Psico(pato)logia dell’intellettuale di Sinistra

5 12 2016

Fino a tempi relativamente recenti ho fatto parte di una piccola realtà associativa che combatte certe battaglie politiche. Si è trattato della mia prima ed unica esperienza nel campo della politica in senso stretto, non mi considero un politico come vocazione: sono troppo intellettuale come inclinazione, e troppo “puro” dal punto di vista dei principi personali, per fare una cosa sozza come la politica.

Be’, come vedete, sono consapevole di quanto sia sozza la politica, lo sono sempre stato, dunque non sono rimasto sorpreso nel vedere la sozzura delle manovre politiche rivolte verso di me, né di quelle rivolte verso i miei avversari. Ciò che mi ha sorpreso è un’altra cosa.

In questa piccola realtà associativa, composta prevalentemente da intellettuali, facevamo delle battaglie politiche per certe cause contro certi avversari; dopotutto questa è la politica. E fra di noi ovviamente c’erano dei dissidi su come queste battaglie dovessero essere combattute; è politica anche questa. E ad un certo punto c’è stato uno scontro fra due fazioni che avevano idee diverse su come muoversi, e una delle due ne è uscita sconfitta. Anche questa è politica e in ciò non mi sono particolarmente sorpreso.

Ciò che mi sorprese, a suo tempo, fu il comportamento degli “sconfitti”.

Per prima cosa se ne andarono tutti sbattendo la porta, e nessuno seppe più niente di loro iniziative in favore di quella che era la nostra causa comune. Non parteciparono mai più alle nostre, non ne fecero neanche di autonome (quest’ultima cosa può essere anche comprensibile, ci vogliono mezzi e numeri per fare certe cose), semplicemente sparirono. Ho detto sparirono? No, scusate, non sparirono affatto: periodicamente si riaffacciarono, ma era ogni volta per dare contro a noi, anche in contesti in cui la nostra causa comune, che forse oramai dovrei virgolettare “causa comune”, sarebbe stata evidentemente danneggiata da quel battibecco inutile.

Una volta feci notare pubblicamente l’assurdità di questo comportamento, ovvero di seguire delle ripicche personali e azzuffarsi su questioni di lana caprina nel momento in cui c’è una causa comune molto più importante su cui si sta combattendo su cui si dovrebbe essere uniti, e ci sono degli avversari molto pericolosi che possono trarre vantaggio dalle nostre divisioni (in questo caso, era un vantaggio ben misero, ma indubbiamente possibile). Mi sentii rispondere che “confondevo me stesso con la causa” e che “essere contro di me non era essere contro la causa”.

Ma io non confondevo proprio niente. Una causa non è un’idea astratta che galleggia nell’iperuranio, è fatta di mosse e obbiettivi concreti. Semplicemente se io in quel momento sono l’unico ad avere i numeri, la forza e i mezzi per combattere per una certa causa, allora o stai con me e con la causa, oppure contro di me e contro la causa … O al massimo massimo sei completamente neutrale, il che in molti casi è comunque una forma di schieramento “contro”. Non è che io e i miei metodi siamo la causa, ma se in quel momento io sono l’unico che è in grado di portare avanti la causa, allora per combattere efficacemente per la causa ti tocca sopportare me e i miei metodi, se ci tieni un minimo.

Unità per una causa comune.
Mettere da parte le differenze per un obbiettivo più grande.
Ingoiare qualche rospo per conseguire qualche risultato.
Non parlo da persona che ha sempre vinto e costretto gli altri a ingoiare rospi, parlo da persona che spesso li ha dovuti ingoiare i rospi e quando è stato necessario lo ha fatto e lo fa… Solo che nessuno se ne accorge, perché appunto ingoio rospi anche grossi e sto zitto e disciplinato, se ciò serve a far funzionare bene il tutto.
Mi pare un discorso assolutamente sensato, perfino banale, quello che sto facendo; se per esempio vivessi in un mondo distopico in cui gli unici due partiti sono M5S e Lega Nord, metterei da parte i dissidi e mi schiererei col M5S. E se questo significasse dover obbedire a Grillo, lo farei. Certo, sarebbe una cosa fastidiosa e sofferta, ma al contempo una scelta ovvia di fronte ad una minaccia molto più pericolosa. Ripeto, questo tipo di discorso suona incredibilmente sensato alle mie orecchie, perfino banale. Ma il problema è che si appella ad un certo insieme di valori che per attecchire non devono essere soltanto compresi razionalmente, ma devono necessariamente essere sentiti al livello intimo nella loro importanza: unità, disciplina, rispetto delle regole, se necessario obbedienza al “capo”.

Questi, però, sono valori della destra che solo la destra apprezza. La sinistra non li conosce. E l’intellettuale che ama definirsi tale di solito ama anche definirsi di sinistra, dunque quei valori li ignora completamente.

“Non si sa se la sfortuna sia di destra, la sfiga è sempre di sinistra”, cantava Gaber.

Nessuno aveva rivelato a Gaber l’antica verità sulla Vita l’Universo e Tutto Quanto: non esiste la sfiga, nel senso di accanimento perverso e regolare della malasorte contro un certo soggetto. Può verificarsi qualche sequenza di eventi sfortunati, ma il fallimento, quando è regolare, continuo, così inevitabile da sapere di predestinazione, allora è immancabilmente indice di un problema strutturale. Gaber però questo problema non lo poteva vedere, proprio perché era un’intellettuale di sinistra; non scemo in assoluto, ma piagato da una stupidità selettiva che lo rende completamente incapace di comprendere unità, disciplina ed obbedienza come valori.

Purtroppo, breaking news: unità, disciplina e obbedienza sono ciò su cui si fonda ogni squadra che funziona, e nessuna battaglia, né guerra né campagna elettorale né partita di calcio, può essere vinta da una squadra che non sia coesa, disciplinata ed obbediente. Questo lo sa bene la destra: il governo più lungo della nostra storia è stato sotto Berlusconi, e non perché i suoi fossero particolarmente affini e si volessero un gran bene (spesso si odiavano a morte!), ma semplicemente perché ingoiavano i rospi, riconoscevano una leadership e obbedivano a quella leadership, anche odiandola.

Dal canto suo, se anche l’intellettuale di sinistra riuscisse a comprendere razionalmente, in astratto, l’importanza di questi valori, comunque non saprebbe poi concretizzarli. L’obbedienza, per esempio, è il fatto più problematico, perché significa “fai quello che ti viene detto anche, anzi, soprattutto quando non sei d’accordo”. Già egli non concettualizza quest’idea di abbassare il capo in astratto. Ma figurarsi, alla prima volta che gli si dirà di fare qualcosa con cui non è d’accordo al 100%, se sarà in grado di farlo. In quell’occasione l’intellettuale di sinistra si sentirà violato nella propria morale … o per meglio dire, ferito nel proprio ego: le cose si fanno come dice lui, oppure non si fanno, non gli sembrano possibili altre modalità: dopotutto, lui è intelligente, il più intelligente di tutti, quindi per forza le cose si devono fare come dice lui! Non potremo mica cedere sui principi, no?! Ovvero, non potrà mica cedere sul proprio ego!

La cosa che può sorprendere di questo atteggiamento, però, e che ogni giorno non finisce di sorprendere il sottoscritto, è la sua estensione sconfinata: per l’intellettuale di sinistra l’ego viene letteralmente prima di tutto, non v’è niente al di sopra di esso, e in una scala di priorità di sicuro sta molto, molto prima della grande causa per cui tanto idealisticamente dice di battersi; le due cose non possono neanche essere confrontate, siamo a questo punto. Sarà infatti dispostissimo a sabotarla, la propria causa, e senza un attimo di esitazione, se per salvarla dovesse sacrificare anche solo una punta del proprio ego, obbedire ad una cosa che gli viene detta senza discutere, accettare l’autorità di un capo o qualunque cosa di questo tipo: la scusa sarà che “ha dei principi cui rimanere fedele”. Sì. Sé stesso.

Nel mio caso, dopo anni ancora c’è gente che aspetta l’occasione per darmi addosso per questioni vecchie come il cucco senza curarsi minimamente delle conseguenze; dal canto mio, anche in me c’è qualcosa che non posso dimenticare e che mi ha colpito più profondamente, ed è l’assurdità di tutto questo che allora mi colpì come un mattone sul viso: mi capitò a suo tempo di essere trattato peggio dai sostenitori della mia stessa causa di come vengono normalmente trattati gli avversari; ciò non mi appare né meschino né immorale né ingiusto, mi pare solo stupido. L’irrazionalità della cosa è sfacciata e ridicola, è comprensibile solo in ottica psicologica, ma non logica perché non ha niente di logico. Per questo, mio caro Gaber, la sinistra è “sfigata”: perché è “intellettuale” come te, ha l’ego gonfio dell’intellettuale, come te, e non capisce che sta combattendo una battaglia grande e non potrebbe perdere tempo in demenziali lotte intestine; insomma perché perde più tempo a criticare la sinistra che a criticare la destra.

Ora guardate la Sinistraquellavera, che si è spesa tanto per affossare Renzi (probabilmente senza neanche riuscirci, perché senza di lui sono essenzialmente un branco di scimmie allo sbando). Ora che farà? Se le va bene, si ritroverà di nuovo controllata da Renzi fra non più di un anno, avrà fallito e si ritroverà contro un Renzi ancora potente e molto assetato di vendetta. Se le va male sarà riuscita nell’intento, ricandiderà un qualche sfigatissimo Bersani che non vincerà le elezioni e avremo un’Italia governata da Grillo. Tutti e due gli scenari sono tremendi come risultati per il PD, mettersi in una situazione del genere spontaneamente è un suicidio, celebrarla come una vittoria è disturbo psichiatrico.

Dunque Speranza, del PD, di che cazzo si gioisce? Che si gioisce D’Alema?

Prendi il più imbecille degli analfabeti dalla strada e digli che c’è uno che gioisce per una situazione lose/lose senza scampo come questa, e ci si è cacciato completamente da solo, volontariamente e scientemente. Digli che c’è un intellettuale, un cervellone, una mente fine, che vuole vedere trionfare la sinistra per il bene di questo paese, e per questo motivo ha fatto di tutto per affossare l’unico rappresentante della sinistra che abbia una qualche possibilità di vittoria; digli che c’è una persona veramente intelligente che ci tiene all’Italia e pensa che il populismo di Grillo e Salvini sia un pericoloso, ma ha votato in modo tale da avvantaggiare Grillo e Salvini. Il nostro analfabeta, il nostro imbecille, a sapere che esiste una persona del genere risponderà come il buon Rupert Sciamenna. E avrà ragione, perché anche se abbiamo immaginato di prendere un imbecille analfabeta, la realtà è che su certe specifiche questioni l’intellettuale di sinistra, l’intelligentone, quello che ha capito tutto, è più imbecille di qualsiasi imbecille, è semplicemente un ritardato grave che dovrebbe ricevere il sussidio dallo stato, essere messo sotto tutela e avere qualcuno che prenda le decisioni per lui.

Il brutto è che purtroppo l’unità pacifica non si può costruire senza il consenso, e questi poveri impediti non vogliono unità, perché hanno l’orticaria se sentono parlare di disciplina e danno di stomaco anche solo a sentire la parola obbedienza. Non è colpa loro, è un limite fisico, è come l’incapacità di vedere i colori o di comprendere le parole.
Dunque tenteranno costantemente di sabotare ogni successo che non sia stato ottenuto da loro e con i loro metodi, come appunto fa D’Alema … il problema però è che nessun successo politico durevole può essere ottenuto senza unità, disciplina ed obbedienza, il che riduce il loro agire ad un semplice e continuo sabotaggio e auto-sabotaggio. Quindi anche coloro che vogliono l’unità, e dunque sarebbero ben disposti a mettere da parte le differenze e ingoiare qualche rospo per ottenerla, si trovano costretti a risolvere prima un’assurda, selvaggia lotta interna. E solo se riesci a schiacciare la testa alla serpe che ti porti in seno, e in maniera definitiva, puoi pensare a liberarti della tigre che vorrebbe divorarti. Insomma si finisce con l’essere costretti a sprecarsi in ridicole lotte intestine senza alcun costrutto e che non si vorrebbe fare, mentre ci sarebbe da combattere e vincere una battaglia seria, con una posta in gioco vera e alta, all’esterno.

Uno scorpione una volta, dovendo attraversare un fiume, chiese ad una rana che passava di lì se non potesse traghettarlo dall’altra parte sul proprio dorso.

“Assolutamente no! Mi uccideresti a metà strada!”

“Perché dovrei farlo?”, rispose lo scorpione, “Se tu morissi io, non sapendo nuotare, annegherei a mia volta.”

La rana fu convinta dal ragionamento; prese lo scorpione sul dorso e iniziò a nuotare. A metà strada sentì un dolore alla schiena: lo scorpione l’aveva punta.

Mentre stavano entrambi per morire, la rana domandò allo scoprione:

“Ma perché l’hai fatto?!”

“Sono uno scorpione”, rispose lui, “è la mia natura”.

E diciamolo, la natura dello scorpione è di essere irrecuperabilmente scemo. E infatti muore come uno scemo.

Ossequi.

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4 responses

10 12 2016
Lupesio

Secondo me il tuo ragionamento è corretto, ma questo modo di ragionare (o meglio di non ragionare) non è necessariamente connaturato alla sinistra, bensì al PD, che è un partito nato dall’unione di brandelli del PCI e della DC, fondamentalmente allo scopo di evitare a molti dei rappresentanti dei vecchi partiti quello che considerano la più grande delle sciagure: il doversi trovare un lavoro, prospettiva alla quale sono inclini come i semiti al maiale.
L’intellettuale, di per sé, è una persona che dice quello che pensa e lo argomenta, e il fatto che i suoi pensieri avvantaggino una fazione o l’altra non dovrebbe toccarlo; questo non è necessariamente un aspetto negativo, ma semplicemente un ruolo diverso rispetto al politico.
Ma un partito come il PD non è fatto da politici che perseguono degli obiettivi comuni e neanche da intellettuali che partoriscono pensieri intelligenti e innovativi, ma da politicanti. Il partito è per loro solo un palcoscenico che serve a far sì che si parli di loro: basti pensare che lo stesso Bersani che ha fatto campagna per il NO aveva anche votato per la riforma costituzionale. Per cui, l’obbedire al capo e il battibeccare su inezie sono solo strumenti, usati alternativamente in funzione di un unico obiettivo: rimanere a galla. Siamo al di qua dell’ego.
Prendiamo la questione LGBT. Un partito avrebbe tre scelte razionali di fronte a sé: 1) essere favorevole alle unioni civili; 2) essere contrario alle unioni civili; 3) non prendere posizione e lasciare che la questione venga decisa da un referendum: del resto non è un tema né di destra né di sinistra. In realtà nel PD esistono politici che fanno i gay di professione, come la Concia o Scalfarotto, e altri che fanno gli omofobi di professione, come Adinolfi (e fino a poco fa c’era anche la Binetti). Che senso ha brandire un tema e usarlo per dividersi, rendendo un servizio nullo sia alla causa LGBT che al proprio partito? Il senso è appunto conferire notorietà a personaggi che non la meriterebbero.
Dal punto di vista della causa, invece, essere di sinistraquellavera e opporsi a Renzi ha senso: Berlusconi ha timidamente provato ad abolire l’art. 18 e ha dovuto lasciar perdere, mentre la maggioranza a guida PD lo ha fatto senza problemi. Una persona veramente di sinistra preferisce avere un governo di destra che però non si azzarda a fare politiche di destra che non un governo di sinistra che opera indisturbato politiche di destra, ma tale persona non appoggia tutte le decisioni di Renzi salvo dargli addosso quando è messo male per fargli le scarpe: piuttosto, se ne va e cambia partito, proprio perché il partito di cui fa parte non porta avanti la causa. Questo sarebbe un atteggiamento dettato da motivi ideali, non dall’ego.
In realtà, nella sinistra, prima accadeva l’opposto: nel PCI vigeva il centralismo democratico (almeno in teoria), per cui ci si scannava a porte chiuse e ci si presentava compatti fuori. Anche gli intellettuali erano pronti a sacrificare la propria indipendenza di giudizio per aderire ad una data fazione.
Per cui, in sintesi, se prima il problema era la politicizzazione dell’intellettuale, adesso il problema non è l’intellettualizzazione della politica, quanto la riduzione della politica e dell’attività intellettuale ad un grande mercato delle vacche. Anche Berlusconi ha governato grazie a gente che era sul suo libro paga, non a persone che mettevano da parte le loro istanze in vista di un ideale comune.

13 12 2016
Baker Street Boy

E quando quel partito che chiami di sinistra è solo un paravento per politiche di destra, cosa fai?
Ingoi il rospo comunque?
Accetti di farti colpevolizzare se provi a far notare gli errori del Caro Leader, essere sbranato dal branco mentre il carro va verso il baratro?

Ti seguo da un po’, conosco molto bene la dinamica del conflitto umano, quello che senti in rete lo chiamano “sindrome da Billy the Kid”, ossia il risentimento di quello con l’ego ipertrofico che cerca continuamente di annullare il prossimo, meglio se alleato, per dimostrare di valere qualcosa, anzi di più.

Ma seriamente, qui stiamo parlando del Piddì.
Cioè, faccio fatica a pensare ad una sola politica di sinistra fatta da Renzi o Napolitano.

13 12 2016
lostranoanello

Cos’è una politica “di sinistra”, oggi?

12 05 2017
Mario

In realtà l’ intellettuale di sinistra, con infinito pelo sullo stomaco, da sempre non fa altro che accettare ogni menzogna della sua parte politica pur di rimanere a galla. Salvo poi piagnucolare come Calvino di ” schizofrenia ” tra l’ ergersi a difensore dei deboli e sorvolare o giustificare le atrocità delle dittature di sinistra quando non può più difenderle

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