Sulla compassione

18 10 2012

E’ indubbiamente in errore chi affermi di vedere nella compassione la risposta sana e naturale alla consapevolezza della sofferenza altrui. La risposta sana e naturale alla sofferenza altrui sono quasi sempre la relativa indifferenza e il distacco, senza i quali la vita sarebbe resa intollerabile. Se la consapevolezza del dolore nel mondo dovesse veramente coinvolgerci in modo empatico e compassionevole, inevitabilmente usciremmo di testa, ci suicideremmo o ci rinchiuderemmo in casa sfuggendo al mondo per il resto della nostra vita. La compassione si ritaglia spazi piccolissimi e soggettivamente determinati in un mondo che non è retto da essa e non può esserlo, perché non ha braccia abbastanza forti per sostenerlo tutto. Affidarsi ad essa significa farsi schiacciare.

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Per questa ragione sono in realtà le persone più compassionevoli quelle che hanno maggiore necessità del distacco per sopravvivere. Se la consapevolezza che in questo istante un bambino muore di fame mi è resa intollerabile dalla compassione, un meccanismo di distacco mi è indispensabile per andare avanti, e ancora di più mi sarà necessario se ho intenzione di agire per aiutarlo; a un contatto più stretto dovranno infatti rispondere meccanismi di difesa dal dolore più efficienti.
E’ mia opinione, in effetti, che siano i fanatici della compassione ad ogni costo quelli che non possiedono una spiccata sensibilità empatica. Come potrebbero, infatti, tollerare un contatto tanto stretto fra la sfera della consapevolezza razionale e quella della compassione, se almeno una delle due non fosse particolarmente debole e sottomessa?

Ne consegue che, curiosamente, spesso accade che chi dimostra una sensibilità al dolore meno spiccata è colui che in realtà ne ha di più. Questa dissonanza emotiva può essere e spesso è fonte di sofferenza, ma al tempo stesso è la più sana e necessaria soluzione di una natura pienamente umana, ovvero tanto astratta-razionale quanto al tempo stesso fisico-emotiva.

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2 responses

8 11 2012
G

Tanto per buttarci un po’ di scienza, un certo grado di “compassione” e “solidarietà” è invece insito nella natura. attenzione che non ho scritto “natura umana”, ma solo “natura”. Infatti, come ci insegna la teoria del gene egoista (formalizzata negli anni 60 da Williams e portata al grande pubblico dieci anni dopo da Dawkins) la protezione della specie richiede spesso che un individuo si sacrifichi (cioè diminuisca la propria fitness riproduttiva) per favorire la popolazione. Apparentemente tale caratteristica dovrebbe essere sfavorita, ma verrà invece amplificata dall’aumento della fitness della popolazione generale, la quale è portatrice di un corredo genetico comune con l’individuo “altruista”. È il caso di quegli animali che fanno a turno per sorvegliare il campo e dare l’allarme in caso di arrivo di predatori: chi fa la guardia è quello che più spesso sarà mangiato. Nell’uomo ciò si concretizza nel meccanismo dei “neuroni specchio”, una popolazione specifica di neuroni che ci fa in un certo senso “provare” le stesse sensazioni altrui. Tale meccanismo è alla base di diverse funzioni, per esempio il riconoscimento delle espressioni facciali, ma anche e soprattutto della cosiddetta empatia. La loro massiccia attivazione è per esempio responsabile della sensazione spiacevole che proviamo quando sentiamo piangere un neonato, sensazione che ci spinge a cercare di farlo smettere. Ovviamente tale sistema può portare invece a sottrarsi da tutto ciò che ci provoca queste “sofferenze”, da cui probabilmente deriva quello che noti.
So che il tuo discorso era di carattere completamente diverso, non ti ho frainteso, la mia vuole solo essere un’aggiunta, non una contraddizione.

8 11 2012
lostranoanello

Ovviamente hai ragione 🙂
L’unico appunto che mi sento di farti riguarda i neuroni specchio… non mi sembra che al momento ci sia una prova scientifica del loro coinvolgimento nei meccanismi dell’empatia. Potrei non essere aggiornato, ma mi sembra si tratti ancora di una supposizione, o sbaglio?

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