Parliamo di Incel

2 06 2018

Il tema è diventato molto di moda. Non posso esimermi dal dire la mia a riguardo…

Detesto dover dare troppo background su un problema che vorrei approfondire. Sarò dunque molto conciso in questa parte, e googlate, se siete disorientati dal termine del titolo: il “movimento” Incel è quello costituito dai cosiddetti Involuntary Celibate, Celibi involontari. In sintesi, gente, prevalentemente di sesso maschile, che non riesce ad avere una vita sessuale. In realtà generalmente chi si autodefinisce incel ha problemi un po’ più profondi e caratteristiche più peculiari di così. Specificamente, direi che l’aspetto più interessante dell'”ideologia” incel è una complessa e cervellotica teoria sociobiologica secondo la quale la loro (indubbiamente sgradevole) situazione deriva da una serie di limiti biologici. Per farla breve, le donne sono “ipergamiche”, ovvero aspirano a fare sesso con maschi che siano attraenti (ricchi e/o belli) almeno quanto loro o di più. I maschi invece saranno ben disposti a far sesso anche con donne non particolarmente attraenti, sempre per ragioni biologiche.  Questo farà sì che, come usano dire loro, se le donne vengono lasciate libere di scegliere, finirà che il 10% degli uomini farà sesso col 90% delle donne, il che condanna loro, uomini poco attraenti, ad uno stato di minorità naturale.

La peculiarità, che avrete notato, di questa visione del mondo delle relazioni è la visione rigidamente “commerciale” della cosa, che dunque non lascia spazio all’intimità o al sentimento. Probabilmente è proprio questo il vero, più grosso problema degli incel. Quello, e una grossa dose di misoginia che non li rende esattamente dei bocconcini appetitosi per le fanciulle. E anche il fatto che occasionalmente un incel faccia una sparatoria costituisce un po’ un problema di immagine.

Ma fin qui, fino al dire che gli incel hanno spesso dei problemi psicologici seri, e che tutto questo teorizzare astruso non fa altro che alimentare circoli viziosi psicologici che sono concausa del loro status, ci arrivano tutti. Ancor più facile è dare del pazzo ad uno che ammazza dieci persone perché non scopa. Appunto, è molto facile e lo fanno già tutti.

Io, invece, voglio sempre andare un passo in là. Non mi posso fermare a dire che questi tizi sono semplicemente dei pazzoidi con dei disturbi di personalità, che i loro problemi non sono veri problemi, che dovrebbero prendere la cosa diversamente eccetera. Anche perché la risoluzione di un problema non può passare dal rinnegarlo. Si consideri, per far già piazza pulita di alcune semplificazioni un po’ sciocche, che qui parliamo spesso di gente che a quarant’anni è vergine; ecco, se arrivi a quel livello lì non è neanche strano che ti venga voglia di fare una carneficina, dai di matto. Il drive sessuale è uno degli istinti primari dell’uomo, è irrinunciabile; se non riesci a soddisfarlo come e quanto vorresti ci stai male, e se non riesci a soddisfarlo mai hai una situazione di disagio patologico, una malattia.

Ora, se a quarantacinque anni non hai mai toccato un partner (e non per scelta deliberata), e riesci a prenderla con filosofia…  beh, io ti faccio la òla, rappresenta un tipo di tempra spirituale ai limiti del superuomo. E d’altro canto se hai questo tipo di tempra spirituale, mi aspetterei che qualche contatto con l’altro sesso tu lo abbia avuto, prima.

Diciamo che con gli incel c’è il grosso rischio di confondere il discorso logico col discorso psico-logico. Dal punto di vista psicologico, le problematiche degli incel sono chiare, ed è chiaro anche il ruolo che il discorso logico che essi fanno, ovvero quello fatto dei vari giustificativi della propria situazione, ha nella funzione psicologica. La dinamica è la seguente: io, incel, scorgo un’ingiustizia nella mia situazione; analizzo alcune possibili cause della suddetta ingiustizia; trovo che le cause sono tutte esterne alla mia volontà, i.e. la società, la bruttezza, il femminismo etc.; mi risolvo ad autocompatirmi per il resto della vita oppure a fare una strage.

Something gotta stop the flow. Se si vuole rompere una reazione a catena occorre individuare gli anelli deboli. Spoilerone, sono il terzo ed il quarto. Ma attenzione perché invece i primi due sono molto, molto forti e non si può pensare il fenomeno incel a prescindere da quelli.

Ok, gli errori negli anelli 3 e 4 li sappiamo. L’anello 3 è sbagliato perché se uno è incel, di solito, le cause non sono tutte esterne. In particolare, se non fai altro che scrivere quanto sono inferiori e puttane le donne, c’è caso che non saranno arrapatissime da te. Per esempio. L’anello 4 invece è sbagliato perché, in ogni caso, anche laddove uno sia vittima di circostanze avverse, non può considerarsi perciò autorizzato ad autocompatirsi e basta, o a fare stragi. La mia filosofia in questi casi è che se la vita ti butta addosso il doppio o il triplo o il quadruplo del carico rispetto ad altri più fortunati, le alternative sono due: restare schiacciato oppure diventare due, tre, quattro volte più forte degli altri. L’incel generalmente preferisce farsi schiacciare… e ama molto anche lamentarsi della cosa, che è alquanto infruttuoso. La società può avere e quasi sempre ha delle colpe nelle ingiustizie che viviamo, ma, anche quando ciò accade, nostra resta la responsabilità di lottare per la nostra felicità; scaricare la colpa sulla società  o sulla biologia o su versioni artefatte delle due per giustificare la passività(-aggressività) non può e non deve scatenare simpatie nel prossimo.

Fin qui era relativamente facile. Purtroppo però anticipavo che anelli 1 e 2 sono invece molto robusti, così robusti che preferiamo non parlarne mai. Rimedio io.

Il punto essenziale è che la situazione che si trova a vivere un incel… è veramente ingiusta. Scandalosamente ingiusta. Pur con tutte le responsabilità che egli può avere, generalmente proviene da background psicologicamente molto oppressivi, spesso sessuofobici; in alcuni casi è effettivamente bruttino, o effettivamente disastrato economicamente. Inoltre, e qui ci azzeccano molto gli incel a fare il paragone col capitalismo, nelle relazioni e nel sesso vige spesso l’effetto San Matteo: una “partenza” sbagliata porta tendenzialmente ad un accumulo successivo di altri incidenti di percorso, la famosa spirale discendente o feedback positivo. Per questa ragione il “peso della sfiga” non si limita a crescere linearmente, a diventare il doppio, il triplo, il quadruplo, ma cresce esponenzialmente: si eleva alla seconda, alla terza, alla quarta. Dunque la circostanza sfortunata da cui si è partiti rischia di trasformarsi facilmente in una sorta di maledizione a vita, perché è difficile spezzare il ciclo psicologico che l’ha attivata.

Questa è la ragione per cui, generalmente, quando vedo qualcuno bloccato nella spirale discendente la prima cosa che faccio è solidarizzare con l’ingiustizia che vive. Se uno in una sola giornata si è rotto una gamba, ha avuto un guasto all’auto, è stato mollato dalla moglie e gli ha cagato pure un piccione in testa, avrà sacrosanto diritto ad una sfuriata, e avrà sacrosanto diritto a sentirsi dire da me “certo, però, che sfiga…”

Dopodiché continua così: “certo, però, che sfiga… ora però vediamo insieme cosa possiamo fare per migliorare la situazione, ok?”

Di quel “certo, però, che sfiga”, tuttavia, siamo sempre molto avari con gli incel. E perché mai?

È un problema a due facce. Essenzialmente, però, non ci piace ammettere che il mondo sia naturalmente ingiusto. In un mondo in cui si pensa di diventare vegetariani per far bene agli animali, ovvero si rinnega il concetto stesso di “male naturale”, è difficile ammettere che, semplicemente, non vogliamo o non siamo in grado di fare molto per far del bene agli incel, che al contrario degli animali sono membri della nostra società e dunque dovrebbero essere molto più a portata del nostro aiuto. Invece sono affidati principalmente a sé stessi. Più in generale, l’effetto San Matteo è una nozione raccapricciante per il senso di giustizia umano. Sei in ospedale e vedi questa signora che c’ha la leucemia, e non solo: due anni prima ha perso un occhio, e adesso le è morto pure il figlio in un incidente d’auto. È giusto così? Ovviamente no, ma succede, e infatti è la dimostrazione che Dio non esiste e il cosmo non ha concetti di giustizia. L’effetto San Matteo ripugna ogni nozione di equità, ma è un meccanismo alla base di una moltitudine di dinamiche sociali e naturali. Con un po’ di sforzo, possiamo accettare l’idea che la natura se ne freghi del nostro concetto di equità e metta in pratica simili abomini… ma accettare il fatto che anche noi stessi funzioniamo allo stesso modo?

Giammai. Inaccettabile. Specialmente negli ambienti progressisti, nei quali affrontare i primi due anelli della catena incel può essere davvero molto difficile. Dopo aver improntato ogni proprio discorso all’idea che il comportamento etico è quello fatto nel nome dell’equità, che nella società giusta ognuno riceve secondo i propri bisogni e dà secondo le proprie capacità, che addirittura siamo così avanti che possiamo iniziare a pensare di riformare in senso “equo” pure la catena alimentare… uno dei bisogni primari dell’essere umano è in balia dell’effetto San Matteo e non sappiamo farci niente. Prima di passare alle teorizzazioni folli dei redpill, prima di autocompatirsi, prima di fare stragi, gli incel avvertono semplicemente questo senso di ingiustizia, appropriatamente, e non sanno gestirlo. A questo problema mancano adeguate risposte sociali.

In questo senso va dato merito a quelle teoriche femministe che provano a proporre, da una prospettiva diversa, una via alla “giustizia sociale sessuale” che passa attraverso i concetti di body positivity, fat pride, la critica degli sterotipi estetici e via discorrendo. Un’idea lodevole, in sé, riformare i gusti sessuali per renderli più equi, ma personalmente io ho aspettative molto più basse di costoro sul genere umano. Infatti, non credo che alcuna di queste femministe si prenderebbe il tempo di provare anche solo a conoscere un incel. In certi casi, non si può dar loro torto: alcuni di loro sono veramente inapprocciabili, anche con tutta la buona volontà… E quindi, in un certo senso non dipende neanche da chi rifiuta, il rifiuto. Dipende solo da un’ingiustizia cosmica. Non avremo mai, a mio avviso, una “giustizia sociale sessuale”, il sesso non risponde a una dinamica di giustizia, anzi, è naturalmente sperequativo.  Per ottenere un effetto perequativo occorre nuotare contro una fortissima corrente.

Potremmo ammettere almeno questo: “ci spiace, ragazzi, siamo impotenti ad ‘aggiustare’ questo bug nella nostra natura che ci preclude la possibilità di dare a tutti il sesso di cui avrebbero bisogno quando ne hanno bisogno e nelle dosi che vorrebbero, sarebbe bello ma il comunismo sessuale non lo riusciamo a metter su”.

Di solito, non si arriva neanche a questo punto qui, ovvero riconoscere che, anche se il mondo del sesso e delle relazioni non è così mostruoso quanto lo dipingono gli incel, e comunque molto molto ricco di ingiustizia e ineguaglianza e Effetto San Matteo. Non ci esce proprio di bocca, ammettere che proprio attraverso sesso e romanticismo, queste cose così fighe, possano esprimersi ingiustizie così profonde. Anzi, addirittura generalmente al sesso affidiamo, nell’immaginario collettivo, il compito di riparatore dei torti! Nei film la ragazza viene provvidenzialmente “donata” all’eroe dal destino, è messa sul suo cammino e rappresenta una via di salvezza, è il dono di Dio all’eroe. L’amore (romantico, ovviamente) è la via di uscita dalla crudeltà del mondo. Al sesso e alla vita di coppia, dunque, il compito di riparare alle ingiustizie che viviamo in tutti gli altri ambiti della nostra vita.

Come si dice, “affidare la pecora al lupo”. Pessima, pessima idea. In realtà il nodo che non si scioglie qui, e che non si può sciogliere in nessuna maniera, è che al fondo di tutti i nostri tentativi di dare ordine etico al mondo c’è l’ingiustizia cosmica. Un nodo eterno e che dunque si cerca di obliare. Nel sesso, nell’amore romantico, noi in realtà riponiamo ancora quella fede che non abbiamo più in Dio: alla fine, nella sua saggezza, farà andare tutto bene.

Ed esattamente come faceva Dio, il sesso, per ogni buon raccolto che ti regala, ti dà tre eruzioni di Pompei. E anche a Dio qualche spiga di grano bastava, per passarla liscia per tutte le sue cattiverie.

 

Ossequi.

Annunci




L'”avvocata” e altre parole che non mi piacciono

27 06 2016
Tempo addietro leggevo un articolo di una femminista che lamentava come, nei sondaggi, anche intervistati che si identificavano pienamente con tutte le battaglie femministe rifiutavano la denotazione di femminista. La ragione, diceva l’autore in soldoni, è che laggente sono scemi e non capiscono cosa significa femminismo.
No, la ragione vera è che la gente si rompe i coglioni di leggere cose come questa virgolettata qui sotto. Il tema è l’uso di certe forme femminili che tendono a suonare stonate nella popolazione, come ministra, sindaca, avvocata (brrr), chimica, fisica.
 “continuare a escludere dall’uso le forme femminili è di fatto discriminatorio, perché questa scelta non si fonda su ragioni linguistiche, ma nasconde un pregiudizio. È come affermare, indirettamente, che determinati ruoli rimangono una prerogativa maschile”.
L’articolo originale è qui.
Dunque, in sintesi, se a me “avvocata” fa cagare sangue è perché ho un pregiudizio sessista contro le avvocate donne. E’ da notare, però, che nella frase predente ho scritto “avvocate”, letteralmente senza accorgermene lì per lì. Dunque “avvocate” mi piace, ma “avvocata” no. Ricordiamocelo per più tardi.
Ora, ovviamente, se parliamo di sessismo inconscio, così inconscio che non si vede mai se non quando dico “giovane avvocatessa” invece di “giovane avvocata”, la sua esistenza è qualcosa di infalsificabile. Posso affannarmi a cercare di dimostrare che non ho pregiudizi contro le avvocate, ma si potrà sempre dire che sotto sotto, al livello impercettibile ci sono (povero Popper).
Sono disarmato di fronte a questo tipo di accusa, un sessismo così inconscio potrebbe teoricamente essere dentro di me, seppur la sua esistenza o inesistenza mi pare di ben poco rilievo pratico se si limita al fatto che non dico “avvocata”. Tuttavia, questo me lo si deve riconoscere, se questo sessismo sottile esiste in me, è un sessismo stranissimo.
Non ho nessun problema a parlare di avvocate, al punto che mi “sfugge” nel discorso. Avvocata invece al momento mi fa l’effetto di un chiodo fra le palle. Quindi le avvocate mi piacciono solo se sono tante? Non assumerei un’avvocatessa, però ne assumerei due?
Personalmente mi viene molto naturale, parlando di ricercatrici nel settore chimico, parlare di chimiche; e curiosamente mi suona bene anche al singolare, “una chimica”. Ma “ingegnera chimica” mi fa venire il cagotto. Dunque, stando al ragionamento di cui sopra, io ho dei pregiudizi nascosti contro gli ingegneri chimici donna ma contro le ricercatrici che si occupano di chimica invece no; nonostante nella mia testa abbiano tutt’e due a che fare con roba che puzza e scambia elettroni e indossino tutt’e due occhialoni protettivi. Che altro, vediamo… ah, sì, non avrei nessun problema ad avere un’idraulica donna; strano, non mi sembrava un lavoro tradizionale da donne; se devo immaginarmi una donna avvocato mi viene molto più facile che a immaginarmene una idraulico; ma a quanto pare il pregiudizio vero ce l’ho contro le avvocatesse, non contro le idrauliche; e questo nonostante debba ammettere che una donna vestita da idraulico un po’ in testa mi stoni, al livello subconscio. Vuoi mettere una donna in salopette e abiti sporchi con un’elegante signora in tailleur? Credo di essere una delle dieci persone al mondo più lontane dai pregiudizi sessisti, ma devo ammettere che l’idraulica in salopette mi causa un impercettibile senso di stonatura che non mi causa la donna avvocato in tailleur. Se un sottilissimo pregiudizio ce l’ho, sarà contro le donne idraulico, non contro le avvocate. Avrei problemi ad avere una ministra, invece, a quanto pare. Non sono sicuro se avrei problemi ad averne più d’una però, perché ministre mi suona già più carino.
Ok, basta con le stronzate, è evidente che non può logicamente esserci un pregiudizio culturale alla base di un pattern così caotico e insensato. Dicono che escludere certe forme del femminile non ha senso; nell’articolo sopra si cita ad esempio l'”avvocata nostra” nel Salve Regina (trascurando il fatto che le preghiere generalmente non rappresentano una forma di linguaggio colloquiale, ma piuttosto un registro arcaico e altamente formale), dicendo che se ha senso nella preghiera non si vede perché non dovrebbe averli in tribunale.
A parte che ci sono ottime ragioni per aspettarsi registri diversi se sei un cristiano che supplica quella che per te è la figura più sacra dopo la Trinità in una preghiera preformulata, piuttosto che se stai facendo due chiacchiere con gli amici … posso benissimo riconoscere all’autrice della frase almeno un punto importante: non c’è nessun senso in questa scelta! Come non c’è nessun senso nel fatto che io parli indifferentemente di avvocate o avvocatesse, ma mai di un’avvocata. E’ semplicemente la gradevolezza interamente soggettiva del suono a determinare le mie preferenze linguistiche, così come quelle di chiunque altro. O forse altri fattori soggettivi che intervengono di volta in volta; magari, dico magari, nel mio caso non ho problemi a parlare di idraulica proprio perché ho dei pregiudizi contro l’idraulico donna, e allora sottolineo il fatto che è donna con una -a in desinenza proprio per la “stranezza” dell’idea, cosa che non sento il bisogno di fare quando invece parlo di un avvocato donna come di un’avvocatessa o semplicemente di un avvocato; magari proprio perché in quel ruolo lì una donna mi pare perfettamente intercambiabile ad un uomo non la declino al femminile. Non dico che sia così, ma guardandomi dentro è una possibilità ragionevole, sicuramente più sensata che pensare che abbia pregiudizi contro le avvocate donne. In ogni caso non sono io a volere trovare una logica particolare dietro l’uso di queste parole e addirittura una discriminazione più o meno volontaria.
Quando dico “avvocatessa” o “avvocato” per parlare di donne sono completamente innocente di sessismo. Forse non lo sono del tutto quando parlo di un’idraulica, invece. Tuttavia mi tocca sentirmi dire da certe femministe che siccome non dico “avvocata” allora sotto sotto sono un po’ sessista. Perdonate se mi viene da mandarla un po’ affanculo una persona che mi lancia accuse del genere completamente ad mentulam canis?
Sì, sono sicuro che lo capite tutti. E allora forse prima di andare a dire che la gente è scema e non capisce il significato della parola femminismo o di essere piena di pregiudizi sotterranei ma così sotterranei che non si vedono se non quando si parla di cazzate di nessun rilievo pratico, sarebbe il caso di rivedere certe questioni di immagine interne al femminismo, guardarsi un attimino allo specchio prima di lanciare accuse all’esterno, insomma.
Perché alla fine su questo aspetto, come su quello dell’asterisco di cui parlai in un articolo ormai vecchio, la mia idea è che si tratti di questioni e battaglie assolutamente idiote che però fanno danni collaterali in termini di immagine del movimento.
Per me i problemi sono ben altri. E attenzione, non lo dico come gli omofobi che parlano dei matrimoni gay, che dicono che non bisogna farli perché ci sono problemi più importanti e poi paralizzano il parlamento tre mesi a lavorare su una cosa che si poteva risolvere in una settimana, dimostrando che invece per loro i problemi sono proprio quelli e non “ben altri”.
Io dico che sono davvero ben altri, io dico che “avvocata” o “avvocatessa” non è proprio un problema di sessismo. E sono così convinto che i problemi siano ben altri, che tutto sommato sono disposto perfino a cedere e usare “avvocata”, se proprio una mi dice che ci soffre così atrocemente a sentirsi chiamare avvocatessa. Non riuscirete a convincermi, mi spiace, che questa questione è degna di essere annoverata fra i “problemi delle donne in Italia”; ma se proprio vogliamo ostinarci a trattarla come tale, dobbiamo aspettarci un certo tipo di reazioni nella gente che sono del tutto ragionevoli e normali.
Per la precisione, dobbiamo aspettarci che la gente si faccia l’impressione che le donne in Italia non abbiano problemi veri e seri di cui occuparsi, e per questo pensino a ‘ste minchiate qua, e che le femministe e i femministi godano a cercare di vedere maschilismo e discriminazione anche dove chiaramente non ce ne sta per il gusto di fare le vittime.
Queste false impressioni (almeno, la prima è falsa, sulla secondo inizio a nutrir dubbi), contrariamente a sciocchezze come l’uso di avvocatessa in luogo di avvocata, danneggiano veramente la condizione delle donne nel nostro paese nonché l’immagine del movimento femminista. Che poi, diciamolo, per quanto riguarda l’immagine del movimento femminista in realtà me ne sbatto anche un po’ il cazzo, ma confesso che, in un paese pieno di donne maltrattate e spesso non protette adeguatamente dalla legge, in un paese dove il sesso femminile è ancora assurdamente sottorappresentato in politica, in un paese in cui l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza è messo in forse da una legge ridicola sull’obiezione di coscienza, e potrei continuare a elencare problemi femminili come tutti ben sappiamo, sentirmi dire che esiste il problema del maschilismo nell’avvocatessa… ecco, devo dirlo, mi pare perfino irrispettoso verso i problemi seri.

Sono sicuro che mi perdoneranno per questo mio limite tutte le avvocate che hanno tentato il suicidio per l’onta di essere state chiamate avvocato. Cercate di capirmi, ho il pene; sono disposto ad assecondarvi se me lo chiedete ma purtroppo questo genere di assurde sofferenze non le posso comprendere appieno. Posso capirne altre, magari, ma sull’avvocata avete beccato il mio limite di empatia.

 

Ossequi.