Equilibri e conflitti

8 11 2012

 

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Avete mai studiato un po’ di chimica? Se la risposta è sì, conoscete bene il concetto di equilibro dinamico. In una miscela di due sostanze X e Y, che si trasformano l’una nell’altra, la reazione si arresta quando si raggiunge un equilibrio dinamico, ovvero quando la quantità di X che si trasforma in Y è identica alla quantità di Y che si trasforma in X; in questo modo la reazione non procede. Uno dei tanti concetti scientifici che mi piace usare come ausilio intellettuale per capire processi non solo della natura, ma anche del pensiero o della socialità. E gli equilibri sono uno strumento concettuale che non siamo abituati a usare, perché non ce lo insegnano. Ci insegnano che se un corpo è fermo, o se una reazione non progredisce, se insomma abbiamo uno stato di quiete, è perché non c’è nessuna forza in azione; ma bastano nozione di fisica da scuola media per sapere che non è così, se un corpo non si muove non è perché non ci sono forze applicate su di esso, come vorrebbe Aristotele, ma perché le forze applicate si compensano a vicenda e hanno risultante nulla. E anche gli scienziati, abituati a pensare il mondo naturale come risultato di un equilibrio (forze fisiche, prede e predatori, alleli in competizione etc. etc.), di rado riescono ad ampliare la propria visione.

Io, personalmente, tendo a vedere in tutto un equilibrio di forze; non vedo nulla al mondo di immoto e morto, e in tutto ciò che è in quiete io vedo un tumulto sotterraneo, in ogni pace un conflitto.

 

L’esempio che mi viene in mente in questo momento è il conflitto fra atei e credenti, o fra credenti di varie religioni. Il conflitto fra chi crede in un Dio e chi non ci crede (sia perché crede in un altro, o in nessuno) non può essere sanato in una posizione di compromesso che vada bene a entrambi. Io sono il primo a non accettare compromessi di questo tipo, sarebbe impossibile; tutta la mia filosofia implica o dà per scontata l’inesistenza di Dio, e si configura come una lotta senza quartiere all’idea di Dio e a quelle che ne sono figlie (lo stato, la nazione, l’etica …); potremmo dire che la mia filosofia e la mia vita sono, come fu a suo tempo per Nietzsche, una semplice e lineare narrazione di come Dio non esista. Esprimo un costante ed aperto disprezzo per tutto ciò che puzza di cristianesimo, e le citazioni bibliche o i discorsi dei credenti di qualunque fede su quanto siano fighi i loro amici immaginari mi danno seriamente ai nervi. A volte mi devo trattenere dal rispondere molto male di fronte a questo genere di affermazioni. Le domande sono due: la prima, perché mi sento così pesantemente innervosito e addirittura offeso da questi discorsi? La seconda, se mi sento così infastidito, perché mi trattengo dal rispondere male, visto che notoriamente non sono uno che ha molti peli sulla lingua o che si preoccupa di essere politically correct?

 

La risposta alla prima domanda è ovvia: come dice Dennett, non esiste un modo gentile per dire a qualcuno che tutta la sua vita è basata su una bugia; e i credenti che affermano l’esistenza di Dio sostanzialmente dicono questo. Tralasciamo l’idiozia delle argomentazioni con cui sostengono questo punto di vista, laddove almeno lo sforzo di tirare qualcosa di simile ad un argomento ci sia. Tralasciamo la volgare aggressività di molti di questi individui. E tralasciamo il fatto che gli attriti con costoro derivano spesso dal fatto che il loro amico immaginario dice loro di comportarsi alquanto da stronzi … Immaginiamo dunque che sia un Dio davvero buono,  non sessista, non omofobico, non autore di ogni genere di stermini, non schierato in nessuna guerra. Anche così, resta il fatto che tutta la mia vita è basata sulla sua inesistenza, e non esiste un modo per dirmi che la mia vita è tutta sbagliata senza offendermi pesantemente, questo dovrebbe essere ovvio.

Il che ci porta alla risposta alla seconda domanda: se mi sento così offeso, perché mi trattengo dal rispondere male?

 

E qui tutto dipende da quale sia la propria idea del rispondere male. Tutte le mie scelte di vita sono dimostrazione concreta dell’inesistenza di Dio, tutti i miei discorsi sono la prova teorica. Anche io sto dicendo ai credenti che tutta la loro vita è basata su una bugia! Quindi, in questo senso, sto già rispondendo male. Soltanto, non PIÙ male di loro. Sì, credenti, vi sto dicendo che non riuscite a vedere una realtà evidente, che vedete e sentite cose che non esistono; per me il fatto che crediate è una nota di demerito. Ma voi fate esattamente lo stesso con me, per questo nessuna lite è necessaria. Fra atei e credenti c’è un eterno scambio di scortesie, un conflitto che non può essere risolto; si insulteranno a vicenda per tutta l’eternità. Se va bene, lo faranno con tutta l’educazione e il rispetto per la dignità dell’altro che la situazione consenta, se va male si faranno la guerra santa.

Ma da cosa dipende l’uno o l’altro esito? Dall’equilibrio! Proprio il fatto che l’offesa degli uni sia compensata da un’offesa uguale e contraria degli altri permette di rendere possibile una pace. Io mi sento di dire tranquillamente che i credenti di tutte le fedi possono vivere insieme in una pace, seppur non priva di tensioni, finché i loro attriti insanabili si equivalgono. Perché è così in qualsiasi conflitto, la guerra non scoppia finché le forze sono in equilibrio. Quando dico che mi trattengo dal rispondere male intendo dire che mi trattengo di lasciarmi andare all’ira che mi porterebbe ad andare oltre quegli attriti che sono impliciti nel nostro conflitto, ovvero dal rispondere più male di quanto la situazione richieda. La guerra scoppia in tutta la sua violenza non appena sopraggiunge un fatto esterno a perturbare l’equilibrio, oppure quando uno dei due contendenti lo viola.

 

E questo accade molto di frequente, in realtà, perché qui possiamo ritornare coi piedi per terra e ricordarci che essere credenti spesso, ma per fortuna non sempre, si porta dietro anche la tendenza ad essere superstiziosi e a commettere errori gravi in molti altri campi, oltre che sulla semplice posizione teoretica riguardo all’esistenza di Dio. Un esempio facile facile, e sempre il mio favorito perché lo sperimento, è quello sull’orientamento sessuale: lì non c’è un equilibrio, perché gli omosessuali non offendono, non aggrediscono, non accusano di cecità o malattia chiunque non sia come loro; gli omofobi sono tali proprio perché lo fanno sempre. Il conflitto qui deve risolversi, non c’è al momento un equilibrio perché gli sforzi di annientamento non si equivalgono; non abbiamo due parti che vogliono annientarsi a vicenda, ma una che vuole annientare e una che vuole sopravvivere. Se gli omofobi trattassero tutti con rispetto, oppure se gli omosessuali desiderassero imporre il proprio orientamento a tutto il mondo, allora il conflitto non sarebbe mai agito, ma si vivrebbe tutti in pace; una pace piena di attriti e tensioni ma sempre una pace.

Ed è importante capire che questa è l’unica possibile forma di pace. La pace è per definizione un conflitto non agito, perché laddove non c’è conflitto in partenza non ci si considera neanche diversi, ci si pensa come un corpo solo e non si parla di guerra o di pace.

Anche qui, come in molti altri ambiti, è necessario smetterla di ragionare per assoluti e iniziare a pensare per opposizioni in equilibrio. Fin quando non ci si muove a quello stadio di consapevolezza, si resta sempre bambini del pensiero. E anche guerrafondai per natura.

Ossequi

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