Matrimoni gay e “l’Argomento dalla Normalità”

5 07 2015

Come ho sottolineato più volte, questo blog è fatto per essere letto per intero, e magari pure più volte; questo perché alcune cose scritte in questo o quell’articolo sono presupposte, oppure spiegate più propriamente, in altri articoli. I rimandi sono ovunque e dovrebbero permettere al lettore attento di comprendere il senso complessivo della mia filosofia.

Per esempio, quello che scriverò in questo articolo l’ho già disseminato in altri due articoli precedenti. Dunque alcuni forse troveranno che non contenga particolari novità. Penso però che il punto che tratterò sia abbastanza rilevante da meritare un’attenzione specifica.

Che cos’è l’argomento dalla normalità?

Io chiamerò argomento dalla normalità la forma generalizzata dell’argomento dalla normalità di specie, che a sua volta è un importante contro-argomento per l’argomento dai casi marginali.

Un approfondimento sull’argomento dai casi marginali lo trovate in questo mio scritto, e include anche la mia risposta al suddetto. In estremissima sintesi, l’argomento dai casi marginali è un argomento utilizzato dai sostenitori degli animal rights, secondo il quale, poiché vi sono individui umani che hanno razionalità e consapevolezza inferiori a quelle di alcuni animali, allora dovremmo trattare tali individui umani allo stesso modo di questi animali, o viceversa.

La risposta più intuitiva e più corretta all’argomento dai casi marginali è proprio l’argomento dalla normalità di specie, formulato inzialmente dal filosofo Tibor Machan: non ha senso pensare di tarare un’intera normativa sulla base di casi estremi e/o patologici di ciascuna categoria. Noi non andremo a tarare la nostra morale su quelle quattro scimmie al mondo che riescono a capire un centinaio di parole, mettendole a confronto peraltro con quegli individui umani malati o disabili che sono incapaci di parlare o ragionare. La normativa sarà piuttosto basata sulla normalità di specie: l’uomo normale è dotato di capacità razionali che l’animale normale non possiede, e basarsi su questo dato è semplice buon senso.

Questo argomento è la più ragionevole e definitiva risposta all’argomento dai casi marginali. Ed è generalizzabile: si può infatti pensare che ogni normativa dovrebbe essere ragionevolmente tarata sulle situazioni normali, e che i casi speciali (marginali) meritino semmai un trattamento distinto.
Ma questo modus cogitandi porta sopra una scritta “maneggiare con cura” grande come il Colosseo, e bisogna capirne bene tutti i presupposti prima di utilizzarlo.

Infatti, la critica più semplice ed evidente a quello che d’ora in poi chiamerò in generale “argomento dalla normalità” è che manca assolutamente di rigore formale. Ed è una critica corretta. Ribadisco, non avete letto male, la critica è corretta: l’argomento dalla normalità (di specie o di qualsiasi altra cosa) è un argomento che non risponde a certi requisiti di rigore formale.

Immaginate di dire ad un matematico “ho un teorema, qui, non l’ho proprio dimostrato, ma mi pare che di solito funziona, tranne in un paio di casi strani!”

Rabbrividirà: un teorema non funziona “di solito”, non funziona “nella maggioranza dei casi”, men che meno funziona “nei casi normali”! Come lo decidi quali sono i casi normali e quali non lo sono, scusa? Nel ragionamento matematico si necessita di un rigore per cui se affermi un teorema vale sempre, in tutti i casi possibili ed immaginabili. Se esiste un controesempio, anche uno soltanto su milioni e milioni di casi, il teorema è falso.

Se invece siamo in fisica o in chimica o in biologia, va be’, la questione si fa diversa: possiamo, anzi, dobbiamo, iniziare ad approssimare. “Per un pendolo che fa oscillazioni molto piccole l’arco è approssimativamente uguale al seno dell’angolo”.

Non è uguale, è approssimato.

Ma per i nostri scopi, può anche andar bene; anzi, tutte le misure, nelle scienze naturali, contengono errori e sono dunque approssimazioni. Dunque in scienze naturali potremmo anche dire “più o meno le cose nella maggior parte dei casi vanno così, tenuto conto di un margine di errore accettabile per i nostri scopi”, ma in matematica dovremo dire invece: “le cose vanno così. Punto. Sempre e comunque.”

Quindi prima di utilizzare l’argomento dalla normalità bisogna fare un’importante scelta iniziale di principio: se trattare l’etica come se fosse matematica o come se fosse scienza naturale.

Perché se la trattiamo come fosse matematica, l’argomento dai casi marginali regge eccome, e l’argomento dalla normalità crolla miseramente!

E qui si giunge al dibattito più antico di tutta la filosofia: Platone Vs Aristotele. Platone, che privilegia sempre le idee come essenza di ogni cosa, e Aristotele, che invece ricerca nelle cose stesse la loro sostanza. Sulla strada tracciata da Aristotele, l’etica è una disciplina euristica e di approssimazione, poiché:

“Le azioni, quelle generali sono di più larga applicazione, quelle particolari più ricche di verità, giacché le azioni riguardano casi particolari, e occorre che la teoria si accordi con essi.”

Con Platone, la filosofia, e con essa la morale, è matematica, e dunque non può ammettere approssimazione ed eccezione; con Aristotele la morale è una “tecnica”, un modo in cui noi deliberiamo il modo più facile e bello per raggiungere i nostri fini.

In ottica Aristotelica, e solo in ottica aristotelica, vale dunque l’argomento dalla normalità. Obbiettivamente, non ha senso pretendere dall’etica lo stesso livello di precisione e rigore che pretenderemmo dalla matematica: se una direttiva morale vale nella maggior parte dei casi, la adottiamo, anche se magari non vale in tutti i casi immaginabili. E se poi c’è qualche caso in cui non vale, e va be’, si farà uno strappo alla regola, oppure si ragionerà di volta in volta se sia il caso di modificare la teoria stessa.

L’etica di Aristotele è etica pratica: approssimata, provvisoria. Come tale, è la più vicina alla realtà ed è quella che di fatto viene sempre seguita nella vita di tutti i giorni, come nella politica o nella giurisprudenza.

Purtroppo, però, Platone ha avuto dei seguaci particolarmente famosi, in particolare il tremendo Kant. Fu Kant a sostenere che l’etica dovesse essere un prodotto esclusivamente astratto-razionale, e dunque a ridurre la moralità a proprietà logico-formale degli enunciati normativi. E moltissimi gli sono andati dietro.

Ora, tutto sommato questo dibattito non mi importa più di tanto: l’etica formalizzata di matrice kantiana fallisce sempre. Nel mio articolo precedente mi divertivo a dimostrare come anche l’antispecismo singeriano abbia i suoi casi marginali, e dunque ricada in una regressione ad libitum: se ogni volta che c’è un caso marginale tu devi rigettare la classificazione e crearne una nuova che “metta dentro” anche il tuo caso marginale, allora otterrai che con ogni nuova classificazione, necessariamente imperfetta, avrai un nuovo caso marginale, e dovrai dunque estendere la regressione del tuo ragionamento morale all’infinito.

Un problema che noi etici pratici su base aristotelica non incontriamo, perché anche se il perfetto rigore formale non è rispettato, un’approssimazione può andar bene per i nostri scopi.

MA … ma c’è una cosa che voglio sottolineare mille, e duemila e tremila volte ancora:

Se non ti metti nella prospettiva aristotelica di un’etica pragmatica, flessibile e provvisoria, non puoi usare l’argomento dalla normalità.

In sostanza, quando dobbiamo stabilire un quadro normativo, generalmente siamo costretti a fare una certa violenza alla realtà, nel senso che dobbiamo costruire confini netti dove non ce ne sono in realtà. Nell’altro articolo facevo come esempio quello del ragazzo diciassettenne che magari guiderebbe benissimo, ma non può comunque prendere la patente. Non è giusto, in teoria, visto che sarebbe in grado di guidare. Solo che è più semplice per noi dare dei precisi requisiti di età per avere la patente che andare a valutare ogni singolo caso. Insomma, dal punto di vista pratico, ci conviene approssimare piuttosto che essere rigorosamente esatti.

Ma ci deve essere un guadagno pratico chiaro e molto netto in questa scelta, perché stiamo perdendo esattezza.

Questo lo devo dire necessariamente perché vedo molti omofobi usare l’argomento dalla normalità in maniera inappropriata. In particolare mi riferisco alla questione dei matrimoni gay. L’argomento più usato dagli oppositori è che tali unioni non dovrebbero essere tutelate in quanto non fertili.

Ovviamente tale argomento si sgretola nel momento in cui si faccia presente che esistono coppie eterosessuali sterili o che comunque non vogliono avere figli, e il matrimonio viene comunque concesso loro, insieme all’adozione per chi lo desidera.

Questa contro-risposta può essere considerata un argomento dai casi marginali: le coppie etero sterili come caso marginale di quelle fertili.

Usando l’argomento dalla normalità potremmo dire che le coppie sterili siano un caso “non normale” e dunque negare loro rilevanza rispetto al nucleo della nostra normativa.

Questo ragionamento non è inaccettabile in linea di principio, ma presuppone una prospettiva aristotelica. Non si può sostenere su base rigorosamente logica che una coppia etero sterile sia uguale ad una coppia etero fertile sotto il profilo “rilevante” della fertilità. Non lo è, non è fertile! Dunque sotto il profilo logico-formale non possiamo in alcun modo sostenere che la stessa norma che si applica alle coppie fertili in quanto fertili possa applicarsi a coppie che fertili non sono, quale che sia la loro composizione sessuale. Che una coppia, anche eterosessuale, sterile, non sia fertile, è un’asserzione degna del tautology club; una coppia eterosessuale sterile ed una fertile sono uguali sotto il profilo dell’eterosessualità, ma non della fertilità. Ma davvero, c’è bisogno di dirlo, che sterile fertile?

Se invece ci mettiamo in un’ottica aristotelica e pragmatica, potremmo forse sostenere che una coppia etero sterile è approssimativamente analoga ad una coppia etero fertile per i nostri scopi, che sia un “caso limite”, e dunque che sia conveniente in senso pratico assimilare le due categorie, perché essere più accurati sarebbe impossibile o difficilissimo, o comunque avrebbe un rapporto costi-benefici non accettabile. Ma quali potrebbero mai essere quegli scopi pratici tali per cui sia conveniente escludere delle coppie gay che si amano, convivono, si aiutano a vicenda ma non possono avere figli biologici, mentre invece dovremmo includere delle coppie etero che si amano, convivono, si iutano a vicenda ma non possono avere figli biologici?

E infatti è qui che sorgono le difficoltà insormontabili per l’omofobo di turno, perché di fatto non c’è nessuna ragione pratica per cui dovremmo trovare particolarmente conveniente approssimare una coppia etero sterile ad una coppia etero fertile, se davvero è la fertilità che conta.

Quando io dico che a volte conviene approssimare, do per scontato un dettaglio banalissimo ma che certi fini pensatori si dimenticano: si usa l’approssimazione, ok, ma solo laddove sia impossibile o sconveniente raggiungere un’esattezza maggiore.

E non è questo il caso! Se davvero la fertilità è ciò che conta (AMMESSO E NON CONCESSO), allora, più che trattare le coppie etero sterili come “caso limite”, è molto più semplice escluderle: ad esempio, si può imporre un test di fertilità obbligatorio positivo a tutte le coppie come precondizione per il matrimonio. O meglio ancora! Potremmo decretare che il matrimonio contratto cominci ad avere effetti legali solo ed esclusivamente in seguito alla procreazione! E soprattutto, potremmo e dovremmo negare la possibilità dell’adozione di figli, poiché essa permetterebbe di bypassare il problema della fertilità, ed è la fertilità che conta, giusto?

Dunque non c’è alcuna ragione pratica per “approssimare” una coppia etero sterile ad una fertile che non sia applicabile anche alle coppie gay. E, ripetiamolo la terza volta: un’approssimazione ha senso solo ed esclusivamente in virtù del fatto che sia più pratica rispetto all’esattezza perfetta. Se così non è, l’approssimazione si chiama in un altro modo: si chiama pregiudizio ed errore.

In sostanza, loro vorrebbero usare l’argomento dalla normalità per stabilire un rigoroso limite logico-formale per l’aderenza a certi requisiti.
Ma il problema è che l’argomento dalla normalità, dl punto di vista rigoroso, assolutista e logico-formale, è clamorosamente sbagliato. Sbagliato, sbagliato come affermare che l’arco di un oscillazione non nulla sia uguale al seno dell’angolo. Non lo è, fine della discussione.

Ora, diciamo le cose come stanno: nel diritto, ancor più che nella morale, Aristotele regna incontrastato: approssimazione, flessibilità, adattamento, fanno giustamente la parte del leone nelle scelte moralmente rilevanti. Così dev’essere, e infatti i più svegli di voi avranno già notato come anche quando io uso l’argomento della normalità di specie contro gli antispecisti, comunque non affermo MAI che sia impensabile o insostenibile che gli animali abbiano alcuni diritti. Possono e, difatti, la legge ne concede alcuni ad alcuni di essi. Semmai, lo uso come argomento contro il loro assolutismo morale, ma non lo uso per sostenere un mio assolutismo morale.

L’argomento dalla normalità non è e non potrà mai essere una mazza da piazzarsi in mano agli assolutisti morali perché possano dettare le leggi universali di come dovrebbe essere il cosmo. Non funziona così, semmai è proprio al contrario: è una souvenir per ricordar loro che alla fine tutte le nostre perfette costruzioni morali e legali sono solo un espediente per sopravvivere.

Oggi funzionano, domani chissà …

Ossequi.

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One response

17 07 2015
LA SUPREMA QUESTIONE FILOSOFICO-ANTROPOLOGICA | Lo Strano Anello

[…] riaffermazione della categorizzazione, che generalmente assume la forma dell’uso improprio dell’argomento della normalità. Gli antispecisti generalmente impostano il proprio discorso su una critica della rigida […]

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