Sulla definizione di “morale”

12 07 2015

Contrariamente a quanto pensa Moore, il problema della definizione della morale non è irrisolvibile, quanto piuttosto è un falso problema.

Forse che i matematici trovano problematico definire anche le cose più strane, come la radice quadrata di -1? No, ovviamente. Le definizioni sono convenzioni, basta accordarsi e possiamo farle come vogliamo. Devono solo essere coerenti; non potremo definire un “triangolo con quattro lati”, perché sarebbe come dire “un poligono con solo tre lati e con quattro lati”, e sarebbe contraddittorio. Ma possiamo benissimo definire un “triangolo rettangolo”, o una “sfera trasparente”, o un “unicorno invisibile”. Che dibattito dovrebbe mai esserci su delle definizioni, una volta che siano coerenti?

Semmai si discuterà poi se questo triangolo rettangolo possa avere due angoli retti. Semmai si discuterà di che materiale è fatta la sfera. Semmai si discuterà se l’unicorno esista. E ci potremmo scannare parecchio su queste cose!

Ma non sulla definizione. Prima definiamo; lo facciamo attraverso una banale convenzione, e badando soltanto di non aver definito in modo contraddittorio. Poi descriviamo, deduciamo, facciamo inferenze; e lì si dibatte e discute e argomenta e filosofa, ma non prima.

Dunque non è un problema definire “morale” più di quanto non sia un problema definire “triangolo rettangolo” o “cavallo bianco”. Basta che la definizione sia coerente ed essa può essere convenuta senza ulteriori discussione. Non è mai la definizione il problema, le definizioni sono il punto di partenza della discussione, non c’è niente da discutere a riguardo.

Piuttosto i filosofi credono, per pregiudizio, che la morale sia o già definita oppure, come Moore, che sia indefinibile (ovvero intuita per semplice indicazione; non perderò tempo a spiegare perché, anche in questo caso, non ci sarebbe nulla da discutere sulla questione; “rosso carminio” te lo faccio vedere, e poi non dibattiamo certo su cosa sia), e dunque che il problema sia discuterla, descriverla. E a quel punto dicono che stanno discutendo della definizione, ma ciò è ridicolo: non puoi pretendere prima di dimostrare teoremi sui triangoli rettangoli e poi di dirci cosa sono i triangoli rettangoli, o addirittura, all’apice della follia, dedurre cosa sia un triangolo rettangolo da un teorema su di esso!
S
tanno discutendo sulla descrizione, sui teoremi; e la ragione per cui non arrivano mai a nulla è semplicemente che non si sono mai accordati sulle definizioni.

Sorprende vedere quanto comune sia questo errore banalissimo fra i logicissimi filosofi analitici: scambiano la descrizione con la definizione. Una cosa da bambini, filosoficamente parlando, eppure si verifica quotidianamente fra persone che in teoria dedicano la vita allo studio della logica.

Ma non sorprende più se ci ricordiamo a cosa serve storicamente il concetto di morale: a convincere gli altri a comportarsi come noi vorremmo.

E dunque, ciò che vogliamo dimostrare non sono dei rigorosi teoremi, ma bensì i teoremi che vogliamo noi.

Tenere nascosti quali siano i loro assiomi, seppellirli il più possibile sotto una muraglia di teoremi incomprensibili e fumosi, celarli anche all’occhio più attento …questo è l’obbiettivo dei filosofi morali. Rivelare chiaramente quali siano i loro assiomi è contro i loro più profondi interessi.

Non lo faranno mai.

Ossequi.

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