Sulla Fallacia Naturalistica (e altre)

4 07 2015

L’altro giorno riflettevo su quanto la questione fallacie logiche sia trattata con scarsa serietà in giro per la rete (uno dei danni di internet). Oggi inciampo nell’esempio che forse rende meglio l’idea di quanto sia importante essere addentro a tutti i meccanismi del pensiero, prima di poter davvero iniziare a pontificare sulle fallacie logiche.

Mi accorgo infatti che, Su Wikipedia inglese, la fallacia naturalistica è messa fra le fallacie “condizionali o discutibili”.
Dopo un iniziale stupore (la fallacia naturalistica è probabilmente la più demenziale di tutte le fallacie), capisco rapidamente cosa si intende: Wikipedia ha ragione; ma la cosa non è affatto immediata… E in effetti, in realtà lo stesso discorso potrebbe valere per quasi tutte le fallacie logiche.

Ma per ora concentriamoci su quella naturalistica, che è una delle più interessanti. Ovviamente, se la interpretiamo nella maniera più stringente, asserire che a partire dal fatto scientifico non si possa inferire nessun argomento di rilevanza morale è, chiaramente, sbagliato, e dunque non saremmo di fronte ad una vera fallacia.

Nel caso più semplice, ad esempio, se io dico “si deve vaccinare i propri figli”, lo dico basandomi sul fatto scientifico che il vaccino li protegge. Quindi, dato che io voglio proteggere i bambini (questo assioma sottinteso è di estrema importanza, come vedremo) è ovvio che sapere che il vaccino li protegge è rilevante per la questione. Quindi sicuramente è falso che lo “essere” non abbia alcuna rilevanza per il “dover essere”.

Ma il discorso non finisce qui. Nell’argomento qui sopra mi sono limitato a considerare lo “essere” in senso molto stretto, come uno stato materiale delle cose, una legge inesorabile. Se intendiamo “essere” in questo senso, resta tutta una serie di cose moralmente rilevanti che stanno fuori dall’essere, perché sono psicologiche, e non strettamente materiali. Mi riferisco ai nostri interessi, i nostri sogni, le nostre speranze, i nostri valori. Le nostre azioni sono tutte vincolate, ovviamente, alle leggi fisiche naturali che governano la materia; ma, all’interno dei confini stabiliti da tali leggi, sono quelli che io genericamente chiamerò “valori”, ovvero le nostre pulsioni psicologiche, a direzionare le nostre azioni, determinamdone quindi la rilevanza morale.

Ma i fatti psicologici non sono, solo in quanto psicologici, “meno fatti” dei fatti materiali. Quindi, i fatti psicologici dovrebbero a pieno titolo figurare nella categoria dei fatti naturali. Ergo, se teniamo in conto una definizione più lata di “essere”, che includa anche i nostri valori sotto la categoria dei “fatti naturali”, diventa possibile inferire il comportamento morale interamente in base a fatti.
In quella che sembrerebbe una flagrante contravvenzione della fallacia naturalistica.
A titolo di esempio, se mi baso solo sui fatti materiali, un ragionamento del tipo:

(1) “l’overdose di barbuturici uccide, DUNQUE non devo somministrare overdose di barbiturici”

E’ chiaramente fallace. Dal fatto che l’overdose di barbiturici uccida non consegue che non dobbiamo usarla, perché questo presuppone che l’atto dell’uccidere sia in quella circostanza “sbagliato”. Mettiamo che stiamo praticando un’eutanasia volontaria: è chiaro che in questo caso il gesto di somministrare un’overdose di barbiturici potrebbe benissimo essere considerato morale.
Ma se noi teniamo in conto anche i fatti psicologici, l’inferenza diventa legittima:

(2) “l’overdose di barbuturici uccide E io non voglio uccidere, DUNQUE non devo somministrare overdose di barbiturici.”

È evidente che l’inferenza ora regge.
È stata una sfumatura a trasformare un’inferenza naturalistica assolutamente illegittima in una assolutamente legittima, mediante la semplice esplicitazione di un assioma valoriale, ovvero di un dato di fatto psicologico che definisce cosa per noi è desiderabile e cosa non lo è. Dall’assioma valoriale passa la differenza fra una fallacia naturalistica e un ragionamento morale perfetto e assolutamente rigoroso.

E non è ancora finita!

Abbiamo visto che l’inferenza morale naturalistica può essere corretta quando siano stati inclusi i fatti psicologici nelle sue premesse; e che può essere impropria quando tali fatti non sono inclusi, ma sottointesi come nella (1), che è valida a patto che si accetti un secondo assioma di partenza, di natura psicologica.
Ma c’è anche un terzo caso, quello in cui essa è completamente insensata. Si tratta del tipico modo in cui la usano gli integralisti religiosi. Ad es:

(3) Un bambino nasce solo da un uomo e una donna, DUNQUE le adozioni a coppie omosessuali sono sbagliate

Qui diventa del tutto evidente che da punto di vista logico ci siamo impantanati nella follia. La premessa non ha nessun legame con la conclusione, nulla può essere derivato dalla nozione di come il bambino nasce su come il bambino sia opportuno allevarlo. Anche se inserissimo l’assioma valoriale “noi vogliamo che i bambini crescano bene”, la formula diventa

(4) Un bambino nasce solo da un uomo e una donna, E noi vogliamo che i bambini crescano bene, DUNQUE le adozioni a coppie omosessuali sono sbagliate

Ed è ancora evidentemente insensata. Si può vedere facilmente dal fatto che, se sostituissi la premessa con un’altra a caso, potrei avere una cosa del tipo:

(5) L’Everest è il monte più alto del mondo, E noi vogliamo che i bambini crescano bene, DUNQUE le adozioni a coppie omosessuali sono sbagliate

Che dal punto di vista logico è equivalente: un’inferenza impossibile.

Dunque la fallacia naturalistica è così complicata da comprendere proprio perché attraverso sfumature apparentemente insignificanti nella sua formulazione può passare dall’essere un ragionamento perfetto, ad un ragionamento improprio ma a volte accettabile in contesti informali, ad una follia priva di qualsiasi significato logico, scientifico o filosofico.
Nel caso della (2) avevamo omesso un passaggio importante, e questo ci aveva portati a deduzioni non rigorose. Nel caso della (3), addirittura, si sottointende un circuito psicologico del tutto diverso ed illogico, che, come spiegavo in questo articolo, passa attraverso l’antropomorfizzazione della natura e l’appello alla tradizione, inanellando dunque non una ma molteplici fallacie logiche (in questo caso si può parlare infatti di una fallacia di tipo diverso: l'”appello alla natura”).

Ed è veramente di sfumature che stiamo parlando; spesso gli stessi filosofi non se ne avvedono…

Dunque non parliamo di cazzatine che tutti possano comprendere da sé in un baleno, e con questo lungo, lungo articolo, oltre a fare chiarezza su una delle fallacie più difficili da comprendere e maneggiare con vera padronanza, voglio mettere in guardia contro tutti gli approcci facili al ragionamento filosofico.
Il ragionamento filosofico non necessita di conoscenze e nozioni pregresse, il che lo rende accessibile ad un pubblico più vasto di quello scientifico. Ma richiede, non meno del ragionamento scientifico, una grande e profonda padronanza del pensiero, con un allenamento ed un approfondimento costanti.

In soldoni: non è che se avete letto il Trattato sull’Euristica di Schopenhauer siete diventati maestri del ragionamento; non è che se leggete un manuale del tennis diventate tennisti, non è che se vi guardate tanti porno diventate atleti sessuali.
Sto riscontrando troppo spesso in giro la tendenza dei più disparati personaggi a improvvisarsi raffinati pensatori gridando “fallacia logica di qua, fallacia logica di là”. In realtà, il più delle volte sono in grado di riconoscere soltanto una superficiale somiglianza fra certi ragionamenti che sentono e i corrispondenti ragionamenti fallaci. Ma una somiglianza superficiale non basta: come vi ho appena mostrato, differenze sottilissime di esposizione e strutturazione del discorso possono trasformare un delirio da manicomio in un argomento degno di comparire su una rivista internazionale di filosofia morale.

Il pensiero logico è frutto di allenamento, approfondimento e ricerca individuale; non c’è la pappa pronta. E chi si illude di averla perché ha letto la pagina di Wikipedia sulle fallacie logiche, tipicamente ne ha ricavato solo arroganza extra.

Ossequi.

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4 responses

31 01 2016
12 10 2016
minstrel

E’ chiaro che il dover essere può derivare dall’essere di un ente solo se si intende la “natura” di tale ente in senso intensivo.

12 10 2016
lostranoanello

Può derivarne in uno ed un solo caso, ovvero quello che ho detto io: se si intende come parte dell’essere anche i nostri valori, i nostri desideri ed i nostri interessi, i.e. le nostre intenzioni, allora ecco che l’intenzione e la finalità diventano parte dell’essere. E’ ovvio che bisogna fare riferimento a quello che vogliamo fare nel momento in cui si decida come conseguire il risultato. La finalità riguarda l’intenzione, non può esservi finalità dove non v’è intenzione.

13 10 2016
minstrel

Temo di non essermi spiegato bene, vista la risposta, chiedo venia. Ho comunque reperito un post dedicato alla nozione di “natura” e magari mi sposto lì.

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