“Non bisogna far nascere le varianti”. Prima lezione di evoluzionismo per televirologi.

15 07 2021

Io nasco come biologo, neurobiologo molecolare, per la precisione. Ma mi sono in seguito convertito all’epidemiologia e biostatistica.

E in quest’anno e mezzo ne ho viste di corbellerie che voi umani non potete immaginarvi.

E non crediate sia stato indolore passare dal fare il debunking di ciarlatani animalisti laureati al CEPU a farlo all’Arcidottor Triprofessor Espertazzi, docente di Tutto all’Università dei Geni e consulente ufficiale del governo per il COVID-19.

Ma sapete la cosa interessante? Checché ne dicano certi, la scienza È democratica. Quindi, sì, posso tranquillamente correggere gli errori di gente che ha l’H-Index più lungo del mio. Anche perché, lasciatemelo dire: conta di più come lo sai usare.

In quest’anno e mezzo ne ho sentite tante, dicevo. Forse un giorno mi deciderò a trattarle tutte, ma per ora ce n’è una che mi preme particolarmente perché è tornata alla ribalta di recente.

Un anno di chiusure forzate è difficile da giustificarsi secondo qualsiasi criterio razionale; si sono dovuti tirar fuori sempre nuovi spauracchi per convincere la gente a sottostare a tutto ciò. E uno dei più efficaci sembra essere quello delle varianti. “Bisogna chiudere, bisogna che il virus non circoli! Altrimenti possono nascere varianti del virus peggiori!”

Al momento questo argomento sta conoscendo una rinascita perché lo si vuole usare per giustificare green pass e obbligo vaccinale, idee un po’ autoritarie ma che, lasciatemelo dire, dopo quello che abbiamo osservato in questi diciotto mesi mi sembrano quasi capolavori di pensiero liberale da accogliere a braccia aperte. Dunque, adesso bisogna farsi tutti il vaccino – ma proprio tutti, 100% della popolazione, che se ci riusciamo è la prima volta nella storia umana – perché sennò nascono le varianti.

Sono portato a pensare che il diffondersi di questo ennesimo meme virologico sia frutto dell’eccessiva specializzazione nel pensiero scientifico. La nascita di nuove varianti di un virus è un fenomeno evolutivo, dunque spiegare come funziona spetterebbe a gente con una profonda comprensione dell’evoluzionismo. Invece lo fanno virologi che, il più delle volte, sono espertissimi del virus ma se anche solo gli chiedi di parlare di un concetto epidemiologico, o naturalistico, vanno completamente in pappa. Boh, io non lo so… io ora sono epidemiologo, ma comunque feci tre esami di virologia, non vado nel pallone se mi si chiede come si classificano i virus, com’è fatto un capside, cos’è la carica infettante. Anche sul lavoro, il fatto che io non conosca solo gli strumenti statistici per analizzare i fenomeni, ma anche la biologia che sottostà, è uno dei miei asset più importanti. Com’è possibile che ci siano in giro tutti ‘sti professoroni che non hanno la più pallida idea di come funzioni la biologia fuori dal loro ambito iper-specialistico?

Comunque, è con questa mancanza di interdisciplinarietà che mi spiego come mai leggiamo in giro che “bisogna evitare che il virus circoli per non far spuntare le varianti”.

Purtroppo, anzi, per fortuna, ora devo fare una lezione base di biologia evoluzionistica che servirà per comprendere il seguito.

Non vi farò la storia di Darwin e del viaggio sul Beagle, potete leggerla in centomila posti quella… no, andiamo al dunque e tracciamo subito i capisaldi dell’evoluzione darwiniana. Possiamo riassumere la teoria in questione in tre grandi scoperte:

  1. Selezione naturale dei caratteri innati
  2. Speciazione
  3. Gradualismo

Vediamoli rapidamente uno per uno

  1. La selezione naturale dei caratteri innati

Questa è quella che più o meno conoscono tutti. Darwin ragionò che all’interno di ciascuna specie esiste una variabilità di fenotipi, e che in ciascun ambiente ciascuno di questi può conferire all’individuo un vantaggio nella sopravvivenza e nella riproduzione. Nei libri di scuola fanno l’esempio del collo delle giraffe: le giraffe col collo più lungo, in tempi remoti, avranno avuto un vantaggio su quelle col collo più corto, quindi sopravvivevano di più e avevano più occasioni di avere figli, anch’essi col collo lungo come loro. Attraverso questo meccanismo si diffondono nelle specie viventi dei caratteri vantaggiosi. In verità Darwin pensava che alcuni caratteri acquisiti si ereditassero, ma non era così. Oggi sappiamo che il meccanismo della selezione naturale sfrutta le mutazioni casuali nel genoma. Essenzialmente, i viventi sono caratterizzati da invarianza riproduttiva, ovvero fanno copie perfette delle loro informazioni nei figli. Ma questo meccanismo di copia perfetta in realtà perfetto non è, è costellato di errori inevitabili. Per lo più questi errori sono dannosi o addirittura mortali… ma ogni tanto uno di essi conferisce vantaggi in termini di sopravvivenza o riproduzione. Questo sarà proprio quello che viene conservato e passato ai figli, diventando così un piccolo step evolutivo.

La conoscenza di Darwin dell’uomo della strada, e anche di molti virologi con PhD, si ferma qui. E in effetti anche i critici di Darwin devono riconoscere come le specie viventi si adattino sotto pressione selettiva dell’ambiente. Dopotutto, lo stesso Darwin prendeva spunto dalla selezione artificiale operata dagli allevatori, la cui efficacia era e resta indiscutibile. Infatti, Darwin non si limitò a dire che esiste la selezione naturale, ma anche che essa porta a fenomeni di

2. Speciazione

Questo è davvero il punto centrale. Darwin non si limita ad affermare che esista la selezione naturale, ma anche che essa porti al realizzarsi di fenomeni di speciazione. Ovvero, data una specie A, possono esservi due sottopopolazioni di A, chiamiamole Ab e Ac, che sono sottoposte a pressioni selettive diverse. Un classico esempio di ciò si verifica quando Ab e Ac finiscono separate geograficamente, magari perché un terremoto ha diviso i loro habitat. A quel punto, sottoposte a pressioni selettive diverse, le due popolazioni iniziano ad accumulare e selezionare mutazioni che vanno in direzioni diverse. Queste mutazioni fanno sì che, prima o poi, Ab e Ac divergano al punto da non essere più nemmeno interfeconde, così che ora sono due nuove specie, B e C.

Charles Darwin notebooks with early ideas on evolution, "Tree of Life"  sketch, "stolen" from Cambridge University - CBS News

Ho fatto l’esempio della cosiddetta speciazione allopatrica, quando le due specie divergono perché divergono gli habitat. Ma in realtà due specie possono separarsi anche all’interno dello stesso habitat. La speciazione porta alla creazione di alberi filetici in cui ogni specie rappresenta una ramificazione. La teoria implica che in origine, in effetti, vi fosse una specie soltanto, da cui poi è discesa tutta la varietà esistente.

I critici di Darwin a questo punto dicono cose tipo “ma perché, credi davvero che un orso possa diventare una balena grazie ad una mutazione? Semmai le mutazioni sono svantaggiose e uccidono!”

Questo perché non hanno compreso l’altro caposaldo della teoria.

3. Il gradualismo

Assolutamente fondamentale. Nella teoria di Darwin non esistono salti del tipo “l’orso a cui crescono le pinne”. Le variazioni avvengono tutte a piccoli step. Anche quando in letteratura evoluzionisti leggiamo di fenomeni di speciazione “rapida” o “improvvisa” stiamo parlando comunque di fenomeni che si svolgono su una scala di tempo evolutiva.

L’evoluzione non si verifica da un giorno all’altro perché, toh, è spuntata una mutazione che cambia tutto, bensì attraverso una miriade di piccoli passi che si accumulano, in maniera graduale. Il gradualismo, appunto.

Ora, anche alla luce di questo piccolo riassunto, la teoria di Darwin ha degli aspetti non intuitivi da comprendere. Il più strano di essi è il ruolo preponderante che attribuisce alla variabilità casuale. Una misinterpretazione di questo è ciò che porta alla famosa obiezione dello zio complottista che non si beve questa storia dell’evoluzione: “e certo, tu credi davvero che tutto sia nato per caso?!”

E la risposta è NO. Infatti, se c’è una cosa che la teoria di Darwin illustra, è proprio che la diversità dei viventi non nasce “per caso”. Colui che riuscì a spiegare meglio il concetto fu Jacques Monod, padre della biologia molecolare, e autore di uno dei testi più importanti della filosofia della biologia, “Il Caso e la Necessità”.

Monod si pose proprio il problema fondamentale: com’è che la zampa del cavallo è “fatta apposta per correre”, se non c’era nessuno a farla apposta per correre? Insomma, com’è che gli esseri viventi sembrano tutti progettati con una funzione specifica, se essi sono diventati come sono “per caso”?

La risposta di Monod è che questa apparente “finalità” dei viventi, che chiama Teleonomia, non è frutto solo del caso, ma anche della necessità. Nel momento in cui la selezione naturale operi per un tempo abbastanza lungo, essa sfrutta le mutazioni casuali per costruire sistemi che funzionino in modo perfettamente adattato al contesto ambientale.

Non è un caso se i mammiferi che abitano nel deserto hanno tutti dei reni fenomenali, o piante del deserto che vengono dai lati opposti del globo, senza alcuna parentela recente, hanno adattamenti simili – la cosiddetta convergenza evolutiva.

Il “caso” si limita a esporre alle intemperie dell’ambiente un numero enorme di variazioni individuali. L’ambiente selezionerà quelle più utili. Non è il caso a fornire la direzione dell’evoluzione, è l’influsso “necessario” dell’ambiente. Il caso è solo il materiale di base, e per inciso, quel materiale è sempre disponibile in abbondanza.

Sostanzialmente perché l’evoluzione agisca c’è bisogno di tempo e pressione evolutiva. Dalle abbastanza di entrambi e avrai tutti i risultati che vuoi. Se ci si pensa, è abbastanza banale: nel lungo termine, i fenomeni casuali diventano deterministici. Se lanciate una moneta non avrete la più pallida idea del risultato, potrebbe essere testa o croce con uguale probabilità. Ma se la lanciate centomila volte, sarete abbastanza sicuri che circa cinquantamila saranno teste e altrettante croci. Nel lungo termine i fenomeni casuali finiscono col diventare prevedibili; e così non puoi prevedere come è quando apparirà una singola specifica mutazione, ma puoi prevedere che sotto una certa pressione selettiva si accumuleranno gradualmente mutazioni che rispondono a quella selezione.

Stiamo finalmente arrivando ad una comprensione un po’ più profonda delle dinamiche evolutive, ma voglio aggiungere un pezzettino che Monod omise, forse perché lo dava per scontato: oltre a caso e necessità, bisogna tener conto della possibilità. Anche i processi evolutivi si scontrano coi limiti fisici; puoi crescere generazioni su generazioni di batteri aumentando lentamente la temperatura in cui li allevi nel corso dei millenni… ma dubito molto che potrai far evolvere dei batteri ignifughi. Perché è fisicamente impossibile. Ho fatto un esempio estremo, ma a volte la “possibilità” è un fattore limitante anche in casi concreti. Amo fare l’esempio della Rubisco, uno degli enzimi più importanti e abbondanti in natura in quanto catalizza la fissazione dell’Anidride Carbonica nella fotosintesi clorofilliana. Teoricamente dovrebbe catalizzare solo la reazione della CO2… e invece catalizza anche una reazione con l’ossigeno, che non fa altro che diminuirne l’efficienza. Le piante spendono un sacco di energia soltanto nel rimuovere i prodotti di questo inconveniente, oppure usano altri trucchetti per evitarlo alla radice (per esempio fare in modo che l’ossigeno alla Rubisco non ci arrivi proprio). Ma non sarebbe più semplice fare una Rubisco che funzioni meglio?

Evidentemente no. Evidentemente questa Rubisco è il meglio che si possa fare, evolutivamente parlando.

Quindi, attenzione: l’evoluzione non può tutto, ha comunque dei limiti fisici e deve conciliare le varie esigenze di ogni organismo. Però, all’interno di questi suoi limiti fisici, l’evoluzione per selezione naturale è una forza scatenata.

Ora abbiamo capito come funziona il meccanismo?

Molto bene. Ora rispondete voi alla domanda: ha senso dire che si può impedire l’evoluzione di un virus ostacolandone la circolazione?

Ragazzi, l’evoluzione si verifica esattamente in risposta agli ostacoli. Essa è il frutto degli ostacoli.

Se noi cerchiamo di impedire ad un virus di circolare, quello, per quanto rientra nelle sue possibilità, si evolverà esattamente per aggirare i nostri ostacoli. È proprio quello il motore dell’evoluzione!

Gli experts che dichiarano che bisogna impedire al virus di circolare sembrano essere formati più su basi mediche che biologiche ed evolutive, e pare che ragionino come si ragiona quando prescrivi una terapia antibiotica ad un paziente con un’infezione batterica.

Quanto dai l’antibiotico tu vuoi ottenere l’eradicazione completa del patogeno dall’organismo. Per questa ragione dai una dose di antibiotico molto robusta: l’obbiettivo è stroncare l’infezione completamente, fare in modo che, di concerto col sistema immunitario del paziente, sino all’ultimo batterio venga sterminato. Questo perché sappiamo che se un solo focolaio sopravvive, avremo una recrudescenza, e questa volta potremmo avere un’infezione resistente all’antibiotico, selezionata proprio da noi.

Ma questo discorso funziona perché stiamo parlando di un paziente. UNO, un soggetto solo, un soggetto pienamente controllato per il quale è possibile pensare di sradicare completamente l’infezione – e d’altro canto, non farcela significherebbe la sua morte.

Ma se noi non avessimo la ragionevole certezza di riuscire a eradicare completamente tutti i focolai, avrebbe il minimo senso pensare di subissarli di antibiotico per non fargli sviluppare resistenza agli antibiotici? Ovviamente no, il batterio sviluppa resistenza agli antibiotici proprio perché lo abbiamo subissato di antibiotici ma non siamo riusciti a farlo fuori completamente. E negli ecosistemi, che non sono singoli pazienti, è così: se tu modifichi un ecosistema potresti far estinguere alcune specie o alcuni individui, ma quelle che sopravvivono si adatteranno al nuovo ambiente.

L’idea dietro questo principio sembra essere che noi impediamo l’evoluzione rimuovendo il fattore “caso”.

Ok, ma che razza di modo di ragionare è questo? Stiamo parlando di virus, non di tartarughe delle Galapagos. Non fanno un figlio ogni 45 anni del tutto identico a loro, fanno miliardi di copie al secondo e fanno errori di replicazione di continuo. Non puoi rimuovere la variabilità casuale, per fare quello dovresti azzerare completamente la circolazione. Se ti limiti a ridurre la circolazione, che poi è l’unico risultato umanamente conseguibile, gli hai forse dato qualche occasione in meno di mutare, ma in compenso lo stai praticamente obbligando, alla prima mutazione leggermente vantaggiosa che appaia, a fissarla subito. Insomma lo stai indirizzando verso un ben preciso percorso evolutivo tramite un’enorme pressione selettiva. E in effetti è quello che fanno gli antibiotici, no? Spingono l’evoluzione dei batteri in direzione di forme più resistenti. Ammazzano quasi tutti, ma se ne sopravvive anche solo uno… E uno sopravvive sempre, nel lungo termine. Per questo, nel lungo termine, è la necessità a dirigere l’evoluzione.

Ma sapete che vi dico? Diciamo che non vi fidate di me quando vi dico queste cose. Sono troppo giovane, non ho ancora un H-index di 72, ho un dottorato ma non era in virologia, sono epidemiologo ma non vado in TV, quindi la mia interpretazione delle dinamiche evolutive non vi convince.

Forse vi convincerete guardando coi vostri occhi?

Un anno a dirci che bisognava tenere tutto chiuso “se no spuntavano nuove varianti”. Abbiamo dunque evitato la comparsa di nuove varianti?

Prima è spuntata l’inglese, ora la delta. L’R0 del virus originariamente era 2.5, ora è 7. Una crescita mostruosa. Per fare un paragone, l’influenza, che gira da un’eternità, ha un R0 che varia casualmente fra 1 e 2 circa ogni anno. Muta moltissimo, e torna tutti gli anni. Eppure, il suo R0 oscilla sempre là in mezzo, anche la Spagnola aveva quei valori lì.

SARS-CoV-2 in diciotto mesi è passato da circa 2 a circa 7. Diciotto mesi. E nonostante tutti i nostri lockdown. Non riesco a immaginare un fallimento più totale, se l’obbiettivo era impedire che evolvesse.

Volete un parere evoluzionistico sulla cosa?

Non è passato da 2 a 7 nonostante i nostri lockdown. È passato da 2 a 7 per via dei nostri lockdown.

Dal punto di vista evoluzionistico, questa è proprio una diagnosi banale. Ridurre la circolazione non significa azzerarla. E il problema quando si parla di pressione evolutiva non sono tutti i soggetti che l’evoluzione ha stroncato, bensì proprio quei pochissimi che ce l’hanno fatta e sono tornati più forti di prima.

Come abbiamo agito noi nei confronti di SARS-CoV-2?

Per prima cosa abbiamo impedito che circolasse liberamente, in questo modo l’epidemia non ha potuto svolgere il suo ciclo naturale, che l’avrebbe fatta esaurire in un tempo compreso fra sei mesi e un anno. Così facendo noi non abbiamo sviluppato alcuna immunità, quindi di fatto l’unico freno alla circolazione del virus erano proprio i lockdown. E in compenso abbiamo dato all’evoluzione la cosa che le serve più di tutte: tempo. Un sacco di tempo per sperimentare con le mutazioni casuali.

Dopodiché abbiamo iniziato a piantare intorno al virus un sacco di ostacoli da superare. Ostacoli che, attenzione, ovviamente non bastavano a sterminarlo (quello può farlo solo il vaccino, e forse manco lui), ma gli rendevano solo la vita difficile.

Che una variante cattiva come la delta spuntasse fuori per caso era più o meno inevitabile, ma la maggior parte di queste varianti spariscono subito. Perché? Perché di solito un vantaggio da un lato comporta uno svantaggio da qualche altra parte, e se un certo adattamento non è veramente utile non viene selezionato. Perché alcuni virus che pure mutano tantissimo vanno avanti da milioni di anni con un R0 intorno ad 1, quando per esempio il morbillo arriva a 14? Non dovrebbero diventare tutti sempre più contagiosi? La risposta è che se l’R0 che hanno basta per fare il loro lavoro, forme più aggressive non avranno un vantaggio evolutivo significativo.

L’R0 di 2.5 di SARS-CoV-2 era più che dignitoso, e in effetti la risposta della politica all’epidemia si giustificava, almeno all’inizio (inutile tentare di tener traccia di tutte le giravolte retoriche fatte in tal senso) non tanto sulla mortalità che comunque era bassa, quanto sulla contagiosità elevata che avrebbe saturato le terapie intensive etc etc.
Proprio perché 2.5 era ragguardevole, bastava e avanzava. Una variante con R0 di 7 verosimilmente non sarebbe andata lontano, visto che si sarebbe trovata circondata di gente che o aveva già la variante normale, oppure l’aveva avuta in precedenza e si era immunizzata. Inoltre, una contagiosità così elevata verosimilmente qualche “prezzo” da pagare, evolutivamente, ce l’ha. Ma quel che sia, non importa: noi abbiamo creato l’ambiente ideale per l’evoluzione di varianti più contagiose mettendo in difficoltà quelle un po’ più benigne.

Attraverso la selezione naturale (artificiale?), gradualmente, abbiamo favorito una serie di varianti che sono via via più adatte all’ambiente che abbiamo creato. Darwinism 101.

Attenzione, è esattamente così che si fa evoluzione guidata.   

Vuoi creare varianti più pericolose? Prendi le varianti normali, dagli mesi e mesi e mesi di tempo per adattarsi, gli metti intorno più ostacoli possibile ma, ovviamente, senza sradicarle del tutto, e aspetti che i pochi sopravvissuti diventino dominanti. L’aspettativa di un esperimento del genere è che nasca una variante più pericolosa. Anzi, verrebbe da chiedere… ma non era esattamente questo l’obbiettivo? Cioè, praticamente abbiamo seguito un manuale di istruzioni per creare varianti più pericolose.

Immaginatevi se arrivasse uno scienziato e vi dicesse che bisogna prendere tutti gli antibiotici che abbiamo e bisogna metterli ovunque: nel cibo, nell’acqua, nell’aria, in ogni luogo; perché così i batteri circolano di meno e si farà meno resistenza agli antibiotici. Vi sembrerebbe sensato? Appunto.

So, what next?

Adesso bisogna vaccinare tutti per impedire che nascano varianti che resistono al vaccino.

Se vi state domandando se questa idea è più sensata dell’altra, quella di usare i lockdown… no, non lo è molto. L’unica differenza è che, mentre i lockdown sono proprio una tecnica di contenimento cafona che usavano già senza successo nel ‘600, un fallimento annunciato insomma, il vaccino è la più raffinata arma di lotta alle epidemie mai creata. Ma anche così, eradicare completamente un patogeno non è mai facile. Se parliamo di virus umani, abbiamo eliminato completamente il vaiolo e siamo sulla buona strada per la poliomelite. Ma sono solo due, eh, non sono cinquemila. E ci sono voluti decenni, ed erano genomicamente stabili. È plausibile che riusciamo a eradicare completamente questo virus in pochi mesi, invece? Anche se riuscissimo a vaccinare il 100% della popolazione, vorrei sottolineare che SARS-CoV-2 ha già ora una certa capacità di evadere il vaccino. Quindi io mi aspetto che anche se vaccinassimo il 100% quello non scompaia. E non riusciremo mai a vaccinare il 100%.

Se lo chiedete a me, no, io non ci credo che lo eradichiamo. Quindi spunteranno per forza varianti resistenti al vaccino?

Non è detto. Come dicevo prima, Caso, Necessità… ma anche Possibilità. Non è mica detto che scappare al vaccino al 100% sia una cosa possibile per il virus. Magari quello che abbiamo visto sinora è il meglio che riesce a fare. Dopotutto, il vaiolo e la polio hanno avuto tutto il tempo che volevano per mutare e diventare resistenti, eppure non ci sono mai riusciti. Quindi magari nemmeno SARS-CoV-2 ci riuscirà mai.

Certo, considerato che sinora la campagna vaccinale è stato un successo stratosferico, il mio suggerimento non potrà essere che magari evitare di premere troppo sull’acceleratore delle vaccinazioni; la campagna funziona benissimo, perché rischiare di mettere il virus troppo alle strette, indirizzandolo così su un certo specifico sentiero evolutivo? Tanto circolerà sempre da qualche parte; il punto non è impedire che spuntino mutazioni, che è fantascientifico, quanto evitare di creare un ambiente in cui le mutazioni più cattive diventino immediatamente dominanti. E quindi, insomma, ‘sto virus… cioè, potrebbe anche circolare un pochetto, specie ora che non sta uccidendo più nessuno, no? Cioè, non sarebbe la fine del mondo.

Però qui ci si scontra con la grande metamorfosi filosofica dell’occidente, tema che ho già affrontato in un intervento precedente. La pandemia è diventata per l’umanità, anzi, per l’occidente (figurati in Africa dove ogni anno muoiono 1.2 milioni di persone di AIDS quanto gli frega del COVID) un raffinato esercizio di hybris. Questa epidemia è un’occasione per mostrare come la Tecnica sia in grado di esercitare un dominio assoluto sulla Natura. Questo virus va sottomesso, bisogna mostrargli chi comanda, bisogna fargli vedere che noi non ci stiamo a morire per cause naturali. Ciò significa: annientamento totale e definitivo, umiliazione, perfino.

Ignoro perché proprio questa malattia qui sia diventata il campo di battaglia per dimostrare una questione di principio filosofica. Ipotizzo sia perché si è permessa di essere imprevista da un lato e completamente “naturale” dall’altro. Non avrebbe avuto senso, per esempio, fare la stessa battaglia contro il cancro al polmone, visto che è dovuto quasi sempre al fumo (quindi non è “naturale”) e per di più è una presenza fissa nelle nostre vite (quindi non è un “imprevisto”), e di conseguenza non è una minaccia alla nostra idea di controllo della natura.

Dunque la mia impressione è che anche solo la proposta che forse potremmo lasciare dei margini di esistenza a SARS-CoV-2 sarà trovata da molti quasi offensiva della dignità umana. No, dannazione, bisogna fargliela vedere a questo stronzo, noi siamo più forti, dobbiamo annientarlo.

La mia speranza è che riusciamo a dimostrare questo punto filosofico efficacemente, definitivamente e al più presto possibile.

Perché spesso chi non si piega mai finisce con lo spezzarsi.

Ossequi


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