I vizi della filosofia

14 11 2012

Molti mi accusano di essere uno scientista o un positivista che ce l’ha con la filosofia (bizzarra accusa, visto non solo io non sono positivista, ma comunque il positivismo è a tutti gli effetti una filosofia). E sono quasi quanto quelli che, anche se talvolta a malincuore, ammettono che la filosofia la mastico abbastanza. Come spiegare questa contraddizione? In realtà non è difficile, semplicemente io non ce l’ho con la filosofia, che è anzi una mia grande passione, o se vogliamo anche la maggiore delle mie passioni, ma denuncio costantemente tutti i vizi del pensiero filosofico. Il che, in un’epoca in cui la filosofia si è parecchio deteriorata, può facilmente sembrare un j’accuse rivolto alla filosofia nella sua interezza. Vorrei cercare dunque di fare chiarezza spiegando quali siano esattamente i vizi più frequenti in cui incorre certo pensiero filosofico, ma che di per sé non sono una caratteristica della filosofia come disciplina, ma sono frutto di sue interpretazioni che ritengo assolutamente scorrette.

La filosofia come lavoro

Questa è l’interpretazione erronea della disciplina filosofica che troviamo più spesso nei filosofi cosiddetti di professione, ed è in effetti alla radice di molti degli errori successivi.  Nasce dalla convinzione che la filosofia sia innanzitutto un qualcosa che si “sa”, e non che si “sa fare”, e, conseguentemente, che per fare filosofia si necessiti una formazione specialistica che può esserti conferita da studi avanzati come quelli universitari.

Posso senz’altro concedere che una conoscenza approfondita della storia della filosofia e del pensiero dei grandi si un grandissimo fertilizzante per le menti creative. Ma questa conoscenza del pensiero di altri non si traduce in un’originalità o forza del nostro. Chi si convince di questo cade in un bizzarro paradosso, perché non è certo un filosofo sconosciuto ad aver denunciato, tramite la metafora del famoso mito di Theuth, che aver letto e imparato ciò che altri hanno fatto non fa di te un sapiente, ma uno che si illude di sapere, perché non ha percorso le vie della conoscenza viva e ha preferito affidarsi alla lettera morta che altri gli hanno tramandato.

Convinti che la pratica della filosofia possa essere loro insegnata nelle scuole o nelle università come gli viene insegnato il teorema di Pitagora, gli individui di questo tipo trasformano la filosofia in una disciplina completamente svuotata di senso, perché posso conoscere a menadito tutti i dettagli del pensiero di Hegel, ma questo non fa di me un nuovo Hegel, e se per questo non fa di me neanche un qualunque filosofo da quattro soldi. Al massimo fa di me uno storico della filosofia, e non è esattamente la categoria professionale di cui ci sia più bisogno al giorno d’oggi (non me ne vogliano gli storici in questione). E non è tutto qui il loro crimine: poiché essi non si affidano al proprio vivo pensiero, ma al pensiero morto di altri, finiscono spesso col creare un principio di autorità verso la tradizione filosofica che ha veramente del teologico. Tutti possono pensare per concetti astratti e fare filosofia, è una dote distintiva dell’essere umano e ha bisogno solo di un intelletto esercitato all’astrazione, dunque anche il bidello che pulisce i banchi su cui i filosofi hanno studiato può avere quello che serve contraddire Hegel … ma loro pensano invece che per contraddire Hegel si debba essere Hegel stesso, che addirittura non si possa contraddire Hegel, ma solo chinare umilmente la fronte e mostrare sacrale devozione nei confronti di ogni grande nome comparso sui libri. Ah, ovviamente il giudizio su quali sono i nomi veramente grandi spetterà a loro, o ai loro insegnanti dai quali essi hanno acriticamente copiato …

La filosofia non può arrivare alla verità

Cielo, quanto è odiosa questa! Fondamentalmente alcuni pseudofilosofi si sentono dei gran fighi ed eredi di Socrate nel non dire mai nulla di vero, ma nel limitarsi a dimostrare, o meglio, semplicemente ad asserire, che tutto quello che dicono gli altri è falso perché “La verità è sempre relativa” o “la verità non esiste” e altre fesserie di questo tipo. Ma mentre citano Socrate, forse farebbero bene a ricordare che il “so di non sapere” di Socrate era ironico, Socrate sapeva eccome, e sapeva di sapere; e al contrario di quanto essi sostengono, fin dagli albori della filosofia essa è stata una disciplina che cerca la verità.

Questi nichilisti à la page spaziano dunque fra due approcci differenti alla filosofia: il primo è che la verità assoluta non esiste, ma la filosofia deve cercare comunque di inseguire delle verità relative; più o meno si tratta del cosiddetto “pensiero debole”, e un esempio di questo atteggiamento è in Popper. Si tratta di un inganno bell’e buono, perché la verità è indipendente dall’osservatore per definizione, una verità relativa è come la libertà prigioniera dei cristiani, non significa più verità ma semplicemente arbitrio. Come farebbero costoro a sostenere realmente che la verità non esiste e nel frattempo a scrivere tomi su tomi delle loro verità, aspettandosi di essere presi sul serio?  Infatti non vengono presi sul serio, perché la ricerca della verità continua, e spesso si conclude con successo, nonostante i loro infausti auspici, e continuiamo a stare al mondo, e in un mondo che è vero.

Il secondo approccio degli scettici a oltranza, filosofi che non credono alla filosofia, non fa che portare la cosa alle estreme conseguenze. Non gli importa più nulla di fare qualcosa di utile per la società, non gli importa niente di chiarificare il mondo e simili. Fanno soltanto dei giochi intellettuali, semplici sofismi. È così che mettono a frutto la propria preziosa dis-educazione filosofica: fanno esattamente come quelli per cui la filosofia è solo un lavoro, e per di più un lavoro completamente inutile, perché non stanno cercando di dire qualcosa di vero, ma solo qualcosa di “figo”, secondo la loro discutibile opinione. E così li vedi scrivere testi pieni di poesia, orpelli stilistici, una scrittura baroccheggiante e infarcita di citazioni anche laddove citazioni non servirebbero affatto, un discorso costantemente autoreferenziale che si guarda attentamente dal rischio di dire una qualunque cosa che possa interessare a chi non sia “del settore”. In questa categoria, visto che non ci si deve sforzare di scrivere cose sensate (la verità tanto non la raggiungi, effettivamente nemmeno io vedo ragione di sforzarsi a a farlo se si ha questa consapevolezza) leggi spesso le stronzate più mastodontiche, interi volumi a parlare di filosofia della forma delle bottiglie, filosofia della puzza, filosofia del walzer viennese, semantica della vagina, fondamenti di logica del balbettio …
Tutte fantasie, che potrebbero essere un simpatico ausilio immaginativo o persuasivo ad un sistema con una solida base dimostrativa, a mo’ di mito platonico, ma che diventano qui la sostanza stessa della discussione. Non si usa la forma delle bottiglie come esempio o rimando ad una questione sociale o morale o scientifica rilevante, si discute proprio della forma delle bottiglie per la forma delle bottiglie, perché evidentemente siamo follemente interessati alla forma delle bottiglie. Ora, nulla di male a scrivere per hobby e senza alcuna utilità se non la pur dubbia funzione estetica; l’inconcepibile è che costoro abbiano l’ardire di ritenersi pensatori illuminati e salvatori di una civiltà che è abbandonata alla più completa deriva anticulturale anche per colpa loro.

La verità filosofica, che c’è, è che la verità filosofica c’è, senza contraddizioni, e l’uomo la può vedere, raggiungere, ghermire e trattenere quanto a lungo lo desideri. Chi lo nega in realtà ragiona come i pesci di Nietzsche: tutto ciò di cui non vedono il fondo è senza fondo …

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 Filosofia ancilla …

Mentre i due vizi precedenti sono comunissimi nei filosofi di professione, questo è quello che si ritrova prevalentemente in tutti gli altri, i dilettanti.

Facciamo una premessa: chi si interessa in maniera rigorosa di una qualsiasi branca del sapere puro è a tutti gli effetti un operatore della filosofia, sia esso uno storico, uno scienziato, un sociologo, un matematico, uno psicologo. La filosofia, infatti, non è una –logia, non è una branca del sapere, ma è il sapere, nella sua interezza, completezza, coerenza; è lo studio dunque delle condizioni stesse che rendono possibile il sapere, è perfino lo studio di sé stessa. Schopenhauer parlò della filosofia come dell’unica disciplina che non dà per scontata nessuna premessa fondamentale; dunque non solo la meta-scienza e la meta-storia o la meta-etica sono filosofia, ma anche la meta-meta-scienza, la meta-meta-storia e la meta-meta-etica sono ancora filosofia, e filosofia sarebbe qualsiasi altro meta- che potremmo decidere di aggiungere. Così potremmo dire che le scienze naturali sono la branca della filosofia che si occupa dei fenomeni empirici misurabili, le scienze formali sono quella che si occupa degli strumenti di analisi della realtà, la teologia quella che si occupa degli amici immaginari, e via discorrendo. Ne consegue, ovviamente, che la filosofia non è serva di nessun’altra disciplina. Non sussiste un rapporto gerarchico fra la filosofia e le sue singole parti, semmai può esistere fra singola parte e singola parte. Non ha alcun senso affermare che la filosofia sia ancilla theologiae, ma neanche che sia ancilla scientiae o ancilla historiae, come vorrebbero molti scienziati e tutti i marxisti. Piuttosto si potrebbe affermare che ci siano discipline che, nella gerarchia interna delle filosofia, stiano più in alto di altre, ma si tratta di un problema del tutto diverso e, al momento, eccetto dire che la teologia è all’ultimo posto non possiamo davvero fare una classifica. Sicuramente perfino un biologo evoluzionista o uno storico marxista, che ritengono che il pensiero umano sia un prodotto di processi antecedenti, devono comunque ammettere che qualunque loro ipotesi si conforma a dettami di logica formale. La logica formale, a sua volta, trae comunque i materiali per il suo utilizzo da procedimenti, come l’esperienza, la cui validità può essere dimostrata solo in maniera apodittica. E questa è tutta quanta filosofia. Il problema di chi dovrà cedere il passo in un contrasto fra filosofia e scienza non si porrà mai, perché il tutto non può essere in disaccordo con la parte. Io qui dico che nella mia ricerca filosofica questo non è mai successo, e non può essere altrimenti.

La filosofia salverà il mondo!

Un caso particolare della classica spocchia da letterato, che a sua volta è uguale e contraria alla spocchia da scienziato/ingegnere. Siccome tu non ti sporchi le mani con la vil materia, siccome la tua testa è troppo libera ed artistica per ancorarsi a cose volgari come la fredda razionalità e la coerenza o la logica o la sanità mentale, siccome al liceo classico che hai frequentato non hanno fatto altro che raccontarti che se sai tradurre il greco sei l’elite intellettuale del futuro (e non ditemi che non è così, perché l’ho fatto anche io il classico), allora ritieni che ciò che fai salverà il mondo, che la tua utilità sia garantita quasi per diritto divino dal fatto che ne sai a pacchi di Manzoni e Leopardi. Al di là del fatto che sarai un pessimo filosofo, perché non puoi avere la pretesa di non rispettare logica ed esperienza, che sono praticamente le radici di tutto ciò che l’uomo sa del mondo al di fuori della propria testa, la tua spocchia non fa alcun onore alla nobile missione che ti sei assunto. Gli individui convinti di essere i Messia della cultura sono infatti in gran parte perfettamente sovrapponibili a quelli de “la verità non si può raggiungere”, che invece di darsi da fare per fare una filosofia seria e completa, preferiscono adagiarsi sulla propria supposta (mai aggettivo fu più azzeccato) superiorità intellettuale.

I vizi capitali…

Queste sono le quattro pessime, pessime abitudini che sono per me la ragione di tutto il discredito della filosofia al giorno d’oggi. Credere che la filosofia sia un lavoro che richiede preparazione accademica specialistica, anziché un dovere e una necessità di ordine mentale che ogni pensatore serio avverte; credere che sia una specie di gioco astratto senza nessuna effetto sulla vita umana (“quella cosa con la quale e senza la quale si rimane tale e quale” ); credere che sia stata resa inutile dal progresso scientifico, o che essa debba cercare legittimazioni nella storia o addirittura che debba fondarsi sul senso del sacro;  credere che il semplice pensare in modo astratto di per sé fornisca alla pratica filosofica un’utilità per la sete di risposte dell’uomo. Definirei questi i quattro peccati capitali che sono in grado in automatico di farmi odiare un filosofo al punto da non farmelo ritenere degno di tale titolo.

Ora lo sapete, per cui non fatemeli leggere e fra noi sarà sempre pace. E forse perfino stima, ma questo è già più difficile 😉

Ossequi

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2 responses

20 11 2012
matteo

ottima analisi

24 02 2015
analitici impertinenti

L’ha ribloggato su Analitici Impertinentie ha commentato:
“E non è tutto qui il loro crimine: poiché essi non si affidano al proprio vivo pensiero, ma al pensiero morto di altri, finiscono spesso col creare un principio di autorità verso la tradizione filosofica che ha veramente del teologico. Tutti possono pensare per concetti astratti e fare filosofia, è una dote distintiva dell’essere umano e ha bisogno solo di un intelletto esercitato all’astrazione, dunque anche il bidello che pulisce i banchi su cui i filosofi hanno studiato può avere quello che serve contraddire Hegel … ma loro pensano invece che per contraddire Hegel si debba essere Hegel stesso, che addirittura non si possa contraddire Hegel, ma solo chinare umilmente la fronte e mostrare sacrale devozione nei confronti di ogni grande nome comparso sui libri”.
Da incorniciare!

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