Stirner e Nietzsche. Considerazioni personali.

24 12 2011

Da bravo riduzionista, trovo che il modo migliore per capire come funziona una cosa sia smontarla e ricomporla da capo, e penso che lo studio della morale non sfugga a questo metodo. I più grandi studiosi di etica per me sono stati coloro che la hanno scomposta nelle sue componenti elementari e di per sé moralmente irrilevanti, ovvero i rapporti di potere sottostanti. Parlo ad esempio di Stirner, Nietzsche e i nicceani.

Il punto è che spesso per costoro la decostruzione della morale ha rappresentato la sua demolizione: non l’hanno decostruita per capirla e riassemblarla, ma piuttosto l’hanno rotta senza più riuscire a metterla assieme, probabilmente senza neanche il desiderio di rimetterla assieme. In particolare credo che Nietzsche coltivasse il desiderio di riuscire a sradicarla per sempre finanche come concetto, sostituendole interamente l’estetica.

Mentre Stirner, più estroverso e cinico, si asteneva per lo più dai giudizi valoriali, Nietzsche continuò a darne anche dopo aver demolito la morale, dunque i valori vitali che egli esalta non possono essere definiti etici: possono essere solo “estetici”.

Diverso, fra Stirner e Nietzsche, non è il procedimento decostruttivo: l’etica è rivelata in entrambi (ma prima da Stirner, dobbiamo rendergliene il merito) come una sovrastruttura dei rapporti di potere sottostanti. Stirner non aggiunge più niente di fondamentale a questo messaggio distruttivo: non abbiamo principi regolatori supremi (Dio è morto), abbiamo solo volontà individuali in lotta per l’affermazione di sé. Fine. Nietzsche va oltre: non si limita ad affermare che esiste un mondo di volontà di potenza in lotta, ma delinea i termini di questo scontro spirituale fra valori della vita e valori antivitali, ci rivela quali siano stati gli strumenti tramite i quali questi ultimi hanno potuto ottenere il dominio nella società, e infine prende le parti per i primi.

La posizione di Nietzsche è corretta intellettualmente quanto quella di Stirner. Mosso da un amore pienamente estetico per i valori vitali, disprezza colui che li nega, il prete, e con lui tutti i suoi inganni, i suoi metodi sottili, la sua ipocrisia, il suo puzzo di morte; dunque gli fa guerra aperta. Questo non vuol dire che Nietzsche applichi ancora le categorie di giusto e sbagliato al prete, tutt’altro: sta solo coerentemente affermando se stesso e i propri valori.

Ora, il fatto che Nietzsche, più “educato” rispetto a Stirner, prenda le parti attivamente in questa lotta invece che limitarsi ad affermarne l’esistenza, offre ai moralisti tradizionali più spazio per difenderlo. Perché? Perché la gente confonde facilmente il bello con il giusto, e il fatto che Nietzsche faccia una sorta di “estetica dei valori” si presta ad essere usato come falso spunto per far rientrare l’etica dalla porta sul retro. In realtà il potenziale sovversivo del pensiero di Nietzsche così come è sgorgato dalla sua penna è di gran lunga più alto di quello del temuto, cinico Stirner, soprattutto dal punto di vista di tutti coloro che non rispecchiano e non sentono proprio l’ideale dell’oltreuomo di Nietzsche.

Come reagirebbe Nietzsche nel vedere oggi i preti che ancora tornano a governarci, alcuni ancoragenuflessi davanti ai crocifissi, altri nascosti sotto la bandiera del comunismo, altri sotto quella del new age, altri ancora sotto quella di un certa filosofia politically correct? Onestamente credo che impazzierebbe di nuovo. A Stirner, invece, non importa poi più di tanto il metodo con cui la si ottiene, la vittoria è sempre vittoria. E se i preti sono ancora oggi abbastanza forti o astuti da governarci, almeno in parte se lo sono “meritato”, e il resto è colpa nostra, colpa delle pecore e degli schiavi che hanno consegnato loro il potere. Gli schiavi meritano di essere tali, e i padroni meritano sempre di essere tali.

Ed è questo, fondamentalmente, il motivo per cui preferisco Stirner a Nietzsche. Di fatto, io non mi sento molto oltreuomo, non credo che i valori vitali siano affermati con particolare forza in me. Certo, non sono ridotto ad essere un prete, mantengo e coltivo la mia volontà di potenza e il mio desiderio di dominare; ma è indubbio che anche in me ci sia ancora un che di clericale: non sempre riesco a uccidere e a fare violenza, neanche quando è obbiettivamente necessario o auspicabile; non riesco a sedurre e a sfruttare le persone, sono facilmente controllato dalle mie emozioni. E badiamo bene che non sto parlando della volontà dietro questi atti, ma della capacità effettiva di portarli a termine; non è detto che se ne fossi capace non li farei, semplicemente non ne sono capace. In questo senso, sono un esemplare che ha degli aspetti fragili, malaticci, antivitali. E a maggior ragione mi si addice in certi casi l’utilizzo di strategie pretesche per l’affermazione di me stesso, e credo che in realtà tutti gli uomini sentano in misura maggiore o minore questa necessità.

In realtà penso che gli istinti che Nietzsche ritiene anti-vitali siano una parte della natura umana e siano destinati a convivere per sempre con quelli vitali (ci ricorda le pulsioni di amore e di morte di freudiana memoria). Basti dire che per esempio per millenni il potere femminile si è potuto esprimere principalmente o esclusivamente attraverso la forma della manipolazione, della passività simulata, della finta sottomissione, più che della piena affermazione della sua potenzialità. In gran parte, il potere della donna è ancora esercitato in questi termini, e la pornocrazia attuale ne è una dimostrazione.

Questa e altre considerazioni mi spingono a preferire Stirner come punto di partenza per una costruzione di una nuova morale che sia consapevole di essere un prodotto dei rapporti di forza e riesca a riassumere in sé tanto gli apporti delle pulsioni vitali quanto dei loro opposti, senza più continuare a riferirsi più o meno implicitamente alle massime universali e assolute cui il nostro retaggio cristiano ci porta a credere.

Ossequi

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