“Troy”, ovvero l’epica al tempo della piccola borghesia

5 11 2015

Non sono un gran fan dell’estetica, come disciplina. La ragione è che essa è, per così dire, naturalmente inconcludente. Sì, so che c’è gente là fuori convinta che esista una cosa come “il bello oggettivo”, ma io disconosco assolutamente questa tesi: in ultima analisi, la bellezza è per sua definizione un gusto, e non potrà mai essere più di un gusto, e dunque non potrà mai essere oggettiva, e dunque non avrà mai neanche senso dibattere su di essa. Mentre l’etica può giungere attraverso il processo razionale a delle sintesi provvisorie di ampia validità, che potremmo stiracchiare fino a definire quasi “oggettive”, con l’estetica, alla fin fine, sarà sempre una questione di gusti.

Per questo, nonostante io abbia ovviamente un mio gusto estetico e degli interessi artistici, letterari e musicali, di solito non ne scrivo, in quanto non ritengo di poter portare argomenti oggettivi in favore di un gusto o di un altro. E poi io sono uno di quei tre nella sala che ridevano guardando “Disaster Movie”, quindi proprio non posso ergermi a Petronio della situazione: ognuno ha i suoi gusti.

Ciò non di meno, ho un gusto, estremamente ben definito (non sto dicendo raffinato, ma “definito”, ovvero, allenato, solido, con dei suoi canoni), e visto che ultimamente su questo blog son venuto meno a certe mie regole, farò uno strappo anche a quella per cui non discuto di estetica. Lo faccio soprattutto perché sono umano e, porca Eva, anche io ogni tanto devo togliermi un sassolino dalla scarpa.

Fra le arti, quella che mi appassiona e interessa di più è senza dubbio il cinema; vedo tanti film e cerco sempre di guardarli con occhio critico. Ho visto molti film, e quindi ho visto ovviamente anche film brutti. Ho visto film veramente brutti. Ho visto film che ho odiato.

Ma giuro, nessuno dei film che io abbia visto in tutta la mia vita mi ha suscitato un senso di odio più profondo di “Troy”.

Sta indubbiamente sul gradino più alto del podio, seguito da “Final Fantasy: the spirit within” e da “Alice in Wonderland”. Non ho lo spirito dell’hater, non mando minacce di morte a Gabriele Muccino perché non gli piace Pasolini; ma onestamente credo che prenderei a male parole volentieri ogni singola persona che sta dietro Troy, dagli attori al regista ai truccatori alla donna delle pulizie che ha pulito il set dopo.

Ora cercherò di spiegare perché quel film, e quel film in particolare, mi ha fatto l’effetto di un chiodo arrugginito piantato in mezzo ai coglioni.

Dunque, overview dell’opera: film del 2004 che si propone come un libero adattamento dell’iliade; vuole insomma narrare la storia della guerra di Troia.332452

Cast “stellare”, con Brad Pitt per far bagnare le signorine, Erica Bana che fa Ettore, Orlando Bloom che fa Paride guardandosi attentamente dal fargli assumere qualsiasi espressione facciale, vari ed eventuali del tutto dimenticabili; mi pare ci fosse anche Peter O’Toole a fare Priamo. Budget enorme, ma è un grandissimo successo commerciale quindi alla fine stammerda ha funzionato e c’han fatto soldoni.

Inutile dire che hanno fatto dei cambiamenti rispetto al materiale di partenza.

Il cambiamento e la rielaborazione non sono necessariamente problemi (non sono uno di quelli che dice peste e corna di Peter Jackson perché si è permesso di tagliare un pezzo del libro che altrimenti avrebbe fatto durare il film cinque ore), ma qui lo sono, e spiegherò perché. Passiamo brevemente in rassegna i cambiamenti che ho trovato più significativi per capire cosa hanno fatto gli autori del film:

  • Scomparsi gli dei. Non ci sono dei in “Troy”, non esiste il sovrannaturale. È una storia di guerra e basta.
  • La guerra in questione, che in teoria durava dieci anni, qui dura qualcosa come tre giorni.
  • Patroclo è l’amatissimo cuginetto di Achille. Avete letto bene, è il cugino.
  • Menelao, che in teoria doveva essere un gran figo, è un cesso. Idem Agamennone.
  • Menelao muore, ucciso a tradimento da Ettore. Anche qui avete letto bene.
  • Anche Agamennone muore, ucciso da Briseide. Mi rifiuto di mettere Spoiler tag, sapevatelo. Comunque, considerando cosa lo avrebbe aspettato altrimenti, è stato quasi fortunato.
  • Agamennone dice subito chiaramente che lui vuole conquistare Troia, non riprendere Elena, che è solo una scusa per lui.
  • Agamennone e Menelao, insomma, sono villain senza alcun senso dell’onore o del rispetto né alcuna caratteristica che ce li possa far stare simpatici. Sono perfino cessi, per non rischiare che possiamo provare simpatia per loro a causa della bellezza.
  • Achille è bravo, buono e ha animo da poeta, anche se è un po’ impulsivo quando si incazza
  • Paride, hanno deciso gli autori, ci deve stare simpatico per forza: Elena è innamoratissima di lui, nonostante come guerriero sia una mezza sega (che nel contesto dell’etica greca classica equivale ad essere una mezza sega come uomo, ricordiamolo) e un irresponsabile che sta causando la morte di migliaia di persone solo perché non sa tenerselo nelle mutande. La ragione di tanto amore è che lei non desidera un grande guerriero ma “qualcuno con cui invecchiare”. Awwww ❤
  • Paride sopravvive e scappa con Elena alla fine del film

Insomma, ci hanno messo le mani un bel po’ e non ho neanche scritto tutto. C’è una sola cosa che non cambia: Achille viene ucciso da Paride con una freccia al tallone. Non s’è capito perché mai avrebbe dovuto colpirlo al Tallone o perché la cosa avrebbe dovuto sortire qualche particolare effetto su Achille, visto che hanno passato un colpo di spugna sul fatto, sovrannaturale, che Achille fosse invulnerabile ovunque tranne che al tallone. Non mi risulta ci siano organi vitali nel tallone, ma forse Paride aveva bigiato Anatomia e ha puntato lì per questo.

Comunque, non ci vuole un supermegacervellone per capire che cosa hanno fatto gli autori e quale concept guidasse le loro menti malate: hanno preso una storia epica e l’hanno trasformato in una storia di guerra che nei loro intenti è “realistica”; insomma, de-mitizzare il mito. Evidentemente con in mente l’idea che il mito sia, come dire, “superato”, roba da gettarci alle spalle: uccidere Dio.

Insomma hanno cagato in testa a Omero.

No, non hanno rielaborato o reinterpretato Omero. Gli hanno cagato in testa a spruzzo, e c’erano dentro anche dei pezzettini di carota non digeriti.
l’epica è una storia grandiosa, che spinge sui confini estremi dell’immaginario umano e in questo modo diventa immortale. L’Iliade è epica, una narrazione eterna, fuori dal tempo. Non è un racconto realistico né storico, non è concepito in quel modo.

Certo la Guerra di Troia invece no, è un evento storico. Ma non sappiamo abbastanza della Guerra di Troia per fare ricostruzioni ragionevolmente accurate di quello che accadde; non puoi fare un film storico accurato sulla Guerra di Troia, e infatti Troy non è neanche un film storico e nessuno cerchi di farmelo passare come tale che gli faccio ingoiare i miei boxer usati. È un film tratto dall’Iliade, un film di merda tratto dall’Iliade.

E l’Iliade è anche un mito, e contiene gli dei: di più, la guerra di Troia è un evento orchestrato in pieno dagli dei, gli dei sono protagonisti quanto gli uomini se non di più. E quanto agli uomini, i personaggi sono alquanto unidimensionali, e d’altro canto il loro scopo non è fare da apripista a riflessioni introspettive, ma “solo” essere ricordati in eterno.

È anche una storia di guerra, per la precisione una storia che glorifica la guerra. La guerra è brutta? Sì, è brutta, ma per capire quanto è brutta la Guerra ci sono “Apocalypse Now” e “Salvate il soldato Ryan”, l’Iliade non serve a spiegare alla gente quanto è brutta la guerra, ma a creare una mitologia ed una base di valori su cui fondare l’etica stessa di un popolo. Per capirci, termini di paragone per l’Iliade sono il Gilgamesh, o la Bibbia, o la Divina Commedia, o più prosaicamente anche il Signore degli Anelli che ripropone l’epica sotto forma di Fantasy.

Questo è il materiale di partenza: una storia immortale che glorifica e innalza i valori guerrieri del coraggio, dell’orgoglio, dell’onore; che pone al centro delle vicende non le persone, ma le passioni, gli istinti, le forze primordiali che governano l’esistenza umana, ovvero gli Dei e gli Eroi.

Se non rispetti un minimo questo spirito, tu non rispetti l’opera originale. Che in realtà volendo si può anche e non è il difetto essenziale di Troy, ma andiamo avanti.

Chiariamo, se ce ne fosse necessità, che stiamo parlando di un’opera d’arte, non va dunque mai guardata con gli occhi del moralista. Non devi necessariamente pensare che la guerra sia bella davvero per apprezzare la bellezza che trasmette la guerra nelle finzione letteraria, esattamente come non devi essere credente per incantarti di fronte all’amor che move il sole e l’altre stelle. Si tratta solo di una specifica emozione estetica che l’autore vuole ingenerare nel fruitore dell’opera.

Ovviamente, si può non apprezzare la dionisiaca emozione estetica dei valori guerrieri, e perfino porsi in diretta antitesi ad una tale estetica: “Io non voglio esaltare i valori guerrieri ed eroici, io voglio dimostrare l’inconsistenza del mito dell’eroe e della glorificazione della guerra”, come mi è capitato di leggere in una recensione… santo  cielo … positiva del film.

Ovviamente, se vuoi fare una cosa così, devi fare quello che hanno fatto gli autori di Troy: sottolineare la brutalità dei guerrieri piuttoso che i valori positivi di cui sono portatori; trasformare la guerra per l’onore di Menelao in una guerra per la sete di potere di Agamennone; far commettere a Ettore un assassinio a tradimento per proteggere quel vigliacco del fratello; mostrarci il lato più umano di Paride invece che condannarlo per la sua piccolezza; far sparire assolutamente gli dei, che sono la rappresentazione delle passioni umane e delle pulsioni più profonde dello spirito, nonché la più oscena rappresentazione della grandezza umana … insomma, immiserire tutto, rendere tutto freddamente e cinicamente apollineo. Ma questo significa senza alcun dubbio cagare in testa a Omero, spudoratamente e anche vantandosene un po’.

Avrete capito che in me i valori guerrieri in un opera di fiction suscitano un’emozione estetica molto gradevole. Insomma, mi piacciono e mi dà fastidio vederli calpestati. Inoltre, io ho fatto il liceo classico e ho amato i miti greci, quindi vedere trattare così Omero, che sarà pure stato cieco ma la puzza di merda la sente benissimo, mi irrita. MOLTO. Ancora, avrei voluto davvero vedere un film sull’Iliade con gli effetti speciali di oggi, che avrebbero permesso di trasmettere in video tutta la grandiosità delle immagini del mito. Mi hanno tolto anche questo piacere.

A questo punto ho già vari motivi di fastidio, e prima di arrivare a parlare del problema più serio di Troy ne ne aggiungo un altro ancora: io ho sempre trovato stupido prendere una licenza letteraria solo per cagarci sopra. Perché prendere l’Iliade, se vuoi solo fare un film di guerra sugli antichi greci? Fai 300 (che poi 300 come spirito è molto più vicino all’epica greca di quanto non lo fosse Troy, ma vabbè), racconta un evento storico vero che conosciamo bene e il “realismo” lì sarà apprezzato. Perché prendi l’Iliade se tutto ciò che l’iliade comunica e rappresenta ti fa schifo? Se hai delle idee originali, perché non le sviluppi da te? Perché devi andare in guerra con l’autore dell’opera originale, perché devi cercare il confronto aperto proprio con Omero?
Io provo profonda antipatia per chi manca così gravemente di rispetto alle opere originali cui si ispira. Trovo in generale operazioni come “Maleficent” o “Wicked” estremamente antipatiche: se mi piaceva Malefica nel cartone animato, Malefica-Angiolina Jolie mi stara inevitabilmente sul cazzo, visto che non è lei ma fa finta di essere lei.

Ma questa antipatia di base per l’operazione di snaturamento dell’originale, volendo, potrei metterla da parte. Devo comunque dire che Maleficent e Wicked, seppur vanno a cagare in testa alle rispettive opere originali o se preferite “vanno a confrontarsi in maniera molto diretta e competitiva con le opere originali”, hanno qualcosa da dire: scene e messaggi molto forti che in un qualche modo possono efficacemente confrontarsi col media originale e forse, chi lo sa, a volte anche superarlo in merito artistico. Quindi ok, è maleducato dire a Baum “guarda che la Perfida Strega dell’Ovest la so usare meglio io di te perché sono più moderno, fatti da parte, relitto, che le tue idee nelle tue mani erano sprecate!”; sostanzialmente, è sputare nel piatto dove si mangia, visto che tu le sue idee le stai usando.
Ma può essere che ci sia della sostanza dietro questa pretesa maleducata. Dopotutto, non è forse Euripide il primo ad aver apollineizzato i miti? Possiamo preferirgli Eschilo, ma certo non possiamo negare merito artistico ad Euripide, Euripide ha comunque scritto anche lui cose che son rimaste nella storia, opere magnifiche, seppur più “apollinee” di quelle dei suoi predecessori. Certo, devi chiamarti Euripide o Dante per permetterti di fare sberleffi a Omero, o comunque devi assestarti su quel livello artistico lì.

Vuoi uccidere Dio? Va bene, si può fare. Ma dopo la morte di Dio resta aperta la possibilità infinita della ricostruzione, l’esercizio intellettuale del dubbio, l’esplorazione di orizzonti nuovi, l’allargamento dei confini. Lì puoi mostrare quanto vali, lì puoi iniziare a comunicare, a riflettere, a scioccare, a provocare, lì puoi pensare di mettere i baffi alla Gioconda.

Insomma, puoi demitizzare il mito per uno scopo di espressione artistica almeno altrettanto alto. Se Troy si limitasse a demitizzare il mito per favorire la riflessione, il dubbio e l’approfondimento, sarebbe ancora un’opera con qualche merito artistico, invece di una vergognosa porcata.

Il punto è che questo non è il caso di Troy. Troy caga in testa a Omero, va a dire ad Omero “fatti da parte, vecchio relitto, noi siamo moderni e possiamo fare di più e meglio di te con il tuo stesso materiale!”, e poi non dice un cazzo di niente!

Achille spara frasi da baci perugina sulla vita e la morte e così ha raggiunto la massima profondità del personaggio. Menelao e Agamennone sono due figli di puttana stupratori bruti guerrafondai traditori cessi; quanta tridimensionalità, sicuramente un progresso rispetto alla piattezza di Omero. Agamennone vuole conquistare Troia per ragioni politiche: mmmh! Allora adesso mi aspetto una cosa tipo Game of Thrones, un bell’approfondimento sui retroscena, sulla geopolitica e la società di quei tempi … come? No? Mi dicono di no, non c’è nessun approfondimento sociologico, politico o storico di sorta! E permettetemi di dilungarmi su Paride, perché Paride è il personaggio chiave in questa storpiatura: Paride è il motore degli eventi, quello che combina il disastro iniziale, quello che si comporta per tutto il tempo come un perfetto idiota, e anche il protagonista. Pensate sia Achille? Ripensateci: Achille è quello che si vede di più, ma Troy è un polpettone hollywoodiano, e come tutti i polpettoni hollywoodiani riserva il lieto fine al protagonista: Paride, che contrariamente all’Iliade, qui riesce a scappare con Elena. L’amore trionfa, ed è costato solo la distruzione di una città e qualche decina di migliaia di morti.

Insomma hanno preso gli archetipi eterni di Omero e li hanno semplicemente  trasformati in stereotipi contemporanei. Hanno preso valori grandi, passioni immortali e pulsioni essenziali dell’animo umano, e li hanno trasformati in clichè da polpettone hollywoodiano. Non contenti, hanno cercato di mandarci il messaggio che loro, tutto sommato, sono più bravi di Omero, al punto che possono permettersi di “aggiornarlo” e di renderlo “realistico” e “adulto”.

E nel frattempo questi geni dell’innovazione e della provocazione, che non temono il confronto con il classico e anzi lo sfidano apertamente, hanno fatto diventare Patroclo il cugino piccolo di Achille! Rendiamoci conto della vastità dell’operazione: non solo hanno cancellato qualsiasi riferimento esplicito ad un rapporto omosessuale (questo, magari, glielo avrei potuto perdonare, paradossalmente nell’Iliade riferimenti espliciti ad un tale rapporto non ve ne sono, anche se vi sono in altre fonti), ma hanno introdotto perfino una parentela di primo grado ex novo, per fugare qualsiasi sospetto o ambiguità a riguardo: Achille in Troy è, fuor di ogni dubbio, 100% eterosessuale D.O.C.

Non solo gli autori di Troy non avevano niente di interessante da dire, ma hanno avuto perfino paura della possibilità che uno spettatore potesse sospettare l’esistenza di qualcosa di non convenzionale; hanno avuto il terrore sacro di sfiorare un tema veramente “adulto”. Nel 2004, questi che si credono così smaliziati e moderni da poter aggiornare Omero e renderlo più adulto, non hanno avuto il coraggio non dico di affrontare, non dico neanche di nominare, ma perfino di rinviare vagamente al tema dell’omosessualità, un tema, quello sì, attuale, complesso e nel 2004 anche coraggioso.

“Troy” cancella qualsiasi grande valore o merito estetico dall’opera originale, ma non si ferma lì: sostituisce ai valori omerici dei disvalori, delle meschinità, delle piccolezze. Di certo non è una glorificazione dell’estetica guerriera portata avanti attraverso un immaginario mitico, ma non è neanche una riflessione sociale o psicologica vicina alla sensibilità postmoderna. È semplicemente una becera glorificazione del disvalore piccolo-borghese, un innalzamento del nulla a divinità da osannare, della banalità e del conformismo a ideale dell’etica; un’apocalisse di non-pensiero, non-ideale, non-immaginazione, non-ragione.

Hanno ucciso Dio, abbattuto gli idoli, e questo mi potrebbe perfino stare bene, ma non l’hanno fatto per renderci liberi; lo hanno fatto per poter mettere al suo posto un asino, chiedendoci di venerare un asino, e innalzare olocausti a un asino, esattamente come a Dio. E questo non mi va bene.

Sono uscito dal cinema offeso da quello che avevano cercato di farmi gli autori. Non mi avevano soltanto proposto il punto di vista di Paride, il nostro ragazzino innamorato, vigliacco e irresponsabile, no: avevano cercato di forzarmi ad adottarlo, volevano costringermi a trovare simpatico Paride; il loro piccolo borghese egocentrico che non sa tenerselo nei boxer. Hanno cercato perfino di dirmi che ritengono di aver migliorato il mito, mentre lo immiserivano oltre l’immaginabile e svuotavano di qualsiasi messaggio o significato; mi hanno proposto insomma la miseria e la piccolezza come nuovo standard dell’eroismo e della grandezza d’animo.
Si sono innalzati su un piedistallo di nulla e si sono permessi di guardarmi dall’alto in basso, di somministrarmi le loro pilloline di etica hollywoodiana prete-à-porter. Hanno offeso la mia intelligenza, la mia estetica e sono riusciti a offendere perfino la mia etica.

Troy non è né apollineo né dionisiaco. È semplicemente un prodotto decadente, miserabile, offensivo non solo per l’opera originale ma per la platea. Dicevo che non si deve mai guardare l’opera d’arte con l’occhio del moralista, giusto?

Be’, permettetemi di contraddirmi: io trovo immorali opere come Troy, perché attraverso il degrado estetico alimentano il degrado etico. Sono opere che simulano complessità di tematiche e invito alla riflessione, e in realtà ti iniettano in endovena una morale preconfezionata, stupida, povera e cinica nel senso peggiore del termine. Film come Troy vogliono essere la nostra epica, l’epica di oggi, il fondamento valoriale che si vuol dare alla nostra società. Oh, sì, la loro è una morale preconfezionata, stupida, povera e cinica, ma è sempre una morale, è pur sempre una legge, una sistema di valore che ti viene inculcato e devi accettare. È la morale del perfetto borghese, dei “devotissimi della Chiesa, fedelissimi del pallone, nulla-pensanti della televisione”. Insomma non si sono limitati a mostrarmi come protagonisti piccoli borghesi meschini e vuoti, cosa che faceva già Euripide e avrebbe il suo merito; il punto è che questi piccoli borghesi meschini non me li hanno solo mostrati, bensì me li hanno anche proposti come più alti modelli morali, come i “buoni” senza se e senza ma.

La morale della plebe di nietzscheana memoria?
No, peggio. La morale della plebe non riconosce il valore del guerriero, ma almeno riconosce ancora il valore del martire. Il martire è comunque qualcuno di “speciale”, almeno fa qualcosa che gli altri non farebbero, si distingue dalla massa. Troy non ammette più neanche quello, non ammette l’autosacrificio come non ammette l’onore come non ammette la forza come non ammette la gloria come non ammette l’eroismo come non ammette la santità. Nessuna forma di grandezza, nessun distacco dalla banalità, nessuna forma di emergenza dall’uniformità è ammesso dall’epica piccolo-borghese di Troy. Non si limita a cancellare la grandezza da ogni personaggio, così che lo spettatore non debba provare ammirazione né tanto meno senso di inferiorità e desiderio di migliorarsi; essa proibisce attivamente allo spettatore di desiderare la grandezza, degradando ed uccidendo sistematicamente tutti i personaggi che ne portino i segni. Non c’è nessun personaggio in Troy cui possiamo guardare con sincera ammirazione, nessuno che possa farci sentire inferiori  … e al contempo, non c’è neanche nessuno che abbia una personalità autentica da esplorare o una traccia di complessità; non c’è nessuna riflessione filosofica o sociale o politica: il trionfo del piattume/pattume, una cerimonia di santificazione del clichè.

Troy ammette e permette un solo ‘valore’, quello di Paride. Di Paride ci vien chiarito a più riprese che è una nullità: non è nobile come Achille, non è forte come Menelao, non è responsabile come Ettore, non è furbo come Odisseo, non è niente; è solo un bel visino che a quanto pare sa dire paroline dolci alle fanciulle. Ma è lui che alla fine si salva e vince su tutto e tutti!

Paride sostituisce così l’eroe come role model del film; ma al contempo è privo di qualsiasi virtù eroica, o di qualsiasi virtù umana ammirevole, se è per questo; è solo una nullità glorificata. Non dunque un eroe, e nemmeno un antieroe: piuttosto un nega-eroe, una negazione attivà dell’eroismo e di ogni virtù. Il suo non-valore e la sua non-virtù sono la proposta morale attiva dei creatori di Troy, la loro idea di cosa dovremmo aspirare ad essere oggigiorno: dell nullità brave solo a pensare a se stesse. L’unico valore ammesso da Troy è dunque quel non-valore: quello di chi guarda il proprio orticello e basta, tanto può sempre scaricare la responsabilità di ciò che fa sulla comunità, e poi scappare dalla città in fiamme all’ultimo momento, praticamente unico a salvarsi il culo nel disastro da lui stesso causato. Non prima, ovviamente, di aver ucciso Achille, liberandosi così, catarticamente, dall’ultima figura che potesse ricordargli la sua piccolezza. Come ci dice Frank Miller attraverso la bocca di Superman:

“Se potessero ci ucciderebbero. Sono ogni anno più piccoli. Ogni anno ci odiano di più. Non dobbiamo ricordare loro che i giganti camminano sulla terra”.

Ossequi.

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11 responses

10 11 2015
Lupesio

Anch’io ho fatto il liceo classico, per cui non posso non essere disgustato da un film del genere. Ti capisco, ma penso che in generale gli americani di cultura classica non ci capiscano una sostanziale sega.
Comunque, certo, arrivi primo: il film è uscito più di dieci anni fa.

10 11 2015
lostranoanello

Mi piace meditarmele a lungo 😛
E poi vorrei fare una serie di articoli sulla questione degli eroi in hollywood.

10 11 2015
Lupesio

Comunque, lasciatelo dire, sei un poeta: l’immagine dei pezzettini di carota non digeriti è bellissima. Già mi piacevano i tuoi post, ma dopo questo, se vivessi a Milano, ti chiederei di andarci a bere una birra insieme.

10 11 2015
lostranoanello

lol 😛

11 11 2015
Eroi o non eroi: “Hercules” | Lo Strano Anello

[…] la mia recensione di Troy, ho deciso di scrivere un altro articolo-recensione sul tema dell’ “eroismo” per come viene […]

12 11 2015
lamb-O

Ho fatto il liceo classico ma lo considero tempo perso ed ero l’ultimo della scuola; comunque il film mi ha fatto schifo duro lo stesso. Bon.

12 11 2015
lostranoanello

Ciò depone a favore della tua intelligenza 😛

14 11 2015
Lupesio

Ripensando al tuo post, ribadisco che Troy come film è una cagata atomica, ma mi trovo in disaccordo su un punto, cioè la critica al fatto che il film si mette in contrasto con Omero perché sta usando le sue idee. Ora, in primo luogo la trama dell’Iliade non è un’idea di Omero, che invece attinge ad un patrimonio mitologico preesistente; tanto è vero che l’Iliade, significativamente, non si chiude né con la morte di Achille, né con la presa di Troia. Come ha osservato Vincenzo Di Benedetto, l’Iliade non è solo una celebrazione di valori guerrieri e della gloria immortale degli eroi, ma anche la consapevolezza della caducità delle vicende umane, di un destino di morte che non risparmia neanche gli eroi più gloriosi, tanto è vero che si chiude con i funerali di Ettore. In questo, già Omero, in una certa misura, si pone in contrasto con il mito.
Ma in realtà, nell’antichità classica, i varî autori avevano ripreso fedelmente le vicende del mito, rileggendole in diversi modi. Considera ad esempio il mito di Ifigenia, la figlia di Agamennone che deve essere sacrificata alla dea Artemide al fine di permettere agli Achei di salpare verso Troia.
Lucrezio utilizza il mito, che è una narrazione di carattere religioso, contro la religione stessa, anzi, contro tutte le religioni, evidenziando come le più gravi atrocità e abominî che il genere umano possa commettere sono paradossamente compiute quando più si pensa di agire per i fini morali più nobili, soprattutto in nome religione, con il famoso verso “Tantum religio potuit suadere malorum”. È da notare che molti commenti si premurano di specificare che in latino “religio” non significa “religione” ma “superstizione”, il che significa per l’appunto che il messaggio di Lucrezio, dopo più di duemila anni, è ancora attuale e rivoluzionario: infatti non se la prende con il toccarsi le palle di fronte ad un carro funebre, al non attraversare quando passa un gatto nero, ma contro superstizioni accettate da una comunità, assunte come fondamento di una legge morale, dotate di una struttura più o meno organizzata per imporsi su altre persone con la violenza e sovraordinate a qualsiasi altra legge morale: in una parola, religioni. In tempi di Breivik, di gerarchie cattoliche che in modo indiretto istigano all’odio contro gli omosessuali e ricevono coloro che, in Uganda, ne teorizzano direttamente lo sterminio, di indù che uccidono le proprie figlie perché si innamorano del ragazzo di un’altra casta, di musulmani che si fanno saltare in aria per motivi francamente futili, direi che Lucrezio è purtroppo attuale.
Euripide utilizza il mito nella versione alternativa, nella tragedia “Ifigenia in Aulide”, in cui la figlia di Agamennone viene sostituita da una cerva per volontà di Artemide. In questo caso, Agamennone viene descritto come un vile, che invece di ribellarsi a questa decisione cerca di nascosto di mandare a Ifigenia un messaggio per salvarla, ma una volta che viene scoperto ritorna sui suoi passi per non perdere il suo potere di capo degli Achei, e anche Achille e Menelao si comportano da veri pusillanimi, così paurosi di rischiare il proprio prestigio da accettare che la giovane ragazza perda la vita. In questo modo, Euripide attacca l’ipocrisia del potere e dei valori guerrieri, evidenziando la meschinità di coloro che dovrebbero incarnarli, mentre il personaggio di Ifigenia subisce un’evoluzione: all’inizio terrorizzata per la fine imminente, diventa la vera eroina del dramma, scegliendo di andare incontro al suo destino (il che non è poco per una donna nell’antica Grecia, che di norma contava meno di una scurreggia di mosca nello spazio siderale). Anche Euripide, nel demistificare la retorica del potere costituito, porta un messaggio universale e ancora attuale.
Quindi, di per sé, il ribaltamento dei valori che erano alla base del mito, è normale, e lo si può fare anche rispettando la trama originale. Anzi, diciamoci la verità, il mito greco è bello per questo, a differenza della Bibbia, in cui il sacrificio di Isacco ha uno e un solo significato: se Dio ti dice di fare una cosa -o meglio, se pensi che te lo abbia detto, visto che non esiste – non porti domande, falla e basta, se no ti fa un culo così e ha per giunta ragione, fosse anche uccidere il tuo stesso figlio (accidentino a Diocleziano per non essere riuscito a sterminare definitivamente i cristiani).
Quello che a me fa veramente girare i coglioni di Troy, d’accordo con te, sono gli altri due aspetti: uno, il cambiamento della trama ad mentulam canis (o in modo cinofallico, visto che parliamo di miti greci), con Menelao ucciso in battaglia; e il secondo, che i valori guerrieri alla base del mito vengono ribaltati per essere sostituiti da valori francamente cugi (in questo caso mi prendo la libertà di utilizzare un termine gergale livornese, perché non esiste una diretta traduzione in italiano: per il significato preciso, ti rimando a questo link: https://nonsolopolpette.wordpress.com/2012/10/03/fenomenologia-del-cugi-svedese-moda-inglese-e-kladdkaka/); ecco sì, usare il mito greco in questo modo è un po’ come usare un filetto di chianina per inzupparlo nel caffellatte.

14 11 2015
lostranoanello

Ma guarda, su questo sono d’accordo, infatti anche nel mio post ho specificato, proprio usando l’esempio di Euripide, che il mito può eccome essere rielaborato e modificato e in un certo senso questa è la sua intima natura. Lo fa anche Dante con Ulisse, alla fin fine, e anche, come hai notato, lo stesso Omero (cosa che non sempre ho gradito: il mito della nascita di Afrodite dai genitali di Urano è uno dei più suggestivi e Omero lo ha eliminato).
Il punto è che nel momento in cui elimini gli dei da un racconto sugli dei sei andato oltre la rielaborazione e sei nella snaturazione … Ma anche così potresti salvarti perfettamente se facessi davvero un lavoro complesso, di riflessione, a tutto tondo. Ma questo è solo un polpettone stereotipato .. cugi, appunto 😛

23 04 2016
lamb-O

> Anzi, diciamoci la verità, il mito greco è bello per questo, a differenza della Bibbia, in cui il sacrificio di Isacco ha uno e un solo significato

Quell’intrico che è la storia dell’esegesi biblica mostra un quadro diverso, ma tant’è – di quell’episodio conosco almeno un’altra lettura (sì, aderente al testo e sì, condivisa anche da credenti, sebbene più spesso ebrei. Del resto la reinterpretazione alla luce del NT era sport molto praticato, e appunto di reinterpretazione si trattava); e potrei fare l’esempio di quanto sia patentemente sbagliata, nel senso di non aderente al testo, la lettura classica del mito della torre di Babele, per esempio. Immagino che questa sia un’impressione prodotta dalla presenza di istituzioni poderose che tendono (sottolineo, *tendono*) a diffondere letture univoche; ma nondimeno è un’impressione falsa.

Però capisco anche che in questa sede freghi poco di tutto ciò, e tralascio di dirne oltre. Mi premeva solo scompaginare un po’ di questo sacro furore. Scusate.

7 12 2015
La poetica del piccione | Lo Strano Anello

[…] qui il discorso che feci quando recensivo Troy: c’è qualcosa di male a parlare di cose e persone banali e mediocri? Assolutamente no, non […]

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