Il male minore

8 07 2012

Gli animalisti offrono scorci molto interessanti sugli errori filosofici più comuni. Questo post evidenzierà come tali errori non siano loro esclusivi, ma senz’altro son loro a offrirci lo spunto di riflessione.

Essi infatti giustificano spesso, anzi, diciamo SEMPRE, la propria etica sul principio del “male minore”, che possiamo riassumere come segue: sì, ok, noi facciamo del “male” anche se non vorremmo, c’è del “male” in natura (metto le virgolette perché già male è un termine che include determinate valutazioni di valore che non sono realmente incluse nel concetto a cui ci si riferisce, che è più analogo a “sofferenza” e “spiacevolezza”), non possiamo evitarlo. Tuttavia dobbiamo eticamente muoverci nella direzione di diminuirlo. Questa è la giustizia, cercare il “male minore”.

Si tratta di una formulazione assolutamente universale. Fate notare ad un vegano che per quanto si sforzi non potrà mai ridurre a zero il danno che fa agli animali, e ti dirà “ma almeno lo diminuisco il più possibile!”

La politica del male minore è la chiave di volta di tutte le etiche animaliste. E non solo delle loro… guardare il dito quando gli si indica la luna non è una caratteristica che faccia parte solo del loro mondo.

Ma qual è il male minore? Il male minore in assoluto è l’assenza del male. Un obbiettivo che può essere conseguito solo con l’estinzione dell’esistente. C’è qualcuno che accetta effettivamente questa visione, e malgrado non si salvi affatto da insensatezze, ha maggiore coerenza.

Il problema più serio sorge con tutti gli altri, che si trovano di fronte allo strano principio per cui a loro dire “meno dolore c’è meglio è”, ma questo vale solo fino a un certo punto: ci si ferma un attimo prima di dover estinguere la vita sulla Terra. E dunque non è vero che meno dolore c’è meglio è, ma quanto piuttosto che esiste un giusto mezzo, e che quello stesso fatto esistenziale che essi chiamano “male” in realtà non è il male, il Satana, ciò che va eliminato per definizione tramite l’intervento messianico, ma bensì un elemento come gli altri nella ricetta della vita.

E qui sorge l’autentica problematicità; è facile dire “poco sale” o “sale q.b.”, ma dire effettivamente quanto sale ci voglia spalanca un intero universo di possibilità che con la tecnica retorica del “male minore” si era semplicisticamente cacciato fuori con sdegno.

Qual è il giusto mezzo? Potrebbe benissimo essere che ci stiamo già dentro al giusto mezzo, perché non sta scritto da nessuna parte nemmeno che questo misterioso elemento della ricetta debba essere per forza “poco”. Magari la ricetta è tutta basata su quell’ingrediente, magari è la ccomponente più fondamentale ed irrinunciabile, magari sono tutti gli altri ingredienti le aggiunte, gli optional per insaporire un po’. Magari l’esistenza è basata maggiormente su ciò che loro chiamano “male” che su ciò che loro chiamano “bene”.

L’influenza cristiana su questa visione del mondo è particolarmente evidente, per due motivi. Il primo è che il cristianesimo rinunciò nel modo più categorico al manicheismo, si rifiutò di riconoscere il ruolo del male nel mondo. Satana non è una divinità per i cristiani, ma un ribelle, un caduto, una perversione della norma naturale; il male è un fenomeno con un atto di nascita ed uno di morte, non qualcosa di ineluttabilmente inciso nelle leggi dell’universo. Dunque con esso non si cerca compromessi, ma ci si muove nella direzione della sua sconfitta finale secondo la politica del “male minore”. Il secondo motivo è che il cristianesimo pose nel modo più radicale il sentimento come fonte della normatività, e dunque mentre rifiutava di accettare il ruolo del cosiddetto “male” nel mondo, al contempo acuiva il contrasto fra esso e il bene, andando così a costruire quei concetti assolutistici e piuttosto infantili di bene e male che la nostra società abbraccia spesso acriticamente. Notiamo che ad esempio nell’ebraismo le norme divine avevano una diretta utilità sociale, per questo a volte erano anche leggi ai nostri occhi molto crudeli; anche gli inviti alla solidarietà e all’amore reciproco sono fortemente improntati a principi di convivenza pratica; l’attenzione al sentimento è molto relativa, in certi casi è opportuno amare il prossimo, in altri passarlo con la spada non è fuori luogo. E’ col cristianesimo che arriva il comandamento dell'”amatevi gli uni gli altri”, e dunque la norma, “tu devi, perchè siamo in una società con degli obblighi”, e il tu senti/sei, “tu ami perché ci sei disposto nell’animo, perché è il moto intimo del tuo cuore a spingertici”, si sovrappongono. Il sentire diventa sovrapposto automaticamente con l’agire e con l’essere, e i due non sono momenti dialettici separati, ma un magma unico, una notte in cui tutte le vacche sono nere. La società, fonte dei doveri, ha dunque autorità per importi un sentimento, ed è dal sentimento che deve nascere la morale.

E se non nasce in te il medesimo sentire che negli altri, hai voglia a rispettare le leggi, sei comunque un mostro. Sic et simpliciter.

Ecco dunque una classificazione assolutistica di sentimenti “buoni” vs sentimenti “cattivi”, di virtù contro peccati: la compassione è una virtù, la sopraffazione è un peccato; l’altruismo è una virtù, l’egoismo è un peccato; l’amore è una virtù, l’odio è un peccato; la calma è una virtù, la rabbia è un peccato. Ed ecco che i beni ei mali diventano parole magiche da tirar fuori dal cappello (“tu non sei compassionevole!”, “tu sei egoista!”); se sei egoista sei cattivo, immorale, meriti perfino la prigione; se non sei compassionevole idem.

L’esperienza di tutti i giorni è la miglior confutazione di questo manicheismo malriuscito; essa ci dice che molto spesso compatire una persona non aiuta per niente né lei né noi, che a volte bisogna pensare a sé stessi senza farsi mettere i piedi in testa, che se ami qualcosa automaticamente odierai ciò che la minaccia, che calmi va bene ma una bella incazzatura ogni tanto ci vuole.

Eppure questa visione del mondo è così radicata in noi che a volte non ci accorgiamo di starla già abbracciando. Oh, sì, siamo atei, sìsì, niente Dio, noi non crediamo a roba del genere. Ma poi pensiamo che esistano diritti umani naturali ed inalienabili, poi crediamo che esista una morale cui l’umanità deve attenersi, poi crediamo che bene e male non siano relativi alle circostanze, ma possano essere categorizzati in modo assoluto sotto il nome di questo o quel sentimento.

Sappiamo tutti benissimo che l’elenco che ho fatto qui sopra è sacrosanto, ma ciò nonostante la nostra ottica è assolutamente cristiana: sopraffazione, egoismo, odio, rabbia, sono mali, ma sono necessari. Sono quindi i famosi “mali necessari”…
Ma la verità è che non esiste MAI un male necessario, è solo un vecchio tranello linguistico. Se è necessario, allora è un bene. Nella visione cristiana il problema è dover rendere per forza necessario quel male in modo da trasformarlo in bene, il che è parecchio difficile con un Dio onnipotente che può creare la realtà come più gli aggrada.

Ma per noi fieramente atei questo problema non c’è, noi sappiamo che alcuni “mali” sono necessari, e dunque non sono mali, sono beni anch’essi. Rifiutarsi di ammetterlo è fare come quei bambini che non vogliono prendere la medicina perché è amara… sarà anche amara, ma gli salva la vita.

Ma se anche i cosiddetti mali in realtà nella giusta misura danno sapore alla vita, si dovrebbe discutere solo della loro misura, e non parliamo certo di una discussione che possa ridursi a “meno ce n’è meglio è!”. La politica del male minore si rivela un fallimento totale. Si discute dunque della MISURA in cui la sopraffazione (dell’uomo o dell’animale fa poca differenza sotto questo aspetto) è giusta, non del SE sia giusta. Si discuta della MISURA in cui l’uomo possa porre se stesso sopra l’animale o sopra l’altro uomo, non del SE egli possa.

Troppo complicato? Be’, si chiama vita. Disgraziatamente, non la insegnano nelle università.

Ossequi

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26 responses

9 07 2012
stefano

a che lezione di catechismo sei arrivato, mi sembri preparatissimo…

9 07 2012
lostranoanello

Più o meno alla stessa a cui sei arrivato tu quando insegnavano a far funzionare il cervello.

9 07 2012
stefano quaranta

non è bello quando l’unico commento è di uno stronzo vero?

9 07 2012
lostranoanello

Ci son cose più gravi nella vita. Ad esempio essere quello stronzo.

9 07 2012
Mattia

È proprio riguardo ai “diritti umani naturali ed inalienabili” che Singer (sempre lui, eh…) fa una disamina sulla difficoltà di includere tutti gli esseri umani in uno schema morale accettabile senza che questo inevitabilmente includa anche qualche animale superiore.
Secondo me merita una lettura: “All animals are equal” http://www.animal-rights-library.com/texts-m/singer02.pdf

Te lo dice uno che ancora non sa da che parte stare (se da una parte siamo obbligati a starci), tuttavia sorpreso che non tutti gli argomenti animalisti sono favole in terra.

9 07 2012
lostranoanello

Singer lo conosco piuttosto bene, grazie 🙂
Il problema di Singer è proprio l’impostazione di base. Perché dovremmo creare un simile schema morale? Che bisogno ce n’è? Singer potrebbe benissimo dirmi “il mio scopo è cercare di proteggere tutti gli umani”; ma allora non c’è bisogno di faticare tanto: basta fare che tu definisca il tuo schema come “quello che include tutti e solo gli umani”. Fatto, era tutto qui il grande dilemma di Singer?

Il fatto è un altro, e cioè che non ci sono diritti umani inalienabili o schemi morali definitivi, semplicemente le norme morali vengono create dall’uomo a proprio uso e consumo, sono affare umano, cose nostre, e li gestiamo come più ci pare purché funzionino per i nostri scopi. Quali sono i nostri scopi? Quello di Singer, alla radice, è lo stesso mio: difendere i propri interessi. E’ tautologico che lo scopo di ciascuno sia difendere i propri interessi, ovvero ciò che gli interessa. La differemza è quali siano questi interessi; fra gli interessi di Singer ai primissimi posti c’è il benessere animale, che invece non rientra neanche nella mia top ten.

9 07 2012
stefano

siamo in due allora

9 07 2012
lostranoanello

Ahah. Puoi fare di meglio, vai a ripescare il tuo “Risposte Celebri” edizioni Cazzari.

9 07 2012
lostranoanello

Anzi, no, lascia perdere, ho deciso di non farti commentare più.

11 07 2012
Mattia

Se non ho frainteso il tuo discorso: con questo modo di porsi nei confronti della morale non è facile giustificare tutto? Qualunque interesse personale ha una sua ragione d’esistere perché nessuna ragione è più discutibile delle altre.
Singer tenta di definire delle caratteristiche di base per le quali un soggetto debba – o non – essere moralmente tutelato. E lo fa non definendo l’appartenenza ad una classificazione tassonomica ma specifiche capacità. In questo modo da una piccola premessa di base si costruiscono le conclusioni che questa comporta.
Il tuo approccio è invece del tipo: mi piacerebbe che una cosa andasse così e allora facciamo che sia giusta. Gli esseri umani in quanto tali hanno status morale, tuttavia concepiamo delle eccezioni alla norma: l’eutanasia, l’aborto, eccetera. Ma queste eccezioni hanno motivo oppure no di essere giustificate?

Quindi tutto si riduce ad una mera preferenza? Che fine fa un dibattito così lascivo e permissivo?

11 07 2012
lostranoanello

A queste domande rispondo qui:

https://lostranoanello.wordpress.com/2011/06/30/etica-i/

E soprattutto qui:

https://lostranoanello.wordpress.com/2011/08/03/etica-ii/

Tu dici, a mo’ di critica, che in questo modo possiamo giustificare tutto. Supponiamo sia vero. Ti rigiro la domanda… Come giustifichi la necessità di non giustificare tutto?

27 07 2012
Mattia

Non sono sicuro di aver capito cosa intendi con la domanda: “Come giustifichi la necessità di NON giustificare tutto?”
Riguardo ai due post che hai citato, cercherò di leggerli non appena avrò tempo.

27 07 2012
lostranoanello

In soldoni: qual è il motivo per cui tu (e anche io, ma restiamo su di te) ritieni che non possiamo fare tutto quello che vogliamo indiscriminatamente?

21 07 2012
fgalimb

La cosa che più mi incuriosisce è: come fa un omosessuale a giustificare le medesime pratiche di crudeltà che hanno attanagliato per secoli chi si trovava nella sua stessa condizione? Secondo il tuo ragionamento Harvey Milk è una specie di sognatore un po’ pirla… Bah, quanta supponenza e maleducazione…

21 07 2012
lostranoanello

???
Potresti gentilmente elencare i passaggi logici del ragionamento che hai fatto, grazie?

21 07 2012
fgalimb

Il movimento di liberazione animale ha molti elementi in comune con il movimento di liberazione omosessuale. Come per esempio le valanghe di pregiudizi, le abitudini sociali, l’idea che esista una “natura” alla quale rispondere (quale natura poi?), il fatto che qualcuno abbia stabilito una presunta superiorità o inferiorità tra individui diversi, i “normali” e gli “invertiti”, gli “esseri umani” e gli “animali”, ecc. Quando leggo cose tipo “l’uomo lo fa nell’interesse della sua specie” o “è naturale che l’uomo faccia così e colà”, penso sempre al vescovo o all’ayatollah di turno che mi spiega le caratteristiche profonde del mio orientamento sessuale, di come DOBBIAMO essere e di quanto siamo INNATURALI a essere qualcosa d’altro. Anche lo scienziato lo fa, perché lo scienziato – prima di essere scienziato – è una persona, fatta di paure, di pregiudizi, di opinioni, ha magari delle persone che ama e delle persone che odia. Un po’ di anni fa noi eravamo dei “malati”. E ce lo dicevano anche “scientificamente”. Sì, caro mio: c’erano ragioni psichiatriche per segregarci, mutilarci, darci pillole per correggere la nostra “perversione”. Persone del tuo circolino scientifico caro mio, le quali dicevano che chi nasceva con le nostre pulsioni era MALATO… Lo sai meglio di me: uno scienziato, quanto sceglie di operare in un certo modo, ha sicuramente delle ragioni logiche ma anche delle idee non sufficientemente mature, delle questioni irrisolte alle quali non è riuscito a fornire una risposta soddisfacente; perché lo scienziato appunto è anche un animale, è anche un essere umano ed è anche un potenziale assassino, come un potenziale eroe. Nessuno può esimersi da questi ruoli potenziali perché il futuro non lo conosci e la teoria della probabilità sostiene semmai qualche tenue opinione, non certo argomenti razionali… Io posso amare e contrarre affetti con tante persone diverse tra loro e combatto perché il pregiudizio nei loro e nei miei confronti venga risolto. Lo faccio anche per gli animali non umani e delle volte, in queste battaglie, devo percorrere strade che non mi piacciono e devo buttar giù pillole amare. Devo appunto decidere in che misura, in quale quantità, porre una certa differenza. E se porre tale differenza significa una malcelata sopraffazione di qualcuno sopra qualcun altro proverò a sbagliare. Almeno potrò dire di averci provato.

21 07 2012
lostranoanello

Ma guarda che non ci sono ragioni scientifiche a favore della “superiorità” dell’uomo sull’ animale, oggidì, esattamente come non c’erano allora per considerare l’omosessualità una malattia. C’erano le fesserie freudiane, il pregiudizio religioso, e la tendenza a studiare l’omosessualità solo su campioni patologici di convenienza. Quando l’APA prese la sua decisione tenne conto di tutto questo, ma soprattutto fece qualcosa di più rilevante, ovvero modifico i criteri per fare la “malattia”. Prima era malattia qualsiasi “perversione” non riproduttiva, perfino la masturbazione nell’adulto (praticamente erano malati tutti i maschi del mondo), semplicemente perché non riproduttiva. Dopo cambiarono i criteri MORALI sui quali era basata questa opinione, cambiò l’approccio alla psicologia e alla psichiatria, e dopo studi più approfonditi, cambiarono, o meglio furono perfezionati, i pochi dati che potevano supportare l’idea che l’omosessualità fosse una patologia.
Ma oggi come allora la scienza non ci dice cosa dobbiamo fare delle nostre vite, ci dice solo quali sono i fatti, poi ci regoliamo noi di come usarli.

Io non ritengo che ci siano ragioni fisse, sacre, immutabili leggi di natura che PRESCRIVANO all’uomo il dominio della terra. Questo lo pensano i cristiani. Io penso che la terra sia di chi se la sa prendere, ed è tutto qui, è un fatto e ti sfido a negarlo.

E i ruoli potenziali come tutte le cose “potenziali” o le cose “future” o le cose “passate” sono cose che esistono solo nella mente. In questo momento non mi interessano.

31 07 2012
Eve

Con lo stesso ragionamento che tu applichi sugli animali non umani si potrebbe dire allora:
“Non ci sono ragioni fisse, sacre, immutabili leggi di natura che prescrivano agli eterosessuali di avere il privilegio di praticare l’unico orientamento sessuale considerato normale, e in tal modo perciò privare di diritti e libertà e mettere a rischio persino di vita le persone omosessuali. Ma gli eterosessuali si sono presi questo privilegio e perciò di che ti lamenti? Delle potenzialità di un mondo senza omofobia, cosa che per ora esiste solo nella mente, perchè interessarsi???”
Mi pare un ragionamento piuttosto di comodo e assai incoerente, a parte il fatto che reputo che siano proprio le cose potenziali quelle su cui si basa l’evoluzione umana, perchè per fare un esempio banale, oggi gli uomini volano perchè qualcuno lo ha pensato ben prima che ciò diventasse possibile. Saluti
Eve

31 07 2012
lostranoanello

Forse non hai capito… non è che solo il più forte ha diritto di opprimere, ma soprattutto l’altro ha diritto di ribellarsi. Perché mai dovrebbe starmi bene essere oppresso? Non mi sta bene. Ai ratti ti risulta che stia bene che si sperimenti su di loro? Ti assicuro di no, si ribellano, mordono e graffiano. E anche io, se qualcuno cerca di farmi del male mi ribello, mordo e graffio, è naturale. Ma dato che siamo umani, posso fare anche qualcosa di più fruttuoso del mordere e graffiare: posso persuadere con la forza dell’empatia e della ragione, posso mostrare alternative e potenzialità e richiamarmi a norme di vita in comune consolidate dall’uso e dalla convenienza di tutti. Insomma posso vivere in società. Sì, ho detto anche potenzialità, perché come ho detto NELLA MENTE esistono potenzialità, e si può tenerne conto. Quello che non si può MAI legittimamente fare è anteporre fatti “potenziali”, e dunque sostanzialmente immaginari, a quelli reali. E’ impossibile perché le stesse potenzialità possono essere solo dedotte dal fatto presente. Sono un puro esercizio di immaginazione, che può essere senz’altro utile a dirigere gli sforzi in determinate circostanze, ma non può imporre criteri di verità e di giustizia. Quelli si stabiliscono sic stantibus rebus.

17 09 2012
Wolfgang

I for all time emailed this website post page to all my associates, for the reason that if like to read it after that my friends will too.

18 09 2012
lostranoanello

Thankyou very much!

29 08 2013
Steve

Se rispondo qui va bene? non puoi rispondere, quindi credo sia etico per me farlo :D! (hahaha! battutona! pardon… dopo pranzo sono appannato…)
Rispondo a questo pur avendo letto i tuoi interventi su Singer. Non ho molto da aggiungere a quello che già ti scrivevo. Quindi non aggiungo 🙂
Invece su questo post vorrei fare una riflessione partendo da questo:
Tu dici:
“La società, fonte dei doveri, ha dunque autorità per importi un sentimento, ed è dal sentimento che deve nascere la morale. E se non nasce in te il medesimo sentire che negli altri, hai voglia a rispettare le leggi, sei comunque un mostro. Sic et simpliciter.”
Essendo arrivato in tarda età a considerare i sentimenti una parte razionale della nostra vita questa tua frase mi ha fatto pensare … Dico che sono razionali perché possiamo darne conto, possiamo parlarne, tu dirai che posiamo solo “razionalizzarli” – un’opinione rispettabile come molte altre su cui dissento per motivi che esulano da questa piccola riflessione.
Proprio perché sono razionali i sentimenti si educano e cambiano in funzone della nostra visione del mondo: le emozioni e i sentimenti sono atti valutativi di una situazione. Dicono “quello che fai è buono continua”, “smetti di falro subuto!”, “hai fatto male” e “non vai bene” (questi ultimi due sono i senitmenti di colpa e vergogna, senitmenti sociali che appaino intorno ai tre anni).
Quindi direi che possiamo benissimo ascoltarli come un elemento che entri a far parte della nostra ricerca etica.
Il fatto che io possa valutare il bene per me, e cambiare consapevolmente e intenzionalmente prospettiva assumendo il punto di vista di un altro e comprenderne i sentimenti (non provare i suoi stessi sentimenti, cosa possibile ma che non ci interessa qui, solo comprenderli cioè sapere che sono analoghi ai miei senitmenti) è un ottimo punto di partenza per la riflessione etica, perché 1) ha le caratteristiche di una osservazione rirpoducibile e pubblica 2) mi permette di generalizzare la “sorgente di valutazione del mio bene personale” ( i “miei senitmenti”) ad altri (i “loro sentimenti”) – mi fa notare un’ovvia intercambiabilità tra me e qualcun altro.
Questo atto intenzionale e razionale lo chiamo compassione. Ora per uno stirneriano come te vale solo l’unico e la sua proprietà, ma per uno scientista come me questa “unicità dell’unico” sembra un pregiudizio che si scontra con la realtà dei fatti: la vita è ri-produzione, copia continua, mutazione per errore (deriva genetica) – è una faccenda molto poco personale e unica. Per questo ammetto razionalmente di essere molto simile a chi mi sta intorno, e anche molto simile agli altri esseri senzienti.
Per essere compassionevoli non serve avere un metro esterno alla situazione, anzi puoi essere compassionevole solo nella situazione, perché scopri l’ovvietà del fatto che “lui è come me”.
Così sono d’accordo con te, la vita è fatta così – c’è piacere e dolore. c’è da scegliere la misura di questo piacere e di questo dolore. Singer non avrebbe potuto dire una frase diverosa:
“Si discuta della MISURA in cui l’uomo possa porre se stesso sopra l’animale o sopra l’altro uomo, non del SE egli possa.”
Per definire questa misura io propongo il sentimento della compassione.
Ciao! 🙂

29 08 2013
lostranoanello

“Dicono “quello che fai è buono continua”, “smetti di falro subuto!”, “hai fatto male” e “non vai bene” ”

Il problema allora è che tu non vuoi valutare la valutazione. Se io ti dico che io la compassione non ce l’ho, tu non puoi dirmi niente. Dici che i sentimenti sono razionali, allora si possono valutare i sentimenti, questo deve essere fatto sulla base di qualcosa che allora non siano i sentimenti, ma dell’altro. E questo altro me lo devi motivare. Attenzione alla sfumatura del motivare, non si intende “costruirne una giustificazione ad hoc” tipo Singer, quello lo fare pure io per le mie posizioni, è facilissimo. Motivare nel senso di darmi un motivo per cui dovrei accettarla. perché ciò che senza prova viene affermato, senza prova può esser negato.
Tu fai una proposta di un principio. Come ti ho già detto, io non considero minimamente i principi, ma comunque tu non me la motivi in nessuna maniera, non ho alcuna ragione di abbracciare quella posizione.
Lui è come me, e quindi? Potrei provare compassione, quella sarebbe una buna motivazione. Ma se non ce l’ho, allora tu dovresti motivarmi alla compassione, motivarmi alla motivazione.
Curiosamente, fino a un certo punto si può fare: potresti dirmi che se compatisco gli altri, gli altri compatiranno me e dunque dovrei essere motivato ad esercitare la mia compassione. Ma devi prima o poi arrivare all’esposizione di un mio interesse, di qualcosa che possa per la mia propria intima natura spingermi ad un determinato comportamento. Enunciare principi come dogmi religiosi non lo fa.
Inoltre, ho scritto anche un intervento dal titolo “sulla compassione” che trovi qui in cui mostro un limite intrinseco dell’approccio puramente “emotivo”, ulteriore rispetto a quelli ovvi che ho elencato qui
https://lostranoanello.wordpress.com/2012/10/18/sulla-compassione/

29 08 2013
lostranoanello

E poi, scusa, ma non so come la vedi tu, Singer dice che la sofferenza va diminuita, e il piacere massimizzato. Quella è la sua massima, e se ha in testa un “optimum” in cui il dolore non deve essere diminuito ulteriormente né la felicità aumentata non traspare dai suoi scritti, non può essere dedotto, e soprattutto non può essere giustificato.
E come se dicessi “facciamo una crostata marmellata e guano. Ma attenzione che il guano fa schifo, mentre invece la marmellata è buona; mettete più marmellata possibile e meno guano possibile”. Se uno non è scemo arriverà alla conclusione che il guano lì dentro non ci vuole affatto.
Il ragionamento “diminuiamo la sofferenza” messo così porta inevitabilmente alla conclusione che la sofferenza va eliminata del tutto potendo farlo.
E si può farlo. Con l’estinzione della vita sulla terra.

17 08 2015
lamb-O

“Ma qual è il male minore? Il male minore in assoluto è l’assenza del male. Un obbiettivo che può essere conseguito solo con l’estinzione dell’esistente. C’è qualcuno che accetta effettivamente questa visione, e malgrado non si salvi affatto da insensatezze, ha maggiore coerenza.”

Quali sono tali insensatezze secondo te? Semplice curiosità.

Mi preme avvertire che non controreplicherò in nessun caso; se la cosa ti indispone comprenderò. Il che in effetti importa solo a me, ma tant’è.

Buona giornata.

17 08 2015
lamb-O

Grazie in qualunque caso.

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