Piccardo, le unioni civili e la poligamia

7 08 2016
Perché nessuno ha capito il senso delle affermazioni di Piccardo?
Ma vi pare davvero che un personaggio così esposto chiederebbe la poligamia in Italia? Con che possibilità? Al massimo potrebbe inasprire il clima di odio verso i musulmani, ma di sicuro non può ottenere il riconoscimento che dichiara di volere.
Ma davvero non si capisce il suo intento? Non avete seguito un minimo le strategie comunicative di Gianfranco Amato, Costanza Miriano e gang, abbastanza da aver imparato come si comporta un integralista religioso?
Facciamo un ripassino: Amato e Miriano sono effettivamente dei fanatici religiosi cui piacerebbe mandare i gay in carcere, vietare aborto e divorzio eccetera. Ma non la mettono mai giù in quel modo (se non in quei momenti in cui “gli scappa” di dire quello che pensano davvero), perché sanno che metterla in quel modo è una battaglia persa.
Per capire la strategia degli integralisti religiosi bisogna ricordare l’impagabile Salvemini:
“La realtà è che quando un clericale usa la parola libertà intende la libertà dei soli clericali (chiamata libertà della Chiesa) e non le libertà di tutti. Domandano le loro libertà a noi laicisti in nome dei principi nostri, e negano le libertà altrui in nome dei principi loro.”
L’integralista religioso non è stupido; ciò che fa va analizzato considerando il suo comportamento come altamente strategico: sta buono, mantiene un basso profilo, osserva in silenzioso disprezzo la società liberale e democratica, e attende il suo primo spiraglio di debolezza in cui infilarsi per aggredirla. Conosce tutti i bug del sistema democratico soprattutto per quanto riguarda la comunicazione, ed è sempre pronto a sfruttarli a proprio vantaggio.
I fondamentalisti, cattolici o islamici che siano, sanno che non possono ridurre la libertà di espressione dei loro nemici invocando il potere della censura, perché nella società occidentale quel potere è molto ridotto e spesso non è più dalla loro parte, dunque rovesciano la cosa e la pongono come una questione di “libertà di espressione” e “libertà di educazione”. Loro chiedono la libertà di odiare gli LGBT, la libertà di discriminarli, la libertà di propagandare quell’odio ovunque riescano senza nessun argine.
Il fatto che pongano la questione come una questione di libertà e democrazia non deve trarci in inganno, non deve essere scambiato neanche per un momento come il frutto di un sincero credo nella democrazia e nel pluralismo; quello che cercano di fare è semplicemente sfruttare le superficiali contraddizioni del sistema democratico e liberale con l’intento di farlo collassare, esattamente come dice Salvemini.
Una di queste contraddizioni è che la società aperta deve difendersi dai suoi nemici, dunque deve reprimere in varia misura coloro che vorrebbero distruggerla. Dunque i principi di libera espressione, libera educazione, libera stampa libero movimento etc. incontrano un limite nel momento in cui vengano usati proprio per limitare la libertà altrui. Dunque la società aperta può essere aperta solo fino ad un certo punto e i suoi principi hanno una validità per forza di cose limitata; questo limite è complesso, sfumato, difficile da tracciare; dunque chi vuole danneggiare la società aperta vi vede un’immediata debolezza, una presunta “incoerenza” da denunciare, un’area di cedimento, di potenziale confusione filosofica e culturale in cui insediarsi per far danni.
Quando la Miriano chiede libertà di espressione in realtà si sta muovendo strategicamente in due direzioni: la prima, si sta creando uno spazio di manovra per coltivare e diffondere idee repressive e totalitaristiche al sicuro dal giusto ostracismo cui sarebbe sottoposta altrimenti; la seconda, sta cercando di scatenare un senso di schizofrenia, confusione e contraddizione sui principi liberali. È come se dicesse “guardate: i vostri stessi principi sono quelli che permettono a me, che sono contro quei principi, di esprimermi contro di essi. Come fate a supportare una cosa così ipocrita e assurda? Appoggiate piuttosto il mio sincero e coerente totalitarismo teocratico!”
Finito il ripasso, torniamo a Piccardo. Non pensate neanche per un momento che Piccardo sia meno integralista o più scemo di Miriano ed Amato perché è musulmano, ragiona esattamente allo stesso modo: non sta richiedendo un diritto civile, piuttosto si sta ricavando uno spazio di manovra per organizzare una controffensiva contro i diritti civili, e al contempo fa la prima mossa di questa controffensiva: denuncia il sistema democratico dello stato di diritto come debole ed incoerente.
Non era una difesa della poligamia, la sua, quella avete più probabilità di sentirla a qualche pride; era un attacco alla comunità LGBT. E infatti un sacco di omofobi subito hanno colto l’assist e hanno ripreso in mano il loro vecchio argomento del pendio scivoloso… la frase di Piccardo serviva proprio a dargli questo assist. E lasciatemelo dire, è del tutto evidente che sia così anche dalla forma in cui l’argomento è stato posto!
“Io e milioni di persone non condividiamo la relazione omosex e tuttavia essa è lecita e ne rispettiamo gli attori. Ora lo Stato regolamenti anche il matrimonio plurimo”
Questo è chiaramente e inequivocabilmente un attacco omofobico in tutto e per tutto!
E dando spazio alle sue ridicolaggini lo si aiuta. Non che possa fare molto danno, beninteso, ma sarebbe meglio evitarlo.
Ossequi.
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Il potere di una parola

20 01 2015

Molti leggono i titoli dei libri della Miriano, e restano scioccati: “Sposati e sii sottomessa“, “Obbedire è meglio“… Ma questa è pazza!

Poi leggono qualche passo del libro o le interviste che lei ha rilasciato sull’argomento, e pensano “ma allora non era così male quello che intendeva!”

Improvvisamente questa donna così serena e di successo, sia professionale che (a quanto ci racconta) familiare, inizia a starci simpatica, inizia a farci pensare che non sarebbe affatto male vivere una vita da Mulino Bianco come la sua, in cui “ogni necessità sarà soddisfatta, ogni angoscia tranquillizzata, ogni noia superata”. I lettori cominciano dunque a pensare che un libro come “sposati e sii sottomessa” tutto sommato non sia così cattivo, dopotutto il modello che propone è allettante, a tratti condivisibile!

Ed è vero, è allettante. Mariti nobili ed eroici che si curano in tutto della mogliettina, che in cambio si rende compiacente e con tutta la forza del proprio amore cerca di soddisfare le richieste di un uomo così meritevole. Lo vorrebbero in molti e in molte, nell’uno o nell’altro ruolo.

Non è chiaro? Proprio questo è l’obbiettivo del libro, e il messaggio che veicola: quel “ma non è così malvagio” che ci spinge a dire dopo averlo letto, o dopo aver ascoltato i riassunti e le intervista rilasciati dalla stessa autrice.
Intendiamoci, ciò che dice la Miriano non è sempre condivisibile, ma non è neanche così abominevole: un modello di famiglia in cui la moglie dà al marito una preminenza prevalentemente “istituzionale”, gli lascia prendere delle decisioni di cui comunque partecipa, cerca di farlo stare bene eccetera; in questo modello è richiesto ovviamente anche che il marito sia nobile ed eroico, e quindi che la moglie non abbia bisogno di tutta questa emancipazione, visto che può limitarsi a gioire delle sue cure. Molte donne si sentirebbero umiliate o insoddisfatte a vivere così, ma altre ci starebbero benissimo, quindi perché no?

Ma il titolo, signori, il titolo.

Il titolo parla di “sottomissione”. Ma il modello proposto non è così male.
Quindi, la “sottomissione” non è così male.
Si comprende lo stratagemma?

Sottomissione ha un significato preciso, è un termine drammatico che sottolinea una forte asimmetria di potere nel rapporto. Sottomissione vuol dire che uno comanda e l’altro obbedisce; non vuole dire che la moglie fa contento il marito nella sua illuminata comprensione come una brava casalinga di Stepford, e il marito si coccola la moglie con stilnovistica nobiltà d’animo come un moderno cavaliere. Significa che il marito comanda. E se dà un ordine che non piace, si ubbidisce, che è meglio. E se abusa del suo potere, può farlo. Lo ha fatto per millenni, dopotutto.

Questo significa sottomissione, è questo quello che ha sempre significato. Nel modello ideale del marito perfetto il problema dell’obbedienza neanche si pone, visto che è tutto un gran volemose bene e il marito non vorrebbe mai fare del male alla moglie, e la moglie ci sta a farlo contento per amore; quindi tutto si risolve pacificamente con il miracoloso potere della discussione e del Vangelo. Dopotutto, anche Paolo di Tarso (per restare più neutri, l’autore di alcuni passi delle lettere di Paolo) diceva che i mariti devono trattare bene le mogli; mica ha mai detto che vanno corcate di botte.
Ma comunque il marito resta il capo della moglie, e la donna non può insegnare, ovvero diventare sacerdote, ovvero ancora non può accedere a quella che per il cattolicesimo è la posizione di massimo potere. Il Cattolicesimo è e resta maschilista anche con tutte le sue belle parole, e la moglie, ripetiamolo una volta di più, sta sotto, con tutto ciò che questo comporta.

Perché il fantastico mondo di Costançie funzioni, il marito potrà pure avere i suoi difetti, ma alla fine dovrà essere amorevole e d’animo nobile, al nocciolo.
E se non lo è, come spessissimo accade nel mondo reale? In quel caso stare sotto significa molto spesso dover subire umiliazioni, abusi, violenze fisiche e/o psicologiche; e doversele anche tenere perché, ehi, il matrimonio è indissolubile, non ce lo saremo scordati, no? Quindi il potere contrattuale della moglie diventa praticamente nullo.

Nella realtà e nel vocabolario “sottomissione” vuol dire una cosa estremamente pericolosa. Sottomessi sono i cani e gli schiavi. Chiamare “sottomissione” quella roba all’acqua di rose che ci propina la Miriano è pericoloso proprio perché depotenzia il termine sottomissione, facendocelo quasi sembrare gradevole. Il rischio è proprio che qualcuno dopo aver letto inizi a pensare una cosa tipo “ma dai, allora sottomissione non è così male, si sta bene a stare sotto!”

Che, nel caso non ve ne siate accorti, è esattamente la linea di comunicazione della Chiesa e più in generale di tutti i teorici maschilisti: la donna farebbe meglio per se stessa a stare sotto, ha una vocazione naturale a stare sotto. L’avete sentito Adinolfi? “Sottomessa non significa che non c’è la parità, sono due cose diverse”.

Invece no! Significa esattamente quello!

Cercare di camuffare e farci sembrare gradevole una parola ripugnante come “sottomissione” è un’operazione neolinguistica altamente corrosiva. “La donna sta sottomessa perché è una cosa bella e non è umiliante o pericoloso, e non la mette in condizione d’inferiorità”. E quindi una donna che non volesse stare sotto è come minimo un po’ svitata o malata; come pensava Nietzsche, deve avere qualche disfunzione ormonale.

Un messaggio maligno, a dir poco. E che ci vogliono far passare sottobanco nella forma di un allegro quadretto familiare…

Attenti al potere di una parola. Specie se sta nel titolo.