Regnerus e i “genitori gay”: la mezza-verità che fa male

15 11 2012

Abbiamo già parlato in queste pagine del famigerato studio del sociologo Mark Regnerus, cavallo bolso di battaglia della solita plebaglia omofobica. Ricapitoliamo brevemente cosa è stato detto sullo studio e cosa realmente se ne ricava.

È stato detto che:

  • È uno studio di impagabile raffinatezza e precisione
  • È uno studio che dimostra che i figli di genitori omosessuali riescono peggio nella vita
  • Dimostra che i gay non dovrebbero sposarsi o avere figli, e possibilmente dovrebbero tutti sparire dalla faccia della terra. O almeno, quest’ultima parte si intuisce.

Cosa contiene realmente:

  • Su un migliaio di individui parte del campione, meno di cinque sono effettivamente cresciuti in una famiglia omoparentale stabile sin dalla nascita
  • I genitori etichettati come gay sono semplicemente uomini e donne che hanno avuto almeno una relazione omosessuale al di fuori del matrimonio

Non so onestamente come pronunciarmi sulla raffinatezza e bontà dello studio perché non sono uno psicologo. Ma anche così, una cosa posso dire per certo: le altre due cose che vengono dette riguardo allo studio di Regnerus sono colossali cazzate. Cosa c’è di nuovo? Che adesso lo dice lo stesso Regnerus in un’intervista. Cronachelaiche gongola insieme a me, parlando addirittura di una smentita dello studio … ma Regnerus non è scemo ed è pure cattolico, e come ben sappiamo i cattolici hanno un feticismo quasi sessuale per il concetto assurdo di “infallibilità”. Figurarsi se ammetterebbe di aver sbagliato tutto. Baciamo terra se, pur supportando ancora i suoi risultati, ammette che è sbagliato riferirli all’omosessualità. Il suo è uno studio che riguarda esclusivamente le strutture familiari.

E qui arriva la scoperta dell’acqua calda di Regnerus: tradimenti, crisi matrimoniali e divorzi hanno generalmente un’influenza negativa sulla psiche dei figli. Applausi, signori. Ci credo che difende ancora i suoi risultati, se i suoi risultati sono questi; sono noti da cinquant’anni. Avesse almeno aggiunto un qualche dettaglio interessante, qualcosa di vagamente attinente col setup omoparentale vero … Al massimo si potrebbe arrivare a dire che quando l’omosessualità di un genitore è la causa del divorzio, potrebbe essere un’aggravante. E non sto dicendo che sia così o sia un risultato del Regnerus, ma semplicemente che è una possibilità. Regnerus non scalfisce il problema dell’apertura di matrimoni ed adozioni alle coppie omosessuali, non è l’argomento del suo studio … e se lo ammette perfino lui vogliamo fidarci, spero. Dunque? Che stiamo facendo, dove stiamo andando con studi di questo genere?

Se permettete, rispondo alla domanda: studi di questo genere fanno solo danni. C’è una convinzione comune, e cioè che la verità non possa che far bene. E non è vero, la verità può far danni, e in molti modi. Tanto per cominciare, può essere rivestita di bugie fino a diventare una bugia essa stessa: gli omofobi e gli integralisti religiosi continueranno a citare questo studio per quello che non è per anni e anni a venire, esattamente come fecero e fanno tutt’ora con lo Spitzer (perfino adesso che Spitzer ha chiesto scusa alla comunità omosessuale per gli errori di allora). Adesso Regnerus,  innocente come un bimbo, lui, ti dice che ha commesso un errore a parlare di “genitori omosessuali” quando al massimo poteva parlare di famiglie sfasciate e ricomposte; povero ingenuo benefattore, ha commesso solo questo piccolo e insignificante errore che si ripercuoterà per forse decenni a venire sulla comunità omosessuale; ha strillato dappertutto che aveva fatto uno studio sull’omogenitorialità, e quello studio è buono, si era solo scordato di dirci che non riguardava l’omogenitorialità. Gli incidenti capitano, ma lui è a posto, perché tanto ha detto la verità.

Raccontata in questo modo, la verità poteva risparmiarsela.

Ma c’è di più, è un discorso più generale: la verità può far male, e a volte non è necessaria. Avanti, epuriamo dal Regnerus tutti i fraintendimenti, prendiamolo per quello che è: uno studio che sembra indicare il fatto, già noto, che coming out del genitore e divorzio sono eventi traumatici per i membri della famiglia. E ora, che facciamo? Impediamo ai genitori di lasciarsi, quando la convivenza diventa impossibile e dannosa? Sì, è il sogno segreto di molti cattolici, far stare tutti nei ranghi serrati delle false famiglie del mulino bianco, marce dentro ma benedette dal prete, che è tutto ciò che conta. Ma non è il mio sogno, e per molti il matrimonio che deve apparire perfetto ma perfetto non è è un incubo vissuto ogni giorno sulla propria pelle. Il fatto è che i matrimoni spesso finiscono, come tutte le vicende umane, e “finché morte non ci separi” non è una promessa, è una speranza; ed una che ha anche meno probabilità di realizzarsi se l’unione è stato solo il modo in cui un omosessuale discriminato e impaurito ha trovato il modo di compiacere il clero omofobo. Sappiamo che quando questo sogno non si realizza o si infrange a metà è un fatto triste e traumatico, un vero lutto. A cosa ci serve colpevolizzare i genitori e accentuare il senso di malessere e diversità dei figli con studi come il Regnerus? Grazie, Mark, il tuo contributo prezioso potrebbe accentuare l’atmosfera di discriminazione verso tutti coloro che non vivono in una famiglia del mulino bianco, e visto che non siamo in grado di trasformare tutte le famiglie in lieti ed infrangibili agglomerati di consumatori di merendine, e visto ancora che gli psicologi sapevano già che la separazione dei genitori va gestita con cautela e attenzione per la salute della prole, non credo che potremo fare molto altro di nuovo. Cosa ottengo a strillare senza alcun garbo una verità già nota e dolorosa? Cosa ottengo ad additare i genitori per ogni imperfezione delle loro famiglie? Miglioro forse la situazione?

Se si urlasse una cosa del genere per strada ai diretti interessati si tratterebbe di una cosa da autentici cafoni, da cavernicoli indegni della società civile. Ma questa è scienza, giusto?  Certo, abbiamo uno studio freddo, rigoroso e obbiettivo sulle persone, dobbiamo solo riportare i risultati, come macchine. Solo che alle macchine alla fine non gliene frega niente delle persone, a meno che non siano robot di Asimov, e non è affatto corretto pretendere di trattare con i freddi e impersonali strumenti della scienza fatti che invece attengono all’esperienza di vita di ognuno. Le nostre vite non sono “scientifiche”, eeon questo non intendo dire che contraddicano le leggi naturali o che abbiano qualcosa di insondabile e misterioso, ma semplicemente il fatto ovvio che sono frutto di dinamiche troppo complesse per poterle misurare, calcolare e ripetere. La mia vita non puoi studiarla trasformandola interamente nell’oggetto di uno studio statistico , ricavandone le leggi fisse e ripetibili (come gli abominevoli dogmi della psicanalisi), e magari alla fine la formula matematica della vita perfetta; nessuna scienza può fare una cosa del genere. Per questo le discipline che si sforzano di sondare le vite degli uomini in profondità, come la psicologia o la sociologia, hanno una responsabilità particolarmente pesante: devono riuscire a studiare ciò che studiano senza ucciderlo, senza soffocarlo, senza cristallizzarlo … sena trasformarlo in un oggetto, in una cosa inanimata.

Questo equilibrio delicato fra il rigore e la flessibilità, fra distacco e coinvolgimento personale, fra la necessità di trovare andamenti generali e quella di non trasformarli mai in leggi universali o prescrizioni, è l’irraggiungibile standard aureo cui dovrebbero puntare gli studiosi come Regnerus.

Che invece, a quanto pare, talora preferiscono trasformare i loro testi di psicologia in armi, proiettili e martelli da scaricare sul prossimo. E abbandonano la via della saggezza.

Ossequi.

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