Contro natura?

30 06 2015

Come forse sapete se leggete il mio blog abitualmente, io ho un passato da simpatizzante della destra religiosa. Sì, è un passato moooolto passato; parliamo di quando andavo al liceo, una decina di anni fa. Ma vedete, gira voce che io sia un po’ più brillante della media, per cui a quei tempi, al livello intellettuale, potevo essere considerato un pericolo pubblico per il tipico sinistroide radical chic, dato che le mie argomentazioni erano estremamente riflettute e ben strutturate (almeno per quanto possa consentirlo il pessimo materiale di partenza).

Quello che mi è successo, però, è che, avendo uno stile di ragionamento da intellettuale di destra di una certa levatura già quando andavo a scuola, nel tempo sono andato ad approfondire sempre di più le mie stesse argomentazioni. Immaginate cosa è successo: via via che approfondisci ti convinci sempre di più che tu sei un ganzo che ha capito tutto, fino a che arrivi al punto di rottura: le hai approfondite così tanto che ti sei accorto che sono merda rimasticata, vomitata, rimangiata e cagata di nuovo.

Sostanzialmente, certe argomentazioni mi sono diventate così chiare in testa che mi sono accorto di quanto facessero chiaramente schifo. E, Popper docet, non c’è possibilità di tornare indietro, perché una teoria falsificata è falsificata una volta per tutte.

Quindi quando discuto con estremisti di destra cattolici mi trovo in una situazione molto dolce: io riconosco esattamente ogni singolo passaggio delle loro argomentazioni, perché le avevo già elaborate in forma molto più elegante quando ero un liceale. Quindi non solo le conosco, ma le conosco meglio di quanto le conoscono loro.

Questo è un vantaggio dialettico che generalmente l’intellettuale di sinistra non può vantare, perché di solito è sempre stato sinistrorso e quelle argomentazioni non gli sono mai sembrate sensate; dunque non ne capisce la struttura intima, non ne capisce il senso, non capisce perché persuadono. Quindi non può comunicare con la destra religiosa, nemmeno capisce i suoi argomenti.

È quello che accade, per esempio, quando gli integralisti dicono che l’omosessualità sarebbe “contro natura”.

Ora, consideriamo che quello che essi dicono è in gran parte determinato da considerazioni di convenienza comunicativa, dunque non dicono sempre quello che pensano. Ma pensano determinate cose, questo è garantito. E pensano sempre, sempre, SEMPRE, che l’omosessualità sia “contro natura”.

Noi non capiamo cosa intendano, e loro non ce lo spiegano mai, quindi l’incomunicabilità è garantita.

Non capiamo cosa intendano perché dalla prospettiva degli scienziati per noi “natura” ha un significato estremamente preciso e definito: l’insieme delle inesorabili leggi che regolano il cosmo. La gravità, la relatività, la termodinamica. Da questa definizione chiarissima e lineare emerge con chiarezza l’insensatezza a priori del concetto di “contro natura”. Ciò che esiste, esiste in quanto reso possibile dalle leggi di natura. Ciò che è contrario alle leggi di natura, semplicemente non esiste.

Dunque su base razionale non capiamo nemmeno cosa diavolo possano voler intendere quando dicono che è “contro natura”. Se fosse contro natura, sarebbe impossibile; è invece possibile l’omosessualità, è invece possibile l’adozione a coppie omosessuali. Queste cose sono così possibili che essi le vogliono vietare, nel tentativo di renderle impossibili. Dunque che i gay si accoppiano può essere, e che crescano dei bambini anch’esso può realizzarsi, dunque è secondo natura. Se uno mi dicesse che vuole curare il cancro con l’omeopatia gli direi: “no, è contro natura; puoi provarci ma non puoi riuscirci”; ma se uno mi dice: “sono gay e voglio crescere un bambino col mio partner”, io devo dirgli: “la natura lo consente; bisogna vedere se te lo consente la nostra cultura”.

È evidente che non c’è molto spazio di dibattito dal punto di vista etico sulla base delle leggi di natura: ciò che è contro di esse, banalmente, non può accadere, dunque non è oggetto di dibattito etico.

Dunque è evidente che gli omofobi non intendono il termine “natura” in senso scientifico.

Ma allora in che senso?

Provate a domandarglielo: panico assicurato. Non lo sanno dire.

Eppure il concetto lo usano, altroché! Continuamente ne parlano, oserei dire che è un cardine filosofico del loro pensiero! Com’è possibile che non sappiano dare una semplice definizione operativa di un termine a cui, in modo implicito o esplicito, si riferiscono continuamente?

È possibile, lo è per le ragioni che spiegavo in questo articolo. Una parola non è altro che uno strumento che induce uno stato cerebrale. A volte, la parola induce uno stato estremamente ben definito; es. “rosso” ci fa pensare al naso dei pagliacci, a certe varietà di rosa, al semaforo e simili. “Albero” ci fa pensare a pini, querce, abeti, betulle e via dicendo. Con queste parole si formano immagini molto chiare nella nostra mente. Ma a volte queste immagini non sono così chiare: “la dignità”, “l’energia”, “la morale” …

Difficile mettere in parole cosa siano: il padre di Milhouse, ne “I Simpson”, fallisce quando deve disegnare la “dignità”. Perché è un concetto astratto, fumoso; e diciamola tutta, non tutti abbiamo la stessa idea di che cosa sia effettivamente la dignità. Non parliamo nemmeno della morale …

Ecco, tuttavia, quella fumosità non sempre preclude il verificarsi di quel fenomeno essenziale della comunicazione che io chiamavo “intesa”. Quando un omofobo scrive che “le adozioni gay sono contro natura”, le menti più raffinate non capiscono, proprio perché sono raffinate e hanno bisogno di concetti molto definiti e rigorosi per comprendere; ma se dici “i gay sono contro natura” al Family Day tutti gridano “Yeeeh! Sìiii! Contro-naturaaaa! Maleeee!”

Questa intesa che si crea anche in assenza di un significato definito vivifica l’illusione, che costoro nutrono, che quel significato chiaro esista. “Ok, io non ho un’idea chiarissima di cosa voglia dire, ma siccome quello lì mi capisce quando lo uso, allora il significato ci sarà!”

Non avete idea di quanta incompetenza si autoalimenti attraverso il reciproco supporto che si danno le persone confuse: si “intendono”, ovverosia agiscono all’unisono. Questo li induce a pensare di avere per le mani qualcosa di chiaro, che in realtà non hanno: sono semplicemente tutti confusi.

Questa illusione è molto potente. Se prendete in disparte uno di loro e lo tartassate un po’, accadrà una cosa così (ripetutamente testato, garantito): continuerà ad usare il termine “natura” come se nulla fosse, ignorando completamente le vostre richiesta di una denotazione chiara di che cosa sia. Non si raccapezzerà proprio del fatto che non lo capiate; per lui è come se gli steste chiedendo che cos’è il rosso! Non lo sa dire, ma tu devi intendere comunque! Alla lunga il confronto con una realtà diversa potrebbe incrinare la sua stoica fede che quella dicitura sia davvero così chiaro e autoevidente, ma sarà un effetto temporaneo: appena tornerà a confrontarsi con persone con cui “si intende”, ovvero confuse come lui, la fede nella parola “natura” e nel suo significato tornerà più solida e indistruttibile di prima.

L’intesa permette loro di credere che un significato chiaro ci sia anche se non c’è. Ma poiché agiscono all’unisono, in qualche modo questa sintonia di menti deve fondarsi su qualcosa … solo che quel qualcosa deve restare vago.

Perché?

Perché è un’idea debolissima. Un’idea così debole che anche solo vederla per come è demolisce la fede in essa. Essi si tengono lontani per istinto dalla chiarificazione del significato del termine, come gli animali si tengono lontani dal fuoco: percepiscono “a pelle” il pericolo per ciò in cui credono, e la persistence of belief fa il resto.

Ma io, visto che di quella magica e silenziosa intesa un tempo ho fatto parte, so bene su cosa si fonda e posso rivelarlo agevolmente. Si tratta di un’immagine vaga, ma non pensiamo che la vaghezza la renda meno efficace, anzi! Proprio nella vaghezza sta la sua forza, come nell’intangibilità sta la capacità dei fantasmi di cagionare terrore.

La natura, per loro, è uno spirito antropomorfizzato che sorveglia gli uomini e valuta i loro comportamenti, stabilendo delle regole che essi devono seguire pena ritorsioni (terremoti, malattie, disastri naturali e altri mali il più delle volte imprecisati, tanto più terrificanti quanto più indefiniti). Se infrangi le imprecisate leggi che questo imprecisato spirito decide, imprecisate malvagie conseguenze ricadranno sulla tua testa per imprecisate ragioni, “la natura si vendica”. Un po’ la sindrome di Frankenstein, “ci saranno conseguenze”, perché l’uomo non deve “giocare a fare Dio”.

E perché non dovrebbe?

Ma perché se no Dio s’incazza, ovvio! Ovvero, la “Natura” si incazza.

Dunque questa Natura è Dio?

Sì; per i cattolici “natura” è in larga misura “Dio”, o comunque è qualcosa di estremamente simile. Ma non è interamente sovrapponibile, perché essi effettivamente non credono che “natura” sia esattamente quello che è scritto nella Bibbia; col termine essi piuttosto si riferiscono ad un insieme di consuetudini.

Questo termine è evidenziato perché è fondamentale nella psicologia del conservatore, è il non detto alla base di tutto. Essi sono abituati ad osservare una certa cosa con estrema regolarità. Per esempio, è una consuetudine rigidissima, nella società occidentale, che i genitori biologici crescano il figlio in regime di esclusività (almeno formale, sappiamo che in pratica nonni, zii, padrini etc. prendono parte all’opera molto potentemente); quando ciò non è possibile, si utilizzano istituti che simulino la stessa situazione: dunque genitori adottivi rigorosamente di sesso diverso.

Ovviamente, due genitori adottivi di sesso diverso non sono più vicino alla genitorialità biologica di quanto non lo sarebbero due gay. Genitore biologico o ci sei o non ci sei, tertium non datur; affermazioni tipo che “la differenza fra una coppia gay e una etero è che la coppia etero potenzialmente avrebbe potuto generare figli” sono esattamente inconcludenti come suonano: se i nostri etero erano sterili, non avrebbero potuto neanche loro, quindi la potenzialità dove la vediamo? Se non lo erano, comunque non hanno voluto generare figli, quindi genitori biologici non lo sono. Due genitori etero sterili avrebbero potuto avere un figlio se la biologia non li avesse resi sterili, come due genitori etero non sterili avrebbero potuto se avessero voluto, come due gay avrebbero potuto se la biologia non l’avesse impedito. Nelle ipotesi ci si può divertire molto, ma il discorso omofobico suona giustamente come il classico “se mio nonno aveva le ruote era un carretto”; una fantasia non è una “potenza”, è solo una fantasia.

La ragione per cui essi trovano convincente un discorso così palesemente idiota non è che esso abbia una qualche forza logica, che evidentemente non possiede; ma è solo ed esclusivamente nel fatto che si appella ad una rassicurante consuetudine.  E la consuetudine è l’oasi nel deserto della vita, per il conservatore.

Dunque abbiamo capito perfettamente che cos’è per loro la natura: si tratta dell’ente antropomorfico che si fa guardiano delle consuetudini. Quando affermano che questa idea non sia religiosa, mentono, forse non sapendolo; quando dicono che non ha nulla a che fare con il loro credo, mentono, ipotizzo che ne siano consapevoli solo a metà; quando dicono che non è esattamente sovrapponibile al loro specifico credo religioso, dicono la verità: la consuetudine non ha strettamente a che fare con la Bibbia, che è piena così di incesti e massacri e concubinato e poligamia e chi più ne ha più ne metta; ha principalmente a che fare con la rigorosa consuetudine cui sono abituati.

Quando una consuetudine diventa molto rigida e radicata, il pensiero tende a strutturarsi intorno ad essa, per cui all’idea che quella consuetudine sia una cosa che hanno visto e vissuto solo loro, e che solo in loro è un fondamento capitale dell’esistenza, vanno in crash. Non concettualizzano questo pensiero. Se uno di loro è arrivato fin qui nella lettura, qui è dove smette di leggere, e ha smesso di seguirmi pensando che io sia pazzo molte righe fa.

Perché, chiaramente, nel momento in cui si realizzi che questo fondamento capitale è semplicemente un’abitudine, come prendere il caffè macchiato la mattina, resti per forza un po’ smarrito. In qualsiasi momento potresti decidere che preferisci un cappuccino.

E quel che è peggio, resti senza parole!

Un tipo cattolico con cui dibattevo anni addietro una volta si rifiutò esplicitamente di riconoscere la sola esistenza delle mie critiche al concetto di natura. Interruppe sostanzialmente il dibattito iniziando a usare la parola natura a ripetizione, a mo’ di sfottò ma con nervosismo evidente. Una chiara reazione di rifiuto: l’animale che ha paura del fuoco. Un auto-confortarsi sulla solidità di quella zatterina da quattro soldi.

Ammettendo che si parla solo di consuetudine, gli argomenti utilizzati si rivelano per quello che sono, ovvero appelli alla tradizione: “s’è sempre fatto così”, o per meglio dire, “l’ho sempre visto fare così”.

E nel chiuso della sua stanzetta l’omofobo crede davvero che “l’ho visto sempre fare così” sia un buon  argomento. Se non si è compreso questo, non si è compreso l’omofobo; peggio, non si è compreso il conservatore: l’appello alla tradizione  è la sua fallacia logica, quella che sta alla base di ogni suo errore, la pietra d’angolo.

Chi volete mai che ammetta una debolezza del genere? Se lo fa, allora fa come ho fatto io: cambia idea.

E non possiamo aspettarci che ciò accada di frequente …

Ossequi

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15 responses

4 07 2015
Sulla Fallacia Naturalistica (e altre) | Lo Strano Anello

[…] si sottointende un circuito psicologico del tutto diverso ed illogico, che (come spiegavo in questo articolo) passa attraversol’antropomorfizzazione della natura e l’appello alla tradizione, […]

27 07 2015
Antra

bellissimo articolo, complimenti! soprattutto la parte della “potenza” e di cosa è davvero “contro natura”.

la biologia non permette a due omosessuali di avere figli, ma nulla gli impedisce di adottare o usare altri modi per averne (madre surrogata ecc.). solo la legge e la cultura glielo impedisce. se queste leggi non ci fossero, due omosessuali possono adottare un bambino. è assolutamente possibile e reale, quindi non è contro natura. non gli compare la Biologia davanti a urlare “hey non si può!” e fa scomparire i due omosessuali dall’universo. anche se la biologia dice di no, niente gli vieta di trovare altri modi per farlo. se è possibile, in qualunque modo, è naturale.

allo stesso modo, una coppia etero fertile non vuole avere figli. la biologia gli permette di averli, ma nulla gli impedisce di non farne. è possibile, quindi non è contro natura.

a me piacciono le donne. se fosse contro natura, io non esisterei, ma invece eccomi qua dietro al computer a scrivere questo commento (se puoi provarlo… :P). esisto, è capitato che mi piacessero le donne, quindi è natura. se fosse contro natura, non potrebbero piacermi le donne, ma “””stranamente”””” è possibile.

contro natura è, che ne so, un unicorno magico che vomita arcobaleni. puoi immaginarlo, puoi disegnarlo, ma non vuol dire che esista. fuori dalla tua testa non esiste. esiste “il disegno dell’unicorno” ma non l’unicorno in sè, quindi è contro natura.

13 10 2016
minstrel

Mi scuso subito se sembrerò irriverente, ma.. sta scherzando?

E’ possibile avere dei riferimenti bibliografici dai quali ha desunto che la nozione di “natura” intesa in senso intensivo sia necessariamente da intendersi come “uno spirito antropomorfizzato che sorveglia gli uomini e valuta i loro comportamenti, stabilendo delle regole che essi devono seguire pena ritorsioni”?

13 10 2016
lostranoanello

Non ci sono riferimenti bibliografici, o all’opposto sono ovunque, a seconda del punto di vista. E’ la visione che emerge dagli scritti degli integralisti religiosi omofobici, ma non è loro esclusiva; per esempio anche la guerra agli OGM si basa sulla stessa prospettiva, che vi siano leggi nella natura che possono essere infrante ma non devono.
Questo è possibile solo se non si intende la natura come un ente impersonale ed inconscio ma come un ente intenzionale. Ovviamente questa personalizzazione della natura non è esplicita; anche gli anti-OGM per esempio, che spesso non credono al sovrannaturale, ne adottano lo stesso impianto discorsivo: non bisogna infrangere le leggi della natura creando OGM. Ovviamente non v’è nessuna legge di natura contro gli OGM, o non esisterebbe alcun OGM; altrettanto ovviamente non v’è uno spirito antropomorfo che vieta gli OGM. Ma l’immagine che si forma dietro espressioni come “gli OGM sono contro natura” è che ci sia uno spirito nella natura che sorveglia che le cose vadano in un certo modo, e se non vanno in quel modo si ribella e punisce l’uomo per la sua hybris. Di solito lo fa attraverso invasioni di vespe mutanti, dinosauri clonati che iniziano a mangiare le persone, mostri di Frankenstein che uccidono il proprio creatore e tutte queste altre trovate da fiction che, per quanto palesemente assurde ad un’analisi razionale, sopravvivono nella forma di terrori inconsci nella mente delle persone.

13 10 2016
minstrel

Scusi, ma potrà darmi anche solo uno scarno riferimento bibliografico che non siano presunti scritti di integralisti religiosi o di persone anti-OGM, no?
Mi permetto la richiesta in virtù della sua introduzione allo scritto, nella quale dichiara di aver approfondito “cosi tanto” i concetti di cui parla da accorgersi “che sono merda rimasticata, vomitata, rimangiata e cagata di nuovo”.
Non mi pare una domanda impertinente.

13 10 2016
lostranoanello

Comunque qui ho l’impressione che dobbiamo capirci un attimino.
Questo blog contiene fra le altre cose argomentazione filosofica. Questo va insieme a riflessioni sul mondo di natura molto disparata: politica, società, scienza, psicologia, comunicazione. Probabilmente c’è un po’ di filosofia in ogni articolo, ma ci sono articoli che sono prettamente filosofici, e articoli che invece parlano principalmente di un’altra cosa.
Noterà che io mi confronto molto poco sul piano filosofico con gli “intellettuali” cattolici, perché i loro argomenti non sono semplicemente poveri, ma addirittura deliranti a tratti. Con un articolo come quello che ho linkato quasi non saprei da dove iniziare per elencare i problemi, e per di più sarebbe estremamente banale e noioso confutarlo. Questa è la ragione per cui, in linea generale, io non discuto con gli “intellettuali” cattolici, ma discuto degli intellettuali cattolici.
Sapendo, come sa chiunque abbia i rudimenti della biologia postdarwiniana, che nella natura sono assenti l’intenzionalità e la finalità, e conseguentemente è assente il concetto di bene naturale, la domanda interessante è: come fa uno che sostiene che l’omosessualità è una cosa brutta perché sarebbe contro-natura, nell’intimo della sua stanzetta, a non accorgersi che sta delirando? Questa è una questione psicologica, non filosofica.
Questo articolo, sulla base della mia personale esperienza e delle mie ripetute discussioni con i soggetti in questione, dà una possibile risposta. Non è l’unica possibile né necessariamente l’unica vera; già impromptu mi viene in mente un altro comune problema concernente l’assimilazione del tutto lacunosa dell’evoluzionismo nelle scuole come una possibile causa del problema. Quindi ciò che dico qui non è definitivo e non è dimostrabile in senso rigoroso e scientifico, è una mia riflessione. Se viene uno di quei soggetti a dirmi “per me non è così” io al massimo gli rispondo “e ‘mo lo vuoi un euro?”
E’ anche possibile che sia vero, magari ha altre ragioni per cui crede certe cose che non hanno a che fare con l’antropomorfizzazione/deificazione della natura… è un discorso molto complesso, perché la psicologia non è necessariamente logica. Il cervello può gestire al livello subconscio, emotivo e sentimentale tutta una serie di contraddizioni che logicamente sono impossibili. Dunque, pur se è evidente la contradditorietà di ciò che dicono, possono continuare a crederlo intimamente comunque e non vedere mai la realtà. Io qui tento solo di dare una spiegazione delle dinamiche che possono entrare in gioco in quel caso.

13 10 2016
lostranoanello

Ok. Ecco il primo risultato di google. Trovo che potesse fare l’immane fatica di trovarsi una roba così anche da solo, comunque, visto che queste cagate sono letteralmente su tutti i siti ultracattolici d’Italia.
http://www.lanuovabq.it/it/articoli-ecco-perche-lomosessualita-e-contro-natura-16284.htm

13 10 2016
minstrel

Di nuovo mi perdonerà, ma ho riletto 3 volte lo scritto di Scanbroglio e non ho trovato una sola riga che esprima il concetto di natura che lei avanza nell’articolo o quello preteso nel commento in cui cita i movimenti anti-OGM.

Differenzio le due nozioni poiché mi pare chiaro che quest’ultima è basata su un concetto di natura di tipo estensivo, da non prendersi in considerazione, come Scandroglio stesso dice: “Tale termine non significa “naturalistico”, cioè qualcosa presente nel mondo naturale, né normale, cioè diffuso, né innato, cioè congenito.”
E questo spazza via qualsiasi pretesa di leggere la parola all’interno di nozioni biologico scientifiche o che rientri l’idea di “è possibile? Dunque è naturale”.

Per il resto parla di “un fascio di inclinazioni che tendono ad alcuni fini, i quali, beneficiando l’uomo, vengono chiamati beni.” che non mi pare sia un sinonimo di “spirito antropomorfizzato che sorveglia gli uomini e valuta i loro comportamenti”. Ovviamente per “inclinazione” si intende, come da tradizione aristotelico-tomista richiamata dallo studioso, la tendenza di un ente verso un fine, ovviamente fine non intenzionale evidente dalle qualità operative
specifiche dell’ente stesso. Da lì, di conseguenza, ecco i tre criteri elencati dall’articolo linkato.

Comunque le chiedevo riferimenti bibliografici, non una sitografia di articoli giornalistici. Grazie comunque.

13 10 2016
lostranoanello

Legga la risposta che ho postato pochi secondi fa, che risponde alla sua obiezione primaria. Dopodiché, se avrà tempo in sopravanzo, appena ne avrò anch’io potrò dedicare un’oretta o due a entrare nel dettaglio dei problemi di ciò che scrive il tipo. Ma non è una cosa che mi diverta molto fare, dunque me la faccia fare solo se genuinamente molto interessato alla cosa.

13 10 2016
minstrel

Guardi, la sua ultima risposta arriva velocemente al dunque, presente in questa frase: è scontato che “chiunque abbia i rudimenti della biologia postdarwiniana [sa] che nella natura sono assenti l’intenzionalità e la finalità, e conseguentemente è assente il concetto di bene naturale”.
Credo che sia altresì scontato che chiunque abbia i rudimenti di epistemologia generale sappia che l’esclusione della cosidetta finalità di un ente sia presupposta e non dimostrata e venga semplicemente posta come una conditio implicita dal metodo scientifico moderno il quale ha i suoi giusti spazi e gli inevitabili limiti. (cfr. il grande classico The metaphysical foundations of modern physical science di Burtt)

Non credo che lei mi stia facendo l’errore di pretendere di disputar di metafisica con degli impliciti metafisici che assume per legittima utilità scientifica, senza per altro poterne dimostrare metafisicamente la solidità con la stessa modalità scientifica.

13 10 2016
lostranoanello

Sì, questa è una cosa che si dice tipicamente in tutti gli ambiti della filosofia, ed è la ragione per cui la filosofia sta (giustamente?) cadendo in disgrazia.
Nel linguaggio le parole servono essenzialmente a capirsi, come spiegavo in questo stesso articolo. Il problema è che nella filosofia, o più in particolare nella metafisica, si usano normalmente parole che non sono più riferite a niente di concreto su cui si possa intenderci. Fin tanto che si usa la parola “fine” in modalità così astratta da non potersi riferire a nulla di tangibile, si può dire tutto e il contrario di tutto, anche perché sostanzialmente non ha significato. Così anche se sottraiamo al fine la dimensione intenzionale, alcuni aristotelici continuano a dire che potrebbe esserci lo stesos un fine. Solo che un fine senza intenzione non è più un fine, non è più niente. Riprendo la mia amata metafora di Wittgenstein: “togliere le foglie al carciofo nell’intento di trovare il VERO carciofo sotto di esse”. Ma il carciofo è fatto delle foglie che si stanno togliendo.

In concreto, il concetto di fine presuppone una prefigurazione del futuro e un movimento direzionato verso il futuro. Questo movimento, tuttavia, non ha carattere di necessità, altrimenti rientreremmo nella fattispecie delle leggi naturali; dunque non diremo che il sole è finalizzato ad attrarre i corpi celesti con la forza di gravità, diciamo semplicemente che lo fa. Invece, se io costruisco una carriola, diremo che essa ha il fine di trasportarci i beni; questo perché potrebbe benissimo non essere usata per trasportarvi i beni (potremmo infatti sederci dentro, o semplicemente usarla come contenitore per tenerci dentro i beni senza trasportarli, appoggiarci sopra di essa e molte altre cose), ma l’intento che si prefigurava chi l’ha costruita è di trasportarvici i beni.
Dunque il fine rappresenta, concretamente, una direzione potenziale delle cose, ma non tutte le direzioni possibili sono fini. I fini sono infatti quelle direzioni alle quali si tende per intenzione: c’è una volontà che osserva tutti i possibili esiti delle proprie azioni e ne selezioni alcuni come propri “fini”, dunque si dice che quell’azione, quella creazione, quello strumento, è finalizzato. Ma se togli l’intento, se togli il progetto, hai tolto il fine.

L’assenza dell’intenzione in natura, o per meglio dire, la non necessità dell’intenzione, è attestata dall’evoluzione. La natura non ha alcun bisogno di qualcuno che la diriga. Qualcuno dice che ciò nonostante potrebbe esserci una volontà dietro la natura, che Darwin non esclude Dio eccetera. Non affronterò l’argomento qui perché irrilevante; se uno vuole aggrapparsi a Dio rientra già nella religione e la cosa non mi interessa, è quando la gente si appella ai fatti provati che devo dire la mia. L’inesistenza di una finalità nella natura è dovuta all’inesistenza dell’intenzione nella natura, e l’inesistenza dell’intenzione, dal punto di vista scientifico, è provata, poiché non necessaria e dunque eliminata dal rasoio di Ockham. Filosoficamente, si potrebbe reintrodurla in uno ed un solo modo: chiamando un causa Dio, il progettista della natura che provvede a metterci l’intenzione. Per un ateo dunque è provata oltre ogni dubbio,visto che esclude Dio; e così anche per chiunque voglia usare argomentazioni laiche, di qualunque estrazione sia e in qualunque contesto viva.

14 10 2016
minstrel

Eccomi, mi scusi il “ritardo”, ma sono giorni di fuoco. Estraggo dal suo lungo messaggio quel che mi pare il centro, ma prima mi consenta una brevissima nota:

Così anche se sottraiamo al fine la dimensione intenzionale, alcuni aristotelici continuano a dire che potrebbe esserci lo stesos un fine.

Alcuni? Potrei avere i nomi di coloro che non lo dicono? Andiamo avanti.

Lasciando perdere di nuovo l’accenno finale a teorie scientifiche che nulla possono in campo meramente metafisico, a mio umilissimo avviso il fulcro di tutto il suo messaggio è questo:

In concreto, il concetto di fine presuppone una prefigurazione del futuro e un movimento direzionato verso il futuro. Questo movimento, tuttavia, non ha carattere di necessità, altrimenti rientreremmo nella fattispecie delle leggi naturali; dunque non diremo che il sole è finalizzato ad attrarre i corpi celesti con la forza di gravità, diciamo semplicemente che lo fa.

Credo che il suo qui pro quo nasca dal presupposto che la nozione di origine e di fine siano equivalenti rispettivamente a quelle di inizio e di conclusione. Ovviamente non lo sono affatto.
Ad esempio il fine di una legge è proteggere le minoranze e questo non comporta alcuna nozione di “tempo” in campo. Un esempio sull’origine: l’origine del movimento della luna intorno alla terra risiede nella cosidetta legge della gravità universale. Anche qui non c’è nessuna nozione temporale legata a questo due concetti.
Il fine non è la fine…

Altra notazione. Non capisco perché all’inizio, con la tirata Wittegnsteiniana, mi pare descrivere un’idea di filosofia sganciata dalla concretissima osservazione del reale, cosa ovviamente impossibile. Ad esempio la nozione di “fine dell’uomo” deriva dalla constatazione razionale della realtà propria dell’ente che denominiamo “uomo”, cioè di quello che l’uomo è in senso ontologico, quello che in gergo è la sua sostanza (concetto metafisico che è, come si dice in gergo, “immediatamente evidente” – appunto! – cfr. de veritate q. 1, art. 1 e Bontadini nel suo Osservazione sulla critica empiristica del concetto di sostanza del ’38).

La natura è quel che hanno in comune tutte le sostanze che partecipano della stessa natura. Qualche esempio, giusto per farle intendere come mai mi trovo spaesato quando leggo dello “spirito antropomorfo”: la natura di una sedia è il suo essere sedia, andare contro la sua natura è usarla come biblioteca. Posso caricarla di qualche libro, andare contro quello per cui è nata, ma a forza di caricalra di libri o i libri cadranno oppure la sedia si sfonderà. Quindi poco contro natura non distrugge troppo, ma non raggiunge ovviamente in alcun modo il suo fine. Se prendo un cane e lo faccio volare da una rupre, lo ammazzo. Ha la stessa natura di un uccello?

Eccoci all’uomo: la natura di un uomo è palesemente quella di essere libero. Essere incatenato in vizi è contro la sua natura, sviluppare virtù aumenta la sua libertà. Darsi alla sigaretta riduce ad esempio la sua libertà in quanto diventa dipendente dalla stessa (cfr. per una riflessione al riguardo l’ottimo film di Ferrara “the Addiction”).
La natura di qualunque ente è determinata dal suo fine: ciò che non permette di realizzare il proprio fine (nel tempo o senza tempo già adesso) va quindi “contro la natura” di tale ente.

Restando sempre in attesa di riferimenti bibliografici che esplicitino dove ha dedotto lo “spirito antropomorfo” le auguro di cuore buona giornata!

14 10 2016
lostranoanello

“Alcuni? Potrei avere i nomi di coloro che non lo dicono? Andiamo avanti.”

Ma infatti dirsi aristotelici nel 2016 è semplicemente ridicolo.
Gli ambienti cattolici sono piagati dalla venerazione per autorità bacucche, ma anche più in generale purtroppo la riverenza verso soggetti antichi è una malattia piuttosto diffusa. La verità è, però, che per quanto possiamo essere ammirati per gli achievement di una civiltà molto antica, altra cosa è prenderli sul serio come proposte filosofiche OGGI. Mediamente più si va indietro nel tempo più aumentano l’ignoranza e l’ingenuità delle opinioni; infatti Aristotele oggi fa soprattutto sorridere. Un’altra delle ragioni per cui non interloquisco con chi viene da quel background lì è proprio che la distanza è veramente troppa; non posso discutere con gente che mi parla di sostanze ed accidenti, nel momento in cui sto già faticando a dialogare con utilitaristi e kantiani perché sono troppo essenzialisti per me. Non mi ci metto nemmeno a discutere di “sostanza”, perché per me il termine non ha alcun senso. E d’altro canto si può perfettamente farne a meno, qui…

Del resto della risposta invece proprio non ha capito l’essenza (pun intended). Il tempo non è affatto un problema. Si può benissimo, sulla carta, invertire la catena delle cause e dire, per esempio, che il pugno non causa il livido ma è il livido che è causa finale del pugno.
Beninteso, ci sono dei problemi con questo approccio, perché la dimensione temporale è centrale nell’esistenza umana, e ragionare a ritroso è assurdamente problematico e cervellotico. L’inversione può essere sempre e solo fatta a posteriori, dopo che l’evento si è già verificato, e questo è già problematico. Ma concettualmente si può farlo, why not.
Il problema non è quello, il problema è l’intenzione, un termine che ho usato spesso e che è il più centrale di tutti. Ho scelto i miei esempi in maniera estremamente oculata: la luna è attratta dal sole e dalla terra non per decisione di qualcuno, semplicemente lo è, e lo è da molto prima che nascesse la prima creatura senziente. Possiamo sicuramente invertire la causa con l’effetto e chiamare l’uno con il nome dell’altro; è un giochetto ozioso, ma nulla lo proibisce. Il punto è che qua siamo nella fattispecie delle leggi naturali, dunque la coimplicazione è rigorosa: una sola causa, un solo effetto, anche se li si inverte. Ma la carriola? La carriola ha mille possibili usi, non v’è necessità di natura che sia usata per trasportarci i beni.

Ma visto che ci si è messi con tanta gesuitica astuzia a negare ogni collegamento della natura con la natura in senso fisico (e anche con la natura in senso biologico, in senso psicologico ed in senso statistico di norma, insomma con qualsiasi significato del termine natura che si possa trovare sul vocabolario… mah!), questo esempio è inadeguato a parlare di concetti come il secondo natura e contro natura. Le leggi naturali sono rigidissime e non si può andar contro di esse.
Il fatto che si ammetta che ci possa essere un contro natura implica che si vorrebbe essere in un ambito dove c’è una dimensione di scelta. Non abbiamo un solo A che viene prima e un solo B che viene necessariamente dopo, bensì tanti possibili B del tutto equivalenti.
Sulla sedia ci si può sedere, si possono mettervisi libri, si può salirvi in piedi per tenere un comizio…
Uno solo di essi si verificherà nel tempo t, ovviamente. Sulla mia sedia al momento sono seduto, è quello che si è verificato. Potevo essere anche in piedi, però; varie volte è successo. L’unica peculiarità di quel particolare B’ è di essere quello che si è verificato effettivamente; se togliamo questa sua particolarità non ha nient’altro di diverso. Ma questa particolarità è irrilevante ad ogni discussione morale, perché le discussioni sulla morale riguardano, ancora una volta, le scelte, e vi è scelta solo quando un esito deve ancora verificarsi, non dopo.
Certo, se estendiamo la considerazione a periodi più lunghi vedremo che dei tanti B che seguono ad A ce ne sono alcuni che si verificano più spesso: queste sono le consuetudini. Si tratta di una proprietà estremamente interessante, ed è proprio quella che illumina sulla linea di (s)ragionamento dell’omofobo…
Infine, può essere che fra tutti questi B ce ne sia un altra categoria dotata di un’ulteriore particolarità: è esattamente quella che l’autore di A prefigurava nell’intenzione. Dunque fra tutti gli usi possibili della sedia, tutti IDENTICI sul piano fattuale (se non per quanto riguarda la consuetudine), ce n’è uno, il sedercisi, che era quello VOLUTO. Questo è il fine. Ma se nessuno ha voluto niente, non v’è un fine.
Non a caso ha usato come esempio la sedia. Vorrei vederla ad usare un sasso su cui sono inciampato per strada. La sua “natura” era di farmi inciampare? O di non farmi inciampare? E’ un fatto che ci sia inciampato, che potevo non inciamparvi, ma non aveva certo il fine di farmi inciampare… A meno che non ce l’abbia messo qualcuno apposta per quello. Se c’era dietro un’intenzione, allora sì, possiamo parlare di un fine. Infatti mentre sulla sedia (o sulla lavatrice, per riprendere una fantastica opinionista pret-à-porter che tutti amiamo e stimiamo) possiamo fare ‘sti discorsi sul fine, si fa per dire, “naturale” (mentre invece la caratteristica del fine è proprio di essere artificiale), nessuno può sognarsi di farli su un sasso. Il sasso posso usarlo per schiacciarci una castagna, lanciarlo in testa qualcuno, piazzarlo in mezzo alla strada sperando che qualcuno vi inciampi… son tutti usi possibili di quell’oggetto, ma nessuno di essi è il suo fine.

Dunque, perché si possa parlare di un contro natura occorrono alcuni fattori.
1) Dobbiamo parlare di un ambito in cui vi siano scelte possibili. Non si pone il problema della scelta sulle ineluttabili leggi naturali.
2) Dobbiamo avere un’intenzione, la quale può essere assecondata oppure tradita.

Quindi prendiamo l’ambito delle cose su cui noi abbiamo scelta; le cose che sono contro natura sono quelle che sono contro l’intenzione originaria. Ma nella biologia dell’uomo, come di qualsiasi altro animale, non v’è alcuna intenzione, dunque non si può assecondare o contrastare l’intenzione.

Quando si parla di azioni secondo o contro natura parlando di esseri viventi dunque si parla del nulla. La domanda interessante cui rispondo nell’articolo è: come mai invece sono convinti di star parlando di qualcosa?
Due ragioni: la prima è che sono prevalentemente cattolici, dunque sono convinti che un progettista ci sia e ci metta lui l’intenzione. Dovrebbero accorgersi facilmente che se toglie il progettista togli l’intenzione e dunque togli anche il fine… Ma secondo me il problema non si riduce a quello. Perché si pone un’altra domanda: visto che non v’è nel modo in cui è fatto l’uomo più intenzionalità e più scopo che nel modo in cui è fatto il sasso, perché ritengono di poter individuare nell’uomo una sottocategoria dei suoi comportamenti che contrasta con un’intenzionalità? Come selezionano ciò che mettono dentro questa categoria?
Qui rispondo. Ovviamente non posso PROVARE tutto quello che dico quando inizio a fare inferenza sulla psicologia; posso solo esserne convinto personalmente e portare il mio punto di vista: la mia ferma convinzione è che il modo in cui selezionano questa sottocategoria di comportamenti sia la consuetudine. Infatti se è vero che il sasso può fare un milione di cose, ci sono alcune cose che fa più spesso di altre. E’ frequente che il sasso si trovi per strada, è raro che cada dal cielo. Ovviamente il fatto che cada dal cielo è un fatto in nulla diverso dal fatto di trovarlo per strada, ma il fatto di trovarlo per strada è molto più frequente, al punto che vedere un sasso cadere dal cielo può essere stupefacente e sconvolgente, turba un certo ordine mentale, viene percepito dunque come qualcosa di sbagliato/fuori posto.
Nasce su questa base il concetto di errore di natura: quando il fatto non corrisponde ad un certo ordine mentale. L’errore presuppone l’allontanamento dell’intenzione, quindi non è possibile parlare di errori da parte di un ente impersonale (“sono stato colpito da un fulmine, ma è successo per errore, in realtà era l’albero accanto che doveva essere colpito!”; mai sentita una frase così, i fulmini non sono sparati da Zeus con l’intento di colpire qualcosa di specifico, cadono e basta e dunque non commettono errori).
Ovviamente in questi casi è l’ordine mentale che deve adeguarsi al fatto, e non viceversa: i sassi possono anche cadere dal cielo. Ma tantissima gente ritiene invece che possa, o addirittura debba essere fatto anche il contrario: dunque si deve modificare il reale perché rispecchi un ordine ideale.

Ovviamente, non importa quanta violenza e quanta crudeltà sia necessario applicare al reale in questi casi; è tutto per il bene supremo, dopotutto…

14 10 2016
minstrel

Immaginavo che fosse chiaro il mio intento analogico fra la natura di un ente che la possiede (es. uomo) e la funzione di un manufatto che non ha natura (es. sedia) e invece le ho creato ancora più confusione, l’esempio del sasso infatti lo dimostra. Mi prendo le colpe del qui pro quo procuratole.
Il fatto che non ha inteso che la sedia non ha una natura propria (o ha fatto finta di dimenticarsene) e quindi ha usato l’analogia in modo improprio (o ha voluto giocarci), mi porta però a dover esplicitare il ragionamento insito nella precedente risposta che pensavo essere chiaro, il che mi richiederà un poco di tempo. Tempo che ora non ho.

Inoltre la sua risposta, ricca di voli pindarici, merita alcune notazioni a margine.

Per ora mi permetto soltanto di farle notare che è ovvio che sente prurito con kantiani e utilitaristi: sono in pieno errore eheh. Ritengo sia inutile poi rispondere a quella che credo sia soltanto una sua boutade sull’aristotelismo in rovina, sa benissimo che l’aristotelismo (tomista) non solo è vivo e vegeto, ma sta pure rinascendo. Ovviamente questo non prova nulla, come nulla confutano le sue righe.

Rinuncio per ora alla bibliografia, ritornerò poi, le chiedo una domanda a cui può forse rispodnere più rapidamente: qualcuno già venne a chiederle lumi come sto facendo ora io? E’ possibile avere i link a queste dispute?
Grazie e buona serata. Ora forse mangio! Gnam!

14 10 2016
lostranoanello

In filosofia tutte le correnti di pensiero restano vive e vegete… in certi ambienti. E’ la loro capacità di influenzare la società al di fuori di quegli ambienti che conta.
Personalmente io tutta ‘sta rinascita del tomismo non la vedo, ma comunque non era quello a cui mi riferivo. Io ritengo che sia ridicolo andar dietro ad Aristotele alla lettera nel 2016; e questo nonostante vi siano alcune cose di Aristotele che apprezzo parecchio. Personalmente ritengo ridicolo anche credere in Dio, ma quella è la mia posizione, magari tutto il mondo la condividesse… In Arabia non potrei neanche dirla.
Per il resto le assicuro che ho capito perfettamente tutto, difatti questa è una scena già vista in altre circostanze… Probabilmente sentirò usare ancora varie volte il termine “natura”; e così anche il termine “fine”. Tuttavia prevedo con totale certezza che neanche una volta potrò vederne una definizione che si richiami al concreto.
La mia tirata wittgensteiniana, che a lei non è piaciuta (non può certo piacerle Wittgenstein se le piace parlare di cose come sostanze e accidenti, ovvero degli usi impropri del linguaggio che Wittgenstein denuncia), si riferiva esattamente a questo uso dei termini. Quando io ho parlato di “fine” l’ho riferito a qualcosa di molto chiaro e tangibile: l’obbiettivo di un’azione da parte di un ente personale (quanto alla “natura”, è un termine così indefinito che cerco di evitarlo del tutto nel discorso filosofico). Questo significa che con la parola fine, usata in questo modo qui, possiamo capirci; e se si dice che la sedia è fatta per sederci è chiarissimo cosa si intende: che quando l’ho progettata volevo che ci si sedesse sopra qualcuno. Questo rende facilissimo verificare se un qualsiasi X abbia un fine o non ce l’abbia.
Ovviamente le definizioni sono convenzioni e se ne possono usare altre, l’importante è capirsi. Ma la mia previsione sul prossimo intervento è che il chiarimento terminologico con riferimento alla prassi non ci sarà; proprio perché se ci fosse la discussione arriverebbe immediatamente ed automaticamente ad una conclusione condivisa. I termini di cui sopra devono restare nella vaghezza, perché è proprio grazie a quella vaghezza, all’impressione che si riferiscano a qualcosa ma quel qualcosa in realtà nessuno lo sa indicare, che continuano a sopravvivere. E l’esempio è proprio nell’articolo di Scandroglio, dove quando si elencano i criteri per dire cosa è naturale e cosa non lo è, si dice che una cosa è naturale se “l’uomo possiede per natura gli strumenti per soddisfarne il fine”. Usa la definizione di natura per spiegarci cos’è la natura. Un tipico giro di parole la cui funzione non è chiarire, ma mantenere una conveniente confusione…

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