L’Anti-Illuminismo e la ricerca in biologia

16 12 2011

Ci siamo mai chiesti a che cosa serve la ricerca scientifica? Ci siamo mai chiesti perché c’è gente che fa (o si prepara a fare) il lavoro del ricercatore?

Io me lo son chiesto spesso. Si tratta di un lavoro non particolarmente redditizio e abbastanza precario. E come se non bastasse, subisce attacchi praticamente da ogni parte della società. Da un lato la Chiesa ti dice di non sperimentare su embrioni e staminali perché sono vita umana, e di sperimentare invece sugli animali, dall’altro animalisti organizzati ti dicono di non ricercare sugli animali perché sono nostri fratelli, e di usare invece staminali e embrioni umani. A questi veti incrociati si sopravvive scegliendo vie più facili: forse meglio fare il rappresentante per una ditta che vende prodotti farmaceutici…

Lasciamo da parte la Chiesa o, come direbbe un libro di matematica, lasciamo come compito a casa per il lettore il verificare come il metodo di ragionamento della Chiesa sia esattamente lo stesso degli animalisti. Per ora il nostro spunto di riflessione è la critica alla sperimentazione animale.

Ho notato infatti che di solito essa non si struttura come una critica all’uso di animali in ricerca in generale, ma bensì come una critica ad uno specifico utilizzo, e cioè al modello animale di malattia umana. In questo senso, i critici possono anche mettere a segno qualche risicato punto. A volte, l’utilizzo del modello animale è effettivamente un “cercare sotto al lampione”. Un uomo ha perso le chiavi di casa, e le cerca alla luce del lampione. Magari non le ha perse lì, ma è comunque l’unico posto in cui può cercarle. Diciamo la verità, per chi vuole risultati immediati, semplici e applicabili, la via più rapida è la sperimentazione su bambini africani: ce n’è grande disponibilità e costano meno di un topo transgenico.

Quello che gli animalisti non posso sperare di ottenere e di fare anche il più piccolo graffio all’utilità scientifica dell’esperimento su animale, che è assolutamente indubitabile. Gli esperimenti su animali sono insostituibili nel far progredire la nostra conoscenza dei fatti biologici negli organismi complessi, della natura, del mondo.
E infatti gli animalisti, man mano che diventano più coscienti di questa realtà, finiscono con l’assumere un atteggiamento antiscientifico tout court. Sul banco degli imputati non è più la validità scientifica della ricerca sull’animale, ma l’utilità stessa della scienza; e a esser messo in discussione dagli animalisti diventa il ruolo sociale stesso del ricercatore: lavorare per accrescere la conoscenza umana è inutile, il ricercatore fa qualcosa che non serve. Ed è così che arrivo a leggere il primo articolo che ricordi di aver mai visto (Greek and Greek, 2010) secondo il quale in ricerca di base si spende troppo, e non troppo poco. Vogliamo i risultati e li vogliamo subito, vogliamo tecnica, non scienza. Anzi, addirittura, vogliamo tecnica senza scienza; il che è una pretesa abbastanza bizzarra di suo, visto che la tecnica è un’applicazione della scienza. Senza contare che proprio questo atteggiamento porta facilmente a prodotti di scarsa validità scientifica… se i fondi per la ricerca vengono dirottati esclusivamente su una ricerca che sia diretta a risultati tecnici, è chiaro che ciò pone limiti alla libertà di sperimentare. Se io faccio ricerca su Caenorhabditis elegans, ma i fondi me li danno solo per la Sclerosi Multipla, cosa mi tocca fare? O resto disoccupato, o mi invento un modo per utilizzare C. elegans come modello di Sclerosi Multipla. A quel punto sarà legittimo chiedersi fino a che punto un modello del genere serva a qualcosa (anche se non lo posso escludere). Alla fin fine, a trionfare è solo l’antiscienza.

Il fenomeno che abbiamo di fronte è interessante: pare una sorta di Anti-Illuminismo, una seconda primitività, con tanto di ritorno a stregonerie, spiriti della natura e similari, in agguato, nascoste nella memoria biologica dell’uomo e soppiantate solo temporaneamente dai prodigi della scienza. Il popolo ha memoria breve, e si sta già dimenticando che deve praticamente tutto ciò che ha ad un uso sano e libero della ragione, quindi si concede il  lusso di disprezzare lei e i suoi operatori. Mi permetto di guardare a questa retrocessione con spavento, anche perché la rabbia e il dileggio verso la ragione umana è un denominatore comune dei movimenti populistici e della Destra Radicale, che di questi tempi stanno conoscendo una nuova primavera proprio qui, da noi, nella civile, vecchia Europa.

Analizzare i collegamenti profondi e sottili fra questi nuovi inquietanti fenomeni e la diffusione di atteggiamenti antiscientifici e antirazionali esula dalle mie possibilità e intenzioni, per quanto tale connessione io la veda e me ne preoccupi. Per ora abbiamo scelto di parlare di ricerca scientifica e di tecnica, e attenendoci a questo tema, è doveroso ricordare come in realtà manchi una progettualità specifica anche per proseguire una ricerca in campo biologico che sia esclusivamente tecnica/medica. Gli amici animalisti sono tutt’ora del tutto incapaci di spiegarci come possiamo muovere anche solo un passo per produrre, ad esempio, un nuovo analgesico, se non abbiamo la possibilità di approfondire i meccanismi di funzionamento della trasmissione del dolore o della sua inibizione. Vogliono risultati pratici senza quelli teorici. Come facciamo a darglieli?

Personalmente, io non mi ci sforzo neanche più di tanto. Il mio non è un profilo psicologico da tecnico, non ho mai voluto fare il medico. I miei interessi spaziano nell’astratto e nell’invisibile ma ciò non di meno vivente e pulsante; non per nulla mi interesso del fenomeno in assoluto più mistico ed inafferrabile di cui la scienza possa occuparsi, ovvero come la cognizione complessa possa emergere dal funzionamento delle singole cellule. Sono quel tipo di scienziato che probabilmente non vivrà abbastanza da vedere la vita delle persone mutata dalle sue scoperte, quel tipo di scienziato che gente come Singer considera praticamente una specie di parassita sociale inutile all’umanità (posso assicurare che ricambio perfettamente la disistima).
Ora, lavorare coi topi non è la mia passione principale e non so se mi porterà da qualche parte. Ma vi dico in piena onestà quello che penso: aprire la testa a un sorcio di fogna o a un macaco sotto anestesia per una ricerca di questo tipo secondo me ne vale la pena. Ogni centesimo speso per far progredire il sapere dell’umanità è un centesimo santo, perché è il pensiero a renderci umani.

Dunque se voi pensate che cercare di capire come funziona il mondo anche senza un obbiettivo tecnico, immediato e a portata di mano sia in vista, sia inutile, per quanto mi riguarda sentitevi liberi di criticarmi, come io mi sento libero di considerarvi dei babbuini travestiti da uomini e di trattarvi come tali. Ma non permettetevi di riempirvi la bocca di parole ccome “scienza” e “ricerca”. Quelle lasciatele a noi genere Homo, grazie.

Ossequi

Piccolo Poscritto:

C’è un comportamento che non sono mai riuscito a capire nei diffamatori che scagliano accuse a vuoto: quando essi citano proprio la fonte che quelle accuse le sfata.
Qualche bel soggetto mi ha accusato di aver definito gli animalisti “babbuini travestiti da uomini”, citando (e linkando!) questo articolo. Peccato che l’oggetto della mia accusa di cui sopra siano, se la sintassi non è un’opinione, coloro che pensano “che cercare di capire come funziona il mondo anche senza un obbiettivo tecnico, immediato e a portata di mano sia in vista, sia inutile”; non gli animalisti.
E non me lo rimangio neanche sulla tomba: chi pensa che la ricerca del sapere, anche fine a se stessa, sia inutile, è al livello intellettuale un subumano; allo stesso livello di chi affermi che “il Colosseo sono solo pietre” o che “la Gioconda è solo un rettangolino dipinto”. Soggetti di questo tipo negano il valore spirituale di una delle più elevate espressioni del pensiero umano, e dunque li considero “babbuini travestiti da uomini”.
Sono tutti animalisti, quelli che la pensano così? O viceversa, gli animalisti la pensano tutti così? No, non credo.
Ma tutta questa coda di paglia mi fa comprendere chiaramente che alcuni di essi lo sono.

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11 responses

20 12 2011
Maurizio

Qualche tempo fa avevo letto un articolo dove si riferiva che un’équipe americana se ne era uscita dicendo che i neanderthaliani sarebbero stati migliori di noi perché più concreti, meno presi dalle astrazioni, terribile spreco di risorse intellettuali.
Siamo una civiltà di bambinoni che amano solo lo zietto buono che fa i regali: lo scienziato che ci piace è quello che in realtà andrebbe chiamato tecnico, cioè il nonno che tira fuori ogni anno un nuovo modello di cellulare, non il noioso teorico che perde tempo dietro a ricerche di cui non siamo in grado nemmeno di comprendere le premesse di partenza.
Portiamo pazienza, insomma: di cultura non si mangia, diceva una persona che aveva nelle mani le sorti del nostro paese fino al mese scorso.

7 02 2012
Aurelio

Caro Alberto, io sono un primate travestito da uomo. Il rapporto tra questi due concetti è solo una struttura di covarianza e questo è quel che mi insegna la biologia evolutiva. Se sei disposto ad aprire la testa anche a un uomo – magari un negro – sotto anestesia perché ne vale la pena, allora non ho nulla da eccepire sul tuo ragionamento. Se invece sei in grado di concepire un modello di convivenza civile riducendo ove possibile lo sfruttamento animale, allora forse l’evoluzione è stata generosa con i tuoi lobo frontali. In caso contrario, puoi sempre confondere la razionalità come fine anziché come mezzo con buona pace di metà dei fondatori delle discipline che studi, pontificare su quanto sei intelligente e superiore al volgo grazie a un pezzo di carta che ti dà del dott. e costruire con la tua vita un monumento alla Mediocrità. Non ci sarebbe nulla di male, intendiamoci. La compagnia è ottima.

7 02 2012
lostranoanello

Gli uomini sono primati. Per questo ho specificato “babbuini”. Per me chiunque pensi che l’uomo viva di solo pane è un nulla, una macchia sul volto della terra. E non ci sono basi per discutere con persone così, viviamo su due piani spirituali differenti, quello dell’animalità da un lato e quello della umanità dall’altro.
Ora, se l’uomo è consenziente, certamente sono disposto a farlo, non solo ad un nero (“negro”… cerca di essere più politically correct, te ne prego, non vogliamo che ci dicano che siamo razzisti, n’est-ce-pas?), ma a qualunque uomo adulto e nel pieno delle sue facoltà. Durante alcune operazioni a cranio aperto è effettivamente possibile svolgere innocui esperimenti di neurobiologia anche su umani.
Vedi, l’assurdità dell’animalismo è che parte dalla stessa idea del cattolicesimo estremista, ovvero quella dei “valori non negoziabili”. Invece tutti i valori sono negoziabili, e i negoziatori siamo noi uomini, con i nostro interessi, i nostri sogni, i nostri legami, le nostre aspirazioni. Non dobbiamo chiederci se un certo valore sia negoziabile o meno, ma piuttosto quale sia il “prezzo” adeguato per noi. Nessuno può giudicare il valore che le cose hanno per un altro, ma ciascuno può affermare con piena forza quello che hanno per sé, finché è disposto ad accettare di pagarne il prezzo. Il prezzo della mia opinione sembra essere quello di subire il disprezzo di uno che vanta la bassezza delle proprie aspirazioni intellettuali, sul modello fascista. Pienamente tollerabile.

7 02 2012
Aurelio

Un frocio diceva: oggi la gente conosce il prezzo di tutto e il valore di nulla. Quel frocio si chiamava Oscar Wilde e assisté all’ascesa della prima tornata del modello economico che oggi conosciamo. Abbiamo negoziato i valori, abbiamo negoziato gli affetti, abbiamo negoziato addirittura oggetti inestimabili per un uomo del Rinascimento. Chissà se un giorno anche noi – bianchi, intelligenti e dominatori – diverremo oggetto di un negoziato; abituati come siamo a essere qualcuno saremo reificati al Qualcosa. Ci sarà da ridere.

7 02 2012
lostranoanello

Lo sapevo che ci toccava Oscar XD
(fra parentesi, ignoro se il termine frocio tu lo abbia usato come provocazione o perché è tuo uso naturale. In questo senso ti prego comunque di chiarirti). Ma sappiamo benissimo che Oscar Wilde spesso parlava per fare spettacolo. Termini come “prezzo” e “utile” sono ingiustamente bistrattati, in quanto vengono di solito utilizzati per indicare scambi di denaro. Ma di fatto, tutte le relazioni umane sono scambi e negoziazioni; non sono i rapporti fra maestro e allievo uno scambio, fra colui che dà il proprio sapere e in cambio ha la soddisfazione di vederlo crescere in un’altra più giovane mente? Non è uno scambio di amore una relazione romantica, o quella fra un genitore e un figlio, o una lunga amicizia? Non è uno scambio, anche solo di cortesie, lo stare in una compagnia piacevolmente? Se vuoi qualcosa, qualcos’altro deve essere dato, la reciprocità è tutto nei rapporti. Chi si rifiuta di negoziare sono i criminali, i narcisisti, gli integralisti, tutti quegli individui che tengono in conto solo se stessi. E che spesso e volentieri finiscono male, soli ed infelici. L’economia c’entra tanto quanto, queste sono realtà a priori, le vedi in tutta la storia. Poi certo, se vogliamo a iniziare a fare i marxisti paranoici vedremo capitalismo pure nel colore delle mutande che scegliamo… Ma in realtà non vedeva forse lo stesso Marx in tutta la storia uno sviluppo dialettico di forze di produzione? Ovvero una negoziazione?

7 02 2012
Aurelio

Non amo negoziare con i perbenisti – non mi riferisco a te, intendiamoci – che credono di rispettare un negro chiamandolo “di colore” e poi magari lo sbiancano a colpi di colonialismo. Abbiamo smesso di chiamare un negro “negro” nella misura in cui l’abbiamo incravattato, impantofolato e sbiancato. Il fulgido esempio di tutto ciò è l’harvardiano Barak Obama: negro si fa per dire. La stessa cosa vale per i froci e per quelli che non chiamano un frocio “frocio” perché “hanno un sacco di amici omosessuali” e “sanno cosa significa essere discriminati”. Il politically correct sta davvero avvelenando la comune franchezza… Comunque, tornando alle tue considerazioni sulla “negoziazione”. Mi sembre che “negoziazione” sia un termine polisemico, potremmo parlare di negoziare un servizio o un oggetto, o di un sacco di altre relazioni. Oscar Wilde puoi considerarlo una vamp provocatrice e metterlo nel tuo pantheon del Burlesque, ma il problema rimane. Non so chi sia Marx o che abbia detto, so solo che oggi o stai con i postilluministi (dai socialisti beoni ai liberali di cartone) oppure sei il marxista paranoico. Devi essere per forza qualcosa, altrimenti c’hai il triangolo nero rovesciato affibbiato sulla giubba a righe. La retorica dell’Illuminismo ha seppellito anche l’ultimo barlume di premodernità. Prima della Rivoluzione Francese era tutto oscurità e tragedia, oggi invece il sole brilla sulle belle fronti del XIX secolo. A me sembra un po’ una pagliacciata, però c’è a chi piace e dunque, mi vien da dire, non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace. Dai, i valori, svuotati di qualunque significato, ce li teniamo in salotto per le occasioni speciali. D’altronde prima che le ciminiere buttassero fuori i primi scampoli di capitalismo c’era un senso raro al giorno d’oggi: il senso del Tragico.

7 02 2012
lostranoanello

l politically correct ha uno scopo, e anche il modo in cui chiami le persone può esser rilevante a seconda della sensibilità di chi hai davanti. L’uso comune di termini come negro e forcio può essere molto deleterio. Io sono omosessuale, ma è un termine che uso anche io quando voglio essere provocatorio, l’importante è essere consapevoli del ruolo del contesto.
E per me negoziare vuol dire quello: saper tenere conto del contesto ed inserirsi in esso in regime di reciprocità. L’alternativa sta nelle soluzioni assolutistiche, come i dogmi religiosi.
Non voglio entrare nelle polemiche sul capitalismo e via dicendo dico solo una parola su Wilde: si trattava senz’altro di un provocatore, uno a cui dare nell’occhio e sembrare stravagante e spettacolare non dispiaceva. Un grande artista con una notevole personalità, ancorché eccentrica. Questa eccentricità traspare anche nei suoi aforismi, che spesso sono veri paradossi, come il famoso “l’unico modo per resistere alle tentazioni è cedervi”, e simili. Nessuno li condivide davvero, fanno parte di un’immagine pubblica, il che è perfettamente coerente con i canoni dell’estetismo.

18 06 2012
negazione

la cosa più bella è che ti dai un gran daffare per girare intorno agli argomenti, crei castelli di parole, un’intero modo tuo di interpretare la realtà e cercare di distillarla nei cervelli altrui e non ti sforzi nemmeno di guardare, con occhi non velati dai pregiudizi che ti sei costruito, il volto e il corpo degli individui di cui parli, gli individui non umani. forse se facessi questo piccolo sforzo di cuore e mente ti accorgeresti che quel bisturi di fredda razionalità che tu ora applichi loro è lo stesso che veniva applicato ai negri e ai froci e alle donne e ai matti e alle puttane…quindi ben venga il tuo politically correct ma magari mettici anche un po’ di sostanza, rischi di accorgerti che tutte le tue belle parole non sono altro che la giustificazione di una cosa molto più semplice : faccio ai non umani quello che faccio, benchè non sicuramente necessario, perchè ne ho la facoltà, perchè sono più forte di loro.
ciao

19 06 2012
lostranoanello

Già fatto 🙂
Se ti fossi disturbato a leggere anche i miei interventi sull’etica te ne saresti accorto.
Non esiste nulla di assolutamente necessario, nemmeno ESISTERE, nemmeno SOPRAVVIVERE è assolutamente necessario. Anzi, visto che tutti prima o poi dobbiamo morire, direi che è molto più essenziale non esistere che esistere.

Paragonare lo status etico degli animali a quello di categorie umane è in ogni caso veramente il punto più basso di tutta la storia della filosofia. E’ qualcosa di assolutamente patetico e indegno di una persona dotata di intelletto. Ma questo argomento è già stato trattato appunto nei miei interventi sull’etica, quindi non ci torno qui.

19 06 2012
negazione

a me interessa veramente poco lo “status etico” come lo chiami tu , basta guardare in volto , avere un contatto reale, con un qualsiasi animale non umano per accorgersi che siamo molto simili, capaci di provare gioia e dolore. se questo è dato per assodato, allora mi chiedo con che cuore si decide di infliggere dolore e sofferenza quando sappiamo cosa vuol dire subirle. tutto qui.

19 06 2012
lostranoanello

Ma scusa, al di là del fatto che tu non mi conosci e non sai nulla del mio rapporto con gli animali, quindi non vedo su che basi tu ti senta di dire che io non sono compassionevole solo perché non mescolo etica e sentimento… guarda che il dolore è una cosa inevitabile, ed è inevitabile talora causare dolore agli altri. Ad esempio, ti sarà capitato di non corrispondere ad un amore, ed anche di non essere corrisposto. E’ un dolore tremendo, ma ciò nonostante sei costretto ad infliggerlo talvolta. Allora una persona che riesce a vivere questa necessità, non dico con piacere, non dico neanche senza soffrire, ma dico almeno senza struggersi la vita per questo, è una persona che è adattata alla vita meglio di una che “non ha il cuore” di accettare il fatto che sta facendo soffrire qualcun altro.

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