Quel deficiente di Cartesio

21 05 2015

La filosofia degli animal rights ha bisogno di nemici, ovviamente. Il nemico designato è quasi sempre Cartesio; il mostro incompetente, piaga della filosofia occidentale e padre dello ‘specismo’, che ci ha convinti che gli animali sono robot incapaci di sensazioni ed emozioni. Non si può assistere ad una conferenza di qualche filosofo animalista senza sentire la frecciatina a quell’idiota patentato di Cartesio, smentito platealmente dalle recenti scoperte dell’etologia (recenti scoperte? Che gli animali abbiano sensazioni è una scoperta “recente” di cui possiamo vantarci rispetto ai nostri stupidi antenati? Ma per favore…).

E tuttavia, tutte le volte che ho domandato ai miei interlocutori di citarmi un passo di Cartesio in cui egli affermi che gli animali sono privi di sensazioni ed emozioni, ho visto occhi che si incrociano.

Cartesio non è il filosofo più brillante né il più chiaro della storia del pensiero occidentale. Ma che fosse un completo deficiente non lo credo. Il mio contributo alla discussione su Cartesio e gli animali sarà solo la seguente citazione da una lettera al marchese di Newcastle:

Se insegnate ad una gazza a dire ‘buongiorno’ alla sua padrona quando la vede arrivare, tutto ciò che potrete avere ottenuto sarà aver fatto dell’emissione di quella parola l’espressione di una delle sue sensazioni. Per esempio sarà un’espressione della speranza di mangiare, se l’avete abituata a ricevere un premio quando la pronuncia.  Similmente, tutte le cose che si fanno fare ai cani o ai cavalli o alle scimmie sono semplicemente espressione della loro speranza, della loro paura, della loro gioia; e conseguentemente possono fare queste cose senza alcun pensiero.

Grassetti miei.

Quindi secondo Cartesio gli animali potevano provare paura, gioia, speranza, ‘passioni’ in generale. Cartesio riteneva il pensiero razionale la più elevata e complessa funzionalità del cervello, non dimentichiamocelo; è per questo che invocava a sua spiegazione la res cogitans. La filosofia e la scienza di oggi hanno teso ad invertire la prospettiva: oggi quello che Chalmers chiama l’hard problem della coscienza è considerato essere la possibilità stessa dell’esperienza soggettiva, la capacità di sentire, dunque. Il pensiero razionale, rispetto a quella capacità essenziale che permette di ‘essere soggetto’, è oggi generalmente visto come un fenomeno secondario e assai meno complesso filosoficamente. Ma Cartesio non la vedeva così; a torto o a ragione riteneva più interessante la questione della capacità di pensiero razionale, cosa che secondo lui non poteva essere spiegata in termini meccanicistici.

Se sorvoliamo su questa sua ingenuità, scopriamo che ha ben ragione Dennett piuttosto a notare quanto interessante sia il pensiero di Cartesio sulla coscienza degli animali: essi sono, a tutti gli effetti, automi capaci di sentire, il che ha collegamenti molto interessanti all’attuale pensiero sull’Intelligenza Artificiale. Gli uomini sono anch’essi, come tutti gli altri animali, automi capaci di sentire (sì, è questo il meccanicismo cartesiano: anche i viventi sono macchine, uomo incluso); ma in più hanno la res cogitans, sono dunque capaci di pensiero razionale, il che li distingue dagli animali. Sono capaci, in particolare, di fare meta-pensiero, di dire ‘cogito, ergo sum’.

Al di là delle implicazioni metafisiche piuttosto fantasiose il pensiero di Cartesio era completamente diverso da quella infantile parodia costantemente presentataci dagli animalisti, e non solo: era anche molto corretto. Resta vero che la capacità più peculiare dell’uomo è il pensiero astratto, e nessun’altra specie animale possiede questa dote a livelli paragonabili di sviluppo.

Che gli animali siano capaci di sensazioni e di emozioni lo sappiamo tutti benissimo, non è una scoperta geniale degli animalisti. Cartesio non era un deficiente incapace di rendersene conto e nessuno di coloro che, come me, si oppongono alla filosofia degli animal rights, è all’oscuro del fatto che gli animali siano capaci di sensazioni ed emozioni simili in molti aspetti a quelle degli umani.

Semplicemente, non lo riteniamo il punto centrale della discussione.

Animalisti, facciamocene una ragione, vi va?

Ossequi

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5 responses

21 05 2015
ilmentitore

Non vedo l’ora che inizino a lodare Hitler perché vegetariano e per le sue leggi contro il maltrattamento animale…

25 05 2015
cieffegi

Buondì, seguo da tempo e con interesse il suo blog.
Anche se non strettamente pertinente con questo articolo, avrei una domanda sulla quale mi piacerebbe sentire il suo punto di vista.
Parlando di animalismo e etica, mi è stata sollevata questa questione.
“non è giusto compiere determinati esperimenti sulle scimmie in quanto esseri intelligenti, solo perchè le consideriamo inferiori a noi.
Ci sono paesi dove la donna è considerata inferiore, allora vogliamo giustificare moralmente anche la sperimentazione sulle donne, se compiuta in questi paesi?”

Ora, personalmente mi pare che una risposta a questa considerazione coinvolga, sostanzialmente, una variazione dell’obiezione dei casi marginali da lei già citata in passato, ma non ne sono certo.

(da notare che la persona in questione non è contraria tout court alla sperimentazione animale, faceva solo delle eccezioni su alcune specie e alcuni esperimenti).

Grazie.

25 05 2015
lostranoanello

Prima io mi aspetterei che l’obiezione in questione fosse formulata in maniera molto più approfondita; ma la maggior parte dei filosofi morali non lo fanno. La filosofia morale di oggi, soprattutto in campo analitico, soffre di un disturbo grave: la specializzazione. I filosofi analitici sembrano convinti che si possa trattare la filosofia come la scienza, ovvero trattandone separatamente i diversi campi di specializzazione. Ma la filosofia vuole una visione omogenea e totale, altrimenti diventa incomprensibile. L’affermazione che l’intelligenza delle scimmie possa o debba essere alla base di un trattamento morale particolare delle scmmie dà per scontata una serie infinita di assiomi di filosofia morale… nessuno di essi giustificato. Per dire che trattare le scimmie in un certo modo sia giusto, per prima cosa bisognerebbe dare almeno una definizione operativa del termine “giusto”, una cosa che non vedo praticamente mai. Generalmente i filosofi morali si affidano alle nostre percezioni ingenue del giusto, ovvero al nostro senso del dovere; ma il senso del dovere non è un misura di ciò che è giusto, è solo una misura di un certo sentimento che proviamo.
A meno di voler diventare intuizionisti (ma un intuizionista non può dibattere di morale, visto che ritiene che sia intuitiva…), un nostro sentimento del giusto non ci dice cosa è giusto, ci dice solo cosa siamo programmati a pensare come giusto. Una cosa che peraltro è determinata al 90% dalla nostra cultura di riferimento.
Non percepisco quella che hai riportato come un’obiezione, neanche come un argomento, non ha la struttura di un argomento; l’argomento dovrebbe partire da definizioni convenute, da fatti noti e assodati, e quindi dimostrare la naturale discendenza logica delle conclusioni dai fatti in questione sulla base delle definizioni usate. Dire che “le scimmie sono intelligenti quindi dovremmo trattarle moralmente” è come dire “le auto hanno le ruote quindi mi piace la pasta con le alici”.

27 06 2015
arthur

Di questa disquisizione sulla superiorità dell’uomo con il suo pensiero razionale, cosa ne pensi?
http://theropoda.blogspot.it/2014/08/sulla-oggettiva-inconsistenza-del.html

27 06 2015
lostranoanello

Il problema è nell’aggettivo “oggettiva”.
Stiamo parlando di valutazioni di VALORE. Le valutazioni di valore hanno sempre un qualche riferimento al soggetto, o se proprio vogliamo, ad un insieme di soggetti che li condividono.
Sento spesso dire che non ci sarebbe una ragione “oggettiva” per considerare gli uomini “superiori”. Ma si tratta di una prospettiva iper-scientista necessariamente sbagliata. Per me che sono un uomo, le doti che saranno più apprezzata in un altro essere vivente saranno la razionalità e la socialità, perché sono la chiave della mia evoluzione.

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