Per capire i termini: satira e humor nero

13 01 2015

Chiariamo un po’ di termini usati spesso a sproposito, nel senso di chiarirne tutte le implicazioni.

Per cominciare, l’umorismo è una finzione artistica finalizzata a trovare connessioni originali e stravaganti fra idee. L’aspetto fondante dell’umorismo, in effetti, è il gioco intellettuale che c’è dietro, è nella sua più profonda essenza un gioco di idee che scatena un effetto sorpresa, per questo si dice che l’umorismo è per persone intelligenti. Lungi dal’essere di massa, la maggior parte dell’umorismo è elitario, perché richiede un vasto repertorio di idee in saccoccia, un’intelligenza fine per collegarle in modi non pensati prima, e infine la capacità purtroppo spesso carente di riuscire a distinguere realtà da finzione. Perché, non lo scordiamo mai, essendo un gioco di idee, l’umorismo è per sua natura una finzione artistica. Dire che su un argomento/persona non si dovrebbe fare battute è come dire che non ci si dovrebbe fare cinema o poesia o letteratura sopra. Non ha alcun senso pretendere che un argomento ne resti fuori a priori, trattandosi di finzione letteraria.

Un esempio che spiega particolarmente bene il concetto di finzione letteraria applicato all’umorismo sono i “yo momma jokes”, battute che insultano la madre. CI sono siti internet pieni di battute che iniziano con “tua mamma è così grassa che”. Se una persona che legge un yo momma joke se la prendesse per l’offesa a sua madre la prenderemmo per pazza. L’essenza di un “yo momma so fat” joke è un gioco di paradossi con l’idea del grasso; “tua mamma” è più che altro un pretesto, al posto di “tua mamma” ci puoi mettere Giuliano Ferrara e farà ancora più ridere, o chiunque altro, ma il punto è che si sta semplicemente giocando sul grasso. Puoi scherzare anche collegando insieme Corano e merda, per esempio, sarà efficace principalmente perché sono due idee che non si vedono spesso collegate per via dei tabù sociali, ma le due idee sono pretesti per un gioco di collegamenti. I yo momma jokes sono uno di quei casi in cui l’umorismo viene astratto completamente da qualsiasi contesto reale; nei yo momma jokes resta solo il nocciolo dell’esercizio umoristico, portato al livello più astratto, più o meno come negli scacchi la strategia è portata in assoluto al livello più astratto. Nel yo momma jokes ancora c’è “tua mamma”, ma il collegamento fra “tua mamma” e la madre effettiva di qualcuno è completamente perso, come fra la torre degli scacchi e una torre reale (avete mai visto torri muoversi? Io no). C’è solo il nocciolo più fondamentale dell’umorismo, ovvero il gioco astratto dei paradossi sull’idea del grasso o, addirittura, sull’idea della “grandezza”.

A priori, l’umorismo non pone problemi etici proprio per la sua natura finzionale, ponendo invece, però, un problema estetico (il gusto per l’umorismo è soggettivo e collegato alle capacità di cui parlavo sopra, prima fra tutte la padronanza e il controllo assoluti delle idee maneggiate). Ma, in maniera ancora più importante, pone un problema teoretico: l’umorismo collega in modo originale idee che comunque sono preesistenti, creando paradossi che tuttavia in un qualche strano modo sembrano plausibile: che tua mamma sia così grassa da avere un proprio CAP personale non è possibile, eppure si collega chiaramente, come immagine, alla sua obesità. Se il riferimento è banale o peggio ancora chiaramente erroneo, la battuta non funziona.
Un esempio di umorismo che non fa ridere era l’articolo di Nonciclopedia sugli onnivori. Fondamentalmente, si trattava di una masturbazione di qualche vegano, ed era tutto impostato come una presa in giro delle posizioni degli “onnivori”. C’è un problema però: le posizioni che li venivano prese in giro per la loro erroneità erano assolutamente giuste. Si sarebbe potuto giocare a prendere quelle più esagerate e sbagliate e fare umorismo su di esse, ma non puoi fare umorismo sull’idea che l’uomo sia animale onnivoro, perché è vero che è animale onnivoro. Per esempio, avrebbe avuto un senso sfottere quegli antivegani che dicono che “il veganismo fa male” e poi si abbuffano di robaccia da Mc Donald’s, molto più dannosa alla salute del veganismo. Ciò si basa su fatti reali, e mette in luce una contraddizione reale. Ma solo quei pochi settari convinti che l’uomo non sia animale onnivoro possono ridere di una battuta che ha come base logica l’idea che l’uomo sia fruttariano. In questo senso, un limite fondamentale dell’umorismo è che le connessioni che trova fra le idee devono essere plausibili, e quindi contiene un riferimento, per quanto lontano, al concetto di verità.
I yo momma jokes sono all’estremo più lontano dalla realtà nello spettro umoristico. All’altro estremo c’è la satira propriamente detta, ovvero l’umorismo che vuole mandare un messaggio socialmente rilevante. Non a caso, infatti, la satira è spesso l’umorismo che fa meno ridere, perché perde un sacco delle sue licenze finzionali e il suo legame alla realtà è particolarmente stretto.

La satira rappresenta il tipo di umorismo più pericoloso, perché mandando messaggi reali vuole colpire dei soggetti fisici ben precisi con accuse realistiche. Il che può chiaramente sfiorare la diffamazione.
D’Alema una volta fece causa all’autore per una vignetta che sostanzialmente lo accusava di un reato penale. Di solito si dice che quello fu un attacco alla libertà di satira, e probabilmente lo era; in ambito satirico io sono per lasciare veramente libertà assoluta o quasi, e quindi anche libertà di lanciare accuse piuttosto realistiche. Ma poi vedo la stessa gente che allora si schierava col vignettista schierarsi magari adesso contro Charlie Hebdo. E magari accusare Charlie Hebdo… di fare “black humor travestito da satira” o “puro dissacramento senza messaggio”!
Ragazzi, l’innocenza fondamentale di Charlie Hebdo sta proprio nel fatto che il suo umorismo è (spesso) dissacramento puro, senza messaggio. Dire che Charlie Hebdo fa black humor travestito da satira” ne attesta l’innocenza, lo scagiona da qualsiasi accusa di voler offendere o insultare.
La gente non capisce niente, diciamolo, quindi chiariamo bene le definizioni con tutte le loro implicazioni ovvie e meno ovvie:

HUMOR NERO: genere di umorismo che crea spazi finzionali in cui gioca in modo astratto con idee tabù per il solo scopo di far ridere.
SATIRA: messaggio politico, spesso molto aggressivo e insultante, che usa l’umorismo come arma, generalmente dirigendosi verso specifici bersagli fisici con specifiche accuse. La satira è spesso di parte e quasi sempre offensiva.

L’accusa a Charlie Hebdo di non essere satira perché sarebbe solo humor nero è scagionante perché restringe lo spazio di interpretazione ad un ambito finzionale, e quindi innocuo. E’ proprio se fa satira che invece si può, e a volte si deve, iniziare a discutere dei suoi limiti, perché la satira vuole parlare di cose vere e dunque può essere anche diffamante. Se io faccio una vignetta in cui un politico prende mazzette da un mafioso io lo sto accusando materialmente di essere un corrotto. Ciò è estremamente grave. Se ho solo disegnato lo Spirito Santo che incula Gesù ho fatto un accostamento di idee ardito per i tabù sociali, ma non ho mandato un’accusa reale e tangibile a qualcuno.

Io sono favorevole sia alla satira che allo humor nero, ma gli italiani sembrano non capire nessuno dei due. Prendete Crozza, la sua è la “satira” che piace agli italiani. Già se tiri fuori Luttazzi partono i distinguo. Ma quello di Crozza è un bonario ridere dei difetti degli italiani e della loro classe politica; è bipartisan (perché una regola della “satira” italiana è che deve prendere parti il meno possibile), quasi mai volgare, quasi mai fa accuse precise. Ma non è colpa di Crozza, specialmente l’ultima caratteristica non lo è: il punto è che se vuoi spingerti oltre iniziano a piovere querele; non solo, parte un coro di solidarietà bipartisan contro la vile aggressione. Ricordo ad esempio la gara di solidarietà bipartisan a favore della Meloni, vittima di un ritratto poco lusinghiero nel fumetto “La Ministronza”. Un comic che, diciamolo, a mio avviso non fa ridere per nulla perché manca di genio umoristico, ma è veramente aggressivo e satirico sul personaggio.

La satira non si può fare in Italia per via di un sistema legale e di una cultura di massa che tutelano l’oggetto di satira molto di più dell’autore. Lo humor nero invece non si può fare per il troppo forte senso del “sacro” diffuso nella popolazione; e qui non mi riferisco al sacro religioso, ma anche al sacro laico, come l’Olocausto. Scherzare sull’Olocausto generalmente ti aliena le simpatie dei bravi borghesi e, cosa ancora più tragica, ti ingrazia quelle dei neofascisti! La cosa tragica è che né gli uni né gli altri capiscono lo scherzo, altrimenti i primi non si offenderebbero e i secondi non si fomenterebbero.
Non solo in Italia non si può fare sul serio (ovvero fare satira) ma non si può neanche fare per gioco (fare humor nero).
Questa disabitudine al contatto con l’umorismo estremo si autoalimenta dando origine a paurose confusioni.
Se devo ritrarre il pensiero dell’Italiano medio (ma anche di quello non tanto medio) sull’umorismo estremo, esso è:

“L’umorismo dev’essere carino, rispettare tutte le idee e le persone, non colpire mai troppo in profondità, non lanciare mai accuse precise, e non toccare mai neanche per gioco concetti o immagini che alcune o tante persone ritengano importanti (sacre)”
(postilla: a meno che queste persone non siano musulmani)

Vogliamo riassumerlo ancora di più?

“Scherza coi fanti, ma lascia stare i santi”.

Ho già scritto molto recentemente sul caso Charlie Hebdo, ma ci ritorno brevemente perché dopotutto mi ha fornito lo spunto anche per questo intervento. Lì tutti parlavano della libertà di espressione e di satira. Troppe volte in pochi giorni ho letto su fonti diverse e da persone diverse che “una cosa è la satira, una cosa è l’insulto”.
Ecco, proprio no, la satira è probabilmente la cosa più offensiva che ci possa essere a parte l’ingiuria diretta e veemente. La satira è ciò che ti permette di dire che Berlusconi è un porco senza scrivere apertamente che è un porco, il che ti farebbe querelare per ingiuria. Parlare di libertà di satira significa parlare di qualcosa di molto simile alla libertà di insulto. E d’altro canto, la libertà di espressione si manifesta proprio nel momento in cui si dicono cose che nessuno vorrebbe sentire. Siamo tutti, sempre, stati liberi di scherzare coi fanti, anche nelle dittatura; la libertà di espressione è scherzare coi santi.

Ma oltre a ciò, ecco, gli esempi portati di solito come il massimo dell’offensivo in Charlie Hebdo (il Corano di merda, Gesù che incula Dio, i vescovi che si mordono le tonache per mostrare il culo…) sono semplice umorismo nero, a volte umorismo pecoreccio. Charlie Hebdo faceva anche vera satira, MA NON ERA QUELLA.
Vogliamo fare un esempio di vera satira su Charlie Hebdo, organo di propaganda amricana e sionista? Eccovene qui due:

“Hamas prende la popolazione in ostaggio!” “Quindi, uccidiamo gli ostaggi.”

Ancora un errore… “Pietà! Non sono uno scolaretto indifeso!” “Ops! Scusi!”

E mi preme sottolineare che qui l’accusa e il messaggio delle vignette sono molto precisi e pesanti: gli Stati Uniti e Israele uccidono persone innocenti. Se ciò non fosse vero (per esempio secondo me non lo è, o non del tutto), queste sarebbero vignette pericolose, perché dipingerebbero una realtà falsa. Sarebbero vignette bugiarde e diffamanti. Poiché non concordo con lo specifico messaggio mandato, questa satira non mi fa ridere molto; lo humor nero invece non manda messaggi, proprio per questo se è buono fa ridere sempre (a patto che uno sappia distinguere realtà e finzione). Eppure un giornale satirico dev’essere libero di pubblicare anche e sopratutto vignette di questo tipo, se vogliamo parlare di libertà di satira.

In realtà la libertà di satira è un argomento abbastanza spinoso proprio per tutte queste ragioni. Ha ragione chi dice che il nazismo degli esordi, ma anche quando fu al potere, usava la satira per attaccare gli ebrei, ad esempio. Ma quelli erano appunto attacchi molto specifici, aggressioni mirate, propaganda di una certa idea della società. Come tutta la satira, quella era roba maligna e aggressiva.
La gente si incavola invece per lo humor nero, che alla fine l’oggetto del suo umorismo lo lascia sostanzialmente intatto.
Eccetto per una cosa.
Si rifiuta di considerarlo sacro, ovvero considera il suo soggetto come un’idea utilizzabile a scopo ludico.
E l’importanza di ciò è evidente: proprio l’inesistenza del “sacro”, ovvero la possibilità di discordare con certe idee e con l’importanza che ad esse viene attribuita, è il punto fondamentale della libertà di opinione.
E vi lascio ripetendovi la citazione di Hillmann che è secondo una delle migliori descrizione della funzione psicologica dell’umorismo.

“L’umorismo, come indica la parola stessa, inumidisce e ammorbidisce, conferendo alla vita un tocco ordinario; poiché incoraggia l’autoriflessione e prende le distanze dal senso di importanza personale, l’umorismo è fumo negli occhi per il delirio di grandezza. Poiché ci pone su un gradino più basso, è essenziale per crescere cioè discendere. La risata che dà riconoscimento alla nostra assurdità di comparse nella commedia umana è altrettanto efficace per scacciare il diavolo dell’aglio e della croce per scacciare i vampiri. Lo aveva capito Chaplin, che nel suo film “Il grande dittatore” non si limita a ridicolizzare Hitler, ma rivela l’assurdità, la trivialità e la tragicità dell’inflazione demoniaca.”

Ossequi.

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One response

25 01 2015
Lupesio

In generale concordo su quello che hai scritto, ma mi trovo in disaccordo su un punto: “La satira non si può fare in Italia per via di un sistema legale e di una cultura di massa che tutelano l’oggetto di satira molto di più dell’autore.”
In generale, tu hai preso esempi come Crozza e Luttazzi, ma bisogna considerare che entrambi lavorano alla televisione generalista, rivolta a tutti; la satira, per sua natura, offende o si fa beffe di opinioni e sacralità diffuse nella popolazione, per cui è naturale che una vasta parte di essa la consideri volgare. Se io pubblico su un giornale padre, figlio e spirito santo che se lo pestano nel culo, il parruccone di turno può non leggerlo per non sentirsi offeso; chi legge il giornale è proprio chi non ha un senso del sacro così forte da offendersi. Se le vignette di Charlie Hebdo fossero state pubblicate sulla televisione di stato in Francia, prima della strage (anche quelle anticristiane) ci sarebbe probabilmente stata una levata di scudi anche in Francia, di cattolici che pagano il canone e non vogliono vedere cose per loro disgustose in televisione.
Il paragone, invece, dovrebbe essere fatto non tanto sull’informazione che entra nelle case della gente, ma in quella che uno sceglie di acquisire, tipo i giornali, e in Italia la satira esiste eccome: basti pensare al Vernacoliere, dove trovi immagini di preti che inculano bambini, o personaggi come Don Zauker, o rubriche come l’Oscuratore Romano. Quello è il confronto che va fatto: il fatto che una larga fetta di popolazione sia offesa dall’irrisione di ciò che considera sacro è normale dovunque. Se no non sarebbe satira o humor dissacrante.

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