere adeguate al compito genitoriale? Se è una cosa così bella e così importante da farti ritenere opportuno parlare dei tuoi figli in un comizio politico che non c’entra niente, perché non sforzarsi di farne un diritto per tutti? Se è una cosa così bella e importante, allora andrebbe condivisa!

Non è che potere avere figli biologicamente significhi essere persone particolarmente meritevoli di questo “privilegio”. Non è automaticamente giusto che chi può avere figli biologicamente li abbia, e non è automaticamente giusto che chi non può non li abbia. Per fare un figlio ci vogliono uno spermatozoo, un ovulo e un utero; non richiede particolari meriti personali avere un figlio biologico, infatti anche i personaggi più disagiati ed indegni hanno dei figli. E’ evidente che se Josef Fritzl ha avuto figli avere un figlio non certifica una tua particolare grandiosità. Analogamente, se Adolf Hitler aveva una partner, è evidente che non si richiedono speciali doti umane per avere una relazione. Chi ha un figlio o una moglie non ha niente di meglio degli altri, non sono cose che certifichino il favore di Dio nei confronti dei suoi Prediletti e dei Giusti. Significano solo avere avuto culo (o sfiga, a seconda dei punti di vista).

Non c’è un cazzo da esibire né un cazzo da vantarsene, ma se proprio vuoi esibire e vantarti, allora le risposte naturali degli altri sono quelle due che scrivevo prima: gente che non ti caga di striscio perché non condivide la tua scala di valori, oppure gente che la condivide e conseguentemente avverte un senso d’ingiustizia. E a dirla tutta dovresti avvertirlo anche tu, se il punto non fosse, come invece è, causare invidia. Perché che un pazzo come Fritzl abbia avuto figli mentre un sacco di ottimi genitori non ci riescono è chiaramente un’ingiustizia di scala cosmica. Quello che assolutamente non ci si può aspettare e non si può chiedere è quello che questi soggetti vorrebbero invece sentirsi dire: “effettivamente i figli sono la cosa più bella e importante della vita; ma io mi rassegno senza batter ciglio a non averne perché se tu li hai e io no sicuramente è perché sei migliore di me e Dio ti favorisce”.

Relazioni e genitorialità vengono avvolti in un manto di romanticismo e irrazionalità per una ragione ben precisa, e si capisce facilmente qual è se si pensa a tutte quelle retoriche che vengono costruite per giustificare altre forme di “ingiustizia”: la retorica del lavoro duro che permette di raggiungere qualsiasi obbiettivo, per esempio, che è strettamente funzionale a giustificare la ricchezza agli occhi della povertà; o la retorica del voto democratico come giudizio definitivo di valore morale e politico, che è strettamente funzionale a giustificare il dominio di chi vince di volta in volta le elezioni.

La fortuna è cieca e ingiusta; la fortuna di qualcuno è il complemento naturale della sfortuna di qualcun altro, e dunque la sua stessa esistenza confuta il concetto di una giustizia universale. Chi non ha avuto fortuna naturalmente si adopererà per cercare di cambiare le cose e, se non ci riuscirà, accetterà la cosa, che però è ben diverso dal trovarla “giusta” e dal riconoscere che siamo nel migliore dei mondi possibili. Il fortunato, invece, potrebbe accontentarsi di gioire della propria fortuna e basta; ma se si fermasse a rifletterci sopra potrebbe perfino, all’estremo, sentirsi un po’ in colpa a causa della propria fortuna. Un rischio che non vuole correre, per questo costruisce una retorica della giustizia cosmica per cui tutto ciò di buono che gli è capitato se l’è meritato e gliel’ha voluto mandare Dio. E tu devi riconoscere che ciò che a lui è capitato e a te no è una cosa fantastica che più bella non ce n’è, ma senza mettere in discussione la saggia giustizia cosmica che a lui l’ha data e a te no. Conveniente, per lui.

In effetti, dal suo punto di vista, quest’operazione ha perfettamente senso. Sono gli altri che non dovrebbero permetterla in silenzio…

 

Ossequi





Ai senatori “malpancisti”

16 01 2016
E’ sorta una reazione abbastanza indignata, da parte di alcuni, contro i giornalisti di gay.it che hanno pubblicato una lista coi nomi e cognomi dei senatori “malpancisti” che vorrebbero far naufragare la legge sulle unioni civili. L’accusa di aver steso una lista di proscrizione e di usare metodi squadristici (vedi ad es. La Repubblica).
Ora, l’accusa di squadrismo, ovviamente, è sbagliata, perché nessuno di questi senatori avrà un danno alla propria vita peggiore di un’e-mail un po’ intasata per un giorno; i fascisti facevano tutt’altro ed è offensivo anche solo fare il paragone. Per come la vedo io quella di gay.it è solo un’iniziativa informativa, e una giusta nel merito se non nel metodo, perché io devo sapere chi è che vota contro di me in Parlamento.
Vero è, però, che questo tipo di metodi non sono utilizzati molto di frequente nel dibattito politico (intendiamoci, sono utilizzati, ma non di frequente e di solito in forma un po’ diversa). Perché gli LGBT vi fanno ricorso in casi come questo?
Io credo che molti “esterni” non riescano a capire perché i gay hanno questo tipo di reazioni. Al di là del fatto che siano adeguate al raggiungimento dei risultati politici o che non lo siano, sono sicuramente adeguate alle esigenze della comunità omosessuale.
Una volta le storie di omosessuali nei film e nella fiction erano rare ed erano solo storie tragiche… ma rispecchiavano bene quello che accadeva a moltissimi omosessuali. Oggi finalmente le storie gay nella fiction sono più frequenti e meno tragiche, e a volte anche molto positive, e ciò è fantastico. Ma l’effetto collaterale di ciò è questo: che molti eterosessuali finiscono col convincersi che improvvisamente i gay stiano benissimo, che siano ricchi, accettati da tutti, spensierati ed allegri.
Non è così. La vita di molti, probabilmente della maggioranza dei gay italiani è ancora difficile o difficilissima: affrontiamo da piccoli odio, bullismo e discriminazione. Fin dalla più tenera età ci viene detto che siamo diversi, che siamo difettati, che non siamo in grado di provare vero amore, che non possiamo crescere dei figli, che non possiamo avere una vita normale. Dire ai genitori del nostro orientamento sessuale è difficile e spesso doloroso; difficile prevedere come reagiranno e che ripercussioni potrà avere la cosa. Il percorso di accettazione, quando c’è, è lungo e complesso per tutti. E infine, la discriminazione di stato, che completa il quadro di difficoltà in cui siamo calati e non solo: vi appone sopra il sigillo di approvazione. Avevano ragione, quelli che ci dicevano tutte quelle cose orrende, lo stato dà loro ragione!
La vita degli omosessuali in Italia è ancora molto, molto difficile, anche se meno che in passato per fortuna. La questione dei diritti non è dunque una semplice richiesta politica, è anche l’urlo di protesta di chi troppo a lungo è stato schiacciato. Gli eterosessuali non si devono mai chiedere come reagiranno i genitori al loro essere omosessuali, né devono fantasticare di fughe all’estero per potersi costruire una famiglia, né devono porsi il problema di come potrebbero reagire parenti, amici o datori di lavoro sapendo che sono eterosessuali. Tutti questi sono problemi estremamente seri per il loro duplice valore di immediatezza pratica (io se voglio sposarmi non posso, sic et simpliciter) e di peso psicologico.
Dunque questi “malpancisti”, agli occhi di molti eterosessuali colpevoli soltanto di “idee diverse”, in realtà verso noi LGBT sono colpevoli di crearci autentiche difficoltà, autentica sofferenza, autentica discriminazione. Giocano letteralmente sulle nostre vite, danneggiano attivamente e direttamente le nostre vite. Incazzarcisi per noi è davvero il minimo. Se qualcuno dentro di sé in questo momento li stesse odiando, lo capirei, è una reazione brutta ma drammaticamente umana.
Non è un caso che una delle iniziative più apprezzate anche dagli etero per la simpatia e la serenità con cui è stata presentata sia stata quella di Giampietro Belotti, il “nazista dell’Illinois”. Che non ringrazieremo mai abbastanza, e che è etero. Proprio il fatto di essere eterosessuale gli ha permesso di fare una cosa che a noi LGBT viene talvolta difficile: scherzare sulla situazione. I nostri problemi sono seri e tendiamo a prenderli sul serio. Forse non sempre premia strategicamente, ma non si può dire che non sia una reazione normale.
Ribadisco che l’accusa di squadrismo è del tutto campata in aria, lo squadrismo non è quello. Tuttavia posso capire che dall’esterno la reazione molto forte che abbiamo ai pregiudizi omofobici possa non essere immediatamente comprensibile.
Ed è a questo punto che tocca anche un po’ a voi lettori… sì, anche a voi, signori “malpancisti”, fare lo sforzo di capire noi: la discriminazione e la violenza, sia fisica che psicologica, per noi non sono una questione ideologica, ma la realtà sofferta della nostra vita. Le nostre reazioni ad essa non possono che rispecchiare ciò.
Ossequi




Prove tecniche di teocrazia

3 12 2015

Scioccante e rivelatrice la levata di scudi del mondo cattolico integralista contro la docente che ha deciso di cambiare sesso.

Scioccante perché, tenetevi forte, perfino in Iran, una teocrazia islamica, il transgenderismo è ammesso e legale.

Rivelatrice perché in realtà abbiamo già insegnanti transessuali in Italia da anni, e per molti anni nessuno ha detto niente. Per quanto non sia un’esperienza di tutti i giorni, rientra tutta nel range della “normalità”. Solo oggi è diventata uno scandalo pazzesco, grazie agli strali di odio e al terrorismo psicologico dei talebani de ‘noartri. E il fatto getta luce ulteriore sulla già cristallina strategia degli adinolfiani: essi giocano sui pregiudizi sessisti ed omofobici preesistenti nella popolazione, cercando di farli emergere nuovamente al massimo livello di pericolosità.

Bisogna dire che gli italiani obbiettivamente vivono una dissonanza cognitiva: in media rispettano idealmente la dignità delle persone omosessuali e transessuali, al punto che ci convivono fianco a fianco; sono figli, amici, colleghi, genitori e parenti: l’italiano medio non odia il gay perché ne conosce uno. E tuttavia afferma tranquillamente che i gay non dovrebbero avere i suoi stessi diritti.

Tutto ciò ci ricorda Himmler che, nel discorso di Posen, spiegava al suo pubblico di gerarchi le ragioni del segreto attorno alla Shoah:

“Ed ecco che se ne arrivano, tutti i nostri ottanta milioni di tedeschi, e ciascuno di essi ha il suo bravo ebreo. E dicono: ‘gli altri tutti porci, ma ecco un ebreo di prima classe’.”

Ovviamente, però, se tutti quanti conoscono un bravo ebreo o un bravo gay o un bravo musulmano o un bravo transessuale, non è vero che sono tutti porci, e neanche la maggioranza. E qui sorge la contraddizione: perché, se davvero mi rispetti come umano tuo pari, mi dai pari diritti, è ovvio.
Noi LGBT infatti mettiamo in luce continuamente questa contraddizione, e diciamo agli italiani “guardate che, visto che idealmente ci considerate persone vostri pari, dovreste anche rispettarci concretamente attraverso diritti  e tutele”.
Gli integralisti cattolici del GIENDER, dal canto loro, si muovono in direzione opposta, ma dobbiamo rendergliene atto, col medesimo rigore logico: “italiani, visto che non siete disposti a rispettare concretamente gli LGBT, dovreste anche ammettere che sono pericoli per la società e che dovrebbero essere rinchiusi nei manicomi”. Che come discorso fila bene. In effetti l’incoerente qui è, come al solito, il middle voter, che nella dissonanza cognitiva sguazza beato e vorrebbe restarci ad libitum.

E, per corteggiare il middle voter moderato, gli integralisti cattolici cercano di presentarsi come moderati a propria volta. Salvo qualche pazzesco scivolone.

Per esempio, in questa deliziosa intervista, Satan… cioè, l’avvocato Gianfranco Amato (per l’occasione ribattezzato Giuliano da “Il Giornale”, evidentemente avvezzo a trattare con Amato di ben altra levatura se non morale, almeno politica) ammette con suprema lucidità che

“con i gay parificati ai neri e agli ebrei, dire che un uomo non può sposare un altro uomo equivarrà a dire che va impedito il matrimonio fra l’uomo bianco e la donna nera”.

Be’, sì, più o meno qui ha ragione. Siamo chiari, in realtà la legge Mancino già ora non è applicata quasi mai; basti dire che abbiamo la Lega Nord in Italia per rendersi conto del fatto che la Mancino già ora ha un valore quasi esclusivamente simbolico, e consideriamo che se va in porto la Scalfarotto sarà ulteriormente indebolita attraverso il salva vescovi. Quindi, malgrado godrei come una scrofa a vedere certe facce in prigione, non accadrà mai. Ma anche se concretamente lo scenario paventato da Amato non si realizzerà certo con la Scalfarotto, concettualmente il suo ragionamento, ancora una volta, non fa una grinza: se io dicessi che i matrimoni interrazziali sono un abominio sarei a tutti gli effetti un razzista, esattamente come dicendo che i matrimoni gay sono un abominio sarei un omofobo. Lineare.
E infatti Amato ci dice chiaro e tondo che omofobo lui lo è al 100%, e ci rende più chiaro il concetto istituendo un parallelismo logicamente ineccepibile fra la sua omofobia e il razzismo. Potrebbe quasi sorprendere il candore e l’onestà con cui dichiara al mondo di coltivare un’ideologia del tutto sovrapponibile all’Apartheid, ma io mi concentro maggiormente sul suo rigore logico, che è perfetto nella sua malizia. Sostanzialmente ci dice: “odio i gay, voglio discriminare e insultare i gay, voglio sottoporli allo stesso trattamento dei neri durante l’Apartheid, e voglio che me lo lasciate fare senza nessuna conseguenza”. Ma com’è moderato, lui!
Certo non si può dire che non sia stato chiaro e coerente. Peccato che adesso si è trovato dei consulenti di immagine che gli hanno fatto notare che non può dire quello che pensa in questo modo, altrimenti sono sicuro che ci regalerebbe molte altre perle …
E d’altro canto, qualche sospetto di essere di fronte a gente non proprio moderata ci era già venuto sentendo Costanza Miriano sperticarsi in lodi per Wladimir Putin, meritevole di aver de facto reso impossibile l’associazionismo gay e ogni manifestazione per i diritti LGBT nel suo paese.

Ma, se dopo aver letto dichiarazioni abominevoli come questa stessimo coltivando ancora dubbi su chi sono le persone come Amato, ecco che ora al banco di prova ci dicono chiaramente quale sarebbe la prima azione ufficiale se dominassero l’Italia: i transessuali insegnanti li licenziamo o li escludiamo a priori dall’insegnamento perché sono “pericolosi”.

Come gli ebrei ai tempi delle leggi razziali, e allo stesso livello delle teocrazie islamiche attuali o, perfino, peggio.

Quindi, ricapitolando: gay e transessuali non dovrebbero sposarsi e avere figli, non doverebbero poter insegnare, in più per loro dovrebbero essere sospesi i diritti costituzionali di manifestazione e di associazione. Se ci mettiamo dentro pure quello che scrisse Ratzinger nella sua famigerata lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali, non abbiamo neanche diritto all’alloggio.

Fortuna che loro sono i moderati che rispettano la dignità degli LGBT, se no che facevano, ci buttavano direttamente nei forni?

 

 

Ossequi.





Un’esortazione.

23 10 2015
Un’esortazione.
Credo di interpretare il sentimento del movimento LGBT italiano se dico che ogni rimando sulla concessione dei diritti mi causa un senso di depressione, e che ogni sorriso di soddisfazione dei fascisti maniffini frustrazione e rabbia difficili da descrivere.
Per questo esorto a guardare le cose in modo diverso.
Siamo nella posizione di chi vuole ottenere un cambiamento per migliorare la vita delle persone. Loro sono nella posizione di chi invece vuole mantenere le cose come stanno. Va da sé che poiché per loro la vittoria è il non cambiamento, ma il cambiamento è inevitabile, ottengono un sacco di “vittorie” (cambiamenti mancati) temporanee, ma la sconfitta finale è sempre e comunque inevitabilmente loro. Credete che gioirebbero a vedere le unioni civili senza stepchild adoption? Per favore. Parliamo di gente che sarebbe soddisfatta solo se l’omosessualità fosse nel codice penale. Sarebbero sconfitti anche senza la stepchild adoption. TUTTI i cambiamenti in positivo sono una sconfitta per loro.
Certo, questa situazione, che ad uno sguardo lungimirante appare rincuorante, in realtà è molto logorante per noi. Vero è che le nostre vittorie sono roba vera, che resta, mentre le loro sono solo dei “rimandi” di una sconfitta finale. Ma le loro vittorie, anche se di Pirro, sono molto più numerose; insomma forniscono loro molto più “carburante psicologico” che a noi.
Per questo la mia esortazione: non cadere MAI nel vittimismo.
Se per i maniffini ogni omosessuale suicida è una vittoria, noi dobbiamo iniziare a pensare ad ogni omosessuale che NON si suicida come una vittoria.
Non dobbiamo pensare a noi stessi come ai vincitori finali predestinati di una guerra apocalittica, che però frattanto devono masticare amaro ogni giorno. Quella è la mentalità delle vittime e dei falliti: non sono forse proprio gli integralisti cattolici che giustificano la propria marginalizzazione dalla politica e dalla società col vittimismo, ma vaneggiano di una vittoria finale garantitagli da Dio? Sono i perdenti quelli che hanno bisogno di elaborare mitologie di vittoria alla fine dei tempi a confronto con i fallimenti di tutti i giorni.
Noi dobbiamo pensare a noi stessi come quello che siamo veramente: non i “perdenti di ogni giorno ma vincitori una volta per tutte”, bensì i “vincitori di ogni giorno E ANCHE di una volta per tutte”. Come i vincitori in USA e in tutto il resto di Europa, come coloro che riportano continue, piccole vittorie anche qui in Italia. Non ci serve la mitologia della vittoria finale: vinciamo già ogni giorno, si tratta solo di non dimeticarsene.
Ossequi.




La mia storia

16 09 2015

I miei lettori sanno che ci son due cose che faccio di rado su questo blog: la prima è parlare di me, la seconda è parlare di emozioni.

Non parlo di me perché non credo che in generale al lettore interessi io, e perché quello che dico deve sostentarsi anche se il mio lettore non sa quante pubblicazioni ho fatto, quanti soldi c’ho, dove son stato in vacanza quest’anno, dov’è il posto più strano in cui ho scopato, quante lingue ho imparato, quanti bellissimi figli ho, quant’è regolare il mio intestino, quanto è saporito il mio sperma eccetera. Queste cose servono solo ad alimentare un ego ipertrofico (ovvero un ego debole), e di solito costruiscono un’immagine falsa, quindi non li uso. Sì, c’è un capitoletto su di me qui sul blog, ma leggetelo, se vi va: parla di come ragiono e di perché scrivo, ma di informazioni biografiche ci son solo l’ambito di studi (info sorpassata, peraltro) e l’orientamento sessuale.

Poi non parlo di emozioni, sempre come norma, perché sono roba mia e mi dà fastidio esporla in pubblico più o meno quanto mi darebbe fastidio esporre i genitali.

Eppure sto per infrangere entrambe le regole, parlando dell’esperienza che io ho avuto con l’omofobia. Perché alla fine ho deciso di farlo?, mi chiederete.

Ebbene c’è una motivazione razionale, come in quasi tutto quello che dico e faccio: le emozioni non si possono ignorare, la ragione non guadagna nulla dalla loro esclusione. La contaminazione, quella è pericolosa: il prendere decisioni irrazionali perché accecati da un’emozione, quello è pericoloso. Ma ignorare del tutto o in parte l’esistenza ed il significato delle emozioni umane è semplicemente errore cognitivo. Le emozioni ci sono, sono parte di noi, sono un dato naturalistico, se volete; sono un “fatto”, esattamente come lo sono una forma o un colore. Io vorrei poter dire “rabbia”, aver evocato nei lettori efficacemente il fatto corrispondente, e dopo poter continuare senza comunque essere confusi dalla presenza della rabbia. Per questo non voglio mai creare o trasmettere emozioni quando scrivo, solo nominarle. Tuttavia, ho spesso l’impressione di parlare di emozioni senza che le persone mi intendano.

Ad esempio, qualche tempo fa ho avuto scambi di pareri con un paio di membri del popolo del “family day”. Solite offese e luoghi comuni che queste persone sono state abituate a ripetere dai loro maître à penser. Ho anche “giocato” l’argomento del suicidio fra gli omosessuali; lo tiro in ballo spesso perché è la prova provata dei danni dell’omofobia, e perché è un argomento razionale e oggettivo che ha piena e indiscutibile cittadinanza in qualsiasi dibattito politico.

In quell’occasione, però, son venuto meno alla mia regola di restare esclusivamente sul dato oggettivo, e ho anche accennato al fatto che l’argomento mi riguarda direttamente. Ci sono stato portato dal fatto che mi fa incazzare come un leone con le emorroidi sentire gente giustificare quello che fa agli omosessuali con la difesa dei bambini (presto sarà chiaro perché).

In un caso, non ho più avuto risposte. In un altro, la risposta è stata “voi omosessuali siete solo lagnosi!”

Sembrano pessimi risultati. Ci aspettavamo un minimo di compassione, no?

Ma c’è stata. Dai, non vi aspetterete che gente che fino a ieri si slurpava Gandolfini in un giorno diventi gay friendly, no? Guardate questi esiti da un altro punto di vista: sono due fughe.

“Voi omosessuali”…

EHIII! Sono io, ho nome e cognome, non sono “voi omosessuali”! Guardami negli occhi, dillo negli occhi a me che infliggere assurde ed inutili sofferenze a me da bambino serviva per difendere i bambini!

Non ce l’hanno fatta a guardarmi negli occhi, questo è quello che è accaduto. È questo è segno che c’è un’umanità. Solo che per tirarla faticosamente fuori ho dovuto mettere in campo una mia esperienza concreta.

Ecco allora la ragione per cui non comunicavamo; le statistiche non le capivano. E non le capivano perché dicevo “cento gay suicidi” e non si formava nella loro mente l’immagine giusta, cioè quella di una persona reale, in carne, ossa, palpiti, interessi, conversazioni, amori, famiglia e nel pieno della giovinezza, che si trasforma in un banchetto per larve. Il tutto moltiplicato per cento. Evidentemente “cento gay suicidi” evoca qualcosa di troppo astratto e inconsistente: non c’è il cadavere putrefatto in quell’immagine, ma allora è un’immagine falsa, incompleta, perché un suicidio comporta un cadavere tumefatto, e cento suicidi ne comportano cento, con cento funerali e cento lapidi e un cenone di capodanno con cento portate per vermi saprofagi.

Dunque, oltre a fornire le statistiche, bisogna parlare di storie vere e personali, per comprendere che cosa significano davvero quei numeri.

E che storia potrei raccontare io, se non la mia? E voglio farlo, perché credo che la mia sia una “buona” storia. La trovo buona perché non è assurdamente drammatica: non c’è HIV, non ci sono padri che ti picchiano con la cinghia, non ci sono pestaggi o tentati omicidi, non mai sono stato stuprato né licenziato per la mia omosessualità, e infine sono vivo per raccontarla. È per certi aspetti una normalissima storia LGBT, sul versante “tranquillo”, di quelle che non andrebbero mai in TV perché non c’è il dramma tremendo; o meglio, c’è un dramma, ma è un dramma senza sangue, e dunque troppo poco plateale per poterlo dare in pasto a Pomeriggio 5. Ricordatevi bene questo punto, dunque: questa è una storia che non rappresenta né il meglio né il peggio che può accadere nella vita di un LGBT; non è, insomma, niente di straordinario. Addirittura, sulla base di quello che ho vissuto, stando agli omofobi io sono una persona che non è mai stata vittima di omofobia. D’altro canto, parafrasando Adinolfi, “riconosci i mafiosi perché dicono che la mafia non esiste: riconsocerai gli omofobi perché dicono che l’omofobia non esiste”.

Quindi no mazzate sul cranio = no omofobia. Fissiamolo bene questo aspetto.

Dunque, poiché a quanto pare la mia è una storia di una non-vittima di omofobia, penso che meriti di essere raccontata.

Scrivevo poco sopra che il suicidio e la depressione li conosco da vicino. Ma né l’uno né l’altra spuntano come funghi, non sono “cose che capitano”; hanno una storia, legata a quella delle loro vittime.

La mia è quella che segue. Sono nato nella regione più disagiata d’Italia (sappiamo tutti qual è), e ho fatto le elementari e le medie in due scuole che non erano esattamente quelle dei VIP della città. La partenza poteva esser migliore, ma anche molto peggiore tutto sommato.

La mia storia è la tipica storia del primo della classe, o comunque è così che sono abituato a guardarla. Primo della classe lo sono stato quasi sempre, il tutto senza necessità di grande studio … non ero un secchione; ero anzi piuttosto pigro, ma dall’esterno è facile smarrire la differenza fra una mente efficiente è uno sgobbone, visto che in presenza di accidia della prima i risultati si equivalgono.

Già, una mente efficiente … “una mente”, diceva di me la mia maestra d’Italiano alle riunioni di classe. “Una mente che dovrebbe essere sfruttata meglio”, diceva la mia professoressa d’Italiano delle medie (già, alle medie era successo qualcosa). “Una mente”, diceva di nuovo il professore di lettere al liceo. In effetti se c’è una cosa che ho sempre sentito dentro di me e sempre mi è stata confermata dall’esterno è che nel bene e nel male la mia mente non funzionava esattamente come quella degli altri; era come se avesse una prospettiva diversa. Oggi alcuni test diagnostici alimentano in me il solido sospetto di aver sempre sofferto di una forma di autismo ad alto funzionamento. Ma non mi interessa una diagnosi ufficiale, non saprei che farmene: forse non sono/non ero autistico, ma vi assicuro che se i test diagnostici ti danno come “sospetto”, i requisiti per essere emarginato a scuola ce li hai comunque tutti: comunichi a fatica con gli altri, ragioni a tutto un altro ritmo, spesso non riesci a sintonizzarti su quello che si aspettano da te socialmente ed emotivamente, e non ultimo sarai facilmente considerato “strano”, perché hai interessi molto particolari e diversi da quasi tutti i coetanei, e mostri comportamenti curiosi, che so, tic, stereotipie motorie o simili, che dall’esterno si notano facilmente … Aggiungeteci che grazie alle un po’ troppo amorevoli cure di mia nonna, buonanima, ero anche alquanto sovrappeso. E avevo gli occhiali.

Come dicevo, tutti i requisiti per essere un reietto sociale. E infatti, reietto sociale lo sono stato per parecchi anni: tutte le elementari, tutte le medie, parte del liceo.

Certo, ero anche gay. A posteriori posso dire per certo che l’orientamento sessuale si stava già delineando intorno ai sei anni di età, perché ricordo che mi sentivo stranamente attratto, in forma “proto-sessuale”, dal film “Aladdin”, per via del protagonista, chiaramente (maledetti film Disney, ancora oggi dettano i miei standard estetici!)

Forse c’era in me qualche accenno di bisessualità a quei tempi: il maschio mi colpiva sempre, ma in via eccezionale ero anche attratto da alcuni personaggi femminili vagamente androgini  o mascolini, come Alessandra Martines quando faceva Fantaghirò. Considerando che a quell’età sono quasi tutti un po’ bisessuali, e che io invece ero già abbastanza girato da quella parte lì, a guardarsi indietro oggi era chiaro dove si andava a parare. Ma allora nessuno avrebbe mai pensato che fossi gay, non si vedeva mica nulla da fuori, se non contiamo l’odio viscerale per il calcio.

Reietto sociale per tutta una serie di ragioni, dunque, ma fra di esse non c’era l’omosessualità, perché era come la nebbia: quando c’è non si vede. Alle elementari passavo quasi tutto il tempo da solo, spesso quando stavo con amici me ne pentivo perché a volte senza rendersene conto facevano cose che mi facevano soffrire. Ma in un certo senso è ancora tutto quasi normale.

Guardandomi indietro, potrei dire che della sofferenza c’era durante le scuole elementari, e sicuramente non stavo così bene da poter dire di essere stato molto felice a quei tempi; tuttavia, di quel periodo non ricordo un senso pesante di sofferenza. La sofferenza psicologica vera, insomma, lo stringersi del cuore, l’ansimare, l’impallidire spaventati dal proprio riflesso, il pensiero della morte, non c’erano: il futuro sembrava attraente, il mondo comunque pieno di cose da imparare e da realizzare. C’era un po’ di sofferenza, ma direi una sofferenza “normale” per un bambino un po’ timido e diverso.

Quella là, la sofferenza vera, iniziò alle scuole medie.

Che ero abbastanza diverso s’è capito, no? Ma io non soffrivo per essere diverso, e non soffrivo così tanto neanche del rifiuto dei pari: in effetti, non li avevo mai cercati, i pari, e loro non cercavano me. Accordo perfetto, e io stavo bene da solo, forse meglio. Mi era sempre bastato essere il ragazzino prodigio, non mi interessava condividere il tempo con gente che con me non aveva in comune neanche un interesse o un’idea. Ma alle medie era cambiato qualcosa: i coetanei iniziavano a chiedermi attivamente di essere qualcosa che io non ero, e il prezzo di non esserlo era il disprezzo, concreto e palpabile. Disprezzo costante, attivo, onnipresente.

Dovevo essere volgare, ad esempio; dovevo darmi un sacco di arie; dovevo essere aggressivo; dovevano piacermi gli sport e il calcio … soprattutto, dovevo iniziare a interessarmi alle ragazze. Visto che non facevo nessuna di queste cose, prima ancora che il mio essere ricchione si fosse palesato inequivocabilmente, ecco che ero già diventato ricchione, ricchione, ricchione. Perché l’essere ricchione è un concetto che a scuola i ragazzini ritengono degno di essere sottolineato molte volte, circa ventisette alla settimana secondo alcune stime. Ricchione nemmeno così tanto perché davvero ricchione, ma soltanto perché non facevo quelle cose che si aspettavano che facessi come maschio.

Non ero l’unico a subire questi trattamenti, eh, anzi! Con me erano quasi gentili; gli insulti li sentivo continuamente, ma per fortuna solo una minoranza (significativa) delle volte erano rivolti a me. Non ero io la vittima preferita, quella era un altro ragazzo della classe, un poveretto che non ho mai capito perché se la prendessero proprio con lui. Lo prendevano in giro dicendo che era ricchione. Tutto il giorno tutti i giorni, molte volte al giorno. Con una costanza, con una cura, con un’insistenza inquietanti, pareva si fossero messi in testa di distruggerlo psicologicamente. Spero che non ci siano riusciti, ma il succo non cambia. Era la potenza e la costanza di quel disprezzo a impressionarmi.

“Quello è ciò che fanno a chi non rispetta le aspettative del maschio”, capii. E le aspettative su di me stavano cambiando. Bambino prodigio andava bene finché ero bambino; come ragazzo non bastava che avessi un asessuato cervello prodigioso, volevano anche che fossi maschio, e che lo fossi in un certo modo ben preciso peraltro. Non lo ero, dunque ero alieno e dileggiato. Ma quello era un problema quasi secondario, visto che essere emarginato e preso in giro a scuola non era cosa nuova per me e mi ero già corazzato a riguardo … Capita a molti, ma si aspetta di crescere e che le cose migliorino. Il punto è che non era così solo a scuola: già qualcuno dei parenti e amici di famiglia iniziava a chiedermi se avessi la ragazza; il mondo degli adulti, che mi aveva sempre dato apprezzamenti, ora iniziava anch’esso ad aspettarsi che facessi qualcosa di più che essere un cervellone. Cominciavano ad aspettarsi che mi iniziassero a piacere ‘ste cavolo di ragazze. Cominciai ad aspettarmelo anche io, ma non stava accadendo. E sapevo che, se non fosse accaduto, sarei finito come quel ragazzo che tormentavano fino a rendergli ogni giornata un inferno … Anzi, peggio! Anche fuori da scuola, TUTTI mi avrebbero disprezzato e deriso … tutti. Anche i professori che tanto mi stimavano, anche i parenti, anche i genitori; non avrei più avuto nessuno al mondo.

Perché pensavo questo? Ne avevo ottime ragioni. Tiziano Ferro, nella sua autobiografia, descrive il senso di esclusione e la mancata auto-accettazione sperimentati in gioventù come sviluppatosi autonomamente, senza spiegazione quasi.
Questo è forse l’unico punto debole della sua narrazione: sappiamo tutti che ciò non corrisponde al vero, è un addolcimento, forse dovuto a ragioni editoriali, forse a ragioni personali. Nessuno si convince di essere una specie di mostro indegno di vivere così, da solo; e forse Tiziano Ferro non ricorda come ciò è venuto in essere per lui, ma io ricordo una per una tutte le motivazioni che mi avevano indotto a pensare che essere omosessuale fosse forse la peggiore disgrazia immaginabile sulla terra.

In TV gli omosessuali non esistevano, e quando apparivano erano solo macchiette fatte per far ridere, alla Malgioglio. Nei cartoni animati non c’erano, perché un bacio fra un principe e una principessa è una cosa normale e i bambini la possono vedere, ma un bacio fra due principi sarebbe invece un orrido tentativo pedofilico di sessualizzare i bambini. I matrimoni gay erano menzionati solo nella sezione curiosità e stranezze dei telegiornali, con pronto commento del prelato stronzo di turno o del politico di destra che spiegava quanto la cosa fosse abominevole. Se c’era un gay pride, di esso passavano solo e sempre quelle immagini estreme e provocatorie con pajette e piume di struzzo; e cazzo, io da grande ci sono stato a dei gay pride, so che le piume di struzzo ci sono, ma il grosso della manifestazione è fatto di gente normalissima, e anche quelli con le piume di struzzo in realtà a casa e lavoro e a fare la spesa se le tolgono; questo però in TV non si vedeva mai (proprio come oggi). Quindi i gay tutti gente strana, assurda, immiscibile con la società civile. E ovviamente, anche lì, commenti malevoli di prelati e politici; per il Pride del 2000 si scomodò addirittura il grande capoccia Karol “Santo-Subito” Wojtila, a sparare veleno sugli LGBT. E chi contraddirebbe mai apertamente un simile tenero, gracile, dolce e amorevole vecchietto? Tutti a dargli addosso, porello, all’inerme.

E i genitori? Conservatori e cattolici loro, abbastanza conservatore e cattolico anche io (almeno cattolico ora non lo sono più). Quando si sentiva parlare di omosessuali spesso infierivano.
Mi preme qui sottolineare una cosa: non erano di quelle persone apertamente, fieramente, virulentemente, violentemente, malignamente piene di odio verso i gay; vale a dire, non erano parte di quell’unica categoria di persone che gli omofobi sono disposte a riconoscere come omofobe, cioè quelle che girano con in tasca la spranga per spaccar denti ai gay. Non hanno mai detto, che so, che gli omosessuali fossero da mandare al rogo; non hanno mai difeso la violenza fisica contro gli LGBT, né hanno mai incitato a perpetuarla. Non stiamo parlando di selvaggi assatanati o belve sanguinarie, ma di persone ragionevoli, così tanto che da grande il mio Coming Out è stato accolto piuttosto bene e la mia omosessualità ha smesso molto presto di essere un problema per loro.
Ma a quei tempo l’omosessualità la consideravano apertamente “anormale”, il matrimonio gay restava comunque “una pagliacciata”, il Gay Pride un’oscenità offensiva, e prelati e politici ovviamente avevano ragione a dire peste e corna dei gay, che fosse per loro distruggerebbero la società, corromperebbero i bambini, farebbero tornare i nazisti a cavallo dei tirannosauri eccetera. Insomma, non vogliamo ammazzarli i gay, ma accettarli come persone con piena dignità nemmeno. Per non parlare di che cos’erano quei diavoli come Pannella e Bonino che ne difendevano i diritti, cosa non se ne diceva! E poi le battutine e gli epiteti offensivi verso gli omosessuali, ritenuti una cosa perfettamente normale … “quello lì è gay/ricchione”, segue sorrisetto malizioso. E alla domanda fondamentale, “cosa faresti se tuo figlio fosse gay?”, rispondevano scherzosi: “figurati che importa, basta che non me lo viene a dire!”, oppure, più seriamente “mi dispiacerebbe, ma sarebbe sempre mio figlio”.

Visto? Niente di incredibilmente violento. Gli omofobi attuali questa non la chiamano neanche omofobia, perché se non hai omicidi sulla fedina penale omofobo non puoi esserlo, per loro.

Ma delineiamo un quadro completo di com’era la situazione che vedevo intorno a me, quali erano i messaggi che ricevevo sull’omosessualità:

A scuola si poteva essere offesi e bullizzati continuamente, fino alla demolizione psicologica, non tanto per essere gay, ma anche per il semplice fatto di non essere “abbastanza etero” secondo gli standard stabiliti da chissacchì. Se trattavano male persone accusate solo di non essere abbastanza etero, come avrebbero trattato un gay autentico? Lo avrebbero annientato, evidentemente: basti pensare che a scuola anche le persone che erano considerate il non plus ultra del progressismo cominciavano a fare distinguo quando si parlava di matrimoni ed adozioni. Parliamo della coda della gaussiana della tolleranza, e nemmeno loro erano disposti a concedere davvero l’uguaglianza!
Ma in società, da adulto, sarebbe stato diverso? No, in società sarei stato solo una macchietta, un fenomeno da baraccone; avrei potuto raggiungere le più alte vette dello sviluppo intellettuale, ricoprire i ruoli di più grande responsabilità, curare il cancro o qualsiasi altra cosa; ma se fossi stato omosessuale, alla fine sarei stato sempre e comunque e soltanto un gay, una macchietta di cui ridere o un alieno da emarginare e compatire.
E la famiglia? Un omosessuale non può avere famiglia, perché è solo un essere perverso e anormale, quindi mi sarebbero rimasti solo i miei genitori, e avrebbero pensato anche loro che fossi perverso e anormale, anche se, bontà loro, mi avrebbero comunque considerato ancora un figlio, nonostante un fatale difetto di fabbricazione, con “dispiacere”.

È bene chiarire che i miei genitori non dicevano queste cose con cattiveria. La loro “colpa” era l’ignoranza, ma anche qui ci metto le virgolette. Certo, si potrebbe arrabbiarsi con loro e rimproverarli, dirgli che non puoi dire ad un ragazzino che “se fosse gay ti dispiacerebbe”, perché magari gay lo è davvero, e tu sei una delle persone più importanti della sua vita, e già intorno a lui tutti gli fanno capire che non lo accetteranno, dunque gli causi un trauma pesante. È vero, è così.

Ma ai miei genitori chi gliele spiegava queste cose? Non l’avevano certo studiato all’università. In TV non glielo diceva nessuno. In chiesa e su Famiglia Cristiana gli dicevano il contrario, e cioè che anzi il figlio gay bisogna subito correggerlo e mai accettarlo così com’è; bisogna traumatizzarlo e farlo sentire sbagliato, per il suo bene, capito? In più nessuno gli aveva spiegato che i gay non portano il cartellone luminoso sulla testa e non sono tutti effeminati e vestiti con piume di struzzo, quindi non potevano neanche contemplare l’ipotesi che io potessi essere gay, e che quelle cose che sentivo potessero farmi star male.
Chieder loro di immaginare e studiare tutto questo autonomamente sarebbe stato chiedergli molto di più di quello che normalmente un buon genitore fa e che ci si aspetta da lui, ed è per questo che non li ho mai rimproverati. Dato il background tremendo, direi che la loro reazione è stata eccezionalmente buona … Come si dice, la vita prima ti fa l’esame e poi la lezione, e con loro ha fatto così.

Ma, ad esempio, i media, invece, avrebbero potuto essere d’aiuto; avrebbero potuto fare informazione corretta, invece mandavano in onda prelati stronzi e piume di struzzo. La scuola avrebbe potuto aiutare, ma il pericolosissimo GIENDER!!1! non esisteva ancora, ed esistevano invece professoresse di religione che ciarlavano di cure per l’omosessualità. Quindi il mondo che mi veniva incontro mi diceva chiaramente e senza possibilità di fraintendimento che se fossi stato omosessuale non mi avrebbe mai voluto.

E io potevo farcela a fare a meno di essere amico di un branco di ragazzini rincoglioniti dalla pubertà, ma non potevo sopportare l’idea che tutto il mondo mi avrebbe disprezzato e schifato. Quello era terrificante.

E allora eccola: ora stavo conoscendo la sofferenza vera. Ora tutti iniziavano a chiedermi di essere diverso da com’ero, anche coloro che non volevo a nessun costo deludere. Iniziavo a stare segretamente male. Quando ricordo quel periodo, mi sembra quasi un sogno assurdo in cui ogni tanto emergono i momenti più terribili. Ricordo ad esempio un giorno mentre ero solo per strada sotto casa, e il mondo intero sembrava come ritrarsi da me: l’avete mai provato? Un senso di dissociazione, non è facilissimo da descrivere. Avete un albero accanto, l’albero c’è, eppure non c’è, è alieno, non è parte dello stesso mondo in cui siete voi. Nemmeno la natura stessa ti vuole, nessuno può far nulla per te: hai dodici anni, e sei solo al mondo, perfino l’albero, la siepe, l’asfalto, si ritraggono dal tuo universo e ti dicono “cavatela da te adesso”.

Ma nonostante adesso mi senta dare del “voi omosessuali lagnosi” da bravi borghesi eterosessuali col culo caldo, io non sono mai stato il tipo da subire i problemi senza cercare una soluzione.

Ok, non ero “abbastanza etero”. Come affrontare il problema?, mi chiedevo.

Dunque, mentre il mondo mi diceva che ormai ero solo e che se non mi fossi “aggiustato”, e pure presto, mi avrebbe distrutto, io immediatamente iniziai a pensare a come potevo cavarmela da quella situazione, e da solo: dovevo aggiustarmi, o quanto meno trovare conferme di essere già a posto. Inghiottii la paura e cercai attivamente di vedere qualcosa di interessante nelle ragazze, e a fingere timidamente che mi interessassero. Molte erano simpatiche. Molte erano graziose. Ma eccitante, dopo Fantaghirò che lo fu quanto poteva esserlo per un bambinetto, non lo fu mai più nessuna.

Avevo paura, ma mi confortavo da solo: ok, non riuscivo a farmele piacere, ma sarei diventato “normale” comunque, prima o poi. Ero solo un po’ in ritardo, sarebbe successo da sé. Doveva accadere ancora qualche evento determinante, un’epifania, qualcosa che mi avrebbe fatto capire tutto, tipo che cavolo ci trovassero gli altri nelle ragazze.

E accadde l’evento determinante, ma non come volevo io. In età forse un po’ tardiva arrivò la prima polluzione notturna in piena regola. Sognando un maschio.

I miei genitori ricordano che in quel periodo sembravo perfettamente normale, eccetto per un dettaglio: stavo perdendo i capelli. Mi si stavano formando in testa delle piccole macchie calve. Il dermatologo fu un po’ sorpreso, perché sono causate da alti livelli di stress, di solito succede a padri e madri di famiglia, per via delle responsabilità, della gestione della famiglia, del lavoro … non normale in un tredicenne, insomma, secondo lui. Evidentemente “studiavo troppo” o “ero troppo perfezionista”. I genitori invece attribuirono il disagio a certi problemi che stavamo avendo in quel periodo, ma la realtà era un’altra: i sogni si ripetevano ormai da un bel po’, e le ragazze non vi comparivano mai.

E la cosa era diventato un peso micidiale.

Ogni volta che avevo un pensiero eccitante ne ero terrorizzato, mi sentivo malato; mi piaceva ma al contempo lo odiavo perché per causa sua la società mi avrebbe espulso da sé, e cercavo di gettarmelo alle spalle e dimenticarlo; l’idea del piacere sessuale prese a farmi schifo, perché sapeva di fuga, terrore e solitudine. Ogni notte speravo di avere un altro di quei sogni, ma ero terrorizzato all’idea di averlo per via di quello che significava per il mio futuro. Ero in uno stato di ansia quasi continuo, ma ovviamente mostrarlo avrebbe significato doverne dare spiegazioni, e non potevo. Allora lo trasformavo in irritabilità, antipatia verso tutti, calo delle prestazioni a scuola, e ovviamente perdita dei capelli. Ora sapevo la mia situazione, e dopo quello che avevo visto e sentito intorno a me, ai miei occhi era semplicemente tragica. C’erano solo due cose che potevo fare per evitare di essere abbandonato e odiato  da tutti:

La prima, provare ad essere etero. Provare a corteggiare qualche ragazza. Ok, non riuscivo a trovare qualcosa che mi attraesse nelle ragazze, ma magari andando oltre nella conoscenza … Sembrando etero, magari sarei diventato etero.

La seconda, nascondere tutto ad libitum, nella speranza lontanissima di diventare un giorno, magicamente, eterosessuale.

Il primo tentativo andò a rotoli subito. Non sono un gran corteggiatore di mio, non sono socievole e mi costa una fatica enorme approcciare le persone. Figurarsi se potevo riuscire a corteggiare con l’impegno necessario qualcuno, senza lo sprone di un interesse autentico. Fortuna che è andata così, ci siamo evitati di avere in giro un’altra povera moglie col marito frocio.

Niente, la parte dell’eterosessuale funzionante proprio non riuscivo ad approcciarla; non sarei mai riuscito a diventare un padre di famiglia tradizionale, e nemmeno a fingere in maniera credibile. Non restava che nascondere tutto in qualche altro modo, ma come non far insospettire nessuno, visto che non riuscivo proprio a provare niente di niente per le ragazze?

Una strada c’era: tornare a quello che aveva sempre funzionato, il bambino prodigio. E un bambino prodigio, stando allo stereotipo, diventa un adulto pazzoide. Avevo sempre quella carta, potevo sembrare un genio pazzoide troppo strano per sposarsi. Credibile, no? Strambo, diverso, pazzoide, zitello acido, pensate pure tutte queste cose di me … ma almeno non pensate che sia omosessuale, non trattatemi come trattate gli omosessuali, non dite di me quello che dite degli omosessuali. Il cervello per fare la scena del genio c’era; un po’ di stramberia c’era pure, bastava coltivarle all’estremo e il gioco era fatto. Spegnere le emozioni: fin troppo facile, lo avevo sempre fatto.

La sceneggiata del genio pazzoide troppo strano per accoppiarsi sembrò funzionare. Qualcuno più sveglio subodorava qualcosa, ma i più sembrava se la stessero bevendo. Gli anni del liceo e il primo anno di università trascorsero quasi tranquilli e senza cambiamenti; la sofferenza vera, quella che ti toglie il respiro, se ne andò. Più in là, invece, ci fu il Coming Out, ma questa è un’altra storia e si dovrà raccontare un’altra volta. Nel frattempo iniziai a stare meglio, e questo non deve sorprendere. Chi soffre di Asperger o disturbi similari passa di solito tutta l’infanzia ad elaborare meccanismi compensatori per le proprie difficoltà, e spesso arriva all’età adulta con un buon livello di funzionamento. Arrivato al terzo anno di liceo, stavo cominciando a capire i rituali sociali, a integrarmi in un gruppo, a farmi degli amici. Non ero più neanche sovrappeso. In più, la mia strategie del nascondere la polvere sotto il tappeto stava dando frutti. Se leggete qualche storia di “ex-gay”, ma anche di ex-ex-gay (la maggioranza), noterete che un po’ tutti dichiarano che inizialmente la terapia riparativa, ovvero la negazione dell’omosessualità, migliorò la loro vita. Se ci pensate, è ovvio: scopri che puoi fingerti “normale”, e rispetto al terrore e all’isolamento che sentivi di fronte alla diversità, è un progresso. Sei un mostro, se qualcuno lo scoprisse sarebbe la rovina per sempre; ma realizzi che puoi fare in modo che non lo scopra nessuno. Ovvio che stai meglio lì per lì.

Ma da una prospettiva più alta e completa, cosa sono stati davvero quegli anni di calma apparente? Questo: mentre gli altri ragazzi facevano le proprie esperienze e vedevano di fronte a sé una vita piena di speranze, io avevo come prima preoccupazione della mia il tenere su una scena credibile di genio pazzoide e asessuato: provarci con qualche ragazza ogni tanto, farmi rifiutare per il mio corteggiamento patetico e passare per un comune etero sfigato. Meglio etero sfigato che omosessuale: come etero sfigato qualcuno che ti apprezza sai che c’è, ma non sai che c’è qualcuno che ti apprezzerebbe come omosessuale, se nessuno te lo dice … e nessuno te lo diceva mai, perché a quei tempi la minaccia del terribile GIENDER!!1! ancora purtroppo non era sorta. Insomma la mia massima aspirazione dell’esistenza era passare per sfigato cesso indesiderabile.

Ed è qui che nel frattempo si materializzò chiaramente, per la prima volta, il pensiero della morte.

Non mi ero mai posto l’idea della morte come di una cosa che … diciamo … potesse concretamente accadermi. Cazzo, a sedici anni non pensi alla morte, a meno di chiamarti Søren Kierkegaard. Ma io leggevo i filosofi (sì, anche Kierkegaard) e sempre più trovavo argomentazioni filosofiche convincenti in favore dell’inutilità e vuotezza della vita. Dopotutto sapevo già come sarebbe stata la mia: una vuota messinscena, giorno dopo giorno e ora dopo ora. Sarei morto grigio e spento dopo una vita grigia e spenta con addosso quella maschera del cazzo. Non avrei mai provato né l’amore né la famiglia. E che beffa! Se anche la scena avesse funzionato a perfezione, se anche nessuno avesse mai sospettato il mio segreto, comunque mi avrebbero guardato con commiserazione come una specie di handicappato che ha fallito una parte importante della propria vita. Ok, non mi avrebbero disprezzato e allontanato come un omosessuale, il che era già un miglioramento; ma comunque era una gran brutta prospettiva. Che senso c’era in questo? Iniziai a pensare che morire sarebbe stata un’esperienza indifferente o forse positiva. Deo gratias, la lettura di Sant’Agostino mi aveva almeno guarito dal Cristianesimo; basta col problema di dover far contento, oltre a tutti gli altri, pure Dio; almeno lui l’avevo messo via. Quindi la morte pareva vuota come la vita, ma molto meno faticosa.

Il pensiero della Morte è arrivato allora, e purtroppo lui non se n’è mai più andato, anzi … Ma anche questa è un’altra storia.

Mentre io meditavo su che esperienza liberatoria o al più indifferente fosse la morte, gli altri avevano iniziato a conoscere il sesso e l’amore gradualmente durante l’adolescenza, e intorno il mondo intero li guardava sorridendo con loro. Io stavo nell’angolo a nascondermi il più possibile. E neanche si può dire “eh, ma tu mi dici che sei autistico o quasi, sarà per quello che stavi male” … Aggravante, sì, ma conosco molto bene i pensieri che mi agitavano e non riguardavano quello; dopotutto, come già accennavo, ormai a metà del liceo avevo iniziato a superare i miei limiti. È praticamente certo che, se fossi stato etero, avrei cominciato a esplorare la sessualità forse un po’ in ritardo, forse con qualche difficoltà e rifiuto, ma serenamente. Invece rimasi completamente bloccato (o perfino in involuzione) nella mia raffinata menzogna fino a diciannove anni, quando un crollo nervoso totale mi obbligò all’alternativa fra fare i conti con me stesso o finire in camicia di forza. Sicuramente me la son sbrigata prima in questo di tutti quelli che si son liberati a trenta, o quaranta o cinquant’anni. Ma comunque molto tardi rispetto a qualsiasi eterosessuale sano e normale, e con anni di esercizio a mantenere l’immagine del genio pazzoide adagiati sulle spalle … e sapete cosa vuol dire costruirsi laboriosamente una certa immagine di sé per anni? Che diventa una specie di seconda pelle, che non te ne sbarazzi più facilmente, da un giorno all’altro.

Quegli anni bruciati ancora oggi mi fanno male. Non era più tempo per me per fare come gli altri, per stringere timidamente una mano in un cinema, per nascondersi a baciarsi in un parco all’uscita da scuola. Quello era andato, andato per sempre. Non mi sarà restituito, dunque non resta che andare avanti e vedere se almeno quello si riesce a farlo.

Penso che si possa fermarsi qui: questa storia non ha ancora un lieto fine, né uno mesto. Nemo ante mortem beatus, ma anche nemo ante mortem miser. Gli strascichi di tutto questo sono ancora lì, si riflettono nel rapporto con la sessualità e con l’amore, ma spero che un giorno spariscano e riesca davvero ad andare avanti.

Nel frattempo leggo su internet che l’omofobia non esiste o che non è un problema, perché un po’ tutti alla fin fine passano l’adolescenza a pensare alla morte e a nascondere chi sono per paura di essere abbandonati da tutti coloro che amano, è normale! Se cito il mio rapporto problematico con l’idea della morte, mi becco del “lagnoso”, perché a quanto pare quando si discute della vita e dei problemi degli omosessuali quello che è accaduto nella vita di un omosessuale è fuori tema. Si deve parlare solo ed esclusivamente di questioni astratte e filosofiche tipo “la sacralità del matrimonio” e la “differenziazione dei sessi”: la vita reale delle persone LGBT non c’entra un cazzo (se non magari quando si tratta di sfruttarla biecamente per violarne l’intimità e la sensibilità).

Ma vediamo un lato positivo: finalmente iniziano ad esser proposte delle iniziative atte a rendere l’ambiente scolastico più accogliente e consapevole per gli LGBT, e questo è importante perché può offrire loro quella sponda, quelle informazioni e quelle rassicurazione che spesso non ricevono da nessuna parte. A me personalmente tutto ciò non serve più a niente, perché il calice mentre ero a scuola l’ho bevuto fino alla feccia; ma mi consola pensare che forse oggi qualcuno avrà esperienze migliori. O almeno, mi consolerebbe, se non sapessi che ci sono gruppi organizzati, danarosi e soprattutto mostruosamente pervicaci, che si sono dati come scopo per l’esistenza di ostacolare ogni iniziativa che potrebbe migliorare le vite degli omosessuali.

E volete sapere quale ultima beffa mi è stata riservata qualche anno fa? Sentire a una cena un ragazzino del liceo dire che “lui preferirebbe un figlio normale”. Figuratevi, niente di grave, non lo sapeva di me e a quell’età i ragazzini ragionano tutti col culo; semplicemente nessuno gliel’aveva detto, e ripeteva quello che aveva assimilato dai compagni a scuola. Ma giusto per chiarirmi che se al liceo ci stessi andando in questi anni invece che dodici anni fa, sarebbe stata la stessa identica cosa: dodici anni di lotta per sentire ancora dire ai ragazzi cose tipo “i gay fanno vomitare”.

Si era iniziato parlando di emozioni, finirà con le emozioni. Sono due: la prima è la tristezza. Sentire gente affermare, o credere, che “l’omofobia non esiste” e che “gli omosessuali stanno bene” mi fa veramente tristezza. Vedere anche queste persone ottenere vittorie politiche mi getta poi veramente nell’ansia e nello sconforto, è una specie di tonfo al cuore. Ai bugiardi e ai viscidi, penso che forse è davvero a gente così che appartiene il mondo. Ok, sì, prima o poi li metteremo da parte questi soggetti, ma quanta gente avranno fatto soffrire frattanto? Quante vite avranno distrutto o danneggiato?

E mi piacerebbe che la tristezza che sento in quei momenti fosse utile, nel senso, che scatenasse il desiderio di migliorare le cose nel prossimo.
Il professore di benessere animale ci disse a lezione che se abbiamo sottoposto un ratto ad anestesia, ma non abbiamo dovuto fare operazioni pesanti, la cosa migliore che possiamo fare per aiutarlo a riprendersi in fretta è rimetterlo immediatamente in gabbia con gli altri appena si sveglia, senza ulteriori trattamenti riabilitativi. I ratti sono animali sociali; sentiranno il suo corpo un po’ più freddo per via dell’anestesia, e avvertiranno che ha un odore diverso. Lo copriranno col proprio corpo per scaldarlo e ci si strofineranno contro per ridargli il proprio odore e riaccoglierlo nel gruppo, aiutandolo a riprendersi molto meglio di qualunque tappetino riscaldante. “Forse l’uomo non è sociale quanto i ratti”, ha commentato lui, ma per fortuna ha torto: l’uomo è molto più sociale dei ratti, solo che si sottopone ad un costante allenamento, frequentemente coronato da successo, per sopprimere questo lato di sé. Quindi ecco un’altra ragione per cui parlo poco della mia storia: mi è capitato che qualcuno ci infierisse sopra, com’è accaduto ad esempio con una signora protestante evangelica conosciuta alcuni anni fa, rimastami impressa per sempre perché si abbassò a infierire sulla mia depressione nel tentativo di convertirmi. Chissà se sarebbe contenta di sapere che è rimasta per sempre fissata nella mia memoria come l’emblema supremo della miseria morale umana. Meglio i ratti che questo tipo di persone, MOLTO meglio.

Ed è qui che interviene la rabbia. La rabbia di sentir dire a bugiardi e viscidi capaci di qualsiasi bassezza che loro “proteggono i bambini”. Adinolfi ha fatto pure la sceneggiata offesa quando qualcuno di noi si è permesso di far notare che quasi tutti quelli che sono andati al Family Day eccetto i preti hanno dei figli, e che un 5-10% circa di quei figli saranno gay, il che significa che più o meno l’1.5-3% dei bambini al family Day mediterà il suicidio per via delle azioni dei propri genitori; pare che Adinolfi abbia due figlie, e dunque ha detto che “gli auguriamo il lesbismo” (qualcuno gli spieghi che il lesbismo non è il cancro). Ora considerando che almeno metà dei presenti a starci stretti erano bambini trascinati lì dai genitori, abbiamo un 1.5-3% di 75000, ovvero 1125-2250 bambini che più in là cadranno in depressione (che per chi avesse ancora bisogno di delucidazioni in proposito, è una malattia psichiatrica invalidante) e prenderanno seriamente in considerazione il suicidio per questo motivo. No, non auguro ad Adinolfi che le figlie siano lesbiche. Non che sarebbe un cattivo augurio per lui, anzi: una figlia lesbica lo renderebbe probabilmente una persona migliore; ma augurare ad Adinolfi una figlia lesbica significherebbe augurare ad una lesbica un padre Adinolfi, e capite bene che questo invece sarebbe molto crudele. Mi piacerebbe dunque che nessun gay al mondo avesse genitori da Family Day, ma purtroppo  è un augurio statisticamente impossibile a realizzarsi. Avremo un 4000 genitori che lì stavano in piazza a manifestare contro la felicità e il benessere dei propri figli, e che regaleranno loro una bella curetta (a vita?) di paroxetina, se non esiti peggiori. Quindi quali bambini stanno proteggendo, e da cosa? La verità è che si stanno invece facendo gravi e radicali violenze psicologiche a dei bambini. Usare i bambini come arma per fare del male ai bambini. Oddio, più ci penso più lo stomaco mi va in subbuglio, meglio smettere.

Ora, io non ho rimproverato i miei genitori, perché non sapevano. Ma possiamo dire la stessa cosa dei genitori del Family Day?

Sì, per molti di essi possiamo. Ma allora bisogna che sappiano. E come mi ha detto un’amica, “ogni storia è utile, anche quelle senza lieto fine”.





Per l’ultima volta sul “gender”

3 08 2015

Ormai, tutte le volte che fai notare che la teoria gender non esiste, gli integralisti cattolici ti tirano fuori un qualsiasi scritto di qualsiasi autore non-cattolico della terra che abbia nel titolo la parola “gender” e dicono:

AH, ECCALLÀ! VEDI CHE È GIENDER OMFG!1!!

Dovrebbe essere abbastanza lampante che, dato che “gender” è solo il termine inglese per “genere”, accusare chiunque abbia scritto qualcosa sul genere di aderire ad una certa teoria è più o meno come accusare chiunque abbia usato la parola razza di essere razzista.

Ma ad ogni modo sarà bene chiarire ulteriormente la questione, se no la gente rischia di cadere nel loro trabocchetto:

Essi ti spacciano la “teoria gender” per il pensiero strutturato secondo cui “l’identità sessuale si sceglie” o “la differenza sessuale non ha alcuna importanza”.

La teoria gender in questo senso non esiste, e non c’è niente da discutere a riguardo. Non c’è, punto.

Forse possiamo parlare, al massimo, della teoria queer, una teoria che critica(va, dovrei dire, per quello che conta oggi) il concetto di identità sessuale tout court, e quindi possiamo approssimativamente denotare come la teoria per cui l’identità sessuale “si sceglie” o per meglio dire “si costruisce”. Ma non è che ogni autore che parli di questioni di genere, o di omosessualità o transgenderismo o omogenitorialità sia queer, tutt’altro. La teoria queer è una roba ormai abbastanza fuori moda e non troverete molti suoi seguaci in giro. È anzi piuttosto evidente che se l’identità sessuale si scegliesse, non esisterebbe proprio una questione omosessuale, e dunque una battaglia per i diritti degli omosessuali come oggi viene combattuta non ci sarebbe, perché non esisterebbero gli omosessuali. In effetti, penso che i gienderini vari andrebbero molto d’accordo sul piano teorico coi fautori del queer, visto che di solito sostengono o suggeriscono entrambi che l’orientamento sessuale sia una scelta.

Comunque, la teoria queer ha essenzialmente fatto il suo tempo e non rappresenta la base su cui si instaurano le rivendicazioni LGBT. D’altro canto, se i cattolici stessero parlando davvero della queer theory quando parlano di “teoria gender”, perché non dire direttamente di essere “contro la teoria queer”, che indubbiamente esiste, e inventarsi invece una fantomatica “teoria gender”?

È semplice: è più facile attaccare un uomo di paglia, ovvero un avversario creato da loro e che si comporta e dice e pensa esattamente come dicono loro, che un avversario reale, foss’anche un avversario facile facile come la queer theory.

Infatti la queer theory dice qualcosa di molto chiaro e definito ed ha un suo corpus di autori e scritti di riferimento, quindi è qualcosa di ristretto e identificabile; identificabili sono i suoi seguaci e sostenitori, identificabili i suoi contenuti, identificabili i suoi oppositori. Leggete il mio blog: chi mai potrebbe accusarmi di essere un teorico queer? È impossibile, sono chiaramente un nemico giurato della teoria queer! Invece la teoria gender è una specie di blob tentacolare lovecraftiano nel quale si può incorporare agevolmente tutto e il contrario di tutto: non si può accusare il sottoscritto di essere queer, ma mi si può accusare di essere “gender”, visto che non significa niente di preciso.

Ed è quello che infatti fanno: avete presente la dottrina cattolica sulla sessualità? Ve la riassumo for morons: esistono maschi e femmine, i maschi sono forti e guerrieri e lavoratori e razionali, le fanciulle sono fragili, delicate, materne ed emotive, tutti stanno bene col proprio corpo, tutti si identificano nello stereotipo sessuale di cui sopra, tutti sono attratti dal sesso opposto e solo col fine del matrimonio e della procreazione; quello che non quadra con questa teoria (omosessualità, transgenderismo, sesso ricreativo etc.) è “errore” o “malattia”. Questa è, stringatamente, la teoria “anti-gender”.

Bene. Adesso che abbiamo spiegato la teoria anti-gender, prendiamo tutto quello che non è d’accordo con la teoria anti-gender.

Ffffatto?

Ecco. Quello loro lo chiamano “gender”.

E, sicuramente, questa cosa ESISTE. Nel senso, è ovvio che esiste tutta una teorizzazione sulla sessualità che non corrisponde a quella cattolica. Anzi, oggi è banalmente accettata in tutto il mondo civile; la teorizzazione cattolica ce la siamo lasciata dietro (per la ragione abbastanza ovvia che non puoi permetterti di chiamare “errore” tutto quello che non quadra con la tua teoria). Se non aderire alla dottrina cattolica della sessualità, ammettendo invece l’esistenza e la dignità di varianti del comportamento e dell’identità sessuale umana che si discostano dalla dicotomia di cui sopra, è “gender”, allora sì, ovviamente il gender esiste.

Ma, se è così, chiaramente non si tratta della teoria secondo cui l’identità sessuale si sceglie, né della teoria per cui il sesso non ha alcuna rilevanza nelle nostre vite. Quella, al massimo, potrebbe essere la teoria queer.

Nella loro testa, anche solo accettare l’esistenza dignitosa dell’omosessualità, riconoscendo i diritti civili corrispondenti alle persone LGBT, è “teoria gender”, perché non corrisponde alla visione cattolica del sesso e della società. Ma siccome non possono dire di essere semplicemente contro tutto quello che non segue la dottrina cattolica della sessualità, allora prendono tutto quello che non va d’accordo con la dottrina cattolica della sessualità, lo schiaffano dentro un cestino, lo pressano bene col piede e ci appiccicano sopra un cartello con su scritto “teoria gender”. A quel punto ci buttano dentro un bel po’ di complottismo, iniziando ad attribuire a questo nemico immaginario tutte le peggio minchiate che gli passano per la testa facendolo diventare addirittura una “ideologia”; tanto, ehi, l’hanno creato loro, mica dovranno mai confrontarsi con un sostenitore autentico della “teoria gender” o con qualcuno che la conosce (un rischio che con la teoria queer avrebbero invece corso).

In effetti, di fronte a quest’aggressione micidiale verso la “teoria gender” che stanno portando avanti, non vi aspettereste che qualche suo sostenitore accorra in suo soccorso? Se critichi la teoria queer nessuno nega la sua esistenza e anzi arriva sempre qualche suo sostenitore a difenderla, e questo nonostante sia una teoria estremista che, come tutti gli estremismi, diventa facilmente dannosa per l’immagine del movimento LGBT. Com’è che se critichi la “teoria gender” invece arriva solo gente che ti dice che non esiste? C’è un mega-complottone mondiale per dire tutti quanti che non esiste? E allora perché invece nessuno si è preso la briga di fare lo stesso complottone contro la teoria queer? Non sarà che la teoria queer esiste, mentre la “teoria gender” non esiste davvero? È attraverso questo meccanismo perverso che anche uno come me, che è al di sopra di qualsiasi sospetto di simpatie per la teoria queer, può comunque essere accusato di “teoria gender”, visto che sono contro la teoria cattolica della sessualità e quindi tutto quello che dico fa brodo, sono comunque il “nemico”, ovvero il “gender”.

Ed ecco che i nostro amici hanno creato il mostro perfetto, memori della lezione che ogni regista di film horror di qualche valore si è studiato: il mostro più terrificante è quello che nessuno ha mai visto. E ovviamente non è necessario neanche che esista davvero, per essere terrificante.

E va bene, siete liberi di usare il vocabolario che preferite. Avevate bisogno di un nome collettivo sotto cui radunare tutti quelli che bollate come “nemici”, siano essi di destra o di sinistra, etero o gay, transgender o cisgender, costruttivisti o naturalisti, scienziati o filosofi … non ha importanza: sono il nemico, e dovevate dare un nome al nemico. Bene, lo avete trovato, è “gender”. Buon pro vi faccia.

Ma adesso non cercate di farlo passare come un problema sociale o come un nemico sociale: è semplicemente un termine che voi usate per designare i vostri “nemici”; è reale e definito, sì, ma solo in negativo, rispetto a voi. Quando dovete dargli qualche carattere positivo, ecco che ve lo dovete inventare, perché in sé è un termine senza significato: il senso lo assume solo come contrasto alla vostra idea.

Insomma, esiste la teoria secondo la quale l’identità sessuale è un costrutto sociale e basta?

Penso che possiamo dire approssimativamente di sì, anche se non è molto di moda: si tratta della teoria queer.

Esiste la “teoria gender”?

Se “teoria gender” denota qualsiasi alternativa alla visione cattolica, allora ovviamente esiste questa “teoria gender”; ma solo come termine ombrello per raggruppare tutti i “nemici” della visione della sessualità degli integralisti cattolici. Non certo come “la teoria per cui l’identità sessuale è un costrutto sociale”.

Ossequi





LA SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA

17 07 2015

Ho sempre pensato che, se spiego bene il mio pensiero, certi ovvi fraintendimenti non ci saranno, e nessuno prenderà sul serio certe apparenti “contraddizioni” in ciò che dico che in realtà sono solo frutto di lettura superficiale. E, al limite, ciò è vero; una volta che si sia capito tutto perfettamente anche le apparenti contraddizioni spariranno. Non è però vero all’atto pratico, specie se il fraintendimento affonda in concezioni filosofiche millenarie e ancor oggi molto vive …

Dunque sono passati due anni dall’apertura di questo blog, eppure l’unico post finora che abbia trattato specificamente l’apparente contraddizione fra il mio essere anti-omofobico e anti-antispecista insieme è uscito qualche giorno fa; e ora esce il secondo. Perché una contraddizione, seppur solo apparente, c’è, e va chiarita.

Difatti, vedrete che il più delle volte i filosofi o pseudofilosofi antispecisti sono pro-LGBT, e viceversa i filosofi o pseudofilosofi omofobi sono generalmente specisti. E nella mente di queste persone, l’associazione fra le due cose viene naturale e spontanea. Anche noi, a breve capiremo perché per loro è tale, e poi anche perché invece non lo è affatto per me e neanche, a ben vedere, nella testa del grosso della popolazione.

Intendiamo subito che in termini pratici la questione dei diritti LGBT non ha davvero niente a che vedere con questioni come il vegetarianesimo o la sperimentazione animale: a favore dei diritti LGBT e anche della sperimentazione animale: why not? Quasi tutti i miei conoscenti la pensano così. Omofobo e anche vegano: why not? Proprio l’altro giorno ho fatto un raccapricciante incontro con un’omofoba incancrenita che si dichiarava vegana. Le due cose possono tranquillamente andare insieme nella lotta politica e nella vita di tutti i giorni.

Per questo io ho fatto riferimento ai filosofi antispecisti, e ai filosofi omofobi, o per lo meno, quelli che si divertono ad atteggiarsi a tali. Perché parliamo di persone che hanno fatto la scelta, per una settimana o per la vita, per convenienza o per amore, di occuparsi principalmente dei problemi rigorosamente astratti della filosofia.

Prendiamo i problemi su cui si accaniscono gli antispecisti e gli omofobi: i primi mettono in discussione a vario titolo la netta linea di demarcazione uomo-animale, i secondi invece insistono su una categorizzazione estremamente, e aiutatemi a dire estremamente, rigida riguardo ai sessi: maschio-femmina.

Già ora dovremmo iniziare a cogliere qual è il fulcro del paragone che sto istituendo, ma facciamo qualche altra osservazione empirica prima di arrivarci. Gli attivisti a favore dei diritti LGBT (me escluso, ça va sans dire) spesso impostano il proprio discorso su una critica della rigida categorizzazione maschio-femmina, utilizzando come testa d’ariete contro di essa una serie di fenomeni reali nei quali questa categorizzazione viene sfidata e i tradizionali attributi di uomo e donna sono violati; ad esempio intersessuali, androgini, transgender, o anche solo donne “mascoline” e uomini “effeminati”. Ad essi gli omofobi rispondono generalmente con una severa riaffermazione della categorizzazione, che generalmente assume la forma dell’uso improprio dell’argomento della normalità. Gli antispecisti generalmente impostano il proprio discorso su una critica della rigida categorizzazione uomo-animale, utilizzando come testa d’ariete una serie di fenomeni reali nei quali questa categorizzazione viene sfidata e i tradizionali attributi di uomo e animale sono violati; ad esempio i famosi casi marginali. Ad essi gli umanisti rispondono generalmente riaffermando la differenza uomo-animale e la sua rilevanza al livello metafisico, spesso usando l’argomento dalla normalità in forma impropria (me escluso, ça va sans dire).

Dovremmo cominciare a vedere dove si va a parare, sbaglio?

Essenzialmente, omofobi e “specisti” si muovono nella direzione di affermare con forza e rigore l’esistenza di linee di demarcazione ontologiche che definiscono la realtà: maschio e femmina, con tutti i loro tradizionali attributi; uomo e animale, con tutti i loro tradizionali attributi.

Antispecisti e pro-LGBT (più che altro i queer theorist, a dire il vero) si muovono nella direzione opposta: il loro è un atteggiamento strutturalmente critico delle categorizzazione ideali.

Gli omofobi ripetono ossessivamente che maschile e femminile sono assoluti ontologici. Gli antispecisti negano continuamente qualsiasi valore effettivo alla demarcazione uomo-animale.

Ecco dunque la ragione dello scontro filosofico: gli omofobi sono realisti platonici, che danno una priorità assoluta alle idee nelle loro elaborazione, mentre gli antispecisti sono nominalisti di ferro, che si spingono indefinitamente oltre nella critica alla validità delle idee nel descrivere la realtà.

“Adaequatio rei et intellectus”; raggiungere l’identità fra il pensiero e la realtà, ecco lo scopo ultimo di questi filosofi, tutti. La differenza fondamentale fra antispecisti ed omofobi è che i primi vorrebbero modificare l’idea per adeguarla in maniera perfetta alla realtà, mentre i secondi vorrebbero modificare la realtà per adeguarla in maniera perfetta all’idea.

Lo scopo di entrambi è “alto”, anche se non molto utile. Ma il problema principale sono i mezzi, necessari, che essi sono disposti ad usare per raggiungere un tale altissimo scopo.

L’idea e la realtà non sono uguali. Non lo saranno mai. La realtà è mutevole e caotica, piena di sfumature, imprevisti, eccezioni e stranezza. Il pensiero è ordinato, rigido, definito, strutturato, e tende a preservarsi uguale a se stesso.

Non potranno mai essere uguali. L’intima natura dell’uno e dell’altro lo impedisce.

Non sorprende dunque se i filosofi dell’una e dell’altra fazione, all’estremo delle loro elucubrazioni, iniziano a sembrare completamente pazzi.

L’ossessione per le idee, portata alle sue estreme e naturali conseguenze, conduce a negazione della realtà. Gli omofobi per esempio insistono a pretendere che la realtà sia quella che sta nella loro idea: maschi e femmina, tutti cisgender, tutti eterosessuali, tutti stereotipati. Messi di fronte alla realtà che quest’idea rigidissima non si applica a quello che vediamo tutti i giorni, confrontati col fatto che esistono transgender, esistono intersessuali ed esistono omosessuali, essi li catalogano come “errori” e fanno finta di niente. Il che è follia pura se ci pensiamo un momento: stanno accusando la realtà di essere sbagliata rispetto alla loro idea. Stanno accusando la natura di aver commesso un errore, rispetto a loro che invece sanno come dovrebbe andare il mondo.

L’assurdo è abbastanza evidente.

E d’altro canto è chiaro a cosa conduce anche l’atteggiamento opposto, al collasso del pensiero. La distinzione fra uomo e animale non è perfetta (e quando mai ve ne sono in natura?), ma è sicuramente una delle più rigide che la biologia ci offra, visto che Homo sapiens è l’ultimo sopravvissuto del suo genere e il suo parente più prossimo (lo scimpanzé) dista milioni di anni di evoluzione da lui. Se si nega la legittimità del processo che consiste nel formalizzare una distinzione almeno verbale fra le due realtà, descrivendo le caratteristiche comuni fra gli umani che non sono normalmente presenti nell’animale, allora finirà che non potremmo neanche dire che una pera e una mela sono due cose diverse: sono entrambe dolci, sono entrambi frutti … e poi cos’è un frutto? Non è forse un fiore modificato? Allora come facciamo a dire che un fiore è un fiore e un frutto è un frutto?

Certo, se ci chiudiamo in camera, bendiamo gli occhi e tappiamo le orecchie ignorando così l’esistenza di qualsiasi cosa che non quadri con le nostre idee, abbiamo raggiunto l’identità perfetta di pensiero e realtà negando la realtà.

Certo, una volta che abbiamo smesso di usare qualunque categoria e qualunque idea e messo da parte qualunque pregiudizio, ovverosia abbiamo smesso di pensare e ci siamo ridotti a puro istinto, abbiamo raggiunto l’identità di pensiero e realtà negando il pensiero.

In entrambi i casi abbiamo vinto, abbiamo conquistato il nostro scopo … Ma il prezzo è stato un po’ altino. Ma che importa? Anche lo scopo era alto. E bisogna capire che il filosofo, che quasi sempre è anche un metafisico, ragiona in questo modo (o per lo meno, in questo modo ragionano i miei avversari): tutto gira intorno ad una SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA, che a sua volta esprime in qualche modo quella dualità di approccio che ho descritto.

Dunque tutti i dibattiti particolari, che so, le adozioni a coppie omosessuali, la sperimentazione animale, l’eutanasia infantile, l’allevamento intensivo … non sono questioni che per se stesse siano degne di attenzione. Esse sono manifestazioni particolari, occasionali, di una latente SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA concernente l’adeguazione perfetta fra l’ideale e il reale, che essa sola è degna di attenzione. Dunque se io stringo un contratto di convivenza con un uomo invece che con una donna (perché il matrimonio è soltanto questo all’atto pratico: un contratto di convivenza e supporto reciproco), in realtà io sto affrontando la SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA della distinzione dei sessi! Cavolo, sono più potente d quanto pensassi, con una firma su un pezzo di carta io metto in discussione la natura stessa dell’uomo! Sono un Dio, cazzo! D’altro canto se faccio il dispetto di nascondere della carne nel piatto di un vegetariano non sto facendo solo uno scherzo deficiente, come pensavo, bensì sto affermando la mia posizione sulla SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA della demarcazione uomo-animale. Questo se sono fortunato, perché c’è caso addirittura che io stia dicendo la mia sulla SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA dell’esistenza della violenza e dell’oppressione, che rende quindi sciocca e vacua la molto-meno-suprema questione filosofico-antropologica della distinzione uomo-animale!

Suppongo che se mentre mi succhio un’ostrica mi ingoio un granello di sabbia quello sia un atto metaforico della mia scelta di campo all’interno della SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA del rapporto fra l’uomo e il suo pianeta; sono diventato Galactus il divoratore di mondi.

Alla luce di questa prospettiva si spiega faclmente l’atteggiamento che i miei avversari assumono immancabilmente verso di me. Se io dico ad una conferenza sulla sperimentazione animale che per me le questioni etiche in realtà sono questioni pratiche e politiche, ecco che “l’antispecista” avvocato Prisco (che sarà contento che finalmente sia riuscito ad imparare il suo nome) mi bacchetta:  “nonnonnò! Non puoi ridurre l’etica a una  volgare questione pratica, ad un semplice insieme di provvedimenti e decisioni provvisorie e circostanziali! È una cosa più ALTA, è una SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA!”  (non saranno state proprio quelle le parole, ma quello era il significato). E dato che non ci sarà modo e tempo di rispondere, non potrò mai obbiettare che se non è una questione politica, e non è pratica, né tanto meno è una semplice scelta personale, e nemmeno ovviamente è teologia perché siamo atei, ma è comunque una cosa più ALTA … Allora non mi è chiaro che cavolo è. Ma di che stiamo parlando davvero? Quando è che la SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA sarà giudicata abbastanza suprema da esser degna di discussione?[1]

Naturale che in questa ottica un po’ perversa necessariamente anche le questioni dell’omofobia e dell’antispecismo sussumono sotto uno stesso concetto universale, perché entrambe manifestazioni della SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA della distinzione categoriale che vede contrapposti Aristotele e Platone. Ed è dunque necessario individuare un metodo risolutorio di entrambe le questioni che risponda alla medesima formulazione della SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA.

Potrei benissimo dire che la questione dei matrimoni gay non ha nulla a che vedere con l’esistenza differenziata del maschile e del femminile, è semplicemente una scelta di convenienza sociale che renderebbe più piacevole vivere nella nostra società.

Potrei benissimo dire che la questione del vegetarianesimo ha a che fare semplicemente con un calcolo dei costi e benefici, personali e sociali, materiali ed emozionali, connessi al mangiar carne e al non mangiarla; e potrei dunque spingermi alla bestemmia suprema di affermare che fra me, che mi occupo di benessere animale ma non sono vegetariano, ed un vegetariano, non c’è nessuna suprema differenza filosofico-antropologica, ma solo una differenza nel grado e nel tipo di sensibilità rispetto alle questioni in esame.

Ma questo modo di ragionare è intollerabile per il “filosofo”. Per colui che ragiona da “filosofo” (che poi filosofo lo sia o meno è irrilevante) viene naturale come il respiro ricondurre il tutto ad un’unica suprema questione di somma astrazione. Un’astrazione tale che, se sottoposta ad uno scrutinio attento, si rivela vuota.

A ciò io contrappongo la mia modesta, e proprio per ciò blasfema, proposta: e se invece ci accontentassimo di qualcosa di meno della risoluzione perfetta della SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA? Se ci accontentassimo di ottenere un’uguaglianza approssimata fra pensiero e realtà, una somiglianza utile per i nostri scopi da adottarsi nei singoli casi specifici che dobbiamo affrontare?

Da quando mi occupo di biostatistica (non è un caso che questo sia diventato il mio mestiere: applicare perfette idee astratte ad una realtà mutevole e caotica …) non ho mai dimenticato la mia prima è più importante lezione: “un modello non è vero o falso, solo utile o meno utile”.

Quando descrivo i miei dati con un modello lineare sto solo dicendo che esso li descrive abbastanza bene da venire incontro a certi miei scopi.
Non sto dicendo che nella realtà le cose siano esattamente come le descrive quel modello; se volessi cambiare il modello per aderire perfettamente alla realtà avrei da lavorarci per millenni prima di poter inserirvi dentro tutte le (letteralmente) infinite variabili che lo determinano; se pretendessi invece che la realtà sia descritta perfettamente e senza alcun errore da quelle tre-quattro variabili che ho messo nel modello, farei un errore grosso come una casa, e non riuscirei mai a spiegarmi come mai quel farmaco che secondo il modello funzionava su qualche paziente invece non ha funzionato: “ah be’, la natura avrà sbagliato, mica io!”

Il mio modo di muovermi è strettamente pragmatico: cerco quella teoria che è al tempo stesso ragionevolmente “esatta”, perché contiene più informazioni possibile sulla realtà, e anche ragionevolmente “economica”, ovvero sia ancora di applicabilità abbastanza generale da essere di una qualche utilità pratica.

“Ma questa non è filosofia, è scienza!”

“Ma questa non è filosofia, è solo buon senso!”

Sapete che vi dico?

Avete perfettamente ragione!

Questo è il modo di procedere della scienza, che cerca di creare teorie che siano un compromesso fra la generalità e l’esattezza. E la scienza, come disse il saggio, “non è che buon senso accompagnato da solido ragionare”.

La scienza si sa accontentare del proprio essere approssimata. È la filosofia (o meglio, il resto della filosofia, visto che la scienza è una branca della filosofia) che non sa accontentarsi, è la filosofia che pretende che idea e realtà siano perfettamente identiche, ed è disposta a qualunque cosa pur di ottenere ciò.

Sono dunque consapevole che la mia posizione mi sistemi a margine dei dibattiti filosofici di cui sopra, per non dire fuori da essi. Ho notato in passato che gli antispecisti non mi rispondono mai, e neanche gli omofobi. La ragione principale per cui non lo fanno è sicuramente che non vogliono farmi pubblicità (perché non dimentichiamoci che ci sono battaglie politiche in corso qui, e quando c’è la politica in mezzo, la filosofia e l’amore per il confronto possono andare a farsi fottere, una lezione che ho imparato sulla mia pelle), ma è anche vero che non avrebbero nulla da rispondermi, perché io non entro nel “loro” dibattito filosofico. Piuttosto nego che il presupposto stesso di quel dibattito sia corretto, non mi interessa la loro SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA.

Quando mi capita di confrontarmi con questi soggetti in contesti in cui non possano svicolare agevolmente, mi trovo sempre in situazioni divertenti, perché mi scagliano addosso argomenti che non sono rivolti a me, ma “all’altra fazione”!

Gli omofobi mi accusano di voler cancellare la distinzione fra uomo e donna, quando io stesso ho criticato quel tipo di estremismo molto apertamente in passato; mi gettano addosso contro-argomenti per argomenti fondati sulla critica delle idee e che io non ho mai formulato o non in quella forma. Non è con me che se la prendono, il loro avversario predestinato non sono io.

E ovviamente non sono neanche l’avversario predestinato di un antispecista, come spiegavo qui. Io non ho mai affermato “il salto ontologico” fra uomo e animale, ad esempio; non ho mai neanche affermato l’impossibilità di concedere agli animali alcuni diritti, men che meno ho mai parlato di valore intrinseco dell’essere umano. Mi attaccano con argomenti che sembrano fatti apposta per rispondere ai metafisici cattolici, e probabilmente lo sono, ma che semplicemente non riguardano il sottoscritto.

La verità vera è che per chi è immerso fino alle orecchie in quel tipo di dibattito astratto ciò che dico è semplicemente non pertinente. Il loro è un dibattito filosofico in senso stretto, il mio è un discorso che in senso stretto è pratico-scientifico. Ovviamente, in senso lato anche il mio discorso è perfettamente filosofico, più filosofico del loro volendo, ma sicuramente più fisico che metafisico. Perché anche i filosofi che con più violenza si scagliano contro le “idee” sono comunque filosofi: idee sono le loro armi e idee è il loro pane, e di conseguenza rispetto ad uno scienziato resteranno sempre più “astratti” e più “metafisici”.

Dunque, non mi vedranno mai come un avversario filosofico, ma sempre e solo come un avversario politico. Il che, se vogliamo, è un riconoscimento di valore ben più grande. Penseranno che dal punto di vista filosofico io sia “contraddittorio” e non sapranno in che squadra mettermi.

E non verrà mai il giorno in cui capiranno che io non sono in nessun squadra perché non sto giocando al loro stesso gioco

Ossequi.

[1] In parentesi, dobbiamo notare anche che se davvero poi tu imposti il discorso come dicono loro, e cioè con una rincorsa all’astrazione sempre maggiore, ti accuseranno di aver “estremizzato il ragionamento in maniera illegittima”, un’accusa che ho ricevuto mille volte in risposta al mio video su youtube. Quindi devi essere più astratto di quanto non sei, ma comunque non più di quanto lo siano loro se no stai esagerando. Insomma devi fare esattamente come dicono loro per fare bene.