Razionali, razionalisti?

10 07 2016

 

Il sito dell’UCCR, “Unione Cristiani Cattolici Razionali” è uno dei miei bersagli preferiti, lo trovo troppo divertente, seppure mi faccia in contemporanea un po’… come dirlo … Mi faccia un po’ senso, ecco. Ma non sono l’unico a trovarlo divertente, soprattutto per via dell’ovvio ossimoro di dichiararsi “razionali” e poi metter su un sito che è fra le dieci maggiori repository italiane di bufale, fallacie logiche e nonsense.

Fa sorridere anche pensare al fatto che il nome vorrebbe rappresentare uno spoof, una presa in giro, dell’UAAR, Unione Atei Agnostici Razionalisti. Gli UAAR si ritengono razionali, sì, ma anche razionalisti. Con il loro nome gli UCCR accusano delicatamente ma inequivocabilmente gli UAAR di essere razionalisti, cosa molto brutta e cattiva, ma non razionali come sarebbero  loro.

Ora, non staremo qui a sottolineare di fronte al mio pubblico, che generalmente ha una certa cultura ed intelligenza, l’ovvietà che l’UCCR non è razionale in nessun senso del termine (seppur del termine “razionale” torneremo a discettare). Piuttosto vorrei discutere due aspetti che non sono altrettanto ovvi: possiamo dire che l’UAAR sia razionalista, e che l’UCCR invece non lo sia?

La risposta a questa domanda è secondo me tutt’altro che scontata. Diciamo che l’appellativo di essere “razionale” piace un po’ a tutti; è molto neutro e sembra un complimento, tutti vogliono definirsi razionali; gli atei di ferro dell’UAAR però ci tengono a definirsi razionalisti, mentre gli integralisti cattolici dell’UCCR ci tengono a prendere le distanze da quella definizione.

Come spesso facciamo su queste pagine, partiamo da questo spunto per un discorso di respiro molto più ampio. Da questa dicotomia comunicativa fra UAAR e UCCR possiamo infatti provare a desumere una vulgata, un luogo comune, un’idea o un quadro di pensiero così diffuso da essere dato quasi per scontato nel pensiero moderno.  Cerchiamo di desumere, insomma, cosa dice quella che gli integralisti religiosi amano chiamare la “cultura dominante” (onde potersi vantare di non farne parte), e poi valutiamo se questa diffusa idea sia effettivamente fondata.

Tutti vogliono essere razionali, dato che tutto sommato non significa niente di preciso. Gli UCCR mandano affanculo tutta la comunità scientifica mondiale ma ancora si fregiano del titolo; stanti così le cose è evidente che lo usano più o meno come sinonimo di “furbo e intelligente dal mio punto di vista” e nulla di più. “Razionalisti” dovrebbe voler dire qualcosa di più preciso, ovvero un affidarsi in maniera preponderante allo strumento della ragione, un credo stentoreo nell’ordine razionale del mondo e nella capacità della mente umana di penetrarne il disegno in maniera completa. Ovviamente, lo strumento principe della ragione è la scienza, dunque il razionalista in teoria è anche uno che crede con fermezza nel metodo scientifico. L’ateo è naturalmente razionalista, o incline ad esserlo? E il credente, il credente è naturalmente irrazionalista o incline ad esserlo?

La vulgata comune è che sì, è così. Perfino gli UCCR, il cui lavoro consiste praticamente per intero nell’usare giochi di prestigio per cercare di far passare l’idea che la scienza sia sempre dalla loro, non ritengono di essere razionalisti. Avvertono, come tutti, la sensazione che “ragione e fede sono cose separate”.

Ecco la vulgata, ecco il luogo comune indistruttibile; il pensiero che ti fa fare gli applausoni se lo dici in un talk show serale, insomma. Sicuramente il credere in Dio e il credere nella ragione e nella scienza sono cose separate che procedono su sentieri separati e trattano oggetti di ricerca separati.

È a partire da questo assunto che praticamente tutti i discorsi su religione e ragione vengono affrontati oggidì. Ci sono minoranze di “incompatibilisti” più o meno radicali, convinti che fede e ragione, approcci separati e diversi l’uno dall’altro, si litighino un campo che dovrebbe appartenere ad una sola delle due. Il sottoscritto è un incompatibilista ateo, ad esempio: la scienza è ciò che serve, non c’è spazio per la fede. Gli integralisti protestanti di stampo americano, come i loro epigoni italiani aderenti di solito alle chiese pentecostali, sono invece incompatibilisti credenti: la Bibbia ci spiega il mondo, non c’è spazio per la satanica scienza. Ma a parte questi casi, più di frequente abbiamo a che fare con compatibilisti che affermano che sì, scienza e fede sono cose separate, ma che proprio in virtù della separazione possono convivere pacificamente. Dunque io credo nella creazione MA ANCHE nell’evoluzione. Credo nella morale sessuale cattolica, MA ANCHE nella coppia omosessuale.
I compatibilisti, in qualche modo, cercano sempre di tenere il piede in due scarpe. Alcuni lo fanno saltellando da una scarpa all’altra, come ad esempio Renzi e Vendola in politica, o come Vattimo in filosofia. Altri indossano la scarpa della razionalità sulla testa a mo’ di cappello e vogliono definirsi ancora razionali, come appunto l’UCCR; altri ancora fanno la stessa cosa con la scarpa della religione ma definendosi ancora credenti o quanto meno neutrali, come ad esempio molti nel CICAP.

Ci sono mille contraddizioni particolari nell’approccio compatibilista, andare ad elencare casi specifici è sparare sulla Croce Rossa, e la gente non mi legge per sentirsi dire banalità del tipo “ma che cattolico sei se sei a favore dell’aborto?” o “ma che razionale sei se ogni volta che la scienza non è d’accordo con te la scarichi nel cesso?”
Il mio punto non è il modo in cui questi attriti fra fede e ragione sono affrontati oppure svergognatamente negati; il punto è che tutti sono d’accordo che fede e ragione siano cose separate. Tutta la discussione che segue è una semplice disputa territoriale: dove si applica la fede, e dove la ragione? L’UCCR non vuole dirsi razionalista perché è convinto che ci siano ambiti su cui la ragione reclama territorio che però vanno consegnati alla fede (nel caso specifico, praticamente tutti). L’UAAR vuole dirsi razionalista perché ritiene che sia la fede che reclama spazi non suoi (anche qui, praticamente tutti).

Ma se invece fede e ragione fossero la medesima cosa? Se essere razionalisti ed essere fideisti fossero tutto sommato sinonimi, o al massimo modi diversi di guardare allo stesso approccio filosofico? Qualcuno l’ha mai considerata questa possibilità?

Sì: nel Medioevo, TUTTI. Nel Medioevo, era QUESTA la vulgata: ragione e fede sfumano l’una nell’altra, non v’è cesura né disputa territoriale alcuna.

Una delle argomentazioni più idiote usate dai credenti per sostenere che la scienza sia dalla loro anche quando non lo è è copiare-incollare un elenco di famosi scienziati credenti che gira in rete da anni, e probabilmente continuerà a girare sempre uguale anni dopo la mia morte: “visto quanti scienziati credenti? È perché non è vero che la scienza contraddice la fede”. L’argomento è chiaramente demenziale per una serie di ragioni, prima fra tutte il fatto che nella lista ci sono prevalentemente scienziati vissuti secoli fa in un mondo, quello della scienza, in cui sei le tue posizioni diventano già obsolete dopo un anno da quando sono state espresse; ma ancora più demenziale è la risposta che danno di solito gli atei a questo demenziale argomento:  “erano credenti solo perché se no lì  bruciavano!”

Chiariamoci: è vero, non conveniva a chi avesse la pelle sensibile al fuoco dichiararsi atei nel ‘600, per dire. Ma chi dica che gli scienziati del passato erano credenti solo perché costretti è uno che non ha letto niente di quello che costoro hanno scritto.

Farò un esempio per tutti; prendiamo Cartesio, da molti considerato iniziatore del razionalismo e fra le altre cose grandissimo matematico. Cartesio era un gran paraculo che non pubblicava niente senza essere sicuro al 100% di non rischiare l’Inquisizione; quindi sì, è vero che era in qualche misura costretto. Però, leggetelo tutto. Il sistema di Cartesio dipende da Dio per funzionare. Seppure Pascal “accusasse” Cartesio di aver costruito un sistema che poteva fare a meno di Dio eccetto “per fargli dare un colpetto per far iniziare a muovere il mondo”, quest’accusa è ingiusta a leggerla oggi. È vero che l’universo di Cartesio è meccanicista e può sembrare che non abbia bisogno di Dio per andare avanti, ma se guardiamo con più attenzione vediamo che Dio è la toppa che Cartesio mette su tutti i buchi del suo sistema, che altrimenti lo farebbero crollare. L’esistenza del mondo esterno, che Cartesio aveva sottoposto al suo dubbio iperbolico, viene salvata attraverso il ricorso a Dio: la garanzia che il mondo esiste è Dio; senza Dio Cartesio è impantanato come una zanzara sulla carta moschicida.

Dunque si mette diligentemente all’opera e prova logicamente l’esistenza di Dio. Come avevano fatto quasi tutti i filosofi prima di lui, peraltro!

Di prove dell’esistenza di Dio oggi non si parla più, e quando se ne parla vanno per la maggiore i miracoli. Dal punto di vista filosofico ciò è buffo, perché i miracoli per definizione non provano niente e infatti i razionali filosofi medioevali usavano un armamentario argomentativo molto più raffinato. Tuttavia è comprensibile se si ricorda la vulgata odierna su fede e scienza: la prova è un concetto scientifico, ricordiamoci che oggi fede e scienza sono considerate rigidamente separate, dunque non si può e non si deve tentare di dar prova di Dio; anche perché se sottoponi Dio al processo della prova lo sottoponi anche al rischio, o meglio alla certezza, della controprova. Per questo oggi i credenti citano prevalentemente i miracoli, ovvero non cercano di provare qualcosa di positivo muovendosi all’interno del pensiero scientifico e razionale, ma piuttosto di scardinare la logica scientifica ed il concetto stesso di prova attraverso l’eccezionale. Per la ragione, che si sforza disperatamente di dare al mondo delle regole, le eccezioni, le imprecisioni, le fluttuazioni, sono una minaccia, un’elemento di caos; ed è lì, in quello spazio pertinente al non-razionale, che i credenti cercano di ritagliare il proprio spazio in opposizione alla ragione, nella posa dichiarata o velata del nemico della ragione.
Ma questo atteggiamento, almeno da parte dei credenti un po’ più intellettualoidi, è abbastanza giovane in senso storico. Non dimentichiamoci che c’è stato un tempo in cui tutti i filosofi, che erano spesso anche scienziati  e comunque i massimi intellettuali del tempo, citavano prove positive e logiche dell’esistenza di Dio. Una di esse, quella ontologica, è semplicemente e palesemente ridicola e ammetto che mi sorprende che qualcuno possa averla seguita davvero anche solo per un momento …  Ma le altre, e mi riferisco soprattutto alla prova cosmologica della “causa prima” e quella fisico-teologica basata sull’ordine razionale del mondo, avevano una logica abbastanza stringente, specialmente la seconda.

Ora, non possiamo accusare Cartesio di essere ateo, quando infilava Dio pure nell’insalata. Nemmeno possiamo accusarlo di essere un irrazionalista: è considerato il padre del razionalismo! E nemmeno possiamo fare quello che piacerebbe ad alcuni credenti, ovvero riconoscergli di essere riuscito a conciliare l’inconciliabilità fra fede e ragione, perché sanno anche le capre che il suo sistema filosofico di fatto era un colabrodo. Il punto è un altro, e cioè che Cartesio non vedeva ancora alcuna distinzione netta fra fede e ragione; sfumavano l’una nell’altra. Cartesio risolveva i problemi logici del suo sistema invocando Dio, e il suo sistema a sua volta provava l’esistenza di Dio. Non stava cercando di conciliare fede e scienza, erano già unite nel momento in cui il sistema era stato concepito. Be’, certo, i gemellini monozigotici stavano iniziando a separarsi in quel periodo, Cartesio probabilmente lo stava vedendo ed è forse l’ultimo che tenterà seriamente di tenerli insieme come succedeva ai bei vecchi tempi. Ma nel suo sistema sono ancora uniti.

Il chirurgo che li separerà per sempre ha, ai miei occhi, il nome di Blaise Pascal. Oggi uno degli idoli dei credenti e di tanti compatibilisti, è forse l’iniziatore, o comunque uno degli avvocati più convinti, del luogo comune di cui dicevo: scienza e fede sono separate. La ragione è sovrana su questioni di ragione, ma deve riconoscere che “ci sono infinite cose al di là di essa”. Su queste cose regna invece la fede, ma attenzione, anche lei non è autorizzata a sconfinare! Il moto dei fluidi lo decide sempre la ragione!
Quali siano le questioni di scienza e quali quelle di fede a questo punto è disputa territoriale, e su questo argomento ci stiamo ammazzando a vicenda ancora oggi, ma è ormai chiaro che sono cose diverse e trattano di cose diverse. La scienza ha un suo regno e la fede ne ha un altro.

Ora guardiamo questi due soggetti: l’ultimo ad essere convinto che scienza e fede fossero una cosa sola, e il primo a dire che non è così. Guardiamoli dal punto di vista psicologico.

Domandiamoci: sono razionali?

Come tutti gli esseri umani, sono razionali a corrente alternata, ma fintanto che non avremo chiarito meglio il termine “razionale” riconosceremo loro che, a parte qualche cazzata come alcune prove dell’esistenza di Dio di Cartesio e la scommessa di Pascal, erano due cervelli abbastanza rigorosi.

Sono razionalisti?

Cartesio di sicuro, ma Pascal molto di meno. Entrambi credono che il mondo abbia un ordine razionale che può essere penetrato dalla mente umana; hanno una fiducia fortissima nella ragione, ma è solo Cartesio ad essere convinto che vi sia ragione ovunque e che essa sfumi naturalmente e comodamente nella fede. E razionalisti quasi come Cartesio erano anche tutti i filosofi cristiani medievali che prima di lui avevano tentato di provare l’esistenza di Dio; non sempre erano razionali, ma sempre erano razionalisti. Anche Anselmo quando scriveva quella robaccia ridicola della prova ontologica lo faceva evidentemente con una fiducia grandissima nel potere della ragione (forse non infinita, diciamo, quello no, ma quella penso neanche Dawkins ce l’abbia). Il famoso “intellego ut credam“, è il motto; ragiono per credere, il ragionamento mi porta naturalmente a credere. E la ragione sembrava indicare inequivocabilmente che Dio c‘era; anche perché se no come spieghiamo il fatto che ci sia questo unico mondo al centro dell’universo intorno al quale tutto gira? Come la spieghiamo l’esistenza della vita e la differenzazione della specie, senza Darwin? Dio è una soluzione abbastanza ragionevole, se proprio ci serve una spiegazione per tutto.

Ma ci serve proprio una spiegazione per tutto?

Nel loro rigido razionalismo, i filosofi medioevali erano alla ricerca continua di una spiegazione per tutto; non riuscivano a fare a meno di una spiegazione.

Questo è un punto importante all’interno del razionalismo, e va spiegato. Prendete la prova della Causa Prima sull’esistenza di Dio; la conoscete, no? Poiché ogni cosa ha una causa, la catena delle cause degli eventi andrebbe naturalmente all’indietro all’infinito; ma ciò è inaccettabile, allora è necessario postulare una causa prima incausata, Dio.
Il difetto di questa prova è evidente: se postuliamo una causa incausata stiamo semplicemente contraddicendo la premessa principale, e cioè che ogni cosa debba avere una causa; e se non è vero che tutto deve avere una causa, allora posso anche decidere che il mondo è iniziato in una grande esplosione senza nessuna causa. “Ma come? E il Big Bang cosa l’ha causato?” è una domanda legittima e naturale, ma non più e non meno legittima e naturale di “e Dio chi l’ha creato?”

Attraverso la questione della causa prima ci rendiamo conto, semplicemente, che ci sono quesiti indecidibili, domande che non hanno una soluzione, fatti che non ce l’hanno una spiegazione. Non a caso, si tratta di una delle aporie sottolineate da Kant: tanto “esiste una causa prima” quanto “non esiste una causa prima” sono soluzioni inaccettabili al problema della regressione infinita delle cause.

E Kant era proprio un nome che bisognava fare a questo punto, perché se Cartesio è l’ultimo vero razionalista puro, Kant è il primo esponente di un razionalismo nuovo, quello cui si rifanno coloro che si definiscono razionalisti oggi. Un razionalismo basato sulla critica della ragione alla ragione stessa. Il kantismo è la ragione che critica sé stessa e si riconosce limitata, e accetta in qualche misura di stare dentro ai propri limiti. È finita l’era della ragione assoluta, la ragione che ordina ogni cosa e che deve spiegare ogni cosa, ed è così ossessionata dal dover spiegare tutto che è pronta anche a spiegarlo male … per esempio rispondendo “l’ha fatto Dio” ogni volta che è in difficoltà.

Il sistema kantiano è filosoficamente molto problematico; ciò nonostante, Kant è oggi probabilmente il filosofo più amato dagli scienziati, perché il suo approccio è lo stesso dello scienziato: navighiamo a vista, lavoriamo per spiegare quello che riusciamo a spiegare, ma non illudiamoci di riuscire a soddisfare mai la ricerca infinita della ragione; lo scienziato vive per le domande molto più che per le risposte. È questa la ragione per cui quando sento dire che “la scienza non può spiegare tutto” come argomento in favore dell’irrazionalismo, sorrido sempre: tutti gli scienziati sanno che la scienza non può spiegare tutto, non foss’altro che perché non vivremmo abbastanza da riuscirci; il senso della scienza non è tanto spiegare tutto, quanto provarci sempre.

Dunque la ragione che sta dietro alla scienza moderna non è una ragione onnipotente, assoluta e onnicomprensiva. Quel tipo di ragione che vuole assolutezza a tutti i costi non può che, in pieno spirito hegeliano, degenerare nel suo perfetto contrario: irrazionalità.

Il che ci conduce finalmente a quella che è la mia risposta al quesito iniziale sul razionalità e razionalismo. Uno scienziato ateo, oggi, forse non dovrebbe dirsi razionalista, perché se ha fatto i compiti a casa di filosofia dovrebbe sapere che la ragione è uno strumento intrinsecamente limitato utilizzato da esseri intrinsecamente limitati per riuscire a gestire meglio le loro vite intrinsecamente limitate. Se il razionalismo è la fiducia senza confini nella ragione che tutto inquadra, tutto spiega e tutto fa funzionare a puntino come un meraviglioso orologio cosmico, uno scienziato ateo non può dirsi razionalista, in senso filosofico. Dovrebbe invece dirsi razionale.

Ma parliamone, adesso, del termine “razionale”, che finora abbiamo lasciato abbastanza in ombra. Ho detto prima che si tratta di una generica denotazione di cui la gente piace vantarsi, come “bello”, “intelligente”, “simpatico”. Son tutti termini che a conti fatti indicano qualcosa di molto vago. Ma si può dare un significato più preciso al termine?

Penso di sì, ma mentre al termine “razionalismo” possiamo dare una collocazione di tipo filosofico, il termine “razionalità” dobbiamo calarlo in un contesto psicologico; non è una posizione filosofica ma un atteggiamento della persona. Io intendo la razionalità come l’uso corretto e circostanziato della ragione all’interno dei suoi ambiti; insomma, quello che ispira il criticismo e il metodo scientifico. E alla base del criticismo c’è proprio il ridimensionamento della fiducia nella ragione; come diceva Pascal, la ragione deve riconoscere che ci sono cose al di là di essa. Quindi direi che in questo senso il razionalismo, che invece vuole sottomettere tutto alla ragione, non può essere razionale.

Ma attenzione, non può esserlo neanche l’irrazionalismo.

Torniamo a Pascal. Lasciamo stare per un momento il Pascal filosofico, e guardiamo al Pascal psicologico, che è praticamente il paradigma psicologico dello “scienziato credente” e delle sue contraddizioni, tormenti e a volte del suo infantilismo. Pascal ci diceva che al di là della ragione ci sono molte cose. Quasi tutte, potrei aggiungere io che su quel punto sono d’accordo; la ragione si può applicare in maniera parziale a molti problemi, ma forse non può risolverne in maniera completa nemmeno uno. Quindi ok, ci sono confini ben precisi alle potenzialità e all’uso della ragione. Ma al di là della ragione cosa c’è?

C’è il caos, c’è il dionisiaco, c’è il movimento incessante e incontrollabile della vita e delle passioni. Questo è ciò che c’è al di là della ragione. Lasciare la ragione significa scendere a patti con quel po’ di follia che attraversa come un filo invisibile tutto l’esistente. Ma Pascal non intendeva questo: al di là dell’ordine razionale basato sulla scienza, egli vedeva l’ordine religioso basato sulla fede. Un ordine non meno rigoroso, e anzi più rigoroso; non meno pervasivo, e anzi più pervasivo; non meno pretenzioso, ed anzi più pretenzioso; un ordine basato sulla rigidità del dogma, sulla gerarchia della Chiesa, sulla fissità dei testi Sacri, sul rigore dei documenti conciliari, sulla punizione attiva dei dissidenti.
Pascal il caos non lo tollerava proprio. Lo vedeva, certo che lo vedeva, mica era scemo; una persona così ossessionata dall’ordine non può fare a meno di vedere se c’è qualcosa di così fuori posto come “una canna che pensa”. Ma una persona così ossessionata dall’ordine non può neanche vedere qualcosa di così fuori posto senza andare subito a raccoglierla, piegarla per bene e infilarla in un cassetto. Ed è quello che ha fatto lui.

Proprio nella famosa scommessa emerge nella forma più chiara il tentativo di Pascal di costruire un argine all’ignoto e al caos come obbiettivo primario: la sua priorità è niente di meno e niente di più che trovare un modus operandi che massimizzi una funzione di profitto; una formula vincente per l’esistenza. Pascal non tenta di applicare a tutto la ragione strictu sensu, e in questo si differenzia da Cartesio. Ma, esattamente come Cartesio, vuole applicare a tutto un ordine gestibile.

Attenzione, ovviamente ordine e ragione sono cose diverse in senso logico; ma spesso vengono scambiate nel discorso. Per esempio, come spiegavo qui, quelli che si scagliano contro il “gender” dicono di farlo in nome della ragione, ma in realtà agiscono bellamente contro la ragione, e piuttosto sotto la spinta della brama di un certo ordine costituito riguardo ai ruoli di genere che oggi non è affatto razionale; e molti ambienti “progressisti” che si scagliano contro la scienza in realtà la scambiano semplicemente con un ordine costituito che non amano, nello specifico, l’ordine capitalistico. Questo accade perché, in senso psicologico, la ragione è una forma di ordine, o forse potremmo addirittura dire che è la forma d’ordine per eccellenza. La ragione è lo strumento principale che rende il cosmo prevedibile e gestibile. Chi è mosso da amore per la ragione di solito ama anche l’ordine (e mi ci metto dentro anche io), e viceversa di solito chi odia la ragione odia anche l’ordine. Ma non è regola assoluta; anzi, addirittura è perfettamente normale aspettarsi che l’amore eccessivo dell’ordine finisca col diventare irrazionale.

Pascal voleva mettere tutto in ordine; resosi conto che non poteva farlo con la sola ragione, allora la completò con la fede. È condivisa fra Cartesio e Pascal un’autentica “ossessione razionalizzante”, ovvero un’ossessione non tanto per la ragione ma per l’ordine che essa porta con sé; un’ossessione che è molto comune fra i filosofi anche oggi, in particolare fra quelli di scuola analitica. E all’apice dell’evoluzione di questa figura psicologica del “filosofo razionalizzante” sta Kierkegaard. In lui l’ossessione per trovare un ordine si rovescia, dialetticamente, nel suo perfetto contrario: gettare alle ortiche ogni ordine e abbracciare l’assurdità. La contraddizione è reale e insanabile in senso logico ma, in senso psicologico, fila magnificamente: nella mente di Kierkegaard la razionalità più totale è distruggere la ragione: gli estremi alla fine si toccano. O tutto è ragione o niente lo è; e il motto non è più “intellego ut credam“, bensì “credo quia absurdum“, credo perché è assurdo. In Kierkegaard è rimarchevole che ciò si verifichi all’interno di un quadro di assoluta consapevolezza, qualcosa che troveremo poi anche in Nietzsche, un altro, questa volta ateo, che passò dal venerare la ragione al gettarla alle ortiche. Ma nella maggior parte dei filosofi odierni lo scambio fra ragione assoluta e irragionevolezza assoluta si verifica silenziosamente, e in questo silenzio si nasconde il suo pericolo, poiché nella ricerca degli “assoluti” riposa il germe della distruzione di ogni adeguazione fra pensiero e realtà.

Come ci si può salvare da questo pericolo costante?

Be’, la risposta è una specie di uovo di colombo al contrario: facilissima da spiegare, difficilissima da mettere in atto.

Bisogna fare gli equilibristi: camminare sempre in bilico sul muretto che separa il caos delle cose dall’ordine dei pensieri, guardando e ponderando ogni passo, sempre pronti a tornare indietro e a correggere il tiro.

Questa non è nient’altro che la pratica giornaliera della vita, il gioco cui tutti quanti già giochiamo, volenti o nolenti. Un gioco incredibilmente difficile, basato tanto su ragionevoli scommesse quanto su imprevedibili colpi di fortuna e sfortuna; un gioco in cui siamo giocatori quanto pedine, che spesso controlliamo ma che altrettanto spesso non controlliamo.

Credo che la maggior parte dei filosofi anche odierni, come Cartesio e Pascal, lavorino incessantemente più che altro per cercare di trovare la formula vittoriosa, il trucco, il cheat, il codice segreto da infilare nel gioco che permetta di evitare di dover pensare ogni mossa con tanta fatica, di dover passare ogni momento a cercare di comprendere e gestire l’incomprensibile che abbiamo sia dentro che fuori, e infine di prendersi la responsabilità dei successi e dei fallimenti collegati alle proprie scelte.

“Cosa è morale?”; ecco una tipica domanda dei filosofi.

“Dipende da un milione di fattori: da ciò che vuoi, da ciò che senti, da chi sta intorno a te, dalle circostanze esterne e dalle circostanze interne; insomma da così tante cose che di solito è impossibile definire in maniera univoca il comportamento moralmente giusto.”; ed ecco, questa era la risposta corretta.

Ma ammettiamolo, sono molto più semplici da mettere in atto risposte tipo “è il comportamento che tu vorresti vedere divenire legge universale”, o “è il comportamento che minimizza la sofferenza complessiva” oppure ancora “è quello che dice la Chiesa”. Per quanto tutte queste risposte richiedano comunque un certo sforzo di “calcolo” dietro (legge universale in che senso? E come si misura la sofferenza? E la Chiesa, ma quale delle tante, e quale delle tante anime interne ad essa?), hanno comunque ristretto il numero di variabili da analizzare da “innumerevoli” a “numerabili”. Che, seppure a scapito della correttezza, risparmia un sacco di tempo. E in ciò, e solo in ciò, sta l’attrattiva ineliminabile di queste risposte-trucchetto.
Mentre di forma ti chiedono di usare in qualche modo la ragione per trovare le risposte che vuoi nella vita, di fatto ti  chiedono in realtà di usarla a regime minimo. E anche quando ti dicono, se te lo dicono, “ci sono cose al di là della ragione”, in realtà non si riferiscono al caos e all’imprevedibilità dell’esistenza e alla necessità di accettarli, no. Si riferiscono a fattori numerabili, ordinati, ordinabili e gestibili attraverso un utilizzo minimo delle nostre facoltà. La scommessa di Pascal: risolvere l’esistenza dell’uomo in dieci righe e un’equazione.

Se questa è la razionalità, il mio consiglio è di lasciarla perdere: siate irrazionali.

 

Ossequi.

 

 

 

 

 

 

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“Troy”, ovvero l’epica al tempo della piccola borghesia

5 11 2015

Non sono un gran fan dell’estetica, come disciplina. La ragione è che essa è, per così dire, naturalmente inconcludente. Sì, so che c’è gente là fuori convinta che esista una cosa come “il bello oggettivo”, ma io disconosco assolutamente questa tesi: in ultima analisi, la bellezza è per sua definizione un gusto, e non potrà mai essere più di un gusto, e dunque non potrà mai essere oggettiva, e dunque non avrà mai neanche senso dibattere su di essa. Mentre l’etica può giungere attraverso il processo razionale a delle sintesi provvisorie di ampia validità, che potremmo stiracchiare fino a definire quasi “oggettive”, con l’estetica, alla fin fine, sarà sempre una questione di gusti.

Per questo, nonostante io abbia ovviamente un mio gusto estetico e degli interessi artistici, letterari e musicali, di solito non ne scrivo, in quanto non ritengo di poter portare argomenti oggettivi in favore di un gusto o di un altro. E poi io sono uno di quei tre nella sala che ridevano guardando “Disaster Movie”, quindi proprio non posso ergermi a Petronio della situazione: ognuno ha i suoi gusti.

Ciò non di meno, ho un gusto, estremamente ben definito (non sto dicendo raffinato, ma “definito”, ovvero, allenato, solido, con dei suoi canoni), e visto che ultimamente su questo blog son venuto meno a certe mie regole, farò uno strappo anche a quella per cui non discuto di estetica. Lo faccio soprattutto perché sono umano e, porca Eva, anche io ogni tanto devo togliermi un sassolino dalla scarpa.

Fra le arti, quella che mi appassiona e interessa di più è senza dubbio il cinema; vedo tanti film e cerco sempre di guardarli con occhio critico. Ho visto molti film, e quindi ho visto ovviamente anche film brutti. Ho visto film veramente brutti. Ho visto film che ho odiato.

Ma giuro, nessuno dei film che io abbia visto in tutta la mia vita mi ha suscitato un senso di odio più profondo di “Troy”.

Sta indubbiamente sul gradino più alto del podio, seguito da “Final Fantasy: the spirit within” e da “Alice in Wonderland”. Non ho lo spirito dell’hater, non mando minacce di morte a Gabriele Muccino perché non gli piace Pasolini; ma onestamente credo che prenderei a male parole volentieri ogni singola persona che sta dietro Troy, dagli attori al regista ai truccatori alla donna delle pulizie che ha pulito il set dopo.

Ora cercherò di spiegare perché quel film, e quel film in particolare, mi ha fatto l’effetto di un chiodo arrugginito piantato in mezzo ai coglioni.

Dunque, overview dell’opera: film del 2004 che si propone come un libero adattamento dell’iliade; vuole insomma narrare la storia della guerra di Troia.332452

Cast “stellare”, con Brad Pitt per far bagnare le signorine, Erica Bana che fa Ettore, Orlando Bloom che fa Paride guardandosi attentamente dal fargli assumere qualsiasi espressione facciale, vari ed eventuali del tutto dimenticabili; mi pare ci fosse anche Peter O’Toole a fare Priamo. Budget enorme, ma è un grandissimo successo commerciale quindi alla fine stammerda ha funzionato e c’han fatto soldoni.

Inutile dire che hanno fatto dei cambiamenti rispetto al materiale di partenza.

Il cambiamento e la rielaborazione non sono necessariamente problemi (non sono uno di quelli che dice peste e corna di Peter Jackson perché si è permesso di tagliare un pezzo del libro che altrimenti avrebbe fatto durare il film cinque ore), ma qui lo sono, e spiegherò perché. Passiamo brevemente in rassegna i cambiamenti che ho trovato più significativi per capire cosa hanno fatto gli autori del film:

  • Scomparsi gli dei. Non ci sono dei in “Troy”, non esiste il sovrannaturale. È una storia di guerra e basta.
  • La guerra in questione, che in teoria durava dieci anni, qui dura qualcosa come tre giorni.
  • Patroclo è l’amatissimo cuginetto di Achille. Avete letto bene, è il cugino.
  • Menelao, che in teoria doveva essere un gran figo, è un cesso. Idem Agamennone.
  • Menelao muore, ucciso a tradimento da Ettore. Anche qui avete letto bene.
  • Anche Agamennone muore, ucciso da Briseide. Mi rifiuto di mettere Spoiler tag, sapevatelo. Comunque, considerando cosa lo avrebbe aspettato altrimenti, è stato quasi fortunato.
  • Agamennone dice subito chiaramente che lui vuole conquistare Troia, non riprendere Elena, che è solo una scusa per lui.
  • Agamennone e Menelao, insomma, sono villain senza alcun senso dell’onore o del rispetto né alcuna caratteristica che ce li possa far stare simpatici. Sono perfino cessi, per non rischiare che possiamo provare simpatia per loro a causa della bellezza.
  • Achille è bravo, buono e ha animo da poeta, anche se è un po’ impulsivo quando si incazza
  • Paride, hanno deciso gli autori, ci deve stare simpatico per forza: Elena è innamoratissima di lui, nonostante come guerriero sia una mezza sega (che nel contesto dell’etica greca classica equivale ad essere una mezza sega come uomo, ricordiamolo) e un irresponsabile che sta causando la morte di migliaia di persone solo perché non sa tenerselo nelle mutande. La ragione di tanto amore è che lei non desidera un grande guerriero ma “qualcuno con cui invecchiare”. Awwww ❤
  • Paride sopravvive e scappa con Elena alla fine del film

Insomma, ci hanno messo le mani un bel po’ e non ho neanche scritto tutto. C’è una sola cosa che non cambia: Achille viene ucciso da Paride con una freccia al tallone. Non s’è capito perché mai avrebbe dovuto colpirlo al Tallone o perché la cosa avrebbe dovuto sortire qualche particolare effetto su Achille, visto che hanno passato un colpo di spugna sul fatto, sovrannaturale, che Achille fosse invulnerabile ovunque tranne che al tallone. Non mi risulta ci siano organi vitali nel tallone, ma forse Paride aveva bigiato Anatomia e ha puntato lì per questo.

Comunque, non ci vuole un supermegacervellone per capire che cosa hanno fatto gli autori e quale concept guidasse le loro menti malate: hanno preso una storia epica e l’hanno trasformato in una storia di guerra che nei loro intenti è “realistica”; insomma, de-mitizzare il mito. Evidentemente con in mente l’idea che il mito sia, come dire, “superato”, roba da gettarci alle spalle: uccidere Dio.

Insomma hanno cagato in testa a Omero.

No, non hanno rielaborato o reinterpretato Omero. Gli hanno cagato in testa a spruzzo, e c’erano dentro anche dei pezzettini di carota non digeriti.
l’epica è una storia grandiosa, che spinge sui confini estremi dell’immaginario umano e in questo modo diventa immortale. L’Iliade è epica, una narrazione eterna, fuori dal tempo. Non è un racconto realistico né storico, non è concepito in quel modo.

Certo la Guerra di Troia invece no, è un evento storico. Ma non sappiamo abbastanza della Guerra di Troia per fare ricostruzioni ragionevolmente accurate di quello che accadde; non puoi fare un film storico accurato sulla Guerra di Troia, e infatti Troy non è neanche un film storico e nessuno cerchi di farmelo passare come tale che gli faccio ingoiare i miei boxer usati. È un film tratto dall’Iliade, un film di merda tratto dall’Iliade.

E l’Iliade è anche un mito, e contiene gli dei: di più, la guerra di Troia è un evento orchestrato in pieno dagli dei, gli dei sono protagonisti quanto gli uomini se non di più. E quanto agli uomini, i personaggi sono alquanto unidimensionali, e d’altro canto il loro scopo non è fare da apripista a riflessioni introspettive, ma “solo” essere ricordati in eterno.

È anche una storia di guerra, per la precisione una storia che glorifica la guerra. La guerra è brutta? Sì, è brutta, ma per capire quanto è brutta la Guerra ci sono “Apocalypse Now” e “Salvate il soldato Ryan”, l’Iliade non serve a spiegare alla gente quanto è brutta la guerra, ma a creare una mitologia ed una base di valori su cui fondare l’etica stessa di un popolo. Per capirci, termini di paragone per l’Iliade sono il Gilgamesh, o la Bibbia, o la Divina Commedia, o più prosaicamente anche il Signore degli Anelli che ripropone l’epica sotto forma di Fantasy.

Questo è il materiale di partenza: una storia immortale che glorifica e innalza i valori guerrieri del coraggio, dell’orgoglio, dell’onore; che pone al centro delle vicende non le persone, ma le passioni, gli istinti, le forze primordiali che governano l’esistenza umana, ovvero gli Dei e gli Eroi.

Se non rispetti un minimo questo spirito, tu non rispetti l’opera originale. Che in realtà volendo si può anche e non è il difetto essenziale di Troy, ma andiamo avanti.

Chiariamo, se ce ne fosse necessità, che stiamo parlando di un’opera d’arte, non va dunque mai guardata con gli occhi del moralista. Non devi necessariamente pensare che la guerra sia bella davvero per apprezzare la bellezza che trasmette la guerra nelle finzione letteraria, esattamente come non devi essere credente per incantarti di fronte all’amor che move il sole e l’altre stelle. Si tratta solo di una specifica emozione estetica che l’autore vuole ingenerare nel fruitore dell’opera.

Ovviamente, si può non apprezzare la dionisiaca emozione estetica dei valori guerrieri, e perfino porsi in diretta antitesi ad una tale estetica: “Io non voglio esaltare i valori guerrieri ed eroici, io voglio dimostrare l’inconsistenza del mito dell’eroe e della glorificazione della guerra”, come mi è capitato di leggere in una recensione… santo  cielo … positiva del film.

Ovviamente, se vuoi fare una cosa così, devi fare quello che hanno fatto gli autori di Troy: sottolineare la brutalità dei guerrieri piuttoso che i valori positivi di cui sono portatori; trasformare la guerra per l’onore di Menelao in una guerra per la sete di potere di Agamennone; far commettere a Ettore un assassinio a tradimento per proteggere quel vigliacco del fratello; mostrarci il lato più umano di Paride invece che condannarlo per la sua piccolezza; far sparire assolutamente gli dei, che sono la rappresentazione delle passioni umane e delle pulsioni più profonde dello spirito, nonché la più oscena rappresentazione della grandezza umana … insomma, immiserire tutto, rendere tutto freddamente e cinicamente apollineo. Ma questo significa senza alcun dubbio cagare in testa a Omero, spudoratamente e anche vantandosene un po’.

Avrete capito che in me i valori guerrieri in un opera di fiction suscitano un’emozione estetica molto gradevole. Insomma, mi piacciono e mi dà fastidio vederli calpestati. Inoltre, io ho fatto il liceo classico e ho amato i miti greci, quindi vedere trattare così Omero, che sarà pure stato cieco ma la puzza di merda la sente benissimo, mi irrita. MOLTO. Ancora, avrei voluto davvero vedere un film sull’Iliade con gli effetti speciali di oggi, che avrebbero permesso di trasmettere in video tutta la grandiosità delle immagini del mito. Mi hanno tolto anche questo piacere.

A questo punto ho già vari motivi di fastidio, e prima di arrivare a parlare del problema più serio di Troy ne ne aggiungo un altro ancora: io ho sempre trovato stupido prendere una licenza letteraria solo per cagarci sopra. Perché prendere l’Iliade, se vuoi solo fare un film di guerra sugli antichi greci? Fai 300 (che poi 300 come spirito è molto più vicino all’epica greca di quanto non lo fosse Troy, ma vabbè), racconta un evento storico vero che conosciamo bene e il “realismo” lì sarà apprezzato. Perché prendi l’Iliade se tutto ciò che l’iliade comunica e rappresenta ti fa schifo? Se hai delle idee originali, perché non le sviluppi da te? Perché devi andare in guerra con l’autore dell’opera originale, perché devi cercare il confronto aperto proprio con Omero?
Io provo profonda antipatia per chi manca così gravemente di rispetto alle opere originali cui si ispira. Trovo in generale operazioni come “Maleficent” o “Wicked” estremamente antipatiche: se mi piaceva Malefica nel cartone animato, Malefica-Angiolina Jolie mi stara inevitabilmente sul cazzo, visto che non è lei ma fa finta di essere lei.

Ma questa antipatia di base per l’operazione di snaturamento dell’originale, volendo, potrei metterla da parte. Devo comunque dire che Maleficent e Wicked, seppur vanno a cagare in testa alle rispettive opere originali o se preferite “vanno a confrontarsi in maniera molto diretta e competitiva con le opere originali”, hanno qualcosa da dire: scene e messaggi molto forti che in un qualche modo possono efficacemente confrontarsi col media originale e forse, chi lo sa, a volte anche superarlo in merito artistico. Quindi ok, è maleducato dire a Baum “guarda che la Perfida Strega dell’Ovest la so usare meglio io di te perché sono più moderno, fatti da parte, relitto, che le tue idee nelle tue mani erano sprecate!”; sostanzialmente, è sputare nel piatto dove si mangia, visto che tu le sue idee le stai usando.
Ma può essere che ci sia della sostanza dietro questa pretesa maleducata. Dopotutto, non è forse Euripide il primo ad aver apollineizzato i miti? Possiamo preferirgli Eschilo, ma certo non possiamo negare merito artistico ad Euripide, Euripide ha comunque scritto anche lui cose che son rimaste nella storia, opere magnifiche, seppur più “apollinee” di quelle dei suoi predecessori. Certo, devi chiamarti Euripide o Dante per permetterti di fare sberleffi a Omero, o comunque devi assestarti su quel livello artistico lì.

Vuoi uccidere Dio? Va bene, si può fare. Ma dopo la morte di Dio resta aperta la possibilità infinita della ricostruzione, l’esercizio intellettuale del dubbio, l’esplorazione di orizzonti nuovi, l’allargamento dei confini. Lì puoi mostrare quanto vali, lì puoi iniziare a comunicare, a riflettere, a scioccare, a provocare, lì puoi pensare di mettere i baffi alla Gioconda.

Insomma, puoi demitizzare il mito per uno scopo di espressione artistica almeno altrettanto alto. Se Troy si limitasse a demitizzare il mito per favorire la riflessione, il dubbio e l’approfondimento, sarebbe ancora un’opera con qualche merito artistico, invece di una vergognosa porcata.

Il punto è che questo non è il caso di Troy. Troy caga in testa a Omero, va a dire ad Omero “fatti da parte, vecchio relitto, noi siamo moderni e possiamo fare di più e meglio di te con il tuo stesso materiale!”, e poi non dice un cazzo di niente!

Achille spara frasi da baci perugina sulla vita e la morte e così ha raggiunto la massima profondità del personaggio. Menelao e Agamennone sono due figli di puttana stupratori bruti guerrafondai traditori cessi; quanta tridimensionalità, sicuramente un progresso rispetto alla piattezza di Omero. Agamennone vuole conquistare Troia per ragioni politiche: mmmh! Allora adesso mi aspetto una cosa tipo Game of Thrones, un bell’approfondimento sui retroscena, sulla geopolitica e la società di quei tempi … come? No? Mi dicono di no, non c’è nessun approfondimento sociologico, politico o storico di sorta! E permettetemi di dilungarmi su Paride, perché Paride è il personaggio chiave in questa storpiatura: Paride è il motore degli eventi, quello che combina il disastro iniziale, quello che si comporta per tutto il tempo come un perfetto idiota, e anche il protagonista. Pensate sia Achille? Ripensateci: Achille è quello che si vede di più, ma Troy è un polpettone hollywoodiano, e come tutti i polpettoni hollywoodiani riserva il lieto fine al protagonista: Paride, che contrariamente all’Iliade, qui riesce a scappare con Elena. L’amore trionfa, ed è costato solo la distruzione di una città e qualche decina di migliaia di morti.

Insomma hanno preso gli archetipi eterni di Omero e li hanno semplicemente  trasformati in stereotipi contemporanei. Hanno preso valori grandi, passioni immortali e pulsioni essenziali dell’animo umano, e li hanno trasformati in clichè da polpettone hollywoodiano. Non contenti, hanno cercato di mandarci il messaggio che loro, tutto sommato, sono più bravi di Omero, al punto che possono permettersi di “aggiornarlo” e di renderlo “realistico” e “adulto”.

E nel frattempo questi geni dell’innovazione e della provocazione, che non temono il confronto con il classico e anzi lo sfidano apertamente, hanno fatto diventare Patroclo il cugino piccolo di Achille! Rendiamoci conto della vastità dell’operazione: non solo hanno cancellato qualsiasi riferimento esplicito ad un rapporto omosessuale (questo, magari, glielo avrei potuto perdonare, paradossalmente nell’Iliade riferimenti espliciti ad un tale rapporto non ve ne sono, anche se vi sono in altre fonti), ma hanno introdotto perfino una parentela di primo grado ex novo, per fugare qualsiasi sospetto o ambiguità a riguardo: Achille in Troy è, fuor di ogni dubbio, 100% eterosessuale D.O.C.

Non solo gli autori di Troy non avevano niente di interessante da dire, ma hanno avuto perfino paura della possibilità che uno spettatore potesse sospettare l’esistenza di qualcosa di non convenzionale; hanno avuto il terrore sacro di sfiorare un tema veramente “adulto”. Nel 2004, questi che si credono così smaliziati e moderni da poter aggiornare Omero e renderlo più adulto, non hanno avuto il coraggio non dico di affrontare, non dico neanche di nominare, ma perfino di rinviare vagamente al tema dell’omosessualità, un tema, quello sì, attuale, complesso e nel 2004 anche coraggioso.

“Troy” cancella qualsiasi grande valore o merito estetico dall’opera originale, ma non si ferma lì: sostituisce ai valori omerici dei disvalori, delle meschinità, delle piccolezze. Di certo non è una glorificazione dell’estetica guerriera portata avanti attraverso un immaginario mitico, ma non è neanche una riflessione sociale o psicologica vicina alla sensibilità postmoderna. È semplicemente una becera glorificazione del disvalore piccolo-borghese, un innalzamento del nulla a divinità da osannare, della banalità e del conformismo a ideale dell’etica; un’apocalisse di non-pensiero, non-ideale, non-immaginazione, non-ragione.

Hanno ucciso Dio, abbattuto gli idoli, e questo mi potrebbe perfino stare bene, ma non l’hanno fatto per renderci liberi; lo hanno fatto per poter mettere al suo posto un asino, chiedendoci di venerare un asino, e innalzare olocausti a un asino, esattamente come a Dio. E questo non mi va bene.

Sono uscito dal cinema offeso da quello che avevano cercato di farmi gli autori. Non mi avevano soltanto proposto il punto di vista di Paride, il nostro ragazzino innamorato, vigliacco e irresponsabile, no: avevano cercato di forzarmi ad adottarlo, volevano costringermi a trovare simpatico Paride; il loro piccolo borghese egocentrico che non sa tenerselo nei boxer. Hanno cercato perfino di dirmi che ritengono di aver migliorato il mito, mentre lo immiserivano oltre l’immaginabile e svuotavano di qualsiasi messaggio o significato; mi hanno proposto insomma la miseria e la piccolezza come nuovo standard dell’eroismo e della grandezza d’animo.
Si sono innalzati su un piedistallo di nulla e si sono permessi di guardarmi dall’alto in basso, di somministrarmi le loro pilloline di etica hollywoodiana prete-à-porter. Hanno offeso la mia intelligenza, la mia estetica e sono riusciti a offendere perfino la mia etica.

Troy non è né apollineo né dionisiaco. È semplicemente un prodotto decadente, miserabile, offensivo non solo per l’opera originale ma per la platea. Dicevo che non si deve mai guardare l’opera d’arte con l’occhio del moralista, giusto?

Be’, permettetemi di contraddirmi: io trovo immorali opere come Troy, perché attraverso il degrado estetico alimentano il degrado etico. Sono opere che simulano complessità di tematiche e invito alla riflessione, e in realtà ti iniettano in endovena una morale preconfezionata, stupida, povera e cinica nel senso peggiore del termine. Film come Troy vogliono essere la nostra epica, l’epica di oggi, il fondamento valoriale che si vuol dare alla nostra società. Oh, sì, la loro è una morale preconfezionata, stupida, povera e cinica, ma è sempre una morale, è pur sempre una legge, una sistema di valore che ti viene inculcato e devi accettare. È la morale del perfetto borghese, dei “devotissimi della Chiesa, fedelissimi del pallone, nulla-pensanti della televisione”. Insomma non si sono limitati a mostrarmi come protagonisti piccoli borghesi meschini e vuoti, cosa che faceva già Euripide e avrebbe il suo merito; il punto è che questi piccoli borghesi meschini non me li hanno solo mostrati, bensì me li hanno anche proposti come più alti modelli morali, come i “buoni” senza se e senza ma.

La morale della plebe di nietzscheana memoria?
No, peggio. La morale della plebe non riconosce il valore del guerriero, ma almeno riconosce ancora il valore del martire. Il martire è comunque qualcuno di “speciale”, almeno fa qualcosa che gli altri non farebbero, si distingue dalla massa. Troy non ammette più neanche quello, non ammette l’autosacrificio come non ammette l’onore come non ammette la forza come non ammette la gloria come non ammette l’eroismo come non ammette la santità. Nessuna forma di grandezza, nessun distacco dalla banalità, nessuna forma di emergenza dall’uniformità è ammesso dall’epica piccolo-borghese di Troy. Non si limita a cancellare la grandezza da ogni personaggio, così che lo spettatore non debba provare ammirazione né tanto meno senso di inferiorità e desiderio di migliorarsi; essa proibisce attivamente allo spettatore di desiderare la grandezza, degradando ed uccidendo sistematicamente tutti i personaggi che ne portino i segni. Non c’è nessun personaggio in Troy cui possiamo guardare con sincera ammirazione, nessuno che possa farci sentire inferiori  … e al contempo, non c’è neanche nessuno che abbia una personalità autentica da esplorare o una traccia di complessità; non c’è nessuna riflessione filosofica o sociale o politica: il trionfo del piattume/pattume, una cerimonia di santificazione del clichè.

Troy ammette e permette un solo ‘valore’, quello di Paride. Di Paride ci vien chiarito a più riprese che è una nullità: non è nobile come Achille, non è forte come Menelao, non è responsabile come Ettore, non è furbo come Odisseo, non è niente; è solo un bel visino che a quanto pare sa dire paroline dolci alle fanciulle. Ma è lui che alla fine si salva e vince su tutto e tutti!

Paride sostituisce così l’eroe come role model del film; ma al contempo è privo di qualsiasi virtù eroica, o di qualsiasi virtù umana ammirevole, se è per questo; è solo una nullità glorificata. Non dunque un eroe, e nemmeno un antieroe: piuttosto un nega-eroe, una negazione attivà dell’eroismo e di ogni virtù. Il suo non-valore e la sua non-virtù sono la proposta morale attiva dei creatori di Troy, la loro idea di cosa dovremmo aspirare ad essere oggigiorno: dell nullità brave solo a pensare a se stesse. L’unico valore ammesso da Troy è dunque quel non-valore: quello di chi guarda il proprio orticello e basta, tanto può sempre scaricare la responsabilità di ciò che fa sulla comunità, e poi scappare dalla città in fiamme all’ultimo momento, praticamente unico a salvarsi il culo nel disastro da lui stesso causato. Non prima, ovviamente, di aver ucciso Achille, liberandosi così, catarticamente, dall’ultima figura che potesse ricordargli la sua piccolezza. Come ci dice Frank Miller attraverso la bocca di Superman:

“Se potessero ci ucciderebbero. Sono ogni anno più piccoli. Ogni anno ci odiano di più. Non dobbiamo ricordare loro che i giganti camminano sulla terra”.

Ossequi.





Il coraggio di esser di parte

9 09 2015

Un interessante articolo di Mariano Tomatis che ha sollevato un certo fermento nella comunità dei comunicatori della scienza. Personalmente trovo che la riflessione che contiene sia stimolante, ma condotta impropriamente.
Un breve riassunto:
Divulgatori scientifici e debunkers reclamano per se stessi il ruolo di servitori super partes della verità. Tomatis, dal canto suo, li accusa di essere invece schierati politicamente ed eticamente, in modo implicito.

Permettetemi di risolvere hegelianamente la disputa: non sono i divulgatori scientifici ad essere schierati, è la verità scientifica e fattuale ad essere schierata.
Declamare la verità scientifica riguardo alla sperimentazione animale, o all’omeopatia, o all’omosessualità, è automaticamente un argomento in favore o contro precise scelte politiche sulla sperimentazione animale, sull’omosessualità, sulla politica.

Ovviamente, quello specifico frammento della verità che viene riportato non rappresenta l’unico argomento. Possono esservi altri argomenti, altri pezzi della verità, che invece vanno nell’altra direzione; come si nota ad esempio su questo blog, affermare che gli esperimenti dei nazisti sui prigionieri siano scientificamente validi è una parte della verità che va soppesata contro l’altra parte: che erano orridi e inumani. Esistono, certo, vari aspetti della verità da tenere in considerazione. Ma nel suo insieme, la verità è un argomento, oserei dire, l’argomento definitivo. Potrei spingermi persino a dire che non esiste altro argomento che valga in un dibattito che non sia la verità.
La verità fattuale che Schmeiser non ha affatto subito contaminazioni sul suo campo, ma ha effettivamente piantato semi transgenici senza autorizzazione, è inevitabilmente argomento contro Schmeiser. Si, vuoi dirmi che Schmeiser ti sta simpatico comunque per altre ragioni? Benissimo, parliamone; ma la verità fattuale di cui sopra di per sé va contro di lui, la verità è schierata.
L’accusa sensata che potrebbe essere rivolta ai divulgatori non è certo quella di aver detto una verità schierata; mica è colpa loro se Schmeiser ha detto cazzate. Potremmo accusarli (non lo sto facendo, sto solo dicendo che sarebbe possibile formulare sensatamente questa accusa) di non riservare lo stesso rispetto a tutti quanti gli aspetti della verità. Che equivale a nascondere la verità tutta intera, che equivale a mentire. Questo, sì, significherebbe che non sono neutrali rispetto alla verità, e sarebbe una loro colpa; ma non è certo una loro colpa il fatto che la verità stessa neutrale non lo sia.

Forse Tomatis vuole arrivare a dirci che non è vero che il divulgatore non prende mai le parti?
Allora devo dargli ragione: la verità è difficilmente neutrale rispetto alle scelte politiche e morali, dunque servire la verità significa esattamente prendere le parti.
E non c’è niente di mostruoso nel prendere le parti, anzi, è necessario.
Mi è incomprensibile il terrore che al giorno d’oggi sepreggia in Italia nei confronti dell’idea di prendere le parti. Una volta ci fu chi disse che il Signore vomiterà dalla sua bocca quelli che non sono né freddi né caldi; oggi sembra quasi che avere il coraggio di essere caldo o freddo sia il crimine supremo.

Mi spiace ma dissento da questo modus cogitandi: io prendo le parti contro l’omeopatia perché conosco la verità fattuale che si tratta di un costosissimo placebo. Faccio i complimenti a chiunque la chiami “truffa” (anche se si posson muovere obiezione sulla strategia comunicativa, volendo). Ciò non mi rende meno neutrale, se si intende “neutrale” come “corretto e onesto”; né apre lo spazio ad un dibattito vuoto ed arbitrario sul sesso degli angeli in cui tutte le opinioni sono uguali, come spesso diventano le discussioni sulle “questioni morali”. Perché l’impressione che si ricava quando si leggono tutti questi tentativi di sottrarre alla scienza domini di discussione, in cui ha tutte le ragioni di esser presente e forte, è che in realtà si voglia soltanto preservare intatto per tutti il diritto di sparare cazzate in libertà, fregandosene della verità scientifica: tanto, ehi, son tutte opinioni.

Per me, io credo di dover rispetto alla verità. Questo mi porta a prendere delle parti.
Bressanini e Mautino hanno il sacrosanto diritto di essere contro l’omeopatia; l’unico modo per non esserlo, nella loro posizione, sarebbe dire bugie. Quindi non solo ne hanno il diritto: in quanto comunicatori, ne hanno il dovere.

Ossequi





La questione morale

3 08 2015

La “questione morale” è quella cosa che si tira fuori quando non si ha nessun argomento sensato o significativo da mettere in piazza. Allora se ne tira fuori uno che non significa niente ma suona molto filosofico ed elegante: “c’è una questione morale”, si dice.

E come si distingue esattamente una questione morale da una questione scientifica, da una questione sociale, da una questione politica, da una questione economica, da una questione personale o da un qualunque miscuglio in qualsiasi proporzione di queste cose?

Se fosse una di queste cose, oppure una qualche combinazione di esse, si potrebbe discuterne su basi fattuali e arrivare a soluzione pratiche condivise, attraverso ragionamento e negoziazione.

La “questione morale”, invece, è qualcosa che si vuole trascenda tutte le questioni pratiche e reali. E cosa rimane quando hai trasceso tutte le questioni pratiche e reali?tumblr_na45hsuHNz1rst6h7o1_500

Indovinato: NULLA. Hai sottratto la questione a qualsiasi discussione fruttuosa e che possa portare a visioni condivise.

Io dico che i ricchi non devono essere tassati di più perché, che so, hanno diritto alla proprietà. Un altro mi dice che invece è giusto che siano tassati di più per un principio di uguaglianza.

E be’? Come lo decidi se è più giusto seguire il mio principio o il suo, visto che non puoi mettere di mezzo la questione sociale, la questione politica, la questione economica, la questione scientifica etc.? Se potessimo iniziare a discutere di tutte questi aspetti di rilevanza pratica, potremmo arrivare magari ad una decisione. Ma se non possiamo, allora non ci resta che parlare del nulla, enunciare principi che ci siamo inventati sul momento o che abbiamo copiato a qualcun altro o rimaneggiato e che magari suonano bene. Tutto lì, parlare del nulla.

Ma a parlare del nulla, specie se riesci a farlo dandoti un tono sapiente e usando tanti paroloni, ci sono molti vantaggi. Il più importante?
Puoi dire quello che cazzo vuoi senza che nessuno possa contraddirti.

Può essere fatto in maniera molto teatrale: “tutti gli esseri senzienti hanno diritto a vivere!”; suona bene, no? Minchia, che bello. Molto filosofico. E esattamente qual è la ragione per cui dovremmo decidere di fare nostro questo principio?

Boh, mah, chissà. “La ragion pura pratica dialettico performativa come fosse antani”.

Woooow. E che je voi di’? Di più: se l’altro si lascia spiazzare, potresti perfino portarti a casa una vittoria mediatica!

Nel dibattito sulla sperimentazione animale, ad esempio, tutti quelli che non usano argomenti pseudoscientifici, e che riconoscono dunque l’utilità della ricerca in vivo, decidono di giocare sul terreno sicuro che non ti richiede di studiarti la scienza, e tirano in ballo la “questione morale”.
Lo fanno proprio perché non vogliono affrontare la questione scientifica (scientificamente, la sperimentazione animale è una pratica che garantisce il progresso della biomedicina), né quella sociale (a tutti i membri della società sta a cuore la propria salute e quella dei propri cari, dunque la cosa ha rilevanza sociale), né la questione politica (che discende direttamente da quella sociale), né la questione personale (quando i nostri cari si ammalano, o noi stessi ci ammaliamo, desideriamo tutti avere a disposizione cure adeguate), né tanto meno la questione economica (sia mai, ammettere che le scelte che facciamo possano avere anche ripercussioni economiche e che esse siano da soppesare e considerare! Se lo fai sei come gli schiavisti!).

Ovviamente, se hai dichiarato secondarie o irrilevanti tutte queste sfaccettature del problema, il problema è stato svuotato: non è rimasto più nulla di concreto e reale su cui discutere. La questione diventa una discussione sul sesso degli angeli.

Il problema di una discussione sul sesso degli angeli è che nessuna delle due parti può mai davvero trionfare, stringere in pugno la verità o qualunque cosa che le somigli.
Ma, ovviamente, se prima perdevi su tutti i fronti, e invece adesso sei in grado di tornare a casa con uno stallo, come quello con cui si concludono di solito le discussioni sul lato “etico” della sperimentazione animale, per te è già un progresso.

“Sull’etica ci possono essere tante opinioni diverse”, è la conclusione classica del dibattito sulla sperimentazione animale, quando il filosofo tira in mezzo la questione morale. E grazie al cazzo che ci sono opinioni diverse, è il sesso degli angeli, ovvio che tutte le conclusioni sono uguali; sono maschi, femmine, asessuati, chi cazzo lo sa.

Un discorso completamente inutile, completamente infruttuoso, completamente vuoto.

Ma quelllo è il tipo di discussioni in cui i sofisti razzolano con maggior profitto.

Ossequi





LA SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA

17 07 2015

Ho sempre pensato che, se spiego bene il mio pensiero, certi ovvi fraintendimenti non ci saranno, e nessuno prenderà sul serio certe apparenti “contraddizioni” in ciò che dico che in realtà sono solo frutto di lettura superficiale. E, al limite, ciò è vero; una volta che si sia capito tutto perfettamente anche le apparenti contraddizioni spariranno. Non è però vero all’atto pratico, specie se il fraintendimento affonda in concezioni filosofiche millenarie e ancor oggi molto vive …

Dunque sono passati due anni dall’apertura di questo blog, eppure l’unico post finora che abbia trattato specificamente l’apparente contraddizione fra il mio essere anti-omofobico e anti-antispecista insieme è uscito qualche giorno fa; e ora esce il secondo. Perché una contraddizione, seppur solo apparente, c’è, e va chiarita.

Difatti, vedrete che il più delle volte i filosofi o pseudofilosofi antispecisti sono pro-LGBT, e viceversa i filosofi o pseudofilosofi omofobi sono generalmente specisti. E nella mente di queste persone, l’associazione fra le due cose viene naturale e spontanea. Anche noi, a breve capiremo perché per loro è tale, e poi anche perché invece non lo è affatto per me e neanche, a ben vedere, nella testa del grosso della popolazione.

Intendiamo subito che in termini pratici la questione dei diritti LGBT non ha davvero niente a che vedere con questioni come il vegetarianesimo o la sperimentazione animale: a favore dei diritti LGBT e anche della sperimentazione animale: why not? Quasi tutti i miei conoscenti la pensano così. Omofobo e anche vegano: why not? Proprio l’altro giorno ho fatto un raccapricciante incontro con un’omofoba incancrenita che si dichiarava vegana. Le due cose possono tranquillamente andare insieme nella lotta politica e nella vita di tutti i giorni.

Per questo io ho fatto riferimento ai filosofi antispecisti, e ai filosofi omofobi, o per lo meno, quelli che si divertono ad atteggiarsi a tali. Perché parliamo di persone che hanno fatto la scelta, per una settimana o per la vita, per convenienza o per amore, di occuparsi principalmente dei problemi rigorosamente astratti della filosofia.

Prendiamo i problemi su cui si accaniscono gli antispecisti e gli omofobi: i primi mettono in discussione a vario titolo la netta linea di demarcazione uomo-animale, i secondi invece insistono su una categorizzazione estremamente, e aiutatemi a dire estremamente, rigida riguardo ai sessi: maschio-femmina.

Già ora dovremmo iniziare a cogliere qual è il fulcro del paragone che sto istituendo, ma facciamo qualche altra osservazione empirica prima di arrivarci. Gli attivisti a favore dei diritti LGBT (me escluso, ça va sans dire) spesso impostano il proprio discorso su una critica della rigida categorizzazione maschio-femmina, utilizzando come testa d’ariete contro di essa una serie di fenomeni reali nei quali questa categorizzazione viene sfidata e i tradizionali attributi di uomo e donna sono violati; ad esempio intersessuali, androgini, transgender, o anche solo donne “mascoline” e uomini “effeminati”. Ad essi gli omofobi rispondono generalmente con una severa riaffermazione della categorizzazione, che generalmente assume la forma dell’uso improprio dell’argomento della normalità. Gli antispecisti generalmente impostano il proprio discorso su una critica della rigida categorizzazione uomo-animale, utilizzando come testa d’ariete una serie di fenomeni reali nei quali questa categorizzazione viene sfidata e i tradizionali attributi di uomo e animale sono violati; ad esempio i famosi casi marginali. Ad essi gli umanisti rispondono generalmente riaffermando la differenza uomo-animale e la sua rilevanza al livello metafisico, spesso usando l’argomento dalla normalità in forma impropria (me escluso, ça va sans dire).

Dovremmo cominciare a vedere dove si va a parare, sbaglio?

Essenzialmente, omofobi e “specisti” si muovono nella direzione di affermare con forza e rigore l’esistenza di linee di demarcazione ontologiche che definiscono la realtà: maschio e femmina, con tutti i loro tradizionali attributi; uomo e animale, con tutti i loro tradizionali attributi.

Antispecisti e pro-LGBT (più che altro i queer theorist, a dire il vero) si muovono nella direzione opposta: il loro è un atteggiamento strutturalmente critico delle categorizzazione ideali.

Gli omofobi ripetono ossessivamente che maschile e femminile sono assoluti ontologici. Gli antispecisti negano continuamente qualsiasi valore effettivo alla demarcazione uomo-animale.

Ecco dunque la ragione dello scontro filosofico: gli omofobi sono realisti platonici, che danno una priorità assoluta alle idee nelle loro elaborazione, mentre gli antispecisti sono nominalisti di ferro, che si spingono indefinitamente oltre nella critica alla validità delle idee nel descrivere la realtà.

“Adaequatio rei et intellectus”; raggiungere l’identità fra il pensiero e la realtà, ecco lo scopo ultimo di questi filosofi, tutti. La differenza fondamentale fra antispecisti ed omofobi è che i primi vorrebbero modificare l’idea per adeguarla in maniera perfetta alla realtà, mentre i secondi vorrebbero modificare la realtà per adeguarla in maniera perfetta all’idea.

Lo scopo di entrambi è “alto”, anche se non molto utile. Ma il problema principale sono i mezzi, necessari, che essi sono disposti ad usare per raggiungere un tale altissimo scopo.

L’idea e la realtà non sono uguali. Non lo saranno mai. La realtà è mutevole e caotica, piena di sfumature, imprevisti, eccezioni e stranezza. Il pensiero è ordinato, rigido, definito, strutturato, e tende a preservarsi uguale a se stesso.

Non potranno mai essere uguali. L’intima natura dell’uno e dell’altro lo impedisce.

Non sorprende dunque se i filosofi dell’una e dell’altra fazione, all’estremo delle loro elucubrazioni, iniziano a sembrare completamente pazzi.

L’ossessione per le idee, portata alle sue estreme e naturali conseguenze, conduce a negazione della realtà. Gli omofobi per esempio insistono a pretendere che la realtà sia quella che sta nella loro idea: maschi e femmina, tutti cisgender, tutti eterosessuali, tutti stereotipati. Messi di fronte alla realtà che quest’idea rigidissima non si applica a quello che vediamo tutti i giorni, confrontati col fatto che esistono transgender, esistono intersessuali ed esistono omosessuali, essi li catalogano come “errori” e fanno finta di niente. Il che è follia pura se ci pensiamo un momento: stanno accusando la realtà di essere sbagliata rispetto alla loro idea. Stanno accusando la natura di aver commesso un errore, rispetto a loro che invece sanno come dovrebbe andare il mondo.

L’assurdo è abbastanza evidente.

E d’altro canto è chiaro a cosa conduce anche l’atteggiamento opposto, al collasso del pensiero. La distinzione fra uomo e animale non è perfetta (e quando mai ve ne sono in natura?), ma è sicuramente una delle più rigide che la biologia ci offra, visto che Homo sapiens è l’ultimo sopravvissuto del suo genere e il suo parente più prossimo (lo scimpanzé) dista milioni di anni di evoluzione da lui. Se si nega la legittimità del processo che consiste nel formalizzare una distinzione almeno verbale fra le due realtà, descrivendo le caratteristiche comuni fra gli umani che non sono normalmente presenti nell’animale, allora finirà che non potremmo neanche dire che una pera e una mela sono due cose diverse: sono entrambe dolci, sono entrambi frutti … e poi cos’è un frutto? Non è forse un fiore modificato? Allora come facciamo a dire che un fiore è un fiore e un frutto è un frutto?

Certo, se ci chiudiamo in camera, bendiamo gli occhi e tappiamo le orecchie ignorando così l’esistenza di qualsiasi cosa che non quadri con le nostre idee, abbiamo raggiunto l’identità perfetta di pensiero e realtà negando la realtà.

Certo, una volta che abbiamo smesso di usare qualunque categoria e qualunque idea e messo da parte qualunque pregiudizio, ovverosia abbiamo smesso di pensare e ci siamo ridotti a puro istinto, abbiamo raggiunto l’identità di pensiero e realtà negando il pensiero.

In entrambi i casi abbiamo vinto, abbiamo conquistato il nostro scopo … Ma il prezzo è stato un po’ altino. Ma che importa? Anche lo scopo era alto. E bisogna capire che il filosofo, che quasi sempre è anche un metafisico, ragiona in questo modo (o per lo meno, in questo modo ragionano i miei avversari): tutto gira intorno ad una SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA, che a sua volta esprime in qualche modo quella dualità di approccio che ho descritto.

Dunque tutti i dibattiti particolari, che so, le adozioni a coppie omosessuali, la sperimentazione animale, l’eutanasia infantile, l’allevamento intensivo … non sono questioni che per se stesse siano degne di attenzione. Esse sono manifestazioni particolari, occasionali, di una latente SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA concernente l’adeguazione perfetta fra l’ideale e il reale, che essa sola è degna di attenzione. Dunque se io stringo un contratto di convivenza con un uomo invece che con una donna (perché il matrimonio è soltanto questo all’atto pratico: un contratto di convivenza e supporto reciproco), in realtà io sto affrontando la SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA della distinzione dei sessi! Cavolo, sono più potente d quanto pensassi, con una firma su un pezzo di carta io metto in discussione la natura stessa dell’uomo! Sono un Dio, cazzo! D’altro canto se faccio il dispetto di nascondere della carne nel piatto di un vegetariano non sto facendo solo uno scherzo deficiente, come pensavo, bensì sto affermando la mia posizione sulla SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA della demarcazione uomo-animale. Questo se sono fortunato, perché c’è caso addirittura che io stia dicendo la mia sulla SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA dell’esistenza della violenza e dell’oppressione, che rende quindi sciocca e vacua la molto-meno-suprema questione filosofico-antropologica della distinzione uomo-animale!

Suppongo che se mentre mi succhio un’ostrica mi ingoio un granello di sabbia quello sia un atto metaforico della mia scelta di campo all’interno della SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA del rapporto fra l’uomo e il suo pianeta; sono diventato Galactus il divoratore di mondi.

Alla luce di questa prospettiva si spiega faclmente l’atteggiamento che i miei avversari assumono immancabilmente verso di me. Se io dico ad una conferenza sulla sperimentazione animale che per me le questioni etiche in realtà sono questioni pratiche e politiche, ecco che “l’antispecista” avvocato Prisco (che sarà contento che finalmente sia riuscito ad imparare il suo nome) mi bacchetta:  “nonnonnò! Non puoi ridurre l’etica a una  volgare questione pratica, ad un semplice insieme di provvedimenti e decisioni provvisorie e circostanziali! È una cosa più ALTA, è una SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA!”  (non saranno state proprio quelle le parole, ma quello era il significato). E dato che non ci sarà modo e tempo di rispondere, non potrò mai obbiettare che se non è una questione politica, e non è pratica, né tanto meno è una semplice scelta personale, e nemmeno ovviamente è teologia perché siamo atei, ma è comunque una cosa più ALTA … Allora non mi è chiaro che cavolo è. Ma di che stiamo parlando davvero? Quando è che la SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA sarà giudicata abbastanza suprema da esser degna di discussione?[1]

Naturale che in questa ottica un po’ perversa necessariamente anche le questioni dell’omofobia e dell’antispecismo sussumono sotto uno stesso concetto universale, perché entrambe manifestazioni della SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA della distinzione categoriale che vede contrapposti Aristotele e Platone. Ed è dunque necessario individuare un metodo risolutorio di entrambe le questioni che risponda alla medesima formulazione della SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA.

Potrei benissimo dire che la questione dei matrimoni gay non ha nulla a che vedere con l’esistenza differenziata del maschile e del femminile, è semplicemente una scelta di convenienza sociale che renderebbe più piacevole vivere nella nostra società.

Potrei benissimo dire che la questione del vegetarianesimo ha a che fare semplicemente con un calcolo dei costi e benefici, personali e sociali, materiali ed emozionali, connessi al mangiar carne e al non mangiarla; e potrei dunque spingermi alla bestemmia suprema di affermare che fra me, che mi occupo di benessere animale ma non sono vegetariano, ed un vegetariano, non c’è nessuna suprema differenza filosofico-antropologica, ma solo una differenza nel grado e nel tipo di sensibilità rispetto alle questioni in esame.

Ma questo modo di ragionare è intollerabile per il “filosofo”. Per colui che ragiona da “filosofo” (che poi filosofo lo sia o meno è irrilevante) viene naturale come il respiro ricondurre il tutto ad un’unica suprema questione di somma astrazione. Un’astrazione tale che, se sottoposta ad uno scrutinio attento, si rivela vuota.

A ciò io contrappongo la mia modesta, e proprio per ciò blasfema, proposta: e se invece ci accontentassimo di qualcosa di meno della risoluzione perfetta della SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA? Se ci accontentassimo di ottenere un’uguaglianza approssimata fra pensiero e realtà, una somiglianza utile per i nostri scopi da adottarsi nei singoli casi specifici che dobbiamo affrontare?

Da quando mi occupo di biostatistica (non è un caso che questo sia diventato il mio mestiere: applicare perfette idee astratte ad una realtà mutevole e caotica …) non ho mai dimenticato la mia prima è più importante lezione: “un modello non è vero o falso, solo utile o meno utile”.

Quando descrivo i miei dati con un modello lineare sto solo dicendo che esso li descrive abbastanza bene da venire incontro a certi miei scopi.
Non sto dicendo che nella realtà le cose siano esattamente come le descrive quel modello; se volessi cambiare il modello per aderire perfettamente alla realtà avrei da lavorarci per millenni prima di poter inserirvi dentro tutte le (letteralmente) infinite variabili che lo determinano; se pretendessi invece che la realtà sia descritta perfettamente e senza alcun errore da quelle tre-quattro variabili che ho messo nel modello, farei un errore grosso come una casa, e non riuscirei mai a spiegarmi come mai quel farmaco che secondo il modello funzionava su qualche paziente invece non ha funzionato: “ah be’, la natura avrà sbagliato, mica io!”

Il mio modo di muovermi è strettamente pragmatico: cerco quella teoria che è al tempo stesso ragionevolmente “esatta”, perché contiene più informazioni possibile sulla realtà, e anche ragionevolmente “economica”, ovvero sia ancora di applicabilità abbastanza generale da essere di una qualche utilità pratica.

“Ma questa non è filosofia, è scienza!”

“Ma questa non è filosofia, è solo buon senso!”

Sapete che vi dico?

Avete perfettamente ragione!

Questo è il modo di procedere della scienza, che cerca di creare teorie che siano un compromesso fra la generalità e l’esattezza. E la scienza, come disse il saggio, “non è che buon senso accompagnato da solido ragionare”.

La scienza si sa accontentare del proprio essere approssimata. È la filosofia (o meglio, il resto della filosofia, visto che la scienza è una branca della filosofia) che non sa accontentarsi, è la filosofia che pretende che idea e realtà siano perfettamente identiche, ed è disposta a qualunque cosa pur di ottenere ciò.

Sono dunque consapevole che la mia posizione mi sistemi a margine dei dibattiti filosofici di cui sopra, per non dire fuori da essi. Ho notato in passato che gli antispecisti non mi rispondono mai, e neanche gli omofobi. La ragione principale per cui non lo fanno è sicuramente che non vogliono farmi pubblicità (perché non dimentichiamoci che ci sono battaglie politiche in corso qui, e quando c’è la politica in mezzo, la filosofia e l’amore per il confronto possono andare a farsi fottere, una lezione che ho imparato sulla mia pelle), ma è anche vero che non avrebbero nulla da rispondermi, perché io non entro nel “loro” dibattito filosofico. Piuttosto nego che il presupposto stesso di quel dibattito sia corretto, non mi interessa la loro SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA.

Quando mi capita di confrontarmi con questi soggetti in contesti in cui non possano svicolare agevolmente, mi trovo sempre in situazioni divertenti, perché mi scagliano addosso argomenti che non sono rivolti a me, ma “all’altra fazione”!

Gli omofobi mi accusano di voler cancellare la distinzione fra uomo e donna, quando io stesso ho criticato quel tipo di estremismo molto apertamente in passato; mi gettano addosso contro-argomenti per argomenti fondati sulla critica delle idee e che io non ho mai formulato o non in quella forma. Non è con me che se la prendono, il loro avversario predestinato non sono io.

E ovviamente non sono neanche l’avversario predestinato di un antispecista, come spiegavo qui. Io non ho mai affermato “il salto ontologico” fra uomo e animale, ad esempio; non ho mai neanche affermato l’impossibilità di concedere agli animali alcuni diritti, men che meno ho mai parlato di valore intrinseco dell’essere umano. Mi attaccano con argomenti che sembrano fatti apposta per rispondere ai metafisici cattolici, e probabilmente lo sono, ma che semplicemente non riguardano il sottoscritto.

La verità vera è che per chi è immerso fino alle orecchie in quel tipo di dibattito astratto ciò che dico è semplicemente non pertinente. Il loro è un dibattito filosofico in senso stretto, il mio è un discorso che in senso stretto è pratico-scientifico. Ovviamente, in senso lato anche il mio discorso è perfettamente filosofico, più filosofico del loro volendo, ma sicuramente più fisico che metafisico. Perché anche i filosofi che con più violenza si scagliano contro le “idee” sono comunque filosofi: idee sono le loro armi e idee è il loro pane, e di conseguenza rispetto ad uno scienziato resteranno sempre più “astratti” e più “metafisici”.

Dunque, non mi vedranno mai come un avversario filosofico, ma sempre e solo come un avversario politico. Il che, se vogliamo, è un riconoscimento di valore ben più grande. Penseranno che dal punto di vista filosofico io sia “contraddittorio” e non sapranno in che squadra mettermi.

E non verrà mai il giorno in cui capiranno che io non sono in nessun squadra perché non sto giocando al loro stesso gioco

Ossequi.

[1] In parentesi, dobbiamo notare anche che se davvero poi tu imposti il discorso come dicono loro, e cioè con una rincorsa all’astrazione sempre maggiore, ti accuseranno di aver “estremizzato il ragionamento in maniera illegittima”, un’accusa che ho ricevuto mille volte in risposta al mio video su youtube. Quindi devi essere più astratto di quanto non sei, ma comunque non più di quanto lo siano loro se no stai esagerando. Insomma devi fare esattamente come dicono loro per fare bene.





Sulla rilevanza delle emozioni nel comportamento morale.

15 07 2015

I filosofi morali ondeggiano fra due atteggiamenti distinti, ma in ultima analisi simili, rispetto alla rilevanza delle emozioni nella morale.

Il primo atteggiamento è l’esclusione, ed è quello di origine kantiana: le emozioni sono soggettive, la morale è oggettiva, ergo le emozioni non devono avere rilevanza morale.

Il secondo è l’appiattimento su di esse: sono le emozioni a determinare cos’è morale e cosa non lo è, e dobbiamo dunque seguire le emozioni per essere morali. O per meglio dire, dobbiamo seguirne alcune, quelle “buone”, e non seguirne altre, quelle “cattive” … sì, la questione di come si distingua quali siano le emozioni buone da seguire e quelle cattive da non seguire è lasciata in sospeso; si ritiene che sia una cosa data a priori, che viene nel pacchetto con le emozioni stesse.

L’atteggiamento dell’ignorare completamente le emozioni e quello di appiattirsi del tutto su di esse sembrano opposti l’uno all’altro, ma in realtà sono molto simili. Nel primo caso le emozioni vengono escluse dalla morale perché soggettive, e la morale dev’essere interamente oggettiva. Nel secondo esse vengono incluse in quanto le si ritiene in qualche modo oggettive, ovvero si ritiene che le valutazioni di valore emotive (o almeno, alcune, non si sa esattamente quali) siano condivise e indiscutibili, e la morale dev’essere oggettiva.

I due atteggiamenti sono identici in questo: entrambi vogliono escludere dall’etica l’aspetto più essenziale del sentire emotivo, che è il suo essere in ultima istanza sempre soggettivo.

Che la morale alla fin dei conti contenga un elemento importante e fondante che si riduce a circostanze particolari, ovvero al soggetto specifico e allo specifico contesto in cui si è formato, è una cosa che il filosofo morale non accetta mai.

Come sempre, è facile capire perché non lo accetti: se lo accetta, ecco che la morale diventa la somma di due contributi: un sentire emotivo intimo e irriducibile, che dirige le nostre azioni, e la conoscenza dei fatti, che le guida.

Ovvero, una volta che io sappia cosa voglio, ovvero cosa mi fa bene, grazie alle mie emozioni, e come ottenerlo, grazie alla conoscenza, non mi serve nient’altro per decidere come comportarmi.

La conoscenza dei fatti è tutta dominio del pensiero scientifico. Il sentire intimo invece è irriducibile, e se proprio vogliamo è dominio degli artisti, degli psicologi e dei sociologi.

Scienza e introspezione in sinergia sono sufficienti a determinare sempre e infallibilmente il miglior modo in cui comportarmi.

Dunque, che cosa resta sotto il dominio del filosofo morale?

Niente. Diventa disoccupato. E non mi aspetto che voglia restare disoccupato…

Ossequi





Sulla definizione di “morale”

12 07 2015

Contrariamente a quanto pensa Moore, il problema della definizione della morale non è irrisolvibile, quanto piuttosto è un falso problema.

Forse che i matematici trovano problematico definire anche le cose più strane, come la radice quadrata di -1? No, ovviamente. Le definizioni sono convenzioni, basta accordarsi e possiamo farle come vogliamo. Devono solo essere coerenti; non potremo definire un “triangolo con quattro lati”, perché sarebbe come dire “un poligono con solo tre lati e con quattro lati”, e sarebbe contraddittorio. Ma possiamo benissimo definire un “triangolo rettangolo”, o una “sfera trasparente”, o un “unicorno invisibile”. Che dibattito dovrebbe mai esserci su delle definizioni, una volta che siano coerenti?

Semmai si discuterà poi se questo triangolo rettangolo possa avere due angoli retti. Semmai si discuterà di che materiale è fatta la sfera. Semmai si discuterà se l’unicorno esista. E ci potremmo scannare parecchio su queste cose!

Ma non sulla definizione. Prima definiamo; lo facciamo attraverso una banale convenzione, e badando soltanto di non aver definito in modo contraddittorio. Poi descriviamo, deduciamo, facciamo inferenze; e lì si dibatte e discute e argomenta e filosofa, ma non prima.

Dunque non è un problema definire “morale” più di quanto non sia un problema definire “triangolo rettangolo” o “cavallo bianco”. Basta che la definizione sia coerente ed essa può essere convenuta senza ulteriori discussione. Non è mai la definizione il problema, le definizioni sono il punto di partenza della discussione, non c’è niente da discutere a riguardo.

Piuttosto i filosofi credono, per pregiudizio, che la morale sia o già definita oppure, come Moore, che sia indefinibile (ovvero intuita per semplice indicazione; non perderò tempo a spiegare perché, anche in questo caso, non ci sarebbe nulla da discutere sulla questione; “rosso carminio” te lo faccio vedere, e poi non dibattiamo certo su cosa sia), e dunque che il problema sia discuterla, descriverla. E a quel punto dicono che stanno discutendo della definizione, ma ciò è ridicolo: non puoi pretendere prima di dimostrare teoremi sui triangoli rettangoli e poi di dirci cosa sono i triangoli rettangoli, o addirittura, all’apice della follia, dedurre cosa sia un triangolo rettangolo da un teorema su di esso!
S
tanno discutendo sulla descrizione, sui teoremi; e la ragione per cui non arrivano mai a nulla è semplicemente che non si sono mai accordati sulle definizioni.

Sorprende vedere quanto comune sia questo errore banalissimo fra i logicissimi filosofi analitici: scambiano la descrizione con la definizione. Una cosa da bambini, filosoficamente parlando, eppure si verifica quotidianamente fra persone che in teoria dedicano la vita allo studio della logica.

Ma non sorprende più se ci ricordiamo a cosa serve storicamente il concetto di morale: a convincere gli altri a comportarsi come noi vorremmo.

E dunque, ciò che vogliamo dimostrare non sono dei rigorosi teoremi, ma bensì i teoremi che vogliamo noi.

Tenere nascosti quali siano i loro assiomi, seppellirli il più possibile sotto una muraglia di teoremi incomprensibili e fumosi, celarli anche all’occhio più attento …questo è l’obbiettivo dei filosofi morali. Rivelare chiaramente quali siano i loro assiomi è contro i loro più profondi interessi.

Non lo faranno mai.

Ossequi.