Riduzionismo, olismo e sperimentazione animale.

27 02 2012

Questo intervento è finalizzato da un lato a chiarire, sia pur solo in parte, il mio punto di vista sulla disputa riduzionismo-olismo in biologia, e dall’altra a fugare alcune frequenti confusioni nell’uso dei due termini da parte di alcuni ambienti cosiddetti antivivisezionisti.

Cominciamo col chiarire il significato delle due parole:

Il riduzionismo è quella corrente di pensiero che ritiene che il modo migliore per comprendere le realtà complesse sia decostruirle nelle loro componenti fondamentali. Il caposaldo di questa dottrina è l’assunto secondo cui il tutto è uguale alla somma delle parti.

L’olismo è l’esatto opposto: esso corrisponde alla tendenza inversa a interpretare la singola componente come un elemento che può essere compreso solo nel contesto del “tutto” di cui fa parte. L’assunto qui è che il tutto è qualcosa di più della somma delle parti.

In biologia la disputa fra questi differenti punti di vista è molto antica. L’organismo umano è solo un insieme di singole cellule, o un qualcosa di più? Un ecosistema è una somma di animali, o qualcosa di più?

Confesso che, se ci atteniamo al punto di vista ontologico sulla questione, trovo che la disputa sia quanto di più sterile ed ozioso. Un essere umano è costituito da cellule, che sono costituite da molecole, che sono costituite da atomi. Dunque si direbbe che il riduzionismo ontologico è senz’altro il modo giusto di pensare l’organismo. L’unico modo di attaccare il riduzionismo come visione ontologica è interpretarlo in un’accezione ridicolmente ottusa: se si pensa che “essere umano”=“ammasso casuale di atomi”, interpretando l’espressione “somma delle parti” come un’operazione aritmetica da scuola elementare, si sta dicendo qualcosa di così demenziale da non necessitare di confutazione. Per quanto mi riguarda è assolutamente ovvio che quando si afferma che il corpo umano è una “somma” di componenti più semplici, si afferma piuttosto che esso è costituito da una serie di componenti più semplici collegate fra loro secondo strutture fisiche e interrelazioni determinate: atomi organizzati in molecole, molecole organizzate in membrane, strutture, codici, a loro volta organizzati in cellule e via salendo fino alle funzioni più elevate, come quelle del pensiero.

Si può obbiettare “ma se tu ammetti tali relazioni fra strutture semplici come un qualcosa di reale, stai ricadendo nell’olismo”. Può essere; ma non è detto che, in questo, ci sia una differenza così significativa fra di essi. Dato che sia i riduzionisti che gli olisti riconoscono il valore delle relazioni fra componenti, evidentemente tutto il dibattito fra di essi può essere ridotto alla questione della realtà di tali relazioni, ovvero se considerarle in un certo qual modo delle pure disposizioni ad agire delle componenti, oppure se siano in quel contesto un “valore aggiunto” alla componente, reale e fisico come e nello stesso senso della componente stessa.

Personalmente trovo che questa parte della discussione possa essere molto interessante per chi, come me, si interessa di filosofia a un certo livello; ma è parimenti del tutto oziosa ai fini scientifici. Materialmente, nel tutto organico non c’è niente di “più” delle singole componenti organizzate secondo specifiche relazioni, e considerare “ontologicamente reali” le sole componenti, o le sole relazioni, o entrambe, è irrilevante una volta che questo concetto sia stato chiarito.

Se prendi un genoma, un metabolismo, una membrana e degli organelli, e li disponi in un certo modo, tu farai una cellula, e su questo punto ormai i recenti progressi della biologia sintetica fugano ogni dubbio. Negarlo vorrebbe implicitamente ritornare a forme di vitalismo o addirittura di dualismo anima-corpo che ormai non han più, giustamente, dimora nelle aule delle facoltà di medicina e scienze.

Tuttavia, se il problema della disputa ontologica è del tutto obsoleto, è vivo e pulsante il dibattito sul piano metodologico. Vale a dire: nel momento in cui mi trovo a dover comprendere il funzionamento di un sistema biologico, ovvero di un sistema altamente complesso, come mi conviene agire? Devo scomporlo in unità funzionali più semplici oppure considerarlo come un tutto inscindibile?

È evidente che il problema ontologico qui non è più rilevante. Sappiamo bene cosa un organismo vivente È, lo abbiamo definito prima come una somma di componenti legate da relazioni reciproche. Il punto è che noi non conosciamo singolarmente né tutte le componenti né tutte le relazioni, quindi noi non possiamo certo dire di “conoscere” l’organismo solo perché siamo riusciti a definirlo come sopra.

Così nel momento in cui pensiamo “rabbia” o “paura” da un lato visualizziamo un’insieme di sensazioni che personalmente abbiamo percepito nel nostro corpo, da un altro un insieme di reazioni comportamentali che asetticamente possiamo osservare negli altri organismi, da un altro ancora una serie di alterazioni del milieu interno e dei parametri fisiologici, da un’altra un codice ben preciso costituito dal funzionamento di miliardi di minuscoli computer, i neuroni. Potremmo spingerci oltre, e ridurre l’emozione alle interazioni fra molecole o atomi che la costituiscono, o alla pura “energia”. Ma il punto è che non riusciamo a intuire in tutti questi fenomeni l’una e la medesima cosa. Possiamo razionalmente supporre come questi fenomeni vadano ad essere nomi diversi della stessa sostanza, ma non si va mai oltre la mera apprensione di una nozione, un po’ come vedere il risultato di un teorema senza conoscerne ragioni e dimostrazioni, l’intero processo non è compreso.

È chiaro che il nostro obbiettivo è comprenderlo. E il metodo migliore dal punto di vista dell’esattezza è partire dai livelli di organizzazione più bassi, che sono quelli che possono essere studiati con maggior rigore. Gli organismi viventi sono in qualche misura tutti diversi gli uni dagli altri, perfino all’interno della stessa specie; dunque il modo migliore per ottenere risultati assolutamente validi è partire dalle componenti di base, che sono uguali per tutti, e riassemblarle insieme in modelli generali.

D’altro canto, prima che dal funzionamento di una singola molecola si possa arrivare a comprendere fenomeni a quattro o più dimensioni come il comportamento o il pensiero, può passare tantissimo tempo. Potremmo, insomma, non disporre di nessuna conoscenza significativa ed applicabile se ci basassimo esclusivamente su metodi riduzionisti: sappiamo come funzionano una molecola o una cellula, ma ignoriamo come funzionino tutte le altre e come interagiscano con essa; dunque come comportarsi? O aspettiamo di avere il quadro completo (che potremmo anche non avere mai …) oppure nel frattempo consideriamo l’organismo come un insieme organico e lavoriamo a quel livello. Ovviamente trattare l’organismo come un tutt’uno permette scarsissimi livelli di generalizzazione e di esattezza, ma talora è necessario.

Ovviamente la metodologia riduzionistica è scientificamente di una perfezione impeccabile, che non a caso ne ha fatto ormai la corrente nettamente dominante nella ricerca in campo biologico. Essa lavora in modo strettamente algoritmico e arriva a produrre leggi di comportamento del tutto universali, ma talora non immediatamente applicabili. Viceversa, il metodo olistico procede in maniera in maggior misura euristica, per prove ed errori, e pur se permette magari di ottenere risultati applicabili nel particolare, non potendo generalizzare è sempre soggetto a errori ed è meno rigoroso.

Nell’impossibilità pratica di escludere una delle due prospettive, la ricerca in campo biologico e medico si muove dunque su due fronti in contemporanea: da un lato, partendo “dal basso”, scompone gli organismi nelle loro parti fondamentali, che sono le stesse per tutti, e dall’altro, partendo “dall’alto”, lavora su organismi completi o addirittura in interazione con l’ambiente per cogliere i tratti generali del loro funzionamento. L’obbiettivo finale è che i due estremi finiscano per incontrarsi al centro.

Coloro che si oppongono alla sperimentazione animale, invece, preferiscono giocare sulla confusione fra i due termini e i due concetti. Dopotutto, la confusione giova sempre a chi ha torto

Essi si trovano nel problema di dover costruire artificialmente delle basi per escludere la validità di una pratica sperimentale, che è un problema che noialtri non abbiamo, visto che accogliamo ogni contributo utile. Per noi entrambi gli approcci sono validi a loro modo, dunque li usiamo entrambi. Per loro, invece, l’importante è eliminare la sperimentazione animale, e allo scopo si servono ora di critiche di stampo riduzionistico, ora di tipo olistico, facendo passare sotto silenzio le evidenti contraddizioni di questa strategia.

Ad esempio, l’utilizzo dei modelli animali viene criticato perché troppo riduzionistico, ovvero perché a loro dire tiene conto solo delle somiglianze fra le componenti elementari degli organismi ma non considera le differenze nell’organizzazione complessa; ma d’altro canto criticano anche i sistemi completamente euristici, come i test tossicologici, in quanto approssimativi. Al contempo sono proposti come metodi alternativi sistemi ancora più riduzionistici rispetto al modello animale, come le colture cellulari o le simulazioni molecolari.

E il gioco sull’equivoco continua confondendo altre due espressioni, ovvero “modello animale” e “test su animale”, ed è questa un’impostura particolarmente colpevole. Il modello animale è un metodo riduzionistico per raccogliere informazioni potenzialmente trasferibili all’uomo e di conseguenza anche valutare possibili interventi terapeutici; il test su animali è semplicemente un sistema euristico per cercare di inferire gli effetti di determinate sostanze o tecniche terapeutiche, o addirittura di cui non sappiamo niente. È evidente che le due cose sono complementari: se usiamo meno animali nella fase di raccolta informazioni, ci sarà maggior bisogno di procedere per prove ed errori in seguito; viceversa, se vogliamo andare a colpo sicuro o quasi durante i test, prima dobbiamo aver raccolto più informazioni.

L’unica cosa che non possiamo fare è eliminare l’utilizzo dell’animale in toto.

E quando gli “antivivisezionisti” affermano che i modelli animali non sono validati, stanno ancora una volta seminando confusione. I modelli animali di patologia sono tutti accuratamente validati dalla comunità scientifica che ne giudica di volta in volta il valore, ed è così anche per i modelli cellulari di patologia o per qualsiasi altro metodo di ricerca. Sono i TEST farmacologici che richiedono validazioni imposte per legge per quanto riguarda la predittività. E queste valutazioni sono incredibilmente difficili, non solo per la particolare complessità dell’organismo umano, che non è di fatto paragonabile a nient’altro al mondo, ma anche perché manca un possibile controllo di validità a cui riferirsi. Insomma, i modelli che utilizziamo sono l’unica scelta che abbiamo a meno di sperimentare direttamente su esseri umani. Le inferenze che possiamo fare fra uomo e animale possono essere più o meno “deboli”, ma sono comunque meglio dell’agire completamente alla cieca. Inoltre le possibilità per rafforzare tali deduzioni non mancano: se ad esempio utilizziamo, come di norma si fa, più di una specie, e soprattutto se abbiamo operato in principio un’attenta analisi del modello sulla base delle conoscenze scientifiche pregresse. In soldoni, i topi sono diversi dagli uomini? Bene, basta scoprire in che cosa sono diversi per trasformare lo svantaggio in un vantaggio. Infatti queste differenze possono essere sfruttate, per dirne una, per creare dei topicidi efficaci e maggiormente selettivi. Si tratta di un tipico esempio di come proprio una differenza interspecie possa essere sfrutta per ottenere un risultato valido.

Basta sperimentare. E per sperimentare, devi usare l’animale.

Ossequi.

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