Etica (II)

3 08 2011

Riprendiamo qui il discorso sull’etica precedentemente interrotto. Si era partiti dalle riflessioni ahimè assai poco solide di Peter Singer, e si prometteva un modello alternativo.

Se si vuole pensare di discutere dell’etica, dunque, sarà necessario fare prima alcune importanti dichiarazioni di principio.

Il primo punto che bisogna affrontare è questo: l’etica è un sistema normativo.

Un sistema normativo equivale per definizione ad un insieme di regole, o per lo meno di direttive generali di comportamento. È un imperativo, rappresenta un dovere.

Il che significa che è fondamentale distinguerlo da tutte quelle attività umane che non sono frutto di dovere, ma di semplice inclinazione personale (compassione, carità, amore, eccetera. Posso anche essere privo di tutte queste belle doti, ma questo nulla toglie o aggiunge ai miei doveri etici).

Scriveva Kant:

Essere benefici, quando si può, è dovere, e in più vi sono alcune anime così propense alla partecipazione che, anche senza un ulteriore motivo derivante dalla vanità o dall’interesse, provano un’intima soddisfazione nel diffondere gioia intorno a sé, e sanno godere dell’altrui contentezza, se questa è opera loro. Ma affermo che in tal caso una simile azione, per quanto conforme al dovere, per quanto amabile possa essere, non ha alcun vero valore morale […]; infatti la massima manca del contenuto morale, e cioè del compiere azioni non per inclinazione, ma per dovere.

(Fondazione alla metafisica dei costumi)

Kant si spingeva addirittura a dichiarare che il dovere morale si esprime come un imperativo categorico, ovvero che ha il proprio fine solo in sé stesso.

Ma questo è un errore, ed è buffo vedere come Kant, di solito chiaro e oserei dire scientifico, nell’affrontare questo argomento diventi incredibilmente fumoso, poco chiaro nelle definizioni come negli scopi.  Il secondo punto fondamentale è infatti che l’etica non è fine in sé, né si tratta di una specie di principio superiore cui l’agire umano deve ispirarsi, bensì essa è finalizzata. Non è questo il posto per affrontare una critica completa della teoria morale kantiana. Ci si riallaccerà dunque a quelle schopenhaueriane e poi nietzscheane, dalle quali mi sento di riprendere almeno un principio: la volontà è sempre volontà di qualcosa. Per Kant l’imperativo morale è fine a se stesso, e proprio per questo rappresenta l’assoluta libertà legislatrice dell’essere umano. Ma un atto volitivo fine a se stesso in realtà è privo di significato, ogni atto volitivo è mirato, vuole un certo qualcosa; lo stesso essere vivente, in realtà, è costruito seguendo una teleonomia, ha funzioni e scopi. Di conseguenza, anche la legge morale, che si impone sugli atti volitivi, esiste con determinati scopi. La distinzione kantiana in imperativi categorici, fini in sé, ed ipotetici, che dipendono da un altro fine, è a mio avviso del tutto erronea e speciosa: esistono unicamente imperativi ipotetici.

Trovo quindi che la concezione kantiana della norma morale come di un assoluto dato a priori sia un controsenso. Essendo essa prescrittiva, la norma è necessariamente finalizzata a un obbiettivo. Era più nel giusto il buon Aristotele, quando scriveva:

Si ammette generalmente che ogni tecnica praticata metodicamente, e, ugualmente, ogni azione realizzata in base a una scelta, mirino ad un bene: perciò a ragione si è affermato che il bene è “ciò cui ogni cosa tende”

[…]

Bisogna dire, dunque, che ogni virtù ha come effetto, su ciò di cui è virtù, di metterlo in buono stato e di permettergli di compiere bene la sua funzione specifica: per esempio, la virtù dell’occhio rende valenti l’occhio e la sua funzione specifica: noi, infatti, vediamo bene per la virtù dell’occhio. Similmente la virtù del cavallo rende il cavallo [20] di valore e buono per la corsa, per portare il suo cavaliere e per resistere ai nemici. Se dunque questo vale per tutti i casi, anche la virtù dell’uomo deve essere quella disposizione per cui l’uomo diventa buono e per cui compie bene la sua funzione.

(Etica Nicomachea)

È, direi, del tutto privo di significato voler stabilire a priori tramite il discorso razionale quali siano i fini etici, e fare di questi fini il discorso dell’etica. Semmai i fini della morale sono “sentiti”, “avvertiti” a priori, immediati. Vogliamo avere una vita bella e soddisfacente, tutti quanti, e le nostre azioni sono finalizzate a questo, è il fine condiviso degli uomini.

Ma da dove emerge un senso di dovere, in ciò? Singer, per esempio, fa direttamente il salto logico: io vorrei avere una vita soddisfacente e piacevole, per cui è etico che io faccia di tutto perché qualunque essere senziente abbia una vita bella e soddisfacente (senza porsi fra l’altro il problema se sia possibile che tutti abbiano una vita bella e soddisfacente, se la morte sia una questione di rilievo per quanto riguarda tutto ciò, se la generalizzazione insomma sia legittima). Si dice utilitarista, ma in realtà svolgere un salto di questo tipo fa assolutamente di lui un kantiano, che pone al centro la massima, e non il fine e l’utile.

Fra il suo fine, preso con buona approssimazione per universalmente applicabile ad ogni singolo individuo, ovvero la felicità, e la norma formulata c’è un distacco inimmaginabile. Addirittura, potrebbero essere opposti; sacrificarsi per il prossimo può facilmente diminuire la nostra felicità, se ciò non è stato fatto istintivamente e per naturale generosità. Ma se è stato fatto per inclinazione naturale, che bisogno c’era di una massima da seguire che lo imponesse?

Una massima che ci imponga un fine morale è già inesatta. Il fine morale non può essere ricavato razionalmente, non è soggetto a scelte logiche, ma è una pulsione. Il discorso etico non è applicabile ai fini, piuttosto deve darli per scontati, e discutere di altro, ovvero quale sia il mezzo migliore per ottenere questi determinati fini. Sempre Aristotele scriveva:

Deliberiamo non sui fini, ma sui mezzi per raggiungerli. Infatti, un medico non delibera se debba guarire, né un oratore se debba persuadere, né un politico se debba stabilire un buon governo, né alcun altro delibera [15] sul fine. Ma, una volta posto il fine, esaminano in che modo e con quali mezzi questo potrà essere raggiunto: e quando il fine può manifestamente essere raggiunto con più mezzi, esaminano con quale sarà raggiunto nella maniera più facile e più bella; […]

Sembra, dunque, come si è detto, che l’uomo sia principio delle proprie azioni: la deliberazione riguarda ciò che può essere fatto da colui stesso che delibera, e le azioni hanno come fine qualcosa di diverso da loro stesse. Dunque, l’oggetto della deliberazione non può essere il fine bensì i mezzi.

L’etica deve dunque occuparsi dei mezzi con cui si ottengono fini desiderabili. Il desiderabile è ovviamente in larga misura soggettivo, quindi può essere, e difatti è, un ostacolo al raggiungimento di un’etica condivisa. Ma se non vi fosse questa differenza, in effetti, non ci sarebbe ragione dell’esistenza di una disciplina che esamini quale sia il modo migliore per trovare compromessi fra i vari desideri e le varie pulsioni. Un uomo che sia posto nell’universo solo con se stesso a guisa di un Dio, non avrebbe alcuna necessità di porsi problemi etici. Il problema sorge dalla necessità di confrontarsi con un mondo esterno di volontà in lotta. È esattamente da questo conflitto, da questa dimensione relazionale, che si genera il dibattito etico. L’etica è dunque solo ed esclusivamente una delle dimensioni della socialità; per la precisione quella che riguarda il senso dei doveri reciproci da parte dei membri della comunità.

Ne consegue che l’etica propriamente intesa è in realtà qualcosa di estremamente simile alla legge, più che all’elemosina o alla solidarietà. Addirittura si può dire che etica e legalità sono sostanzialmente dei sinonimi, e si differenziano soltanto in virtù della forza con cui i doveri che esse esprimono sono imposti.

Ciò che viene chiamato comunemente etica, invece, è piuttosto un miscuglio di comportamenti che hanno tre differenti origini:

1)      L’origine biologica

I comportamenti altruisti sono in gran parte codificati nei nostri geni accanto a quelli egoistici. Quello fra egoismo e altruismo, per la genetica, è un semplice equilibrio evolutivo (si veda “Il gene egoista”, di Richard Dawkins). Tutti noi abbiamo delle inclinazioni spontanee verso comportamenti altruistici, e tendiamo ad apprezzare quando gli altri si comportano in maniera altruistica verso di noi. Questo è uno dei motivi per cui il comportamento altruistico è socialmente più apprezzato e dunque ritenuto maggiormente “etico”. Ma non è, ricordiamolo, fine in sé.

2)      L’origine psicologica

Quello che Freud chiamava il superio. Ha radice in ciò che ci è stato culturalmente tramandato, insegnato magari dai nostri genitori o dai nostri pari. Ovviamente, anche questo aspetto ha radici di tipo relazionale: l’etica che ci viene tramandata è l’equilibrio sociale che è stato raggiunto dai nostri avi.

3)      L’origine sociale

Quella che noi definiamo effettivamente l’unica, irrinunciabile etica razionale. Il suo fine è esclusivamente uno: costruire una società stabile. Ogni agente morale contribuisce esclusivamente a questo scopo. Perfino il criminale è tale solo e soltanto in virtù del fatto che vive in una società etica e legale, altrimenti finirebbe con l’essere anch’egli sopraffatto.

Spero che nessuno sia sorpreso nello scoprire che alla fine di questa nostra disamina, il modello della giustizia e dell’etica che emerge è una forma contrattualistica molto simile al modello di Rawls. Solo che ora è giustificato fattualmente in virtù di determinati fini perseguiti.

Abbiamo lì per lì eliminato alcune caratteristiche che vengono considerate spesso fondamentali per la norma morale, come la sua universalità, ma li troviamo riscoperti nella forma di un equilibrio di forze sociali.

Ovviamente sarebbe da dedicare maggior tempo all’approfondimento del contrattualismo rawlsiano, affrontando alcune delle critiche ad esso rivolte. Ma qui si può accennare al fatto che in effetti queste non sono autentiche critiche, in quanto si basano su presunte discordanze fra contrattualismo e morale comune. Ma non sono ammesse discordanze su questo punto, e se ce ne sono, è la morale comune a sbagliare. Una teoria morale deve render conto di se stessa solo ai suoi fini, non alla morale comune.

Se davvero c’è in questa teoria qualcosa che non ci piace, ciò si può giustificare in un solo modo: evidentemente i nostri fini non sono adeguatamente tutelati da essa. Ma detti fini sono solo nostri, e solo come tali possono avere un ruolo negli equilibri sociali, e solo come tali possiamo portarli al suo interno. Nessuno può proclamare la propria superiorità morale sulla base dei propri fini, “maggiormente morali”. I fini personali sono tutti indifferenti, e solo nella dimensione dialettica del sociale che essi diventano morali o immorali, in quanto ammissibili dal contratto sociale o non ammissibili da esso.

Vi sono dunque tre possibili modi per tutelare i propri fini, che corrispondono ad altrettanto atteggiamenti nei confronti del problema dell’etica:

–          Quello politico

Consiste nel portare i propri interessi ei propri fini nell’arena etica, tentando di modificare il contratto in modo che esso diventi un compromesso migliore per tutti di quanto non sia ora.

–          Quello del suddito

Consiste semplicemente nel sottomettersi al contratto sociale così com’è.

–          Quello criminale

Consiste nel rifiutare del tutto il contratto mediante il rifiuto delle sue condizioni fondamentali.

Come si è detto, il contratto è per definizione la condizione migliore per tutti che si sia riusciti finora a combinare. Questo non significa che sia perfetto, ma comunque esso è necessario. Lo stesso criminale si troverebbe male in una società senza alcun tipo di contratto, dunque il suo agire è del tutto “immorale”, ma non in nome di un principio superiore, bensì in virtù della sua radicale inconciliabilità sociale.

Possiamo dunque arrivare a definire l’etica in modo finalmente preciso:

L’etica è un sistema normativo, e in qualche misura coercitivo, tramite il quale i membri di una comunità tendono al raggiungimento del miglior equilibrio possibile riguardo al soddisfacimento dei propri obbiettivi personali.

Rimando ulteriori approfondimenti in un eventuale prossimo intervento.

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4 responses

10 03 2012
The Meddling Lawyer

Bellissima triade di articoli. Non spenderò molte altre parole nel lodarli, poiché risulterei assai pleonastico. L’articolo in sé è estremamente solido sotto il punto di vista delle argomentazioni, strutturate e puntuali, e lo stile è decisamente chiaro e ben ponderato.
Mi permetto solo di aprire una discussione critica sul neocontrattualismo ovvero il contrattualismo di origine rawlsiana.
La costruzione contrattualista è, sostanzialmente, un inutile e pericoloso atto di onanismo mentale.
Mi accingo a spiegare questa mia lapidaria asserzione.
Un contratto, dopo una lunga fase di negoziazione (che tra l’altro non si capisce quando sarebbe avvenuta, giacché ci siamo ritrovati proiettati in una società) non arriva a cristallizzare una realtà comune (come sarebbe, per esempio, il senso di giustizia o l’etica). Ma si limita a formalizzare la volontà delle parti. Ma, prima di tutto, non è mai in grado di prevedere tutte le possibili incognite del futuro, per quanto possa essere verboso e preciso un contratto scritto (1), dovrà sempre essere integrato. L’integrazione va sempre verso un livello “superiore” (per noi le norme, per la Common Law la giurisprudenza). Non solo manca un “organo” capace di giudicare sulla questione, ma il livello superiore dove si troverebbe nella realtà dei fatti? Anche perché è bene ricordare che un contratto viene garantito dall’ordinamento, il contratto non è mai una sorta di Grundstufe.
A tutto ciò, si aggiunge che, normalmente, un contratto può essere tranquillamente rinegoziato o le clausole possono mutare (o posson essere ignorate! Rebus sic stantibus…).
Il realismo giuridico e il decisionismo schimittiano ci hanno mostrato chiaramente come si possa fare a meno dello strumento contrattualistico per cogliere la società. L’impulso irrazionale alla base della società non v’è necessità di spiegarlo in termini filosofici (anche perché ci si muove sempre su una zona di confine con la fallacia naturalistica), mentre può esser interessante dal punto di vista biologico.
Questo sul frangente dell’utilità della costruzione. Ma vediamo invece perché essa può essere più pericolosa di quanto non parrebbe di prima vista.
Nell’ottica del contrattualismo (e del neocontrattualismo) non è tanto il valore che si attribuisce al contratto stesso, quanto più i diritti soggettivi che si possono individuare nel contratto stesso. Questi diritti soggettivi fonderebbero la nostra società, fisserebbero i limiti del potere, stabilirebbero l’idea di giustizia e quindi in ultima istanza costituiscono la nostra etica. Ma questo modo di ragionare è assai pericoloso. Il passo che porta da qui al riconoscere questi diritti anche per gli animali è meramente volontaristico (buttiamo fuori Carl Schmitt dalla porta e poi rientra dalla finestra) o di interpretazione. Nel momento in cui siamo tutti convinti che questi diritti si possano applicare agli animali, così è. Del resto, si torna al problema originale: quale organo stabilisce, interpreta e integra, sulla base di un livello superiore, il nostro contratto sociale?
Rinnovo i miei complimenti sugli articoli.

(1) Basta pensare a come gli inglese inizino un contract con pagine e pagine di definizione che raramente prevedono ogni singolo aspetto, per quanto ci tentino: un esempio sono le clausole Act of God per intendere i disastri naturali.

19 03 2012
lostranoanello

Finalmente arriva la risposta promessa 🙂
Per prima cosa è necessario chiarire che che quando si parla di “contratto” si intende molto semplicemente porre l’accento sulla natura convenzionale della cosa. L’etica sussiste in quanto frutto di negoziazione fra parti.
Data la convenzionalità della norma, va da sé che è frutto di quella che è la volontà delle parti in quella precisa situazione e in quel preciso momento storico, anche se cerca di mantenersi valida in tutte le possibili condizioni la possibilità che le volontà in gioco mutino la rimette in discussione. Dunque non ha la propria genesi in UN solo momento storico, ma in tutti; la negoziazione è continua, e la norma è semplicemente la forma tramite cui essa si cristallizza per mantenere il proprio valore. Un po’ come il linguaggio e il DNA, insomma come tutti i codici, essa muta, certo; ma è anche resistente al mutamento, altrimenti il suo stesso valore come codice crollerebbe.

Inoltre, il contratto di cui parliamo è pregiuridico. Nella giurisprudenza si considerano le norme come fondate, dunque se ne ricercano le basi, si ricercano l’organo regolatore. In filosofia però questa è la trappola fondazionistica, perché puoi sempre risalire a un fondamento più basilare, e fin quando puoi sei costretto a farlo (a meno di dire a un certo punto “Dio” o “Sostanza”, come Tommaso e Spinoza). In realtà dovremo arrivare a un certo punto in cui la garanzia della norma non può essere un’altra norma, ma qualcosa che sta per sé. Io individuo questa garanzia nel mantenimento di equilibri delle volontà degli individui fra di loro e col contesto che devono affrontare. Lo strumento analitico che applico poi alla questione è la teoria dei giochi.
Per confutare questa mia teoria sarebbe necessario individuare un qualcosa che stia “per sé” alla base della norma morale che non sia a sua volta una norma morale e che non corrisponda né alla volontà individuale, né al contesto, né alle interazioni fra i due. Mi pare un po’ difficile, ma sono aperto a nuove soluzioni. Non credo però che si possano trovare nella biologia, che semmai ci dà una spiegazione parziale di come funziona la Volontà, ma non di come da essa discenda l’etica. Dopotutto l’uomo è zoon politikòn, e la sua evoluzione culturale è di gran lunga quella più influente sulla sua vita, per via dei tempi rapidissimi del suo svolgersi.

Quanto ai “pericoli” che esponi, derivano da un fraintendimento, ovvero dall’idea che il contrattualismo renda tutto possibile e annulli l’etica. Quando dici che “Nel momento in cui siamo tutti convinti che questi diritti si possano applicare agli animali, così è”, bisogna vedere cosa intendi. Se intendi dire che la situazione di fatto sarà che diverrà impossibile toccare gli animali, sì, così è. E non dipende da noi, opporre sogni di onnipotenti divinità o “ideali” che ripareranno il torto non cambierà quello stato di cose, se ad essi non fanno seguito dei fatti. Dunque perché perdere del tempo a approvarlo o disapprovarlo? E’ come disapprovare la pioggia… Semmai si tratta di agire, laddove sia possibile.
E a questo proposito, se invece intendi che noi in quanto contrattualisti dobbiamo accettare di buon grado l’esito della negoziazione qualunque esso sia, è chiaro che non è così. Se a me uno stato di cose non piace, quale che sia il motivo, ho sempre il potere per cercare di cambiarlo, che mi riesca o meno. Sta a me poi decidere se seguire o meno determinati principi guida nella mia negoziazione, ma questo aspetto è soggettivo.
Se infine intendi che secondo il mio contrattualismo la morale dominante dovrebbe essere automaticamente “quella giusta” per tutti, anche qui sbagli. Ogni morale è come ogni geometria; ce ne sono infinite possibili (basta cambiare gli assiomi, che nel caso della morale sono le volontà coinvolte) e sono tutte a pieno titolo morali e tutte a pieno titolo geometrie. Ma la loro utilità ai nostri scopi varierà considerevolmente. E così ci sono senz’altro morali e leggi che possono garantire società più equilibrate e piacevoli da vivere rispetto ad altre, sempre tenuto conto di chi ne usufruisce.
Nell’esempio che fai, la tutela degli animali diventa ipoteticamente morale nel momento in cui diventa la migliore convenzione raggiunta. Dunque se tutti, ma tutti tutti tutti, sono d’accordo su quel punto e si sentono più felici in quel modo, non sorge neanche il conflitto e la negoziazione è già risolta nel migliore dei modi. Tuttavia non è esattamente in questo che vanno le cose nella realtà…
Diciamo che, molto semplicemente, io riduco l’etica ad una scienza della risoluzione dei conflitti, eliminando così tutti i paradossi e le inconsistenze della prospettiva fondazionistica. Una soluzione di cui mi sento molto soddisfatto 😉

Ti ringrazio molto per i complimenti e spero che seguirai ancora il mio blog ^^

Ciao!

23 03 2012
The Meddling Lawyer

lostranoanello :
Finalmente arriva la risposta promessa
Per prima cosa è necessario chiarire che che quando si parla di “contratto” si intende molto semplicemente porre l’accento sulla natura convenzionale della cosa. L’etica sussiste in quanto frutto di negoziazione fra parti.
Data la convenzionalità della norma, va da sé che è frutto di quella che è la volontà delle parti in quella precisa situazione e in quel preciso momento storico, anche se cerca di mantenersi valida in tutte le possibili condizioni la possibilità che le volontà in gioco mutino la rimette in discussione. Dunque non ha la propria genesi in UN solo momento storico, ma in tutti; la negoziazione è continua, e la norma è semplicemente la forma tramite cui essa si cristallizza per mantenere il proprio valore. Un po’ come il linguaggio e il DNA, insomma come tutti i codici, essa muta, certo; ma è anche resistente al mutamento, altrimenti il suo stesso valore come codice crollerebbe.

Fin qui, nulla da ridire. Posso anche essere d’accordo, ma, sia ben chiaro, spicchi un salto rispetto a Rawls e lo superi andando avanti. Il ché fa molto onore al tuo pensiero, ma poco si riallaccia alla “pura dottrina” di Rawls. Nel Una Teoria della Giustizia, l’idea che permea è un’idea statica di natura umana (presupposto contrattuale). Poi, tu, più sapientemente, ammetti la mutevolezza (forse per una attenta lettura di Stirner o Nietzsche?) dei fattori presupposti. Nulla di male in ciò, ma ti stai muovendo verso un neo-neocontrattualismo.

lostranoanello :
Inoltre, il contratto di cui parliamo è pregiuridico. Nella giurisprudenza si considerano le norme come fondate, dunque se ne ricercano le basi, si ricercano l’organo regolatore. In filosofia però questa è la trappola fondazionistica, perché puoi sempre risalire a un fondamento più basilare, e fin quando puoi sei costretto a farlo (a meno di dire a un certo punto “Dio” o “Sostanza”, come Tommaso e Spinoza). In realtà dovremo arrivare a un certo punto in cui la garanzia della norma non può essere un’altra norma, ma qualcosa che sta per sé. Io individuo questa garanzia nel mantenimento di equilibri delle volontà degli individui fra di loro e col contesto che devono affrontare. Lo strumento analitico che applico poi alla questione è la teoria dei giochi.

Ma sai, il problema non sta tanto nel fondamento della norma. Appunto, io posso tranquillamente concepire la norma come un dato e non chiedermi nulla. Per fare un esempio: il contadino che vuole costruirsi un capanno nel suo campo sarà ben più interessato a ciò che pensa la pubblica amministrazione piuttosto che alla costituzione. La ricerca spasmodica di un fondamento è un vecchio leitmotiv del positivismo (positivismo giuridico, non quello di Comte) che, per risolvere l’ostacolo, sono costretti a concepire, con Kelsen, la grundnorm (ovvero quella norma base che giustifica la costituzione e la legittima [che tra l’altro molti scarsi positivisti identificano erroneamente con la costituzione]). Costruzione piuttosto artificiosa che lo stesso allievo di Kelsen, il danese Alf Ross. D’altra parte, sai bene quanto sia difficile per molte persone abbandonare le certezze.
Il punto è che, anche in un momento pregiuridico, c’è sempre un “elemento” a cui si rimanda. gli americani spesso arrivano (non completamente a torto) a dire che il vero diritto è quello che è sentito psicologicamente. Questo è il punto: il senso di vincolante, l’idea di obbligo, concetti come “rispetto” (di un patto) e così via. Io non credo che si possano risolvere “razionalmente” (come dopo avrò modo di scrivere esponendo alcune considerazioni sulla teoria dei giochi), semmai son più propenso a ritenere che sia la nostra struttura cerebrale a concepire questo sistema. Ma qui lancio la palla a te che sei estremamente più esperto.

lostranoanello :
Per confutare questa mia teoria sarebbe necessario individuare un qualcosa che stia “per sé” alla base della norma morale che non sia a sua volta una norma morale e che non corrisponda né alla volontà individuale, né al contesto, né alle interazioni fra i due. Mi pare un po’ difficile, ma sono aperto a nuove soluzioni. Non credo però che si possano trovare nella biologia, che semmai ci dà una spiegazione parziale di come funziona la Volontà, ma non di come da essa discenda l’etica. Dopotutto l’uomo è zoon politikòn, e la sua evoluzione culturale è di gran lunga quella più influente sulla sua vita, per via dei tempi rapidissimi del suo svolgersi.

Seppur non propriamente legato a quanto ho quotato, pongo alcune considerazioni sulla teoria dei giochi.
La suddetta teoria è un ottimo strumento per capire, a date condizioni, il comportamento di un giocatore e quindi come modellare una strategia. Ciononostante non credo possa essere uno strumento totalmente genuino per modellare concetti come “altruismo” e “etica”. Prendiamo due esempi classici: il dilemma del prigioniero e la battaglia dei sessi.
Il primo caso presuppone condizioni davvero stringenti e spesso irreali: la razionalità dei due partecipanti, il fatto che non possano parlare tra di loro e così via. Ma nella realtà potrebbe capitare che un PM sottoponga uno dei due a una misura cautelare per un paio di anni finché non parla (facendosi condannare a una pena ben maggiore). Oppure entrambi sono uomini d’onore e tengono fede al patto precedentemente stipulato. Oppure uno dei due impazzisce. O ancora, riescono a scappare.
La battaglia dei sessi è ancora più stringente: il marito potrebbe accettare di andare al balletto perché magari dall’iphone segue l’incontro di pugilato. Magari non riescon nemmeno ad arrivare a destinazione per il traffico. Oppure la coppia sono due uomini che vanno entrambi al pugilato.
La teoria dei giochi è spesso così astratta dalla realtà (come è ovvio che sia) che non credo si possa utilizzare (salvo, ovviamente, non immaginare scenari molto più complessi, come i militari fanno nei war games) a fondamento dell’etica.

lostranoanello :Quanto ai “pericoli” che esponi, derivano da un fraintendimento, ovvero dall’idea che il contrattualismo renda tutto possibile e annulli l’etica. Quando dici che “Nel momento in cui siamo tutti convinti che questi diritti si possano applicare agli animali, così è”, bisogna vedere cosa intendi. Se intendi dire che la situazione di fatto sarà che diverrà impossibile toccare gli animali, sì, così è. E non dipende da noi, opporre sogni di onnipotenti divinità o “ideali” che ripareranno il torto non cambierà quello stato di cose, se ad essi non fanno seguito dei fatti. Dunque perché perdere del tempo a approvarlo o disapprovarlo? E’ come disapprovare la pioggia… Semmai si tratta di agire, laddove sia possibile.
E a questo proposito, se invece intendi che noi in quanto contrattualisti dobbiamo accettare di buon grado l’esito della negoziazione qualunque esso sia, è chiaro che non è così. Se a me uno stato di cose non piace, quale che sia il motivo, ho sempre il potere per cercare di cambiarlo, che mi riesca o meno. Sta a me poi decidere se seguire o meno determinati principi guida nella mia negoziazione, ma questo aspetto è soggettivo.
Se infine intendi che secondo il mio contrattualismo la morale dominante dovrebbe essere automaticamente “quella giusta” per tutti, anche qui sbagli. Ogni morale è come ogni geometria; ce ne sono infinite possibili (basta cambiare gli assiomi, che nel caso della morale sono le volontà coinvolte) e sono tutte a pieno titolo morali e tutte a pieno titolo geometrie. Ma la loro utilità ai nostri scopi varierà considerevolmente. E così ci sono senz’altro morali e leggi che possono garantire società più equilibrate e piacevoli da vivere rispetto ad altre, sempre tenuto conto di chi ne usufruisce.
Nell’esempio che fai, la tutela degli animali diventa ipoteticamente morale nel momento in cui diventa la migliore convenzione raggiunta. Dunque se tutti, ma tutti tutti tutti, sono d’accordo su quel punto e si sentono più felici in quel modo, non sorge neanche il conflitto e la negoziazione è già risolta nel migliore dei modi. Tuttavia non è esattamente in questo che vanno le cose nella realtà…
Diciamo che, molto semplicemente, io riduco l’etica ad una scienza della risoluzione dei conflitti, eliminando così tutti i paradossi e le inconsistenze della prospettiva fondazionistica. Una soluzione di cui mi sento molto soddisfatto
Ti ringrazio molto per i complimenti e spero che seguirai ancora il mio blog ^^
Ciao!

Premetto subito che quando parlavo della possibile deriva animalista parlavo, ovviamente, della possibilità di una deriva rawlsiana. Ovviamente, come giustamente dici, è un fatto, come la pioggia, e non ha ha senso disapprovarlo o approvarlo. Nulla da ridire. Però, supponiamo, che possiamo prevedere un’alluvione, non per questo dobbiamo rimanere inerti. Per questo, ovviamente, stimo il tuo lavoro come divulgatore. Solo bisogna aver chiaro quale sarà il possibile esito del nostro non agire (e in parte dobbiamo anche disapprovarlo, sennò: who cares?).
Per quello che riguarda la tua visione del contrattualismo io non ho molto da ridire, se non quanto ho già sostenuto. Io personalmente, come penso avrai capito, sono un non cognitivista, non mi interessa molto concepire una morale o un’etica et similia, in quanto sono alla ricerca di altro (non mi chiedere ancora cosa sia questo altro). Però non posso opporre molto a una possibilità, come quella che tu raggiungi, quando tu stesso sei perfettamente conscio delle sue implicazioni e del suo non-fondamento. In altri termini, è così relativa che mi piace in assoluto 😉

Ovviamente continuerò a seguire il blog!
Saluti

23 03 2012
lostranoanello

Stavolta rispondo subito ^^

Riguardo a Rawls hai ragione, in effetti i miei ispiratori sono Stirner e Nietzsche molto più di Rawls. Io sono per un superamento dell’etica comunemente intesa, e in questo mi appoggio ai due sopra citati, ma poi recupero comunque delle direttive di comportamento su base razionale. Ad ogni modo trovo che, come esperimento mentale e semplice strumento il “velo dell’ignoranza” di Rawls sia utile… a patto di avere ben chiari i presupposti teorici, e di sapere che è appunto solo uno strumento esemplificativo, non una realtà a sé.

Sul secondo punto, ti posso dire che hai senz’altro ragione nel momento in cui poni la natura alla base della cultura, e senza dubbio c’è già per motivi biologici e psicologici, nella nostra struttura cerebrale, un programma che guida a grandi linee il nostro comportamento; un istinto, per così dire.
Tuttavia nel momento in cui l’evoluzione culturale, velocissima, si va sovrapporre ai tempi lunghissimi dell’evoluzione biologica, i nostri istinti diventano presto delle guide inadeguate, donde la necessità di nuovi schemi più raffinati che si sovrappongano, e talora si sostituiscano, a quelli vecchi, analogamente a come l’evoluzione culturale si sovrappone e talora si sostituisce a quella genetica. Vale a dire, nel momento in cui da “istintivi” e “sociali” diventiamo anche “culturali” e “politici” devono nascere anche una o più discipline pratiche per adattare i nostri costumi. L’etica è la principale disciplina dei costumi, quella cui formalmente dovrebbero inchinarsi tutte le altre…

Infine, riguardo alla teoria dei giochi, va vista appunto come uno strumento razionale. Chiaro è che non sempre gli individui sono razionali rispetto alla negoziazione dei propri interessi, ma sarebbe auspicabile che lo fossero, quindi la trovo un’ottima guida.
Quando poi la si applica alla biologia, diventa in effetti di potenza ineguagliabile, poiché gli agenti sono in effetti perfettamente razionali; infatti non è un individuo a selezionare la strategia vincente, ma la genetica… vale a dire, se vinci sopravvivi e ti diffondi, altrimenti svanisci; razionalità vuol dire sopravvivenza, e sopravvivenza vuol dire esistenza.

Infine, quello che mi premeva evidenziare nell’ultima sezione è che la disapprovazione e il giudizio morale di per sé stessi siano del tutto impotenti a ordinare la società. QUesto però non conduce affatto ad un’inerzia, anzi; l’invito è ad agire su due piani: il primo, quello personale/estetico, ovvero il portare avanti i nostri interessi, il secondo, quello sociale/etico, ovvero svolgere il primo compito in modo razionale. In questo senso, la mia è una forma un po’ mutila di intellettualismo etico. Dico mutila perché, come scrivevo nell’articolo qui sopra, prevede anche l’esistenza di strategie meno razionali di quelle collaborative, che però si rivelano fruttuose se applicate in determinati contesti; ad esempio, se io sono una persona nota per la sua spiccata onestà, qualche volta potrò concedermi una grossa bugia con la certezza quasi matematica di passarla liscia. Tu stesso hai fatto qualche esempio riferendoti alla teoria dei giochi e ad alcune situazioni nelle quali la sua forma più rigida non è applicabile.
La mia difesa in questo senso è che comunque tali comportamenti sono per definizioni delle eccezioni alla regola, per cui la norma morale razionale non esce invalidata dalla loro esistenza, ma addirittura viene meglio definita in loro funzione. Quindi io non posso dire che in OGNI CASO seguire una strategia basata sul rispetto delle regole convenute sia la scelta più conveniente e razionale per l’individuo. Posso però dire con certezza che in generale, nella stragrande maggioranza dei casi, lo è, e ad ogni modo noi per il canto nostro tratteremo come nemico chiunque si comporti diversamente.

A presto 🙂

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