La povera vittima!

21 11 2012

Un commento ad un mio vecchio articolo mi offre l’occasione per tornare, un po’ indirettamente, su una questione che mi preme abbastanza, ovvero il sentimento della compassione.

Il commento in questione è questo:

Ho letto parte dell’articolo che hai scritto, a mio parere troppo lungo per un sito Web e grazie a te ora so che la vittima non sono i Gay ma è Luca di Tolve. Grazie per avermi fatto capire dove sta la ragione e dove sta il torto (in genere chi insulta a ruota libera come hai fatto tu ha torto ed ha la coda di paglia).

Sorvoliamo sul fatto che si ritiene di poter giudicare un articolo che non si è neanche letto per intero, non è questo che mi interessa. Quello che mi interessa è l’accezione positiva che viene data all’essere “vittima”. Sembra quasi che qui sia una gara a chi suscita più compassione nel prossimo, forse il commentatore qui sopra immaginava che il mio obbiettivo fosse suscitare un “poveri gay, vittime di Luca Di Tolve!” (grasse risate). Semmai volevo smascherare il meccanismo comunicativo che avevo davanti, perché chi mi legge sa bene che la compassione non è un sentimento che apprezzi particolarmente. Lo ritengo sterile, vuoto, assolutamente improduttivo e infine anche abbastanza umiliante.
Ricevere compassione è un certificato di inferiorità attribuito in qualche ambito. Nessuno lo vuole. Nessuno ama dipingere se stesso come povera vittima costantemente posta in condizioni di inferiorità. Quando lo si fa c’è sempre dietro un intento compensatorio: sono perdente nella vita, ma secondo una qualche morale superiore ed esterna alla vita stessa sarei vincente; sono vittima perché subisco un’ingiustizia, ma sono ancora vincitore morale; sono reso ultimo in questo mondo ma sarò primo nel prossimo. Solo che il prossimo non esiste, quindi l’inganno è presto svelato: sei perdente qui, quindi sei perdente in assoluto; non ti resta che ammetterlo e riconoscere di possedere delle imperfezioni e di aver commesso degli errori tali che ti hanno portato alla sconfitta.

Ma è anche possibile che ci sia un altro intento nell’assumere il ruolo della vittima: suscitare la compassione e dunque ottenere aiuto materiale.
Cosa mi passa per la testa quando faccio la vittima, quando lamento vessazioni e ingiustizie? Solo e sempre ottenere o un riconoscimento di virtù eroiche necessario a sostenere il mio ego inflazionato, oppure una modificazione dello stato di cose. Vuol dire che evidentemente nel mio caso ho imparato che questo metodo mi porta rapidamente ad ottenere i miei risultati, e lo metto in atto istintivamente.
Il punto è che in realtà è spesso un metodo del tutto disfunzionale. Il senso di passività che emerge suscita un’antipatia quasi spontanea nella maggior parte delle persone, eccetto in chi lo usa a sua volta. Quando questo metodo fallisce, e generalmente lo fa, la forza di cambiare e migliorare che gli altri possiedono prende a suscitare invidia ed odio, che portano a sentirsi ancora di più vittime impotenti, in un circolo vizioso.
Raramente da questo giro si esce per passare ad una posizione solo leggermente meno funzionale: non sono una vittima, uno che ha perso “materialmente” ma vince “moralmente”, che soffre di qua ma godrà di là, che è ultimo ora ma sarà primo poi per diritto naturale; sono un perdente, ovvero semplicemente uno che per sua natura perde. Atteggiamento COMUNQUE disfunzionale. Ma almeno un pelo più simpatico.

Forse ancora più difficile è il passaggio ulteriore: non sono un perdente di natura, sono solo uno che ha perso finora, ma potrebbe sempre vincere più in là se si impegna. O anche perdere di nuovo, ma tanto bisogna provare.
Per questi motivi identificare qualcuno con “la vittima” è di per sé forse l’insulto peggiore che mi riesca di immaginare. Non mi sentirei mai di definire noi gay vittime; abbiamo vinto tanto, abbiamo perso tanto, ma la minorità non è la nostra natura, non stiamo a piangerci addosso lamentando di quanto sia crudele il mondo: abbiamo dimostrato ampiamente di aver forza di cambiare le cose. Gli omosessuali non sono affatto vittime, e nemmeno perdenti, anche se la lotta è dura e le sconfitte piccole o grandi son fisiologiche.
Mi è del tutto estranea, dal punto di vista empatico e razionale, l’esigenza di SENTIRSI vittima, l’elogiare la propria impotenza, l’autoumiliarsi dichiarandosi così inferiori sotto ogni aspetto da avere la disfatta prefigurata nella propria opera di vita, perché troppo potente è il demonio, troppo potenti sono le lobby, troppo potente è il capitalismo, eccetera eccetera. E se anche queste cose fossero vere, se anche non avessi la dignità per lottare nel pieno delle mie forze… Almeno eviterei di dichiararmi perseguitato. In ogni gioco puoi perdere, sia che sia Risiko sia che sia la lotta per i diritti umani; non c’è la vittoria morale a Risiko, e non c’è neanche nella lotta per i diritti umani. Se ho perso, ho perso e basta, non sarò vendicato da nessuno, e non devo esserlo perché sotto sotto di perdere me lo meritavo, in quel frangente. Chi si lamenta affermando che in realtà doveva vincere lui è ciò che i più chiamano “un rosicone”.
Mi dice, il nostro commentatore, che ho insultato Luca Di Tolve? Rileggendomi mi son trovato alquanto gentile e soprattutto sincero, se avessi voluto offendere non mi sarei fatto problemi ad inventare falsità e offese di ogni foggia. E poi, per favore, onestamente non perderei tempo in questo modo.

Io mi sono semplicemente limitato a svolgere i contenuti, come sempre; e se uno ci tiene tanto a piagnucolare le proprie miserie come se fossero un vanto, senza mai dimenticare però di considerarsi il vincitore morale della partita in ossequio alle proprie ferite narcisistiche, per me non c’è più nulla da insultare. Io ci leggo quasi una richiesta di pietà, un “ti prego, non infierire!”. E non lo faccio. Anzi, diciamolo, vien quasi la tentazione di dirgli “dai, su, non piangere, hai vinto tu!”.
E ora basta, anche se a distanza di tipo un anno, con questo son due interventi in cui si menziona quel tale. Due di troppo.

Ossequi

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