La disgustosa retorica della giustizia cosmica

14 06 2016

La retorica sui figli e quella sull’amore hanno in comune una caratteristica essenziale e particolarmente odiosa: sono costruite per dare legittimazione piena a delle ingiustizie.

Mi concentrerò qui sulla disgustosa retorica sui figli, prevalentemente di matrice cattolica: essenzialmente questi bravi genitori cattolici non perdono mai occasione per esaltare che fantastica esperienza sia avere dei figli. Da parte di chi figli non ne ha, ci sono due possibili risposte ragionevoli a questo tipo di retorica:

La prima: “non sono d’accordo, non credo che i figli siano un’esperienza così bella e importante”.

La seconda: “sono d’accordo, infatti anche io che biologicamente non posso averne desidero avere figli”.

Entrambe le risposte incontrano reazioni di rabbia estrema da parte di questi bravi genitori. Perché?

Perché essi non solo vogliono esibire i figli come la cosa più bella del mondo, ma anche essere invidiati per questo; e perfino vogliono il riconoscimento che il loro avere questo privilegio sia GIUSTO. Un discorso simile vale con le relazioni: chi le ha vuole che gli sia riconosciuto che se l’è pure MERITATE e dunque che, implicitamente, chi non le ha è perché non se l’è meritate. Vogliono, insomma, non solo godersi le fortune, ma anche sentirsi dire che dietro quelle fortune non c’è il vuoto agire del caso, ma l’azione di un’occulta giustizia cosmica sottostante.

Nella retorica omofobica contro l’omogenitorialità questo elemento è onnipresente; qualche tempo addietro assistetti al comizio di un politico che aprì la discussione parlando dei suoi figli e di quanto rendessero la sua vita gioiosa, informazione assolutamente non richiesta, e poi proseguì con la bordata contro la legge Cirinnà che trasformava i figli in un “diritto”.

Ma che discorsi sono? Se avere figli è una cosa bella, perché non assicurare questa gioia a più persone possibili, fermo restando che dimostrino di essere adeguate al compito genitoriale? Se è una cosa così bella e così importante da farti ritenere opportuno parlare dei tuoi figli in un comizio politico che non c’entra niente, perché non sforzarsi di farne un diritto per tutti? Se è una cosa così bella e importante, allora andrebbe condivisa!

Non è che potere avere figli biologicamente significhi essere persone particolarmente meritevoli di questo “privilegio”. Non è automaticamente giusto che chi può avere figli biologicamente li abbia, e non è automaticamente giusto che chi non può non li abbia. Per fare un figlio ci vogliono uno spermatozoo, un ovulo e un utero; non richiede particolari meriti personali avere un figlio biologico, infatti anche i personaggi più disagiati ed indegni hanno dei figli. E’ evidente che se Josef Fritzl ha avuto figli avere un figlio non certifica una tua particolare grandiosità. Analogamente, se Adolf Hitler aveva una partner, è evidente che non si richiedono speciali doti umane per avere una relazione. Chi ha un figlio o una moglie non ha niente di meglio degli altri, non sono cose che certifichino il favore di Dio nei confronti dei suoi Prediletti e dei Giusti. Significano solo avere avuto culo (o sfiga, a seconda dei punti di vista).

Non c’è un cazzo da esibire né un cazzo da vantarsene, ma se proprio vuoi esibire e vantarti, allora le risposte naturali degli altri sono quelle due che scrivevo prima: gente che non ti caga di striscio perché non condivide la tua scala di valori, oppure gente che la condivide e conseguentemente avverte un senso d’ingiustizia. E a dirla tutta dovresti avvertirlo anche tu, se il punto non fosse, come invece è, causare invidia. Perché che un pazzo come Fritzl abbia avuto figli mentre un sacco di ottimi genitori non ci riescono è chiaramente un’ingiustizia di scala cosmica. Quello che assolutamente non ci si può aspettare e non si può chiedere è quello che questi soggetti vorrebbero invece sentirsi dire: “effettivamente i figli sono la cosa più bella e importante della vita; ma io mi rassegno senza batter ciglio a non averne perché se tu li hai e io no sicuramente è perché sei migliore di me e Dio ti favorisce”.

Relazioni e genitorialità vengono avvolti in un manto di romanticismo e irrazionalità per una ragione ben precisa, e si capisce facilmente qual è se si pensa a tutte quelle retoriche che vengono costruite per giustificare altre forme di “ingiustizia”: la retorica del lavoro duro che permette di raggiungere qualsiasi obbiettivo, per esempio, che è strettamente funzionale a giustificare la ricchezza agli occhi della povertà; o la retorica del voto democratico come giudizio definitivo di valore morale e politico, che è strettamente funzionale a giustificare il dominio di chi vince di volta in volta le elezioni.

La fortuna è cieca e ingiusta; la fortuna di qualcuno è il complemento naturale della sfortuna di qualcun altro, e dunque la sua stessa esistenza confuta il concetto di una giustizia universale. Chi non ha avuto fortuna naturalmente si adopererà per cercare di cambiare le cose e, se non ci riuscirà, accetterà la cosa, che però è ben diverso dal trovarla “giusta” e dal riconoscere che siamo nel migliore dei mondi possibili. Il fortunato, invece, potrebbe accontentarsi di gioire della propria fortuna e basta; ma se si fermasse a rifletterci sopra potrebbe perfino, all’estremo, sentirsi un po’ in colpa a causa della propria fortuna. Un rischio che non vuole correre, per questo costruisce una retorica della giustizia cosmica per cui tutto ciò di buono che gli è capitato se l’è meritato e gliel’ha voluto mandare Dio. E tu devi riconoscere che ciò che a lui è capitato e a te no è una cosa fantastica che più bella non ce n’è, ma senza mettere in discussione la saggia giustizia cosmica che a lui l’ha data e a te no. Conveniente, per lui.

In effetti, dal suo punto di vista, quest’operazione ha perfettamente senso. Sono gli altri che non dovrebbero permetterla in silenzio…

 

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