Questione di prospettiva

8 04 2015

Ogni mi ritrovo a rileggere gli scritti di questo o quell’antispecista. Ripenso alle conversazioni e ai dibattiti che ci ho avuto, e mi faccio sempre più persuaso di una fondamentale incomunicabilità filosofica con loro. Non sono sicuro che essi se ne rendano conto appieno, in effetti. Si potrebbe dire che i filosofi danno risposte diverse alle stesse domande, e dunque le risposte di alcuni possono essere migliore di quelle di altri. Ma non è il nostro caso … io credo che non condividiamo le stesse domande.

Le domande più tipiche che si pongono sono “come si giustifica la violenza?”, “perché esiste la violenza?”, “quali sono le basi della sopraffazione?”, “come combattiamo la sopraffazione?” Io queste domande non le capisco. Ci scrivono sopra interi libri nel tentativo di rispondervi, e onestamente non mi prendo più neanche il disturbo di leggerli. Un intero libro devoto a rispondere alla domanda “perché esiste la sopraffazione?”? Ma stiamo scherzando? E il prossimo libro su cosa lo facciamo, “che forma hanno i palloni?”?

Nel tipo di domande che interessano loro, e nel tipo di domande che interessano me, si vede qual è la ragione dell’incomunicabilità fra questi due mondi. E si vede anche la ragione per cui invece comunicano benissimo con tanti altri filosofi morali, anche “specisti”; rispondono alle stesse domande, seppur in modo diverso …

Ricapitoliamo: loro si chiedono perché c’è la sopraffazione, perché c’è la violenza, quali sono le strutture di potere che li determinano, le culture che li alimentano eccetera. Io non mi chiedo questo. Trovo banali domande di questo tipo, sopraffazione e violenza sono naturali come la gravità o la pioggia. Io mi faccio domande su come esistano l’altruismo, la collaborazione, la morale. Quelle sono le stranezze.

Partiamo un po’ da lontano: come nasce il primo essere vivente? Un cellula, o meglio una proto-cellula. Ma cosa caratterizza una proto cellula, che la rende diversa da tutto il materiale organico che era esistito sino ad allora? Una barriera. Il primo atto della vita è lo stabilimento di un confine fra sé e non-sé. E con quel confine nasce una differenza di trattamento, una discriminazione. La base è quella. Ora all’interno di questa barriera succede una cosa che nel resto dell’universo non succede: l’entropia diminuisce. Inevitabilmente, a spese di tutto ciò che sta fuori.

Questa è storia e scienza, è così che accade. Quindi la vita stessa nasce con un atto di autoaffermazione e di sopraffazione: la cellula diventa una fabbrica di entropia, che scarica i propri rifiuti all’esterno e se ne prende il meglio che può. La base della vita è sopraffazione.

Ovviamente la presa di coscienza di come sia fatta la “base” non pesa poi così tanto sulle considerazioni che faremo sul resto dell’edificio. Al primo, al secondo, o al quindicesimo piano, possono essere costruiti paradisi di altruismo e collaborazione (più o meno, con certi ovvi limiti diciamo). Ma rendiamoci conto da cosa siamo partiti: siamo partiti da un atto di sopraffazione, e quella sopraffazione resterà il pilastro centrale. È normale. Normale come la caduta dei gravi, normale come la pioggia.

Ora, se abbiamo cominciato così, con la sopraffazione indiscriminata del forte sul debole, com’è che adesso esiste, seppure entro confini ben precisi, la possibilità dell’altruismo? Com’è possibile che dalla violenza assoluta della vita siano nati principi di non violenza?

La risposta ormai la conosciamo, ma non è banale. Quando la nostra prima proto cellula incontra un’altra proto cellula, una delle due finisce divorata. Quella più forte sopravvive, quella più debole muore … ma il punto è che quella più forte in un’altra circostanza può trovarsi ad essere più debole. Dunque conviene forse fare diversamente: quando le forze sono comparabili, meglio non combattere. Dopotutto, due cellule sono più forti di una, e se si alleano tutte le altre capitoleranno. Così nasce un patto, più o meno fragile, che lega queste due cellule. Qui nascono le domande interessanti: come fa ad esistere questo patto, come è possibile e a che condizioni può accadere che qualcuno vi sia incluso, come possiamo fare a starci dentro e ad assicurarci che funzioni per noi … Queste sono domande interessanti, legittime.

Loro invece ragionano proprio al contrario.

Esiste il patto. Ed è assoluto, eterno, “naturale”, ovvio, dato. Altruismo, scontato, certo, bisogna essere altruisti. Violenza? Brutta, perversa, errore; chissà come mai possa esistere la violenza. Vedono la violenza e ci vedono un mistero, qualcosa da analizzare. Addirittura si dilungano in lunghi testi di psicologia spicciola che dovrebbe spiegare come fa la gente a “giustificarsi moralmente” perché mangia animali … E certo, è una cosa che va proprio giustificata, eh, proprio una stranezza. Certo, dev’essere un grande mistero come mai un essere vivente, che esiste in virtù di un’originaria sopraffazione di una molecola su un’altra e di una cellula su un’altra, i cui geni sono sopravvissuti a scapito di milioni di altri individui, che perfino quando era uno spermatozoo ha dovuto fare morire tutti i competitori per esistere, possa essere egoista, violento e capace di sopraffazione …

Chiariamolo ancora, perché so che queste cose la gente non le capisce nemmeno se le ripeti dieci volte: io non sto dicendo che l’essere umano sia o debba essere sempre violento, insensibile ed egoista. Tutt’altro, gli umani sono anche pieni di amore e compassione, e tali doti gli sono preziose. Quello che sto dicendo è che in quel vasto insieme dei fenomeni biologici, se vogliamo possiamo riferirci ad esso come “natura”, queste sono piuttosto l’eccezione che non la regola. E di gran lunga. Dunque non c’è davvero niente di strano che noi ammazziamo, che rubiamo, che sterminiamo, che stupriamo … Figurarsi se c’è qualcosa di strano nel fatto che uccidiamo animali per mangiarli! È la cosa più normale del mondo! La cosa strana è che ci sia gente che diventa vegetariana perché le dà fastidio l’idea che gli animali muoiano, visto che di regola gli animali muoiono (forse le aragoste sono un’eccezione …), e il più delle volte ammazzati da altri animali.

Io mi pongo le domande su quel ristretto, temporaneo, fragilissimo miracolo che è la solidarietà umana. Quello è interessante e merita profonde analisi. È un miracolo, appunto, una cosa strana ed eccezionale, e infatti grandemente imperfetta, e soprattutto ristretta nel tempo, nello spazio, nei campi di applicazione. Riusciamo a mantenere rapporti sociali con un massimo di centocinquanta persone circa; questo vuol dire che per noi è normale interessarci dell’esistenza di circa centocinquanta persone. Non mi sorprende affatto se già i tizi del paese di fronte ci stanno sul cazzo; non li conosciamo, hanno usanze diverse, magari anche aspetti diversi, è ovvio che siamo diffidenti e che cerchiamo di privilegiare noi stessi rispetto a loro. Qui interviene la ragione umana, che fa ancora altri gesti miracolosi: per esempio è in grado di dirci che metterci a fare la guerra con questi neri o con questi arabi è pericoloso e dannoso per entrambi, e ci suggerisce dunque di trovare altre strade.

Non è una differenza prospettica da poco quella su cui sto attirando l’attenzione, perché quello che si domandano loro è “quale legittimazione c’è ad escludere gli animali dalla cerchia della solidarietà?”, che è una loaded question, suppone che naturalmente essi vi sarebbero inclusi, e sia richiesto un artifizio per escluderli, piuttosto che un artifizio per includerli. Essi postulano che l’esclusione dalla cerchia morale sia un comportamento attivo, mentre il comportamento attivo è includere, non escludere. Suppone che la cosa vada spiegata in qualche modo strambo, magari tirandoci in mezzo Marx o Derrida. Suppone che sia una cosa strana che dev’essere giustificata, suppone che le regole di convivenza che abbiamo stabilito fra umani siano qualcosa di più di quello, di una semplice convenzione. Quella domanda ti sta già imponendo la stessa prospettiva degli antispecisti. Invece la domanda che mi pongo io è “perché mai dovremmo includere nella cerchia della solidarietà anche solo tutti gli umani, sempre ammesso che dobbiamo davvero farlo?”

Io credo fondamentalmente che tutto il dibattito dell’antispecismo si rispecchi sempre e comunque in una singola dicotomia: da una parte gli antispecisti che pensano che la morale, l’altruismo e la collaborazione siano una specie di assodata legge cosmica, rispetto alla quale la perversione umana ha introdotto gli elementi alieni della violenza e della sopraffazione, che dunque vanno eliminati a tutti i costi. E dall’altra io e quelli che la pensano come me, che riteniamo che la sopraffazione e la violenza siano quanto di più simile ad un’assodata legge cosmica, rispetto alla quale l’inventiva umana ha introdotto gli elementi alieni della morale e dell’umanitarismo, che vanno coltivati fin quanto possibile ma senza la pretesa che tutto l’universo (e.g., gli animali) vi sia incluso.

La ragione per cui il loro approccio sembra così allettante per molti è che effettivamente la maggior parte delle persone condivide la loro prospettiva: la credenza falsa nella morale e nell’altruismo come fatti assodati della natura (io lo chiamo tutto “realismo morale”, in barba a chi possa non apprezzare l’uso particolare di questo tecnicismo). Allora se l’altruismo e generosità sono davvero universalmente “buoni”, se rappresentano fatti assodati su ciò che per il cosmo intero è “bene”, dobbiamo espanderne l’applicazione a tutti gli esseri viventi. Siamo chiamati a farlo. Ma se così non fosse, se il giusto e lo sbagliato e il bene e il male fossero soltanto un espediente di sopravvivenza e di convivenza, allora non saremmo chiamati a metterci dentro i non umani, non ne ricaveremmo nulla.

Ovviamente, l’idea che dobbiamo espandere altruismo e generosità a tutto il reame dell’esistente genera evidenti paradossi. Per esempio, sarebbe sensato uccidere tutti gli animali carnivori in quest’ottica, no? Ma se lo facciamo, presto anche gli erbivori andranno estinti in conseguenze degli squilibri ecologici che abbiamo generato. Dunque semplicemente non possiamo davvero espandere a tutto l’universo la nostra regoletta di altruismo e generosità e baci e abbracci, l’universo non funziona così. L’universo ha bisogno del “male”. Ma se ne ha bisogno, se al “bene” serve il “male”, allora il male non è così male, no? Anzi, in effetti è bene! Un bel paradosso. Ma dobbiamo aspettarcelo qualche paradosso, se dalla nostra piccolezza di uomini ci vogliamo ergere a giudici sulle fondamentali leggi di funzionamento del cosmo.

E qui, infatti, sta l’unico riconoscimento di valore filosofico che io sia disposto, e di buon grado, a concedere all’antispecismo: rappresenta una confutazione ab absurdo del realismo morale.  Si mostra, insomma, che se il realismo morale fosse vero arriveremmo ad assurdità come quelle dell’antispecismo, e dunque concludiamo che il realismo morale dev’essere falso. In questo senso, è davvero un buon esercizio.

In tutti gli altri, è davvero interessante come la risposta alla domanda “perché esistono i bicchieri?”

Per berci. Ecco. E adesso voglio il mio dottorato in filosofia.

Ossequi

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10 responses

11 04 2015
Luca Zannini

“Spesso questi atti di altruismo nascondono un egoismo mascherato” [cit.]

L’egoismo mascherato di chi assume posizioni antispeciste credo abbia un nome , narcisismo.

24 04 2015
Alb

Ciao Albe! Ho visto che ti sei tolto da FB, spero che vada tutto bene. Io sto leggicchiando cose in preparazione per la tesi in questo periodo, che vorrei fare sull’hard problem chalmeriano o qualcosa di attinente (forse perfino la “coscienza” animale con il rischio di perderci parecchia salute mentale). Dennett ovviamente è uno dei miei punti di riferimento principali.
Oggi leggevo un suo paper quando mi sono imbattuto in questa frase: “One person’s reductio ad absurdum is another’s counterintuitive discovery”. E cazzo, io l’ho sempre pensato riguardo alla filosofia, in particolare la filosofia della mente, solo che non ero mai riuscito a formulare bene l’idea. Lo stesso panpsichismo per me è la reductio ad absurdum del’insistenza che Chalmers e altri fanno sul primato ontologico della coscienza, da un lato, e dall’altro della tendenza a voler assegnare un grado di coscienza a tutti gli animali, fino ad arrivare ai molluschi. D’altra parte la posizione cognitivista che vede nella narrazione linguistica il substrato della vita soggettiva si può ridurre all’eliminazionismo che ovviamente è il contrario netto del panpsichismo.
Quindi insomma, oltre ad essere d’accordissimo con tutto il discorso dell’articolo, ne firmerei la conclusione: voler estendere il diritto agli animali sulla base di una distorta idea di giustizia naturale è più che ridicolo, è assurdo! Assurdo, appunto…

24 04 2015
lostranoanello

Be’, mi sono tolto anche perché non andava proprio benissimo, ma sopravviverò, come sempre 🙂
Come vedi non ho smesso di condividere le mie riflessioni; forse adesso è anche meglio, sul blog restano scritte, su FB dopo un po’ erano sepolte dai post…

3 05 2015
Michele

Dimenticavo: complimenti per il blog!

2 05 2015
Michele

A tal proposito, per quanto mi riguarda, è stata illuminante la lettura del celebre ‘Gene Egoista’ di Dawkins, un vero antibiotico contro delirii dementi come quelli antispecisti.

3 05 2015
lostranoanello

Sì, anche per me è stato importante, soprattutto per le riflessioni sulla teoria dei giochi.
Probabilmente non è stato determinante, diciamo; la questione della lotta per la sopravvivenza è più antica; io già la vedevo in Leopardi 😛

3 05 2015
Michele

Quali sono stati determinanti, se posso chiedere?

3 05 2015
lostranoanello

Non saprei dirtene uno specifico, in realtà la teoria dell’evoluzione nella sua interezza richiama molto l’attenzione sulla limitatezza delle risorse e sulla necessità della lotta per la sopravvivenza. Ma secondo me perfino senza teoria dell’evoluzione c’era la consapevolezza di questo elemento in alcuni pensatori: Leopardi quando scriveva del giardino del dolore non si riferiva certo a Darwin.

3 05 2015
Michele

Mi vedo costretto a riesumare il buon Leopardi (frettolosamente quanto ottusamente da me cestinato ai tempi del liceo)!

11 07 2015
La Samarcanda dell’”antispecismo” | Lo Strano Anello

[…] 2.0, visto che ho ampiamente risposto anche ad argomenti dei filosofi nostrani, come qui, qui, e qui (e se vogliamo anche qui; ma va detto che nella mia idea di “filosofia” la psicologia […]

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