Montanelli era pedofilo?

16 03 2019

 

No.

Questa era la risposta breve e per quanto mi riguarda, se vi basta, chiudete qui.

 

Altrimenti vi do una spiegazione più lunga.

Sapete che ogni tanto internet fa delle “scoperte”, no?

Le scoperte sono generalmente una roba che si sapeva da almeno cinquant’anni, ma che l’altro ieri è stata condivisa su facebook da qualcuno di famoso che a sua volta l’ha scoperta due giorni fa ed è convinto di aver inventato internet.

La scoperta in questione è che un famoso giornalista italiano, Indro Montanelli, defunto diciotto anni or sono, aveva “comprato” e sposato in Etiopia una moglie locale, una ragazza di dodici anni.

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Monumento a Montanelli vandalizzato da alcune attiviste femministe.

Lui non si sforzò mai di nascondere la faccenda e addirittura ne parlò con nonchalance (forse in effetti eccessiva) in un’intervista in TV, durante la quale una femminista (che in seguito divenne nota per l’omofobia e per il supporto a Berlusconi), tale Elvira Banotti, lo accusò di aver stuprato una bambina. Alcune attiviste femministe hanno fatto la “scoperta” e hanno dunque deciso, visto che andare a dirgliele a Montanelli non era più possibile, di imbrattarne una statua di rosa. Con un risultato che se chiedete a me è pure carino.

Ora, siccome sto per parlare di un argomento altamente isterogenico faccio subito due chiarimenti. Chi legge per favore vi ponga attenzione perché non li ripeterò due volte:

 

  • Non mi interessa santificare Montanelli.
  • Non mi interessa dare una giustificazione acritica del suo comportamento.
  • Non mi interessa dare un giudizio di valore sulla pratica del madamato né del colonialismo in senso lato.
  • Non mi interessa nemmeno dare addosso alla Banotti, seppure sarebbe un’occupazione delle più piacevoli.

 

Se questi sono i temi che vi interessano smettete di leggere qui perché non li tratterò.

Tratterò esclusivamente quell’unico tema che è nel titolo, e cioè se il comportamento di Montanelli possa essere classificato come pedofilo. Lui si giustificò molto semplicemente dicendo che, a quell’età, in Abissinia erano già donne. È questa difesa accettabile?

Ecco la mia risposta.

Dicevo che quest’argomento è isterogenico. Ricordate che gli integralisti cattolici piantarono, e ancora oggi ci piantano, grane pazzesche sul terribile GENDER nelle scuole e sulla stepchild adoption? Notate come ogni tre per due gridano alla minaccia della pedofilia che ormai secondo loro sarebbe praticamente ovunque in occidente?

Ecco, in realtà però tutta la loro campagna contro l’educazione sessuale nelle scuole si basò sulla minaccia della pedofilia, o più in generale: dell’esposizione del bambino al sesso; ma il fatto che la suddetta campagna abbia anche avuto un notevole successo, così come che sia stata giocata la carta pedofilia in prima battuta, è prova provata dell’esatto contrario di quanto vorrebbero suggerirci: in realtà la nostra società è incredibilmente sensibile, non a caso ho usato il termine “isterica”, sul tema della sessualità infantile, e anche adolescenziale. E lo è oggi molto di più che in passato. Il fascismo non era certo un regime progressista, eppure, o forse proprio per quello, Montanelli agiva con benedizione fascista, e in generale la pratica di far sposare le figlie molto giovani, secondo gli standard odierni, è vecchia come il mondo: Maria Antonietta si sposò a quattordici anni, per fare un esempio. Anche oggi, nella nostra Italia l’età del consenso per avere rapporti sessuali è quattordici anni, una delle più basse d’Europa ma non la più bassa: ci supera la Spagna con tredici anni. E queste non sono trovate moderniste della lobby gay e delle femministe, l’esatto contrario: sono residui di epoche passate, e femministe e gay sono forse quelli più impegnati nel cercare di farceli cancellare.

Mi preme insomma sottolineare che la battaglia per ritardare ancora e ancora e ancora l’età della maturità sessuale non è una battaglia conservatrice o reazionaria; un conservatore genuino, verosimilmente, vorrebbe tornare a vedere gente che si sposa e sforna figli a quattordici anni. È, piuttosto, un tratto tipico delle civiltà occidentali modernizzate e “progressiste”. E su questo fronte, invece di farci più flessibili, ci stiamo facendo sempre più moralisti. Ha raggiunto toni da farsa il caso di Asia Argento, che dopo essere stata molestata da Weinstein, è stata accusata di molestie da Jimmy Bennett, un ragazzo che ai tempi in cui ebbero il presunto rapporto sessuale era probabilmente consenziente… ma non ha importanza, perché aveva sedici o diciassette anni (scusatemi, non ricordo di preciso) e dunque era minorenne, e in molti stati USA questo basta a configurare lo stupro. In una svolta quasi parodistica, Bennett è stato poi accusato di molestie da una sua ex con la stessa scusa: lei era minorenne e lui no. Poco importa che fossero ben al di sopra dei quattordici anni che stabilirebbe, invece, la legge italiana…

Insomma, rispetto alla California, noi italiani siamo un popolo di maniaci pedofili. E provateci voi a dire che non è così: i primi che vi salteranno al collo saranno femministi e queer. Non siamo abbastanza avanti e moderni noi italiani, nella caccia alle str… pardon, nella battaglia ai mostruosi pedofili!

E uno di questi mostruosi pedofili parrebbe essere (stato) Indro Montanelli, perché “una dodicenne è sempre e comunque una povera infante, indipendentemente dal contesto culturale, dal luogo dall’epoca”.

E questa è una mostruosa CAZZATA. È così chiaramente non vero.

Una lezione di biologia, ora: che cos’è l’infanzia, in senso biologico?

Si tratta di quel periodo nella vita di un individuo sessuato durante il quale esso non ha la maturità biologica per riprodursi.

I confini di questa condizione sono molto chiari: un giorno non sei in grado di riprodurti, pochi giorni dopo il processo è compiuto e ne sei perfettamente capace. E se quel momento è meno facile da identificare per i maschi (Platone diceva “deve crescergli il pelo sul viso”, se no è pedofilia), nelle femmine corrisponde al menarca.

Volete davvero qualcosa che non cambi da cultura a cultura? Beh, la biologia non cambia da cultura a cultura, quindi eccovi accontentati: l’infanzia di una bambina è, in qualsiasi cultura, tutto ciò che c’è prima del menarca. Dopo è una donna.

E molto di frequente a dodici anni una il menarca lo ha già avuto.

“Ma come, Alberto?! Stai dicendo che una ragazzina di dodici anni è sempre psicologicamente matura per avere rapporti sessuali, o addirittura per sposars?!”

Assolutamente NO. Sto dicendo che spesso ha avuto il menarca, è quindi è BIOLOGICAMENTE matura, è BIOLOGICAMENTE una donna. E dunque sempre BIOLOGICAMENTE non sei un pedofilo se sei un maschio etero e ne sei attratto: verosimilmente avrà anche già il seno, il pelo nei posti giusti, i fianchi formosi. Non esattamente le caratteristiche per cui i pedofili escono pazzi. E questo vale davvero in qualsiasi cultura e tempo e luogo, perché è biologia.

Ovviamente, al di là della biologia, in senso psicologico una dodicenne può benissimo non essere matura. Ma quello è appunto un fatto psicologico: per via delle condizioni culturali in cui è vissuta, è rimasta psicologicamente bambina e dunque esserne attratti assume una sfumatura pedofilica sempre in senso psicologico, nel senso che implica un rapporto di superiore maturità mentale di un partner rispetto all’altro.

Ma ecco dove ha perfettamente ragione Montanelli: questo ultimo aspetto dipende dalla cultura.  In Etiopia a quei tempi (forse anche oggi?) vigeva una cultura che trattava le ragazze sin dopo il menarca come donne, dunque pronte ad avere rapporti sessuali e a sposarsi. In quel contesto culturale lì, insomma, la dodicenne era donna a tutti gli effetti, e non puoi sentirla definire “bambina” dalla Banotti di turno o sentirti dare di pedofilo perché ci sei stato, è assurdo.

Che l’universo progressista si sia gettato a spolpare l’osso di dare di pedofilo ad uno sepolto da vent’anni, solo perché si è adattato ai canoni di una cultura diversa, rivela molte delle contraddizioni di questo universo. Un universo che combatte il razzismo e lotta per l’accettazione della diversità… Ma si deve prima o poi confrontare con una diversità che non si manifesta nel modo in cui si cuoce la pasta, ma nel modo in cui consideriamo, per esempio, il rapporto fra età e sesso. E lì si rivela che in realtà non riusciamo ad uscire dalle nostre categorie e siamo pronti a dichiarare che interi popoli e intere culture sono popoli e culture pedofile.

Forse avremmo dovuto castrare chimicamente tutta l’Africa?

 

Ossequi.





La scienza di Destra

29 12 2018
Ho notato che è molto comune oggi, presso gli ambienti alt-right, la tecnica di vendersi come alfieri della ragione e della scienza VS la sinistra irrazionale ed emotiva.
 
Da un lato si tratta di un’innovazione comunicativa radicale; s’intende, tutti gli ideologi cercano di tirare la scienza dalla propria parte, perché la scienza è “roba forte”, la vuoi avere nel tuo angolo… ma tipicamente la Destra non se la mette sulla bandiera, perché quello è il posto riservato per tradizione e passione, che vinceranno sempre sulla scienza.
E in effetti per la Destra è ancora così, tradizione e passione vincono su scienza. Ma allora come e perché mettono la scienza sulla bandiera?
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Premettiamo necessariamente che la scienza non è mai né di destra né di sinistra, perché aderire ad un’ideologia richiederebbe che la scienza si adegui ad essa, mentre è sempre il contrario che deve accadere: l’ideologia deve adeguarsi alla scienza. Ma, a parte quest’ovvietà, diciamo che la scienza ha sempre avuto una certa attrattiva per la Destra, perché essa è un metodo per ordinare il mondo in schemi mentali. La Destra adora gli schemi mentali, e dunque adora la scienza… almeno nella misura in cui le offre una sponda per calare sul reale degli schemi-gabbia rigidi in cui imprigionarla.
Caso di studio le Sentinelle in Piedi, che si presentavano come alfieri del dato di fatto scientifico: esistono uomo e donna e i bambini nascono da uomo e donna. Allora prendiamo questo schema binario uomo-donna e caliamolo su tutto l’esistente, utilizzandolo come pretesto per stuprare la realtà stessa: si usa dunque il binarismo biologico come trucco retorico per negare la molteplicità del comportamento sessuale umano e non solo. Ci sono due sessi biologici… Ok, possiamo prendere il dato biologico in questione e soppesarlo nell’insieme delle nostre valutazioni insieme a tutti gli altri dati biologici: l’esistenza dei comportamenti omosessuali, la natura socialmente costruita dei ruoli di genere, l’esistenza della disforia di genere… Il punto è che da Destra tutti questi altri dati biologici, altrettanto solidi, vengono completamente disconosciuti. Ma sono dati, nel senso, non si apre neanche discussione su questi punti, sono puro fatto, come il becco dei pinguini o la forma della luna.
 
Il punto è che il pensiero scientifico crea sì degli schemi per inquadrare il mondo, ma questi schemi devono calzare al mondo al modo stesso in cui un abito su misura deve calzare al committente: stretto abbastanza da non cadergli di dosso, ma anche comodo abbastanza da farlo respirare e da non irritargli la pelle. Una scienza che si rifiutasse di categorizzare la realtà sarebbe inutile… ma una scienza che voglia per forza far stare la realtà in categorie decise a priori è anche peggio che inutile: è dannosa. E non è vera scienza.
La Destra è sedotta da questi abiti stretti, e non so quanto in buonafede e quanto in malafede, pensa di vendersi come scientifica perché anche la Destra, come la scienza, cala schemi sulle cose. Ma non è quello il punto della scienza, non è che basti osservare le cose, inventarsi uno schema rigidissimo che ci pare calzi loro, e poi costringere a viva forza la Natura ad indossarlo, non funziona così. C’è sempre l’altro lato da considerare: la scienza deve descrivere il reale e adeguarsi al reale, e la molteplicità infinita del reale è sfuggente rispetto ai nostri schemi mentali, per quanto raffinati.
Per di più, raramente gli schemi mentali della Destra sono raffinati. La punta di diamante della strategia retorica qui è in effetti l’utilizzo di schemi rigidissimi e semplicissimi. Da un lato gli schemi semplificati fanno parte della scienza; si pensi ad esempio ai gas perfetti o all’approssimazione gaussiana… ma in genere questi modelli semplificati rappresentano un punto di partenza su cui aggiungere strati ulteriori di complessità, e raramente sono efficaci nel descrivere la realtà così com’è. In ogni caso, quando non lo sono vanno sostituiti con schemi più raffinati; non esiste invece che la realtà venga piegata per entrare a forza in questi schemi.
 
Ovviamente, chi ha inclinazioni più o meno marcatamente destrorse sentirà spesso la seduzione degli schemi forti da calare sulle cose. Mi ci metto pure io dentro, e potremmo fare molti altri esempi a riguardo; me ne vengono in mente almeno tre, presi fra piccole celebrità del web: Uriel Fanelli, per esempio, o Albanesi, o Butta, che commentai qui piuttosto impietosamente (ragazzi, ma sarà mica una cosa da ingegneri…? Comunque se non li conoscete, fa niente, secondo me non è nulla di imperdibile). Il tratto comune che rende seducente per alcuni (fra cui anche per il sottoscritto) la retorica di questi blogger, e che la rende ad altri allo stesso modo repellente, è la forte impressione di rigore che trasmettono nel momento in cui calano i propri schemi sul reale. La seduzione deriva dal fatto che quegli schemi sono così rigidi ed eleganti ed ordinati… Peccato per quel piccolo difetto che spesso hanno di essere inadeguati o del tutto campati in aria, al punto di costituire ogni tanto delle involontarie parodie della realtà che vorrebbero descrivere.
Gli sfoghi dell’uno sui Napoletani possono racchiudere qualche elemento di riflessione interessante sui problemi del meridione, ma in ultima analisi sono un becero luogo comune razzista che pretenderebbe di sussumere un milione di napoletani sotto un unico tipo umano. Quell’altro può sembrare tanto intelligente nel momento in cui ti disseziona una frase estratta da un dibattito TV secondo i criteri della logica matematica; ma un approccio del genere diventa ridicolo, e più banalmente sbagliato, se ti richiede di far finta che non esista nel linguaggio una dimensione metaforica, iperbolica, associativa, evocativa e via dicendo che quel metodo lì, in quella forma iper-semplificata, manca in toto. Per non parlare poi di chi improvvisa calcoli su quanti musulmani ci saranno in Italia fra dieci anni senza ritenere di consultarsi dieci minuti con un demografo che queste cose le studia per vivere, e che magari può fargli notare numeri alla mano qualche erroruccio.
 
Schemi, appunto, attraenti nella misura in cui sono reminiscenti del linguaggio della scienza, e ne evocano tutta la potenza veritativa… Ma che di fatto vanno in briciole nel momento in cui ti ricordi che ci sarebbe anche, nel metodo scientifico, quel dettaglio di confrontarsi con la complessità del reale, rispetto alla quale certi schemi risultano non solo inadeguati, ma al livello del ridicolo involontario.
 
Per un esempio più su larga scala, usando questa tecnica di creare schemi-gabbia semplici e seducenti e presentandoli come “scientifici”, viene condotto da anni in USA un attacco spietato contro l’intera disciplina degli studi di genere, e trattasi del fenomeno che ha originato poi per esportazione la teoria del complotto del gender (quindi un problema non trascurabile).
Fermo restando che molte teorie sociologiche sul genere sono opinabili e alcune possiamo tranquillamente classificarle come puttanate, gli studi di genere restano comunque una materia di studio del tutto valida, che ovviamente si pone su un piano d esattezza diverso rispetto a discipline come biologia e fisica e più sul livello di studi storici e sociologici, ma non per questo è un mucchio di cazzate, come non sono cazzate la storia e la sociologia. A volte la complessità della materia di studio è tale che non si presta a iper-semplificazioni… Anzi, quasi mai la realtà si presta a iper-semplificazioni. L’invito a rientrare per forza in schemi rigidi e semplificati laddove la materia di studio richiede complessità è di fatto un tradimento del metodo scientifico a più livelli, e il genere è una di queste realtà altamente complesse, che se devono essere approfondite richiedono che si vada un momentino oltre le donne che mettono le gonne e partoriscono bambini e i mariti che hanno il pisellino e fanno gli idraulici.
Se proprio volete farvi del male, vi offriranno tanti altri esempi di questo tipo specifico di pseudoscienza nella comunità redpill. Mi colpì in particolare, fra questi, un tale che denunciava “una visione molto serendipica e non statistica della vita” in alcune donne. Essendo io statistico di professione, qui ho fatto un sorrisetto, perché il modus cogitandi dei redpill non è statistico per nulla; la statistica si basa su approssimazioni che riassumono aspetti interessanti della realtà tenendo conto delle variazioni di misurazione tramite indici di dispersione. La metodologia dei redpill consiste piuttosto nel negare la molteplicità del reale tacciando tutto ciò che non corrisponde alla teoria di essere una deviazione irrilevante, il che statisticamente parlando è un metodo abominevole. Questo fraintendimento della statistica è la ragione per cui alcuni scherzano su di essa affermando che “la statistica è quella disciplina per cui se io mangio un pollo e tu nessuno abbiamo mangiato mezzo pollo a testa”. Ovviamente non è così, ma la statistica dei redpill è perfino peggio di così, visto che se uno dei due mangia un pollo e l’altro nessuno sostiene che le donne abbiano mangiato tre polli a testa, che i maschi bianchi eterosessuali siano affamati e stiano morendo come le mosche per via della carenza di polli, che i musulmani abbiano preso il controllo dell’intera industria del pollame e che in capo a cinque anni il mondo intero sarà una teocrazia islamica controllata da polli musulmani geneticamente modificati e dalle femministe. Nella realtà, la statistica deve trovare il modo di perdere meno informazione possibile ed è consapevole che in ogni caso sta approssimando e riassumendo, dunque si perde lo stesso qualcosa per strada. La realtà non si esaurisce in incel, cuck e chads o similari, e non si riassume l’avvenenza delle persone in una scala da 1 a 10. Cercare di ridurre la realtà ad uno schema così infantile è un cazzo senza vasello e preservativo nel culo della biologia, della sociologia e della psicologia.
Quello che si verifica in certi ambienti di estrema destra è, insomma, una sorta di volgarizzazione della scienza, dove il termine “volgarizzazione” va inteso nel senso peggiore come deformazione del pensiero scientifico in forme quasi parodistiche e perfino apertamente menzognere. Contrariamente alla pseudoscienza classica, che di solito si muove cercando di attribuirsi un’autorità simile a quella della scienza ma poi di fatto non le somiglia neanche vagamente, questo nuovo tipo di pseudoscienza è a mio avviso più pericoloso, perché invece imita attivamente il linguaggio scientifico in certi aspetti chiave. I parallelismi storici più calzanti sono quelli con il “razzismo scientifico” ottocentesco o quello dei nazisti; entrambi si basavano sulla proposta di schemi iper-semplificati che magari potevano richiamarsi anche a certi dati scientifici, ma poi di fatto li stiracchiavano e storpiavano in forme pazzesche e ridicole, facendo di entità biologiche fluide e sfumate la cui stessa esistenza è discutibile, come le “razze umane”, realtà monolitiche determinanti la totalità dell’esistenza dell’essere umano.
 
Per inciso, molti critici della scienza (“dello scientismo”, preferiscono di solito loro) che invece vengono da sinistra spesso si riferiscono proprio a questa forma di pseudoscienza come proprio target polemico e ci trascinano dentro tutto il metodo scientifico vero e proprio… salvo perdere anche loro di vista quello che è scienza e quello che non lo è. Ma questa è un’altra storia, e si dovrà raccontare un’altra volta.
 
Ossequi




Accusa del Complottismo

25 05 2018

Mi capita giusto oggi sotto gli occhi un articolo dal titolo che è tutto un programma: apologia del complotto.
Non potevo esimermi dal rispondervi, perché esprime un modus cogitandi che già altre volte ho incrociato e che necessita di vigorosa correzione.
Riassumendo tantissimo (ma vi invito a leggere), l’autore, Alessandro Lolli, risponde ad un altro articolo di Emanuele Giusti su L’Eco del Nulla. Emanuele è colpevole, secondo l’autore dell’apologia, di combattere il complottismo con troppa foga e assumendo colori politici. Sostiene Alessandro, dunque, che il debunking venga utilizzato come arma per supportare alcune parti politiche attraverso la costruzione di un simulacro di verità scientifica e la delegittimazione dell’avversario in quanto “complottista”, e dunque sciroccato. Si sorprende, infine, che il discorso anticomplottista sia particolarmente fiorente in Italia, dove effettivamente esiste evidenza storica di alcuni “complotti” reali mirati a nascondere al pubblico delle verità scomode al potere.
Come dicevo, ho già letto altre volte roba simile, tipicamente viene dalle dita di autori di estrema destra o estrema sinistra (che tanto ormai chi le distingue più) che stanno per sparare qualche gigantesca stronzata complottistica, Fusaro style, e mettono le mani avanti con una difesa d’ufficio del cospirazionismo. Tuttavia, non conoscendo l’autore non gli imputerò una simile intenzione, ma mi limiterò a spiegare perché sbaglia su quasi tutta la linea.

Ho detto quasi, quindi diciamo prima dov’è che ha ragione: è vero che a volte si adopera impropriamente il lessico del debunking e del fact-checking per affrontare questioni che non possono, per loro stessa natura, essere oggetto di rigoroso fact-checking. L’autore stesso fa un esempio validissimo in tal senso: che la riforma costituzionale del governo Renzi rischiasse deriva autoritaria è una tesi che, per com’è formulata, non si presta a fact-checking, ovvero ad una verifica rigorosa, stringente, provata punto per punto. Certo si può sicuramente argomentare punto per punto che questa tesi sia sbagliata, o che viceversa sia giusta, ma non si può risolvere la questione mettendoci sopra una pietra tombale nello spazio di un articolo di giornale. Altre tesi similmente strutturate possono essere cose tipo “occorre abbassare le tasse” o “l’immigrazione è dannosa alla società”. Possono essere vere o false, e sicuramente si possono discutere in termini rigorosi, ma non si prestano al formato del fact-checking. Questo perché, attenzione, il fact-checking e il debunking sono modalità comunicative specifiche e ben codificate in un formato. Il debunker deve prendere una notizia, un’informazione ben localizzata e individuata, e valutarne la veridicità effettiva in un breve articolo, o al massimo una serie di articoli se l’argomento è complesso. Per restare sulla riforma costituzionale, uno esempio potrebbe essere se uno avesse detto, com’è accaduto in campagna referendaria, che avrebbe permesso alla maggioranza di “eleggersi il Presidente della Repubblica da sola”; numeri alla mano, questa cosa la si poteva dimostrare falsa molto facilmente e in spazi molto ristretti. Ma il debunker non può mettersi a confutare o validare intere ideologie o worldview, ciò esula dallo scopo e dai mezzi del fact-checking, e non può essere chiamato debunking ciò che si pone obbiettivi così ambiziosi.
Ciò detto, però, ci sono varie precisazioni da fare.
La prima è la seguente: il fatto che il fact-checking non possa prendere come oggetto di confutazione o validazione intere worldview, non può essere preso a significare che il fact-checking sia neutrale rispetto a worldview e ideologia.
Si possono fare esempi molto semplici e molto illuminanti a riguardo. Per esempio, il Cristianesimo non è oggetto di debunking e fact-checking; tuttavia il creazionismo, l’Intelligent Design, la storicità dei Vangeli, le teorie riparative dell’omosessualità, i miracoli, sono oggetto di fact-checking e debunking. Va da sé che un debunker che faccia bene il suo lavoro, e dunque sbufali miracoli, creazionismo e via discorrendo, non farà un gran servigio al Cristianesimo. Ovviamente uno potrà restare cristiano anche al netto di grosse dosi di debunking di miracoli e creazionismo, ma se volessimo sostenere davvero che il debunking di creazionismo e miracoli è neutrale rispetto al Cristianesimo faremmo ridere i polli.
Il punto è questo: come già ho notato altre volte nel  mio blog, la verità non è una cosa neutrale e super partes. Tutt’altro. Oserei dire che la verità è una bomba H ideologica. Certo, può essere difficile rendersi conto di quanto la verità non sia una cosa neutrale, ma diventa più intuitivo se uno pensa al fatto che il suo opposto, ovvero la menzogna, è chiaramente non neutrale: la menzogna di solito serve uno scopo preciso ed è spesso politicizzata. Dire una menzogna è sovente un atto politico, e quanto più si politicizza la menzogna, tanto più si politicizza anche la verità. Suppongo che negli anni ’30 i “debunkers” che sostenevano che non vi fosse nessun complotto ebraico per conquistare il mondo venissero tacciati di anti-nazismo, per esempio. E probabilmente lo erano davvero, anti-nazisti, visto che la teoria del complotto pluto-giudaico era la spina dorsale del nazismo…
E qui si risponde facilmente anche alla sorpresa di Alessandro nel vedere quanto in Italia il discorso anticomplottista sia avanzato (sì, ho usato il termine “avanzato”; perché lo è ed è una cosa buona che lo sia); la risposta è delle più semplici: il primo partito del paese e principale forza di governo, il Movimento 5 Stelle, ha una potentissima componente complottista, così come il suo partner leghista. Il complottismo e le fake news in Italia sono pesantemente politicizzate, conseguentemente la battaglia contro di esse non può che finire con lo schierarsi. Non si diventa anticomplottisti perché si è schierati, al massimo si diventa schierati perché si è anticomplottisti, molto banalmente; ciò non nel senso che se sono anticomplottista automaticamente divento un fanboy di Renzi, ma è chiaro che il PD mi farà meno cagare a spruzzo del M5S perché non ha una componente cospirazionista neanche lontanamente così forte. Per questo il PD parla di combattere le fake news e il M5S subito inizia a ergersi in difesa della “libertà di parola”, con una coda di paglia lunga 830 Km; perché fake news e complottismo sono politicizzate e utilizzante prevalentemente (seppur non esclusivamente) da certe parti politiche.

D’altro canto il problema nel discorso di Lolli è più profondo del non vedere quanto il discorso veritativo sia naturalmente non-neutrale e anzi politicamente incisivo. Il problema è che non sembra comprendere l’essenza stessa del fenomeno complottista. Sembra invocare un anticomplottismo neutrale, piccolo e sostanzialmente innocuo; invoca un anticomplottismo che si dedica solo a sciroccati con copricapo di carta stagnola.
Si potrebbe fare un discorso anticomplottista piccolo, neutrale ed innocuo, se fosse piccolo neutrale ed innocuo il complottismo, ma non lo è. Lolli sembra mancare completamente la portata immensa e la perniciosità sconfinata del discorso complottista; questo perché, come altri, definisce il complottismo solo sulla base dei suoi specifici contenuti e di “impressioni” collegate a questi contenuti, invece che dei suoi metodi. Analogamente a quelli che vedono la scienza come una specie di religione, ovvero come un insieme di credenze più o meno valide, mentre invece la scienza è un metodo, Lolli vede il cospirazionismo come un container di credenze pazzesche, laddove invece è un metodo.
Il complottista, secondo Lolli, sarebbe uno che crede in una qualche cospirazione, e le cui credenze sono completamente pazzesche e ridicole. Questi due requisiti, “crede in un complotto” ed “è sciroccato”, non catturano minimamente l’essenza del discorso complottista e non ci permettono nemmeno di definirlo rigorosamente. I complotti, per esempio, ovviamente esistono; quindi non è che solo perché uno sostiene che ci sia un complotto gli si può dare di sciroccato, potrebbe avere ragione, come nota lo stesso Lolli… E infatti il complottista non è chiunque creda che esistano dei complotti, altrimenti dovremmo esserlo tutti visto che esistono. Resta l’altro requisito per definire il complottista, e cioè che la sua teoria sia evidentemente pazzesca, ma questa è solo la “impressione” di cui parlavo prima: le teorie complottiste sarebbero quelle che suonano folli: che so i rettiliani, gli Illuminati, ‘ste robe qui. O il complotto mondiale degli ebrei, che sarà stato pure ridicolo e folle ma ha dato inizio ad una guerra mondiale.
La cosa che mi fa pensare che Lolli non conosca affatto bene il complottismo è proprio quest’ultimo punto: sembra credere che le teorie cospirazionistiche siano pazzesche, chiaramente assurde, strutturalmente incredibili. Non lo sono affatto.

Cioè, chiariamoci, spesso (ma non sempre) sono contrarie al sentire comune, contrarie alle credenze più diffuse nella popolazione… Ma se le analizzi nella loro struttura logica, la caratteristica preminente delle teorie del complotto è al contrario la loro rigorosa, strettissima coerenza razionale, unita ad un immenso potere esplicativo. Dopotutto, non abbiamo un complottista ante litteram in Cartesio? Ricordate, il “genio maligno” che ci fa vivere in un sogno…? Certo, è molto controintuitivo pensare che viviamo in un sogno prodotto da un genio maligno, ma secoli dopo Cartesio ancora i filosofi non hanno trovato una prova logica conclusiva contro l’argomento del genio maligno. Non è confutabile, logicamente parlando è solido e dannatamente seducente.
Nella mia personale esperienza, ebbi intorno ai diciotto anni il primo contatto con le teorie del complotto, e lo ricordo come estremamente perturbante, perché queste teorie sembravano solidissime ed effettivamente parevano capaci di mettere in dubbio ogni tua certezza, fornendoti al contempo uno strumento interpretativo onnipotente capace di dare nuovo significato a tutto il reale. Dopo aver letto una teoria del complotto sugli ebrei cattivi, improvvisamente sui giornali iniziavo a vedere dappertutto l’opera di questi perfidi ebrei; di qua Israele, di là quel regista che è ebreo, di là c’è Gad Lerner… inizi a vedere ebrei ovunque ed è un soffio rendersi conto di quanto facilmente potrebbero essere colpevoli di tutto. Certo, si potrebbe dire anche che ci sono anche un sacco di fatti che depongono contro questa o quella teoria del complotto, ma le teorie del complotto hanno anticorpi naturali contro i fatti che le smentiscono. Qualche fatto smentisce la teoria? Be’, allora quel fatto è un falso messo in giro dai cospiratori, che sono onnipotenti onnipresenti ed onniscienti come il genio maligno di Cartesio, e dunque possono falsare qualsiasi prova.

Fortunatamente, siamo allenati ad essere un po’ sospettosi di alcune specifiche teorie del complotto, come quella sugli ebrei. Ma solo perché abbiamo visto che razza di danni hanno fatto, altrimenti ci cascheremmo ancora. E fortunatamente siamo attrezzati con il pensiero scientifico, che ci vaccina dal cospirazionismo… Perché in realtà le teorie cospirazioniste sono logicamente del tutto coerenti e non suonano affatto pazzesche, se non sei abituato ad avvertirle come tali per altre ragioni.
Emanuele Giusti fa benissimo a vedere del complottismo anche nella scelta di non votare PD; non è che tutti quelli che non votano PD sian complottisti, ovviamente, ma in molti casi può essere puro e semplice complottismo la ragione di quello come di altri comportamenti… E non è una buona ragione, ça va sans dire. In sostanza quando Giusti parla di complottismo indica la luna, e Lolli ha guardato il dito. Il complottismo non è una serie di teorie sciroccate su questioni ridicole. Il complottismo non è un insieme di contenuti. Il complottismo è un modus cogitandi malato, un virus del pensiero.

Ancora una volta si capisce bene cos’è il complottismo se si pensa al suo opposto, il pensiero scientifico. La scienza non è, come i più credono, un insieme di contenuti, bensì un metodo che può essere applicato a quasi tutti i contenuti immaginabili. Tutto può essere inquadrato e analizzato nei termini del pensiero scientifico.
Allo stesso modo, il complottismo è un metodo, e tutto può essere inquadrato ed analizzato nei termini del pensiero complottistico. Solo che il complottismo è, in buona sintesi, l’opposto del pensiero scientifico. Il pensiero scientifico parte dai fatti e poi cerca di costruire teorie “unendo i puntini”; il pensiero complottistico parte da un’immagine e poi va alla ricerca dei puntini che la costituiscano.
Se uno va a vedere come si compone un argomento complottista, si accorge che è costituito interamente di fallacie logiche. Avvelenamento del pozzo e altre fallacie ad hominem, per esempio. il complottismo si costruisce quasi tutto su fallacie ad hominem: la veridicità delle affermazioni non viene valutata sulla base del loro merito effettivo, ma solo sulla base di chi è che le sta facendo. Una persona che dice cose che non corrispondano alla teoria può essere automaticamente screditata individuando qualche interesse che la spinga a dire bugie, e dunque tutto ciò che essa dice è screditato. Quello dice qualcosa che non ci piace? Beh, ovvio: è ebreo. Beh, ovvio: è un ateo. Beh, ovvio, e un piddino. Non ci si può fidare di un ebreo o di un ateo o di un piddino, quindi tutto ciò che egli dice è falso. E se sono in dieci, in cento, in mille a dire quella stessa cosa? Beh, saranno tutti ebrei, tutti atei, tutti piddini … Tanto non lo so mica se davvero è ebreo o ateo o piddino, in realtà lo sto deducendo dal fatto che dice qualcosa che non mi piace. Capito il trucco? Dunque se una nota testata nazionale analizza il programma di governo gialloverde e, numeri alla mano, dimostra che non sarebbe realizzabile neanche in un milioni di anni… beh? Evidentemente è una testata che fa parte del complotto nazionale (degli ebrei? della lobby gay? degli americani? dei piddini? Vanno tutti bene, anche quelli che non avrebbero nessun motivo di partecipare al complotto possiamo tranquillamente gettarceli dentro).
Ma hai voglia a individuare fallacie nel pensiero complottista… Come dicevo, ne è interamente costituito. A parte le fallacie ad hominem che sono tutte rilevate in blocco dal complottista, ve ne sono varie altre. Petitio principii: in realtà le fonti affidabili vengono selezionate sulla base del fatto che corrispondano alla tua teoria. Bias di conferma: “unisci i puntini”… Sì, però li unisci secondo un’idea precostituita, quindi in realtà tu selezioni solo le “prove” che sono a tuo favore. Cherry picking: tutti i fatti che depongono contro la tua teoria sono in realtà bugie frutto del complotto e vengono dunque eliminati.
In generale, mentre la pietra d’angolo del pensiero scientifico è la falsificabilità, la pietra d’angolo del pensiero complottista è l’infalsificabilità. È letteralmente impossibile provare ad un complottista che si sbaglia, perché qualunque prova porti contro la sua tesi è frutto del complotto, un artefatto creato da un malvagio, potentissimo qualcuno.

Vista la versatilità del pensiero cospirazionista, si può dunque arrivare a dire senza troppe remore che se ne può trovare ovunque e ad ogni livello di strutturazione del pensiero umano. La mia ex moglie pensa che io sia uno stronzo. I miei colleghi pensano che io sia uno stronzo. Il mio capo pensa che io sia uno stronzo. I miei parenti pensano che io sia uno stronzo. La cassiera che ho insultato stamane pensa che io sia uno stronzo. Sarà mica che sono stronzo…? No! Posso sempre dire che sono vittima di una cospirazione perché, boh, sono “uno scomodo”, sono invidiosi del mio successo o qualche altra pantagruelica cazzata.

In estrema sintesi, se dovessi definire il cospirazionismo, lo definirei così: è il discorso menzognero sistematizzato, raffinato e portato al suo più alto livello di complessità; è l’eleganza massima del mentire, analogamente a come il pensiero scientifico è la ricerca del vero portata alle sue massime raffinatezza ed eleganza.
Ne consegue che, del complottismo, non se ne parla mai abbastanza, e mai abbastanza male. Troppo poco lo si individua e si denuncia, troppo poco si lancia l’accusa di complottismo, troppo poco accorti siamo contro di esso.
E proprio se per una volta il discorso viene reso un po’ più avanzato, ovvero se per una volta qualcuno si accorge che il discorso complottista si sta già pericolosamente gonfiando fuori di misura nel nostro paese e lo denuncia… Viene accusato di essere schierato e di star esagerando perché tutto sommato è roba innocua.

Mala tempora currunt.

Ossequi.

 





Razionali, razionalisti?

10 07 2016

 

Il sito dell’UCCR, “Unione Cristiani Cattolici Razionali” è uno dei miei bersagli preferiti, lo trovo troppo divertente, seppure mi faccia in contemporanea un po’… come dirlo … Mi faccia un po’ senso, ecco. Ma non sono l’unico a trovarlo divertente, soprattutto per via dell’ovvio ossimoro di dichiararsi “razionali” e poi metter su un sito che è fra le dieci maggiori repository italiane di bufale, fallacie logiche e nonsense.

Fa sorridere anche pensare al fatto che il nome vorrebbe rappresentare uno spoof, una presa in giro, dell’UAAR, Unione Atei Agnostici Razionalisti. Gli UAAR si ritengono razionali, sì, ma anche razionalisti. Con il loro nome gli UCCR accusano delicatamente ma inequivocabilmente gli UAAR di essere razionalisti, cosa molto brutta e cattiva, ma non razionali come sarebbero  loro.

Ora, non staremo qui a sottolineare di fronte al mio pubblico, che generalmente ha una certa cultura ed intelligenza, l’ovvietà che l’UCCR non è razionale in nessun senso del termine (seppur del termine “razionale” torneremo a discettare). Piuttosto vorrei discutere due aspetti che non sono altrettanto ovvi: possiamo dire che l’UAAR sia razionalista, e che l’UCCR invece non lo sia?

La risposta a questa domanda è secondo me tutt’altro che scontata. Diciamo che l’appellativo di essere “razionale” piace un po’ a tutti; è molto neutro e sembra un complimento, tutti vogliono definirsi razionali; gli atei di ferro dell’UAAR però ci tengono a definirsi razionalisti, mentre gli integralisti cattolici dell’UCCR ci tengono a prendere le distanze da quella definizione.

Come spesso facciamo su queste pagine, partiamo da questo spunto per un discorso di respiro molto più ampio. Da questa dicotomia comunicativa fra UAAR e UCCR possiamo infatti provare a desumere una vulgata, un luogo comune, un’idea o un quadro di pensiero così diffuso da essere dato quasi per scontato nel pensiero moderno.  Cerchiamo di desumere, insomma, cosa dice quella che gli integralisti religiosi amano chiamare la “cultura dominante” (onde potersi vantare di non farne parte), e poi valutiamo se questa diffusa idea sia effettivamente fondata.

Tutti vogliono essere razionali, dato che tutto sommato non significa niente di preciso. Gli UCCR mandano affanculo tutta la comunità scientifica mondiale ma ancora si fregiano del titolo; stanti così le cose è evidente che lo usano più o meno come sinonimo di “furbo e intelligente dal mio punto di vista” e nulla di più. “Razionalisti” dovrebbe voler dire qualcosa di più preciso, ovvero un affidarsi in maniera preponderante allo strumento della ragione, un credo stentoreo nell’ordine razionale del mondo e nella capacità della mente umana di penetrarne il disegno in maniera completa. Ovviamente, lo strumento principe della ragione è la scienza, dunque il razionalista in teoria è anche uno che crede con fermezza nel metodo scientifico. L’ateo è naturalmente razionalista, o incline ad esserlo? E il credente, il credente è naturalmente irrazionalista o incline ad esserlo?

La vulgata comune è che sì, è così. Perfino gli UCCR, il cui lavoro consiste praticamente per intero nell’usare giochi di prestigio per cercare di far passare l’idea che la scienza sia sempre dalla loro, non ritengono di essere razionalisti. Avvertono, come tutti, la sensazione che “ragione e fede sono cose separate”.

Ecco la vulgata, ecco il luogo comune indistruttibile; il pensiero che ti fa fare gli applausoni se lo dici in un talk show serale, insomma. Sicuramente il credere in Dio e il credere nella ragione e nella scienza sono cose separate che procedono su sentieri separati e trattano oggetti di ricerca separati.

È a partire da questo assunto che praticamente tutti i discorsi su religione e ragione vengono affrontati oggidì. Ci sono minoranze di “incompatibilisti” più o meno radicali, convinti che fede e ragione, approcci separati e diversi l’uno dall’altro, si litighino un campo che dovrebbe appartenere ad una sola delle due. Il sottoscritto è un incompatibilista ateo, ad esempio: la scienza è ciò che serve, non c’è spazio per la fede. Gli integralisti protestanti di stampo americano, come i loro epigoni italiani aderenti di solito alle chiese pentecostali, sono invece incompatibilisti credenti: la Bibbia ci spiega il mondo, non c’è spazio per la satanica scienza. Ma a parte questi casi, più di frequente abbiamo a che fare con compatibilisti che affermano che sì, scienza e fede sono cose separate, ma che proprio in virtù della separazione possono convivere pacificamente. Dunque io credo nella creazione MA ANCHE nell’evoluzione. Credo nella morale sessuale cattolica, MA ANCHE nella coppia omosessuale.
I compatibilisti, in qualche modo, cercano sempre di tenere il piede in due scarpe. Alcuni lo fanno saltellando da una scarpa all’altra, come ad esempio Renzi e Vendola in politica, o come Vattimo in filosofia. Altri indossano la scarpa della razionalità sulla testa a mo’ di cappello e vogliono definirsi ancora razionali, come appunto l’UCCR; altri ancora fanno la stessa cosa con la scarpa della religione ma definendosi ancora credenti o quanto meno neutrali, come ad esempio molti nel CICAP.

Ci sono mille contraddizioni particolari nell’approccio compatibilista, andare ad elencare casi specifici è sparare sulla Croce Rossa, e la gente non mi legge per sentirsi dire banalità del tipo “ma che cattolico sei se sei a favore dell’aborto?” o “ma che razionale sei se ogni volta che la scienza non è d’accordo con te la scarichi nel cesso?”
Il mio punto non è il modo in cui questi attriti fra fede e ragione sono affrontati oppure svergognatamente negati; il punto è che tutti sono d’accordo che fede e ragione siano cose separate. Tutta la discussione che segue è una semplice disputa territoriale: dove si applica la fede, e dove la ragione? L’UCCR non vuole dirsi razionalista perché è convinto che ci siano ambiti su cui la ragione reclama territorio che però vanno consegnati alla fede (nel caso specifico, praticamente tutti). L’UAAR vuole dirsi razionalista perché ritiene che sia la fede che reclama spazi non suoi (anche qui, praticamente tutti).

Ma se invece fede e ragione fossero la medesima cosa? Se essere razionalisti ed essere fideisti fossero tutto sommato sinonimi, o al massimo modi diversi di guardare allo stesso approccio filosofico? Qualcuno l’ha mai considerata questa possibilità?

Sì: nel Medioevo, TUTTI. Nel Medioevo, era QUESTA la vulgata: ragione e fede sfumano l’una nell’altra, non v’è cesura né disputa territoriale alcuna.

Una delle argomentazioni più idiote usate dai credenti per sostenere che la scienza sia dalla loro anche quando non lo è è copiare-incollare un elenco di famosi scienziati credenti che gira in rete da anni, e probabilmente continuerà a girare sempre uguale anni dopo la mia morte: “visto quanti scienziati credenti? È perché non è vero che la scienza contraddice la fede”. L’argomento è chiaramente demenziale per una serie di ragioni, prima fra tutte il fatto che nella lista ci sono prevalentemente scienziati vissuti secoli fa in un mondo, quello della scienza, in cui sei le tue posizioni diventano già obsolete dopo un anno da quando sono state espresse; ma ancora più demenziale è la risposta che danno di solito gli atei a questo demenziale argomento:  “erano credenti solo perché se no lì  bruciavano!”

Chiariamoci: è vero, non conveniva a chi avesse la pelle sensibile al fuoco dichiararsi atei nel ‘600, per dire. Ma chi dica che gli scienziati del passato erano credenti solo perché costretti è uno che non ha letto niente di quello che costoro hanno scritto.

Farò un esempio per tutti; prendiamo Cartesio, da molti considerato iniziatore del razionalismo e fra le altre cose grandissimo matematico. Cartesio era un gran paraculo che non pubblicava niente senza essere sicuro al 100% di non rischiare l’Inquisizione; quindi sì, è vero che era in qualche misura costretto. Però, leggetelo tutto. Il sistema di Cartesio dipende da Dio per funzionare. Seppure Pascal “accusasse” Cartesio di aver costruito un sistema che poteva fare a meno di Dio eccetto “per fargli dare un colpetto per far iniziare a muovere il mondo”, quest’accusa è ingiusta a leggerla oggi. È vero che l’universo di Cartesio è meccanicista e può sembrare che non abbia bisogno di Dio per andare avanti, ma se guardiamo con più attenzione vediamo che Dio è la toppa che Cartesio mette su tutti i buchi del suo sistema, che altrimenti lo farebbero crollare. L’esistenza del mondo esterno, che Cartesio aveva sottoposto al suo dubbio iperbolico, viene salvata attraverso il ricorso a Dio: la garanzia che il mondo esiste è Dio; senza Dio Cartesio è impantanato come una zanzara sulla carta moschicida.

Dunque si mette diligentemente all’opera e prova logicamente l’esistenza di Dio. Come avevano fatto quasi tutti i filosofi prima di lui, peraltro!

Di prove dell’esistenza di Dio oggi non si parla più, e quando se ne parla vanno per la maggiore i miracoli. Dal punto di vista filosofico ciò è buffo, perché i miracoli per definizione non provano niente e infatti i razionali filosofi medioevali usavano un armamentario argomentativo molto più raffinato. Tuttavia è comprensibile se si ricorda la vulgata odierna su fede e scienza: la prova è un concetto scientifico, ricordiamoci che oggi fede e scienza sono considerate rigidamente separate, dunque non si può e non si deve tentare di dar prova di Dio; anche perché se sottoponi Dio al processo della prova lo sottoponi anche al rischio, o meglio alla certezza, della controprova. Per questo oggi i credenti citano prevalentemente i miracoli, ovvero non cercano di provare qualcosa di positivo muovendosi all’interno del pensiero scientifico e razionale, ma piuttosto di scardinare la logica scientifica ed il concetto stesso di prova attraverso l’eccezionale. Per la ragione, che si sforza disperatamente di dare al mondo delle regole, le eccezioni, le imprecisioni, le fluttuazioni, sono una minaccia, un’elemento di caos; ed è lì, in quello spazio pertinente al non-razionale, che i credenti cercano di ritagliare il proprio spazio in opposizione alla ragione, nella posa dichiarata o velata del nemico della ragione.
Ma questo atteggiamento, almeno da parte dei credenti un po’ più intellettualoidi, è abbastanza giovane in senso storico. Non dimentichiamoci che c’è stato un tempo in cui tutti i filosofi, che erano spesso anche scienziati  e comunque i massimi intellettuali del tempo, citavano prove positive e logiche dell’esistenza di Dio. Una di esse, quella ontologica, è semplicemente e palesemente ridicola e ammetto che mi sorprende che qualcuno possa averla seguita davvero anche solo per un momento …  Ma le altre, e mi riferisco soprattutto alla prova cosmologica della “causa prima” e quella fisico-teologica basata sull’ordine razionale del mondo, avevano una logica abbastanza stringente, specialmente la seconda.

Ora, non possiamo accusare Cartesio di essere ateo, quando infilava Dio pure nell’insalata. Nemmeno possiamo accusarlo di essere un irrazionalista: è considerato il padre del razionalismo! E nemmeno possiamo fare quello che piacerebbe ad alcuni credenti, ovvero riconoscergli di essere riuscito a conciliare l’inconciliabilità fra fede e ragione, perché sanno anche le capre che il suo sistema filosofico di fatto era un colabrodo. Il punto è un altro, e cioè che Cartesio non vedeva ancora alcuna distinzione netta fra fede e ragione; sfumavano l’una nell’altra. Cartesio risolveva i problemi logici del suo sistema invocando Dio, e il suo sistema a sua volta provava l’esistenza di Dio. Non stava cercando di conciliare fede e scienza, erano già unite nel momento in cui il sistema era stato concepito. Be’, certo, i gemellini monozigotici stavano iniziando a separarsi in quel periodo, Cartesio probabilmente lo stava vedendo ed è forse l’ultimo che tenterà seriamente di tenerli insieme come succedeva ai bei vecchi tempi. Ma nel suo sistema sono ancora uniti.

Il chirurgo che li separerà per sempre ha, ai miei occhi, il nome di Blaise Pascal. Oggi uno degli idoli dei credenti e di tanti compatibilisti, è forse l’iniziatore, o comunque uno degli avvocati più convinti, del luogo comune di cui dicevo: scienza e fede sono separate. La ragione è sovrana su questioni di ragione, ma deve riconoscere che “ci sono infinite cose al di là di essa”. Su queste cose regna invece la fede, ma attenzione, anche lei non è autorizzata a sconfinare! Il moto dei fluidi lo decide sempre la ragione!
Quali siano le questioni di scienza e quali quelle di fede a questo punto è disputa territoriale, e su questo argomento ci stiamo ammazzando a vicenda ancora oggi, ma è ormai chiaro che sono cose diverse e trattano di cose diverse. La scienza ha un suo regno e la fede ne ha un altro.

Ora guardiamo questi due soggetti: l’ultimo ad essere convinto che scienza e fede fossero una cosa sola, e il primo a dire che non è così. Guardiamoli dal punto di vista psicologico.

Domandiamoci: sono razionali?

Come tutti gli esseri umani, sono razionali a corrente alternata, ma fintanto che non avremo chiarito meglio il termine “razionale” riconosceremo loro che, a parte qualche cazzata come alcune prove dell’esistenza di Dio di Cartesio e la scommessa di Pascal, erano due cervelli abbastanza rigorosi.

Sono razionalisti?

Cartesio di sicuro, ma Pascal molto di meno. Entrambi credono che il mondo abbia un ordine razionale che può essere penetrato dalla mente umana; hanno una fiducia fortissima nella ragione, ma è solo Cartesio ad essere convinto che vi sia ragione ovunque e che essa sfumi naturalmente e comodamente nella fede. E razionalisti quasi come Cartesio erano anche tutti i filosofi cristiani medievali che prima di lui avevano tentato di provare l’esistenza di Dio; non sempre erano razionali, ma sempre erano razionalisti. Anche Anselmo quando scriveva quella robaccia ridicola della prova ontologica lo faceva evidentemente con una fiducia grandissima nel potere della ragione (forse non infinita, diciamo, quello no, ma quella penso neanche Dawkins ce l’abbia). Il famoso “intellego ut credam“, è il motto; ragiono per credere, il ragionamento mi porta naturalmente a credere. E la ragione sembrava indicare inequivocabilmente che Dio c‘era; anche perché se no come spieghiamo il fatto che ci sia questo unico mondo al centro dell’universo intorno al quale tutto gira? Come la spieghiamo l’esistenza della vita e la differenzazione della specie, senza Darwin? Dio è una soluzione abbastanza ragionevole, se proprio ci serve una spiegazione per tutto.

Ma ci serve proprio una spiegazione per tutto?

Nel loro rigido razionalismo, i filosofi medioevali erano alla ricerca continua di una spiegazione per tutto; non riuscivano a fare a meno di una spiegazione.

Questo è un punto importante all’interno del razionalismo, e va spiegato. Prendete la prova della Causa Prima sull’esistenza di Dio; la conoscete, no? Poiché ogni cosa ha una causa, la catena delle cause degli eventi andrebbe naturalmente all’indietro all’infinito; ma ciò è inaccettabile, allora è necessario postulare una causa prima incausata, Dio.
Il difetto di questa prova è evidente: se postuliamo una causa incausata stiamo semplicemente contraddicendo la premessa principale, e cioè che ogni cosa debba avere una causa; e se non è vero che tutto deve avere una causa, allora posso anche decidere che il mondo è iniziato in una grande esplosione senza nessuna causa. “Ma come? E il Big Bang cosa l’ha causato?” è una domanda legittima e naturale, ma non più e non meno legittima e naturale di “e Dio chi l’ha creato?”

Attraverso la questione della causa prima ci rendiamo conto, semplicemente, che ci sono quesiti indecidibili, domande che non hanno una soluzione, fatti che non ce l’hanno una spiegazione. Non a caso, si tratta di una delle aporie sottolineate da Kant: tanto “esiste una causa prima” quanto “non esiste una causa prima” sono soluzioni inaccettabili al problema della regressione infinita delle cause.

E Kant era proprio un nome che bisognava fare a questo punto, perché se Cartesio è l’ultimo vero razionalista puro, Kant è il primo esponente di un razionalismo nuovo, quello cui si rifanno coloro che si definiscono razionalisti oggi. Un razionalismo basato sulla critica della ragione alla ragione stessa. Il kantismo è la ragione che critica sé stessa e si riconosce limitata, e accetta in qualche misura di stare dentro ai propri limiti. È finita l’era della ragione assoluta, la ragione che ordina ogni cosa e che deve spiegare ogni cosa, ed è così ossessionata dal dover spiegare tutto che è pronta anche a spiegarlo male … per esempio rispondendo “l’ha fatto Dio” ogni volta che è in difficoltà.

Il sistema kantiano è filosoficamente molto problematico; ciò nonostante, Kant è oggi probabilmente il filosofo più amato dagli scienziati, perché il suo approccio è lo stesso dello scienziato: navighiamo a vista, lavoriamo per spiegare quello che riusciamo a spiegare, ma non illudiamoci di riuscire a soddisfare mai la ricerca infinita della ragione; lo scienziato vive per le domande molto più che per le risposte. È questa la ragione per cui quando sento dire che “la scienza non può spiegare tutto” come argomento in favore dell’irrazionalismo, sorrido sempre: tutti gli scienziati sanno che la scienza non può spiegare tutto, non foss’altro che perché non vivremmo abbastanza da riuscirci; il senso della scienza non è tanto spiegare tutto, quanto provarci sempre.

Dunque la ragione che sta dietro alla scienza moderna non è una ragione onnipotente, assoluta e onnicomprensiva. Quel tipo di ragione che vuole assolutezza a tutti i costi non può che, in pieno spirito hegeliano, degenerare nel suo perfetto contrario: irrazionalità.

Il che ci conduce finalmente a quella che è la mia risposta al quesito iniziale sul razionalità e razionalismo. Uno scienziato ateo, oggi, forse non dovrebbe dirsi razionalista, perché se ha fatto i compiti a casa di filosofia dovrebbe sapere che la ragione è uno strumento intrinsecamente limitato utilizzato da esseri intrinsecamente limitati per riuscire a gestire meglio le loro vite intrinsecamente limitate. Se il razionalismo è la fiducia senza confini nella ragione che tutto inquadra, tutto spiega e tutto fa funzionare a puntino come un meraviglioso orologio cosmico, uno scienziato ateo non può dirsi razionalista, in senso filosofico. Dovrebbe invece dirsi razionale.

Ma parliamone, adesso, del termine “razionale”, che finora abbiamo lasciato abbastanza in ombra. Ho detto prima che si tratta di una generica denotazione di cui la gente piace vantarsi, come “bello”, “intelligente”, “simpatico”. Son tutti termini che a conti fatti indicano qualcosa di molto vago. Ma si può dare un significato più preciso al termine?

Penso di sì, ma mentre al termine “razionalismo” possiamo dare una collocazione di tipo filosofico, il termine “razionalità” dobbiamo calarlo in un contesto psicologico; non è una posizione filosofica ma un atteggiamento della persona. Io intendo la razionalità come l’uso corretto e circostanziato della ragione all’interno dei suoi ambiti; insomma, quello che ispira il criticismo e il metodo scientifico. E alla base del criticismo c’è proprio il ridimensionamento della fiducia nella ragione; come diceva Pascal, la ragione deve riconoscere che ci sono cose al di là di essa. Quindi direi che in questo senso il razionalismo, che invece vuole sottomettere tutto alla ragione, non può essere razionale.

Ma attenzione, non può esserlo neanche l’irrazionalismo.

Torniamo a Pascal. Lasciamo stare per un momento il Pascal filosofico, e guardiamo al Pascal psicologico, che è praticamente il paradigma psicologico dello “scienziato credente” e delle sue contraddizioni, tormenti e a volte del suo infantilismo. Pascal ci diceva che al di là della ragione ci sono molte cose. Quasi tutte, potrei aggiungere io che su quel punto sono d’accordo; la ragione si può applicare in maniera parziale a molti problemi, ma forse non può risolverne in maniera completa nemmeno uno. Quindi ok, ci sono confini ben precisi alle potenzialità e all’uso della ragione. Ma al di là della ragione cosa c’è?

C’è il caos, c’è il dionisiaco, c’è il movimento incessante e incontrollabile della vita e delle passioni. Questo è ciò che c’è al di là della ragione. Lasciare la ragione significa scendere a patti con quel po’ di follia che attraversa come un filo invisibile tutto l’esistente. Ma Pascal non intendeva questo: al di là dell’ordine razionale basato sulla scienza, egli vedeva l’ordine religioso basato sulla fede. Un ordine non meno rigoroso, e anzi più rigoroso; non meno pervasivo, e anzi più pervasivo; non meno pretenzioso, ed anzi più pretenzioso; un ordine basato sulla rigidità del dogma, sulla gerarchia della Chiesa, sulla fissità dei testi Sacri, sul rigore dei documenti conciliari, sulla punizione attiva dei dissidenti.
Pascal il caos non lo tollerava proprio. Lo vedeva, certo che lo vedeva, mica era scemo; una persona così ossessionata dall’ordine non può fare a meno di vedere se c’è qualcosa di così fuori posto come “una canna che pensa”. Ma una persona così ossessionata dall’ordine non può neanche vedere qualcosa di così fuori posto senza andare subito a raccoglierla, piegarla per bene e infilarla in un cassetto. Ed è quello che ha fatto lui.

Proprio nella famosa scommessa emerge nella forma più chiara il tentativo di Pascal di costruire un argine all’ignoto e al caos come obbiettivo primario: la sua priorità è niente di meno e niente di più che trovare un modus operandi che massimizzi una funzione di profitto; una formula vincente per l’esistenza. Pascal non tenta di applicare a tutto la ragione strictu sensu, e in questo si differenzia da Cartesio. Ma, esattamente come Cartesio, vuole applicare a tutto un ordine gestibile.

Attenzione, ovviamente ordine e ragione sono cose diverse in senso logico; ma spesso vengono scambiate nel discorso. Per esempio, come spiegavo qui, quelli che si scagliano contro il “gender” dicono di farlo in nome della ragione, ma in realtà agiscono bellamente contro la ragione, e piuttosto sotto la spinta della brama di un certo ordine costituito riguardo ai ruoli di genere che oggi non è affatto razionale; e molti ambienti “progressisti” che si scagliano contro la scienza in realtà la scambiano semplicemente con un ordine costituito che non amano, nello specifico, l’ordine capitalistico. Questo accade perché, in senso psicologico, la ragione è una forma di ordine, o forse potremmo addirittura dire che è la forma d’ordine per eccellenza. La ragione è lo strumento principale che rende il cosmo prevedibile e gestibile. Chi è mosso da amore per la ragione di solito ama anche l’ordine (e mi ci metto dentro anche io), e viceversa di solito chi odia la ragione odia anche l’ordine. Ma non è regola assoluta; anzi, addirittura è perfettamente normale aspettarsi che l’amore eccessivo dell’ordine finisca col diventare irrazionale.

Pascal voleva mettere tutto in ordine; resosi conto che non poteva farlo con la sola ragione, allora la completò con la fede. È condivisa fra Cartesio e Pascal un’autentica “ossessione razionalizzante”, ovvero un’ossessione non tanto per la ragione ma per l’ordine che essa porta con sé; un’ossessione che è molto comune fra i filosofi anche oggi, in particolare fra quelli di scuola analitica. E all’apice dell’evoluzione di questa figura psicologica del “filosofo razionalizzante” sta Kierkegaard. In lui l’ossessione per trovare un ordine si rovescia, dialetticamente, nel suo perfetto contrario: gettare alle ortiche ogni ordine e abbracciare l’assurdità. La contraddizione è reale e insanabile in senso logico ma, in senso psicologico, fila magnificamente: nella mente di Kierkegaard la razionalità più totale è distruggere la ragione: gli estremi alla fine si toccano. O tutto è ragione o niente lo è; e il motto non è più “intellego ut credam“, bensì “credo quia absurdum“, credo perché è assurdo. In Kierkegaard è rimarchevole che ciò si verifichi all’interno di un quadro di assoluta consapevolezza, qualcosa che troveremo poi anche in Nietzsche, un altro, questa volta ateo, che passò dal venerare la ragione al gettarla alle ortiche. Ma nella maggior parte dei filosofi odierni lo scambio fra ragione assoluta e irragionevolezza assoluta si verifica silenziosamente, e in questo silenzio si nasconde il suo pericolo, poiché nella ricerca degli “assoluti” riposa il germe della distruzione di ogni adeguazione fra pensiero e realtà.

Come ci si può salvare da questo pericolo costante?

Be’, la risposta è una specie di uovo di colombo al contrario: facilissima da spiegare, difficilissima da mettere in atto.

Bisogna fare gli equilibristi: camminare sempre in bilico sul muretto che separa il caos delle cose dall’ordine dei pensieri, guardando e ponderando ogni passo, sempre pronti a tornare indietro e a correggere il tiro.

Questa non è nient’altro che la pratica giornaliera della vita, il gioco cui tutti quanti già giochiamo, volenti o nolenti. Un gioco incredibilmente difficile, basato tanto su ragionevoli scommesse quanto su imprevedibili colpi di fortuna e sfortuna; un gioco in cui siamo giocatori quanto pedine, che spesso controlliamo ma che altrettanto spesso non controlliamo.

Credo che la maggior parte dei filosofi anche odierni, come Cartesio e Pascal, lavorino incessantemente più che altro per cercare di trovare la formula vittoriosa, il trucco, il cheat, il codice segreto da infilare nel gioco che permetta di evitare di dover pensare ogni mossa con tanta fatica, di dover passare ogni momento a cercare di comprendere e gestire l’incomprensibile che abbiamo sia dentro che fuori, e infine di prendersi la responsabilità dei successi e dei fallimenti collegati alle proprie scelte.

“Cosa è morale?”; ecco una tipica domanda dei filosofi.

“Dipende da un milione di fattori: da ciò che vuoi, da ciò che senti, da chi sta intorno a te, dalle circostanze esterne e dalle circostanze interne; insomma da così tante cose che di solito è impossibile definire in maniera univoca il comportamento moralmente giusto.”; ed ecco, questa era la risposta corretta.

Ma ammettiamolo, sono molto più semplici da mettere in atto risposte tipo “è il comportamento che tu vorresti vedere divenire legge universale”, o “è il comportamento che minimizza la sofferenza complessiva” oppure ancora “è quello che dice la Chiesa”. Per quanto tutte queste risposte richiedano comunque un certo sforzo di “calcolo” dietro (legge universale in che senso? E come si misura la sofferenza? E la Chiesa, ma quale delle tante, e quale delle tante anime interne ad essa?), hanno comunque ristretto il numero di variabili da analizzare da “innumerevoli” a “numerabili”. Che, seppure a scapito della correttezza, risparmia un sacco di tempo. E in ciò, e solo in ciò, sta l’attrattiva ineliminabile di queste risposte-trucchetto.
Mentre di forma ti chiedono di usare in qualche modo la ragione per trovare le risposte che vuoi nella vita, di fatto ti  chiedono in realtà di usarla a regime minimo. E anche quando ti dicono, se te lo dicono, “ci sono cose al di là della ragione”, in realtà non si riferiscono al caos e all’imprevedibilità dell’esistenza e alla necessità di accettarli, no. Si riferiscono a fattori numerabili, ordinati, ordinabili e gestibili attraverso un utilizzo minimo delle nostre facoltà. La scommessa di Pascal: risolvere l’esistenza dell’uomo in dieci righe e un’equazione.

Se questa è la razionalità, il mio consiglio è di lasciarla perdere: siate irrazionali.

 

Ossequi.

 

 

 

 

 

 





Puttanate sul rapporto prenatale

5 05 2016

 

L’argomento è un po’ passato di moda ora che le unioni civili sono praticamente state approvate e, conseguentemente, gli omofobi hanno completamente dimenticato l’abbbominioh dell’ “utero in affitto”; tuttavia le stronzate sono come le buste di plastica: dopo che le immetti nell’ambiente restano in circolazione per diecimila anni. Ho pensato dunque che fosse il momento per fare un po’ di debunking serio sulla questione del cosiddetto rapporto prenatale.

Presentiamo il problema, per cominciare. Sappiamo che l’integralismo cattolico, con abile mossa, è riuscito a trasformare il dibattito sulla stepchild adoption a coppie omosessuali in un dibattito sulla gestazione per altri a pagamento. Sul tema ho già scritto in passato, ma non ho mai preso l’argomento dal punto di vista strettamente scientifico, nonostante su questa cosa abbiamo visto mettere in giro le peggio stronzate, anche da parte di presunti scienziati. Perfino un tele-psichiatra di cui non ricordo il nome (definisco tele-psichiatra uno psichiatra di dubbissima competenza che è reso famoso solo dalle comparsate in TV) andò ad un dibattito sulle unioni civili in TV con Monica Cirinnà a sostenere una cosa tipo che “il rapporto prenatale fra madre e figlio è un legame innegabile e indistruttibile la cui recisione danneggia inevitabilmente entrambi”, affermando che si trattasse di indiscutibile evidenza scientifica. Per non parlare poi degli esperti scientifici prêt-à-porter come la Tatangelo, che scrisse su facebook che il legame prenatale fra madre e figlio è una realtà indiscutibile per confermare la quale non c’è bisogno della scienza, lo si sa “per istinto”.
È quello che dicono tutti gli ignoranti che vogliono avere opinioni forti senza prendersi il disturbo di studiare seriamente quello di cui parlano; si inventano che non c’è bisogno di studiarlo perché hanno la Scienza Infusa.

Ora, non ho scelto il titolo a caso: tutta questa storia del legame indistruttibile fra madre e figlio prima della nascita è una PUTTANATA. Non è vero proprio PER NIENTE.

Chiariamo ovviamente che, indiscutibilmente, una madre che aspetti un figlio desiderato fa della gravidanza l’oggetto di un forte investimento emotivo, tale che essa diventa nella sua vita un’esperienza carica di molti significati romantici. Il fenomeno in questione, che in Italiano viene spesso chiamato attaccamento prenatale e in Inglese viene chiamato Maternal-Fetal Attachment (MFA), è studiato, conosciuto e effettivamente si verifica nelle madri che si identificano fortemente nella propria maternità.

Nulla voglio togliere alla profondità e alla bellezza di questa esperienza EMOTIVA. Ma si tratta di un’esperienza emotiva e va ben distinta dalla biologia sottostante.

Un primo passo per rendersi conto di quanto poco il fenomeno abbia a che fare con la biologia è leggere l’esperienza di una madre surrogata. Vediamo cosa dice qui, per esempio:

In questo momento sto aspettando i gemelli di una coppia tedesca che nasceranno tra sei mesi. È la quarta volta che ospito nel mio ventre i figli di chi non può partorirne. Oltre a quello di mio figlio, nove anni fa, ho avuto altri tre parti: due singoli e uno gemellare. Con questo fanno quattro. E io mi ricordo solo quello in cui è nato il mio bambino: un vero e proprio salto nel buio, in cui non sapevo minimamente cosa fare né come avrebbe reagito il mio corpo. Dopo dodici ore di travaglio, molta ansia e preoccupazione, avere in braccio mio figlio è stata una delle emozioni più forti che abbia mai provato. Con gli altri parti è tutta un’altra cosa: so già cosa fare, so come reagisce il mio corpo. Ed è molto più facile perché so cosa accade.

Durante le gravidanze che faccio per gli altri genitori non penso mai: “Questo figlio è mio, me lo tengo”, perché so dal primo momento che non lo crescerò, che lo partorirò e poi lo darò ai suoi genitori. So che porto avanti la gravidanza per altri. Anche adesso, quando sento i gemelli muoversi, quando ho le nausee e mi duole la schiena, non si crea quel legame materno che ho avuto fino da subito con mio figlio. Certo sto attenta a cosa mangio e mi tengo curata ma mi dico: “Ci sono due persone che si prenderanno cura di lui, è per loro che lo faccio”.

Lo voglio ribadire: io ho un solo figlio, la più grande gioia della mia vita. Gli altri che ho messo al mondo sono i figli di qualcun altro. Non mi ricordo né il giorno in cui sono nati né se erano maschi o femmine, nemmeno quanto pesavano. Non mi interessava e non mi interessa. Questi bambini non hanno niente di me, non hanno il mio dna, non verranno educati da me. Io li ho solo partoriti, ho aiutato chi naturalmente non lo poteva fare. E aver visto gli occhi pieni di gioia delle mamme e dei papà ai quali li ho consegnati è una delle cose che mi rende felice e serena. Per me mio figlio è così importante: perché non aiutare gli altri ad averne? Cosa c’è di male?

Questo passo rende benissimo il fulcro del concetto attraverso la testimonianza: la madre surrogata di cui si parla qui ha sperimentato l’MFA quando attendeva il SUO bambino, ma non lo sperimenta mai quando fa la surrogata. Questo accade perché è una specie di madre degenere e pazza, un titolo questo che l’integralismo e le mamme sentimentalone alla Tatangelo dispensano con incredibile facilità?

No. Semplicemente perché non è la madre. È solo la madre surrogata, porta solo avanti la gravidanza, svolge il processo biologico E BASTA, conseguentemente non sviluppa nessun legame emotivo col feto.

Ho deciso di partire dalla testimonianza presente per capire di che si sta parlando, ma in realtà il mio punto è una questione ben nota a psicologi e psichiatri, anche se forse non è molto nota a tele-psicologi e tele-psichiatri che non hanno tempo per studiare perché devono passare le ore a farsi truccare per apparire belli alle telecamere: l’MFA è un fenomeno esclusivamente psicologico-sociale, che ha a che fare con l’identificazione della gestante nel ruolo di genitrice.angry

In questo articolo viene fornita una presentazione breve del fenomeno, che però basterebbe da sola a smentire tutte le leggende sull’argomento. Certo, un tele-psichiatra non ha tempo di leggere neanche un trafiletto prima di andare a sproloquiare davanti all’obbiettivo e a ‘sto punto dubito che conosca l’Inglese, ma noi ce l’abbiamo il tempo e per chi non sapesse l’Inglese fornirò gentilmente una traduzione dei segmenti più significativi:

Maternal-fetal attachment (MFA) is a term used to describe the relationship between a pregnant woman and her fetus. Qualitative descriptions of maternal attitudes and adaptation to pregnancy indicate that MFA is based on cognitive representations of the fetus. These may include imagined scenarios between mother and child, as well as a mother’s attribution of physical and emotional characteristics to the fetus.1 MFA is manifested in behaviors that demonstrate care and commitment to the fetus and include nurturance (eating well, abstaining from harmful substances, such as alcohol), comforting (stroking the belly), and physical preparation (buying baby clothes and equipment).

Traduzione:

Attaccamento materno-fetale (MFA) è un’espressione usata per descrivere la relazione fra una donna incinta e il suo feto. Descrizioni qualitative degli atteggiamenti materni e dell’adattamento alla gravidanza indicano che l’MFA è basato su rappresentazioni cognitive del feto. Queste possono includere scenari immaginari fra madre e bambino, così come l’attribuzione al feto di caratteristiche fisiche o caratteriali da parte della madre. L’MFA si manifesta in comportamenti che dimostrano attenzione e preoccupazione per il feto e includano cura fisica (mangiare bene, astenersi dal consumo di sostanze dannose come l’alcol), conforto (accarezzare il ventre), e preparazione fisica (comprare vestitini ed accessori per il bambino.(enfasi mia)

Ho sottolineato “rappresentazioni cognitive del feto” perché quell’espressione è la chiave per comprendere il fenomeno. La madre non conosce il feto, e il feto non conosce la madre. Non si sono mai visti né sentiti, hanno soltanto un rapporto di natura biologica. Tuttavia, se la madre desidera quel bambino e si sente madre, inizia normalmente a calarsi nel ruolo della madre molto prima di partorire, e inizia a vedere nel feto un bambino autentico anche se ancora non lo è. L’attaccamento materno-fetale, insomma, non rispecchia il legame biologico fra madre e feto, bensì l’investimento emotivo della madre nei confronti del bambino che nascerà, nonché il proprio progressivo calarsi nel ruolo genitoriale.

La Tatangelo a quanto pare crede che essere madre le infonda una sapienza millenaria che non ha bisogno di conferme scientifiche. Dubito che una simile cristallina illuminazione divina possa essere messa in crisi da una cosa fragile come i fatti, ma si può facilmente dimostrare che questo fenomeno magico, eterno e inscritto nella natura umana di cui lei in quanto madre ignorante sa “per istinto” ha invece un preciso sviluppo storico.

The concept of MFA is relatively new and has not been well studied or defined. Inquiry into a woman’s psychological reaction and adjustment during pregnancy began in the 1970s. Prior to that time, there are few scientific data available on women’s thoughts or feelings about their pregnancies. Historical and literary accounts of women’s experiences in childbirth prior to the 20th century reveal that women were primarily concerned with enduring and surviving pregnancy. Letters written by women in the 19th century show evidence of maternal projections about the expected child as well as feelings of loss from a miscarriage or infant death. Writings of their own physical suffering and fear of death were more common.

The declining mortality rate and technological developments in western nations over the past 30 to 40 years have changed conceptions about pregnancy and the fetus. Women can detect pregnancy earlier and are able to view high-resolution images of their fetus at earlier dates. This knowledge may serve to allow women to adopt optimal health practices earlier.

Traduzione:

Il concetto di MFA è relativamente nuovo e non è stato ben studiato e definito. Indagini sulla reazione psicologica e sull’adattamento della madre durante la gravidanza sono iniziate negli anni ’70. Prima di allora, ci sono pochi dati disponibili riguardo ai pensieri e alle emozioni delle donne durante le gravidanze. Resoconti storici e letterari sulla maternità prima del 20° secolo rivelano che la prima preoccupazione delle donne era resistere e sopravvivere alla gravidanza. Lettere scritte da donne nel 19° secolo mostrano prove di proiezioni mentali sul bambino atteso così come sensazioni di lutto e perdita in seguito all’aborto. Tuttavia sono più frequenti resoconti riguardo alle proprie stesse sofferenze fisiche e alla paura della morte.

Il declino nel tasso di mortalità e lo sviluppo tecnologico nelle nazioni occidentali negli ultimi 30-40 anni hanno cambiato il modo in cui gravidanza e feto sono concepiti. Le donne possono scoprire di essere incinte più rapidamente e sono in grado di vedere immagini ad alta risoluzione del proprio feto più precocemente. Questa conoscenza può servire per permettere alle donne di adottare pratiche igieniche ottimali in anticipo.

Insomma, l’MFA è un fenomeno che si verifica solo quando la madre sa di essere incinta e solo quando non si pone il problema, ben più pressante, di sopravvivere alla gravidanza.

Ma d’altro canto, davvero non ci aspettiamo che le cose vadano in questo modo? Come fa una donna ad affezionarsi al feto se non sa di stare portando un feto? Deve almeno accorgersi di essere incinta per poter provare attaccamento per il feto! Eppure sappiamo che si può essere incinte senza accorgersene molto molto a lungo, perfino fino al parto in certi casi. Come diavolo si forma questo legame magico e spirituale fra madre e figlio se la madre non sa di avere un figlio? E se poi pensiamo alle civiltà antiche, come quella greca classica, presso la quale i neonati talora venivano “esposti” ovvero abbandonati a morire, diventa chiaro che se le madri non tenevano in considerazione la vita del bambino già nato, allora non tenevano in considerazione neanche quella del feto.

A ciò si aggiunge l’evidenza aneddotica che abbiamo sulle madri surrogate: nel caso della gestazione per altri non si verifica attaccamento materno fetale, perché la madre non si sente madre e dunque non fantastica su come sarà il suo rapporto col bambino, come se lo crescerà, che vestiti gli metterà etc.

Se ci si ferma un attimo a ragionare su queste cose, vediamo che in realtà quello che osserviamo è esattamente quello che dovremmo aspettarci: la madre si affeziona al feto solo se sa che diventerà il suo bambino; perché dovrebbe, altrimenti? Non l’ha mai “visto” e conosciuto veramente come persona, non c’è ragione per cui debba affezionarcisi; può affezionarsi soltanto all’idea che si fa della futura persona. Se non si fa nessuna idea a riguardo, non c’è nulla a cui possa affezionarsi.

Quindi è vero che la madre può stabilire una forma di attaccamento prenatale, ma si tratta di un fenomeno esclusivamente psicologico legato all’immaginario materno, e non si verifica in una madre surrogata.
Mi aspetterei, invece, che si verificasse nella madre vera e probabilmente anche nel padre/nei padri, anche se non lo stanno portano in grembo loro; ma mi pare che questo tipo di fenomeno non sia ancora stato oggetto di studi adeguati.

E vorrei sottolineare che non c’è assolutamente niente di male a non affezionarsi a un feto se si sa che non è il proprio futuro figlio, è del tutto normale e non danneggia nessuno, esattamente come è del tutto normale e non danneggia nessuno affezionarcisi se si sa che è il proprio.

Ma se provassimo a invertire il discorso? Il feto si affeziona alla madre mentre è nell’utero, invece?

Altra sciocchezza. Per i due terzi della gravidanza il feto non ha sistema nervoso o lo ha del tutto rudimentale, al punto che la legge permette di abortirlo, quindi possiamo escludere che in questa fase il feto sviluppi alcunché.

E dopo? Dopo il feto non vede mai la madre e non sente mai la madre, quindi come fa ad affezionarcisi? L’unico contatto che ha con la madre dal punto di vista sensoriale sono le stimolazioni tattili dell’utero e l’odore del liquido amniotico.

Le stimolazioni tattili sono del tutto anonime, non c’è modo che il feto possa affezionarsi alla madre sulla base delle stimolazioni tattili dell’utero. Ma l’odore del liquido amniotico?

Anche quello non è personalizzato, o per lo meno, non lo è a sufficienza da permettere di riconoscere la madre. Il liquido amniotico ha un odore molto simile a quello del latte materno, per cui il neonato è immediatamente attratto dal latte umano, ma non è particolarmente attratto, in prima battuta, da quello di sua madre; qualsiasi latte materno lo attrarrà, appena nato. Imparerà presto a riconoscere i peculiari odore e sapore del latte di sua madre, ma questo non accadrà fino al sesto giorno dopo la nascita, o al più presto al quarto (Macfarlane, 1975; Mizuno, Mizuno, Shinohara, & Noda, 2004). Va da sé che se tre giorni dopo la nascita ancora non sa distinguere il latte materno da quello di un’altra donna, vuol dire che l’odore della madre non lo conosce neanche prima della nascita.

Certo, il neonato impara a riconoscere la madre presto, ma di sicuro non prima di uscire dall’utero; non l’ha mai vista né sentita prima di allora. E anche quando inizia a riconoscerla, non è che la cosa cambi molto; ovvio, si abitua a quel particolare soggetto accudente, ma questo non significa che non possa, eventualmente, disabituarcisi e abituarsi ad un altro se la madre venisse sostituita. Sono fenomeni biologici, non c’è niente di magico nel rapporto fra madre e neonato, anche se la gente tende a caricare il fenomeno di significati astratti e romantici.

Ora vorrei rispondere ad un’ultima questione che ho visto sollevare da parte di ambienti integralisti, ovvero un argomento che usa la sperimentazione animale. Questo mi punge sul vivo, per motivi che immaginerete … In particolare, ho visto qualcuno usare come “prova” di presunti danni che l’utero in affitto causerebbe al bambino gli esperimenti di deprivazione materna sui roditori.

Negli esperimenti di deprivazione materna, infatti, si è osservato che i roditori soggetti al protocollo in questione da adulti sviluppano ipersensibilità allo stress, deficit cognitivi, aggressività e via con altre spiacevolezze.

Questo argomento mi diverte molto perché si dà il caso che metà della mia tesi di dottorato l’abbia fatta sulla deprivazione materna nei roditori, e se Dio vorrà un giorno vedrò anche una pubblicazione con su il mio nome a riguardo.

Ora, io ovviamente non sosterrò che non si possano traslare i risultati ottenuti su animali nell’uomo, anche perché se no non avrei fatto quel tipo di lavoro in principio. Tuttavia la cosa va fatta con un minimo di ragionamento e sulla base di una conoscenza approfondita, e sottolineo APPROFONDITA, del modello e dei protocolli di cui si sta parlando; non a cazzo di cane appiccicando insieme qualche frase carpita qua e là dagli abstract dei paper.

Il bambino partorito da una gestante per altri, dopo la nascita, viene affidato subito alla coppia genitoriale che si occuperà, presumibilmente con adeguata cura, di tutti i suoi bisogni fisici e psicologici. Questa situazione non ha niente, ma proprio NIENTE a che vedere col protocollo di separazione materna usato sui roditori, oserei dire che è l’esatto opposto di quella che vediamo nel protocollo di separazione materna. Il protocollo in questione io l’ho visto mettere in pratica durante il mio soggiorno estero, anche se per fortuna nessuno mi ha mai domandato di praticarlo io, e devo dire che è abbastanza “cattivo” da far incazzare a morte qualunque animalista. Il protocollo in questione prevede che, a partire dal secondo giorno dopo la nascita (nel primo giorno il protocollo non si pratica o si pratica in forma attenuata per periodi più brevi), i topi neonati vengano presi singolarmente, separati dalla madre e messi in una gabbia a parte per un periodo minimo di tre ore. È importante che il periodo sia lungo, perché separazioni brevi, nell’ordine dei quindici minuti, hanno invece un effetto positivo sullo sviluppo del topo, e infatti quel tipo di protocollo non è chiamato separazione materna ma neonatal handling, manipolazione neonatale, proprio perché ha effetti addirittura opposti.

Per capire cosa significhi un tipo di protocollo come la separazione materna in termini di impatto sullo sviluppo dell’animale bisogna conoscere la fisiologia del topo e capire in cosa si differenzia da quella dell’uomo.

Il topo, specialmente il topo neonato, è un animale piccolo. La fisiologia del topo si comprende solo se lo si osserva tenendo conto che è un animale piccolo, mentre noi siamo animali piuttosto grossi. Un tipico slogan degli animalisti contro la sperimentazione animale è “non siamo topi di 70 Kg”… Be’, a dirla tutta se i topi pesassero 70 Kg la differenza fisiologica più significativa fra noi e loro sarebbe svanita.
Se il topo è un animale piccolo, il topo neonato è un animale minuscolo. Minuscolo significa un rapporto superficie/volume altissimo. Un rapporto superficie/volume altissimo vuol dire fortissima dispersione di calore. Il che a sua volta significa altre due cose: che il topo neonato ha bisogno di essere scaldato continuamente dal corpo della madre e dei fratelli e che ha bisogno di mangiare spessissimo perché ha un forte bisogno di calorie. Insomma, per il cucciolo di topo la termoregolazione è forse la più importante esigenza fisiologica. Dunque una separazione di tre ore dalla madre, per un topo neonato, non significa aver rotto una specie di magico rapporto spirituale, ma qualcosa di molto più prosaico: significa non soddisfare la sua principale esigenza fisiologica, i.e., significa fargli soffrire il freddo e la fame. Inoltre, esattamente come i neonati umani, il topino ha bisogno anche di stimolazione tattile, che ha effetti molto benefici sullo sviluppo del sistema nervoso centrale (insomma va coccolato un po’) e ovviamente va tenuto pulito quando orina o defeca.  Per poter rendere il paragone con un umano sensato, bisognerebbe togliere il bambino alla madre per qualcosa come dodici ore, metterlo nudo sul balcone in autunno inoltrato e per tutto questo periodo non pulirlo, non toccarlo, fottersene completamente di lui insomma. Aggiungiamo che nel protocollo di separazione materna si usa spesso anche fare al topino delle piccolissime iniezioni di soluzione fisiologica. Piccole, ma comunque dolorose, considerando le dimensioni dell’animale. Quindi diciamo che il nostro neonato ogni tanto bisogna anche andare a prenderlo a ceffoni perché grida troppo.

Esistono situazioni in cui i neonati umani sono trattati così? Sì, esistono. E esistono anche situazioni meno estreme in cui il paragone fra separazione materna nel roditore e il trattamento ricevuto dal neonato umano può comunque reggere. Ma paragonare un protocollo barbaro come la separazione materna nel roditore a quello che succede quando un neonato passa dalla madre surrogata nelle mani della coppia genitoriale è di un’idiozia offensiva; il neonato in questione verrà trattato benissimo e vedrà tutti i propri bisogni soddisfatti, il protocollo di separazione materna serve a riprodurre situazioni di maltrattamento grave.

Questo particolare caso di fraintendimento mi permette di ribadire un consiglio dato in altre sedi a chi voglia interessarsi di scienza: se non siete addetti ai lavori, è inutile che leggete e citate pubblicazioni scientifiche, perché verosimilmente capirete fischi per fiaschi, come fanno quelli che mi citano gli studi di separazione materna come argomento contro la gestazione per altri. Piuttosto parlate con qualcuno che ne capisca della questione e fatevi spiegare le cose da lui, vi farete un’idea di più chiara.

Ciò detto, se proprio vogliamo fare un paragone coi roditori, vorrei ricordare che le mamme topo allevano i cuccioli tipicamente in comune e il maschio viene di solito allontanato proprio perché è una minaccia per la prole. Quindi si direbbe che per i topini l’ambiente di crescita ideale sia … La coppia lesbica!

Quindi, ricapitolando:

Non è vero che l’attaccamento fetale è un legame di natura fisiologica. Si tratta al contrario di un fenomeno psicologico che riflette l’adattamento della gestante al futuro ruolo di madre.

Non è vero che si verifica sempre e che è geograficamente e storicamente ubiquitario. Nella sua forma attuale, esiste sì e no da un cinquantennio.

Non è vero che anche le madri surrogate provano l’MFA.

L’MFA comunque riguarda la madre, non il bambino; il bambino inizia a riconoscere la madre solo dal quarto-quinto giorno di vita in poi.

Non è vero, infine, che gli studi su animali confermino la presenza di un rapporto magico fra madre biologica e figlio.

 

Spero di aver fatto un servizio di informazione utile e spero che questi dati contribuiscano ad arginare lo spargersi di melensi luoghi comuni e disinformazione sull’argomento.

 

Ossequi.

 

 

Macfarlane, A. (1975). Olfaction in the development of social preferences in the human neonate. Ciba Found Symp(33), 103-117.

Mizuno, K., Mizuno, N., Shinohara, T., & Noda, M. (2004). Mother-infant skin-to-skin contact after delivery results in early recognition of own mother’s milk odour. Acta Paediatr, 93(12), 1640-1645.





Per l’utero in affitto

4 12 2015

 

Ultimamente con quest’utero in affitto ci avete anche sfracassato un po’ i maroni.

La storia la sappiamo, gli astuti comunicatori dietro Sentinelle in Piedi (ed altri nomi dello stesso gruppo) non sapevano come fare per bloccare il riconoscimento anche dei diritti più basilari delle coppie LGBT, per intenderci quelli garantiti del DDL Cirinnà attualmente in discussione in parlamento. Quindi si sono inventati un avversario nuovo e più facile, la gestazione per altri, chiamata spregiativamente “utero in affitto”, e con abile mossa si sono inventati che la stepchild adoption nel DDL Cirinnà comporta l’utero in affitto. Come ciò accada non si sa, visto che l’utero in affitto è utilizzato prevalentemente da coppie eterosessuali, che le lesbiche, che sono più o meno metà delle coppie omosessuali, non hanno bisogno di affittare l’utero avendone già due, che la maggior parte delle coppie comunque non ha i soldi per pagare il costosissimo utero in affitto, e infine che è già reso illegale in Italia dalla legge 40.
Ma in fondo, i giochi di prestigio son belli per questo: avevano in mano un fazzoletto e ti hanno fatto apparire una colomba. Non sarebbe divertente se capissi anche come hanno fatto, no?! Loro avevano in mano il DDL Cirinnà e adesso ti fanno comparire l’utero in affitto. Geniale, non c’è che dire.

Ma che i cattolici si inventino stronzate per danneggiare il popolo LGBT non è una novità. La novità piuttosto è sentire i richiami di alcuni esponenti del mondo femminista e LGBT stesso (nomi celebri, peraltro: Mancuso e Concia! I VIP, quelli noti per non aver mai portato a casa un cazzo di niente di risultato politico per la comunità LGBT) che invitano le coppie di gay maschi, potenziali fruitori della gestazione per altri, a “fare un passo indietro” sull’argomento, o a “fermarsi”.

Scusate? Cosa mi sfugge?

Abbiamo già visto che la gestazione per altri è una faccenda prevalentemente eterosessuale, che è già (ingiustamente) vietata in Italia, e che la stepchild adoption non la rende legale. Finora non ho mai sentito nessuno nel movimento LGBT collegare la gestazione per altri alle Unioni Civili o al matrimonio gay, è una cosa che fanno solo i cattolici. Cosa significa che i gay dovrebbero “fare un passo indietro” sull’utero in affitto, come dice Mancuso? Se già non ne parliamo mai, e non colleghiamo mai la questione alla stepchild adoption, cosa dovremmo fare di meno, visto che già facciamo zero?

Ah, forse ho capito. Vorreste, signora Concia e signor Mancuso, che noi ci aggregassimo a quella conventicola di mentecatti che spala merda sulla gestazione per altri senza avere la più pallida idea di che sta dicendo e perché. Dovrei insomma mettermi a dire che l’utero in affitto è una pratica barbara che sfrutta le donne e strappa i bambini dalle braccia delle mamme o altre poetiche espressioni per titillare gli stereotipi familisti del pubblico. Così son tutti contenti.

Uhm … Potrei farlo. Magari lo faccio.
Fatemici pensare …

NO.

È vero, l’utero in affitto non c’entra con le Unioni Civili e manco col matrimonio gay né tanto meno con le adozioni (se venisse approvato il matrimonio egalitario, al massimo accadrebbe che i gay potrebbero fare a riguardo la stessa cosa che fanno gli etero: sposarsi per dare diritti ai figli concepiti in provetta). È vero, non conviene e non ha senso mescolare le due faccende, e infatti non ho intenzione di farlo.

Tuttavia l’utero in affitto è una pratica in realtà moralmente ineccepibile, e io non sono disposto a fare il torto di scagliarmici contro, neanche se ciò servisse a evitare un altro torto, quello che vien fatto ogni giorno alle coppie gay. Non posso farlo per una questione di coscienza; e poi perché non è proprio cosa da me stare a sentire idiozie in silenzio, figurarsi se posso darne avalli ufficiali! Non è che solo perché l’utero in affitto non mi riguarda i discorsi che sento a riguardo diventano meno idioti, e io mantengo e ho intenzione di mantenere sempre un pessimo rapporto con l’idiozia.
E poi c’è il mio gigantesco problema personale: la mia gravissima allergia alla retorica mielosa. Se sento parlare di “bambini strappati al rapporto unico e speciale con la loro dolce mammina tanto amata da Pasolini” mi viene uno sfogo sul braccio, non dipende da me.

Quindi, signor Mancuso, al limite io resto fermo sul mio passo 0, ma non arriverò mai a fare il passo -1 e dirmi contro l’utero in affitto, perché non lo sono.

Anzi, visto che ci siamo, e che sentiamo ormai in ogni dove ciarlare di utero in affitto senza cognizione di causa, visto che mi ci trascinano faccio anche il passo 1, e spiego perché, fermo restando quanto detto sinora sulla materia e sulla scarsa attinenza che ha con il DDL Cirinnà, sono a favore dell’utero in affitto senza sé e senza ma. E intendo, utero in affitto, non gestazione per altri. Intendo roba in cui si paga, compreso? Io dare a te soldi, tu avere gravidanza per me. Io sono d’accordo al 110% che ciò si possa fare, senza riserve di sorta.

E d’altro canto, siccome io non vedo da me i motivi per cui non si dovrebbe poter fare, mi toccherà affrontare quelli che sparano gli integralisti cattolici, coadiuvati per l’occasione da veterofemministe bigotte e misandriche (non ho detto omofobe, perché di solito l’omofobia delle veterofemministe si declina solo contro l’omosessualità maschile, ed è dunque da considerarsi un atteggiamento antimaschile prima che omofobico).

Primo:  “I figli non sono un diritto!”
Rivelazione grandiosa, adesso vi spiego cos’è un diritto: un diritto è quella cosa che la società si impegna con tutte le proprie forze a garantirti. Se la società decide di impegnarsi perché tutti abbiano collane di diamanti, la collana di diamanti è un diritto. Se decide di impegnarsi perchè chiunque lo desideri abbia un figlio, avere un figlio diventerà un diritto. E volete che ve la dica tutta? Avere un figlio per molti è un incidente sgradito, ma per molti altri è un’esperienza importante che fa parte dei propri progetti di vita. Se potessi progettare una società perfetta, garantirei a chiunque lo desideri di avere un figlio, come garantirei a chiunque di avere un amore, di avere un bel lavoro e una bella casa eccetera. Purtroppo di solito non possiamo garantire tutto questo, ma ciò non significa che provarci, quando è possibile, sarebbe sbagliato o sgradevole.
Che poi, che ipocrisia! Gli stessi che vanno in TV a esibire un uso scellerato dei diritti riproduttivi, fino ad avere una cosa come dodici figli, rimproverano di essere capriccioso chi vorrebbe averne uno. Come disse il poeta: ma andate a cagare.

Secondo: ci dicono che con l’utero in affitto ci sono “i poveri bambini strappati alle madri”, su cui ci stanno facendo la testa a pallone, dandoci a intendere che questi bambini siano traumatizzati a vita e rovinati per sempre, del tipo che da adulti rischiano di diventare come Adinolfi.
Cazzata.
Nulla sorprende di più della capacità che hanno avuto i cattolici di far passare per ragionevolezza scientifica una solenne cazzata concepita palesemente ed esclusivamente per stuzzicare pulsioni emotive ed immaginario romantico. I bambini, specialmente quelli prematuri, vengono abitualmente “strappati alle braccia delle madri” appena nati, eventualmente tenuti in incubatrice o sottoposti a massaggio neonatale da operatori esperti, è cosa del tutto ordinaria. A proposito, per chi non lo sapesse,  il massaggio neonatale è una tecnica di manipolazione usata sui neonati prematuri per simulare la stimolazione tattile che ricevono in ambiente intrauterino, e che favorisce il loro corretto sviluppo neurale. Quindi un operatore preparato può perfettamente sostituire la madre non solo per quanto riguarda le coccole, ma perfino per quanto riguarda i movimenti fisiologici dell’utero. E, d’altro canto, perché non dovrebbe esserne in grado? Lo so che ci piace immaginare il rapporto umano come una sorta di magia spirituale, ma il neonato dalla madre riceve esclusivamente le seguenti cose: un certo nutrimento ed un certo preciso set di stimoli sensoriali. Se sintetizziamo un analogo del suddetto nutrimento, e riproduciamo meccanicamente lo stesso tipo di stimolazione sensoriale, ciò che il bambino avrà ricevuto da noi sarà del tutto indistinguibile da quello che riceve da una madre.
Quindi non mi dite stronzate che “la mamma è insostituibile”; la mamma è perfettamente sostituibile, e infatti è sostituita molto di frequente. Vi dice qualcosa la parola “balia”? Una donna che allatta il bambino quando la madre biologica non può per svariate ragioni (non ha il latte, ha i capezzoli rientranti …); nell’ottocento era pratica comune e ancora oggi lo è in paesi in via di sviluppo, e nessuno parla di “poveri bimbi strappati alle madri”. Perché ciò è perfettamente normale, il bambino deve solo abituarsi fin da appena nato al contatto col cosiddetto primary caregiver, l’accudente primario, che di solito è la madre ma può benissimo essere chiunque altro gli fornisce ciò di cui ha bisogno: cibo, cure e un certo tipo di stimolazione sensoriale.

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No, queste cose non succedono.

Capisco che la gente ami coltivare l’idea romantica che il rapporto fra il neonato e la madre biologica sia unico e speciale e predestinato nel orso degli astri, e fin quando resta solo una “idea romantica” per quanto mi riguarda può anche tenersela; se però questa idea romantica pretende di diventare scienza e peraltro di determinare le nostre scelte politiche, allora questa bella idea romantica diventa un dannoso cancro, e mi tocca demolirla: un bambino può essere cresciuto con perfetta efficienza da genitori di qualsiasi sesso e genere e di qualsiasi gradazione di parentela o non-parentela con il suddetto. Questo perché l’accudimento di un neonato è una cosa semplice e meccanica, funziona sulla base di studiati e riproducibili meccanismi fisiologici. Non è affatto scritto negli astri che la madre biologica sia qualcosa di speciale; come se non sapessimo, peraltro, che esistono madri stronze e dannose esattamente come esistono padri stronzi e dannosi …

E poi lasciatemi fare una piccola riflessione estemporanea: sappiamo che le donne possono fare i militari, le calciatrici, i premier e i presidenti della repubblica e i premi Nobel. Però si continua a pensare che gli XY non siano in grado di cullare un marmocchio come lo fanno le XX. Le femministe non si interessano di questo palese pregiudizio antimaschile, perché sono troppo occupate a difendersi contro quelli antifemminili; i maschilisti d’altro canto non si preoccupano delle discriminazioni antimaschili perché sono troppo occupati a cercare di ravvivare quelle antifemminili. E così nessuno fa caso alle gigantesche discriminazioni e pregiudizi cui per retaggio culturale è da sempre sottoposto il maschio. Nessuno parla di “bambini strappati ai padri”, tutti parlano di bambini strappati alle madri; e sì, certo, perché il padre mica è genitore, è solo donatore occasionale di sperma. Diventa genitore soltanto quando serve alla Chaoqui per insultare le lesbiche. Il maschio è il nuovo “sesso debole”, a occhio e croce, visto che le donne possono fare tutto quello che fanno i maschi, ma i maschi non possono fare tutto quello che fanno le donne.

Comunque, fermo restando che i fatti, tanto per cambiare, non sono affatto dalla parte degli integralisti religiosi neanche sulla questione utero in affitto, e non c’è una sola ragione storica o scientifica per pensare che la madre biologica sia insostituibile, c’è anche l’altro argomento prêt-à-porter usato in questi casi: si “sfrutta il corpo della donna”!

Fatemi capire bene: una donna si offre di portare avanti la gravidanza per te. Firma un contratto. Viene profumatamente pagata. Mi sapete dire dove sta esattamente lo “sfruttamento”?!

Certo,una donna può essere sfruttata attraverso l’utero in affitto. Come può essere sfruttata da segretaria, da donna delle pulizie, da ricercatrice, da prostituta e da raccoglitrice di olive. Vietiamo alle donne di raccogliere olive, adesso, così eradichiamo lo “sfruttamento”?

Gli argomenti che tirano in ballo lo “sfruttamento della donna” sono analoghi a quelli usati contro la prostituzione, e sono allo stesso modo campati in aria. Chi “vende il proprio corpo”, per dirla con le parole dei perbenisti, non è necessariamente disperato, ho conosciuto prostituti perfettamente soddisfatti del proprio lavoro. Una mia amica addirittura mi ha fatto leggere un articolo su una prostituta tenuta sostanzialmente in schiavitù dai suoi “datori di lavoro”, con l’idea di dimostrarmi che la tratta di esseri umani nel mercato della prostituzione esiste … ma in realtà la cosa interessante di quell’articolo era il modo in cui la faccenda era iniziata: la ragazza aveva inizialmente scelto di fare la prostituta. Solo poi si era trovata intrappolata dal racket. Quindi , certo che si può fare la prostituta per scelta, è innegabilmente vero che ciò accada! Ed è possibilissimo affittare l’utero per scelta, è innegabilmente vero che ciò accada.

Certo, è vero che esistono situazioni di sfruttamento, anche violento, ad esempio nel caso della prostituzione; ma mica dove esistono situazioni di sfruttamento si abolisce un mestiere, è un’idea che suona folle non appena proviamo ad applicarla ad un qualunque mestiere “normale”: nessuno pensa che non dovremmo più avere muratori, ovvero gente che vende il proprio corpo come forza-lavoro, perché a volte sono immigrati clandestini ricattati e sfruttati dai datori di lavoro; non si spiega per quale ragione invece ciò dovrebbe essere valido quando si vende il proprio corpo ai fini di procurare soddisfacimento sessuale o supporto alla procreazione.

Il trattamento di riguardo riservato agli ambiti della sessualità e della riproduzione in realtà trova giustificazione in un vecchio adagio reazionario e sessista ben radicato nella popolazione: l’idea che il nostro corpo, soprattutto nella sua identità sessuata, tutto sommato non ci appartenga, che sia di Gesù, o della collettività. Be’, io penso invece che ci appartenga e che le donne siano perfettamente in grado di decidere da sé come gestire il proprio. E se una donna nella disperazione si rivolge all’utero in affitto per scappare dalla povertà il problema non è certo l’utero in affitto, semmai è la povertà, e non si risolve vietando l’utero in affitto, si risolve cancellando la povertà.  La donna potrebbe essere costretta a fare un lavoro sfiancante o che trova degradante e non desidera fare perché è a corto di alternative e altrimenti morirebbe di fame. Bene, allora lasciatemi fare una deduzione elementare su cosa accadrà se noi le impediamo di fare quel lavoro: uhm … morirà di fame, forse? Le abbiam fatto un bel favore a vietarglielo!

I problemi di legalità, di sfruttamento e di violenza nell’ambito della gestazione per altri si risolvono esattamente come si risolvono quelli nell’ambito della raccolta di olive: con lo stato che mette in campo i suoi migliori mezzi di contrasto all’illegalità, non certo tagliando la testa al toro con il “vietiamo tutto”.

Ora, oltre ai “poveri bimbi strappati in lacrime alle mamme” (perché si sa che i neonati non sono noti per piangere continuamente che piova o ci sia il sole) e “si sfrutta il corpo delle donne” (che invece dovrebbe restare sotto chiave, affidato alla sapiente protezione di preti e mariti), che sono roba tanto ridicola che mi dà fastidio rispondervi, non ho mai sentito altri “argomenti” contro questa pratica orrida, barbara, mostruosa, tremenda, perfida, nazista e puzzona.

Ma davvero, se venite a sapere di qualche argomento serio lo ascolto volentieri! Son tutto orecchi e non ho nulla da fare durante il ponte! Basta che non mi dite che “il problema è lo scambio di denaro, i bambini così sono venduti senza amore (ammmmoreh ❤ )”, perché anche se vi chiamate Fiorella Mannoia e siete gay friendly, la mia soglia di sopportazione per le melenserie retoriche prive di senso resta estremamente bassa.

Oddio, contenti, Adinolfi, Concia e Mancuso? Mi avete tirato per i capelli a parlare dell’utero in affitto. Fortuna che ho la mia tisana alla camomilla per questi momenti …

 

Ossequi.





Umanismo VS antropocentrismo

24 11 2015

Ho sempre pensato che, sebbene i due termini siano spesso usati come sinonimi nel linguaggio comune, la parola “egocentrismo” andrebbe distinta chiaramente da “egoismo”, esattamente come “antropocentrismo” andrebbe distinto nettamente da “umanismo”.

L’egoismo è semplicemente il prendersi cura di sé stessi più di quanto non ci si prenda cura degli altri; insomma è un attribuzione di valore soggettivo maggiore a noi stessi. Per me, io valgo di più. Per te? Per te, tu varrai di più, ovvio. Ma per me valgo di più io.
Si tratta di un punto di vista naturale, e sostanzialmente anche sano, se seguito in modo lungimirante. Infatti un egoismo sensato, ragionevole, difficilmente ci porta a calpestare il prossimo senza alcuna cura: il prossimo che viene calpestato prima o poi potrebbe arrabbiarsi e fartela pagare, e di solito accade. Dunque siamo sicuramente sociali, e sicuramente capaci di altruismo. Ma l’altruismo, che pure ha così grande importanza nell’evoluzione della nostra specie, è comunque uno strumento piazzato nelle inconsapevoli mani dell’ego: siamo, mettiamola così, altruisti nell’egoismo.
Noi animali in un certo senso viviamo per noi stessi; noi stessi siamo l’unica compagnia che non ci sarà mai tolta, ed è giusto ed è meritorio attribuire a questo prezioso compagno le cure più amorevoli. Questo non esclude il poter amare il prossimo; e anzi di solito il modo migliore per amar sé stessi passa dall’amare anche il prossimo.

Diverso è l’egocentrismo, ovvero la posizione cognitiva. La differenza fra l’egoista e l’egocentrico è a prima vista sottile ma della massima importanza: l’egoista non crede di essere un essere speciale, crede di essere come tutti gli altri elemento di un grande gioco di egoismi in cui lui non muove che i propri pezzi, e gli altri muovono i propri. Mentre nelle proprie azioni l’egoista attribuisce la priorità valoriale a sé stesso, nella sua cognizione egli è perfettamente consapevole che gli altri sono in una prospettiva diversa, e dunque li comprende e può associarcisi, trovarvi punti di contatto senza tentare per forza di calpestarli.
La sua “teoria del mondo” è corretta, non crede di avere un valore “oggettivo” speciale.
L’egocentrico invece crede proprio di essere speciale, e che gli altri dovrebbero riconoscere questa sua specialità; che se gli altri sono sani e razionali, debbano accorgersi di tale specialità e venerarlo. Se l’egoista dice “io sono come gli altri, e come gli altri devo badare innanzitutto al mio benessere”, l’egocentrico dice “io sono meglio degli altri, e tutti dovrebbero rendersene conto e badare al mio benessere”. Insomma la differenza fra l’egoista e l’egocentrico è che il secondo fa le sue scelte di vita sulla base di una cognizione erronea.

Nella mia famiglia ci tramandiamo un anneddoto divertente che secondo me spiega meravigliosamente bene cos’è l’egocentrismo.
Protagonista ne è la mia defunta prozia: trattavasi di una classica zitella acida, per così dire; era la bimba piccola della sua numerosa famiglia, e la più viziata, purtroppo anche fino all’età adulta (mia nonna, anche quando ormai erano entrambe ottuagenarie, la chiamava ancora “la piccola”, e diceva che bisognava assecondare i suoi capricci appunto perché “era piccola”). Come tale, aveva sviluppato nel tempo un pessimo carattere ed un narcisismo sconfinato, che le aveva impedito di trovare marito; era finita così a convivere a stretto contatto con due sorelle più grandi, l’una vedova e l’altra zitella come lei; e visto che la vicinanza provoca belligeranza, le tre litigavano spesso.
L’aneddoto fa riferimento ad una frase che, mi dicono, strillò alle sorelle durante uno dei suddetti litigi:

“Ma insomma! Non capisco perché mi contrariate così! Io, fossi in voi, farei di tutto per accontentarmi!”

Sì, le fonti sono affidabili, sono sicuro che abbia detto esattamente così, e non sarebbe neanche la cosa più strana che abbia mai detto. E la frase non era intesa, chiariamolo, come una minaccia, del tipo “vedrete cosa faccio se mi contrariate”; no. Lei intendeva veramente esprimere una sua convinzione, e cioè che le sorelle fossero in dovere morale, razionale ed umano di accontentarla in tutto.
Ovviamente però le sorelle, in quanto persone, come tutte le persone hanno prima di tutto da badare a sé stesse e alle proprie necessità, quindi non v’era alcuna ragione per cui esse avrebbero dovuto “fare di tutto per accontentarla”. Mia zia, dunque, non era semplicemente “egoista”, come tutti intorno a lei la accusavano di essere; oserei dire che era anzi alquanto generosa, e sempre pronta a cercar di comprare l’affetto altrui a suon di regalini. No, non era particolarmente egoista, ma era particolarmente egocentrica, ovvero cieca all’esistenza di altre persone, con proprie personalità, desideri, bisogni, ambizioni. E con ciò non intendo che fosse consapevole dell’esistenza di altre persone, ma noncurante di essa, bensì che non se ne rendeva conto, credeva che le altre persone esistessero solo per venerarla e darle sempre ragione. La sua “teoria del mondo”, insomma, prevedeva che ella fosse al centro, e gli altri alle sue dipendenze.
Una teoria di questo genere non è “brutta” o “immorale”. Semplicemente, è sbagliata. E le azioni fatte sulla base di una teoria del mondo grossolanamente errata, come la sua, sono inevitabilmente autodistruttive; difatti, l’uomo egocentrico, contrariamente all’uomo egoista, è incapace di amare, perché è cieco all’esistenza degli altri come persone, e questo lo rende genealmente un essere molto sofferente. Mia zia in effetti fu una donna molto sola ed infelice a causa della teoria del mondo sbagliata che coltivava, pace all’anima sua.

Dunque non mescoliamo le due cose: una cosa è badare prima a se stessi e ai propri bisogni, comportamento perfettamente legittimo e razionale; un’altra è farsi la convinzione che gli altri siano stati messi a questo mondo per servire i nostri bisogni, il che, pacificamente, non è vero.
Dunque abbiamo l’egoismo che è semplicemente un’attribuzione di valore soggettivo:

“Io per me vengo prima e pongo i miei bisogni in cima alla lista delle priorità”

E poi abbiamo l’egocentrismo, che è invece è una teoria sulla struttura del mondo:

“Io per tutti sono Dio, e tutte le persone sane di mente e razionali dovrebbero adorarmi e venerarmi”.

Analogamente, voglio qui finalmente tornare al tema del titolo, e fare la distinzione essenziale fra l’umanismo e l’antropocentrismo.

Ricevo talora l’accusa di essere “antropocentrista”, e dunque, va da sé, un superato relitto seppellito dalle moderne conoscenze scientifiche (che è un’accusa abbastanza curioso, visto che di scienze naturali ne mastico).
Ma ogni volta ne rimango perplesso: ho forse mai detto che il mondo è stato creato per i bisogni degli uomini e che abbiamo autorità divina su di esso? Ho forse mai detto che la Terra è al centro del cosmo per nostra comodità? Ho forse mai sostenuto che l’universo intero è stato creato da un essere supremo che, guarda caso, somiglia proprio a noi umani? No. Io ho sempre detto piuttosto che noi umani siamo animali come milioni di altre specie animali. E come tali, facciamo prima i nostri interessi di specie, e solo in seconda battuta ci possiamo preoccupare di quello che è fuori dall’umano.

Sono dunque un umanista, ma non un antropocentrista.

Umanista:egoista=egontrico:antropocentrista. L’umanesimo è una presa di posizione valoriale:

Per me l’umanità coi suoi bisogni viene prima di ciò che umano non è”.

Non è invece una “teoria del mondo” naturalistica, del tipo

“L’uomo è stato creato da Dio a sua immagine e somiglianza, e tutto il mondo è fatto esclusivamente per l’uomo e per il suo benessere”.

Quindi, se l’antropocentrismo va messo da parte perché, semplicemente, è una teoria del mondo sbagliata e superata dal punto di vista naturalistico, resta sacrosanto il mio diritto di essere umanista, che nulla implica per quanto riguarda la nostra visione naturalistica, e in nulla dipende dalla nostra visione naturalistica.
Ossequi.