Etica (I)

30 06 2011

Ho finito di leggere pochi giorni orsono “Liberazione animale”, di Peter Singer, un cosiddetto filosofo morale che di questi tempi, ahimè, va per la maggiore.

Malgrado tutti i miei sforzi di prender sul ridere alcune pretese irrazionalistiche del libro, ammetto di aver provato un intimo fastidio nel leggere, nell’ultimo capitolo, che riteneva l’argomento da lui esposto “inconfutabile”. Direi che Singer sarebbe il primo uomo nella storia ad aver scritto qualcosa di inconfutabile.

D’altro canto l’esposizione di Singer È davvero inconfutabile. Ma nel senso di infalsificabile, e dunque priva di valore.

La sua tesi si esprime nell’assioma secondo il quale “è morale qualunque atto che causi una massimizzazione della felicità e una minimizzazione del dolore”. Possiamo “confutare” un assioma? Ovviamente no, possiamo limitarci a accettarlo o rifiutarlo, non a confutarlo o falsificarlo. Ciò che senza prova viene affermato senza prova può esser negato (Euclide). Potremmo dunque valutarlo solo sulla base delle sue conseguenze … ma quali conseguenze ci interessano? Soltanto nel porci questa domanda stiamo ponendo delle riserve sull’assioma stesso, che ci dice proprio quali conseguenze dovrebbero interessarci.

Singer è astuto, in quanto ha costruito di fatto uno “strano anello”, ovvero un ragionamento autoreferenziale che pretende di reggersi in piedi da solo. Pensare che gran parte del lavoro dei logici del novecento è consistito semplicemente in uno sforzo per evitare gli strani anelli, in quanto paradossi!

Lo strano anello di Singer è come il barone di Münchausen che si tira su per i capelli. Ma deve dare l’impressione di reggersi su qualcosa. Questo qualcosa è il cosiddetto senso morale comune. La teoria di Singer infatti giustifica alcune proposizioni che fanno ormai parte del nostro sentire morale: neri e bianchi devono avere gli stessi diritti, donne e uomini sono uguali di fronte alla legge, e via dicendo.

Potrebbe in effetti avere un senso l’opera di Singer, se si richiamasse all’auctoritas del sentire comune e si limitasse a darne una legittimazione logica più o meno buona; se si limitasse, ovvero, a spiegarci perché nella morale comune neri e donne non vanno discriminati e invece gli animali sì; se fosse, insomma, una morale descrittiva, giustificante e basta.

Ma questo non è ciò che Singer fa, Singer non riconosce nel senso comune un’autorità, infatti vuole cambiarlo introducendo una nozione ad esso estranea, i diritti animali. Su cosa si appoggia dunque Singer? Su niente. Solo su se stesso. E spera che noi non ce ne accorgiamo. Singer non può essere confutato, ma semplicemente rifiutato, senza ulteriore giustificazione.

Tuttavia, a scopo dimostrativo, e per introdurre più che altro un metodo di indagine morale più rigoroso, voglio tentare un esperimento mentale che comunemente sarebbe inteso come una confutazione di Singer.

Prendiamo il principio di Singer e facciamolo nostro. In base ad esso, la sofferenza e la felicità degli animali non valgono di meno di quelle degli umani. Dunque gli umani devono smetterla di procurare sofferenza agli animali per il proprio piacere (Singer arriva a dipingere scenari incredibili, ad esempio in cui non si usano procedure di derattizzazione, ma cure che rendano sterili gli animali nocivi. Al di là del problema dei costi e dell’efficienza di un simile trattamento, l’implementazione di tali metodi andrebbe svolta tramite sperimentazione su animali …).

Io ho notato subito, personalmente, qual è la conseguenza più esatta e diretta di questo assioma.

Gli umani devono sparire.

L’esistenza dei carnivori, animali che producono sofferenza ad altri animali, secondo Singer è da salvaguardare in quanto essi sono elementi dell’ecosistema, e la loro assenza potrebbe produrre danni maggiori della loro presenza. Non esaminiamo nel dettaglio quest’affermazione, ma notiamo semplicemente come l’uomo in prospettiva ecosistemica sia l’animale in assoluto più pernicioso. Leggete il libro stesso di Singer, più della metà non è devoto ad affrontare problematiche filosofiche, quanto al semplice elenco delle terrificanti sofferenze indotte dall’uomo sui “non umani”, come li chiama lui.

L’uomo è una specie animale, e come tale fa un danno alle altre specie animali, fa parte della lotta per la sopravvivenza. Per quanto si possa ridurre l’impatto dell’esistenza di una specie sulle altre specie viventi, esso non diventa mai zero, per nessuna di esse, figurarsi per l’uomo. Inoltre ammetteremo tranquillamente che esso non è di alcun aiuto all’ecosistema, anzi lo danneggia, e non può fare altrimenti; dopotutto Singer specifica chiaramente che l’uomo non può prendersi responsabilità degli equilibri ecosistemici, facendo la parte del “Dio” della natura. Può ridurre i danni che fa direttamente o indirettamente sugli altri animali, ma ne fa comunque, e anche nelle più ottimistiche visioni, sono devastanti. Potrebbe, anzi, dovrebbe benissimo essere eliminato.

Ovviamente andrebbe messo in conto anche il bilancio fra felicità e infelicità degli umani stessi, ma io non direi certo che gli umani siano fra gli esseri più “felici” e soddisfatti del pianeta. Direi addirittura che sono fra quelli che lo sono di meno, in quanto coscienti del proprio essere mortali … ma questo dibattito ci porterebbe troppo lontano. Possiamo prender per buono semplicemente che nell’umanità benessere e felicità siano statisticamente più o meno ugualmente frequenti di incredibili dolori ed angosce. Nella nostra equazione etica, felicità degli umani e loro infelicità si eliderebbero a vicenda, qualora non vedessimo invece un bilancio enormemente negativo (come io credo che sia).

Dunque l’estinzione umana è auspicabile. E i metodi con cui la si può ottenere non sono necessariamente violenti, non si tratta di uccidere dolorosamente gli umani. Un buon modo è il suicidio demografico, ovvero la semplice rinuncia a riprodursi. Singer specifica chiaramente che la vita, di per sé, non fa parte dell’equazione. Dunque scegliere volontariamente di non riprodursi è una scelta perfettamente etica. Se soltanto potessimo portare questa scelta fino in fondo potremmo ottenere gradualmente l’estinzione totale della specie umana. Grazie alla contraccezione, i piaceri del sesso non rappresenterebbero un ostacolo al progetto; viceversa, potrebbero rappresentarlo i desideri di paternità e maternità.

Va detto però che gli uomini di norma e le donne spesso sono del tutto disinteressati alla genitorialità, e diventano tali solo in virtù dei modelli di vita che vengono loro imposti fin dalla giovinezza, quando i genitori comprano alle bambine i bambolotti da curare come figli onde svilupparne il senso di maternità. Si potrebbe dunque procedere a poco a poco a sostituire in sempre più ampie fette di popolazione questi modelli con altri che si confacciano di più allo scopo; la barbie, o la donna in carriera, o la lesbica senza figli (molte lesbiche hanno figli, quindi parlare di lesbismo non è sufficiente). Potremmo abituare fin da piccoli i nostri figli a considerare la riproduzione qualcosa di sgradevole, ricordando loro quanto perniciosa alla natura sia la specie umana. Inizialmente sarà sufficiente che in tutto il mondo ci sia una certa uniformità nel non raggiungere il tasso di sostituzione di due figli per coppia. Chi crede che ciò sia impossibile faccia caso che in molti paesi dell’occidente siamo già sotto di qualche decimo. Certo, questo implicherebbe una piccola rinuncia da parte di molte donne, che dovrebbero fare a meno del proprio desiderio di maternità. Ma è fatto per uno scopo etico finale che come si vede è ben superiore.

Se riuscissimo a persuadere tutta la gente del mondo a non fare mai più di un figlio saremmo già arrivati ad una fase di progressivo decremento demografico. In queste condizioni, diffondere le nostre idee antiumane diventa ancora più facile, in quanto non dobbiamo competere con famiglie numerosissime che ci vadano contro; inoltre noi avremmo maggiori disponibilità economiche che ci permetterebbero di pesare di più nella società moderna.

Una volta che fette consistenti della popolazione, e soprattutto quelle che occupano posti di potere, siano convertite alla nostra causa, potremo iniziare a fare pressioni sui governi affinché si inizino a produrre leggi che scoraggino apertamente la natalità. Ad esempio una tassa su ogni figlio (passiamo cioè alla fase in cui ci imponiamo, invece di proporci).

Se inoltre convinceremo la gente che arrivati ad una certa età l’eutanasia sia la cosa più dignitosa da fare (ovviamente dovremo averla legalizzata ovunque), eviteremo anche la sovrapposizione generazionale.

Seguendo questo programmino, non dovrebbe essere difficile ottenere l’estinzione dell’umanità, trasformando così il pianeta in un unico immenso parco naturale in cui gli animali potranno vivere felici. Milioni o miliardi di anni di felicità ancora, al prezzo di un condom!

Chi ha letto “Liberazione animale” si è accorto sicuramente che la struttura di questo mio breve esercizio argomentativo ne riprende passo passo l’ultimo capitolo, in cui si propone l’iter da seguire per trasformare la terra in un nuovo Eden in cui il leone dorme a fianco dell’agnello (senza l’uomo, ovviamente, aggiungo io).

Vi ho fatto ridere con questa sequela di assurdità? Ho ottenuto il mio obbiettivo. Vi ho fatto venire i brividi? Anche così ho ottenuto il mio obbiettivo. Potrebbe sembrarvi, questo discorso sulla natalità, fortemente reminiscente delle teorie di alcuni capi religiosi. Chi mi conosce sa bene che non sono esattamente un integralista religioso … E quello esposto qui sopra è solo un esercizio dialettico-retorico. Dopo avervi dato i brividi o le convulsioni di risa, vorrei farvi notare che ciò non è una confutazione di Singer. Singer è inconfutabile. Gli basterà dire che effettivamente questo programma gli va bene, e sarà ancora sempre coerente nel suo strano anello sospeso per aria.

In effetti a molti vegani (e vegane, che all’avere figli preferiscono spesso avere gattini) con cui mi sono scontrato in rete l’idea dell’estinzione umana aggrada molto, e se condotta con tali impeccabili metodologie, merita almeno un tentativo.

Ma molti di voi concluderanno istintivamente che questa è un’assurdità, e potrebbero rifiutare sulle sue basi il principio di Singer. Perché, ribadiamolo una volta di più: non è questione di dimostrare o confutare, ma di accettare o rifiutare. Ma su che basi? Dobbiamo concludere che il discorso sulla morale è impossibile, perché in ogni caso si basa solo su assiomi che vanno accettati o rifiutati?

No. Di fatto, stiamo discutendo dell’etica, quindi il discorso sull’etica è possibile. Il problema è scoprire quali sono le sue fondamenta, qual è la nostra auctoritas di riferimento. Quelli di voi che pensano sia “Dio” possono concludere qui la lettura.

Agli altri mi rivolgerò nel prossimo intervento.

Ossequi,

AF

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3 responses

12 08 2011
Silvia

Buongiorno,
Ti contatto tramite commento perché non ho trovato nessun altro modo per farlo.
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Silvia

silvia [at] paperblog.com
Responsabile Comunicazione Paperblog Italia
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16 10 2016
Sergio Buschi

Io non sono un animalista, ma trovo la sua esposizione molto criticabile.

Innanzitutto si tratta di un filosofo, il linguaggio e le argomentazioni della filosofia sono ben diverse da quelle di un settore specifico come la matematica o la fisica (teorica o sperimentale).

Quando il filosofo ritiene “inconfutabile” la sua argomentazione, si riferisce ad una “inconfutabilità teoretica”, non certo ad una incontrovertibilità universale della quale impossibilità e non senso (se ci riferiamo a ciò che è specificabile come ente) la stessa filosofia prima della scienza ha compreso.

In tal senso ci sarebbe da chiederci in nome di quale verità lei sta parlando, o quale orgomentazione, visto che la scienza e il criterio di falsificazione popperiano (che lei prende come pilastro della sue argomentazioni) liquida ogni possibile concetto di verità scientifica, la scienza è una mera prassi che non converge ne restituisce alcuna verità, la corroborazione dell’esperienza non costituisce affatto una probabilità, una attendibilità (secondo Popper).
Pepper del resto non nega valore alla religione anche se infalsificabile.
Del resto ritengo i criteri di Popper del tutto sbagliati (a parte il criterio di falsificazione che risale almeno ai neo-postivisti da lui avversati, ma in sostanza era assimilato implicitamente dai tempi Galileo e di fatto da allora la scienza si è incentrato su di esso), e molto più adatto ed interessante T. Khun.

SUgli assioma:
é molto curioso che lei parti da questa massima (che non conoscevo) di EUclide, che mi lascia alquanto perplesso, in quanto ai tempi di EUclide la visione della Geometria non era affatto formalistica assiomatica, e gli assiomi erano pensati come autoevidenti (tant’è he il V postulato che si prestava a dubbi speculativi cercarono di dimostralo senza affermare che è solo un assioma che potremmo variare (geometrie non euclidee)).

Ma la verità della geometria sta nella sua coerenza logica. Persino la matematica moderna ha una sua fondazione assiomatica (senza poter fornire la certezza della consistenza di tale fondazione), così la meccanica classica, la termodinamica, la meccanica quantistica ecc.
MA anche visioni filosofiche (Nietzsche: tutto si riduce a volontà di potenza) ecc.

Quindi è tautologico che un assioma non si possa dimostrare, ma così dovremmo rifiutare quasi tutto lo scibile umano, altra cosa è cercare di capire se il paradigma che ne segue ha un valore “veritativo”, cioè riesce ad interpretare il mondo così come è dato nel pensiero e nella cultura, e alla storia (anche scientifica), quindi si parla di visione di mondo, di rapporto umano-animale, e tale questione non è riducibile a critari di falsificabilità (ritendola quindi senza valore), o addirittura sostenendo tale infalsificabilità sul fatto che assume degli assiomi (etici), il che è insensato, anche la scienza ha strutture assiomatiche. VOlendo disquisire ulteriormente, i tre principi della dinamica non sono falsificabili, neanche sperimentalmente: se la forza = (massa x accelerazione) non potrò mai falsificare il principio di inerzia, perchè potrei sempre addurre ad una forza sconosciuta che comunque si manifesta accelerando una massa.

Il discorso dello specismo è fondato: Se accettiamoi la concezione evoluzionistico Darwiniana, allora l’uomo non è stato creato in un atto breve, ma risulta uno dei molteplici risultati di un lungo e (a tratti) continuo processo di evoluzione, quindi la sua realtà più profonda e immediata (non falsificabile ne descrivibile) è il suo essere, la sua autocoscenza. La quale è scatruita in modo complesso e continuo, non come un’anima immessa da un DIo, inmmaginiamoci cosa penserebbe di se stesso quando ancora quest’uomo era una “cosa animale”, o dei suoi amici o familiari, del suo prossimo. QUindi ciò di cui siamo convinti che ci rende propriamente uomini, al di sopra della natura in realtà (inconfutabilmente, anche per la chiesa cattolica che ha accettato la teoria dell’evoluzione darwiniana), tale fenomeno straordinario si disperde all’interno del mondo naturale, o animale nello specifico.

Sbarazziamoci di questo antropocentrismo ontologico. Di certo è chiaro che l’uomo ha una peculiarità staordinaria, proprio per la sua cultura, ma se guardiamo l’animale senza la misura antropocentrica, ciòè non per quello che “non ha” rispetto a noi, ma per quello “che ha” di per se, ci rendiamo conto ad esmepio che un gatto non sa che farsene di equazioni differenziali, ma molti vivendo con un gatto arrivano ad ammirarlo ed invidiarlo.

Brevemente il rapporto uomo-animale, che è stato di sfruttamento era basato sulla caccia, o allevamento, nel primo l’uomo si integrava nel contesto naturale predatore-preda, nel secondo vi era una specie di patto (l’animale era nutrito e accudito per essere sacrificato, come è il destino naturale degli animali), vi era una forma di naturalità, di corrispondenza, di giustificazione dei reciproci ruoli e destini.

Con l’epoca moderna la caccia è puro “divertimento sportivo” (…), e allevamenti (e conseguentemente i macelli) avvenfgono in aziende remote agli occhi e al pensiero, che come tutte le aziende puntano serenamente al profitto, in tale ottica l’animale è totalmente trasfiormato in merce, oggetto, negato completamentenella sua identità di essere vivente (che è il massimo della violenza), si nega in modo ovvio e assoluto una sua ontologia esistenziale (il che è inaudito in base a quanto abbiamo arogmentato sopra).

D’altronde si ha l’inaudito opposto: una convivenza (pets) dell’animale da compagnia, da cui risulta evidente e struggente l’essere dell’animale, la non riducibilòità di questi ad oggetto, senza che questo possa essere (mai) verificato o falsiificato da ogni neurologo, in quanto l’emergare dell’atucoscienza non è (ne sarà mai) descrivibile dalla scienza basata sula fisica la matematica e la misura, come non è dimostrabile la sua autocoscienza ontologica. Si aggiunga a questo che l’idea darwiniane sonio pienamente aquisite.

CIò va a formare una lacerazione profonda e singolare (e dolorosa) nella realtà che viviamo (fatta di filosofia, molto più che di scienza): il rapporto uomo-animale.

Non so che senso abbia dire che in natura la vita inevitabilmente e in qualche misura richiede la morte di altra vita, il che è verissimo. MA il punto è che l’uomo è estremente svincolato dalla natura, proprio ciò che lo ha reso propriamente uomo, lo ha svincolato e salvagurdato da questo mondo naturale e ancestrale, riconosciamo in ciò che è etico propio questo, e non credo (come fa Nietzsche) che questo sia lo svilimento dell’essenza dell’umano, io so benissimo di essere un “animale”, e non lo rinnego, ma non sono solo questo. DI certo non si propone una realizzaizone utopistica, ma di una tensione a prendere semprè più coscienza e consapevolezza a riguardo.

In tale ottica si comprende l’idea dell’auspicio di una riduzione demografica.
Io non ho letto il libro, ma non so se la conseguenza che ne trae lei (facendone uuna presentazione del pensiero del filosofo) suia corretta, io ne dubito, attrubuire un odio nazista per cui bisognerebbe sterminare gli umani in nome degli animali (magari adducendo sfoghi di rabbia che spesso i vegani hanno circa l’umanità, in certe sue manifestazioni) è un’operazione di cui dubito molto.

Ma ancor prima l’idea divina “Crescete e momltiplicatevi” è di uno che non conosce la funzione esponenziale (e quindio non un ingegnere, sia pur divino), e l’esponenziale è la funzione che caratterizza le esplosioni e le catastrofi.
Il grosso problema è che tale “postulato” (falsificabile sperimentalmente o teoricamente) è adottato dall’idelogia eocnomicista e da un certo modello liberista, il mercato ha per assioma, il diritto e la facoltà di espandarsi senza limiti e condizionamenti.

IL pianeta è finito, è ha dei limiti, pensare di procedere in modo sconsiderato è folle, e pensare in nome di tale tendenza (che andrebbe rallentata) sfruttare fino alla fine animali e ambiente è brutale, atroce, orribile eticamente, inammissibile per coloro che (con tutta ragione e fondatezza) avvertono la questione scottante del rapporto uomo-animale, e la potenziali socnseguenze di ciò, come del resto guiò si manifestano pienamente.

QUindi il pensiero animalista, non va ridotto ad uno spaventapasseri, ma va anlizzato in tutta la sua perentorieà.

Purtropppo a partire da un certo Paolo Attivissimo (mi riferisco all’11/9), ai vari sedicanti blog “cacciatori di bufale” , “Io sono per la ricerca italiana” ecc. affiora sempre di più un’ideologia che ha sviluppato i suoi sofismi rivestendoli di scientismo, qualunque persona si rende conto che è facile estrapolare isultati ed articoli, il cui contenuto è spesso problematico e parzialmente congetturale e presentarlo per scientifico, o si sa benissimo che specialisti e accademie sono infulenzati da politica e interessi , ma si propone l’idea di scenza in modo Popperiamo.positivista (MArxista anche): avulsa da agni interesse, tanto alla fine sono i fatti che fanno la sua verità, quindi se non ti fididello specialista sei antiscientifico, complottaro, animalaro. Basta un po di disinvolto sofismo, a cui del resto la televisione ci ha abituato a addestrato da 20 anni a questa parte.

Certo le scienze (che io amo, con la rivista fino a quando c’era E. BEllone), sono importantissime, il loro grande successo (fisica classica, chimica) è stato quello di indagare (e problematizzare) “l’ovvio”, cioè la realtà così come noi la percepiamo sensibilmente, nei sui comportamenti che si sono stratificati nell’esperienza come “certi”, entrando in profondità in tale descrizioone. L’idea è che quindi la scienza (anche se non sarà mai verità assoluta ecc. ecc. ) arrivi a stabilire sempre e ovunque una certezza assodata, fattuale, essenzialmente incontrovertibile se non da speculazioni sterili ed astratte o da approfondimenti ulteriori della stessa. Così non è affatto, la scienza (a partire dal solo problema dei 3 corpi) è spesso problematica, congetturale, contesa, multuivalente, basata (specie per quanto riguarda scienze mediche e biologiche) su correlazioni statistiche. Se si evidenzia questa problematicità, reale, della scienza risultà più rispettabile l’opinione o la posizione (spesso risibile) di un complottista, di colui che gli fa coro sostenendo l’indiscutibilità fattuale e scientifica.

16 10 2016
lostranoanello

Proprio il giorno dopo aver scritto un articolo in cui spiego che non mi interessa più occuparmi di filosofia, iniziano a tempestarmi di argomenti filosofici 😛
Capisco che leggere un solo articolo, magari non proprio con la massima attenzione, possa portare a importanti fraintendimenti. Però certe cose credo fossero abbastanza chiare, le rimarcherò brevemente.
La cosa su cui è più facile rispondere sono gli assiomi. Il fatto di aver citato Euclide non significa, ovviamente, riprendere acriticamente e ciecamente tutta la prospettiva euclidea. Oggi ben sappiamo che gli assiomi che Euclide dava per scontati come autoevidenti non sono affatto autoevidenti, infatti dipendono dalla specifica geometria che viene utilizzata. Possono essere costruite geometrie perfettamente coerenti in cui le linee parallele non esistono, per esempio, o in cui per un solo punto esterno a una retta passano infinite parallele ad una retta data. Gli assiomi non sono autoevidenti, da un lato, e dall’altro non sono neanche oggetto di un processo di dimostrazione. Gli assiomi, molto semplicemente, si accettano o si rifiutano. L’accettazione o il rifiuto di un assioma è una scelta che ha funzione esclusivamente pragmatica. Dunque non si può presentare un assioma come se fosse un teorema dimostrato soggetto a confutazione; l’assioma ti può essere solo proposto in virtù di certe sue proprietà desiderabili; tu lo accetti perché ti è utile o lo rifiuti se non ti piace (ovviamente, provati a rifiutare F=ma, vediamo se riesci ancora a far volare un aereo). Quindi parlare di confutabilità o inconfutabilità di un assioma è già ingannevole. Diventa ancora più ingannevole nel momento in cui la bontà di questo assioma viene venduta come un risultato del fatto che il sistema che produce sarebbe coerente. La coerenza è una proprietà FORSE necessaria per costruire un sistema, ma non è affatto sufficiente per sorreggere la scelta di quel sistema rispetto ad altri. Possiamo costruire molte geometrie abbastanza coerenti, ma poi dobbiamo sceglierne una da applicare al nostro problema, e questo ha poco a che fare con la sua coerenza. Anzi, aggiungerei che, Godel docet, in realtà la coerenza perfetta del sistema neanche esiste in via teoretica; dunque la priorità assoluta di una qualsiasi geometria dovrebbe essere il fatto che serva a qualcosa, che interpreti i nostri interessi pratici.
Singer ci somministra il suo sistema e ne elogia la straordinaria coerenza, ma quella ammesso che sia vera è una proprietà di importanza del tutto secondaria. E’ tanto più secondaria se consideriamo che stiamo parlando di etica, ovvero della prassi per eccellenza. Singer elogia una proprietà del suo sistema che è solo di natura logico-formale, una presunta coerenza, quando ciò che ci interessa in una proposta etica è principalmente che sia utile, e anche se poi fosse frammentaria e approssimata o non avesse un solo set di assiomi ben identificato ci frega poco finché l’utilità ci sia.
Nel suo intervento infila un sacco di altre questioni incredibilmente complesse. Le ho trattate sostanzialmente tutte, nel blog. Quando si parla per esempio dei presunti interessi che starebbero dietro la scienza quello che effettivamente si fa è cercare di sottomettere la scienza naturale alla sociologia. Un tema che ho trattato in un mio articolo dal titolo “autotrascendiamoci”. Non esiste una pratica umana che non sia un prodotto di ciò che l’uomo è, ovvero un animale razionale, sociale, storico, linguistico e tante altre cose. Ma la scienza naturale e formale, attraverso certi suoi strumenti, raggiunge un grado di esattezza e oggettività che nessun’altra può raggiungere. Dubitare della scienza su base sociologica significa dubitare su di una disciplina imperfetta, ma non partendo dal punto di vista privilegiato di una disciplina più perfetta, bensì partendo dal punto di vista del tutto viziato di chi fa una scienza ancora più imperfetta o, addirittura, di chi semplicemente ciancia a vuoto senza sapere o volere dimostrare niente. Ovviamente se metti in dubbio una disciplina imperfetta e le sue regole sulla base di una riflessione ancora più imperfetta ed approssimata crei solo confusione. Forse che una considerazione sociologica non è viziata dagli stessi pregiudizi che possono influenzare la scienza? Un marxista che critichi un risultato scientifico accusandolo di essere influenzato da un’ideologia è anch’egli influenzato da un’ideologia, con la differenza che su ciò che lui dice l’ideologia ha un peso MAGGIORE, visto che non risponde ai criteri rigorosi della scienza.
Il confronto con la scienza non si può bypassare con questi trucchetti; se qualcosa di ciò che dice la scienza non convince, si prendano in mano le provette e si dimostri che è sbagliato, non si usino sofismi.
Altre delle cose che ha detto riguardano la natura dell’etica, se si possa applicare ad essa il falsificazionismo popperiano e simili. Secondo me non si può fare perché il giusto e lo sbagliato non esistono, e conseguentemente l’etica non può essere una scienza che studia un certo oggetto: quell’oggetto non esiste. Non essendo una scienza, nell’etica non vale neanche il falsificazionismo. Tuttavia Singer è un realista morale che sostiene che il giusto e lo sbagliato esistano e siano oggetti studiabili con un certo metodo; quindi è sottomesso ai criteri della scienza che includono la falsificabilità. La mia critica, in questo articolo, è impostata su un “facciamo che”… facciamo che uso il tuo stesso sistema e vediamo dove ci conduce. E ci conduce in posti strani, senza dubbio. Ma il fatto che ci conduca in posti strani non significa alcunché in senso argomentativo; un posto strano potrebbe comunque essere quello giusto. Come detto chiaramente nell’articolo, è solo un esercizio dialettico che serve a mostrare quanto possa essere assurdo quel metodo, o meglio quell’assenza di metodo, che ci viene propinata da Singer; siccome io non condivido che quel falso metodo non posso neanche usare quel metodo per impostare la mia critica, se non appunto come mero esempio/esercizio, come ho fatto in questo articolo. E a proposito del metodo usato da Singer è praticamente identico a quello proposto da Rawls, quello dell’adattamento dinamico (mi sembra si chiamasse così); ovvero modifichiamo i nostri assiomi morali “razionali”perché calzino meglio alle nostre intuizioni (che io chiamo pregiudizi piuttosto), ma anche il viceversa: a volte andiamo contro le nostre intuizioni nel nome dei nostri assiomi razionali, finché non troviamo un equilibrio ragionevole. Questo metodo è chiaramente sbagliato e non può portare a nessuna conclusione accettabile né rispondere ad alcun criterio di confutabilità o falsificabilià, perché gli equilibri dinamici possibili in questi termini sono infiniti e tutti equivalenti. Ha ragione Singer a criticare questo metodo, infatti. Peccato solo che sia lo stesso identico metodo che usa lui, sommando dunque alla faciloneria anche l’ipocrisia. Qualsiasi metodo che voglia indagare sulla natura della morale deve partire da elementi più semplici che siano di per sé stessi di carattere non morale ma che siano piuttosto “fatti”, e a partire da essi costruire la morale ex novo. I realisti morali, nel tentativo di trovare l’equilibrio perfetto fra i propri pregiudizi e la razionalizzazione a posteriori dei propri pregiudizi in un sistema girano, intorno come mosconi con un’ala sola; ed è ovvio che non possano fare niente di diverso. La scienza progredisce in avanti perché abbiamo un oggetto di studio immobile, la legge naturale, e una teoria razionale mobile che si adatta ad esso ponendosi l’obbiettivo finale, ideale, di esservi identica. Ma se la legge naturale non fosse immobile, bensì mutevole e in grado di adattarsi a propria volta alla teoria, allora non ci potrebbe mai progredire, perché tanto la teoria quanto la legge cambierebbero per adattarsi l’una all’altra e tutte le teorie potrebbero essere giuste, che è lo stesso che dire che nessuna lo è.
Credo di aver risposto alle questioni essenziali, ma se vuole una trattazione più approfondita delle questioni che ha sollevato le consiglio di sfogliare qualche altro articolo.

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