L’omofobia non esiste.

13 03 2015

https://www.youtube.com/watch?v=XwslLBfFvJM

Mi sembrava giusto iniziare così. Ovvio, l’omofobia esiste, esiste anche in Italia ed è un problema in Italia: meno che in certe parti del mondo, più che in certe altre. Ma che esista e sia un problema, quello è ovvio.

Tutti quanti siamo stati a scuola, no? Io non credo di essere vissuto in una situazione particolarmente anomala, sono cresciuto in una media città del sud Italia, e ho visto l’omofobia continuamente. Nelle scuole, soprattutto fra i ragazzi delle medie e delle superiori, “gay” è regolarmente usato come insulto. A volte scherzoso, più spesso invece maligno. Il ragazzo un po’ timido della classe viene chiamato con nomignoli femminili, termini come “frocio”, “checca” o “ricchione” (questo da me andava molto di moda) li abbiamo sentiti tutti, in certi ambienti con regolarità quotidiana. Sappiamo benissimo che è ancora difficile dire ai propri genitori di essere gay, non sappiamo che reazione potrebbero avere, c’è gente che è stata cacciata di casa, o mandata dallo strizzacervelli (mi rifiuto di usare il termine “psicoterapeuta” per certi soggetti), nel migliore dei casi un piantolino possiamo comunque aspettarcelo. Ci sono anche altri problemi e altri rischi evidenti, ma fermiamoci qui per ora.

È sufficiente per dire che, cazzo, esiste sì l’omofobia, è evidentissimo. Ed è un problema.

Oppure no?

Per strano che possa sembrare, oggi spesso c’è chi ne dubita. Non è un problema l’omofobia che vediamo, oppure quella non è vera omofobia: l’omofobia sono le aggressioni, per la precisione quelle in cui la vittima va all’ospedale o ci scappa il morto. In tutti gli altri casi non è omofobia; licenziamenti o minacce di licenziamenti? Non è omofobia. Insulti, offese, umiliazioni pubbliche? Non è omofobia. Diffamazioni, false accuse, bugie sul mondo LGBT? Manco quella è omofobia. Discriminazione di stato, restrizioni nell’accesso ai diritti civili e all’istituto familiare? No, nisba, niente omofobia qui.

È omofobia solo se devono intervenire i carabinieri.

E a quel punto è anche relativamente facile dire che non c’è bisogno di una legge contro l’omofobia, se prima di essere chiamato omofobo uno deve discendere ai più brutali abissi della violenza umana…

Che si possa negare l’esistenza dell’omofobia e il danno sociale che essa causa suona folle, eppure anche persone ragionevoli sembrano bersela piuttosto pacificamente. In realtà, che se la bevano non è così folle, ma capirne la ragione è un altro paio di maniche.

Bene. Mi rendo conto delle difficoltà di questo argomento che andrò a trattare, quindi perdonatemi se ora divago.

Ora si parlerà insieme di depressione clinica.

La depressione è una patologia psichiatrica che affligge o ha afflitto suppergiù il 7% della popolazione, prevalentemente donne ma sicuramente anche moltissimi uomini. Può essere endogena, ovvero dovuta a fattori esclusivamente fisiologici, oppure reattiva, in quel caso è dovuta ad un evento scatenante, tipicamente un trauma. Presenta un alto livello di familiarità che suggerisce una concausa genetica; come altri tratti psicologici e comportamentali, si presume che sia di norma frutto di un’interazione geni-ambiente: in soggetti geneticamente predisposti eventi traumatici possono scatenare la depressione clinica.

Tutto questo per ora è marginale.

Voglio parlarvi piuttosto di cosa significa la depressione. Con qualche numero, e anche con qualcosa di più dei numeri.

Negli USA la depressione maggiore causa l’8.3% degli anni vissuti con disabilità, una misura degli anni di vita “persi” dalla popolazione per via di un disturbo invalidante. Questo già dovrebbe darci un’idea di che tipo di disturbo è la depressione, ovvero una malattia potenzialmente invalidante; ma può essere anche peggio, in realtà.

La persona depressa passa la maggior parte del proprio tempo in uno stato di disperazione più o meno totale. Attenzione, è importante capire cosa si intende per stati di disperazione: non stiamo parlando di qualche giorno o qualche settimana di malumore, o del fisiologico periodo di lutto dopo la perdita di una persona cara, di essere un po’ giù dopo un licenziamento. Si parla di depressione quando la disperazione, quale che ne sia la causa, non smette praticamente mai e dura mesi o anni, diventando parte integrante dell’esistenza della persona.

Parliamo di persone che per mesi o anni ogni giorno si svegliano e vorrebbero non essersi mai svegliate. Dal momento in cui si alzano a quello in cui si addormentano sono tristi e prive di energie. Gli sembra che la vita non valga nulla, perdono interesse per tutte le cose belle che prima davano loro piacere; di solito perdono la libido, vanno frequentemente incontro a disturbi dell’alimentazione (mangiano troppo per distrarsi, oppure perdono l’appetito), con conseguenti danni alla forma e alla salute fisiche. La perdita di energia si può spesso riflettere sul lavoro: la persona depressa può avere problemi a svolgere le proprie mansioni lavorative, con conseguenti danni anche alla carriera che aumentano ancora il problema della depressione. Come se non bastasse, anche le relazioni umane vengono spesso danneggiate; il partner può non reggere il peso di convivere con una persona malata e decidere di abbandonarla, difficilmente nuovi partner si avvicineranno, e se è per questo neanche altri amici. Generalmente, la persona depressa finisce col passare la maggior parte del proprio tempo a desiderare di morire, e in molti casi a fare fantasie di suicidio.

Una soluzione sono spesso gli psicofarmaci, ma si tratta di droghe mica da niente, che non passano senza chiedere al corpo alcuni sacrifici. I disturbi più frequenti collegati all’assunzione di antidepressivi sono disfunzioni metaboliche (ritenzione idrica, aumento fuori controllo di peso e/o di appetito) e sessuali (tipicamente anorgasmia e orgasmo ritardato, ma in casi più problematici anche impotenza totale). D’altro canto, non prenderli può essere anche peggio; una situazione di stress così costante tende quasi sempre a sfiancare il fisico che soffre per l’assenza di sonno, per l’alimentazione sbagliata e per l’abbassamento delle difese immunitarie causato dallo stress; ovviamente un altro rischio collegato, soprattutto nelle persone di mezza età, è l’ipertensione arteriosa. Si rischia insomma anche che si rompa un capillare nel posto sbagliato e ci si resti secchi.

Ma non sono sicuro che sia questo il modo preferito della depressione per uccidere le proprie vittime. Perdonatemi se uso statistiche americane, ma sono le più facili da trovare e sono probabilmente del tutto analoghe in Italia: il suicidio è la seconda causa di morte nei soggetti fra i quindici e i ventiquattro anni di età; si stima che ogni anno nel mondo duecentocinquantamila-settecentocinquantamila persone tentino il suicidio, generalmente sono soggetti depressi. Fattori di rischio per il suicidio sono … No, facciamo che di questo ne parliamo dopo. Piuttosto entriamo un po’ più in risonanza emotiva sulla questione, perché anche i numeri più impressionanti smuovono poco se non si riesce a stare “dentro” al problema.

Questo sito, in Inglese raccoglie storie di suicidi o potenziali suicidi. La gente semplicemente scrive la propria testimonianza, spesso di come ha tentato il suicidio, come e perché ha fallito, oppure come progetta di farlo se ha quello in mente, e per quali ragioni. Avverto che non è per persone impressionabili; non c’è nulla di grafico, ma alcune delle persone che hanno scritto su quel sito si sono effettivamente uccise, e ogni volta che qualcuno smette di scrivere lì e lascia la conversazione nei commenti in sospeso noi sappiamo che può voler dire che alla fine l’ha fatto. Alcuni hanno cercato di intervenire e consolare anche molto dopo che il fatto era compiuto, parlando letteralmente con un morto che non risponderà mai. Tuttavia io consiglio vivamente una lettura di quel sito. Anche prima di finire di leggere qui.

“Ma dove vuoi arrivare? Al fatto che il tasso di tentati suicidi fra omosessuali è stimato fra il 30 e il 40%?”

Sì, i numeri sono quelli, si stima che un omosessuale su tre tenti il suicidio o quanto meno lo pianifichi seriamente, e ciò si traduce in un tasso di suicidi più o meno doppio all’interno della popolazione omosessuale. Per la mia esperienza personale trovo queste cifre molto credibili. Ma avrei potuto sparar subito lì quel numero che già da solo è abbastanza terrificante, o anche un’altra stima del genere, tanto sono tutte tremende, se era lì che volevo arrivare. Perché ho perso tempo a divagare tanto sulla depressione e sul suicidio?

Perché quel numero non serve a un cazzo di niente se non abbiamo capito di che cos’è che stiamo davvero parlando. La maggior parte dei tentati suicidi non riesce … Dobbiamo esserne contenti? Non ne sono sicuro. Il punto è che se uno è arrivato a vincere l’istinto di sopravvivenza pur di uscire dalla vita, vuol dire che la sua vita è diventata un inferno. È quell’inferno, solo quello, che mi interessa che la gente veda. Il resto viene di conseguenza.

Dopo che ti sei fatto un’idea di a che livello di sofferenza possa arrivare l’anima, allora puoi capire e condannare nella sua vera gravità qualsiasi tipo di violenza psicologica; solo allora puoi sperare di capire che la violenza fisica non è affatto necessaria a causare immensa sofferenza ad una persona … e perfino ad ucciderla.

Se gli omosessuali si suicidano il doppio degli eterosessuali, sorge una domanda interessante: com’è successo che l’omosessuale tenda a vivere la vita come fosse un inferno molto più facilmente?

Perché ormai troppe volte ho sentito la tiritera che l’omofobia non c’è o non è un problema perché ci sono poche aggressioni o addirittura (questa è tragicomica) “ci sono poche denunce”. Non dovete andare a contare le denunce per valutare il problema omofobia, dovete andare a contare i suicidi e i tentati suicidi, quello dà una misura del problema.

Ma ancora oggi, il più delle volte, tirare in ballo la sofferenza psicologica, e chiedere comprensione e rispetto per la sofferenza psicologica, è un gioco d’azzardo. Non è questione di gay, questa, è più generale. Spesso, e dico davvero spesso, frasi come “sono depresso” o “vorrei morire” fruttano a chi le usa autentiche aggressioni verbali: “lo dice per farsi commiserare”, “non sa quali sono i veri problemi della vita”, “ma che ragione ha lui di soffrire?”
Nell’anonimato di internet questo tipo di risposte perfide sono perfettamente nella norma.

Poi un giorno uno si suicida. A volte, a quel punto, il linciaggio si ferma. Ma spesso continua. Anche dopo che si è suicidato “era un vigliacco”, “era un debole”, “persone così fragili non sono adatte a vivere”… O nella versione edulcorata: “tutti quanti sono sottoposti a pressioni di questo tipo, è lui che non l’ha tollerata”; come dire, il dolore cui è andato incontro è perfettamente normale, ma era un cesso lui, era inevitabile (per inciso, no, non stiamo parlando di livelli di dolore ordinari; e no, non sempre era inevitabile, spesso sono anche individuabili specifiche responsabilità sociali nei fenomeni di suicidio).

Le risposte di quel tipo sembrano davvero eccessivamente, inutilmente crudeli. No, lo sono, sono veramente crudeli come sembra. Ma bisogna chiedersi perché una persona possa dire cose così cattive, infierendo sulla sofferenza altrui in questo modo. Nessuno si sognerebbe di andare da un amputato a dirgli che il suo è un problema da niente, che deve solo alzarsi e provare a correre e se non ce la fa, e va be’, è selezione naturale, deve schiattare.

Eppure la differenza nei due casi è solo dove sta la causa della disabilità: nelle gambe per l’amputato, nel cervello per il depresso. Poi nulla vieta che l’amputato sia anche depresso, ovviamente …

Ma un dolore che sta “solo” nel cervello di solito non è sufficiente a scatenare la reazione di empatia. Non si tocca, non si vede, non si quantifica; non scatta l’empatia se non vediamo un moncherino sanguinante. Il che è curioso, se uno ci pensa, perché in effetti il dolore è sempre un dolore “nel cervello”, è il cervello l’organo della sofferenza, come quello del piacere… Forse alla fin fine il desiderio di non riconoscere la sofferenza nel prossimo è solo uno dei nostri vizi tipicamente umani.

Supponiamo, per esempio, che io soffra profondamente: un’altra persona non potrà mai sapere fino a che punto io soffra, perché lui è un’altra persona e non è me, e, soprattutto, è raro che un uomo sia disposto a riconoscere in un altro un uomo che soffre (come se si trattasse di un’onorificenza). Perché non è disposto a farlo, tu che ne pensi? Perché, ad esempio, ho un cattivo odore, perché ho una faccia stupida, o perché una volta gli ho pestato un piede.

E poi c’è sofferenza e sofferenza: una sofferenza degradante, umiliante come la fame, per esempio, il mio benefattore me la può ancora concedere, forse, ma quando la sofferenza è a uno stadio superiore, quando, per esempio, si soffre per un’idea, quella non me la accetterà, perché, diciamo, dandomi un’occhiata, ha visto che non ho affatto la faccia che, secondo la sua immaginazione, dovrebbe avere una persona che soffre per un’idea. E quindi egli mi priva immediatamente dei suoi favori, e non si può dire che lo faccia per cattiveria. I mendicanti, soprattutto quelli nobili, non dovrebbero mai mostrarsi, ma dovrebbero chiedere l’elemosina rimanendo nascosti dietro i giornali. Si può amare il prossimo in astratto, a volte anche da lontano, ma da vicino è quasi sempre impossibile. Se tutto fosse come a teatro, nei balletti, dove, quando appaiono mendicanti, essi indossano stracci di seta e pizzi lacerati e chiedono l’elemosina danzando leggiadramente, be’, in tal caso, li si potrebbe ancora ammirare. Ammirare, ma non amare.

(Dostoevskij, I fratelli Karamazov)

E non è forse vero che il dolore del prossimo ci richiama alla fatica di amare, alle responsabilità di amare, alla difficoltà di amare? Qualcuno che soffre è un problema, se soffre e lo amiamo davvero, allora dobbiamo occuparci di lui, o quanto meno cercare di non farlo soffrire. Come facciamo a sentirci nobili quando il prossimo soffre e noi non facciamo niente, o addirittura infieriamo? Dunque è meglio far finta che non ci siano problemi, che non soffra affatto. Men che meno possiamo riconoscere l’esistenza di problemi così intangibili e vaghi come il malessere psicologico!

Eppure il malessere psicologico esiste. E spesso uccide.

Torniamo dove avevamo cominciato, l’omofobia. Com’era la storia… Ah, sì, non esiste, o non è un problema serio.

Il 30% dei suicidi è dovuto a conflitti con la propria identità sessuale. Nove omosessuali su dieci riportano di essere stati bullizzati a scuola. Altre stime: in particolare, gli omosessuali che non sono stati accettati in famiglia hanno probabilità di tentare il suicidio otto volte più alta, probabilità sei volte più alta di soffrire di depressione clinica e tre volte più alta di cadere nell’alcolismo o nell’abuso di droghe, rispetto a omosessuali che hanno il sostegno dei familiari (quindi è un problema esclusivamente ambientale[1]). Ci sono anche alcune stime più basse, eh. Altre più alte ancora. Ma stiamo parlando comunque di numeri che normalmente darebbero i brividi. Abbastanza perché quando qualcuno si suicida e non sappiamo perché, la prima domanda che ci facciamo sia “ma non sarà mica stato omosessuale?”

Tutto questo non è un problema serio. Dopotutto, che cos’è mai essere chiamato gay dai compagni di classe? Che cos’è mai rinunciare ad una vita sessuale o sentimentale, oppure averla e doverla vivere di nascosto come ladri per paura del giudizio? Che cos’è mai se qualcuno ti urla dietro che sei frocio per strada, se ti guardano male al ristorante, se all’interno di un locale gay un eterosessuale ti mette le mani addosso insultandoti per il tuo orientamento (sì, mi è successo)?

Questa non è mica sofferenza vera, sono solo cose nella testa, capriccetti da smidollati. Fateci vedere il sangue!

Sì, che sarà mai: non succede forse anche ai ragazzi grassottelli o occhialuti o timidi di essere presi in giro dai compagni di classe?

Ok, ci sto, presente: io a scuola ero grassottello, occhialuto, timido. E anche gay, ma questo non era affatto evidente dai miei comportamenti, beninteso. Solo che io non ricordo una volta che mi abbiano detto “palla di lardo” o “quattrocchi”. In compenso, “gay” me l’hanno detto fino alla nausea. E, dato ancora più interessante … per quanto ne sapessero loro, io non ero manco gay.

Ma soprattutto, se qualcuno ti prende in giro per gli occhiali puoi dirlo ai tuoi genitori senza nessuna paura. Ma di essere stato preso in giro perché “gay” no, soprattutto se è vero. Parlare di una discriminazione dovuta all’omosessualità coi genitori, o con chiunque altro, per un ragazzino è un rischio enorme; perché ricordiamoci che per l’omosessuale spesso nemmeno in casa propria c’è tregua. Rischia di sentirsi dire “ti dicono che sei gay? E tu mostragli che sei un vero uomo!”, che significa semplicemente piegarsi alla logica del carnefice e confermare al ragazzo che, effettivamente, essere gay è la cosa più vergognosa della terra e neanche il genitore in quel caso sarebbe dalla sua parte. Il genitore gli dice così che sta dalla sua parte perché non è gay, a condizione che non sia gay. Forse che il ragazzino non sente dire ai propri genitori esattamente le stesse cose che dicono amici e compagni di classe? Magari in forma meno volgare, magari, soltanto, quando appare un esponente LGBT in TV iniziano a pontificare su quanto la società stia andando in malora per colpa di questa gente malata di mente che distrugge i nostri sani valori cristiani e blablablà yakyakyak. Ma il messaggio è lo stesso: c’è un errore, sei sbagliato, devi vergognarti.

Sì, io ero grassottello, timido, occhialuto, e non era una pacchia. Ma quello era niente; quando scoprii di essere anche gay ricordo che iniziai a perdere i capelli, attirando i commenti sorpresi del dermatologo “di solito si perdono per lo stress, ma alla tua età non si è così stressati, di solito succede ai quarantenni”.

Invece sì, se sei gay ti può succedere normalmente a tredici anni. E a volte anche se non lo sei, perché il bullismo omofobico non ha strettamente bisogno che la vittima sia omosessuale, basta che su di essa aleggi il sospetto che possa esserlo.

E a proposito, visto che abbiamo il nostro Adinolfi che si lamenta di essere obeso e che quella sì è vera discriminazione, quella contro i gay no (delizioso che faccia la gara a chi è più discriminato; ma non è certo il buon gusto la dote per cui è celebrato Marione), restiamo sugli obesi. Ve lo ricordate tutti il caso del ragazzino obeso mandato in ospedale dopo che gli hanno infilato un compressore d’aria nel sedere?

Certo, era obeso. Ma sapete che cosa significa simbolicamente infilare un oggetto in culo a qualcuno contro la sua volontà, vero?

Si chiama stupro anale. E quando è diretto contro maschi è un gesto dal valore simbolico molto, molto chiaro: significa negare la mascolinità della vittima.

Non sto qui dicendo che il ragazzo era gay, sto dicendo che quel gesto significava “non sei un vero uomo”. Sì, sicuramente discriminazione contro un obeso, ma molto ironicamente ci siamo scordati di dire un’altra cosa importante: quello era un atto di bullismo omofobico. Il ragazzino non rispondeva agli standard di virilità imposti dall’ambiente, e dunque doveva essere sottoposto ad umiliazione pubblica.
Generalmente il ragazzino più introverso e fragile della classe, oppure di un’altra razza o grassottello o di un’altra religione eccetera, viene immediatamente chiamato gay con scopo di offesa e soggetto a umiliazioni di questo genere; fortunatamente di solito meno violente. Che è già fatto grave di suo, ma è ancora più grave se poi gay lo è davvero, e non solo: è psicologicamente devastante anche per eventuali altri omosessuali che a tutto ciò assistano a margine. Non vorranno mai essere come quel poveretto! “I gay? Poverini, che brutta disgrazia!”

La violenza subita dagli omosessuali, nella maggior parte dei casi, non è fisica. C’è anche quella, per carità, la violenza fisica esiste, e devo ammettere che è anche pittoresco mostrare la bella foto di un gay pestato, quello sì che fa colpo.

Ma la violenza più devastante che subisce l’omosessuale in Italia e nel mondo è quella psicologica: la paura, il nascondersi, a volte la rinuncia completa ad una sana vita sessuale e sentimentale … questi sono traumi psicologici prolungati. Su questo tipo di traumi si innestano poi i disturbi psichiatrici come la depressione e i disturbi della personalità. Sui disturbi psichiatrici si innesta il suicidio. E quando non si innesta il suicidio, si soffre comunque come cani, ovviamente, e i livelli di sofferenza possono essere così elevati che a volte ti viene da pensare “mah… forse forse il suicidio ci starebbe pure”.
E no, non è un segno di particolare fragilità non riuscire a passare attraverso quel tipo di stress incolumi. Semmai è un segno di particolare forza riuscirci.

Non dovrebbe essere così complicato capire questo meccanismo, anche perché in teoria tutti prima o poi abbiamo sperimentato un dolore di tipo “psicologico” e sappiamo quanto possa far male. Il punto però è che quando si parla di contarlo, di numerarlo, di quantificarlo, lì si fatica. E forse il problema non è affatto quantificarlo, renderlo “oggettivo”, trasformarlo in foto raccapriccianti, amputazioni, sangue ed ematomi. Il problema è semplicemente capirlo, immedesimarsi.

Ma capirlo significa ammettere che bisognerebbe agire per combatterlo, o quanto meno ammettere, invece, che non ce ne frega molto, o addirittura che non ce ne frega niente. Che non è molto bello; ve lo immaginate Maroni a dichiarare “se un gay si suicida non me ne fotte un cazzo”? Io no. Ma coma fa a raccontare, e a raccontarsi, che qualcosa gliene frega, quando non fa niente per alleviare il problema e anzi fa tutto ciò che può per peggiorarlo? Dunque non resta che sminuire il problema, negarlo: l’omofobia non esiste se non ci sono (tante) coltellate e (tanto) sangue. Sono solo insulti, paura, vergogna, umiliazione, stigma… È tutto normale, la società non deve intervenire.

 

Anzi, dato che ci siamo, la società si può pure permettere di ospitare le pacifiche manifestazioni delle Sentinelle in Piedi; la società si può anche permettere, quando viene proposto un progetto di lotta al bullismo omofobico nelle scuole, di lamentarsi e ostacolarlo.

E poi c’è chi ha il coraggio di rimproverare i movimenti LGBT quando “sfruttano” le tragedie particolarmente eclatanti (omicidi e aggressioni chiaramente e univocamente connotati come omofobici) per ricordare alla popolazione e alla politica il problema dei diritti dei gay e dell’omofobia. Quando qualcuno fa notare il dramma che l’omosessuale vive quotidianamente specie nell’adolescenza se ne fottono tutti, perché tanto sta solo nella sua testa, è lui/lei che è una persona fragile, la società non ha nessun problema, noi non possiamo farci niente e l’omofobia vera è solo quando ci sono le coltellate.

Allora, lasciatemelo dire, è perfettamente normale che quando c’è la coltellata, perché ogni tanto c’è anche la coltellata, ci si marci sopra.

La verità su cui ancora larga parte della società italiana fa orecchie da mercante è che la violenza psicologica sugli omosessuali può finire, o quanto meno essere limitata, attraverso una ed una sola strada: piena parità.

Piena parità giuridica. Piena parità sociale. Piena parità culturale. Questi devono essere sempre gli obbiettivi, se non immediati, almeno di lungo termine, di chi combatte l’omofobia. Fin quando ci sarà una sola differenza fra il trattamento che la legge fornisce ad un omosessuale e quello di cui gode un eterosessuale, ci sarà chi dedurrà da ciò le naturali conseguenze: se l’omosessuale può essere discriminato dallo stato, allora vuol dire che ha qualcosa che non va, che è inferiore; e allora anche noi possiamo discriminarlo, offenderlo, insultarlo e in casi estremi aggredirlo, per via della sua inferiorità; allora se abbiamo un figlio gay piangiamo, perché è inferiore; allora se abbiamo un amico gay cerchiamo di farlo diventare etero, perché è inferiore.

Dire “non bisogna picchiare i gay anche se sono inferiori” non è niente e non serve a niente, anzi, è controproducente. Non ci sono altre vie percorribili che questa per mettere fine all’omofobia: la parità formale e sostanziale. Non adoperarsi per la parità significa non combattere l’omofobia. Adoperarsi contro la parità significa alimentare l’omofobia. Semplice e lineare.

Poi, certo, chi vuole pulirsi la coscienza con scuse tipo che nell’ultimo mese nessuno è stato denunciato per violenza omofobica e quindi l’omofobia non esiste continuerà sempre a farlo. Giù di stracci, detergente ed olio di gomito e la coscienza sarà pulita come una “camera bianca” per la lavorazione dei microchip.
Ma non col mio permesso, io se ci passo dentro cagherò sul pavimento.

Hai voglia a lavare…

 

 

Ossequi

 

 

[1]  lo sottolineo perché alcuni omofobi over 9000 arrivano a sostenere che la ragione dei suicidi sia il fatto stesso, patologico, di essere omosessuali; questo comportamento è un caso particolare di un fenomeno psicologico più ampio molto diffuso in campo omofobico, comunemente chiamato “avere la faccia come il culo”.

 

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8 responses

23 04 2015
Gay che si ammazzano, così, a caso. | Lo Strano Anello

[…] in effetti scritto recentemente sui problemi della depressione e del suicidio fra gli omosessuali (che sia letto negli ambienti omofobici? Personalmente, sono parecchio sicuro che mi leggano, ma non […]

31 07 2016
Dam

“Quando qualcuno fa notare il dramma che l’omosessuale vive quotidianamente specie nell’adolescenza se ne fottono tutti, perché tanto sta solo nella sua testa, è lui/lei che è una persona fragile, la società non ha nessun problema, noi non possiamo farci niente e l’omofobia vera è solo quando ci sono le coltellate.”

Queso è un passaggio molto interessante, perchè mi riporta alla mente una frase che ultimamente ho letto spesso: “Nessuno può farti provare nulla senza il tuo consenso”. Questa frase, da quanto ho capito, viene più spesso applicata a situazioni emotive a lungo termine, specie se collegate al benessere psicologico e appunto emotivo, e suggerisce che noi possiamo decidere come ci sentiamo, non semplicemente agendo per ottenere un risultato, che nel caso dei gay sarebbe per esempio attivarsi per combattere l’omofobia, ma anche scegliendo di provare cose diverse.

Un pò come a dire che i gay, ma anche un etero, si sentono così perchè in fondo è una loro decisione, quantomeno a lungo termine, a prescindere che si attivino o restino nell’angolino a piangere senza fare nulla. Appunto, “è tutto nella sua testa”.

Mi scuso se tutto ciò sembra o è off topic, ma la mia domanda è: questa idea è supportata dalla scienza, oppure è solo una cosa da “guru”? Lo chiedo a te perchè non so dove cercare per trovare la risposta, e anche perchè si tratta di una credenza che non viene molto, anzi per niente contestata, perlomeno da quanto ho visto. Se non puoi rispondermi va bene lo stesso, è solo che questa cosa mi incuriosisce parecchio.

31 07 2016
lostranoanello

Ciao Damiano (ti chiami così, mi par di capire 😛 )
E’ chiaramente una frase “da guru” che esemplifica magnificamente il famoso “errore fondamentale di attribuzione”. Mentre è vero che ciò che proviamo dipende in ultima analisi da noi stessi, da ciò che siamo e da cosa vogliamo, se ci riflettiamo un momento ci accorgiamo che ciò che noi siamo e vogliamo è qualcosa che è così perché “ci è capitato”. Dunque nella vita delle persone possono convivere due narrazioni contraddittorie: una in cui noi abbiamo il controllo su tutta la nostra vita, una in cui non ne abbiamo su nessuna parte di essa. Nessuna delle due narrazioni è quella “vera” e nessuna delle due dovrebbe mai eclissare l’altra, si usa l’una o l’altra a seconda di quella in cui è più utile credere in quel momento.
Applicare la narrazione del libero arbitrio, secondo la quale le cose dipendono dalla nostra volontà, è utile per spronarci a prendere il controllo degli aspetti della nostra vita su cui possiamo esercitare una scelta proattiva; ma come vedi può rischiare di essere eccessivamente, inutilmente ed in ultima analisi ingiustamente responsabilizzante e colpevolizzante. Se uno fin da piccolo subisce ogni genere di violenza è inevitabile che ciò abbia delle conseguenze sulla sua psiche ed esse per la gran parte non sono affatto sotto il suo controllo. Che senso avrebbe colpevolizzarlo infinitamente attraverso frasi come quella che mi hai riportato?

31 07 2016
Dam

“Ciao Damiano (ti chiami così, mi par di capire😛 )”

Si.

“Mentre è vero che ciò che proviamo dipende in ultima analisi da noi stessi, da ciò che siamo e da cosa vogliamo, se ci riflettiamo un momento ci accorgiamo che ciò che noi siamo e vogliamo è qualcosa che è così perché “ci è capitato”.”

Prendendo spunto dal tuo articolo sul “capriccio” della carne, immaginiamo che essa sia importante per la tua (“tua” in generale) vita. Ciò significa presumibilmente che non ne puoi fare a meno, oppure che puoi ma con gravi conseguenze per l’appunto emotive, che ovviamente potrebbero o non potrebbero essere superate, altrimenti non penso la si potrebbe ritenere importante.

Interiormente, cosa determina se la carne è importante o meno? Per chiarirci, sto cercando di capire se il gusto e soprattutto l’importanza in questo caso della carne è in fin dei conti controllabile oppure no, nel senso che potresti non dargli importanza ma decidi di sentirti diversamente.

E ancora, supponiamo che per me (“me” in generale, of course) il mio lavoro sia la fonte della mia realizzazione, o quantomeno un elemento importante sia pur non unico ai fini della stessa. Supponiamo anche che io lo perda, e che sia infelice ed incompleto a meno di non trovarne un altro paragonabile.

Insomma, se per dire “io” non “mi decido” ad essere felice, non semplicemente cercando un altro lavoro simile invece di star fermo a lamentarmi, ma proprio scegliendo interiormente di essere felice a prescindere che lo trovi perchè tanto la vita è bella e ha valore sempre e comunque, la responsabilità sarebbe, almeno secondo questa filosofia/insegnamento, della persona in questione. Quindi potrei star bene semplicemente convincendomi col tempo che quel tipo di lavoro non è importante, no?

“Nessuna delle due narrazioni è quella “vera” e nessuna delle due dovrebbe mai eclissare l’altra, si usa l’una o l’altra a seconda di quella in cui è più utile credere in quel momento.”

Questa ammetto di non averla capita.

“Se uno fin da piccolo subisce ogni genere di violenza è inevitabile che ciò abbia delle conseguenze sulla sua psiche ed esse per la gran parte non sono affatto sotto il suo controllo. Che senso avrebbe colpevolizzarlo infinitamente attraverso frasi come quella che mi hai riportato?”

Mi sembra però che molti usino esempi di gente che è felice in situazioni di cacca per sminuire la sofferenza di alcuni (esempio, la gente che patisce la fame e sta bene lo stesso). E qui ci colleghiamo anche al concetto di felicità interiore, che in fondo è il vero nocciolo della questione, ed anche questa è un’idea di cui sento parlare spesso, per esempio quando si dice che essa è l’unica vera felicità.

31 07 2016
lostranoanello

Non necessariamente esiste una legge, una regola per stabilire come si diventa felici o infelici, e non necessariamente esiste un sistema di giudizio tale da permetterci di dire chi dovrebbe essere felice e chi no. Questo è forse il punto cardine di tutta la mia filosofia, sia essa morale, teoretica o estetica. Non necessariamente si arriva ad un punto fermo, a volte si resta in sospeso.
Le persone possono essere felici o soffrire per varie ragioni; alcune possiamo forse definirle come “interne”, altre come “esterne”, ma il punto non è trovare lo spartiacque preciso fra le due; il problema essenziale è come intervenire quando ci si sente infelici oppure quando vediamo gli altri essere infelici.

Non posso dunque darti una risposta universale su quanto la felicità dipenda da noi o non dipenda da noi, anche perché se lo facessi rientrerei di diritto nella schiera di noiosissimi e banalissimi guru psicologici new age che ti risolvono la vita a botte di frasi da cioccolatini. Posso darti delle risposte personali. Nell’esempio della carne io ti posso dire che, considerando l’importanza che ha nella mia vita personale il rapporto col cibo e con il gusto, ritengo che rappresenterebbe una perdita enorme rinunciarvi, dal punto di vista della qualità della vita. Onestamente non avverto un senso di “scelta” a riguardo, cioè, non dipende da me amare la carne più di quanto non dipenda da me amare il pene. Suppongo che potrei rinunciare a entrambi, al limite, ma è chiaro non v’è nessun guadagno per me in questo e invece tanta perdita.
Ma per l’appunto, questa è la mia risposta personale, ognuno deve trovare la propria, non vi sono scorciatoie a riguardo e per mia politica cerco di ridurre al minimo i giudizi i questo ambito. Non giudicate per non essere giudicati, disse qualcuno, e io seguo la massima, giudicando di solito soltanto coloro che per primi mi hanno giudicato 😛

Certo, alle volte l’infelicità può diventare un problema sociale, con radici sociali e conseguenze sociali. L’omofobia ha origine sociale e causa danno sociale, per esempio. In linea più generale, la depressione è un problema sanitario importante, dunque un problema sociale, un problema che finisce col coinvolgerci tutti. E va detto a discolpa degli omofobi che le loro ciarle altezzose sui gay “vittimisti” non le hanno inventate loro; chiunque soffra di depressione si sente dire con una certa frequenza che è un problema che sta tutto nella sua testa, che è lui il debole ed è solo colpa sua se sta male. Siccome il danno subito dagli omosessuali è in massima misura in termini di violenza psicologica, i.e. stigma, emarginazione, insulti, discriminazione, agli omofobi fa molto comodo sposare quell’approccio: li assolve quasi interamente di tutto il male che fanno.
E’ un approccio stupido e dannoso in qualunque caso, però. La depressione è una patologia che necessita di trattamento, interventi e aiuti esterni. In certi casi, la causa è determinata e trattabile: l’omofobia, è dimostrato, è un fattore di rischio per la depressione fra i più potenti che ci siano se non il più potente, dunque eliminarla è un passo del tutto naturale. Ma ci sono altri problemi che non possono essere trattati altrettanto agevolmente; prendi le delusioni d’amore o i fallimenti sul lavoro. Come si risolve la sofferenza psicologica di chi è costretto a fare un lavoro che odia o è stato lasciato dalla moglie?

Se avessi la risposta universale a questo, l’avrei già venduta e sarei milionario. Invece posso solo dirti che varia da caso a caso. Di sicuro non v’è alcun interruttore della felicità per cui da oggi a domani “decido di essere felice”. Al massimo si può parlare di allenare la mente e il carattere a resistere alle avversità, una ginnastica emotiva che a poco ti rende più forte e pronto a reagire rispetto alla tristezza. Ma questo è un processo incredibilmente complesso ed è influenzato anch’esso da fattori esterni, più o meno come la ginnastica per il corpo: può potenziarti, ma solo entro specifici limiti dati dalla genetica e dall’ambiente circostante.

5 06 2017
Zapan

Ciao, scusa se ti rispondo dopo tanto tempo.

In realtà la domanda interessante e decisiva è: e se io non sono felice senza X (mettici quello che ti pare nell’incognita), e dunque la vita senza X è indegna di essere vissuta per me (me in generale, come sopra)? Che devo fare? Farmi curare o farmi una sorta di auto-lavaggio del cervello (oops, illuminazione, che sbadato) eliminando di fatto il valore di X al fine di farmi piacere la suddetta vita? “Scegliere” di trovare positiva una cosa che odio o trattare ciò che ho perso come fosse intercambiabile con altre cose positive pur di vivere a tutti i costi? A me sembra quasi che si stia dicendo: “non è la merda a far schifo, sei tu che non la apprezzi”.

Mi auguro di non scocciarti troppo con sta cosa, e se lo desideri mi fermerò qui, è solo che questa domanda (perchè in realtà è una sola) mi attraversa la mente da un pò di tempo, e a volte mi viene il sospetto che i guru/psicologi o come vogliamo chiamarli abbiano un pò di ragione.

Attenzione, non parlo di vittimismo (ovvero il ritenersi vittime senza una valida ragione),e neppure delle più o meno presenti difficoltà della vita, parlo di casi in cui ciò che si è perduto non è più recuperabile, o sostituibile con qualcosa di simile (e di qualità almeno paragonabile), perchè in caso contrario il discorso cambia.

5 06 2017
lostranoanello

Si tratta sempre di valutare i diversi possibili approcci al problema e di farsi un ragionamento di tipo costi/benefici.
Ok, sevi fare un lavoro che odi. Qual è la mossa col rapporto costi/benefici più vantaggioso? Provare a cambiarlo? Rassegnarsi e cercare di farselo piacere? Forse un misto di tutt’e due, provare a farselo piacere ma al contempo continuare a guardarsi intorno in cerca di qualcosa di meglio. C’è sempre anche l’opzione suicidio, ma tendo a non computarla perché pone più problemi di quanti non ne risolva, ma in generale la scelta più sensata è quella che massimizza i potenziali guadagni e minimizzi le potenziali perdite.

5 06 2017
Zapan

Beh, ma è ovvio che se una speranza di ottenere ciò che si vuole c’è vale senza dubbio la pena di tentare, a patto però che il tentativo non diventi una prova di resistenza eccessiva, perchè altrimenti neanche il successo ripaga dei propri sforzi. Io però mi riferisco a situazioni in cui la possibilità in questione non c’è proprio.

Esattamente, che problemi pone il suicidio?

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