Considerazioni su Marx

29 12 2011

Il materialismo storico, a mio avviso, può solo autoannullarsi, se procede coerentemente nel suo sviluppo, evitando il ritorno implicito o esplicito all’hegelismo.

Se infatti partiamo dal presupposto che effettivamente fattori socio-economici siano la causa profonda di tutte le opere di pensiero, dobbiamo ammettere che anche quella di Marx lo è. Dunque essa risulta completamente inutile, mero epifenomeno di un processo storico in atto che si concluderà con o senza il supporto di un’ideologia.

Una filosofia, insomma, che, pur essendo magari esatta (improbabile), non si traduce in prassi. Altro che filosofia “calata sulla terra”, sta sulle nuvole più che mai! Il che può sembrare strano da dirsi, perché il marxismo è una delle ideologie che hanno avuto il peso storico più considerevole in passato… Come ha fatto, se logicamente si tratta di una filosofia per impotenti?

Secondo me, perché ha mentito. Mi spiego.

Domanda: perché Marx se la prese tanto con Stirner? Secondo me il motivo è che per quanto riguarda gli aspetti pratici del proprio pensiero, dicevano le stesse cose. Se la storia è fatta da forze in lotta, non c’è nessun principio superiore cui appellarsi per dire cosa è legittimo e cosa non lo è, questo è chiaro, e queste forze assurgono allo stato di semi-divinità. Ciò significa che Marx ha applicato alla classe sociale o alla forza produttiva o come volete chiamarla quello che Stirner applicava all’individuo: puoi fare tutto ciò che riesci a fare, puoi appropriarti di tutto ciò che sai difendere, hai solo le barriere che non riesci ad abbattere. Hai il diritto di manipolare, ferire, ingannare, se l’altro se lo lascia fare; hai il diritto di stuprare, derubare, uccidere, se ti senti a posto così e l’altro te la fa passar liscia.

Ma Stirner tutto questo lo diceva in piena onestà, oserei dire perfino con ingenuità. Era questo a fare di lui una bomba, una di quelle che ti esplodono facilmente fra le mani. Io potrei anche decidere di derubare il primo che capita per strada, ma non credo che sarebbe conveniente per me, perché gli altri non me lo lascerebbero fare… Dopotutto, non solo ognuno bada ai propri interessi, ma bada anche a cercare di creare una società che li tuteli. E per questo che in effetti nessuno è mai riuscito a farci niente con Stirner, politicamente parlando, anche prima che la teoria dei Giochi ci illuminasse riguardo ai rapporti sociali e al loro funzionamento nei termini di egoismo e altruismo.

Dunque se Marx fosse coerente come Stirner, dovrebbe concludere anch’egli che la rivoluzione violenta è sì legittima, ma è assolutamente legittimo anche il cosiddetto “sfruttamento” dei proletari.

Ma Marx non lo è coerente come Stirner, se si parla di concordanza fra le diverse parti del suo pensiero; o viceversa, lo è troppo, se parliamo di coerenza fra fatti e parole. E se entrambi sono convinti in cuor proprio che qualsiasi mezzo valga per ottenere uno scopo personale abbastanza alto (la società comunista? O altro? Chi lo sa) Marx passa dalla teoria alla pratica omettendo alcune scomode conseguenze del proprio stesso pensiero. Solo che a quel punto San Max diventa una spia rivelatrice, una vergogna personale, un demone da esorcizzare perché getta una luce autentica e inquietante su una delle ideologie più pericolose della storia. Forse inquietante perfino per chi, credo abbastanza in buona fede, quell’ideologia l’aveva concepita.

Non credo, dunque, che il potenziale letale del comunismo stia tutto nella facciata, che è piena di contraddizioni “scientificamente” dissimulate alla bell’e meglio ed è una distrazione che il filosofo deve smontare; quanto piuttosto nell’aspetto sotterraneo, nei moti inconsci e nello spirito di risentimento che l’hanno generata, nella brama di potere di chi l’ha usata.

E quello è l’aspetto che non bisogna mai stancarsi di portare alla luce del sole perché la gente ne riconosca la vera natura.

Ossequi

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8 responses

20 03 2012
DoppiaM

Per qualche strano motivo, l’argomentazione:

” Se infatti partiamo dal presupposto che effettivamente fattori socio-economici siano la causa profonda di tutte le opere di pensiero, dobbiamo ammettere che anche quella di Marx lo è. Dunque essa risulta completamente inutile, mero epifenomeno di un processo storico in atto che si concluderà con o senza il supporto di un’ideologia. ”

Mi ricorda un poco l’Evolutionary Argument Against Naturalism di Alvin Plantiga, che, riassunto nella forma che si merita, è una cosa tipo ” Se l’evoluzione e il naturalismo sono contemporaneamente veri, allora sei solo una scimmia con un cervello da scimmia e non è probabile che capiresti che l’evoluzione e il naturalismo sono veri).

E per quanto sia alquanto d’accordo con il resto dell’articolo, il paragrafo citato mi sembra un non sequitur al pari di quello di Plantiga: il fatto che anche l’opera di Marx sia un prodotto di fattori socioeconomici che sono la causa profonda di tutto non implica che essa stessa non possa andare ad influenzare i fattori socioeconomici e conseguentemente il processo storico, come lo definisce Marx (cambiamento di forme sociali-economiche che a loro volta formano la base economica delle diverse forme generali.)

21 03 2012
lostranoanello

Non è affatto strano che tu noti una somiglianza, la tua affermazione è assolutamente a luogo. E’ un punto che è opportuno chiarire e ti ringrazio per avermene dato l’occasione, anche se si tratta di una questione molto complessa che ci porterebbe davvero lontano, se approfondita in ogni suo aspetto.
Ti rispondo dicendoti, forse inaspettatamente, che l’argomento di Plantinga in effetti è esatto, a determinate condizioni. Se un’evoluzionista mi venisse a dire che discutere di filosofia è inutile, e che qualsiasi filosofia che metta in dubbio le sue convinzioni può essere scartata in quanto frutto di un processo evolutivo che egli ha ben compreso, Plantinga avrebbe pieno diritto di porre la sua obiezione.
Ma l’obiezione crolla (e crollerebbe anche la mia obiezione filosofica al marxismo, a parità di condizioni) nel momento in cui l’evoluzionismo ammette di dare per scontate delle basi filosofiche, come tutta la scienza fa.
Il mio pensiero trae ispirazione dalla fenomenologia e dall’empirismo radicale, e in sostanza implica l’identità assoluta fra pensiero/esperienza e realtà. In questo quadro la contraddizione non sussiste, poiché il pensiero è realtà, e analizzando se stesso si dà anche una storia evolutiva, anch’essa reale in quanto rispondente alle leggi dell’esperienza/pensiero.
Fintanto che restiamo in questa identità, non incontriamo alcuna contraddizione, mai (il principio di identità non ammette contraddizione). Ma nel momento in cui recuperiamo la distinzione, inevitabilmente incorriamo in paradossi come quello che ho esposto qui sopra o come quello astutamente scovato da Plantinga, poiché si ricade nel circolo vizioso secondo il quale la materia dà forma al pensiero/esperienza, ma noi conosciamo la materia solo attraverso il pensiero/esperienza.
Certo uno che nel secolo XXI ti ripropone la prova di Anselmo non dovrebbe dar lezioni di logica a nessuno. Ma ti posso assicurare che trovo il suo argomento rilevante e problematico per i realisti più irriducibili, mentre d’altro canto non presenta un grande problema per gli idealisti e gli empiristi. E infatti non stupisce che argomenti come il Principio Antropico Forte e Debole abbiano finito col fare il proprio ingresso nel dibattito scientifico… Ma non sono essi forme di idealismo più o meno attenuate?
In generale io, da scienziato, rifuggo tutti i tentativi di sostituire la scienza alla filosofia. La scienza è sicuramente la forma di sapere sulla natura più esatto che possiamo raggiungere, ma lo è in virtù della sua fondamenta filosofiche verso le quali ha sempre un rapporto di debito e sudditanza. Non può sostituire la filosofia più di quanto la fisica non possa sostituire la matematica, o la biologia la fisica, ferme restando le relative indipendenze di queste discipline.

Grazie ancora per avermi dato questo spunto, spero di aver risposto con sufficiente chiarezza 🙂

21 03 2012
DoppiaM

E’ un’ottima risposta, molto chiara, e che ti confesserò non mi aspettavo.

Ho sempre trovato che l’EAAN fosse fallace perché circolare, ossia è una critica alle nostre capacità epistemiche basata esclusivamente su presupposti sulle nostre capacità epistemiche, ma effettivamente non ho mai riflettuto sul fatto che il problema non si pone per gli empiricisti radicali (Per quanto il mio filosofo preferito sia Hume).

Devo anche dire che per quanto mi interessi l’epistemologia (La branca della filosofia che mi cattura maggiormente insieme alla filosofia della mente, un interesse che forse condividiamo da quello che ho capito sfogliando il blog), non sono sicuro di poter articolare argomentazioni convincenti quanto le tue: ho provato due o tre volte a scrivere un paragrafo per spiegarmi, mi sono reso conto che neppure io sono troppo sicuro di quello che penso, e ho deciso di lasciar perdere.

Mi limito a dire che nonostante sia uno screzio a Hume, mi considero, un realista scientifico: questo è probabilmente dovuto ad un libretto che mi è capitato per le mani di Stathis Phillos, che mi ha influenzato parecchio, anche se probabilmente non l’ho compreso completamente.

Se ti dovesse capitare, prova a dare un occhio alle sue tesi.

Intanto ti sei guadagnato un follower per il tuo blog.

21 03 2012
lostranoanello

Benvenuto fra i “quattro sfigati che mi danno corda”, come ha detto un visitatore poco educato 😀

Sì, la filosofia della mente è uno dei miei interessi preminenti. Dopotutto sono un neurobiologo come formazione… Inoltre, dato che il mio modo di pensare prevede una sostanziale unità fra mondo “mentale” e mondo “materiale”, per me studiare la mente è anche una delle modalità più raffinare per capire come evolve e si costruisce la realtà.

Ammetto che questa è la prima volta che sento nominare Psillos, ma non escludo che se riuscirò a trovare un suo libro lo leggerò. Sono sempre molto interessato ai punti di vista differenti 🙂

Nel frattempo ci becchiamo da queste parti.

A presto!
AF

29 04 2012
debraun

Ho letto molti post, partendo da articoli pubblicati sul blog “a favore della sperimentazione animale”, del quale se ben leggo sei uno degli autori, fino ad arrivare qui. Su molte cose non ero d’accordo ma non avevo argomentazioni sufficientemente sviluppate per dire la mia. Su Marx e in generale su quanto un’idea debba ricorrere a principi “assoluti” per essere valida, sono più pronto e dico perché, sinceramente, non sono d’accordo con ciò che dici a riguardo.

1) “Se infatti partiamo dal presupposto che effettivamente fattori socio-economici siano la causa profonda di tutte le opere di pensiero, dobbiamo ammettere che anche quella di Marx lo è. Dunque essa risulta completamente inutile, mero epifenomeno di un processo storico in atto che si concluderà con o senza il supporto di un’ideologia.”

È sicuramente vero che il marxismo, come ogni pensiero, è “figlio del suo tempo”. Questo è tanto più chiaro se uno va a leggere il capitale e le teorie economiche di Marx. In molte parti è chiarissimo, a chi vive nel 2012, quanto il capitalismo descritto da Marx descriva molto bene l’economia dei suoi tempi ma meno bene in molte parti l’economia di oggi.

Tuttavia attribuisci a mio parere a Marx una specie di eccessivo determinismo per la quale, in termini marxiani, la “struttura” è l’unica cosa che conta e tutto il resto è una sua mera appendice. Come Engels dice: “il fattore che in ultima istanza è determinante nella storia è la produzione e la riproduzione della vita reale. Se ora qualcuno travisa le cose, affermando che il fattore economico sarebbe l’unico fattore determinante, egli trasforma quella proposizione in una frase vuota, astratta, assurda”.
Insomma le idee vengono fuori anche dal pensiero dell’individuo.

Tuttavia c’è una amibguità (o forse non capisco bene io) nella tua frase quando dici la che sono la causa “profonda” delle opere di pensiero: non capisco se implicitamente dici che ci possono essere anche altre cause (meno profonde).
Se così fosse il tuo argomento non sarebbe del tutto coerente, poiché, appunto, se le idee del singolo influenzano l’ideologia generale la “sovrastruttura” è in grado di produrre cambiamenti nella struttura.
In caso contrario vale quanto detto sopra a proposito del determinismo in Marx.

2) Marx non ha mai veramente sotenuto la legittimità “morale” della lotta di classe, nè di converso l’illegittimità morale del capitalismo. La morale è anch’essa frutto della storia. E cambia dunque nello spazio e nel tempo. Quindi i capitalisti hanno una loro morale, i proletari hanno una loro morale e così via.
Trattasi poi di una scelta di ognuno di noi decidere “da che parte stare”. OVviamente tale scelta è libera secondo la stracitata frase marxiana degli uomini che decidono la storia ma senza essere totalemente liberi.

L’unico tipo di legittimità che la rivoluzione proletaria ha è, se vuoi, una concezione numerica: il fatto che i proletari siano la stragrande maggioranza delle persone giustifica il loro “incazzarsi” contro una manica di capitalisti che li sfruttano. Da qui l’idea che la “dittatura del proletariato” sia ben più democratica della dittatura della borghesia.

3) In risposta qui più che altro al tuo altro post.
Non è vero, a mio parere, che il marxismo, per essere significativo debba rifiutare di dare ogni tipo di importanza alle idee, il che sarebbe la causa della sua inutilità.

Che le idee non abbiano senso alcuno, e che la materialità (di cui peraltro non possiamo dire nulla di serio in questo senso, se le nostre idee ne sono deterministicamente dipendenti) sia l’unica cosa che conta. Questo è un pensiero più post-moderno/social-costruttivista che marxista.

Per come la vedo io, il marxismo, nei tuoi termini è una filosfia più basata sul “senso comune”. Le idee e la realtà sono in rapporti dinamico e dialettico e si influenzano a vicenda. come detto al punto 1) la struttra condiziona pesantemente l’individuo e il suo modo di agire e pensare ma non è l’unica causa, e, di converso, le idee cambiano la struttura.
Questo tipo di dialettica, come del resto fai notare tu, è indispensabile per il marxismo, perché altrimenti se la struttura cambia da sè, per non meglio precisate leggi naturali, che noi, immersi in essa, non possiamo capire per nulla, allora il cambiamento sociale della rivoluzione proletaria è impossibile.

Sul piano più scientifico, a dirla in termini scolastici, il marxismo è “realismo critico”. È chiaro che la teoria economica marxista è figlia del capitalismo inglese dell’800. Ma se uno è cosciente di questo fatto e ne analizza criticamente le condizioni, può, pur in questa limitatezza, dire delle cose che hanno senso e ci aiutano a cambiarla.

Se così non fosse, i casi sono due, o tutti dovrebbero pensare più o meno le stesse cose, o si ricade nel postmodernismo dove ognuno può sparare cazzate come gli pare ché tanto non vi è modo per poter dire qualcosa di più serio di altri. Non penso che nessuno di questi due casi sia coerente con Marx.

un saluto
bruno

29 04 2012
lostranoanello

In realtà le tue obiezioni sono tutte collegate, e sembrano rivelare un comprensione piuttosto imprecisa delle mie critiche a Marx.
La mia prima, fondamentale, e a conti fatti unica critica a Marx è quella di essere tornato indietro da Hegel ad un livello addirittura prekantiano della filosofia. La filosofia dell’Ottocento è tutta improntata alla risoluzione del problema dei rapporti fra soggetto e oggetto, e Hegel rappresenta la soluzione (valida o meno) al problema della ragione che deve autotrascendere se stessa per comprendere il reale. Quella hegeliana non è l’unica né l’ultima soluzione al problema, ma è una soluzione, la prima completa e coerente; per questo Hegel è da molti ritenuto l’apice della filosofia occidentale, colui che chiuse un ciclo. E la conclusione di questo ciclo, la fine del processo di autotrascendimento del pensiero, non può che essere quello: l’identità fra pensiero e realtà.
Qui trovo strane le tue obiezioni, perché altri miei post in cui sono stato estremamente chiaro, per quanto possibile: se vuoi parlare di un QUALSIASI rapporto di causa effetto fra due stati o enti, devi necessariamente considerarli come separati. Dunque nel momento in cui descrivi il reale come causa del pensiero (che sia unica o principale causa, o che sia anche solo una causa secondaria, non è rilevante) li stai di nuovo separando. Il che rientra perfettamente nel “senso comune”, hai ragione, ma per me non c’è peggior insulto che si possa rivolgere ad una teria filosofica che quella di essere solo una forma raffinata e sofistica del “senso comune”. Una teoria filosofica seria deve superare i limiti logici del senso comune, risolverne i paradossi e infine render conto del senso comune stesso. Marx non solo non risolve i paradossi del senso comune, ma li fortifica, li eleva a pseudoscienza con irritante arroganza. Non è infatti logicamente ammissibile la “causa reciproca”: se due cose si “causano a vicenda” o si “influenzano a vicenda”, vuol dire che non sono davvero distinte ma vanno considerate come un’unità maggiore autopoietica ed indipendente, la quale a sua volta sarà parte di un’unità ancora maggiore, e via discorrendo. Se così fosse, si ricadrebbe nell’hegelismo puro; se così non fosse, si ricadrebbe nell’autoreferenza e dunque nel paradosso.

Sulla questione morale c’è davvero poco da dire. Se uno ha letto Marx, non può che trovare autenticamente ipocrita la sua impostazione “scientifica”, quando il suo parlare della condizione operaia è chiaramente improntato non solo ad un discorso di tipo morale, ma anche moralista. D’altro canto, se c’è libertà, c’è anche il modo più saggio ed utile di usarla date delle determinate condizioni.
Ma quando si parla di questo, Marx e i marxisti ricorrono alla solita tecnica del dire e non dire: non dico che c’è una morale, ma dico anche che c’è. C’è a metà. Non dico che gli uomini sono liberi, però non dico nemmeno che non lo sono. Lo sono a metà. Non dico che le idee sono figlie solo delle condizioni materiali, ma neanche che non lo sono affatto. Lo sono a metà.
E’ chiaro che fare tutte queste affermazioni, senza precisare chiaramente e in modo verificabile empiricamente DOVE siano poste queste “metà ideali” significa non aver detto nulla (ed è interessante vedere come Marx sia riuscito almeno in un caso a sbagliare anche senza aver detto praticamente nulla, mi riferisco al discorso sul rapporto ideale-reale che ho già eviscerato). Il che è molto comodo, perché in questo modo le “ideologie” borghesi le puoi mettere da parte come semplice frutto delle condizioni storiche, strumento di potere e via discorrendo, mentre il comunismo puoi chiamarlo “la risoluzione all’enigma della storia” senza per questo entrare in contraddizione. In realtà ciò che vedo io è semplicemente un tentativo di screditare tutti gli avversari senza doversi effettivamente confrontare con loro sul piano teorico e filosofico. Marx voleva vedere morta la filosofia, e malgrado continuasse a strillare e massacrarlo per dimostrare che era perfettamente viva, continuava a fischiettare come nulla fosse dichiarandosi trionfatore, come il cavaliere nero dei Monty Python. Ma non basta dichiararsi trionfatore per esserlo.

30 04 2012
debraun

Concordo anche io che Hegel sia la conclusione dei dibattito tra oggetto e soggetto e ne rappresenti una soluzione è certo. Come dici tu però, questo può essere considerato valido o meno. Il fatto di risolvere il problema del dualismo kantiano dicendo che semplicemente non esiste il problema perché “tutto ciò che è reale è razionale” e viceversa è una soluzione logicamente perfetta, ma lascia adito a dubbi.

Hai ragione secondo me a dire che Marx “riapre” la questione, ma, a mio parere, la pone in termini molto diversi. A mio parere, l’innovazione di Marx è quella di trasportare il terreno del dibattito in chiave sociale. Cioè la questione di come l’uomo vede le cose dipende non tanto dal fatto che esistano delle idee innate o meno, ma da come l’uomo si relazioni con altri uomini. Il sistema di pensiero è quindi largamente frutto dei rapporti tra le persone.

Giustamente uno chiede “e da cosa derivano tali rapporti”? E qui la risposta è volutamente ambigua. Dipendono da come va la storia, da come si configurano i rapporti di forza tra le classi, da come cambiano le condizioni economiche dell’umanità. In parte derivano dalle stesse idee che li hanno prodotti.

Qui c’è secondo me il punto chiave del mio dissenso. A mio parere le cose non sempre si relazionano in termini logicamente coerenti. In particolare, non sempre esiste un rapporto di causa-effetto. Soprattutto non esiste sempre un rapporto lineare e deterministico. Posso capire che questo sia logicamente fastidioso da accettare. Ma è così.
Penso che qui l’esperienza personale sia alla base di una differenza di veduta. Non ti conosco, ma penso di aver capito che sei uno scienziato-ricercatore. Ora nel mondo della scienza il rapporto causa-efffetto, per come la vedo io, è chiave per capire le cose.
Io studio economia. E lì come in tutte le cosiddette “scienze sociali” trovare dei rapporti causa-effetto chiari è davvero davvero difficile (motivo percui le scienze sociali non sono scienze nel senso delle scienze naturali a mio parere…). Molte cose che si studiano sono relazioni sociali dinamiche, e non cose che accadono, perciò non sempre è chiaro capire cosa causa cosa.
Es. è la liberalizzazione dei mercati finanziari a creare la finanza o la finanza che innatamente diventa importante e spinge per la liberalizzazione? Ammetterai che entrambe le cose sembrano plausibili. E no, non c’è un modo empirico definitivo per testare la cosa.

Simile discorso vale per la morale. In realtà il discorso che fai in termini logici è sensato, ma vale lo stesso: un limite chiaro in termini logici, non esiste. Ma non è vero che il marxismo non da nessuna soluzione a riguardo. Engels dice che il problema morale è un problema delle classi. Solo il superamento delle classi può trascenderlo. Senza classi la morale che verrà fuori dovrebbe essere una morale “veramente umana”.

Hai ragione tuttavia a dire che si rischia di cadere in un paradosso stile uovo-gallina. Penso che la cosa si possa risolvere (anche se marx non lo fa a quanto ne so, perché non era interessato alla sistematicità logica come fai notare tu), in termini un po’ Kantiani: può anche darsi che nel mondo noumenico A causi B, ma io vedo il mondo fenomenico e da ciò posso solo cercare di trovarne spiegazioni il più possibile plausibili. Aggiungiamoci una dose di critica nel dire che in fin dei conti del “noumeno” ce ne possiamo fregare altamente. Noi vediamo i fenomeni. E la spiegazione ultima del paradosso può essere impossibile da raggiungere. Noi facciamo del nostro meglio. La coerenza logica assoluta non è il modo in cui è organizzato il mondo. Esistono fenomeni che possono essere logicamente analizzati, altri no.

Posso capire che sia una visione della conoscenza un po’ meno accattivante della filosofia assolutista di Hegel, ma è a mio parere più sensata e meno megalomane. Quandi dici fusa con l’empirismo radicale, intendi che noi facendo scienza ci stiamo avvicinando alla realtà assoluta? Che un giorno scopriremo l’equazione di Dio? (non sono domande retoriche). Logicamente dovrebbe essere la conseguenza.

che marx sia spocchioso e arrogante non ci piove.

un saluto
bruno

1 05 2012
lostranoanello

Perdonami, ma non posso lasciarti svicolare così a cuor leggero dalla logica 🙂
Qua non parliamo di una teoria che che rappresenta un quadro di ricerca per la verifica di ipotesi che possono rivelarsi o meno fondate su basi logiche ed empiriche, bensì parliamo di un modo di interpretare la totalità della natura umana che poggia interamente su un paradosso autoreferenziale. Almeno potrebbe tentare (ma fallirebbe) di sfuggire al crollo rifugiandosi in un irrazionalismo più o meno fideistico come quelli di Pascal e Kierkegaard, ma il marxismo non fa neanche quello, anzi, si vuole elevare al rango di scienza. Questo non minimamente accettabile né perdonabile.

Quanto alla “novità” di aver introdotto i rapporti umani nell’interpretazione, a me non pare una cosa così nuova, è un concetto hegeliano. Solo che Hegel evitava il paradosso della “causa reciproca” interpretando il tutto come un unica complessità autopoietica.
E intendiamoci, non hai davanti un fan di Hegel. Per me Hegel era più che altro un buon secchione, che ebbe l’unico merito di saper “fare il punto” di ciò a cui la filosofia del suo tempo era arrivata, senza riuscire in effetti ad aggiungervi nulla di personale, se non tanta confusione. Io ritengo assolutamente che la questione vada riaperta, e che A PARTIRE da Hegel si debba trovare una nuova soluzione, che per me va nella direzione dell’empirismo radicale (in una forma il cui assunto base per me è che il reale sia uguale al “conoscibile”). Né sono un fan particolare del principio di causa. Sono però un fan del principio di ragion sufficiente, che rispetto al precedente ha il vantaggio di non essere legato alla rigidità di una struttura temporale (un evento presente può essere ragion sufficiente di un evento passato, ad esempio). Non è necessario che le nostre conoscenze siano perfette, esse rappresentano comunque il reale in questo dato istante, che è l’unico che conta. Se vogliamo possiamo porci un’ideale di conoscenza perfetta da raggiungere, ma non è che non ci stiamo effettivamente “avvicinando” ad un qualcosa che preesista, semplicemente stiamo costruendo mano a mano la realtà. Il mio profondo dissenso rispetto ad Hegel consiste soprattutto, oltre nel ruolo dato all’esperienza e al singolo individuo, nel rovesciamento della sua prospettiva storica e storicistica. per me il Geist è atemporale, non evolve nella storia e non si estende in passato presente e futuro comunemente intesi, ma semmai nell’istante presente costruisce e ricostruisce il proprio stesso passato.
Infine, sul fatto che tu ponga dei… limiti ragionevoli alla filosofia. Non ci sono limiti ragionevoli al tentativo di risolvere i problemi del mondo… Se tenti di isolare le parti della vita umana le une dalle altre, prima o poi andrai incontro a pesanti dissonanze, che si rifletteranno probabilmente in un’azione erronea nel mondo. Non si può pensare “scienza sì, filosofia no”, “storia sì, filosofia no”, “scienza sì, storia no”, e via dicendo. Il sapere è un tutto organico, le contraddizioni devono essere almeno in germe risanabili, altrimenti commetterai errori gravi, e chi può prevederne le conseguenze! In quello che dici c’è apparentemente l’assurdo di ricercare una soluzione e poi scartarla automaticamente se è “troppo risolutiva”. Allora non cercavi una soluzione, cercavi un passatempo. E’ indubbio che uno dei problemi principali della filosofia hegeliana sia proprio il fatto che il suo “risolvere” i problemi si traduca nella mera contemplazione. Questo non significa che è troppo risolutiva, significa che ha dei difetti da sistemare, che forse va ristrutturata da capo. Allora impegniamoci a farlo, invece di adagiarci su affermazioni del tipo “il mondo non ha una logica, quindi tanto vale accettare una teoria paradossale”.

Non dimentichiamo la lezione di Schiller, che in questo si rivelo raffinato interprete della natura umana: noi non abbiano solo un impulso sensibile che ci porta ad andare incontro alla nostra natura materiale soddisfacendone i bisogni immediati e temporanei; abbiamo anche un impulso formale, che ci porta a ricercare l’assolutezza e l’ordine ideale. La sfida filosofica è farli incontrare (o a mio avviso, spiegarne coerentemente l’identità effettiva), non subordinare l’uno all’altro. E se proprio dovesse farlo, poiché la filosofia è figlia dell’impulso formale, al massimo potrebbe stabilire un’illegittima priorità dell’impulso formale, ma non potrebbe mai decretare la vittoria di quello sensibile senza ritirarsi del tutto dal campo, tramite una regressione ed un autoannullamento del pensiero stesso ed un ritorno all’animalità.
E Marx di sicuro non era un animale. Quando scrivi tutte quelle pagine, e con tale raffinatezza sofistica, non sei un animale, sei uno che il pensiero lo esercita parecchio, anche se in direzioni discutibili. L’impulso formale tu lo senti tanto …

In conclusione, apprezzo molto che con te sia possibile discutere serenamente di Marx. Di norma se ti permetti di avanzare delle critiche arriva la folla dei professoroni laureati a Gardaland a dirti che “se non sei d’accordo con Marx sei un ignorante imbecille che non l’ha letto e non l’ha capito”.

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