Piccardo, le unioni civili e la poligamia

7 08 2016
Perché nessuno ha capito il senso delle affermazioni di Piccardo?
Ma vi pare davvero che un personaggio così esposto chiederebbe la poligamia in Italia? Con che possibilità? Al massimo potrebbe inasprire il clima di odio verso i musulmani, ma di sicuro non può ottenere il riconoscimento che dichiara di volere.
Ma davvero non si capisce il suo intento? Non avete seguito un minimo le strategie comunicative di Gianfranco Amato, Costanza Miriano e gang, abbastanza da aver imparato come si comporta un integralista religioso?
Facciamo un ripassino: Amato e Miriano sono effettivamente dei fanatici religiosi cui piacerebbe mandare i gay in carcere, vietare aborto e divorzio eccetera. Ma non la mettono mai giù in quel modo (se non in quei momenti in cui “gli scappa” di dire quello che pensano davvero), perché sanno che metterla in quel modo è una battaglia persa.
Per capire la strategia degli integralisti religiosi bisogna ricordare l’impagabile Salvemini:
“La realtà è che quando un clericale usa la parola libertà intende la libertà dei soli clericali (chiamata libertà della Chiesa) e non le libertà di tutti. Domandano le loro libertà a noi laicisti in nome dei principi nostri, e negano le libertà altrui in nome dei principi loro.”
L’integralista religioso non è stupido; ciò che fa va analizzato considerando il suo comportamento come altamente strategico: sta buono, mantiene un basso profilo, osserva in silenzioso disprezzo la società liberale e democratica, e attende il suo primo spiraglio di debolezza in cui infilarsi per aggredirla. Conosce tutti i bug del sistema democratico soprattutto per quanto riguarda la comunicazione, ed è sempre pronto a sfruttarli a proprio vantaggio.
I fondamentalisti, cattolici o islamici che siano, sanno che non possono ridurre la libertà di espressione dei loro nemici invocando il potere della censura, perché nella società occidentale quel potere è molto ridotto e spesso non è più dalla loro parte, dunque rovesciano la cosa e la pongono come una questione di “libertà di espressione” e “libertà di educazione”. Loro chiedono la libertà di odiare gli LGBT, la libertà di discriminarli, la libertà di propagandare quell’odio ovunque riescano senza nessun argine.
Il fatto che pongano la questione come una questione di libertà e democrazia non deve trarci in inganno, non deve essere scambiato neanche per un momento come il frutto di un sincero credo nella democrazia e nel pluralismo; quello che cercano di fare è semplicemente sfruttare le superficiali contraddizioni del sistema democratico e liberale con l’intento di farlo collassare, esattamente come dice Salvemini.
Una di queste contraddizioni è che la società aperta deve difendersi dai suoi nemici, dunque deve reprimere in varia misura coloro che vorrebbero distruggerla. Dunque i principi di libera espressione, libera educazione, libera stampa libero movimento etc. incontrano un limite nel momento in cui vengano usati proprio per limitare la libertà altrui. Dunque la società aperta può essere aperta solo fino ad un certo punto e i suoi principi hanno una validità per forza di cose limitata; questo limite è complesso, sfumato, difficile da tracciare; dunque chi vuole danneggiare la società aperta vi vede un’immediata debolezza, una presunta “incoerenza” da denunciare, un’area di cedimento, di potenziale confusione filosofica e culturale in cui insediarsi per far danni.
Quando la Miriano chiede libertà di espressione in realtà si sta muovendo strategicamente in due direzioni: la prima, si sta creando uno spazio di manovra per coltivare e diffondere idee repressive e totalitaristiche al sicuro dal giusto ostracismo cui sarebbe sottoposta altrimenti; la seconda, sta cercando di scatenare un senso di schizofrenia, confusione e contraddizione sui principi liberali. È come se dicesse “guardate: i vostri stessi principi sono quelli che permettono a me, che sono contro quei principi, di esprimermi contro di essi. Come fate a supportare una cosa così ipocrita e assurda? Appoggiate piuttosto il mio sincero e coerente totalitarismo teocratico!”
Finito il ripasso, torniamo a Piccardo. Non pensate neanche per un momento che Piccardo sia meno integralista o più scemo di Miriano ed Amato perché è musulmano, ragiona esattamente allo stesso modo: non sta richiedendo un diritto civile, piuttosto si sta ricavando uno spazio di manovra per organizzare una controffensiva contro i diritti civili, e al contempo fa la prima mossa di questa controffensiva: denuncia il sistema democratico dello stato di diritto come debole ed incoerente.
Non era una difesa della poligamia, la sua, quella avete più probabilità di sentirla a qualche pride; era un attacco alla comunità LGBT. E infatti un sacco di omofobi subito hanno colto l’assist e hanno ripreso in mano il loro vecchio argomento del pendio scivoloso… la frase di Piccardo serviva proprio a dargli questo assist. E lasciatemelo dire, è del tutto evidente che sia così anche dalla forma in cui l’argomento è stato posto!
“Io e milioni di persone non condividiamo la relazione omosex e tuttavia essa è lecita e ne rispettiamo gli attori. Ora lo Stato regolamenti anche il matrimonio plurimo”
Questo è chiaramente e inequivocabilmente un attacco omofobico in tutto e per tutto!
E dando spazio alle sue ridicolaggini lo si aiuta. Non che possa fare molto danno, beninteso, ma sarebbe meglio evitarlo.
Ossequi.
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Puttanate sul rapporto prenatale

5 05 2016

 

L’argomento è un po’ passato di moda ora che le unioni civili sono praticamente state approvate e, conseguentemente, gli omofobi hanno completamente dimenticato l’abbbominioh dell’ “utero in affitto”; tuttavia le stronzate sono come le buste di plastica: dopo che le immetti nell’ambiente restano in circolazione per diecimila anni. Ho pensato dunque che fosse il momento per fare un po’ di debunking serio sulla questione del cosiddetto rapporto prenatale.

Presentiamo il problema, per cominciare. Sappiamo che l’integralismo cattolico, con abile mossa, è riuscito a trasformare il dibattito sulla stepchild adoption a coppie omosessuali in un dibattito sulla gestazione per altri a pagamento. Sul tema ho già scritto in passato, ma non ho mai preso l’argomento dal punto di vista strettamente scientifico, nonostante su questa cosa abbiamo visto mettere in giro le peggio stronzate, anche da parte di presunti scienziati. Perfino un tele-psichiatra di cui non ricordo il nome (definisco tele-psichiatra uno psichiatra di dubbissima competenza che è reso famoso solo dalle comparsate in TV) andò ad un dibattito sulle unioni civili in TV con Monica Cirinnà a sostenere una cosa tipo che “il rapporto prenatale fra madre e figlio è un legame innegabile e indistruttibile la cui recisione danneggia inevitabilmente entrambi”, affermando che si trattasse di indiscutibile evidenza scientifica. Per non parlare poi degli esperti scientifici prêt-à-porter come la Tatangelo, che scrisse su facebook che il legame prenatale fra madre e figlio è una realtà indiscutibile per confermare la quale non c’è bisogno della scienza, lo si sa “per istinto”.
È quello che dicono tutti gli ignoranti che vogliono avere opinioni forti senza prendersi il disturbo di studiare seriamente quello di cui parlano; si inventano che non c’è bisogno di studiarlo perché hanno la Scienza Infusa.

Ora, non ho scelto il titolo a caso: tutta questa storia del legame indistruttibile fra madre e figlio prima della nascita è una PUTTANATA. Non è vero proprio PER NIENTE.

Chiariamo ovviamente che, indiscutibilmente, una madre che aspetti un figlio desiderato fa della gravidanza l’oggetto di un forte investimento emotivo, tale che essa diventa nella sua vita un’esperienza carica di molti significati romantici. Il fenomeno in questione, che in Italiano viene spesso chiamato attaccamento prenatale e in Inglese viene chiamato Maternal-Fetal Attachment (MFA), è studiato, conosciuto e effettivamente si verifica nelle madri che si identificano fortemente nella propria maternità.

Nulla voglio togliere alla profondità e alla bellezza di questa esperienza EMOTIVA. Ma si tratta di un’esperienza emotiva e va ben distinta dalla biologia sottostante.

Un primo passo per rendersi conto di quanto poco il fenomeno abbia a che fare con la biologia è leggere l’esperienza di una madre surrogata. Vediamo cosa dice qui, per esempio:

In questo momento sto aspettando i gemelli di una coppia tedesca che nasceranno tra sei mesi. È la quarta volta che ospito nel mio ventre i figli di chi non può partorirne. Oltre a quello di mio figlio, nove anni fa, ho avuto altri tre parti: due singoli e uno gemellare. Con questo fanno quattro. E io mi ricordo solo quello in cui è nato il mio bambino: un vero e proprio salto nel buio, in cui non sapevo minimamente cosa fare né come avrebbe reagito il mio corpo. Dopo dodici ore di travaglio, molta ansia e preoccupazione, avere in braccio mio figlio è stata una delle emozioni più forti che abbia mai provato. Con gli altri parti è tutta un’altra cosa: so già cosa fare, so come reagisce il mio corpo. Ed è molto più facile perché so cosa accade.

Durante le gravidanze che faccio per gli altri genitori non penso mai: “Questo figlio è mio, me lo tengo”, perché so dal primo momento che non lo crescerò, che lo partorirò e poi lo darò ai suoi genitori. So che porto avanti la gravidanza per altri. Anche adesso, quando sento i gemelli muoversi, quando ho le nausee e mi duole la schiena, non si crea quel legame materno che ho avuto fino da subito con mio figlio. Certo sto attenta a cosa mangio e mi tengo curata ma mi dico: “Ci sono due persone che si prenderanno cura di lui, è per loro che lo faccio”.

Lo voglio ribadire: io ho un solo figlio, la più grande gioia della mia vita. Gli altri che ho messo al mondo sono i figli di qualcun altro. Non mi ricordo né il giorno in cui sono nati né se erano maschi o femmine, nemmeno quanto pesavano. Non mi interessava e non mi interessa. Questi bambini non hanno niente di me, non hanno il mio dna, non verranno educati da me. Io li ho solo partoriti, ho aiutato chi naturalmente non lo poteva fare. E aver visto gli occhi pieni di gioia delle mamme e dei papà ai quali li ho consegnati è una delle cose che mi rende felice e serena. Per me mio figlio è così importante: perché non aiutare gli altri ad averne? Cosa c’è di male?

Questo passo rende benissimo il fulcro del concetto attraverso la testimonianza: la madre surrogata di cui si parla qui ha sperimentato l’MFA quando attendeva il SUO bambino, ma non lo sperimenta mai quando fa la surrogata. Questo accade perché è una specie di madre degenere e pazza, un titolo questo che l’integralismo e le mamme sentimentalone alla Tatangelo dispensano con incredibile facilità?

No. Semplicemente perché non è la madre. È solo la madre surrogata, porta solo avanti la gravidanza, svolge il processo biologico E BASTA, conseguentemente non sviluppa nessun legame emotivo col feto.

Ho deciso di partire dalla testimonianza presente per capire di che si sta parlando, ma in realtà il mio punto è una questione ben nota a psicologi e psichiatri, anche se forse non è molto nota a tele-psicologi e tele-psichiatri che non hanno tempo per studiare perché devono passare le ore a farsi truccare per apparire belli alle telecamere: l’MFA è un fenomeno esclusivamente psicologico-sociale, che ha a che fare con l’identificazione della gestante nel ruolo di genitrice.angry

In questo articolo viene fornita una presentazione breve del fenomeno, che però basterebbe da sola a smentire tutte le leggende sull’argomento. Certo, un tele-psichiatra non ha tempo di leggere neanche un trafiletto prima di andare a sproloquiare davanti all’obbiettivo e a ‘sto punto dubito che conosca l’Inglese, ma noi ce l’abbiamo il tempo e per chi non sapesse l’Inglese fornirò gentilmente una traduzione dei segmenti più significativi:

Maternal-fetal attachment (MFA) is a term used to describe the relationship between a pregnant woman and her fetus. Qualitative descriptions of maternal attitudes and adaptation to pregnancy indicate that MFA is based on cognitive representations of the fetus. These may include imagined scenarios between mother and child, as well as a mother’s attribution of physical and emotional characteristics to the fetus.1 MFA is manifested in behaviors that demonstrate care and commitment to the fetus and include nurturance (eating well, abstaining from harmful substances, such as alcohol), comforting (stroking the belly), and physical preparation (buying baby clothes and equipment).

Traduzione:

Attaccamento materno-fetale (MFA) è un’espressione usata per descrivere la relazione fra una donna incinta e il suo feto. Descrizioni qualitative degli atteggiamenti materni e dell’adattamento alla gravidanza indicano che l’MFA è basato su rappresentazioni cognitive del feto. Queste possono includere scenari immaginari fra madre e bambino, così come l’attribuzione al feto di caratteristiche fisiche o caratteriali da parte della madre. L’MFA si manifesta in comportamenti che dimostrano attenzione e preoccupazione per il feto e includano cura fisica (mangiare bene, astenersi dal consumo di sostanze dannose come l’alcol), conforto (accarezzare il ventre), e preparazione fisica (comprare vestitini ed accessori per il bambino.(enfasi mia)

Ho sottolineato “rappresentazioni cognitive del feto” perché quell’espressione è la chiave per comprendere il fenomeno. La madre non conosce il feto, e il feto non conosce la madre. Non si sono mai visti né sentiti, hanno soltanto un rapporto di natura biologica. Tuttavia, se la madre desidera quel bambino e si sente madre, inizia normalmente a calarsi nel ruolo della madre molto prima di partorire, e inizia a vedere nel feto un bambino autentico anche se ancora non lo è. L’attaccamento materno-fetale, insomma, non rispecchia il legame biologico fra madre e feto, bensì l’investimento emotivo della madre nei confronti del bambino che nascerà, nonché il proprio progressivo calarsi nel ruolo genitoriale.

La Tatangelo a quanto pare crede che essere madre le infonda una sapienza millenaria che non ha bisogno di conferme scientifiche. Dubito che una simile cristallina illuminazione divina possa essere messa in crisi da una cosa fragile come i fatti, ma si può facilmente dimostrare che questo fenomeno magico, eterno e inscritto nella natura umana di cui lei in quanto madre ignorante sa “per istinto” ha invece un preciso sviluppo storico.

The concept of MFA is relatively new and has not been well studied or defined. Inquiry into a woman’s psychological reaction and adjustment during pregnancy began in the 1970s. Prior to that time, there are few scientific data available on women’s thoughts or feelings about their pregnancies. Historical and literary accounts of women’s experiences in childbirth prior to the 20th century reveal that women were primarily concerned with enduring and surviving pregnancy. Letters written by women in the 19th century show evidence of maternal projections about the expected child as well as feelings of loss from a miscarriage or infant death. Writings of their own physical suffering and fear of death were more common.

The declining mortality rate and technological developments in western nations over the past 30 to 40 years have changed conceptions about pregnancy and the fetus. Women can detect pregnancy earlier and are able to view high-resolution images of their fetus at earlier dates. This knowledge may serve to allow women to adopt optimal health practices earlier.

Traduzione:

Il concetto di MFA è relativamente nuovo e non è stato ben studiato e definito. Indagini sulla reazione psicologica e sull’adattamento della madre durante la gravidanza sono iniziate negli anni ’70. Prima di allora, ci sono pochi dati disponibili riguardo ai pensieri e alle emozioni delle donne durante le gravidanze. Resoconti storici e letterari sulla maternità prima del 20° secolo rivelano che la prima preoccupazione delle donne era resistere e sopravvivere alla gravidanza. Lettere scritte da donne nel 19° secolo mostrano prove di proiezioni mentali sul bambino atteso così come sensazioni di lutto e perdita in seguito all’aborto. Tuttavia sono più frequenti resoconti riguardo alle proprie stesse sofferenze fisiche e alla paura della morte.

Il declino nel tasso di mortalità e lo sviluppo tecnologico nelle nazioni occidentali negli ultimi 30-40 anni hanno cambiato il modo in cui gravidanza e feto sono concepiti. Le donne possono scoprire di essere incinte più rapidamente e sono in grado di vedere immagini ad alta risoluzione del proprio feto più precocemente. Questa conoscenza può servire per permettere alle donne di adottare pratiche igieniche ottimali in anticipo.

Insomma, l’MFA è un fenomeno che si verifica solo quando la madre sa di essere incinta e solo quando non si pone il problema, ben più pressante, di sopravvivere alla gravidanza.

Ma d’altro canto, davvero non ci aspettiamo che le cose vadano in questo modo? Come fa una donna ad affezionarsi al feto se non sa di stare portando un feto? Deve almeno accorgersi di essere incinta per poter provare attaccamento per il feto! Eppure sappiamo che si può essere incinte senza accorgersene molto molto a lungo, perfino fino al parto in certi casi. Come diavolo si forma questo legame magico e spirituale fra madre e figlio se la madre non sa di avere un figlio? E se poi pensiamo alle civiltà antiche, come quella greca classica, presso la quale i neonati talora venivano “esposti” ovvero abbandonati a morire, diventa chiaro che se le madri non tenevano in considerazione la vita del bambino già nato, allora non tenevano in considerazione neanche quella del feto.

A ciò si aggiunge l’evidenza aneddotica che abbiamo sulle madri surrogate: nel caso della gestazione per altri non si verifica attaccamento materno fetale, perché la madre non si sente madre e dunque non fantastica su come sarà il suo rapporto col bambino, come se lo crescerà, che vestiti gli metterà etc.

Se ci si ferma un attimo a ragionare su queste cose, vediamo che in realtà quello che osserviamo è esattamente quello che dovremmo aspettarci: la madre si affeziona al feto solo se sa che diventerà il suo bambino; perché dovrebbe, altrimenti? Non l’ha mai “visto” e conosciuto veramente come persona, non c’è ragione per cui debba affezionarcisi; può affezionarsi soltanto all’idea che si fa della futura persona. Se non si fa nessuna idea a riguardo, non c’è nulla a cui possa affezionarsi.

Quindi è vero che la madre può stabilire una forma di attaccamento prenatale, ma si tratta di un fenomeno esclusivamente psicologico legato all’immaginario materno, e non si verifica in una madre surrogata.
Mi aspetterei, invece, che si verificasse nella madre vera e probabilmente anche nel padre/nei padri, anche se non lo stanno portano in grembo loro; ma mi pare che questo tipo di fenomeno non sia ancora stato oggetto di studi adeguati.

E vorrei sottolineare che non c’è assolutamente niente di male a non affezionarsi a un feto se si sa che non è il proprio futuro figlio, è del tutto normale e non danneggia nessuno, esattamente come è del tutto normale e non danneggia nessuno affezionarcisi se si sa che è il proprio.

Ma se provassimo a invertire il discorso? Il feto si affeziona alla madre mentre è nell’utero, invece?

Altra sciocchezza. Per i due terzi della gravidanza il feto non ha sistema nervoso o lo ha del tutto rudimentale, al punto che la legge permette di abortirlo, quindi possiamo escludere che in questa fase il feto sviluppi alcunché.

E dopo? Dopo il feto non vede mai la madre e non sente mai la madre, quindi come fa ad affezionarcisi? L’unico contatto che ha con la madre dal punto di vista sensoriale sono le stimolazioni tattili dell’utero e l’odore del liquido amniotico.

Le stimolazioni tattili sono del tutto anonime, non c’è modo che il feto possa affezionarsi alla madre sulla base delle stimolazioni tattili dell’utero. Ma l’odore del liquido amniotico?

Anche quello non è personalizzato, o per lo meno, non lo è a sufficienza da permettere di riconoscere la madre. Il liquido amniotico ha un odore molto simile a quello del latte materno, per cui il neonato è immediatamente attratto dal latte umano, ma non è particolarmente attratto, in prima battuta, da quello di sua madre; qualsiasi latte materno lo attrarrà, appena nato. Imparerà presto a riconoscere i peculiari odore e sapore del latte di sua madre, ma questo non accadrà fino al sesto giorno dopo la nascita, o al più presto al quarto (Macfarlane, 1975; Mizuno, Mizuno, Shinohara, & Noda, 2004). Va da sé che se tre giorni dopo la nascita ancora non sa distinguere il latte materno da quello di un’altra donna, vuol dire che l’odore della madre non lo conosce neanche prima della nascita.

Certo, il neonato impara a riconoscere la madre presto, ma di sicuro non prima di uscire dall’utero; non l’ha mai vista né sentita prima di allora. E anche quando inizia a riconoscerla, non è che la cosa cambi molto; ovvio, si abitua a quel particolare soggetto accudente, ma questo non significa che non possa, eventualmente, disabituarcisi e abituarsi ad un altro se la madre venisse sostituita. Sono fenomeni biologici, non c’è niente di magico nel rapporto fra madre e neonato, anche se la gente tende a caricare il fenomeno di significati astratti e romantici.

Ora vorrei rispondere ad un’ultima questione che ho visto sollevare da parte di ambienti integralisti, ovvero un argomento che usa la sperimentazione animale. Questo mi punge sul vivo, per motivi che immaginerete … In particolare, ho visto qualcuno usare come “prova” di presunti danni che l’utero in affitto causerebbe al bambino gli esperimenti di deprivazione materna sui roditori.

Negli esperimenti di deprivazione materna, infatti, si è osservato che i roditori soggetti al protocollo in questione da adulti sviluppano ipersensibilità allo stress, deficit cognitivi, aggressività e via con altre spiacevolezze.

Questo argomento mi diverte molto perché si dà il caso che metà della mia tesi di dottorato l’abbia fatta sulla deprivazione materna nei roditori, e se Dio vorrà un giorno vedrò anche una pubblicazione con su il mio nome a riguardo.

Ora, io ovviamente non sosterrò che non si possano traslare i risultati ottenuti su animali nell’uomo, anche perché se no non avrei fatto quel tipo di lavoro in principio. Tuttavia la cosa va fatta con un minimo di ragionamento e sulla base di una conoscenza approfondita, e sottolineo APPROFONDITA, del modello e dei protocolli di cui si sta parlando; non a cazzo di cane appiccicando insieme qualche frase carpita qua e là dagli abstract dei paper.

Il bambino partorito da una gestante per altri, dopo la nascita, viene affidato subito alla coppia genitoriale che si occuperà, presumibilmente con adeguata cura, di tutti i suoi bisogni fisici e psicologici. Questa situazione non ha niente, ma proprio NIENTE a che vedere col protocollo di separazione materna usato sui roditori, oserei dire che è l’esatto opposto di quella che vediamo nel protocollo di separazione materna. Il protocollo in questione io l’ho visto mettere in pratica durante il mio soggiorno estero, anche se per fortuna nessuno mi ha mai domandato di praticarlo io, e devo dire che è abbastanza “cattivo” da far incazzare a morte qualunque animalista. Il protocollo in questione prevede che, a partire dal secondo giorno dopo la nascita (nel primo giorno il protocollo non si pratica o si pratica in forma attenuata per periodi più brevi), i topi neonati vengano presi singolarmente, separati dalla madre e messi in una gabbia a parte per un periodo minimo di tre ore. È importante che il periodo sia lungo, perché separazioni brevi, nell’ordine dei quindici minuti, hanno invece un effetto positivo sullo sviluppo del topo, e infatti quel tipo di protocollo non è chiamato separazione materna ma neonatal handling, manipolazione neonatale, proprio perché ha effetti addirittura opposti.

Per capire cosa significhi un tipo di protocollo come la separazione materna in termini di impatto sullo sviluppo dell’animale bisogna conoscere la fisiologia del topo e capire in cosa si differenzia da quella dell’uomo.

Il topo, specialmente il topo neonato, è un animale piccolo. La fisiologia del topo si comprende solo se lo si osserva tenendo conto che è un animale piccolo, mentre noi siamo animali piuttosto grossi. Un tipico slogan degli animalisti contro la sperimentazione animale è “non siamo topi di 70 Kg”… Be’, a dirla tutta se i topi pesassero 70 Kg la differenza fisiologica più significativa fra noi e loro sarebbe svanita.
Se il topo è un animale piccolo, il topo neonato è un animale minuscolo. Minuscolo significa un rapporto superficie/volume altissimo. Un rapporto superficie/volume altissimo vuol dire fortissima dispersione di calore. Il che a sua volta significa altre due cose: che il topo neonato ha bisogno di essere scaldato continuamente dal corpo della madre e dei fratelli e che ha bisogno di mangiare spessissimo perché ha un forte bisogno di calorie. Insomma, per il cucciolo di topo la termoregolazione è forse la più importante esigenza fisiologica. Dunque una separazione di tre ore dalla madre, per un topo neonato, non significa aver rotto una specie di magico rapporto spirituale, ma qualcosa di molto più prosaico: significa non soddisfare la sua principale esigenza fisiologica, i.e., significa fargli soffrire il freddo e la fame. Inoltre, esattamente come i neonati umani, il topino ha bisogno anche di stimolazione tattile, che ha effetti molto benefici sullo sviluppo del sistema nervoso centrale (insomma va coccolato un po’) e ovviamente va tenuto pulito quando orina o defeca.  Per poter rendere il paragone con un umano sensato, bisognerebbe togliere il bambino alla madre per qualcosa come dodici ore, metterlo nudo sul balcone in autunno inoltrato e per tutto questo periodo non pulirlo, non toccarlo, fottersene completamente di lui insomma. Aggiungiamo che nel protocollo di separazione materna si usa spesso anche fare al topino delle piccolissime iniezioni di soluzione fisiologica. Piccole, ma comunque dolorose, considerando le dimensioni dell’animale. Quindi diciamo che il nostro neonato ogni tanto bisogna anche andare a prenderlo a ceffoni perché grida troppo.

Esistono situazioni in cui i neonati umani sono trattati così? Sì, esistono. E esistono anche situazioni meno estreme in cui il paragone fra separazione materna nel roditore e il trattamento ricevuto dal neonato umano può comunque reggere. Ma paragonare un protocollo barbaro come la separazione materna nel roditore a quello che succede quando un neonato passa dalla madre surrogata nelle mani della coppia genitoriale è di un’idiozia offensiva; il neonato in questione verrà trattato benissimo e vedrà tutti i propri bisogni soddisfatti, il protocollo di separazione materna serve a riprodurre situazioni di maltrattamento grave.

Questo particolare caso di fraintendimento mi permette di ribadire un consiglio dato in altre sedi a chi voglia interessarsi di scienza: se non siete addetti ai lavori, è inutile che leggete e citate pubblicazioni scientifiche, perché verosimilmente capirete fischi per fiaschi, come fanno quelli che mi citano gli studi di separazione materna come argomento contro la gestazione per altri. Piuttosto parlate con qualcuno che ne capisca della questione e fatevi spiegare le cose da lui, vi farete un’idea di più chiara.

Ciò detto, se proprio vogliamo fare un paragone coi roditori, vorrei ricordare che le mamme topo allevano i cuccioli tipicamente in comune e il maschio viene di solito allontanato proprio perché è una minaccia per la prole. Quindi si direbbe che per i topini l’ambiente di crescita ideale sia … La coppia lesbica!

Quindi, ricapitolando:

Non è vero che l’attaccamento fetale è un legame di natura fisiologica. Si tratta al contrario di un fenomeno psicologico che riflette l’adattamento della gestante al futuro ruolo di madre.

Non è vero che si verifica sempre e che è geograficamente e storicamente ubiquitario. Nella sua forma attuale, esiste sì e no da un cinquantennio.

Non è vero che anche le madri surrogate provano l’MFA.

L’MFA comunque riguarda la madre, non il bambino; il bambino inizia a riconoscere la madre solo dal quarto-quinto giorno di vita in poi.

Non è vero, infine, che gli studi su animali confermino la presenza di un rapporto magico fra madre biologica e figlio.

 

Spero di aver fatto un servizio di informazione utile e spero che questi dati contribuiscano ad arginare lo spargersi di melensi luoghi comuni e disinformazione sull’argomento.

 

Ossequi.

 

 

Macfarlane, A. (1975). Olfaction in the development of social preferences in the human neonate. Ciba Found Symp(33), 103-117.

Mizuno, K., Mizuno, N., Shinohara, T., & Noda, M. (2004). Mother-infant skin-to-skin contact after delivery results in early recognition of own mother’s milk odour. Acta Paediatr, 93(12), 1640-1645.





Ai senatori “malpancisti”

16 01 2016
E’ sorta una reazione abbastanza indignata, da parte di alcuni, contro i giornalisti di gay.it che hanno pubblicato una lista coi nomi e cognomi dei senatori “malpancisti” che vorrebbero far naufragare la legge sulle unioni civili. L’accusa di aver steso una lista di proscrizione e di usare metodi squadristici (vedi ad es. La Repubblica).
Ora, l’accusa di squadrismo, ovviamente, è sbagliata, perché nessuno di questi senatori avrà un danno alla propria vita peggiore di un’e-mail un po’ intasata per un giorno; i fascisti facevano tutt’altro ed è offensivo anche solo fare il paragone. Per come la vedo io quella di gay.it è solo un’iniziativa informativa, e una giusta nel merito se non nel metodo, perché io devo sapere chi è che vota contro di me in Parlamento.
Vero è, però, che questo tipo di metodi non sono utilizzati molto di frequente nel dibattito politico (intendiamoci, sono utilizzati, ma non di frequente e di solito in forma un po’ diversa). Perché gli LGBT vi fanno ricorso in casi come questo?
Io credo che molti “esterni” non riescano a capire perché i gay hanno questo tipo di reazioni. Al di là del fatto che siano adeguate al raggiungimento dei risultati politici o che non lo siano, sono sicuramente adeguate alle esigenze della comunità omosessuale.
Una volta le storie di omosessuali nei film e nella fiction erano rare ed erano solo storie tragiche… ma rispecchiavano bene quello che accadeva a moltissimi omosessuali. Oggi finalmente le storie gay nella fiction sono più frequenti e meno tragiche, e a volte anche molto positive, e ciò è fantastico. Ma l’effetto collaterale di ciò è questo: che molti eterosessuali finiscono col convincersi che improvvisamente i gay stiano benissimo, che siano ricchi, accettati da tutti, spensierati ed allegri.
Non è così. La vita di molti, probabilmente della maggioranza dei gay italiani è ancora difficile o difficilissima: affrontiamo da piccoli odio, bullismo e discriminazione. Fin dalla più tenera età ci viene detto che siamo diversi, che siamo difettati, che non siamo in grado di provare vero amore, che non possiamo crescere dei figli, che non possiamo avere una vita normale. Dire ai genitori del nostro orientamento sessuale è difficile e spesso doloroso; difficile prevedere come reagiranno e che ripercussioni potrà avere la cosa. Il percorso di accettazione, quando c’è, è lungo e complesso per tutti. E infine, la discriminazione di stato, che completa il quadro di difficoltà in cui siamo calati e non solo: vi appone sopra il sigillo di approvazione. Avevano ragione, quelli che ci dicevano tutte quelle cose orrende, lo stato dà loro ragione!
La vita degli omosessuali in Italia è ancora molto, molto difficile, anche se meno che in passato per fortuna. La questione dei diritti non è dunque una semplice richiesta politica, è anche l’urlo di protesta di chi troppo a lungo è stato schiacciato. Gli eterosessuali non si devono mai chiedere come reagiranno i genitori al loro essere omosessuali, né devono fantasticare di fughe all’estero per potersi costruire una famiglia, né devono porsi il problema di come potrebbero reagire parenti, amici o datori di lavoro sapendo che sono eterosessuali. Tutti questi sono problemi estremamente seri per il loro duplice valore di immediatezza pratica (io se voglio sposarmi non posso, sic et simpliciter) e di peso psicologico.
Dunque questi “malpancisti”, agli occhi di molti eterosessuali colpevoli soltanto di “idee diverse”, in realtà verso noi LGBT sono colpevoli di crearci autentiche difficoltà, autentica sofferenza, autentica discriminazione. Giocano letteralmente sulle nostre vite, danneggiano attivamente e direttamente le nostre vite. Incazzarcisi per noi è davvero il minimo. Se qualcuno dentro di sé in questo momento li stesse odiando, lo capirei, è una reazione brutta ma drammaticamente umana.
Non è un caso che una delle iniziative più apprezzate anche dagli etero per la simpatia e la serenità con cui è stata presentata sia stata quella di Giampietro Belotti, il “nazista dell’Illinois”. Che non ringrazieremo mai abbastanza, e che è etero. Proprio il fatto di essere eterosessuale gli ha permesso di fare una cosa che a noi LGBT viene talvolta difficile: scherzare sulla situazione. I nostri problemi sono seri e tendiamo a prenderli sul serio. Forse non sempre premia strategicamente, ma non si può dire che non sia una reazione normale.
Ribadisco che l’accusa di squadrismo è del tutto campata in aria, lo squadrismo non è quello. Tuttavia posso capire che dall’esterno la reazione molto forte che abbiamo ai pregiudizi omofobici possa non essere immediatamente comprensibile.
Ed è a questo punto che tocca anche un po’ a voi lettori… sì, anche a voi, signori “malpancisti”, fare lo sforzo di capire noi: la discriminazione e la violenza, sia fisica che psicologica, per noi non sono una questione ideologica, ma la realtà sofferta della nostra vita. Le nostre reazioni ad essa non possono che rispecchiare ciò.
Ossequi




Prove tecniche di teocrazia

3 12 2015

Scioccante e rivelatrice la levata di scudi del mondo cattolico integralista contro la docente che ha deciso di cambiare sesso.

Scioccante perché, tenetevi forte, perfino in Iran, una teocrazia islamica, il transgenderismo è ammesso e legale.

Rivelatrice perché in realtà abbiamo già insegnanti transessuali in Italia da anni, e per molti anni nessuno ha detto niente. Per quanto non sia un’esperienza di tutti i giorni, rientra tutta nel range della “normalità”. Solo oggi è diventata uno scandalo pazzesco, grazie agli strali di odio e al terrorismo psicologico dei talebani de ‘noartri. E il fatto getta luce ulteriore sulla già cristallina strategia degli adinolfiani: essi giocano sui pregiudizi sessisti ed omofobici preesistenti nella popolazione, cercando di farli emergere nuovamente al massimo livello di pericolosità.

Bisogna dire che gli italiani obbiettivamente vivono una dissonanza cognitiva: in media rispettano idealmente la dignità delle persone omosessuali e transessuali, al punto che ci convivono fianco a fianco; sono figli, amici, colleghi, genitori e parenti: l’italiano medio non odia il gay perché ne conosce uno. E tuttavia afferma tranquillamente che i gay non dovrebbero avere i suoi stessi diritti.

Tutto ciò ci ricorda Himmler che, nel discorso di Posen, spiegava al suo pubblico di gerarchi le ragioni del segreto attorno alla Shoah:

“Ed ecco che se ne arrivano, tutti i nostri ottanta milioni di tedeschi, e ciascuno di essi ha il suo bravo ebreo. E dicono: ‘gli altri tutti porci, ma ecco un ebreo di prima classe’.”

Ovviamente, però, se tutti quanti conoscono un bravo ebreo o un bravo gay o un bravo musulmano o un bravo transessuale, non è vero che sono tutti porci, e neanche la maggioranza. E qui sorge la contraddizione: perché, se davvero mi rispetti come umano tuo pari, mi dai pari diritti, è ovvio.
Noi LGBT infatti mettiamo in luce continuamente questa contraddizione, e diciamo agli italiani “guardate che, visto che idealmente ci considerate persone vostri pari, dovreste anche rispettarci concretamente attraverso diritti  e tutele”.
Gli integralisti cattolici del GIENDER, dal canto loro, si muovono in direzione opposta, ma dobbiamo rendergliene atto, col medesimo rigore logico: “italiani, visto che non siete disposti a rispettare concretamente gli LGBT, dovreste anche ammettere che sono pericoli per la società e che dovrebbero essere rinchiusi nei manicomi”. Che come discorso fila bene. In effetti l’incoerente qui è, come al solito, il middle voter, che nella dissonanza cognitiva sguazza beato e vorrebbe restarci ad libitum.

E, per corteggiare il middle voter moderato, gli integralisti cattolici cercano di presentarsi come moderati a propria volta. Salvo qualche pazzesco scivolone.

Per esempio, in questa deliziosa intervista, Satan… cioè, l’avvocato Gianfranco Amato (per l’occasione ribattezzato Giuliano da “Il Giornale”, evidentemente avvezzo a trattare con Amato di ben altra levatura se non morale, almeno politica) ammette con suprema lucidità che

“con i gay parificati ai neri e agli ebrei, dire che un uomo non può sposare un altro uomo equivarrà a dire che va impedito il matrimonio fra l’uomo bianco e la donna nera”.

Be’, sì, più o meno qui ha ragione. Siamo chiari, in realtà la legge Mancino già ora non è applicata quasi mai; basti dire che abbiamo la Lega Nord in Italia per rendersi conto del fatto che la Mancino già ora ha un valore quasi esclusivamente simbolico, e consideriamo che se va in porto la Scalfarotto sarà ulteriormente indebolita attraverso il salva vescovi. Quindi, malgrado godrei come una scrofa a vedere certe facce in prigione, non accadrà mai. Ma anche se concretamente lo scenario paventato da Amato non si realizzerà certo con la Scalfarotto, concettualmente il suo ragionamento, ancora una volta, non fa una grinza: se io dicessi che i matrimoni interrazziali sono un abominio sarei a tutti gli effetti un razzista, esattamente come dicendo che i matrimoni gay sono un abominio sarei un omofobo. Lineare.
E infatti Amato ci dice chiaro e tondo che omofobo lui lo è al 100%, e ci rende più chiaro il concetto istituendo un parallelismo logicamente ineccepibile fra la sua omofobia e il razzismo. Potrebbe quasi sorprendere il candore e l’onestà con cui dichiara al mondo di coltivare un’ideologia del tutto sovrapponibile all’Apartheid, ma io mi concentro maggiormente sul suo rigore logico, che è perfetto nella sua malizia. Sostanzialmente ci dice: “odio i gay, voglio discriminare e insultare i gay, voglio sottoporli allo stesso trattamento dei neri durante l’Apartheid, e voglio che me lo lasciate fare senza nessuna conseguenza”. Ma com’è moderato, lui!
Certo non si può dire che non sia stato chiaro e coerente. Peccato che adesso si è trovato dei consulenti di immagine che gli hanno fatto notare che non può dire quello che pensa in questo modo, altrimenti sono sicuro che ci regalerebbe molte altre perle …
E d’altro canto, qualche sospetto di essere di fronte a gente non proprio moderata ci era già venuto sentendo Costanza Miriano sperticarsi in lodi per Wladimir Putin, meritevole di aver de facto reso impossibile l’associazionismo gay e ogni manifestazione per i diritti LGBT nel suo paese.

Ma, se dopo aver letto dichiarazioni abominevoli come questa stessimo coltivando ancora dubbi su chi sono le persone come Amato, ecco che ora al banco di prova ci dicono chiaramente quale sarebbe la prima azione ufficiale se dominassero l’Italia: i transessuali insegnanti li licenziamo o li escludiamo a priori dall’insegnamento perché sono “pericolosi”.

Come gli ebrei ai tempi delle leggi razziali, e allo stesso livello delle teocrazie islamiche attuali o, perfino, peggio.

Quindi, ricapitolando: gay e transessuali non dovrebbero sposarsi e avere figli, non doverebbero poter insegnare, in più per loro dovrebbero essere sospesi i diritti costituzionali di manifestazione e di associazione. Se ci mettiamo dentro pure quello che scrisse Ratzinger nella sua famigerata lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali, non abbiamo neanche diritto all’alloggio.

Fortuna che loro sono i moderati che rispettano la dignità degli LGBT, se no che facevano, ci buttavano direttamente nei forni?

 

 

Ossequi.





Matrimoni gay e “l’Argomento dalla Normalità”

5 07 2015

Come ho sottolineato più volte, questo blog è fatto per essere letto per intero, e magari pure più volte; questo perché alcune cose scritte in questo o quell’articolo sono presupposte, oppure spiegate più propriamente, in altri articoli. I rimandi sono ovunque e dovrebbero permettere al lettore attento di comprendere il senso complessivo della mia filosofia.

Per esempio, quello che scriverò in questo articolo l’ho già disseminato in altri due articoli precedenti. Dunque alcuni forse troveranno che non contenga particolari novità. Penso però che il punto che tratterò sia abbastanza rilevante da meritare un’attenzione specifica.

Che cos’è l’argomento dalla normalità?

Io chiamerò argomento dalla normalità la forma generalizzata dell’argomento dalla normalità di specie, che a sua volta è un importante contro-argomento per l’argomento dai casi marginali.

Un approfondimento sull’argomento dai casi marginali lo trovate in questo mio scritto, e include anche la mia risposta al suddetto. In estremissima sintesi, l’argomento dai casi marginali è un argomento utilizzato dai sostenitori degli animal rights, secondo il quale, poiché vi sono individui umani che hanno razionalità e consapevolezza inferiori a quelle di alcuni animali, allora dovremmo trattare tali individui umani allo stesso modo di questi animali, o viceversa.

La risposta più intuitiva e più corretta all’argomento dai casi marginali è proprio l’argomento dalla normalità di specie, formulato inzialmente dal filosofo Tibor Machan: non ha senso pensare di tarare un’intera normativa sulla base di casi estremi e/o patologici di ciascuna categoria. Noi non andremo a tarare la nostra morale su quelle quattro scimmie al mondo che riescono a capire un centinaio di parole, mettendole a confronto peraltro con quegli individui umani malati o disabili che sono incapaci di parlare o ragionare. La normativa sarà piuttosto basata sulla normalità di specie: l’uomo normale è dotato di capacità razionali che l’animale normale non possiede, e basarsi su questo dato è semplice buon senso.

Questo argomento è la più ragionevole e definitiva risposta all’argomento dai casi marginali. Ed è generalizzabile: si può infatti pensare che ogni normativa dovrebbe essere ragionevolmente tarata sulle situazioni normali, e che i casi speciali (marginali) meritino semmai un trattamento distinto.
Ma questo modus cogitandi porta sopra una scritta “maneggiare con cura” grande come il Colosseo, e bisogna capirne bene tutti i presupposti prima di utilizzarlo.

Infatti, la critica più semplice ed evidente a quello che d’ora in poi chiamerò in generale “argomento dalla normalità” è che manca assolutamente di rigore formale. Ed è una critica corretta. Ribadisco, non avete letto male, la critica è corretta: l’argomento dalla normalità (di specie o di qualsiasi altra cosa) è un argomento che non risponde a certi requisiti di rigore formale.

Immaginate di dire ad un matematico “ho un teorema, qui, non l’ho proprio dimostrato, ma mi pare che di solito funziona, tranne in un paio di casi strani!”

Rabbrividirà: un teorema non funziona “di solito”, non funziona “nella maggioranza dei casi”, men che meno funziona “nei casi normali”! Come lo decidi quali sono i casi normali e quali non lo sono, scusa? Nel ragionamento matematico si necessita di un rigore per cui se affermi un teorema vale sempre, in tutti i casi possibili ed immaginabili. Se esiste un controesempio, anche uno soltanto su milioni e milioni di casi, il teorema è falso.

Se invece siamo in fisica o in chimica o in biologia, va be’, la questione si fa diversa: possiamo, anzi, dobbiamo, iniziare ad approssimare. “Per un pendolo che fa oscillazioni molto piccole l’arco è approssimativamente uguale al seno dell’angolo”.

Non è uguale, è approssimato.

Ma per i nostri scopi, può anche andar bene; anzi, tutte le misure, nelle scienze naturali, contengono errori e sono dunque approssimazioni. Dunque in scienze naturali potremmo anche dire “più o meno le cose nella maggior parte dei casi vanno così, tenuto conto di un margine di errore accettabile per i nostri scopi”, ma in matematica dovremo dire invece: “le cose vanno così. Punto. Sempre e comunque.”

Quindi prima di utilizzare l’argomento dalla normalità bisogna fare un’importante scelta iniziale di principio: se trattare l’etica come se fosse matematica o come se fosse scienza naturale.

Perché se la trattiamo come fosse matematica, l’argomento dai casi marginali regge eccome, e l’argomento dalla normalità crolla miseramente!

E qui si giunge al dibattito più antico di tutta la filosofia: Platone Vs Aristotele. Platone, che privilegia sempre le idee come essenza di ogni cosa, e Aristotele, che invece ricerca nelle cose stesse la loro sostanza. Sulla strada tracciata da Aristotele, l’etica è una disciplina euristica e di approssimazione, poiché:

“Le azioni, quelle generali sono di più larga applicazione, quelle particolari più ricche di verità, giacché le azioni riguardano casi particolari, e occorre che la teoria si accordi con essi.”

Con Platone, la filosofia, e con essa la morale, è matematica, e dunque non può ammettere approssimazione ed eccezione; con Aristotele la morale è una “tecnica”, un modo in cui noi deliberiamo il modo più facile e bello per raggiungere i nostri fini.

In ottica Aristotelica, e solo in ottica aristotelica, vale dunque l’argomento dalla normalità. Obbiettivamente, non ha senso pretendere dall’etica lo stesso livello di precisione e rigore che pretenderemmo dalla matematica: se una direttiva morale vale nella maggior parte dei casi, la adottiamo, anche se magari non vale in tutti i casi immaginabili. E se poi c’è qualche caso in cui non vale, e va be’, si farà uno strappo alla regola, oppure si ragionerà di volta in volta se sia il caso di modificare la teoria stessa.

L’etica di Aristotele è etica pratica: approssimata, provvisoria. Come tale, è la più vicina alla realtà ed è quella che di fatto viene sempre seguita nella vita di tutti i giorni, come nella politica o nella giurisprudenza.

Purtroppo, però, Platone ha avuto dei seguaci particolarmente famosi, in particolare il tremendo Kant. Fu Kant a sostenere che l’etica dovesse essere un prodotto esclusivamente astratto-razionale, e dunque a ridurre la moralità a proprietà logico-formale degli enunciati normativi. E moltissimi gli sono andati dietro.

Ora, tutto sommato questo dibattito non mi importa più di tanto: l’etica formalizzata di matrice kantiana fallisce sempre. Nel mio articolo precedente mi divertivo a dimostrare come anche l’antispecismo singeriano abbia i suoi casi marginali, e dunque ricada in una regressione ad libitum: se ogni volta che c’è un caso marginale tu devi rigettare la classificazione e crearne una nuova che “metta dentro” anche il tuo caso marginale, allora otterrai che con ogni nuova classificazione, necessariamente imperfetta, avrai un nuovo caso marginale, e dovrai dunque estendere la regressione del tuo ragionamento morale all’infinito.

Un problema che noi etici pratici su base aristotelica non incontriamo, perché anche se il perfetto rigore formale non è rispettato, un’approssimazione può andar bene per i nostri scopi.

MA … ma c’è una cosa che voglio sottolineare mille, e duemila e tremila volte ancora:

Se non ti metti nella prospettiva aristotelica di un’etica pragmatica, flessibile e provvisoria, non puoi usare l’argomento dalla normalità.

In sostanza, quando dobbiamo stabilire un quadro normativo, generalmente siamo costretti a fare una certa violenza alla realtà, nel senso che dobbiamo costruire confini netti dove non ce ne sono in realtà. Nell’altro articolo facevo come esempio quello del ragazzo diciassettenne che magari guiderebbe benissimo, ma non può comunque prendere la patente. Non è giusto, in teoria, visto che sarebbe in grado di guidare. Solo che è più semplice per noi dare dei precisi requisiti di età per avere la patente che andare a valutare ogni singolo caso. Insomma, dal punto di vista pratico, ci conviene approssimare piuttosto che essere rigorosamente esatti.

Ma ci deve essere un guadagno pratico chiaro e molto netto in questa scelta, perché stiamo perdendo esattezza.

Questo lo devo dire necessariamente perché vedo molti omofobi usare l’argomento dalla normalità in maniera inappropriata. In particolare mi riferisco alla questione dei matrimoni gay. L’argomento più usato dagli oppositori è che tali unioni non dovrebbero essere tutelate in quanto non fertili.

Ovviamente tale argomento si sgretola nel momento in cui si faccia presente che esistono coppie eterosessuali sterili o che comunque non vogliono avere figli, e il matrimonio viene comunque concesso loro, insieme all’adozione per chi lo desidera.

Questa contro-risposta può essere considerata un argomento dai casi marginali: le coppie etero sterili come caso marginale di quelle fertili.

Usando l’argomento dalla normalità potremmo dire che le coppie sterili siano un caso “non normale” e dunque negare loro rilevanza rispetto al nucleo della nostra normativa.

Questo ragionamento non è inaccettabile in linea di principio, ma presuppone una prospettiva aristotelica. Non si può sostenere su base rigorosamente logica che una coppia etero sterile sia uguale ad una coppia etero fertile sotto il profilo “rilevante” della fertilità. Non lo è, non è fertile! Dunque sotto il profilo logico-formale non possiamo in alcun modo sostenere che la stessa norma che si applica alle coppie fertili in quanto fertili possa applicarsi a coppie che fertili non sono, quale che sia la loro composizione sessuale. Che una coppia, anche eterosessuale, sterile, non sia fertile, è un’asserzione degna del tautology club; una coppia eterosessuale sterile ed una fertile sono uguali sotto il profilo dell’eterosessualità, ma non della fertilità. Ma davvero, c’è bisogno di dirlo, che sterile fertile?

Se invece ci mettiamo in un’ottica aristotelica e pragmatica, potremmo forse sostenere che una coppia etero sterile è approssimativamente analoga ad una coppia etero fertile per i nostri scopi, che sia un “caso limite”, e dunque che sia conveniente in senso pratico assimilare le due categorie, perché essere più accurati sarebbe impossibile o difficilissimo, o comunque avrebbe un rapporto costi-benefici non accettabile. Ma quali potrebbero mai essere quegli scopi pratici tali per cui sia conveniente escludere delle coppie gay che si amano, convivono, si aiutano a vicenda ma non possono avere figli biologici, mentre invece dovremmo includere delle coppie etero che si amano, convivono, si iutano a vicenda ma non possono avere figli biologici?

E infatti è qui che sorgono le difficoltà insormontabili per l’omofobo di turno, perché di fatto non c’è nessuna ragione pratica per cui dovremmo trovare particolarmente conveniente approssimare una coppia etero sterile ad una coppia etero fertile, se davvero è la fertilità che conta.

Quando io dico che a volte conviene approssimare, do per scontato un dettaglio banalissimo ma che certi fini pensatori si dimenticano: si usa l’approssimazione, ok, ma solo laddove sia impossibile o sconveniente raggiungere un’esattezza maggiore.

E non è questo il caso! Se davvero la fertilità è ciò che conta (AMMESSO E NON CONCESSO), allora, più che trattare le coppie etero sterili come “caso limite”, è molto più semplice escluderle: ad esempio, si può imporre un test di fertilità obbligatorio positivo a tutte le coppie come precondizione per il matrimonio. O meglio ancora! Potremmo decretare che il matrimonio contratto cominci ad avere effetti legali solo ed esclusivamente in seguito alla procreazione! E soprattutto, potremmo e dovremmo negare la possibilità dell’adozione di figli, poiché essa permetterebbe di bypassare il problema della fertilità, ed è la fertilità che conta, giusto?

Dunque non c’è alcuna ragione pratica per “approssimare” una coppia etero sterile ad una fertile che non sia applicabile anche alle coppie gay. E, ripetiamolo la terza volta: un’approssimazione ha senso solo ed esclusivamente in virtù del fatto che sia più pratica rispetto all’esattezza perfetta. Se così non è, l’approssimazione si chiama in un altro modo: si chiama pregiudizio ed errore.

In sostanza, loro vorrebbero usare l’argomento dalla normalità per stabilire un rigoroso limite logico-formale per l’aderenza a certi requisiti.
Ma il problema è che l’argomento dalla normalità, dl punto di vista rigoroso, assolutista e logico-formale, è clamorosamente sbagliato. Sbagliato, sbagliato come affermare che l’arco di un oscillazione non nulla sia uguale al seno dell’angolo. Non lo è, fine della discussione.

Ora, diciamo le cose come stanno: nel diritto, ancor più che nella morale, Aristotele regna incontrastato: approssimazione, flessibilità, adattamento, fanno giustamente la parte del leone nelle scelte moralmente rilevanti. Così dev’essere, e infatti i più svegli di voi avranno già notato come anche quando io uso l’argomento della normalità di specie contro gli antispecisti, comunque non affermo MAI che sia impensabile o insostenibile che gli animali abbiano alcuni diritti. Possono e, difatti, la legge ne concede alcuni ad alcuni di essi. Semmai, lo uso come argomento contro il loro assolutismo morale, ma non lo uso per sostenere un mio assolutismo morale.

L’argomento dalla normalità non è e non potrà mai essere una mazza da piazzarsi in mano agli assolutisti morali perché possano dettare le leggi universali di come dovrebbe essere il cosmo. Non funziona così, semmai è proprio al contrario: è una souvenir per ricordar loro che alla fine tutte le nostre perfette costruzioni morali e legali sono solo un espediente per sopravvivere.

Oggi funzionano, domani chissà …

Ossequi.





L’omofobia non esiste.

13 03 2015

https://www.youtube.com/watch?v=XwslLBfFvJM

Mi sembrava giusto iniziare così. Ovvio, l’omofobia esiste, esiste anche in Italia ed è un problema in Italia: meno che in certe parti del mondo, più che in certe altre. Ma che esista e sia un problema, quello è ovvio.

Tutti quanti siamo stati a scuola, no? Io non credo di essere vissuto in una situazione particolarmente anomala, sono cresciuto in una media città del sud Italia, e ho visto l’omofobia continuamente. Nelle scuole, soprattutto fra i ragazzi delle medie e delle superiori, “gay” è regolarmente usato come insulto. A volte scherzoso, più spesso invece maligno. Il ragazzo un po’ timido della classe viene chiamato con nomignoli femminili, termini come “frocio”, “checca” o “ricchione” (questo da me andava molto di moda) li abbiamo sentiti tutti, in certi ambienti con regolarità quotidiana. Sappiamo benissimo che è ancora difficile dire ai propri genitori di essere gay, non sappiamo che reazione potrebbero avere, c’è gente che è stata cacciata di casa, o mandata dallo strizzacervelli (mi rifiuto di usare il termine “psicoterapeuta” per certi soggetti), nel migliore dei casi un piantolino possiamo comunque aspettarcelo. Ci sono anche altri problemi e altri rischi evidenti, ma fermiamoci qui per ora.

È sufficiente per dire che, cazzo, esiste sì l’omofobia, è evidentissimo. Ed è un problema.

Oppure no?

Per strano che possa sembrare, oggi spesso c’è chi ne dubita. Non è un problema l’omofobia che vediamo, oppure quella non è vera omofobia: l’omofobia sono le aggressioni, per la precisione quelle in cui la vittima va all’ospedale o ci scappa il morto. In tutti gli altri casi non è omofobia; licenziamenti o minacce di licenziamenti? Non è omofobia. Insulti, offese, umiliazioni pubbliche? Non è omofobia. Diffamazioni, false accuse, bugie sul mondo LGBT? Manco quella è omofobia. Discriminazione di stato, restrizioni nell’accesso ai diritti civili e all’istituto familiare? No, nisba, niente omofobia qui.

È omofobia solo se devono intervenire i carabinieri.

E a quel punto è anche relativamente facile dire che non c’è bisogno di una legge contro l’omofobia, se prima di essere chiamato omofobo uno deve discendere ai più brutali abissi della violenza umana…

Che si possa negare l’esistenza dell’omofobia e il danno sociale che essa causa suona folle, eppure anche persone ragionevoli sembrano bersela piuttosto pacificamente. In realtà, che se la bevano non è così folle, ma capirne la ragione è un altro paio di maniche.

Bene. Mi rendo conto delle difficoltà di questo argomento che andrò a trattare, quindi perdonatemi se ora divago.

Ora si parlerà insieme di depressione clinica.

La depressione è una patologia psichiatrica che affligge o ha afflitto suppergiù il 7% della popolazione, prevalentemente donne ma sicuramente anche moltissimi uomini. Può essere endogena, ovvero dovuta a fattori esclusivamente fisiologici, oppure reattiva, in quel caso è dovuta ad un evento scatenante, tipicamente un trauma. Presenta un alto livello di familiarità che suggerisce una concausa genetica; come altri tratti psicologici e comportamentali, si presume che sia di norma frutto di un’interazione geni-ambiente: in soggetti geneticamente predisposti eventi traumatici possono scatenare la depressione clinica.

Tutto questo per ora è marginale.

Voglio parlarvi piuttosto di cosa significa la depressione. Con qualche numero, e anche con qualcosa di più dei numeri.

Negli USA la depressione maggiore causa l’8.3% degli anni vissuti con disabilità, una misura degli anni di vita “persi” dalla popolazione per via di un disturbo invalidante. Questo già dovrebbe darci un’idea di che tipo di disturbo è la depressione, ovvero una malattia potenzialmente invalidante; ma può essere anche peggio, in realtà.

La persona depressa passa la maggior parte del proprio tempo in uno stato di disperazione più o meno totale. Attenzione, è importante capire cosa si intende per stati di disperazione: non stiamo parlando di qualche giorno o qualche settimana di malumore, o del fisiologico periodo di lutto dopo la perdita di una persona cara, di essere un po’ giù dopo un licenziamento. Si parla di depressione quando la disperazione, quale che ne sia la causa, non smette praticamente mai e dura mesi o anni, diventando parte integrante dell’esistenza della persona.

Parliamo di persone che per mesi o anni ogni giorno si svegliano e vorrebbero non essersi mai svegliate. Dal momento in cui si alzano a quello in cui si addormentano sono tristi e prive di energie. Gli sembra che la vita non valga nulla, perdono interesse per tutte le cose belle che prima davano loro piacere; di solito perdono la libido, vanno frequentemente incontro a disturbi dell’alimentazione (mangiano troppo per distrarsi, oppure perdono l’appetito), con conseguenti danni alla forma e alla salute fisiche. La perdita di energia si può spesso riflettere sul lavoro: la persona depressa può avere problemi a svolgere le proprie mansioni lavorative, con conseguenti danni anche alla carriera che aumentano ancora il problema della depressione. Come se non bastasse, anche le relazioni umane vengono spesso danneggiate; il partner può non reggere il peso di convivere con una persona malata e decidere di abbandonarla, difficilmente nuovi partner si avvicineranno, e se è per questo neanche altri amici. Generalmente, la persona depressa finisce col passare la maggior parte del proprio tempo a desiderare di morire, e in molti casi a fare fantasie di suicidio.

Una soluzione sono spesso gli psicofarmaci, ma si tratta di droghe mica da niente, che non passano senza chiedere al corpo alcuni sacrifici. I disturbi più frequenti collegati all’assunzione di antidepressivi sono disfunzioni metaboliche (ritenzione idrica, aumento fuori controllo di peso e/o di appetito) e sessuali (tipicamente anorgasmia e orgasmo ritardato, ma in casi più problematici anche impotenza totale). D’altro canto, non prenderli può essere anche peggio; una situazione di stress così costante tende quasi sempre a sfiancare il fisico che soffre per l’assenza di sonno, per l’alimentazione sbagliata e per l’abbassamento delle difese immunitarie causato dallo stress; ovviamente un altro rischio collegato, soprattutto nelle persone di mezza età, è l’ipertensione arteriosa. Si rischia insomma anche che si rompa un capillare nel posto sbagliato e ci si resti secchi.

Ma non sono sicuro che sia questo il modo preferito della depressione per uccidere le proprie vittime. Perdonatemi se uso statistiche americane, ma sono le più facili da trovare e sono probabilmente del tutto analoghe in Italia: il suicidio è la seconda causa di morte nei soggetti fra i quindici e i ventiquattro anni di età; si stima che ogni anno nel mondo duecentocinquantamila-settecentocinquantamila persone tentino il suicidio, generalmente sono soggetti depressi. Fattori di rischio per il suicidio sono … No, facciamo che di questo ne parliamo dopo. Piuttosto entriamo un po’ più in risonanza emotiva sulla questione, perché anche i numeri più impressionanti smuovono poco se non si riesce a stare “dentro” al problema.

Questo sito, in Inglese raccoglie storie di suicidi o potenziali suicidi. La gente semplicemente scrive la propria testimonianza, spesso di come ha tentato il suicidio, come e perché ha fallito, oppure come progetta di farlo se ha quello in mente, e per quali ragioni. Avverto che non è per persone impressionabili; non c’è nulla di grafico, ma alcune delle persone che hanno scritto su quel sito si sono effettivamente uccise, e ogni volta che qualcuno smette di scrivere lì e lascia la conversazione nei commenti in sospeso noi sappiamo che può voler dire che alla fine l’ha fatto. Alcuni hanno cercato di intervenire e consolare anche molto dopo che il fatto era compiuto, parlando letteralmente con un morto che non risponderà mai. Tuttavia io consiglio vivamente una lettura di quel sito. Anche prima di finire di leggere qui.

“Ma dove vuoi arrivare? Al fatto che il tasso di tentati suicidi fra omosessuali è stimato fra il 30 e il 40%?”

Sì, i numeri sono quelli, si stima che un omosessuale su tre tenti il suicidio o quanto meno lo pianifichi seriamente, e ciò si traduce in un tasso di suicidi più o meno doppio all’interno della popolazione omosessuale. Per la mia esperienza personale trovo queste cifre molto credibili. Ma avrei potuto sparar subito lì quel numero che già da solo è abbastanza terrificante, o anche un’altra stima del genere, tanto sono tutte tremende, se era lì che volevo arrivare. Perché ho perso tempo a divagare tanto sulla depressione e sul suicidio?

Perché quel numero non serve a un cazzo di niente se non abbiamo capito di che cos’è che stiamo davvero parlando. La maggior parte dei tentati suicidi non riesce … Dobbiamo esserne contenti? Non ne sono sicuro. Il punto è che se uno è arrivato a vincere l’istinto di sopravvivenza pur di uscire dalla vita, vuol dire che la sua vita è diventata un inferno. È quell’inferno, solo quello, che mi interessa che la gente veda. Il resto viene di conseguenza.

Dopo che ti sei fatto un’idea di a che livello di sofferenza possa arrivare l’anima, allora puoi capire e condannare nella sua vera gravità qualsiasi tipo di violenza psicologica; solo allora puoi sperare di capire che la violenza fisica non è affatto necessaria a causare immensa sofferenza ad una persona … e perfino ad ucciderla.

Se gli omosessuali si suicidano il doppio degli eterosessuali, sorge una domanda interessante: com’è successo che l’omosessuale tenda a vivere la vita come fosse un inferno molto più facilmente?

Perché ormai troppe volte ho sentito la tiritera che l’omofobia non c’è o non è un problema perché ci sono poche aggressioni o addirittura (questa è tragicomica) “ci sono poche denunce”. Non dovete andare a contare le denunce per valutare il problema omofobia, dovete andare a contare i suicidi e i tentati suicidi, quello dà una misura del problema.

Ma ancora oggi, il più delle volte, tirare in ballo la sofferenza psicologica, e chiedere comprensione e rispetto per la sofferenza psicologica, è un gioco d’azzardo. Non è questione di gay, questa, è più generale. Spesso, e dico davvero spesso, frasi come “sono depresso” o “vorrei morire” fruttano a chi le usa autentiche aggressioni verbali: “lo dice per farsi commiserare”, “non sa quali sono i veri problemi della vita”, “ma che ragione ha lui di soffrire?”
Nell’anonimato di internet questo tipo di risposte perfide sono perfettamente nella norma.

Poi un giorno uno si suicida. A volte, a quel punto, il linciaggio si ferma. Ma spesso continua. Anche dopo che si è suicidato “era un vigliacco”, “era un debole”, “persone così fragili non sono adatte a vivere”… O nella versione edulcorata: “tutti quanti sono sottoposti a pressioni di questo tipo, è lui che non l’ha tollerata”; come dire, il dolore cui è andato incontro è perfettamente normale, ma era un cesso lui, era inevitabile (per inciso, no, non stiamo parlando di livelli di dolore ordinari; e no, non sempre era inevitabile, spesso sono anche individuabili specifiche responsabilità sociali nei fenomeni di suicidio).

Le risposte di quel tipo sembrano davvero eccessivamente, inutilmente crudeli. No, lo sono, sono veramente crudeli come sembra. Ma bisogna chiedersi perché una persona possa dire cose così cattive, infierendo sulla sofferenza altrui in questo modo. Nessuno si sognerebbe di andare da un amputato a dirgli che il suo è un problema da niente, che deve solo alzarsi e provare a correre e se non ce la fa, e va be’, è selezione naturale, deve schiattare.

Eppure la differenza nei due casi è solo dove sta la causa della disabilità: nelle gambe per l’amputato, nel cervello per il depresso. Poi nulla vieta che l’amputato sia anche depresso, ovviamente …

Ma un dolore che sta “solo” nel cervello di solito non è sufficiente a scatenare la reazione di empatia. Non si tocca, non si vede, non si quantifica; non scatta l’empatia se non vediamo un moncherino sanguinante. Il che è curioso, se uno ci pensa, perché in effetti il dolore è sempre un dolore “nel cervello”, è il cervello l’organo della sofferenza, come quello del piacere… Forse alla fin fine il desiderio di non riconoscere la sofferenza nel prossimo è solo uno dei nostri vizi tipicamente umani.

Supponiamo, per esempio, che io soffra profondamente: un’altra persona non potrà mai sapere fino a che punto io soffra, perché lui è un’altra persona e non è me, e, soprattutto, è raro che un uomo sia disposto a riconoscere in un altro un uomo che soffre (come se si trattasse di un’onorificenza). Perché non è disposto a farlo, tu che ne pensi? Perché, ad esempio, ho un cattivo odore, perché ho una faccia stupida, o perché una volta gli ho pestato un piede.

E poi c’è sofferenza e sofferenza: una sofferenza degradante, umiliante come la fame, per esempio, il mio benefattore me la può ancora concedere, forse, ma quando la sofferenza è a uno stadio superiore, quando, per esempio, si soffre per un’idea, quella non me la accetterà, perché, diciamo, dandomi un’occhiata, ha visto che non ho affatto la faccia che, secondo la sua immaginazione, dovrebbe avere una persona che soffre per un’idea. E quindi egli mi priva immediatamente dei suoi favori, e non si può dire che lo faccia per cattiveria. I mendicanti, soprattutto quelli nobili, non dovrebbero mai mostrarsi, ma dovrebbero chiedere l’elemosina rimanendo nascosti dietro i giornali. Si può amare il prossimo in astratto, a volte anche da lontano, ma da vicino è quasi sempre impossibile. Se tutto fosse come a teatro, nei balletti, dove, quando appaiono mendicanti, essi indossano stracci di seta e pizzi lacerati e chiedono l’elemosina danzando leggiadramente, be’, in tal caso, li si potrebbe ancora ammirare. Ammirare, ma non amare.

(Dostoevskij, I fratelli Karamazov)

E non è forse vero che il dolore del prossimo ci richiama alla fatica di amare, alle responsabilità di amare, alla difficoltà di amare? Qualcuno che soffre è un problema, se soffre e lo amiamo davvero, allora dobbiamo occuparci di lui, o quanto meno cercare di non farlo soffrire. Come facciamo a sentirci nobili quando il prossimo soffre e noi non facciamo niente, o addirittura infieriamo? Dunque è meglio far finta che non ci siano problemi, che non soffra affatto. Men che meno possiamo riconoscere l’esistenza di problemi così intangibili e vaghi come il malessere psicologico!

Eppure il malessere psicologico esiste. E spesso uccide.

Torniamo dove avevamo cominciato, l’omofobia. Com’era la storia… Ah, sì, non esiste, o non è un problema serio.

Il 30% dei suicidi è dovuto a conflitti con la propria identità sessuale. Nove omosessuali su dieci riportano di essere stati bullizzati a scuola. Altre stime: in particolare, gli omosessuali che non sono stati accettati in famiglia hanno probabilità di tentare il suicidio otto volte più alta, probabilità sei volte più alta di soffrire di depressione clinica e tre volte più alta di cadere nell’alcolismo o nell’abuso di droghe, rispetto a omosessuali che hanno il sostegno dei familiari (quindi è un problema esclusivamente ambientale[1]). Ci sono anche alcune stime più basse, eh. Altre più alte ancora. Ma stiamo parlando comunque di numeri che normalmente darebbero i brividi. Abbastanza perché quando qualcuno si suicida e non sappiamo perché, la prima domanda che ci facciamo sia “ma non sarà mica stato omosessuale?”

Tutto questo non è un problema serio. Dopotutto, che cos’è mai essere chiamato gay dai compagni di classe? Che cos’è mai rinunciare ad una vita sessuale o sentimentale, oppure averla e doverla vivere di nascosto come ladri per paura del giudizio? Che cos’è mai se qualcuno ti urla dietro che sei frocio per strada, se ti guardano male al ristorante, se all’interno di un locale gay un eterosessuale ti mette le mani addosso insultandoti per il tuo orientamento (sì, mi è successo)?

Questa non è mica sofferenza vera, sono solo cose nella testa, capriccetti da smidollati. Fateci vedere il sangue!

Sì, che sarà mai: non succede forse anche ai ragazzi grassottelli o occhialuti o timidi di essere presi in giro dai compagni di classe?

Ok, ci sto, presente: io a scuola ero grassottello, occhialuto, timido. E anche gay, ma questo non era affatto evidente dai miei comportamenti, beninteso. Solo che io non ricordo una volta che mi abbiano detto “palla di lardo” o “quattrocchi”. In compenso, “gay” me l’hanno detto fino alla nausea. E, dato ancora più interessante … per quanto ne sapessero loro, io non ero manco gay.

Ma soprattutto, se qualcuno ti prende in giro per gli occhiali puoi dirlo ai tuoi genitori senza nessuna paura. Ma di essere stato preso in giro perché “gay” no, soprattutto se è vero. Parlare di una discriminazione dovuta all’omosessualità coi genitori, o con chiunque altro, per un ragazzino è un rischio enorme; perché ricordiamoci che per l’omosessuale spesso nemmeno in casa propria c’è tregua. Rischia di sentirsi dire “ti dicono che sei gay? E tu mostragli che sei un vero uomo!”, che significa semplicemente piegarsi alla logica del carnefice e confermare al ragazzo che, effettivamente, essere gay è la cosa più vergognosa della terra e neanche il genitore in quel caso sarebbe dalla sua parte. Il genitore gli dice così che sta dalla sua parte perché non è gay, a condizione che non sia gay. Forse che il ragazzino non sente dire ai propri genitori esattamente le stesse cose che dicono amici e compagni di classe? Magari in forma meno volgare, magari, soltanto, quando appare un esponente LGBT in TV iniziano a pontificare su quanto la società stia andando in malora per colpa di questa gente malata di mente che distrugge i nostri sani valori cristiani e blablablà yakyakyak. Ma il messaggio è lo stesso: c’è un errore, sei sbagliato, devi vergognarti.

Sì, io ero grassottello, timido, occhialuto, e non era una pacchia. Ma quello era niente; quando scoprii di essere anche gay ricordo che iniziai a perdere i capelli, attirando i commenti sorpresi del dermatologo “di solito si perdono per lo stress, ma alla tua età non si è così stressati, di solito succede ai quarantenni”.

Invece sì, se sei gay ti può succedere normalmente a tredici anni. E a volte anche se non lo sei, perché il bullismo omofobico non ha strettamente bisogno che la vittima sia omosessuale, basta che su di essa aleggi il sospetto che possa esserlo.

E a proposito, visto che abbiamo il nostro Adinolfi che si lamenta di essere obeso e che quella sì è vera discriminazione, quella contro i gay no (delizioso che faccia la gara a chi è più discriminato; ma non è certo il buon gusto la dote per cui è celebrato Marione), restiamo sugli obesi. Ve lo ricordate tutti il caso del ragazzino obeso mandato in ospedale dopo che gli hanno infilato un compressore d’aria nel sedere?

Certo, era obeso. Ma sapete che cosa significa simbolicamente infilare un oggetto in culo a qualcuno contro la sua volontà, vero?

Si chiama stupro anale. E quando è diretto contro maschi è un gesto dal valore simbolico molto, molto chiaro: significa negare la mascolinità della vittima.

Non sto qui dicendo che il ragazzo era gay, sto dicendo che quel gesto significava “non sei un vero uomo”. Sì, sicuramente discriminazione contro un obeso, ma molto ironicamente ci siamo scordati di dire un’altra cosa importante: quello era un atto di bullismo omofobico. Il ragazzino non rispondeva agli standard di virilità imposti dall’ambiente, e dunque doveva essere sottoposto ad umiliazione pubblica.
Generalmente il ragazzino più introverso e fragile della classe, oppure di un’altra razza o grassottello o di un’altra religione eccetera, viene immediatamente chiamato gay con scopo di offesa e soggetto a umiliazioni di questo genere; fortunatamente di solito meno violente. Che è già fatto grave di suo, ma è ancora più grave se poi gay lo è davvero, e non solo: è psicologicamente devastante anche per eventuali altri omosessuali che a tutto ciò assistano a margine. Non vorranno mai essere come quel poveretto! “I gay? Poverini, che brutta disgrazia!”

La violenza subita dagli omosessuali, nella maggior parte dei casi, non è fisica. C’è anche quella, per carità, la violenza fisica esiste, e devo ammettere che è anche pittoresco mostrare la bella foto di un gay pestato, quello sì che fa colpo.

Ma la violenza più devastante che subisce l’omosessuale in Italia e nel mondo è quella psicologica: la paura, il nascondersi, a volte la rinuncia completa ad una sana vita sessuale e sentimentale … questi sono traumi psicologici prolungati. Su questo tipo di traumi si innestano poi i disturbi psichiatrici come la depressione e i disturbi della personalità. Sui disturbi psichiatrici si innesta il suicidio. E quando non si innesta il suicidio, si soffre comunque come cani, ovviamente, e i livelli di sofferenza possono essere così elevati che a volte ti viene da pensare “mah… forse forse il suicidio ci starebbe pure”.
E no, non è un segno di particolare fragilità non riuscire a passare attraverso quel tipo di stress incolumi. Semmai è un segno di particolare forza riuscirci.

Non dovrebbe essere così complicato capire questo meccanismo, anche perché in teoria tutti prima o poi abbiamo sperimentato un dolore di tipo “psicologico” e sappiamo quanto possa far male. Il punto però è che quando si parla di contarlo, di numerarlo, di quantificarlo, lì si fatica. E forse il problema non è affatto quantificarlo, renderlo “oggettivo”, trasformarlo in foto raccapriccianti, amputazioni, sangue ed ematomi. Il problema è semplicemente capirlo, immedesimarsi.

Ma capirlo significa ammettere che bisognerebbe agire per combatterlo, o quanto meno ammettere, invece, che non ce ne frega molto, o addirittura che non ce ne frega niente. Che non è molto bello; ve lo immaginate Maroni a dichiarare “se un gay si suicida non me ne fotte un cazzo”? Io no. Ma coma fa a raccontare, e a raccontarsi, che qualcosa gliene frega, quando non fa niente per alleviare il problema e anzi fa tutto ciò che può per peggiorarlo? Dunque non resta che sminuire il problema, negarlo: l’omofobia non esiste se non ci sono (tante) coltellate e (tanto) sangue. Sono solo insulti, paura, vergogna, umiliazione, stigma… È tutto normale, la società non deve intervenire.

 

Anzi, dato che ci siamo, la società si può pure permettere di ospitare le pacifiche manifestazioni delle Sentinelle in Piedi; la società si può anche permettere, quando viene proposto un progetto di lotta al bullismo omofobico nelle scuole, di lamentarsi e ostacolarlo.

E poi c’è chi ha il coraggio di rimproverare i movimenti LGBT quando “sfruttano” le tragedie particolarmente eclatanti (omicidi e aggressioni chiaramente e univocamente connotati come omofobici) per ricordare alla popolazione e alla politica il problema dei diritti dei gay e dell’omofobia. Quando qualcuno fa notare il dramma che l’omosessuale vive quotidianamente specie nell’adolescenza se ne fottono tutti, perché tanto sta solo nella sua testa, è lui/lei che è una persona fragile, la società non ha nessun problema, noi non possiamo farci niente e l’omofobia vera è solo quando ci sono le coltellate.

Allora, lasciatemelo dire, è perfettamente normale che quando c’è la coltellata, perché ogni tanto c’è anche la coltellata, ci si marci sopra.

La verità su cui ancora larga parte della società italiana fa orecchie da mercante è che la violenza psicologica sugli omosessuali può finire, o quanto meno essere limitata, attraverso una ed una sola strada: piena parità.

Piena parità giuridica. Piena parità sociale. Piena parità culturale. Questi devono essere sempre gli obbiettivi, se non immediati, almeno di lungo termine, di chi combatte l’omofobia. Fin quando ci sarà una sola differenza fra il trattamento che la legge fornisce ad un omosessuale e quello di cui gode un eterosessuale, ci sarà chi dedurrà da ciò le naturali conseguenze: se l’omosessuale può essere discriminato dallo stato, allora vuol dire che ha qualcosa che non va, che è inferiore; e allora anche noi possiamo discriminarlo, offenderlo, insultarlo e in casi estremi aggredirlo, per via della sua inferiorità; allora se abbiamo un figlio gay piangiamo, perché è inferiore; allora se abbiamo un amico gay cerchiamo di farlo diventare etero, perché è inferiore.

Dire “non bisogna picchiare i gay anche se sono inferiori” non è niente e non serve a niente, anzi, è controproducente. Non ci sono altre vie percorribili che questa per mettere fine all’omofobia: la parità formale e sostanziale. Non adoperarsi per la parità significa non combattere l’omofobia. Adoperarsi contro la parità significa alimentare l’omofobia. Semplice e lineare.

Poi, certo, chi vuole pulirsi la coscienza con scuse tipo che nell’ultimo mese nessuno è stato denunciato per violenza omofobica e quindi l’omofobia non esiste continuerà sempre a farlo. Giù di stracci, detergente ed olio di gomito e la coscienza sarà pulita come una “camera bianca” per la lavorazione dei microchip.
Ma non col mio permesso, io se ci passo dentro cagherò sul pavimento.

Hai voglia a lavare…

 

 

Ossequi

 

 

[1]  lo sottolineo perché alcuni omofobi over 9000 arrivano a sostenere che la ragione dei suicidi sia il fatto stesso, patologico, di essere omosessuali; questo comportamento è un caso particolare di un fenomeno psicologico più ampio molto diffuso in campo omofobico, comunemente chiamato “avere la faccia come il culo”.

 





La legge Scalfarotto è liberticida? Se ne accorgono dopo 40 anni…

23 02 2015

Volevo scrivere un articolo di debunking proprio su questo tema, ovvero le accuse rivolte alla proposta di legge Scalfarotto contro i reati d’odio verso omosessuali e transgender. Faccio spesso riferimento alle bugie svergognate dei gruppi antigay, è educato anche spiegare nel dettaglio quali sono e perché sono bugie, quindi meditavo di scrivere quest articolo da un po’.


Va detto, però, che in realtà questa volta Arcigay ha fatto un ottimo debunking per conto suo, quindi mi limiterò a dare maggiore visibilità alla risposta del Dr. Marco Tonti di Arcigay Rimini, che smaschera la maggior parte delle sciocchezze dette sull’argomento. Aggiungerò solo un commento in coda.

Corriere Romagna edizione di Cesena, 19 Febbraio 2015. La risposta di Arcigay “Alan Turing” Rimini all’avvocato delle Sentinelle.

La legge Scalfarotto altro non farebbe che integrare la legge Reale-Mancino, nata sulla base della Carta di New York del 1966 contro le discriminazioni. In Italia infatti già esiste da 40 anni la legge contro la quale manifestano le “sentinelle”, e questa legge punisce atti o discorsi d’odio verso minoranze sulla base di elementi nazionali, razziali, etnici o religiosi. Recentemente è stata estesa, senza il minimo allarme di bavaglio da parte delle Sentinelle, anche al negazionismo dello sterminio nazista. Perciò quando la legge protegge i loro discorsi bigotti va bene, quando protegge gay e lesbiche dalla discriminazione quotidiana invece è liberticida. In pratica siamo discriminati anche dalla legge che punisce le discriminazioni, una odiosa discriminazione al quadrato!

Se i timori dell’avv. Spinelli fossero fondati, visto che la legge Reale-Mancino punisce già una serie di comportamenti discriminatori, perché le nostre patrie galere non sono piene di leghisti, di atei, di razzisti, di estremisti religiosi, di nazisti e fascisti che fieramente si associano e declamano il loro credo? Perché si può tranquillamente continuare a vendere, a leggere e a citare il “Mein Kampf” di Adolf Hitler se la repressione della legge Reale-Mancino è così aspra? Si tratta chiaramente di un allarme infondato, pretestuoso e funzionale alla più ampia strategia di una guerra alla modernità e alla libertà, cose che certi bigottoni proprio non possono accettare. Conducono, per colmo di indecenza, la loro guerra sulla pelle di tre milioni di persone omosessuali e transessuali in Italia, e dovrebbero vergognarsene.

Sul divieto costituzionale dell’articolo 29 riguardo alla “società naturale fondata sul matrimonio”, la sentenza del 2010 della Corte costituzionale, che vale assai di più del parere di un avvocato di provincia, dice chiaramente che “con tale espressione … si volle sottolineare che la famiglia contemplata dalla norma aveva dei diritti originari e preesistenti allo Stato”. Non certo quindi naturale in senso biologico, ma nel senso di “spontanea”. Inoltre “… è vero che i concetti di famiglia e di matrimonio non si possono ritenere ‘cristallizzati’ con riferimento all’epoca in cui la Costituzione entrò in vigore … e, quindi, vanno interpretati tenendo conto … dell’evoluzione della società e dei costumi.”

Riguardo alla presunta “vaghezza” della definizione di omofobia, forse l’avvocato potrebbe chiedere lumi alla Corte di cassazione che in una recente sentenza ha condannato la pubblica amministrazione per “comportamento omofobico… intollerabilmente reiterato”. Ma anche andando a intuito, se una persona viene aggredita a parole o fisicamente solo e precisamente in quanto gay o lesbica allora è omofobia, proprio come è successo nella recente vicenda del cuoco riminese costretto ad avere rapporti con una prostituta davanti a tutti i colleghi per dimostrare la sua ‘virilità’ sotto minaccia di licenziamento.

Come si vede perciò tutte queste piagnucolose lamentazioni sono ridicole e strumentali, anche considerando che leggi di questo tipo sono ormai presenti praticamente in tutto il resto d’Europa senza devastazioni sociali o limitazioni della libertà. L’Italia è riuscita a essere il fanalino di coda dei paesi europei anche in termini di civiltà, grazie anche agli sforzi di questi bigotti, moralisti da due soldi e meschini neo-medievali che vogliono tirare il freno a mano del progresso.

Dr. Marco Tonti, Ph.D.
Presidente Arcigay Alan Turing Rimini

Si tratta di una risposta molto completa, dimentica di dire solo una cosa molto interessante proprio riguardo alle presunte inadeguatezza o vaghezza del termine “omofobia”.
Potete trovare ancora on-line, se non sbaglio sul sito di Scalfarotto, il testo originale della proposta di legge. Originale vuol dire prima che in commissione i membri NCD ci si gettassero sopra come un branco di piranha affamati.
Vi accorgerete di quanto fosse perfetto nella sua semplicità. Non faceva altro che specificare che, ogni volta che nel testo della legge Mancino venissero elencate le ragioni di discriminazione illecita che rientrano nella fattispecie del reato d’odio (quindi religione, etnia, razza), doveva aggiungersi “orientamento sessuale e identità di genere”.

Chiariamo le implicazioni di ciò: non solo sono chiarissimi i concetti di orientamento sessuale, identità di genere e  discriminazione sulla loro base, ma quel testo non fa neanche differenza fra omo ed etero! Per spiegarci, la legge, formulata in quel modo, sarebbe giunta in soccorso anche di un ipotetico eterosessuale discriminato per via del proprio orientamento. 

Certo, tutti concorderanno che questo non capita, perché, OPS! Sono i gay ad avere bisogno di essere protetti dalle discriminazioni!

In ogni caso, per la gioia degli “etero” terrorizzati all’idea che i gay si coalizzino per costringere tutti i sani maschioni italiani a prenderlo nell’ano, la Scalfarotto in versione originale non faceva alcuna distinzione fra gay ed etero, difendeva tutti da tutti e non usava il contestato termine “omofobia”.

Se non che poi il testo ha iniziato a navigare nelle burrascose acque della commissione e lì lo hanno trasformata in quella mezza cagata che è oggi (per carità, magari una mezza cagata è meglio di niente, ma è sempre una mezza cagata pressoché inutile). Fra le modifiche che ha subito in quella sede, la scomparsa di qualsiasi riferimento a orientamento sessuale e identità di genere, e la comparsa invece di omofobia e transfobia; una modifica che evidentemente peggiora la legge, nel senso che la rende più difficilmente applicabile, e che evidentemente è stata chiesta dai cattolici.

Cattolici che adesso sfruttano la modifica che loro hanno voluto per scagliarsi contro la legge nella forma che loro hanno voluto!

Con una mancanza di pudore e buon gusto che farebbe rabbrividire pure Signorini, nonostante probabilmente non farebbe rabbrividire Formigoni.

Sarebbe ridicolo, se non fosse tragico. Tragico, perché c’è gente che a questi gli va dietro.

Ossequi.