La scienza che pensa, la scienza che non pensa

5 01 2013

Ci sono dei furboni che si domandano, se è vero che il sapere scientifico è nemico naturale del dogma di fede, come mai esistano scienziati credenti che vivono serenamente questa duplicità.
Ovviamente l’esistenza di persone così rappresenterebbe una controprova del conflitto naturale fra scienza e fede se fosse vero che la ragione ha potere assoluto sul vissuto umano.
Non è così, purtroppo; il potere della ragione sul pensiero non è assoluto, ed in gran parte è mediato dal successo con cui la ragione può controllare il mondo fisico. Se lasci che la ragione si prenda gli spazi cui naturalmente anela, se cresce e si sviluppa naturalmente, la religione svanisce inevitabilmente; ma fin tanto che la limiti ad utilizzi tecnici e sostanzialmente “sciamanici”, e nessuno chiama mai gli “scienziati” di oggi a un obbiettivo più alto e ad un’ampiezza di vedute maggiore di quella, il contrasto non emerge e non si manifesta in nessun modo.
Non v’è dissonanza cognitiva né emotiva nella mente di chi usa il sapere scientifico solo come mezzo per raggiungere scopi tecnici, di chi vuole a tutti i costi ritagliarsi uno spazio per un mondo di fantasia completamente scisso dal nostro. Quando scrivo un racconto o un romanzo fantasy non mi preoccupo certo che rispetti leggi scientifiche, non entro certo in dissonanza cognitiva se ciò non accade. E così lo scienziato non entra in dissonanza se sogna un mondo in cui il peccato può trasmettersi di padre in figlio come HIV, o se crocifiggi uno si perdonano tutti gli altri, trattandosi semplicemente di un universo di fantasia.

Fino a quando il pensiero procede a livelli di astrazione abbastanza bassi, come sono quelli richiesti dalle scienze naturali, è possibile addirittura che il mondo di fantasia in questione venga ritenuto perfettamente reale ed agente, senza per questo incontrare contrasti: “i fantasmi esistono”. “I viventi sono giunti alla forma attuale attraverso un processo evolutivo darwiniano”. A un primo sguardo non c’è alcuna discordanza necessaria fra queste due affermazioni, solo ad un adeguato livello di approfondimento ti accorgi che la fenomenicità della coscienza dipende dalla forma biologica degli organi della vita di relazione e dalle funzioni adattive per cui essi si sono evoluti, e dunque non è pensabile che sia vero che l’organo sia nato ed evolutosi darwinianamente e al contempo che il fenomeno della coscienza possa sussistere anche nel momento in cui il corpo ha cessato di essere. Questo tipo di ragionamento non è immediato e neanche propriamente scientifico, ma, partendo da esso, trascende il pensiero scientifico esplicitando le logiche conclusioni filosofiche che erano già implicite in esso.

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Il problema è che nessuno scienziato è chiamato necessariamente dal suo lavoro a questo genere di riflessioni, malgrado a volte la sua disciplina di studio lo porti davvero vicino alla problematica. Quando ciò accade il pensiero religioso e la credenza nel sovrannaturale si estinguono, ma questo percorso completo, compiuto e filosoficamente coerente si trova davvero di rado, più di frequente il percorso che conduce dal pensiero scientifico all’ateismo è più semplicistico e affonda non in una rigorosa deduzione delle conseguenze filosofiche della scienza, quanto in una passione di natura emotiva per il pensiero critico che mal si accorda con la somministrazione dall’alto del dogma.

Non ha torto dunque Nietzsche, quando suggerisce che lo scienziato, di per sé, sia soltanto lo strumento con cui il filosofo si procura il materiale per la propria riflessione, e non filosofo di per sé (ovviamente le due figure possono incarnarsi nella stessa persona, e anzi si auspica che in futuro questa possa diventare la norma).
Han facile gioco i clericali ad accusare lo scienziato di essere un “tecnocrate” che tradisce la vera “scienza” … Ma si tratta del classico rigirar la frittata di cui il cristianesimo ha fatto una missione sin dalle origini. In realtà la Chiesa ha sempre amato quel lato della scienza che è pura tecnica, che permette loro di viaggiare su lussuosi aerei, di telefonare ai politici per dettar loro la propria agenda, di far iscrivere il papa a Twitter: questo tipo di scienza non-pensante è in realtà perfetta per le esigenze delle istituzioni religiose, perché rappresenta l’uomo di paglia ideale; lo additi come il nemico nel momento stesso in cui te ne servi, e puoi star sicuro che in realtà non ha nessun interesse a ribellarsi perché a conti fatti lo tratti bene.

Zichichi, il nostro più famoso “teorico” (sigh) italiano del non-conflitto fra fede e scienza, non avrebbe dovuto scrivere che “la scienza non ha mai scalfito neanche in minima parte il trascendente”, ma che “LA TECNICA non ha mai scalfito in minima parte il trascendente”. La tecnica, per la religione, è come i comunisti per Berlusconi, né più né meno, è un pupazzo con cui far finta di litigare mentre in realtà ci stai pappa e ciccia. Ma la scienza, quella sintonia che si crea fra il sapere fenomenico, la dottrina a priori che lo fonda e trascende, e solo infine la tecnica a sua legittimazione finale, il “trascendente” l’ha fatto morire di parto il giorno in cui è nata.

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16 responses

6 01 2013
Maurizio

In pratica tu sostieni che l’unico scienziato pensante è quello che giunge alle tue conclusioni seguendo il tuo stesso ragionamento, ma non quello che, procedendo con ragionamenti differenti, giunge a conclusioni diverse o addirittura alle medesime.
A parte che il tuo discorso sul collegamento tra darwinismo e inesistenza dei fantasmi non è affatto così pacifico e logico come sostieni: la premessa è che la coscienza sia nata con l’evoluzione degli organismi, ma NON che l’evoluzione degli organismi non abbia potuto portare ad una coscienza indipendente persino dal suo sostrato fisico!
A quel punto devi continuare ad argomentare per negare l’esistenza dei fantasmi, ma il discorso cessa di essere scientifico, perché diventa puramente filosofico (“devi essere tu a dimostrarmi che la coscienza continua ad esserci anche dopo la morte del corpo”) e di conseguenza diventa molto meno autoevidente che, come affermi, il filosofo che parte dalle premesse scientifiche approderebbe automaticamente a certe conclusioni.

6 01 2013
lostranoanello

E’ esattamente pacifico e logico come sostengo. Ovviamente ho dato per scontate parecchie questioni che ho ritenuto siano date per buone anche dall’uditore scienziato; era un esempio, che si può approfondire e come ben sai in passato ho approfondito, anche su queste stesse pagine (vedi il mio post “scienza e coscienza”, ad esempio). Esistono ben poche teorie sull’evoluzione della coscienza che salvino il trascendente, anzi, direi solo una, quella di Eccles, che confutai già ai tempi del mio vecchio blog; di solito il neuroscienziato credente lascia completamente spoglio il profondissimo fossato fra il suo sapere scientifico e le sue credenze “trascendenti”, che de facto si negano a vicenda.
Naturalmente un processo deduttivo corretto partendo da determinate premesse conosce solo un determinato set di conclusioni non contraddittorie, e uno o pochi percorsi logici ammissibili per giungervi, fra i quali comunque è sempre da preferire quello più semplice per numero di ipotesi e passaggi necessari. Se intendiamo l’atto del “pensare” nel senso comune del termine, semplicemente come attività mentale, è stupido affermare con Heidegger (che non stimo molto) che la “scienza non pensa”; ma se il pensiero è il cogliere il reale nella sua interezza e nel suo olismo in perfetta coerenza, ovvero il compito filosofico, si deve concludere che è effettivamente vero che di rado accade che scienziato e filosofo siano la stessa persona. Lo scienziato è spesso “tecnico del sapere” e nulla più.
Ovviamente è ammirevole che il rifiuto del dogma avvenga anche senza una base filosofica solida, ma per il semplice istinto della ricerca; ma chiamare quella cosa “pensiero” nel senso profondo del termine non è ammissibile.

6 01 2013
lostranoanello

Ah, devo precisare un fatto ulteriore… io ho grandissima stima della disciplina filosofica, per me essa NON E’ IN ALCUN MODO distinta da quella scientifica, è un continuum di saperi e metodi. Dunque il fatto che un discorso sia “puramente filosofico” tanto per cominciare è mpossibile, perché il puramente filosofico non è possibile, come non lo è il puramente scientifico, c’è sempre qualcosa che si dà per scontato; e secondariamente, il fatto che un discorso sia filosofico non lo rende più incerto o più opinabile di uno scientifico. Semplicemente è più complesso e potenzialmente confuso nel suo procedere, e ciò dà l’impressione che possa essere meno rigoroso o oggettivo di quello scientifico, ma non lo è.

7 01 2013
Maurizio

E’ questo il nodo della questione: la scienza è possibile sono una volta fatte delle opzioni filosofiche. Se uno degli interlocutori nega un’opzione (come l’esclusività del sapere sperimentale o la necessità che sia chi afferma a dover dimostrare) non puoi dimostrargli qualcosa (per es.: i fantasmi non esistono) usando argomenti scientifici.
Puoi dire che tu trovi una straordinaria continuità tra la filosofia e la scienza, ma non puoi negare che la seconda sia un sistema che può stare in piedi solo fondandosi sulla prima (salvo essere “scienza che non pensa”).

7 01 2013
lostranoanello

Questo è vero da un punto di vista puramente intellettualistico. Ma l’intelletto non è mai “puro”, esso ha esperienza e azione come sue componenti indispensabili. Un pensiero che esclude la prassi è un falso pensiero, poiché è un pensiero che esclude il reale. Sganciandosi da determinazioni del reale, come l’esperienza o la logica, tutto diventa possibile, ma nulla praticabile; nulla si crea che abbia influenza sulle nostre vite e potere su quelle degli altri. Questo puro nulla non è interesse di un pensatore serio, né tanto meno di un uomo di prassi, per il secondo è inutile, per il primo una falsità per definizione.

7 01 2013
Maurizio

Quella che affermi è la morte del criticismo: hai creato un dogma (“l’opzione scienza è necessaria e non contingente”) e non ti metti nelle condizioni di dubitarne nemmeno un istante sulla base di non meglio precisate esigenze pratiche.
Quindi quel che conta per te è solo un’esperienza mediata da una lente mai modificabile e una logica totalmente asservita ad un fine prestabilito. Magari fai anche benissimo, perché segui una strada ben battuta da altri prima di te, ma ricordo che anche un certo Bellarmino faceva così.

7 01 2013
lostranoanello

Le esigenze pratiche possono essere precisate in qualsiasi momento 🙂
Semplicemente ho fatto un percorso alla ricerca del fondamento, e mi sono accorto che perfino l’ “oggettività” non ha fondamento proprio; l’unico motivo per cui di qualcosa si dice che è obbiettivo è che esso vale per tutti… ma se qualcuno nega che per egli valga? Sarà facile a costui tirar fuori obiezioni intellettualistiche di stampo pirronico anche alla più solida delle argomentazioni. Quindi l’unica cosa che garantisce l’obbiettività è che nessuno POSSA sollevare obiezioni. Ovvero, l’unico argomento che non ammette repliche è il potere, o più precisamente, la validità di un argomento si misura dalla sua capacità di esercitare potere.
Se vuoi fare reductio ad hitlerum, ti do una mano: l’argomentazione filosofica perfetta di questo punto di vista è in 1984 di George Orwell. L’unico problema di quell’esposizione era che poneva presupposti di “fiction”, ad esempio che sia effettivamente possibile ad un gruppo di uomini ottenere il potere assoluto su qualsiasi mente di qualsiasi umano sulla faccia della terra. Questa possibilità non è realistica, anzi, perfino in 1984 non è perfettamente realizzato, perché per esercitare quel potere sulla mente di tutti si richiede uno sforzo energetico immane. Ma il principio è uguale: potrò dire di avere la ragione perfetta solo quando nessuno potrà contraddirmi efficacemente, neanche nella sua testa.
Anche in questo senso la prassi ci viene incredibilmente in aiuto: come argomentava già Hume, sarà facile a uno scettico radicale trovare argomentazioni formalmente logiche contro qualunque affermazione sul reale, e in questo senso gli scettici sono eterni vincitori; ma appena escono a fare la spesa perdono a tavolino: neanch’essi credono a ciò che dicono. Ha voglia il nostro scettico di affermare che la scienza è falsa, lo sta facendo col computer! O se non lo sta facendo lui, io sto usando il computer. La teoria non viene dalla prassi, come sosteneva Marx, ma la prassi è la prova del nove della teoria.
Non vedo perché tu parli piuttosto di lenti “immodificabili” e di fini “prestabiliti”, visto che non v’è nulla al mondo di più mutevole e imprevedibile delle esigenze pratiche della nostra vita…

25 01 2013
Pino Soprano

– Devo esprimere la mia riflessione quì tra i due commentatori. Secondo me si perde d’occhio una cosa fondamentale: bisogna dimostrare il trascendentale e non viceversa. Non devo essere io a dimostrare che la scienza è esatta, ma tu a dimostrare che il paranormale esiste. Ovviamente senza giri di paroloni che riempiono la bocca, ma semplicemente con termini mirati, espliciti e che non evadano l’argomento.

25 01 2013
lostranoanello

Voglio solo correggere la terminologia: trascendente, non trascendentale; trascendentale è un termine che fa riferimento alle forme pure a priori nella filosofia kantiana, trascendente fa riferimento alla dimensione del sacro 🙂

25 01 2013
Pino Soprano

– No no… intendevo proprio trascendentale nel senso interpretativo di Kant. Ma personalmente concordo anche con il trascendente che hai corretto 🙂

25 01 2013
lostranoanello

Ma scusa, il trascendentale kantiano non si può dimostrare in senso scientifico. Per fare quel tipo di “dimostrazione” si deve procedere in secondo “autoevidenza”, o meglio “convincimento” 🙂

25 01 2013
Pino Soprano

– perdona la mia ignoranza ma non ho capito.

25 01 2013
lostranoanello

Il trascendentale in senso kantiano sarebbero le forme pure a priori e le categorie dell’intelletto. Non si può dimostrarne l’esistenza, perché sono ritenute le precondizioni definitorie dell’esistenza stessa. Tutto ciò che esiste, per Kant, esiste fenomenicamente in spazio, tempo e categorie.

25 01 2013
Pino Soprano

– Sono d’accordo, ma se tu avessi letto bene il mo primo intervento, avresti capito che il mio “dimostrare il trascendentale” era ironico, infatti subito dopo dico anche “Non devo essere io a dimostrare che la scienza è esatta, ma tu a dimostrare che il paranormale esiste” ovviamente per paranormale intendo tutto ciò che non è scientificamente dimostrabile o che rappresenta il sacro, la magia, l’arcano, la fantasia ecc… ecc…… forse diciamo la stessa cosa… e poi le mie osservazioni era dirette all’altro (maurizio)… prrr 🙂

25 01 2013
lostranoanello

Ma infatti la mia era solo una correzione di un termine, mica un attentato terroristico XD

25 01 2013
Pino Soprano

– hi hi hi 🙂

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