La Samarcanda dell'”antispecismo”

11 07 2015

Nei miei dibattiti con gli antispecisti nostrani la critica sportami più volte è l’accusa, più o meno velata, di non sapere quello che dico, di non aver letto i filosofi antispecisti più moderni, di essere rimasto ai “vecchi” Singer e Regan and so on.

Dovete sapere che malgrado i filosofi si compiacciano tanto del loro limpido ragionamento e del fatto che non cascano nelle fallacie logiche, chi li legge e li ascolta si accorge rapidamente che alla bisogna fanno quasi sempre ampissimo e competente uso di un po’ tutte le fallacie logiche mai scoperte. Questa che mi viene rivolta è un’accusa di incompetenza attraverso la quale si svicola dal dovermi rispondere nel merito delle mie argomentazioni; tutto lì, ovvero è una fallacia ad hominem presentata con stile. Si tratta di un tipo di fallacia interessante, perché somiglia molto ad un argomento legittimo (“il mio avversario non è degno”), ma pur sempre una fallacia. Molto banale, volgare, perfino.

Mi scoccia rispondere alle accuse ad hominem perché significa assecondarle; dirò soltanto per coloro che vi fossero interessati che ho letto varie cosine dei nostri antispecisti “moderni” e che, soprattutto, vi ho discusso direttamente, che è senz’altro il modo migliore per capire cosa pensano. Ma potete fingere, se volete, che stia soltanto tirando a indovinare, o che sia stato suggerito da uno spirito etereo dell’aldilà. Fate come più vi aggrada.

Più che altro però è importante rispondere ad un’accusa più pertinente rivoltami in questo merito: di non rispondere che ai vecchi argomenti di Singer e Regan, trascurando i “moderni sviluppi dell’antispecismo”.

In realtà non è proprio esatto che io trascuri gli antispecisti 2.0, visto che ho ampiamente risposto anche ad argomenti dei filosofi nostrani, come qui, qui, e qui (e se vogliamo anche qui; ma va detto che nella mia idea di “filosofia” la psicologia spicciola non ci rientra, e dunque non ci rientra nemmeno quando, come in questo caso, la faccio io). Tuttavia, è senz’altro vero che i miei dardi sono più di frequente scagliati contro gli antispecisti della prima ondata, soprattutto Singer, che sui vari emuli più recenti.

Perché?

Perché è lì che l’antispecismo concreto è arrivato. E da lì non s’è mai mosso di un millimetro.

Prima di approfondire quello che intendo dovremmo chiarire cos’è l’antispecismo, ma anche definire cosa sarebbe è già un passo complesso, perché ce ne danno mille descrizioni diverse: l’aderenza stretta ad una filosofia morale utilitaristica, un’azione politica che vorrebbe liberare il mondo intero da ogni forma di “oppressione”, una critica concettuale alla stessa distinzione uomo-animale, varie ed eventuali.
Se dovessimo prendere queste singole correnti di pensiero e seguirle fino in fondo indipendentemente, arriveremmo a conclusioni bizzarre e spesso opposte le une alle altre. Ciò che le accomuna tutte è semplicemente un generico, scomposto, disorganizzato amore per alcune specie di animali, accoppiato ad un progetto politico fumoso finalizzato a un qualche mutamento altrettanto fumoso dei rapporti uomo animale, che generalmente implica la rinuncia alla sperimentazione animale e alle cotolette.

Questa vaghezza rende lo “antispecismo” estremamente sgusciante sul piano dialettico; ma per ogni risicato punto in difesa che esso può guadagnare usando il giochetto di rispondere “mi avete frainteso, non sapete di che parlate!” a qualsiasi critico, perde dieci punti in consistenza e forza. L’avversario da colpire quando si vuol colpire “l’antispecismo moderno” è suppergiù una nuvola di vapore: impossibile ferirla, ma neanche lei ferisce mai te.

Ed ecco, questa è una delle ragioni, la più semplice anche se non la più importante, per cui io me la prendo di più con Singer: almeno è un avversario estremamente solido e ben identificato. Singer ha tanti demeriti, ma la sua filosofia è estremamente chiara, il suo sistema morale è ben definito, i suoi assiomi esposti con chiarezza, il suo progetto esplicito e univocamente collegato ai presupposti che dichiara.

Singer, e varianti sul tema (Regan e blabla) sono ancora oggi l’unico corpo fisico chiaro dell’antispecismo.
Certo, l’antispecismo nasce come anti-, e ciò vuol dire che si pone in partenza come antagonista, come contrario: è contrario allo “specismo”, ed è dunque definito solo in negativo, per natura. Ma in Singer questo antagonismo assume una forma forte e indipendente, altamente costruttiva: si prende pure la briga di dirci quali sono gli animali di cui ci dovrebbe importare e quali no! Ci mancano solo i Dieci Comandamenti! Negli sviluppi successivi non si aggiunge molto su questo piano; piuttosto si accentua l’elemento antagonistico: l’anti-specismo diventa sempre più anti-, e quel suo essere anti a poco a poco si configura come l’unico suo elemento aggregante.

Ma anti-cosa?

Dalla risposta a questa domanda si evincerà la ragione della sua debolezza costitutiva. Esso è contro lo “specismo”, ma che cosa sarà mai questo “specismo”?

Tenterò una definizione (anche se probabilmente ci sarà chi dirà “nonnonnò, hai sbagliato gli accenti”): banalmente, l’uomo sfrutta gli animali. Ciò accade a priori di qualsiasi filosofia o ideologia, specismi e antispecismi inclusi. È un animale, dunque sfrutta gli animali, più semplice di così si muore. Le formiche sfruttano altre formiche, le zecche sfruttano i cani, i lupi sfruttano i cinghiali, i ratti sfruttano i topi eccetera eccetera. Fatte salve le modalità peculiari della sua specie, ovvero l’alto livello di socialità e di tecnica che esso può applicare ai suoi scopi, Homo sapiens sfrutta gli animali come tutti gli altri. Banale.

Ma Homo sapiens è per sua peculiarità anche un animale astratto; la sua vita interiore ha grande importanza, le idee lo accompagnano in ogni momento della sua giornata come il pelo accompagna la volpe. L’uomo è in larga misura governato da queste idee; in particolare, la sua socialità lo ha portato a sviluppare nozioni di “giusto” e “sbagliato”, nozioni morali. Tali nozioni gli sono essenziali in ogni momento della sua vita, perché determinano se egli sarà/si sentirà accettato dai suoi simili, sarà/si sentirà in pace con se stesso, e via dicendo. Dunque, dati questi vincoli ideali cui è sottoposto, ha sempre avuto bisogno di avere delle giustificazioni ideali per ciò che faceva, delle “metafisiche”. Ha dunque costruito anche un’intera metafisica che giustificasse il suo sfruttamento degli animali. Lo “specismo”, direi.

Potrebbe sembrarvi strano leggere queste frasi sul mio blog; spero che nessun antispecista mi denunci per plagio … sì, sono perfettamente d’accordo con chi nota che l’uomo ha costruito metafisiche che giustifichino i suoi comportamenti dal punto di vista morale, qualsiasi comportamento. Sono anche d’accordo che tali metafisiche, che sono il cuore pulsante dello “specismo”, vadano abbattute.

Dunque io mi potrei a pieno titolo arrogare il titolo di filosofo antispecista.

Eppure, quando arriviamo alle rivendicazioni politiche, sono agli antipodi con gli autodefinitisi antispecisti. Come mai ciò accade?

Sapete la storia di Samarcanda? Vecchioni l’ha resa famosa con una sua canzone: durante i festeggiamenti per la fine di una lunga guerra, un soldato vede nella folla la Morte che lo osserva con  occhi cattivi. Allora il soldato corre dal Re, si fa dare il cavallo più veloce che egli possiede, e scappa via dalla morte, verso Samarcanda, dove arriva tre giorni dopo. Ma ecco che lì incontra la Morte che lo attende e gli spiega: i suoi non erano occhi cattivi, era solo sorpresa; lo aspettava a Samarcanda per quella notte, ma visto che tre giorni prima era così lontano temeva che potesse non farcela in tempo.
ratatouille-teoria-03Ecco, gli antispecisti si affannano molto a demolire tutte le metafisiche morali che giustificano il nostro sfruttamento degli animali. Corrono verso la loro Samarcanda, il luogo ove tutte le metafisiche speciste sono distrutte. Ma in questa critica radicale, non sorprende, sono sostanzialmente costretti al limite a distruggere tutte le metafisiche morali, perché avendo l’uomo sempre sfruttato gli animali, ha sempre costruito metafisiche che giustificassero la cosa.

Dunque, eccoci, le abbiamo distrutte tutte. Cosa resta?

Noi e gli animali, senza nessuna noiosa metafisica di mezzo. Eccola la Samarcanda verso cui corrono disperatamente. Noi e gli animali, noi i bruchi e loro la lattuga. Noi con le posate in mano, loro nel piatto. Oggi esattamente come ai tempi dei Cro-Magnon, sfruttarli ci conviene, e smettere di farlo ci causa solo perdite. Un bilancio chiaro e netto come pochi.

E io dico, continuiamo così, funziona benissimo. E tutti mi ascolteranno, perché è vero, funziona benissimo, e perché è vero, la società nel suo complesso avrà sempre bisogno di sfruttare gli animali e dunque sempre lo farà.

Nessun antispecista ha mai risposto filosoficamente a me (eccetto una volta, e sostanzialmente dandomi ragione, come forse avrete già letto…). E come potrebbero? Sono d’accordo con loro, solo più avanti. A Samarcanda ci sono io con la mia sugosa bistecca nel piatto e i miei guanti di coniglio, e ci sarò sempre, anzi, senza metafisiche ci sto molto meglio!

Il soldato non sa cosa lo attende a Samarcanda, crede di starsi allontanando dalla Morte, mentre le corre incontro. Così loro non si accorgono che le loro armi anti-metafisiche li conducono necessariamente, piano piano, esattamente dove sto io. Si rilassano tanto, non pensano che Nietzsche e Foucault siano pericolosi; dopotutto Nietzsche era vegetariano, e Foucault era così pacioso! Ma il nietzscheanesimo, la morte delle metafisiche, è realmente quella dinamite che dichiara di essere. E sorprende la leggerezza con cui vorrebbero fare i giocolieri col TNT.

Oh, sì, l’antispecismo si è spinto abbastanza in là  nella decostruzione delle metafisiche morali (anche se c’è stato molto di meglio in passato), è piuttosto avanti sulla strada per Samarcanda; ma cosa farà quando vedrà la Morte in faccia? Cioè, cosa si aspetta mai di trovare dopo che ha tolto tutti gli orpelli al comportamento umano? Troverà ovviamente la stessa cosa di prima, ma senza orpelli: se elimino lo specismo come sovrastruttura, ritrovo sotto lo sfruttamento animale come struttura portante. A Samarcanda, un giorno forse lo vedranno, gli uomini non dormono a fianco dell’agnello, se lo pappano ancora. Se lo pappavano prima di ogni metafisica, se lo papperanno anche dopo. I cristiani hanno solo cercato di rendere la cosa più poetica dicendo che li aveva autorizzati Dio, ma pensare che senza Dio smetterebbero è ingenuo; finché gli farà comodo continueranno. Se Dio lo vietasse esplicitamente, ecco, allora forse forse diminuirebbero … Per questo i primi, più furbi “antispecisti” hanno inventato una propria metafisica che includesse un tale divieto.

Ma senza metafisica si corre fra le mie braccia. Io non ho bisogno di combattere con gli antispecisti “moderni”, quelli che stanno avanzando sulla strada dell’antispecismo come anti-metafisica. Mi basta aspettarli qui comodo comodo con la falce in mano, dopotutto sono molto più antispecista di loro! Le loro armi sono tutte affilate contro la metafisica (almeno le armi filosofiche; poi ci sono varie contaminazioni di sociologia e psicologia … a quanto pare, al giorno d’oggi “filosofo” spesso non è uno che fa filosofia, ma uno che fa psicologia e sociologia, ovvero scienza, ma male), e quindi non v’è ragione per cui dovrei sentirmene colpito: sono le stesse che uso io, anche se io in modo più radicale.

Il problema non sono quelli che si stanno muovendo sulla strada decostruttiva, che dopotutto sono sul mio stesso percorso filosofico. Il problema sono quelli come Singer e Regan, perché loro si sono fermati a mezza strada: hanno decostruito parzialmente una metafisica per sostituirvene un’altra. L’antispecismo politico, quello veramente politico, ovvero l’incarnazione concreta della dottrina filosofica antispecista in tutte le sue forme, non può e non vuole arrivare a fare a meno delle metafisiche: gli servono, perché è un’ideologia e le ideologie si nutrono di metafisiche.

L’antispecismo concreto, quello che vuol dire qualcosa di preciso in senso morale, è fermo a mezza strada da qui alla capitale; una critica ad alcune metafisiche, ma non a tutte: è tutta una metafisica esso stesso. Una metafisica semplice semplice, teologica, direi. Della teologia ha tutti i tratti essenziali: ha un Dio (la natura), la sua dottrina del peccato originale (l’uomo che ha “inventato” la violenza e lo sfruttamento), una sua via per la salvezza (il veganismo), un’apocalisse (la profetizzata vittoria finale dei vegani sul resto del mondo), dei santi martiri (i saccheggiatori di laboratori e allevamenti che non vanno in prigione per la causa) … Ed è davvero tutto lì.

Le mie tipiche armi anti-metafisiche vanno benissimo contro tutto ciò. È un bersaglio grande e facile, non v’è ragione che vada oltre. Che volete che vi dica, che Maurizi mi scrisse apertamente che secondo lui essere vegani era meglio perché diminuiva la sofferenza anche se non la poteva ridurre a zero? Sì, me lo scrisse (non credo la conversazione sia ancora reperibile, ma so che vi fidate), e avrebbe potuto dirmelo uguale anche Singer, nessun progresso radicale sul fronte della critica alla metafisica. Sono ideologie e hanno bisogno di metafisiche, è ovvio che le usino.

Sono ancora molto lontani da Samarcanda, questi antispecisti …

Ma ho tempo. E chissà che un giorno non arrivino da me e magari, perfino, mi superino! Certo, più oltre di dove sto io inizia a sparire non solo la metafisica, ma anche la fisica, e superata la grande bufala dello scetticismo in ogni sua suadente forma (decostruzionismo, nichilismo e fideismo inclusi), più avanti resta solo la morte del pensiero. La beata animalità che Nietzsche amava …

Ce ne preoccuperemo a suo tempo. Frattanto, li aspetto qui comodo comodo; tanto ho fatto abbondante riserva di ‘nduja.

Ossequi.

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6 responses

11 07 2015
ilmentitore

L’ha ribloggato su Il Paradosso del Mentitore.

17 07 2015
LA SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA | Lo Strano Anello

[…] ovviamente non sono neanche l’avversario predestinato di un antispecista, come spiegavo qui. Io non ho mai affermato “il salto ontologico” fra uomo e animale, ad esempio; non ho mai […]

22 10 2016
JKL

Dovresti considerare quanto queste tue opinioni siano “soltanto” indotte dal tuo tipo personalità. Tu, da bravo INTJ, dici in sintesi che T>F, e che perciò tutte le filosofie “feeling” sono per idioti invasati, illogiche, irrazionali. Ma il tuo è soltanto un modo relativissimo di approcciarti alla realtà. Se per te “sfruttarli ci conviene, e smettere di farlo ci causa solo perdite.”, – che poi non è neanche vero, è una priorità, per altri può non esserlo. Altri sentono semplicemente in maniera diversa da te; per alcuni non c’è bisogno di una logica, di una morale o di una filosofia antispecista per evitare di sfruttare gli animali.

22 10 2016
lostranoanello

Su questo non ci piove. Ma allora perché costruirci su una “filosofia”?

16 01 2017
Fabio

Ciao, complimenti per il blog! Ci sono arrivato per caso cercando qualcosa su questo argomento. Volevo un tuo parere sul mio ragionamento che lungi dall’essere argomentato come il tuo, potesse essere comunque valido. Quello che mi viene da pensare è questo: eliminata la differenza tra specie e qualunque idea di superiorità non si dovrebbe avere la stessa empatia per gli esseri umani e arrivare ad accettare anche l’atteggiamento di sfruttamento dell’ambiente in genere e dunque degli altri animali? Alla fine dei conti chi è più in sintonia con la natura il Boscimane australiano cacciatore/raccoglitore o il vegano newworkese?

16 01 2017
lostranoanello

Eheh… argomento interessante; suppongo che la risposta che riceveresti cambi da vegano a vegano 😛

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