Anatomia dei mostri, mostri dell’anatomia

25 03 2013

In questi giorni è accaduta su facebook una cosa alquanto strana. Lasciate che vi riassuma gli eventi come è stato possibile ricostruirli.

Alcuni studenti di veterinaria, come di prassi, si son trovati a svolgere un’esercitazione didattica che comportava un’autopsia sul la carcassa di un cane. Gli studenti di medicina, per capirci, fanno lo stesso sui cadaveri, quindi sugli umani.

Uno dei presenti scatta una foto ai suddetti studenti durante l’episodio, i ragazzi, vicini alla carcassa, si mettono in posa e sorridono.

Un’estremista animalista, di quelli che tipicamente rappresentano i segmenti più primitivi dell’umanità, in qualche modo entra in possesso della foto e la pubblica sul proprio profilo con un invito a “scovare questi bastardi” o simili delicate parole.

Partono migliaia di condivisioni del tutto insensate dell’invito, con pioggia di insulti sui poveri ragazzi.01-Schermata del 2013-03-24 12_19_22

A questo punto l’umanità si divide più o meno in due, anzi in tre: una prima parte che ritiene che questa persecuzione sia del tutto normale, che i ragazzi in questione abbiano fatto qualcosa di “indifendibile”(?!). Una seconda parte che condanna, ma invoca la misericordia perché questo crimine è comunque veniale e comprensibile. Infine c’è la parte in cui rientra il sottoscritto, che si domanda se tutti gli altri non siano sotto l’effetto di droghe pesanti o vittima di un’epidemia che rende tutti deficienti, tipo quelle che si vedono nei film horror.

La riflessione seguente sulle ragioni di questa sommossa emotiva è strettamente collegata a due miei interventi precedenti, quello sull’umorismo e quello sulla simbologia del mangiar carne.

La domanda banalmente è: com’è possibile questa follia collettiva che porta addirittura a minacce di morte a gente che non ha fatto assolutamente NIENTE? [1]

Il tipo di argomento che sento più spesso è, udite udite …  che questi individui si sarebbero permessi di sorridere durante la foto.

Lasciamo tempo ai cervello-muniti di rendersi conto dell’enormità della stronzata, dopodiché cerchiamo di capire quale sentimento la genera.

Il crimine non è aver ammazzato il cane, perché non l’hanno fatto. Il crimine non è aver fatto un’autopsia, perché si fanno tutti i giorni anche sugli umani. Il crimine non è neanche aver scattato una foto, perché anche di molte autopsie umane c’è documentazione fotografica.

Il crimine è il sorriso. E ci sono molte cose da notare su questo punto.

Ho detto che l’argomento era collegati ad altri due miei precedenti interventi, perché rispetto ad essi  è un po’ il trait d’union: da un lato c’è il problema della paura della morte e di tutto ciò che la ricorda, e dall’altra un cattivo rapporto con il senso dell’umorismo, con tutto ciò che è leggerezza e sano distacco. A ciò voglio aggiungere anche la riflessione sulla tematica foucaltiana del “mostro”, ma si vada con ordine.

Perché sorridere in posa davanti ad un animale morto dovrebbe essere un problema?

L’animale, ovviamente, non soffre. Di più, l’animale non c’è proprio nella foto. C’è un cumulo di materia organica  che va verso la decomposizione. Il corpo morto ha il valore oggettivo di una palla di gomma; anzi, più simile al cibo, fin tanto che è fresco: lo si potrebbe sbranare e mangiare. Oppure simile al pesce marcio, o alla cacca, visto che è composto di materia organica che tende a puzzare.  Il crimine sarebbe dunque sorridere di fronte a un enorme cumulo di carne prossima alla spazzatura o allo smaltimento. Se sorridessi davanti a una bistecca, solo qualche animalista dei più estremisti porrebbe problemi, e lo stesso sarebbe se sorridessi davanti a un insalata (“cadaveri di verdura”), o a una zanzara schiacciata. Non c’è di fatto nessun essere vivente danneggiato dall’atto “criminoso” in questione. Allora dove sta il crimine contro la morale?

In realtà il “crimine” è costituito da un affronto alla Morte.

La morte è un evento che fa parte della vita e lo definisce, diciamo che è l’altro volto della vita, il  suo volto più spaventoso, ma ciò non di meno, come trattavo qui, è uno dei suoi volti e se si ama la vita si deve amare anche la morte, allo stesso modo in cui si devono amare perfino i difetti del partner, se ci si vuole stare insieme.

Ma una certa scuola di pensiero manichea (che criticavo nel mio intervento “Il male minore” ) non ammette che la morte sia un semplice fatto della vita, che va accettato e gestito con serenità e, laddove possibile, distacco. La morte è una divinità malvagia, per costoro, esattamente come lo è la sofferenza che Singer divinizza e pone a fondamento della morale. Per coloro che “questi bastardi scoviamoli”, il mondo non è costituito da fatti ed eventi che si susseguono, ma è frutto di un’interazione di entità astratte, come nei fumetti, e fra queste entità c’è la morte. Il suo sguardo vigile è ovunque, poiché è instaurato nel Super-Io moralista che campa di convenzioni sociali: della morte NON PUOI ridere. Di più, non puoi neanche sorriderne. Di più, sono pronto a scommettere che perfino l’indifferenza abbia qualcosa di “malato”. La morte va temuta, altrimenti si arrabbia.

La carcassa è il feticcio che rappresenta la morte, non ha valore di per sé, ma richiama la morte. Per questo di fronte ad esso l’indifferenza o il sorriso sono atteggiamenti sacrileghi, come sono sacrileghe le battute di nonciclopedia su Anna Frank, o quelle di Umore Maligno su Sic. Questo non dipende dal fatto che la battuta o il sorriso effettivamente offendano una parte lesa specifica, non c’era nessuna parte lesa reale nei casi che ho citato (l’immagine dei genitori di Simoncelli che vanno su internet a cercarsi le battute sul figlio appena morto per rinnovare il proprio dolore è più risibile delle battute stesse, così come l’idea del misterioso padrone del cane morto che accidentalmente capita sulla pagina facebook dello studente di veterinaria che ha eseguito l’autopsia, e soffre irrimediabilmente perché il ragazzo sorrideva), l’affronto era alla morte.

Scherzarci  sopra non è un crimine contro una persona, contro un qualcuno di reale, ergo non è affatto un crimine in realtà; il crimine è contro la Morte. Sia mai che si vendica; ma soprattutto, sia mai che dobbiamo pensare che esista; e soprattutto ancora, sia mai che dobbiamo pensare di essere fragili rispetto ad essa. Il fatto che ci sia chi la affronta con (apparente) distacco è particolarmente grave per chi ne è terrorizzato, perché lo porta a sentirsi fragile.

Da qui nasce la strategia per la rimozione.

Come al solito, tendo a vedere pattern comuni che molti non notano prima che vi si punti la lampada sopra. Pensate ad esempio all’effetto che ha il maschio gay sull’omofobo medio. Suscita due tipi distinti di emozione: il primo, gli ricorda la possibilità di essere penetrato, fisicamente “sottomesso”. Questo fa paura, e disgusto al maschio, e il disgusto è un prolungamento della paura esteso al senso di purezza del proprio corpo. Il secondo, suscita una certa invidia per quello che è percepito (non necessariamente lo è) come un atteggiamento spensierato e libero da convenzioni sociali, che travalica il disagio della civiltà.

Per elaborare queste sensazioni (generalmente connessi ad una sessualità etero diretta vissuta in maniera sofferta), l’omofobo taccia l’omosessuale di “mostro”, di malato, di socialmente pericoloso; il suo immaginario viene pervaso da immagini di disgusto e paura, “pene che si muove fra gli escrementi”, pugni in culo, stupro pedofilo, coprofagia etc. si fondono tutti insieme nell’immaginario omofobico, che a sua volta è in larga misura una forma di sessuofobia.

Il sesso è una parte della vita, va amato come si ama la vita; e tuttavia può far paura. Figuriamoci la morte, allora, che fa molta più paura.

Dunque anche qui, se c’è qualcuno che, anche solo in apparenza, non ne ha paura o ne ha di meno, e da l’impressione di viverci in pace, va rimosso. E si rimuove nello stesso identico modo!

Se fa mostra non temere patologicamente la morte (è in grado, ad esempio, di scherzarci sopra) è un mostro. È palesemente malato, non si comporta in modo naturale, perché di fronte a un feticcio di morte SI DEVE essere piangenti, costernati, possibilmente vomitare. Se sorridi di fronte a un cadavere, non è detto che sei un serial killer … Però sei molto più vicino ad esserlo rispetto a chi invece piange disparato e vomita. Sei socialmente pericoloso, vagamente psicopatico, privo di emozioni, potenzialmente sadico. Nel migliore dei casi sei “di cattivo gusto” (ma chi ha chiesto un vostro parere estetico? Nessuno. Chi è stato piuttosto a diffondere la foto su tutta la rete con un certo macabro autocompiacimento nell’esibire la carcassa? Uno dei bigotti di cui sopra, non lo studente …), dove l’essere di cattivo gusto comunque prefigura delle anomalie psichiatriche.

A mio avviso questo episodio travalica di gran lunga il semplice esempio di psicopatia animalista, quanto racchiude ed esemplifica un po’ il peggio dell’irrazionalità umana. Aggrappandosi ad una delle fobie più diffuse e radicate, quella per la morte, è in grado di dissolvere completamente l’intelletto e scatenare l’odio più profondo e immotivato.

Si parte con un’incapacità di vivere serenamente il rapporto con la morte. Si aggiunge l’intolleranza per il diverso, che non prova le nostre stesse sensazioni. Si intromette un meccanismo di rimozione di ciò che è spiacevole, che non lo elabora e risolve, ma lo nasconde sotto il tappeto alimentando ulteriormente il problema. Si adotta una strategia di rimozione basata sul declassamento a non-umano del diverso, tramite l’accusa di psicopatia e la retorica del “mostro”, ottenuta tramite un utilizzo delle terminologie e delle classificazioni, psichiatriche nel miglior stile del biopotere foucaultiano.

Siamo di fronte a un episodio non gravissimo di per sé (comunque grave e forse sarà oggetto di ripercussioni legali), ma gravissimo in quanto rivelatore del modo in cui lo spirito peggiore e sepolto dell’umanità si affaccia alla superficie e ruggisce. Alcuni hanno riso o scherzato di fronte alla mia accusa di ragionare come nazisti o cacciatori di streghe, ma sono disposto a ripetere l’accusa un milione di volte ancora: quello che è accaduto si attacca alle medesime forme di pensiero (o per meglio dire di non-pensiero) che hanno generato caccia alle streghe e Shoah: una fobia collettiva che si trasforma in una disumanizzazione e persecuzione di chi è avvertito come diverso, con conseguente sfogo violento e invito a bruciare sul rogo i colpevoli, che coi loro atti sacrileghi attireranno l’ira della divinità sulla popolazione.

Il mancato riconoscimento e condanna di questi fenomeni può avere conseguenze estremamente gravi, per cui complimenti a chi riferendosi all’episodio ha parlato di Pogrom contro gli studenti di veterinaria, perché si tratta di quello, un piccolo pogrom, che si alimenta degli stessi meccanismi psicologici primitivi di quelli grandi.

La condanna ferma, totale e portata avanti in ogni sede è fondamentale. Perché come hanno voluto linciare degli studenti “colpevoli” di avere “cattivo gusto” e di aver oltraggiato la decenza, altri saranno pronti sulle stesse basi a linciarvi per il dio che adorate, per la persona che amate, per la musica che ascoltate, per i vestiti che indossate.

Ossequi.


[1]Precisiamo, per i più ignoranti di voi, che ovviamente l’autopsia su un cane non si fa su un cane ucciso apposta per quello. Io non avrei particolari obiezioni neanche a questo tipo di pratica, come non ne avrei all’uso dei cani per scopi alimentari, ma ad ogni modo qui in Italia NON SI FA.

Possiamo supporre che una grossa fetta di animalcazzari disinformati abbia pensato questo. Ma non è il tipo di argomento che sento più spesso.

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8 responses

26 03 2013
Yupa

13:04

Concordo in parte, ma non del tutto.
Non credo che la reazione di revulsione di fronte alla foto derivi dal rifiuto della morte in sé; a mio avviso c’è un’interazione più complessa: è il rifiuto di un’associazione tra un atteggiamento esultante, esibito nel sorriso, e la profanazione fisica di qualcosa che oggi rientra fortemente e per ampî strati di popolazione in una categoria sacrale, quella degli animali, in particolar modo determinati animali (quelli cosiddetti d’affezione).
Possiamo provare a immaginare una situazione analoga, con quacuno che comunica in rete la sua esultanza dopo aver ucciso in maniera barbara qualche individuo attualmentecategorizzato come indegno o infame, ad esempio uno stupratore seriale. Ci saranno certo reazioni di disapprovazione, ma anche tanta tanta approvazione.
Detto in breve, secondo me il punto non sono tanto i meccanismi di revulsione in sé, che probabilmente ci portiamo più o meno tutti in profondità nell’apparato neurofisiologico, ma i diversi interruttori che lo fanno scattare, ed è il contesto culturale/educativo a decidere quali interruttori siano o meno determinanti, cioè siano collegati al circuito della revulsione.
Negli Stati Uniti la foto di Sarah Palin, che al termine di una battuta di caccia si fa fotografare sorridente col fucile in mano e ai suoi piedi la carcassa dell’animale sanguinante, in buona parte dell’elettorato repubblicano suscita ammirazione, non fa scattare quel che tu chiami rifiuto della morte. Eppure non credo si possa definire l’ammiratore della Palin maggiormente “razionale” (qualunque cosa il termine significhi) del suo detrattore… semplicemente, i interruttori di revulsione/ammirazione sono settati in maniera diversa. Per l’ammiratore della Palin scatteranno, chessò, di fronte alla coppia gay o a chi brucia una bandiera a stelle e strisce.

Ho conosciuto solo oggi il tuo blog. Vedo che ti occupi di comportamento.
Se ancora non lo conosci, sull’argomento di cui sopra ti consiglio di dare una letta all’articolo di Jonathan Haidt, The Emotional Dog and Its Rational Tail, che espone in maniera più articolata e fondata alcuni dei punti del mio commento.

In ogni caso, credo che da oggi il tuo blog lo seguirò… mi sembra parecchio interessante, anche se forse, anzi, quasi certamente non condividerò tutto ciò che scriverai e leggerò.

Vale.

27 03 2013
lostranoanello

Grazie del commento 🙂
Diciamo che quando ci si cimenta in analisi psicologiche, un po’ si deve accettare un certo livello di incertezza, quindi non è mia pretesa che il meccanismo che ho descritto sia l’unico in gioco, ci sono indubbiamente altre dinamiche coinvolte (anche se sono sicuro che la tanatofobia sia quella fondamentale).
Sostanzialmente concordo con quello che dici, siamo di fronte anche ad un feticcio animale profanato, non solo ad un feticcio di morte. Gli animalisti che condividono la foto ripetono infinite volte che se fosse stato un umano non avrebbero sorriso in foto, o che ce la saremmo presa anche noi. Io non lo credo affatto che non avrebbero sorriso, e sono sicuro, per quanto riguarda me, che avrei reagito nello stesso identico modo. Non sono affatto sicuro invece che LORO si sarebbero tanto scandalizzati.
Dunque la domanda qui diventa: “perché il feticcio dell’animale domestico?” Perché la sua profanazione è tanto più grave?
Penso di aver spiegato la ragione qui: https://lostranoanello.wordpress.com/2012/12/24/di-bimbi-ed-altri-animali-domestici/
E’ un feticcio anch’esso, un feticcio di “innocenza”. E di forza straordinaria, spesso addirittura più potente del bambino…

28 03 2013
LucaZ

la sacralizzazione del debole, dell’indifeso e dell’innocente è un’aspetto interessante quanto la martirizzazione nella quale tendiamo a tradurre la nostra debolezza ed impotenza se non in forza in qualche cosa di apprezzabile ed accettabile, credo sia in quest’ottica di autoidentificazione ed immedesimazione che alcuni più di altri tendono a sacralizzare più genericamente ciò che è altro da se stessi, in definitiva sacralizzano la proiezione di se stessi che hanno sul mondo.
P.s.:spero di non essermi perso fra i Vostri ragionamenti ed i miei, non sono molto avvezzo a discutere di queste cose ma mi piace imparare e confrontarmi.

28 03 2013
lostranoanello

Hai capito perfettamente 🙂
Nell’intervento che citavo nel commento qui sopra, sull’immagine del bambino come feticcio di innocenza, spiegavo come a mio parere il meccanismo di sacralizzazione del bambino sia lo stesso di quello dell’animale, per questo l’animale diventa addirittura PIU’ coinvolgente emotivamente rispetto al bambino, e lo interpretavo come un meccanismo proiettivo: rispecchia la sensazione dell’uomo di oggi di essere solo, impotente e bisognoso di protezione, e il suo desiderio di essere non resposnabile, innocente e con qualcuno che badi a lui, come il bambino e l’animale domestico.
L’effetto del feticcio di morte aumenta proprio nella misura in cui c’è una forte proiezione di sé sul feticcio stesso.

20 02 2014
NikoDesi

Ho scoperto il blog solo oggi e devo dire che tratti gli argomenti di cui parli in modo interessante.
Posso chiederti una cosa a proposito della situazione di cui hai parlato qui? Se al posto di una carcassa ci fosse un essere umano, chiaramente non ucciso per l’occasione ma ritrovato, troveresti l’atto del sorridere deprecabile oppure no?

20 02 2014
lostranoanello

Ti ringrazio 🙂
Quanto alla tua domanda, no, direi proprio di no. Troverei un po’ deprecabile la diffusione pubblica della foto, che potrebbe forse finire sotto gli occhi di parenti o amici e potrebbe causar loro dolore. Ma in questo caso non sono stati gli studenti a diffondere la foto pubblicamente…

20 02 2014
NikoDesi

Prego ^^
Quindi, di fatto, un gesto del genere non è deprecabile in sè ma perchè potrebbe urtare l’affetto di un vivo nei confronti del morto, ho inteso bene?
Poi be’, sì, chi diffonde malinterpretando volutamente la foto ha tutta la colpa del putiferio scatenato.

20 02 2014
lostranoanello

Esattamente. Poi non dico che un sorriso non possa essere rivelatore di qualcosa di sadico dietro, ma a io giudico le azioni e i loro effetti, non i sentimenti che ci sono dietro. Quelli non posso conoscerli e mi interessano anche poco quanto a giudizio etico.
E poi chi lavora con la morte prima o poi sviluppa dei naturali ed innocui meccanismi di difesa, l’ironia e l’umorismo sono di questo genere.

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